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Giovedì, 12 Dicembre 2019

1.Chiesa madre di San Cataldo

Chiesa madre di San Cataldo

Il 29 settembre 2006, nella giornata dei santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, è scomparso un grande sacerdote, un grande e giovane arcivescovo, uno storico - della Chiesa ma anche della società - attento e particolarmente fine : S.E. Mons. Cataldo Naro, arcivescovo di Monreale, Abate di Santa Maria del Bosco.

Monsignor Cataldo Naro era nato a San Cataldo, nella diocesi e provincia di Caltanissetta, il 6 gennaio 1951. Ha compiuto gli studi presso il Seminario diocesano e quelli di teologia nella Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale, a Napoli, conseguendo il baccellierato. Ha frequentato la Pontificia Università Gregoriana, laureandosi in Storia della Chiesa, ed ha partecipato al corso di Archivistica presso l’Archivio Segreto Vaticano. È stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1974. Ha svolto un intenso lavoro pastorale che può solo essere riassunto con grande rischio di tralasciare una gran mole di cose. Nel 1977 venne incaricato di dirigere l’Archivio storico diocesano e assegnato come Vicario coadiutore a San Cataldo fino 1979; è stato prima Vice Assistente e poi Assistente diocesano della Compagnia di Sant’Angela Merici, dal 1978 al 1991, prima di essere nominato Vice Assistente della Federazione delle Compagnie Mericiane. Ha insegnato Storia e Filosofia presso il Liceo del Seminario di Caltanissetta ed è stato rettore della Chiesa di S. Giuseppe in San Cataldo. Dal 1986 al 1989 ha ricoperto l’incarico di Prefetto degli Studi dell’Istituto Teologico Diocesano e dal 1989 al 1991 ha collaborato alla preparazione e svolgimento del Sinodo diocesano, in qualità di segretario dello stesso Sinodo. Ha pure tenuto corsi di Storia della Chiesa, Patristica, Archivistica, Storia dell’Arte e Metodologia presso l’Istituto Teologico di Caltanissetta.
Mons. Naro ha avuto una feconda attività accademica. E’ stato Assistente incaricato di Storia della Chiesa presso la Facoltà Teologica di Sicilia dal 1978 al 1993, anno in cui divenne professore, prima incaricato e poi ordinario. Nel 1993 fu nominato Vicepreside della Facoltà Teologica, incarico ricoperto fino al 1996, quando fu eletto Preside per due mandati consecutivi. La Conferenza Episcopale Italiana lo ha nominato consulente del Servizio nazionale per il Progetto Culturale nonché del Consiglio d’Amministrazione del quotidiano Avvenire e del Comitato scientifico delle Settimane Sociali.

Oltre a collaborare con i quotidiani La Sicilia, L'Osservatore Romano e Avvenire, mons. Naro ha pubblicato studi aventi carattere prevalentemente storico e riguardanti la storia della Chiesa in Sicilia e non solo in Sicilia, tra i quali è giusto per lo meno ricordare: Il movimento cattolico a Caltanissetta (Caltanissetta, 1977); Spiritualità dell’azione e cattolicesimo sociale (Caltanissetta, 1989); Chiesa e Società a Caltanissetta tra le due guerre, (Caltanissetta-Roma, 1991); Preti sociali e pastori d’anime (Caltanissetta-Roma, 1993). Molto intensa anche la sua attività editoriale: fra l’altro, dal 1977 al 1986 ha collaborato alle Edizioni del Seminario di Caltanissetta ed è stato fondatore e Direttore del Centro Studi Cammarata di San Cataldo.
Eletto alla Chiesa titolare di Monreale nell’ottobre 2002, ed è stato ordinato vescovo il 14 dicembre dello stesso anno. L’arcivescovo Naro era presidente della Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, membro della Conferenza Episcopale Siciliana, vicepresidente del Comitato Nazionale per l’organizzazione del Convegno della Chiesa Italiana (Verona 2006).

La scomparsa di Mons. Naro, una risorsa preziosa, lungimirante, colta e saggia, ha lasciato un vuoto che non è stato sanato e sarà difficile colmare, un vuoto tutto particolare per quanti hanno avuto la grazia di conoscerne la personalità, ricchissima di talenti umani e intellettuali. I disegni del Signore Gesù sono realmente e profondamente misteriosi, di fronte ad essi non possiamo non rispettare le Sue vie, che non sono le nostre, e ricordare l’amico fraterno e paterno insieme, il vescovo e l’uomo saggio e cordiale nell’orazione.

1.Mons. Cataldo Naro

 

L’occasione da cui nasce il volume: «Sorpreso dal Signore. Linee spirituali emergenti dalla vicenda e dagli scritti di Cataldo Naro», pubblicato da Salvatore Sciascia Editore per la collana “Studi del Centro A.Cammarata” a suo tempo fondata dallo stesso mons. Cataldo e oggi diretta dal fratello don Massimo – sacerdote anch’egli - è il convegno tenutosi a San Cataldo nel terzo anniversario della scomparsa di mons. Cataldo Naro al fine di illustrarne il profilo spirituale, emergente dai suoi scritti e dalla sua vicenda di intellettuale e di pastore che ben seppe interpretare il senso della presenza ecclesiale in un’epoca di radicali e veloci metamorfosi come quella in cui viviamo. A orientare la ricerca dei numerosi e prestigiosi relatori – tra questi Antonino Raspanti, Guido Gili, Stefano Albertazzi, Anna Bujatti -, la frase che formulava il tema stesso del convegno e che viene riproposta come titolo del volume. Dicevamo appunto ”Sorpreso dal Signore”. Parole, che – pur secondo diverse varianti – ricorrono insistentemente negli scritti di Cataldo Naro e che costituiscono anche il cuore di un manoscritto ritrovato dopo la sua morte, che si può a ragione e senza forzature di sorta considerare come il suo testamento spirituale: «[…] il Signore mi fa dono di una grande pace interiore, di una serenità di fondo, che mi stupisce e mi dà forza». La sorpresa per la bellezza del rapporto con un Dio che non lascia mai l’uomo solo, è il sentimento ch’egli provava dinanzi alle difficoltà del suo ministero, difficoltà che oltre quelle ordinarie di un Vescovo in tempi difficili erano legate come emerge dal testo e come molti sanno alla particolarissima condizione di un territorio diocesano come quello monrealese. Non la meraviglia che rimane per taluni timore e dubbio, tarpando le ali alla speranza, ma lo stupore che, come nel racconto biblico – si pensi agli episodi evangelici dell’annunciazione a Maria o del sogno di Giuseppe –, diventa incrollabile fiducia e apre la via all’approfondimento della conoscenza del Signore. Pur fra le tante fatiche, anche mons. Naro si sentiva stupito dalla Grazia che Dio gli concedeva nello svolgere il suo multiforme e articolato servizio, teso tra due fondamentali poli: la Parola di Dio, da cui sorge ogni vera esperienza credente e la storia in cui il cristiano tenta di incarnare ogni giorno la propria fede, facendola diventare cultura e animando per quanto possibile la società temporale.

Le oltre quattrocento pagine del volume sono un invito a ripensare una fede e una spiritualità robuste, le emergenze pastorali dell’ora presente, l’esigenza della “nuova evangelizzazione”, l’urgenza della predicazione della dottrina sociale naturale e cristiana, l’attenzione alla storia e alla politica, l’urgenza di valutare e studiare il “polso” della fede del popolo, delle sue appartenenze e delle sue credenze.

Lo storico è divenuto spesso è volentieri un lettore approfondito delle indagini di sociologia della religione, delle quali si è fatto promotore, motore propulsivo con Massimo Introvigne, Roberto Cipriani, PierLuigi Zoccatelli, Luigi Berzano e altri, per conoscere gli scenari attuali e per meglio costruire il futuro della fede.

Studioso unico nel suo genere, della storia della Chiesa della sua diocesi di nascita, di quella siciliana e italiana, ha promosso ricerche e studi storici sul mezzogiorno in genere, sulla vita della Chiesa nella Calabria moderna e contemporanea, sulla santità, sulla storia politica e religiosa della Sicilia post-bellica, sulla mafia, sulla questione e l’emergenza islamica, argomento di estrema attualità sul quale pure ha promosso pubblicazioni e convegni.

La parte che solleverà ed ha già sollevato più polverone, comprensibilmente, è quella di Francesco Mercadante, avente per titolo, già suggestivo di suo, “legalità e santità:la morte bianca di un vescovo in terra di mafia”, ma quelle che non devono assolutamente passare in secondo piano, oltre naturalmente a quanto è stato presentato come il testamento spirituale di un uomo che diceva “sento che posso essere chiamato da Dio all’improvviso. Le forze fisiche vengono meno.” è l’appendice, con le meditazioni sul perdono, sulla docilità allo Spirito Santo, sulla speranza e l’amore cristiano, meditazioni profonde che non presentano mai sdolcinature romantiche ma ci invitano ad una fede matura, radicata, argomentata, in una parola ben piantata.

Per chi come il sottoscritto, ha conosciuto molto bene mons. Cataldo Naro e lo ha frequentato assiduamente per tanti anni, fino a pochi giorni prima del suo decesso, può confermare che quanto raccolto nel volume non è assolutamente un fiume di “parole di circostanza” tipiche dei convegni celebrativi ma un contributo per meglio conoscere questo “amico di Dio

Kampala_capitale_Uganda

Kampala, capitale dell'Uganda

Con qualche ritardo sulla sua data di pubblicazione, propongo una recensione di un’opera importante su uno dei più tragici «suicidi collettivi» legati alle «sette», quello del movimento «cattolico di frangia» Restaurazione dei Dieci Comandamenti di Dio a Kanungu, in Uganda, il 17 marzo 2000. I lettori italiani conoscono la storia di Kanungu soprattutto grazie ai lavori di Raffaella Di Marzio – di cui cfr. da ultimo Kanungu: l’Apocalissi ugandese. Quando la fede religiosa diventa fabbrica di morte, ilmiolibro.it, Roma 2010 – che rimangono punti di riferimento indispensabili insieme agli articoli dello storico svizzero Jean-François Mayer. L’antropologo neozelandese Richard Vokes ha da poco pubblicato con Ghosts of Kanungu. Fertility, Secrecy & Exchange in the Great Lakes of East Africa (James Currey, Woodbridge [Suffolk] e Rochester [New York] 2009, da cui sono tratte tutte le citazioni seguenti) quello che presenta lui stesso come «il migliore resoconto disponibile» (p. 214) del movimento di Kanungu e della sua tragedia finale.

L’affermazione può sembrare presuntuosa ma arriva verso la fine del volume quando il lettore, anche quello specializzato, si è convinto che ha le sue buone ragioni. Sul piano dei fatti, nessuno ha studiato Kanungu come Vokes, il quale parla il Runyankore/Rukiga – la lingua dell’Uganda sud-occidentale dove si sono svolti i fatti – , ha una moglie ugandese e ha trascorso otto anni sul posto raccogliendo tutta la documentazione disponibile. Sul piano delle interpretazioni il libro necessita invece di essere integrato da altre fonti. Vokes è un antropologo, che si è concentrato sullo studio del caso senza proporre paralleli sociologici con altri «suicidi collettivi». Inoltre, e questo non è irrilevante per lo studio di un movimento nato nella Chiesa Cattolica, Vokes ha una conoscenza piuttosto elementare del cattolicesimo. Considera l’insistenza sul peccato originale una dottrina tipica dei cattolici che li contrapporrebbe ai protestanti (cfr. p. 84), quando parla di preti francesi provenienti da Lourdes gli vengono in mente i culti preistorici e non l’apparizione mariana (p. 80) – che pure altrove cita –, e soprattutto ha un’idea non del tutto precisa della distinzione fra apparizioni riconosciute e non riconosciute, che pure sarebbe essenziale per la materia che tratta. Con queste riserve, si deve essere grati a Vokes per un lavoro preziosissimo, corredato da un sito Internet che fornisce per così dire le «note» del volume e contiene ampia documentazione sia in Runyankore/Rukiga sia in inglese, fotografie e video che documentano le affermazioni del volume.

Il punto di partenza dell’indagine di Vokes è il culto di Nyabingi, una divinità femminile della fertilità, nato probabilmente nel Ruanda del Nord nel tardo secolo XVIII ma diffuso soprattutto da una principessa ruandese, Muhumuza (?-1945), che per prima ne fa strumento di lotta contro il colonialismo tedesco e britannico. Vokes critica la ricostruzione della letteratura coloniale che presenta il culto di Nyabingi come un movimento gerarchico, suscettibile come tale di essere stroncato incarcerandone i «capi». Più che un movimento, per Vokes il culto di Nyabingi è un network di medium che entrano in contatto con lo spirito in ambito familiare. Tipicamente, si tratta di mogli giovani che, nell’ambito della poligamia, hanno dissapori con le mogli più anziane, o di donne sterili – una sciagura considerata molto grave in Africa – le quali entrano in contatto con Nyabingi, la quale si presenta come uno spirito protettore ma anche esigente e vendicativo, e in genere richiede offerte in capi di bestiame, spesso molto importanti, da parte del capofamiglia o di altri. Ne nasce uno scambio, perché lo spirito ordinerà poi di ridistribuire queste offerte, talora riparando a ingiustizie, altre volte – e qui scatterà la repressione coloniale – arricchendo le medium e i loro collaboratori o finanziando movimenti insurrezionali.

Benché la principale «disgrazia» per cui ci si rivolge a Nyabingi sia la sterilità, si ha ricorso allo spirito anche per calamità che non sono solo personali, come la presenza di un amministratore coloniale percepito come oppressivo, le epidemie o le carestie. Si spiega così, nonostante la dura repressione britannica, il grande successo del culto di Nyabingi negli anni 1946-1951, quando le autorità coloniali costringono circa quindicimila ugandesi di etnia Kiga a spostarsi dal distretto di Kigezi, sovrappopolato, ad altri distretti vicini situati a Nord o a Est, sottopopolati. Il trasferimento ha un senso sul piano economico, ma ha un effetto devastante sulla struttura familiare dei Kiga e sul modo di funzionare della poligamia. La questione è di rilievo per Kanungu perché la grande maggioranza dei membri del movimento Restaurazione dei Dieci Comandamenti di Dio faranno parte della diaspora dei Kiga nata con i trasferimenti forzati di quegli anni.

In quanto network, il culto di Nyabingi non scompare con l’arresto – talora l’uccisione – di quelli che l’amministrazione coloniale percepisce, a torto, come i suoi «capi», dopo che è diventato strumento di rivolte antibritanniche. Esiste ancora ai giorni nostri. Secondo Vokes subisce però una trasformazione nel secolo XX quando i missionari cattolici, particolarmente i Padri Bianchi, trasformano consapevolmente luoghi di culto di Nyabingi in santuari mariani e abituano soprattutto le donne Kiga a rivolgersi alla Madonna, Consolatrice degli afflitti, con accenti simili a quelli con cui un tempo si rivolgevano a Nyabingi. Un movimento cattolico, la Legione di Maria, diventa lo strumento per inquadrare questa devozione popolare alla Vergine. Lo stesso luogo delle apparizioni di Kibeho (1981-1989), in Ruanda – riconosciute dalla Chiesa Cattolica come autentiche, anche se Vokes non lo precisa né esplora collegamenti tra Kanungu e Kibeho che altri autori hanno menzionato – corrisponderebbe a un antico centro del culto di Nyabingi. È difficile dire se Vokes esageri nel suo tentativo d’interpretare la confessione cattolica nelle parrocchie ugandesi come qualcosa che è percepito da molti come simile a quanto avveniva nelle capanne sacre dove s’incontrava Nyabingi. Ma certamente processi cattolici d’inculturazione basati sull’inveramento nel cattolicesimo di tradizioni precedenti fanno parte della storia della Chiesa africana e anche di quella della Chiesa universale, fin dalla prima evangelizzazione dell’Europa.

Dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, tuttavia, si registra un po’ dovunque in Africa da una parte una critica talora frettolosa e imprudente della religiosità popolare, dall’altra la sostituzione del clero missionario con un clero indigeno che qualche volta non gode immediatamente della stessa autorevolezza dei vecchi missionari. Accanto alla proliferazione di migliaia di «Chiese iniziate da africani» (AIC) di origine protestante, nascono così le prime AIC che si separano dalla Chiesa Cattolica. Esemplare – e studiato in particolare dall’antropologa statunitense Nancy Schwartz – è il caso della trasformazione della Legione di Maria tra i Luo del Kenya in una AIC, la Legio Maria Church, che oggi conta secondo alcune stime oltre un milione di seguaci.

Lo stesso processo porta alla separazione dalla Chiesa Cattolica ugandese della Restaurazione dei Dieci Comandamenti di Dio, che nasce dalle visioni di Ceredonia (secondo la versione preferita da Vokes, mentre i documenti in inglese del movimento usano «Credonia») Mwerinde (1952-2000), una Kiga della diaspora, cattolica, che, dopo due relazioni con uomini che muoiono rapidamente, nel 1979 diventa la settima di nove mogli di un certo Eric Mazima. All’epoca, Ceredonia è comproprietaria con il fratello di un bar a Kanungu, dove lavora: una professione ritenuta poco consona alle donne per bene e che spiega le successive voci di prostituzione. Benché abbia avuto due figli dalle relazioni precedenti, Ceredonia non riesce a dare un figlio a Mazima, che la considera quindi sterile, il che la rende molto impopolare tra le altre mogli. Nella notte del 24 agosto 1988 Ceredonia sveglia il marito e gli comunica che le è apparsa la Vergine invitandola a recarsi alle vicine grotte di Nyabugoto, dove si manifesterà il giorno seguente. Il mattino dopo con il marito e dieci membri della famiglia Ceredonia si reca in effetti alle grotte. Solo lei vede una roccia trasformarsi nella Madonna, che la incarica di una missione di apostolato. Il marito non le crede, e poco dopo chiede il divorzio. Ma Ceredonia riesce a riunire un gruppo di una quarantina di fedeli.

Già di questo episodio di fondazione Vokes mette in luce il legame con il culto di Nyabingi. Non solo i sogni e le visioni da parte di una moglie giovane e sterile maltrattata dalle mogli anziane in in una famiglia poligama sono un elemento caratteristico di tale culto, ma le grotte di Nyabugoto erano un sito associato alla venerazione di Nyabingi – e all’insurrezione dei seguaci dello spirito contro gli inglesi –, che non era neppure mai stato trasformato in sito mariano cattolico, forse perché troppo evidente era il simbolismo di fertilità legato al fatto che l’entrata di una delle grotte assomiglia a un organo sessuale femminile.

Il piccolo gruppo di Ceredonia diventa un fenomeno di rilevanza più che locale perché ne viene a conoscenza un personaggio molto più noto, Joseph Kibweteere (1932-2000). Questo insegnante cattolico e uomo politico, molto benestante, era caduto in disgrazia dopo la caduta nel 1979 del dittatore Idi Amin Dada (1925 o 1928-2003), con cui aveva collaborato rappresentando anche il suo governo in missioni in altri Paesi africani e in Europa. Kibweteere aveva così potuto dedicarsi alla sua passione, le apparizioni mariane, e nell’aprile 1984 anche a lui era apparsa la Madonna, predicendogli che un giorno avrebbe fondato un movimento chiamato Restaurazione dei Dieci Comandamenti di Dio. Kibweetere, un laico autorevole nel mondo cattolico ugandese, è al centro negli anni 1980 di un network di veggenti che il clero locale tratta con indulgenza, giacché visioni e sogni sono un elemento molto comune, giudicato sostanzialmente innocuo, della religiosità popolare locale. Nel luglio 1989 Kibweetere e sua moglie Theresa incontrano Ceredonia, e ne rimangono entusiasti. La invitano a vivere a casa loro a Kabumba, dove si trasferiscono anche altre tre veggenti, Scholastica Kamagara (1939-2000), di Kitabi – che aveva già una sua fama indipendente come veggente – e la sorella e la nipote di Ceredonia, rispettivamente Angela (Angelina) Mugisha (nei documenti del movimento, Migisha: 1947-2000) e Ursula Komahangi (1968-2000).

Questa piccola comunità di veggenti all’inizio è accolta favorevolmente dai parroci della zona. Il 5 maggio 1991 è invitata a parlare al gruppo della Legione di Maria nella parrocchia di Rugazi da uno dei sacerdoti più autorevoli dell’Uganda, don Dominic Kataribaabo (1936-2000), già rettore del seminario diocesano di Kitabi e uno dei pochi sacerdoti ugandesi ad avere studiato negli Stati Uniti. Katatibaabo è anche lui un appassionato di apparizioni mariane: negli Stati Uniti è entrato in contatto con il Movimento Sacerdotale Mariano di don Stefano Gobbi, ma anche con il santuario mariano di Necedah (Wisconsin), che è al centro del movimento creato dalla veggente Mary Ann Van Hoof (1909-1984) e dichiarato scismatico dalla Chiesa Cattolica nel 1975. L’eccesivo interesse per le apparizioni mariane, comprese quelle non riconosciute, spiega forse perché don Kataribaabo non sia mai diventato vescovo, come invece molti in Uganda si attendevano.

Anche Kataribaabo si entusiasma per i messaggi di Ceredonia Mwerinde, e nel movimento entrano altri due sacerdoti, don Paul Ikazire – che poi lo lascerà – e don Joseph Mary Kasapuraari (1961-2010), figlio della veggente Scholastica Kamagara. Tutti questi sacerdoti appartengono alla diocesi (oggi arcidiocesi) di Mbarara, retta dal vescovo mons. John Baptist Kakubi. Quest’ultimo è da anni preoccupato per la proliferazione di veggenti e apparizioni nella sua diocesi. Costituisce una commissione d’inchiesta, la quale conclude che le apparizioni del gruppo di Ceredonia non hanno origine soprannaturale e presentano contenuti contrari alla fede cattolica. Nel 1991 i sacerdoti che fanno parte del gruppo sono sospesi a divinis, uno degli ultimi atti di mons. Kakubi prima di lasciare la diocesi al successore mons. Paul K. Bakyenga.

Di qui inizia uno scisma non infrequente nel caso di apparizioni non riconosciute dalla Chiesa Cattolica. Anziché riconoscere alla Chiesa l’autorità di giudicare le apparizioni, il gruppo ritiene che siano le apparizioni a giudicare la Chiesa: se non le ha riconosciute, la Chiesa ha perso il suo ruolo. Così, nel 1992, seguendo rivelazioni che a questo punto solo lei nel gruppo è titolata a ricevere dalla Madonna, Ceredonia Mwerinde ordina Kibweteere come sacerdote e vescovo della Restaurazione dei Dieci Comandamenti di Dio, ormai una AIC chiaramente separata dalla Chiesa di Roma. È un passo che la moglie di Kibweetere non desidera compiere: nel 1992 lascia il movimento e il marito, seguita nel 1994 da don Ikazire, che protesta anche contro il comportamento sempre più autoritario e bizzarro di Ceredonia, capo incontrastato di un gruppo guidato da donne laiche – che si vestono però come suore cattoliche – dove i sacerdoti e anche i laici di sesso maschile hanno un ruolo subordinato. Vokes nota che – già prima della partenza di don Ikazire – il gruppo aveva iniziato a rifiutare alcune riforme e innovazioni postconciliari, in particolare la comunione nella mano. Inoltre, «molte delle Messe domenicali della setta cominciarono a essere celebrate interamente in latino» (p. 180), non è chiaro – né l’antropologo, ove conosca la differenza, si pone il problema – se si tratti del novus ordo in lingua latina o del vetus ordo precedente alla riforma del 1969.

A questo punto il movimento ha circa trecento membri a tempo pieno, che vivono insieme in case di proprietà del gruppo, e circa cinquecento seguaci che non vivono comunitariamente. Dalle storie di vita raccolte da Vokes tra coloro che sono sopravvissuti alla tragedia del 2000 emergono vicende che ricordano ancora una volta il culto di Nyabingi: aderiscono soprattutto mogli giovani maltrattate dalle mogli più anziane in una famiglia poligama, e donne sterili. La vera e propria esplosione si ha però negli anni 1990: i membri a tempo pieno diventano oltre duemila, con diverse migliaia di altri fedeli che non vivono nelle sedi del movimento. In modo a mio avviso convincente, Vokes collega questo successo alla terribile epidemia di AIDS, che in quegli anni coinvolge in alcune delle zone dove la Restaurazione si diffonde il trenta per cento della popolazione. L’idea che l’AIDS sia una delle «disgrazie» che può essere curata con il ricorso alla Madonna Consolatrice – per Vokes, sempre in quanto erede o trasformazione di Nyabingi – spinge molti malati, e parenti di malati, a rivolgersi alla Restaurazione. Ed è sempre l’AIDS che contribuisce a spiegare l’emergere di una visione del mondo fortemente millenarista e apocalittica, che interpreta l’epidemia che sembra onnipervadente e invincibile come il preannuncio certo dell’imminente fine del mondo, annunciata per l’anno 2000.

Ma non si tratta solo dell’AIDS. Rispetto a molto clero locale. i dirigenti della Restaurazione sembrano a molti più credibili e prestigiosi perché, grazie ai contatti internazionali di Kibweetere e don Kataribaabo, possono presentarsi come parte di una vasta rete internazionali di veggenti, tra cui William Kamm («Little Pebble»), un laico tedesco residente in Australia più tardi condannato dalla Chiesa Cattolica nel 2002 e incarcerato in seguito ad accuse di violenza sessuale, e Veronica Lueken (1923-1995), la veggente di Bayside, presso New York, che all’epoca è già stata condannata dall’autorità ecclesiastica, nel 1986.

Tra i contatti internazionali vanno pure segnalati Seibo no Mikuni e la Knotted Cord of Love Rosary Mission di Sunset, Louisiana. Vokes nota l’importanza particolarmente del secondo riferimento, ma non fornisce alcuna notizia ulteriore. Aggiungo allora io che Seibo no Mikuni è un gruppo apocalittico e sedevacantista – che cioè ritiene la sede pontificia di Roma vacante – fondato in Giappone dal laico Yukio Nemoto (1925-1988), e che la Knotted Cord of Love Rosary Mission fu fondata dalla veggente Genevieve Huckaby Breaux (1939-2009) che, dopo avere collaborato con Little Pebble, finirà per aderire alla Chiesa Ortodossa Copta. Naturalmente, nessuno di questi gruppi può essere ritenuto corresponsabile della tragedia del 2000, ancorché sia possibile che esponenti almeno del movimento di Little Pebble abbiano visitato il movimento ugandese, rimasto con gli altri in contatto meramente epistolare.

Emerge pure dal resoconto di Vokes come – mentre le autorità di polizia in effetti ignorano per anni denuncie di parenti di membri relative al comportamento dittatoriale e talora crudele di Ceredonia – la stessa accusa non può essere mossa alla Chiesa Cattolica. Il nuovo vescovo contatta uno per uno ogni cattolico anche soltanto sospettato di aiutare quella che definisce una setta non cattolica, minacciando le più gravi sanzioni. Tuttavia il vescovo certamente non sospetta come le cose andranno a finire. Ma come, esattamente, sono andate a finire?

Vokes racconta nel dettaglio come, immediatamente dopo la scoperta dei cadaveri – più di quattrocento, ma nessuno li ha mai veramente contati – a Kanungu, il principale centro del movimento, il 17 marzo 2000, la tragedia è stata ricondotta al modello del suicidio collettivo. Come è avvenuto in altri casi, ritenendo prossima la fine del mondo – la letteratura del movimento annuncia ripetutamente che dopo il 2000 non ci sarà un anno 2001 – gli adepti si sono suicidati nel rogo della loro principale sede ritenendo che la Madonna avrebbe trasportato i loro spiriti in Cielo sottraendoli alle sofferenze dei tempi finali. Nel frattempo la polizia scopre pozzi dove sono stati gettati cadaveri in altro quattro centri del movimento: 153 a Buhunga, 155 a Rugazi, 81 a Rushojwa e 55 nella stessa capitale dell’Uganda, Kampala. A partire dal 20 marzo la presenza di molti giornalisti internazionali, che non credono che così tante persone possano scegliere un suicidio apocalittico, porta la polizia a emettere un’altra ipotesi: che i capi della «setta» siano fuggiti con il denaro del movimento dopo avere ucciso i loro ingenui seguaci. Da allora si moltiplicano gli avvistamenti di Ceredonia Mwerinde, don Kataribaabo e Kibwetere in tutta l’Africa, e anche in Europa. I tre sono attivamente ricercati ancora oggi, ma non sono mai stati trovati. L’unico elemento che permetterebbe di sostenere la fuga è il cellulare di don Kataribaabo, che risulterebbe essere stato usato per alcuni giorni dopo la tragedia. Ma anni d’indagini non hanno portato a nulla, ed è semplicemente possibile che il sacerdote abbia regalato il suo cellulare a qualcun altro il quale, spaventato dalle notizie, lo abbia poi gettato via.

Le indagini di polizia, sostiene Vokes, sono state molto sommarie. Un tabù della cultura locale contrario alle esumazioni e alle autopsie ha fatto sì che ne siano state eseguite relativamente poche, fra la generale ostilità della popolazione, e i corpi siano stati immediatamente riseppelliti. Il principale indizio che confermerebbe la tesi dell’omicidio è che alcune vittime estratte dai pozzi mostrano segni di strangolamento. Ma Vokes documenta, riproducendo fotografie, che il non piacevole lavoro di recupero di questi cadaveri fu affidato a detenuti condannati ai lavori forzati. Questi si servirono di corde legate al collo dei cadaveri per tirarli su dai pozzi. In un’autopsia sommaria non è stato certo possibile determinare se i segni derivino da una morte per strangolamento o, com’è più probabile, da questa tecnica di recupero dei corpi. Si è sospettata la presenza di veleno a causa di flaconi trovati a Rugazi. Ma non è stato eseguito nessun esame tossicologico.

Vokes propone uno scenario alternativo. Ritiene che diverse centinaia di seguaci siano stati radunati a Kanungu per «partire» o essere portati dalla Madonna in Cielo. È possibile che alcuni sapessero che la modalità di «andare in Cielo» sarebbe consistita in un suicidio collettivo e altri no: ma tutti pensavano che fosse imminente la fine del mondo. A Kanungu sarebbe stato loro somministrato del veleno e i membri rimasti in vita avrebbero appiccato il fuoco alla residenza. L’esame delle fotografie documenta come sia assente il tentativo disperato di fuga tipico degli incendi. Sembra al contrario che chi era dentro la residenza o al momento dell’incendio fosse già morto – avvelenato – o, se era vivo, «abbia fatto uno sforzo consapevole per non sopravvivere all’inferno di fuoco» (p. 209) uscendo dall’immobile. Il fatto che le finestre, secondo testimonianze peraltro non confermate, apparissero inchiodate dall’esterno non sarebbe decisivo. È un peccato che Vokes citi solo, rapidamente, il suicidio collettivo di Jonestown in Guyana, del 1978. Un esame comparativo esteso ad altri casi gli avrebbe confermato che lo schema della convocazione per la «partenza», con membri sia consapevoli sia non consapevoli che partire implica morire, si è ripetuto altre volte in questo genere di tragedie.

Quid, però, dei corpi gettati nei pozzi nelle altre sedi del movimento? Qui Vokes accusa la polizia e i giornalisti di non avere svolto il loro lavoro con la diligenza con cui lui stesso ha condotto la sua indagine antropologica. Se avessero interrogato gli ex-membri del movimento che lo avevano lasciato o si erano salvati – alcuni semplicemente non rispondendo all’appello a venire a Kanungu il 16 marzo 2000 – si sarebbero sentiti dire, com’è accaduto a Vokes, che nei pozzi erano stati gettati i cadaveri di morti per malattia durante la devastante epidemia di malaria del 1998. Questo contributo è originale di Vokes, e i dati confermano che in particolare nella culla del movimento, l’Uganda del Sud-Ovest, l’epidemia di malaria fu disastrosa e coinvolse il quaranta per cento della popolazione. Le autopsie sommarie non permettono di dire a quando risalgono i decessi delle vittime ritrovate nei pozzi, se a giorni o ad anni prima. È invece verosimile secondo Vokes che i flaconi ritrovati a Rugazi contenessero veleno. In questo caso, l’ipotesi è che i suoi effetti siano stati sperimentati a Rugazi prima dell’uso su vasta scala a Kanungu.

Le ipotesi di Vokes sono piuttosto convincenti, soprattutto quando afferma che non ha molto senso la versione della stampa internazionale – fondata sul parallelo con altri incidenti relativi a «sette» – secondo cui gli omicidi sarebbero diventati necessari perché la mancata realizzazione della profezia sulla fine del mondo nel 2000 avrebbe indotto i membri a chiedere indietro ai dirigenti i loro contributi in denaro. Secondo l’antropologo, non solo molti membri erano poveri ma l’idea che mogli, molte delle quali sterili, che avevano abbandonato i loro mariti – le quali formavano la maggioranza degli aderenti al movimento – potessero tranquillamente «tornare a casa» non è coerente con gli usi ugandesi. Resta inoltre il fatto che nei giorni precedenti al rogo i dirigenti del movimento regalarono molte loro proprietà ai vicini e si recarono anche a pagare i propri debiti. Questo comportamento è più conseguente con l’idea che si apprestassero a morire, anche se le angherie di Ceredonia nei confronti dei suoi seguaci ne fanno un soggetto moralmente molto discutibile – non così, secondo l’antropologo, don Kataribaabo, completamente soggiogato dalla veggente –, e Vokes non si sente di escludere completamente che possa essere sopravvissuta, anche se afferma che neppure questo darebbe credibilità alla tesi della strage freddamente organizzata a scopo di lucro.

Quello del «suicidio collettivo», per così dire, «classico» rimane così lo scenario più probabile, anche se che cosa è successo veramente a Kanungu è destinato a rimanere ampiamente sconosciuto, a meno che effettivamente Ceredonia Mwerinde non sia arrestata in qualche parte del mondo e racconti dettagli che solo lei conosce – ma, tutto sommato, Vokes ritiene più probabile che sia morta – o che s’investa molto denaro in una esumazione dei cadaveri e in un loro esame con modalità tecnicamente avanzate, cosa allo stato molto improbabile in Uganda. Nel frattempo – conclude Vokes – lo Stato ugandese ha reagito alla tragedia limitando la libertà religiosa dei piccoli gruppi, e la Chiesa Cattolica – lodevolmente – non reprimendo la religiosità popolare, che troverebbe facile sfogo nelle AIC, ma cercando di limitarne solo le forme più discutibili e d’incanalare le altre, favorendo in particolare la presenza nelle zone rurali del Rinnovamento nello Spirito. Sarebbe infatti sbagliato sostenere che tutte le AIC o tutti i gruppi che annunciano date precise per la fine del mondo sono pericolosi al punto da finire in suicidi collettivi. Ma Kanungu è un ricordo permanente che alcuni lo sono.

 

 

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Ho appena inviato l'articolo a tutti i siti dove collaboro, che apprendo dai tg televisivi che oggi è previsto il primo ciak del film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana, proprio sulla strage nella Banca dell'Agricoltura del 12 dicembre 1969 a Milano. E' tutto pronto, le auto d'epoca davanti alla banca, le autoambulanze, le moto e naturalmente gli interpreti, il commissario Calabresi è interpretato da Valerio Mastandrea. Giuro che non l'ho fatto apposta a scrivere il pezzo, soltanto una fortunata coincidenza. Il film riaprirà ferite mai rimarginate? Io penso di sì.

Il 17 maggio scorso ricorreva il trentanovesimo anniversario della barbara uccisione del commissario Luigi Calabresi a Milano. Il 13 dicembre 2009 dopo l'attentato al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Milano, avevo evocato la figura del commissario Calabresi e mi ero proposto di ricordarlo in occasione dell'anniversario della sua morte, lo faccio ora. Di Luigi Calabresi me ne ha parlato per la prima volta mio fratello che in quegli anni (1968-72) ha visto e sentito tutto quello che accadeva politicamente a Milano. Soprattutto ha seguito la campagna di odio di cui è stato oggetto Calabresi. Sono i cosiddetti anni di piombo, quando il movimento studentesco milanese di Capanna e Co, metteva a ferro e fuoco la città, tempi che per Giampaolo Pansa potrebbero ritornare dopo l'elezione a sindaco di Milano di Giuliano Pisapia.

Per presentare questo eroe e soldato cristiano utilizzo il documentato libro di Giordano Brunettin, Luigi Calabresi. Un profilo per la storia. Pubblicato da Scuola d'Arte “Beato Angelico” di Milano Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis, Milano – Roma 2008).

“Luigi Calabresi ha vissuto in pieno le 'assurdità' cristiane- scrive monsignor Angelo Comastri nella prefazione – non si è preoccupato del potere ma del dovere, non si è preoccupato della carriera ma della fedeltà alla coscienza, non ha cercato onori ma ha cercato di far onore alla verità e all'onestà. Per questo è stato ucciso; e, dopo l'uccisione, è stato più volte crocifisso da una campagna di menzogne che, finalmente, ora si stanno sciogliendo come la nebbia al sole”.

Luigi Calabresi, è stato ucciso in Via Cherubini, sotto casa sua, al mattino del 17 maggio 1972 a Milano, con due colpi di pistola alle spalle da un commando di Lotta Continua, movimento extraparlamentare comunista. “Una cosa è certa – aveva predetto – se qualcuno vorrà ammazzarmi mi colpirà alle spalle, perché non avrà il coraggio di guardarmi negli occhi”. Prima di essere ucciso il commissario è stato oggetto di una lunga campagna di aggressione e di odio da tutto il movimentismo di sinistra italiano, complice quasi tutto il mondo politico, eccetto quello di destra. Il libro parla di una vera e propria persecuzione mediatica che lo crocifisse per due anni. Due momenti da ricordare, i due articoli apparsi sul giornale Lotta Continua, il primo nel maggio 1970, dove praticamente si preannuncia l'omicidio di Luigi Calabresi che è indicato come futuro “imputato e vittima” di un processo e di una “esecuzione” da parte della giustizia del proletariato, dove si afferma che “l'eliminazione di un poliziotto è un momento e una tappa fondamentale dell'assalto del proletariato contro lo Stato assassino”. Il secondo articolo è stato pubblicato il giorno dopo l'assassinio di Calabresi e si ricollega al primo, già nel titolo: “Ucciso Calabresi, il maggiore responsabile dell'assassinio Pinelli”, inoltre si afferma che si è trattato di un “omicidio politico” nel quale “gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”: in pratica, l'assassinio di Calabresi, viene presentato come atto della cosiddetta “giustizia proletaria”.

Nel frattempo vi sono state vignette offensive, volgarità, telefonate e lettere minatorie alla famiglia del commissario, manifesti diffamatori e minacciosi affissi a Milano, con scritte presso l'abitazione di Luigi Calabresi e a Roma presso l'abitazione dei suoi genitori, cortei nei quali si gridava che Calabresi è un assassino e che la sua vita sarà breve, in pratica le minacce scritte sul giornale “Lotta Continua”. A completare l'opera di linciaggio politico morale e psicologico, un documento pubblicato sul settimanale “L'Espresso” il 13 giugno 1971, firmato da ben 800 persone, gente che appartengono al “mondo della cultura”,(filosofi, scienziati, scrittori, poeti, politici, storici, critici, musicisti, giornalisti, personaggi dello spettacolo, del cinema ed altri) nel quale Luigi Calabresi viene condannato senza appello, definito “commissario torturatore” e “responsabile della fine di Pinelli”. Pinelli, un anarchico, sospettato di essere coinvolto nella strage alla Banca dell'Agricoltura in piazza Fontana a Milano, durante un interrogatorio cade dalla finestra della questura e muore, secondo Lotta Continua, il colpevole di questa morte è il commissario.

Luigi Calabresi reagisce da buon cristiano all'alluvione di ingiurie e minacce. Confida nel trionfo finale della verità, trova conforto nella fede, si conforma all'esortazione di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9, 23).

Qualcuno gli suggerisce il trasferimento in qualche altra città, ma lui risponde, che l'attacco è rivolto allo Stato non a me, quindi, “lo Stato non può fuggire. Non voglio che domani a qualcuno dei miei figli possano dire: tuo padre è fuggito”. Mario Càristo, paragona la vicenda Calabresi a quella di don Andrea Santoro, il sacerdote ucciso in Turchia, “entrambi rigorosi e pacifici testimoni di Cristo in ambienti fortemente ostili e aggressivi, entrambi colpiti alle spalle dall'odio cui essi contrapponevano la civiltà dell'amore”. Sia per don Santoro che per Calabresi era difficile stare in quegli ambienti, ma bisognava stare era il Vangelo che l'imponeva.

Giovanni Paolo II in occasione del XXX anniversario del sacrificio di Calabrese, lo definisce, “generoso servitore dello Stato, fedele testimone del Vangelo, costante nella dedizione al proprio dovere pur fra gravi difficoltà e incomprensioni, esempio nell'anteporre sempre all'interesse privato il bene comune”.

Il cardinale Fiorenzo Angelini definisce Calabresi una figura esemplare di servitore dello Stato, di marito e di padre, di credente convinto e credibile, e per chi non lo ha conosciuto, egli è un personaggio che è doveroso scoprire nella sua straordinaria levatura morale e spirituale. Il libro di Brunettin, ha un particolare merito per il cardinale, “presentare il Commissario Calabresi quale modello ideale anche per le giovani generazioni, che oggi, travolte da un vortice di informazioni approssimative che si riversano in tempo reale sugli schermi informatici, sono costrette, loro malgrado, ad ignorare il passato, sia pur recente, nel quale possono scoprire le radici di valori autentici degni di essere abbracciati e vissuti fino all'eroismo”. E in una stagione di emergenza educativa come la nostra, mi sembra un invito da prendere in considerazione.

E un altro cardinale, Andrea Cordero L. di Montezemolo, dopo averlo indicato come esempio eroico del compimento del dovere e come testimone del Vangelo, si augura che il profilo fatto in questo libro, “venga letto da sempre più vaste cerchie di giovani, specie se essi sono a servizio della Legge e dello Stato, a dimostrazione dei perfetti fondamenti dell'educazione civile e delle ragioni indefettibili della speranza cristiana in qualunque situazione storica”. Anche se bisogna obiettare che probabilmente un lavoro del genere meritava essere pubblicato da case editrici più conosciute e presenti nel grande mercato dell'editoria.

luigi calabresi 3 la stampa

 

Qualche anno fa monsignor Giovanni D'Ascenzi sollecitava di valutare tutti i documenti e verificare se siamo di fronte ad un credente che ha vissuto la fede e l'amore del prossimo in maniera eroica e quindi si augurava che l'autorità ecclesiastica avviasse un processo canonico, perché sia riconosciuta l'eroicità delle virtù del commissario di Polizia Luigi Calabresi.

Il professore Giuseppe Maria ha scritto che Calabresi ha “vissuto la vita nella imitazione di Cristo (...)il mondo, anche oggi, ha bisogno più di santi che di eroi. E Calabresi, uomo del nostro tempo, ha vissuto come sacrificio la sua vita, che è appunto l'eroismo della santità”.

Chiudo ma bisogna ritornare sulla straordinaria figura del commissario Calabresi, per riflettere sulla sua vita professionale, l'apostolato, la sua spiritualità ignaziana, la vita matrimoniale, come ha affrontato le insidie del mondo.

 

francesca_leboroni

 

Nella conferenza stampa, svoltasi venerdì 20 maggio, nella Sala Comunale, presenti il Sindaco di Valtopina, Giuseppe Mariucci, la Presidente dell'Ente Palio, Francesca Leboroni e La Direttrice Didattica, oltre a collaboratori, autorità e giornalisti, ha riscosso quest'anno grande attenzione il programma, per le diverse novità annunciate. La manifestazione giunta ormai alla VI° edizione, è riuscita a ritagliarsi uno spazio importante per ciò che attiene gli eventi storico-medioevali, che si svolgono nella Regione Umbria, nei vari periodi dell'anno.
La manifestazione, che vede coinvolti tutti i valtopinesi in modo totale, chi per organizzare, chi per creare, chi per operare con costanza e capacità, presenta quest'anno nuovi orizzonti di sviluppo. Si è voluto riscoprire il "Percorso verde", adiacente le rive del fiume, da molto tempo realizzato, ma negli anni dimenticato senza una valida ragione. La suggestione del luogo e le caratteristiche scenografiche che saranno realizzate in corrispondenza delle serate del 30 giugno e del 1 luglio, saranno davvero irripetibili. Di rilievo l'intervento dei tre Castelli di Poggio, Pasano e Serra nella buona riuscita dell'evento presso il Topino e imprenscindibile la collaborazione dell'Associazione Medioevo Fossatano di Fossato di Vico e il loro gruppo Arcieri, guidato da Enrico Giovannini, oltre l'Associazione "Wandum", Balestrieri di Gualdo Tadino.
Durante la "Serata degli Ospiti", nel Borgo e lungo il Percorso Verde verrà realizzato un mercatino medioevale comprendente soprattutto prodotti rivisitati dell'antica epoca, oltre l'esibizione in costume di danzatori con musiche appropriate al periodo storico. Il giorno successivo, nella "Notte del Palio", presso l'accampamento allestito alla confluenza tra il Torrente dell'Anna e il Topino, in uno spazio apposito, a forma d'anfiteatro, la Gara dei Tamburini , aggiungerà suggestione a suggestione, e altrettanto faranno i balestrieri, e scene di vita medioevale, realizzate in appositi spazi e la rappresentazione di antichi mestieri, saranno i contenuti irrinunciabili del Percorso Verde.
In merito all'evento Valtopinese, il Sindaco ha voluto segnalare tutta la sua gratitudine alla cittadinanza per l'impegno costante e puntuale che la popolazione tutta, riserva ogni anno al Palio di San Bernardino. In particolare, Egli, ha tenuto a precisare che sin dalle prime edizioni del Palio, sono state responsabilmente coinvolte le scuole primarie e che questa "collaborazione" è sempre più puntuale e volenterosa, con l'espletamento di un concorso "Conquista al Castello" per la realizzazione, ogni anno di uno stemma che verrà esibito lungo il corteo in occasione della sfilata in costume.

Dettagli del Programma

Lunedì 27 giugno alle 21.30, apertura del Palio alla presenza delle Autorità Cittadine. I Massari faranno il giuramento della lealtà e del rispetto della sana competizione del Palio di San Bernardino.
Lunedì 27 giugno 0re 22.00 Rappresentazione Teatrale Medioevale della Compagnia "Crisalide" di Gubbio.
Martedì 28 giugno alle 21.00 Cena dei Castelli nella Taverna.
Mercoledì 29 giugno alle 21.30 Gioco della Conquista del Castello presso il campo giochi. Ore 22.30 Gara Gastronomica.
Giovedì 30 giugno Serata degli Ospiti. Nel borgo e lungo il Percorso verde, ci sarà un mercatino medioevale e prodotti tipici "rivisitati" dell'epoca. Manifestazione di danzatori medioevali.
Venerdì 1 luglio La Notte del Palio. Sarà allestito tutto il Percorso Verde, lungo il fiume, dove saranno messi in evidenza gli antichi mestieri e le scene di vita medioevale. Riproduzione di un accampamento di quell'epoca, dove i balestrieri si esibiranno con destrezza e talento ed in più un mercatino con la partecipazione della "Bottega di Merlino", specializzata in armi medioevali di Fossato di Vico. Alle 21.00 la Gara dei Tamburini lungo il Topino.
Sabato 2 luglio alle 22.00 Sfilata lungo le vie del paese del Corteo Storico.
Domenica 3 luglio Giochi.

Ritratto di bambino in veste di Garibaldi, Giuseppe Parrini

 

L’Italia è un Paese dallo straordinario patrimonio artistico e culturale. Si tratta di un tesoro dall’inestimabile valore che abbiamo avuto il privilegio di ricevere in eredità dai nostri antenati nel corso dei secoli. Questa fortuna risulta ancora maggiore potendone godere gratuitamente per nove giorni, dal 9 al 17 aprile prossimi. E’ quello che succede durante la Settimana della Cultura, giunta alla XIII edizione, che ogni anno apre gratuitamente le porte di musei, aree archeologiche, archivi e biblioteche statali, per una grande festa diffusa su tutto il territorio nazionale.

In tutta Italia, oltre 2.500 appuntamenti tra mostre, convegni, aperture straordinarie, laboratori didattici, visite guidate e concerti renderanno ancora più speciale l’esperienza di tutti i visitatori italiani e stranieri.

Inoltre grazie al progetto “Benvenuti al Museo” che vede la collaborazione con il Centro per i servizi educativi del museo e del territorio del MiBAC circa 750 studenti di istituti tecnici e professionali per il turismo, licei linguistici e istituti alberghieri saranno coinvolti presso alcuni dei principali musei statali italiani per attività di  accoglienza al Museo per i visitatori italiani e stranieri, distribuzione di materiali informativi, assistenza alle attività educative.

“L’Italia – afferma il Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Giancarlo Galan - è il frutto della millenaria stratificazione delle numerose civiltà che si sono sviluppate sul suo territorio. Ognuna con i suoi caratteri originali, ognuna con le sue peculiarità ha contribuito a plasmarne il paesaggio, a edificarne i centri abitati, a organizzarne gli insediamenti rurali. Tutte hanno avuto un ruolo determinante nel forgiare il nostro essere italiani, arricchendo al contempo il nostro patrimonio artistico con opere e strutture civili e religiose. La settimana della cultura è un’ottima occasione per tutti i cittadini di riappropriarsi di questo patrimonio, visitando musei, siti archeologici e monumenti e riscoprendo, nel centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, il senso profondo della propria appartenenza alla comunità nazionale”.

 

Per quello che é tra i più importanti appuntamenti del Ministero – dichiara il Direttore Generale per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale, Mario Resca - abbiamo predisposto un ricchissimo calendario di incontri e manifestazioni che impreziosiranno la visita nei luoghi della cultura. Invito tutti a visitare il nostro sito per scegliere le proposte più allettanti e trascorrere i nove giorni più fortunati dell’anno”.

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