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Lunedì, 21 Agosto 2017

Un forziere di meraviglie che racconterà 70 anni di arte e una straordinaria carriera, ma "non solo un museo", come sottolinea presentandolo alla sede della Stampa Estera a Roma Gianni Letta, "piuttosto un luogo vivo per la trasmissione dei saperi e dei mestieri", memoria storica di un'epoca e di un'avventura artistica unica e nello stesso tempo scuola di formazione per i giovani. Accanto a lui il ministro della cultura Franceschini applaude. 

Il Centro, fa notare, è "atto dovuto ad uno dei più grandi intellettuali italiani". La sua arte "è di tutti" e il riconoscimento è "dovuto da tutti", ribadisce il ministro ricordando un plauso non sempre unanime in Italia per il regista di Fratello Sole e Sorella Luna. Atteso anche da Giancarlo Giannini, voce narrante in un filmato dedicato a Inferno, il film rimasto un sogno nel cassetto, il grande regista, che non mai ha nascosto l'amarezza per gli ostacoli e le difficoltà che hanno rallentato a lungo la realizzazione del suo sogno, oggi purtroppo non c'è, costretto a casa dagli acciacchi dei suoi ormai 94 anni. 

"Contavamo proprio di averlo tra noi, ma non è stato possibile", spiega Letta ai Giornalisti Italiani e Stranieri , "Speriamo di averlo con noi il 31 a Firenze". Anche Claudio Baglioni, elegantissimo in lino beige, avrebbe voluto abbracciarlo oggi. Zeffirelli lo scelse giovanissimo nel 1972 come voce cantante di Francesco in Fratello Sole, Sorella Luna: "io allora come artista non ero conosciuto se non dai parenti", scherza lui con il pubblico prima di lanciarsi convincere ad un'improvvisata versione live di Dolce Sentire, celeberrima hit di quella colonna sonora. "Il provino si fece a Roma e fu una specie di talent per scegliere il migliore - rivela - io tremavo, Zeffirelli mi abbracciò, mi diede forza, oggi quell'abbraccio avrei voluto restituirglielo io". 

Poi canta alla stampa estera  e commuove, ripreso con il telefonino anche dal ministro in prima fila. Tant'è, ospitato nel Complesso di San Firenze, grande edificio barocco nato come convento di Padri Filippini e poi a lungo sede del Tribunale, il Centro Zeffirelli con i suoi oltre 3.700 metri quadrati e un investimento iniziale complessivo di 3,3 milioni si candida a luogo di incontri e cultura, ideale, spiegazione dalla sua Fondazione, per ospitare mostre, spettacoli, dibattiti, concerti. 

Il comune di Firenze ne ha concesso l'uso con un affitto a tariffa agevolata, la Fondazione Zeffirelli ha finanziato la ristrutturazione dei locali e poi ci sono stati gli aiuti privati, da quello dell'imprenditore russo Mickhail Kusnirovich a quello del finanziere canadese americano Robert Friedland. Alla fine, a disposizione del pubblico dopo l'inaugurazione del 31 luglio l'apertura è fissata al 1 settembre ci saranno un Museo il cui allestimento è stato curato dal figlio Pippo Corsi Zeffirelli con 250 opere esposte solo una parte della sterminata produzione del maestro, il resto verrà esposto a rotazione nonché l'Archivio e la Biblioteca, con stanze per la consultazioni e per la didattica.

Da settembre partiranno le attività del Centro Internazionale per le Arti dello Spettacolo Franco Zeffirelli, volano internazionale d’iniziative espositive, didattiche e formative per le arti dello spettacolo. Un progetto ambizioso e utopistico, divenuto realtà grazie al mecenatismo della Fondazione Franco Zeffirelli Onlus, al supporto del Comune di Firenze e con l’impegno economico dell’imprenditore russo Mikhail Kusnirovich e della famiglia del finanziere canadese americano Robert Friedland. La cerimonia inaugurale avrà luogo il prossimo 31 Luglio, nella sede del Complesso di San Firenze alla presenza di illustri personalità dello spettacolo, della politica e della finanza. Roma, 6 luglio 2017 - 

Aprirà le porte al pubblico il prossimo primo settembre il Centro Internazionale per le Arti dello Spettacolo Franco Zeffirelli, ospitato nello storico Complesso di San Firenze a Firenze. Si tratta del realizzarsi del sogno del grande Maestro, lungamente vagheggiato nel corso di una straordinaria, trionfale carriera durata quasi 70 anni. L’inaugurazione ufficiale di questo luogo che non ha eguali al mondo per il ruolo espositivo, formativo, documentario, avrà luogo lunedì 31 luglio, alla presenza di esponenti dei mondi che Zeffirelli ha incrociato nella sua lunga vita: teatro, cinema, opera lirica e musica; ma anche politica e cultura. 

L’ubicazione del Centro - in origine convento dei Padri Filippini e, più recentemente, sede del Tribunale a pochi passi da Palazzo Vecchio - lo candida a luogo d’elezione ideale per accogliere annualmente un ampio calendario di spettacoli, mostre, concerti e incontri, in un continuum con la tradizione storico-artistica della città. Una tradizione che, fra l’altro, nel Rinascimento, ha dato origine al melodramma, riportando in auge l’antica drammaturgia greca, di cui fra il XX e il XXI secolo Franco Zeffirelli è uno dei massimi interpreti e innovatori. 

Promosso e fortemente voluto dal Maestro in prima persona, il Centro Internazionale, attraverso il suo Archivio, la Biblioteca e il Museo, raccoglie e mette a disposizione della sua città e del mondo l’intero patrimonio artistico e culturale di una carriera lunga quasi settant’anni. L’attività espositiva, didattica, formativa, di ricerca concertistica e cinematografica si estenderanno su due piani, contando su una superficie di circa 3.700 metri quadrati. Il Museo, ubicato al primo piano dell’edificio, ospiterà oltre 250 opere di Zeffirelli tra bozzetti di scena, disegni e figurini di costumi che il Maestro ha realizzato e collezionato sin dai propri esordi. 

Il percorso espositivo vero e proprio – suddiviso cronologicamente nella successione delle sue sale in ‘Teatro di prosa’, ‘Opera in musica’ e ‘Cinema’ – illustra per temi gli sviluppi degli allestimenti teatrali e delle produzioni cinematografiche, integrandosi alle foto di scena e a una documentazione che si sofferma su singoli aspetti, dai palcoscenici più importanti, agli autori prediletti del Teatro e dell’Opera in musica. Alla Mostra permanente si affiancheranno periodicamente esposizioni temporanee che, realizzate in collaborazione con altre istituzioni, fondazioni pubbliche e/o private a cadenza semestrale, metteranno in luce l’apporto delle più autorevoli personalità artistiche alle messinscene e produzioni cinematografiche di Franco Zeffirelli, dagli scenografi e costumisti quali: Renzo Mongiardino, Lila de Nobili, Danilo Donati, Piero Tosi, ad altre figure della storia dello spettacolo italiano dal Rinascimento a oggi. Le esposizioni saranno presentate e accompagnate da conferenze tenute da esperti e cultori della materia e da altri autorevoli relatori, che illustreranno il lavoro svolto, e – con l’assenso del distributore – dalla proiezione di alcuni film nella Sala Musica. 

“Tutte le carte, gli appunti e i bozzetti che riguardano il mio lavoro fanno parte del mio archivio che ho scelto di destinare a Firenze – ha affermato Franco Zeffirelli, presente alla conferenza stampa - creando una Fondazione perché la mia città, depositaria di valori artistici e culturali impagabili e ineguagliati possa disporre di un patrimonio delle arti dello spettacolo. Una testimonianza rivolta soprattutto alle nuove generazioni, non come mia esaltazione ma come summa di una metodologia di lavoro, dalla prima idea alle fasi di sviluppo sino all’andata in scena, offrendo loro l’indicazione di regole imprescindibili – fuori dalle mode – per conseguire l’autenticità di uno spettacolo che si rispetti. Cerco così di saldare un debito di riconoscenza con il dovere primario, conquistato nella vita con il mio lavoro, di considerare Firenze una macchina di civiltà, di cultura, di tradizione e di conoscenza che Dio ha regalato al mondo. 

Questo riconoscimento non è solo dettato dalla documentazione di tutta l’attività che ho svolto e che sono orgoglioso di consegnare ai miei concittadini, ma è un atto che mi auspico possa contribuire a mantenere vivo l’impegno di custodire i nostri tesori e le nostre anime, seguendo attraverso secoli di progressi, di scoperte e di conquiste, la linea forte e semplice indicata dai fiorentini di un tempo dei quali dobbiamo sentirci eredi e prosecutori.” L’Amministrazione comunale fiorentina, accogliendo in un immobile di sua proprietà, ubicato nel cuore della città, nel Complesso di San Firenze l’intera testimonianza dell’operato memorabile di Franco Zeffirelli, renderà così omaggio a un concittadino che ha portato alto il nome della sua Patria nel mondo. 

L’inaugurazione ufficiale avverrà il prossimo 31 luglio all’interno del Complesso di San Firenze, alla presenza delle autorità nazionali e locali e di importanti personaggi del mondo dello spettacolo, amici e collaboratori del Maestro. Un elenco particolareggiato sarà divulgato nell’imminenza dell’evento. Durante il vernissage del 31 luglio si terrà la performance del Coro “Voices of Haiti”, un progetto fortemente voluto dalla Fondazione Andrea Bocelli, volto alla valorizzazione del talento come ulteriore espressione del proprio potenziale. Il coro, formato da 60 talentuosi bambini haitiani provenienti dalle baraccopoli di Port au Prince, insieme al Maestro Andrea Bocelli, si esibirà in un repertorio vario e internazionale; altre sorprese sono allo studio per rendere omaggio ad un gigante della cultura e dello spettacolo. 

Il Centro Internazionale per le Arti dello Spettacolo si pone quale promotore d’iniziative espositive e didattiche, sia per la divulgazione della cultura legata all’arte dello spettacolo, sia per la formazione di studenti nell’ambito delle discipline del Teatro di prosa, dell’Opera in musica e del Cinema, nella scia della tradizione rinascimentale delle arti e dei mestieri di cui Firenze è culla nei secoli. Per realizzare tali multiformi attività, il Centro dispone di una sala destinata a concerti e proiezioni cinematografiche, di aule per lo svolgimento dei corsi di perfezionamento e di laboratori. Il progetto è nato e si è concretizzato grazie alla Fondazione Franco Zeffirelli Onlus, che ha messo a disposizione l’Archivio, la Biblioteca e tutte le opere che documentano la lunga attività nel mondo dello spettacolo del Maestro e ha sostenuto le spese dei lavori di ristrutturazione degli ambienti a essa destinati. L’investimento iniziale complessivo ammonta a 3,3 milioni di Euro. 

Il Comune di Firenze, proprietario dell’immobile, in virtù delle attività culturali che vi si svolgono, ha deliberato la concessione di un canone d’affitto agevolato. Inoltre hanno partecipato all’iniziativa con il loro generoso contribuito l’imprenditore russo Mikhail Kusnirovich, che ha sostenuto il progetto anche attraverso i suoi brand, i Magazzini Gum in Piazza Rossa a Mosca e Bosco dei Ciliegi; la famiglia del finanziere canadese-americano Robert Friedland e gli sponsor tecnici Targetti S.p.A. e Illum S.r.l. . 

Di estremo interesse è anche la partnership fra la Fondazione Franco Zeffirelli onlus e l’OSCE - l’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa - la più grande organizzazione di sicurezza intergovernativa del mondo, che si occupa di stabilità, ambiente, diritti umani, pace e democrazia di circa un miliardo di persone attraverso il dialogo politico. Per la prima volta in assoluto, attori professionisti, in rappresentanza della Fondazione, hanno partecipato alla simulazione di un’attivitá contro il traffico di esseri umani che ha avuto luogo a Vicenza, presso il CoESPU, dal 5/9 giugno 2017. Essi hanno interpretato il ruolo di trafficanti o di vittime per innescare una reazione efficace e coordinata da parte degli stakeholders. Quando la recitazione si mette al servizio della tutela dei diritti umani.

Il Centro Internazionale per le Arti dello Spettacolo Franco Zeffirelli, promosso dallo stesso Maestro, raccoglie e mette a disposizione della sua città e del mondo l’intero patrimonio artistico e culturale di una carriera lunga quasi settant’anni. Un patrimonio straordinario, che è costituito dal fondo – dichiarato “di particolare interesse storico” da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – nel quale sono confluiti tutti i documenti, dai bozzetti agli studi per gli allestimenti teatrali e cinematografici, dalle note di regia alle sceneggiature, dalle foto di scena a un cospicuo carteggio e alle rassegne stampa, a testimonianza della sua attività nel mondo dello spettacolo internazionale, dal dopoguerra a oggi

Rosa Maria Di Giorgi, Vicepresidente del Senato : “Sono felice che il progetto del Maestro si realizzi finalmente. Ho seguito con cura tutto il percorso che è iniziato alcuni anni fa con più amministrazioni comunali fiorentine. Ora il Sindaco Nardella ha preso la decisione finale in merito alla sede e cosi può realizzarsi il sogno di Zeffirelli e l’auspicio di un’intera città che rende il dovuto omaggio a uno dei suoi figli che tanti onori raccolto in tutto il mondo. Con affetto tanti auguri Franco.” 

Dario Nardella, Sindaco di Firenze: “Siamo entusiasti ed onorati di inaugurare il Centro Internazionale per le Arti dello Spettacolo che raccoglierà la grande eredità professionale del maestro Franco Zeffirelli, un centro dedicato all’immane mole di materiale raccolto nei decenni di successi nel cinema, scenografia, teatro, lirica e che accoglierà un museo, una biblioteca, corsi di regia, sceneggiatura, scenografia, fotografia, costume, recitazione. Da oggi l’ex tribunale di San Firenze non sarà più un bellissimo contenitore vuoto nel centro di Firenze ma diventerà un punto di riferimento per tutti quei giovani che vogliono intraprendere la strada dello spettacolo e sarà un vero e proprio gioiello culturale nel cuore della città.

 

 

Volete ribellarvi al mondo del conformismo becero, del politicamente corretto, allora dovete dedicarvi allo studio. Lo scrive Paola Mastrocola, nel suo “La passione ribelle”, Editori Laterza (2017), un libro controcorrente e provocatoriamente scandaloso. Del resto la professoressa di Torino ci ha abituato a questo genere di scrittura.“Chi studia è sempre un ribelle”, è uno che sta dall'altra parte, rispetto al mondo che corre sempre e non si ferma mai.“Chi studia si ferma e sta: così si rende eversivo e contrario”. Lo studioso, forse è uno scontento di sé, ma anche del mondo. Ma chi studia non fugge dal mondo, “è solo una ribellione silenziosa e, oggi più che mai, invisibile”. “La Passione ribelle” è un libro dedicato “a tutti i ribelli invisibili”, che studiano libri. Pertanto è dedicato anche al sottoscritto che legge e che più o meno si sente ribelle contro questo “mondo” di oggi che non ci piace.

La tesi che percorre il libro è che lo studio è sparito dalle nostre vite. Nessuno studia più.“Lo studio sa di muffa, è passato, è vecchiume”, scrive la Mastrocola. Già la parola suscita, malessere, un'avversione. Appena sentiamo la parola “studio”, immaginiamo un anziano professore seduto a un tavolo di biblioteca, occhiali a metà naso, cordicella penzola. Oggi chi osa proporre di studiare per risolvere qualche problema che magari affligge la società di oggi, significa voler perdere in partenza, significa volersi male.

Per la Mastrocola, la parola “studio”, è sparita dai giornali, dalle tivù, dai governi, perfino dalle scuole.“Sentiamo mai l'ospite di un talk show pronunciare frasi del tipo: 'Aspetti mi lasci studiare bene l'argomento, poi le risponderò'? O lo speaker del telegiornale: 'Oggi il Ministro ha rifiutato le interviste perché doveva studiare'?

Addirittura anche a scuola non si parla di studio.“In trent'anni di pseudoriformismo scolastico, in cui più o meno ogni ministro che si è succeduto ci ha messo del suo per riformare una scuola che di fatto non è mai stata riformata, non ho mai sentito la parola 'studio'”. E' stata una parola tabù, per i vari saggi che presiedono le varie pseudo riforme.

Il testo di Mastrocola a tratti appare oltre che provocante anche per certi versi irriguardoso. Studiare significa incrinare oscurare la nostra gioia di vivere. “Lo studio ci sottrae a tutto quel che ci affascina. E' mettersi i tappi nelle orecchie davanti alle Sirene”. Lo studio, “è Leopardi che perde la giovinezza, si rovina la salute e rimane come un cane”. Del resto non abbiamo mai sentito qualcuno che, alla domanda: “Cosa ti piace fare nella vita?” risponda: “Studiare”?

Capita spesso sentire persone importanti, affermate, che hanno conquistato un posto di riguardo, proprio perchè hanno studiato tanto, intervistate amino parlare soltanto dei loro insuccessi. Raccontano che andavano malissimo a scuola, magari non aggiungono che hanno rifiutato la scuola perché li incasellava, in un'arida routine, ma non era lo studio che rifiutavano in quanto tale. Sembra che oggi a noi ci piace sentire che i grandi hanno odiato lo studio, questo ci conforta.

La Mastrocola emette a getto continuo frasi provocatorie:“Chi studia è uno sfigato”. Studiare può provocare malattie come la depressione e soprattutto la scoliosi.“Già, chi studia sta seduto, chino, contratto, rannicchiato, fermo”. E soprattutto, “è solo in una stanza”. La professoressa accenna alla figura del secchione, sempre odiato a scuola. Se poi prende nove, deve far finta che sia capitato per caso, che non l'ha preso perchè ha studiato. E' capitato. Esibire la cultura, mostrare quanto sai, non va mai bene. Non bisogna mai passare per studiosi.

Fino a pochi anni fa si ammiravano le persone i professori, gli studiosi. Esisteva la figura dello studioso che passava le giornate in biblioteca a leggere e a scrivere, pensare, consultare enciclopedie, riviste. Trovavi gente che aveva letto per intero opere letterarie. Oggi mostrare la cultura non va più, non si fa. Se a una cena tra amici, viene fuori“che stai leggendo il Filostrato di Boccaccio o le rime del Chiabrera, tutti penserebbero: 'Poveretto, che vita grigia!”.

Oggi secondo Mastrocola, rende di più esibire l'ignoranza. E' un vantaggio sociale. Il non sapere e il non studiare ci dà un fascino aggiunto,“una certa patina di rozzezza che sa subito di istinti primordiale, naturalezza ferina, autenticità”.

Concludendo il I capitolo, Mastrocola sentenzia: “Studiare nel nostro immaginario, vuol dire non vivere”. Qualche anno fa lo scrittore veneto Ferdinando Camon scriveva che “chi non legge non vive”, anche lui tendenzialmente criticava chi aveva ormai accettato la tesi del non studio. Praticamente, Mastrocola continuando con frasi sarcastiche, scrive:“studia chi non ha una vita. Chi non sa vivere, chi vive in un mondo suo, astratto e lontano”. Addirittura: “C'è qualcosa di malato in chi studia”. Anzi se continui a studiare, rimani solo, nessuno ti cerca, nessuno ti ama. Infatti Leopardi non andava alle feste. La stessa Mastrocola si confessa che da quando frequentava le scuole Medie, si era messa in testa che sarebbe diventata come Leopardi, gobba.

I sacrifici per lo studio non ci piacciono, quelli per lo sport si. Infatti,“nello sport non solo tolleriamo, ma anche ammiriamo, la fatica, lo sforzo, l'impegno. Troviamo naturale e bellissimo che un atleta passi le sue giornate ad allenarsi e che i suoi allenamenti siano sfinenti al limite dell'umano”. Ci sono ragazzi che amano perdutamente i loro allenatori, i loro mister, che li fanno lavorare con una disciplina ferrea, con severità e inflessibilità. “Invece se un insegnante oggi è severo, intransigente e direttivo, se osa assegnare molti compiti magari difficili e dà voti troppo bassi, fa orrore, e viene osteggiato”.

Allora che cosa non va nello studio? “Chi studia - scrive Mastrocola - ci sembra uno che rinuncia a vivere, che si astiene. Qualcosa tra il monaco buddista, l'asceta che si ciba di radici in cima a un monte, il fachiro che si stende sul suo tappetino irto di chiodi puntuti, la suora di clausura che, prendendo i voti, chiude definitivamente con i piaceri goderecci della vita”. Chi pratica sport o fa musica ottengono risultati concreti, oggettivi, che si tradurranno in qualcosa di pubblico che lo gratificherà: salirà sul podio, sarà intervistato dai giornali, in tivù. Chi studia invece, cosa studia a fare? Dove vuole arrivare? Chi studia non ottiene visibilità, tranne alcune eccezioni.“Chi studia non appare da nessuna parte, non acquista notorietà, non fa audience”.

Poi,“l'insegnante severo invece è un nemico, è uno che non ci porta da nessuna parte[...]”.

La prof torinese dedica un capitolo del libro al suo percorso scolastico. Racconta come studiava e che cosa studiava. C'era la Gerusalemme liberata, la Divina Commedia, i poemi omerici, si leggeva opere antiche e “nessun insegnante aveva paura che non li capissimo”. E poi L'Iliade, che bisognava “tradurla” per capirla, riscriverla parola per parola. Noi oggi pensiamo che i ragazzi di tredici anni non ce la fanno a leggere i classici. Inoltre, da studentessa, riassumeva i libri, li leggeva e li sunteggiava per punti su fogli. Tutto annotato, circolettato, sottolineato, con freccette e diversi segnetti. Del resto è quello che faccio anch'io leggendo i libri. Addirittura a volte ha riscritto i libri;“noi riscrivevamo i libri”. Era il nostro metodo, allora non esisteva il concetto di “metodo di studio”: “ce lo siamo inventato noi adesso che nessuno studia più”. In pratica confessa la Mastrocola: “riscrivendo parti corpose di un libro, quel libro mi si sarebbe incollato alla mente”.

Paola Mastrocola è convinta di avere le prove della sparizione dello studio dalle nostre vite. Anche se non sembra, perchè pare che mai come oggi ci sia tanto interessamento perché cresca la percentuale dei diplomati e laureati, migliorare i risultati dei test internazionali. Ci occupiamo di scegliere la scuola migliore per i nostri figli, li supportiamo con lezioni private, andiamo a parlare con gli insegnanti, facciamo ricorsi infiniti al TAR e tanto altro. Tutto questo per la nostra professoressa è solo scena, a nessuno interessa veramente studiare.

A questo punto la prof torinese riporta sei prove a sostegno della sua tesi.

Gli adulti sono i primi a non studiare più. E parte dalla critica letteraria che non c'è più. Altra prova sono gli insegnanti che non studiano, ed è un vero paradosso. Proprio loro che dovrebbero nutrirsi dello studio. Anche se lo volessero non possono farlo, invece di rintanarsi a studiare in biblioteca devono fare riunioni e commissioni e occuparsi di offerte formative. Devono preparare griglie di valutazione, test, giudizi, verbali e poi l'Invalsi e tante altre centomila faccende. Si smette di lavorare per riunirsi. Gli insegnanti oggi hanno a che fare moltissimo con macchine fotocopiatrici, lavagne interattive e burocrazia, pochissimo con i libri. “Infatti non è raro trovare, tra di noi, gente che non legge neanche un libro. E un insegnante che non legge libri mi sembra, come posso dire?, un pesce a cui non piace nuotare. Che tristezza”.

Sostanzialmente agli insegnanti non viene chiesto di leggere e studiare.“Non viene in mente proprio a nessuno di chieder loro una cosa simile, per il semplice fatto che a nessuno importa che un insegnante studi o non studi, legga o non legga, scriva o non scriva”. Ai preside interessa solo che la macchina organizzativa (non certo quella culturale!) funzioni. Ma non importa neanche alle famiglie; a loro interessa che i loro figli siano promossi e non vengano disturbati con compiti eccessivi, con brutti voti e rimproveri. Infine non importa agli allievi, che hanno ben altro per la testa.

Piuttosto,“agli insegnanti si chiede solo di esserci, il maggior numero di ore possibili; di non creare problemi all'utenza e quindi alla direzione”.

La terza prova riguarda i politici, definiti spettacolanti e qui si sfonda una porta aperta. I politici non studiano. Si fa fatica trovarne qualcuno che studi. Le varie riforme della scuola ne sono un esempio.“Il tutto affidato perlopiù ai burocrati dei ministeri, che traducono i voleri dei politici in proposte o norme di legge incomprensibili e indecifrabili”. Certamente“lo studio non abita nei Palazzi del Potere”. Il loro preziosissimo tempo lo passano andando in tivù. Per sciorinare le loro formule rituali a vuoto. Nel mondo politico, tutti sottostanno ad una legge universale: “se non ti esibisci non esisti”. Qui, “tutto è essenzialmente spettacolo”, difficilmente c'è posto per gli studiosi. I giornalisti sui giornali, fanno il riassunto, si pubblica soltanto uno stralcio, quello che c'è scritto nel retro-copertina, non fanno come le mie presentazioni, dove si vede che ho letto il libro.

Poi ci sono i ricercatori universitari, che dovrebbero essere quelli che di mestiere ricercano, cioè studiano. Non è più così, perché adesso sono impiegati a insegnare, a tenere sempre più corsi, diventa una specie di assistente. Oggi devono cercare di pubblicare il maggior numero di articoli sulle riviste, per fare carriera. Servono punteggi, firme, articoli sulle riviste giuste, essere citati più volte possibile. Quindi più amici hai nel mondo accademico meglio è. Così per il critico letterario inglese, Terry Eagleton, siamo alla fine dell'università, alla sua lenta morte.

La quinta prova. La biblioteca. Non è più quella di una volta. In mancanza di aule-studio, centinaia di studenti affollano i tavoli delle biblioteche. E' un bell'impatto visivo, verrebbe da pensare che non si è mai studiato così tanto. Invece gli studenti non fanno altro che andare in giro, a chiacchierare, a bere il caffè, sono studenti itineranti. Per la verità l'ho notato anch'io in quegli anni quando lavoravo nella biblioteca di architettura al Politecnico di Milano.

In pratica la Mastrocola ormai vede stravolto anche il ruolo della biblioteca. Non si ha più voglia di andare a recuperare il sapere affondato nei libri, e così diventano relitti inabissati per sempre. Forse un domani andremo nelle biblioteche come si va tra i ruderi romani e greci.

Infine ci sono gli studenti e qui è chiarissimo che lo studio è sparito. E' facile sostenerlo. Peraltro Mastrocola, ha già scritto un libro (“Togliamo il disturbo”, edizioni Guanda) per raccontare il non studio degli studenti. Manca il desiderio di studio, di sforzo, di impegno. Come sta capitando per il matrimonio, i giovani non hanno più questo desiderio di sposarsi.

Ormai la scuola non è più il luogo dove si va per studiare. Si va per altro. Piuttosto si va a scuola per stare insieme, fare amicizia, ormai per certi versi “è l'unico posto dove andare”. Gli studenti quando ritornano a casa non studiano, piuttosto sono perennemente connessi, hanno altro da fare.

Tuttavia un mondo dove non si studia più è peggiore di un mondo dove si studia. Chi sostiene queste tesi è un pessimista un nostalgico. E' uno che pensa che il mondo è in declino. Oggi ci sono tre parole aborrite: nostalgia, pessimismo, declino. La Mastrocola non ha paura di passare per nostalgica o per pessimista. Oggi tutti dobbiamo dire che le cose vanno bene. C'è una guerra contro il pessimismo. In verità i pessimisti guardano in faccia la realtà, sono realisti. Ma oggi non piace guardare in faccia la realtà. “Dobbiamo tutti dire che andiamo benissimo e viviamo in un mondo meraviglioso, perennemente in progresso, e avviato verso un futuro vincente”. Praticamente “c'è una massa di imbonitori di piazza, di fronte allo sfascio, inneggia a una speranza senza limiti, a una fiducia ad oltranza nelle nostre capacità di risorgere”. Intanto ci nutriamo di autolodi, autostimoli, autoiniezioni continue, di pozioni magiche rigeneranti ed energizzanti”, basta leggere i giornali o aprire la tivù.

La Mastrocola è fortemente critica nei confronti di quelli che dicono “si è vero stiamo perdendo qualcosa” con i nuovi mezzi tecnologici, con la rete, con internet, ma chissà quanto e cosa guadagneremo nel futuro.

Ci ripetono come un mantra,“questa rivoluzione antropologica non ci deve far paura, non è stato così con la scrittura e la stampa?”Pertanto se ,“Perdiamo A ma guadagniamo B. E se non avessimo perso A non avremmo guadagnato B. Quindi siamo comunque a cavallo. E' come dire: abbiamo perso le gambe, ma impareremo a camminare sulle braccia”. La Mastrocola rifiuta questi parallelismi, non possiamo ragionare come la mamma, che cerca sempre di giustificare i propri figli. Una società, un Paese non può sempre autoconsolare. Stiamo perdendo qualcosa di grande, non tutto nella vita ci viene sostituito, riparato.

Attenzione non denigriamo i pessimisti. Nessuno è più idealista speranzoso di loro, nessuno ama il mondo come loro. Lo amano talmente che ogni tanto si permettono di dire che lo vedono bruttino e che lo vorrebbero migliorare.

Invece mi guarderei bene dagli ottimisti a senso unico, questi possono farci del male. Quelli che dicono“basta tirarci su le maniche, dare un colpo di reni, fare uno scatto, credere in noi stessi, pensare positivo..e giù a valanga con questa tiritera di formule-pomate autolenitive”. Ci siamo stancati di tirarci su le maniche. Sono messaggi pericolosi.

Per quanto riguarda il declino, anche questo è evidente. Le civiltà nascono, si consolidano e poi muoiono. Anche se il mondo forse decade da quando è nato. Viviamo un periodo di decadenza, siamo in crisi, ma siamo stati sempre in crisi, basta leggere qualche poeta o pensatore di quarant'anni fa.

Ritornando allo studio, sono in troppi a pensare che si può fare a meno di studiare: ormai c'è internet.“Le informazioni e le conoscenze che ci occorrono stanno ormai fuori di noi (è l'esternalizzazione) e sono continuamente facilmente disponibili a tutti. Basta fare un clic”. Certo è molto comodo internet, è un progresso, soprattutto per chi ha studiato,“cioè per chi, come quelli della mia generazione, ha accumulato un discreto patrimonio personale di conoscenze su cui sempre fare affidamento e può tranquillamente abbandonarsi alle dolci navigazioni destrutturate internettiane”. Mentre per i nativi digitali, non conoscendo altro, pensano che può bastare la rete.

Nonostante la crisi è indubbio che viviamo un certo benessere edonistico.“Viviamo costantemente intrattenuti, interrelati e connessi. Comodi e beati”. Praticamente passiamo la gran parte del nostro tempo libero a intrattenerci, con i nostri gadget tecnologici, che adoriamo. E la crisi che stiamo vivendo, per certi versi favorisce questa società dell'intrattenimento.

Stiamo vivendo il tempo della finzione, per la Mastrocola. Si affermano solennemente certe cose, ma poi si trasgrediscono facilmente. C'è un rilassamento collettivo, è più evidente a scuola. A scuola, invece di fare scuola, abbiamo fatto altro. Niente ortografia, grammatica, tabelline, poesie a memoria, fiumi, capitali, niente nozionismo. Abbiamo ridotto i programmi e il numero delle pagine da leggere. All'università,“abbiamo deciso che per un esame non si debba portare più di un certo numero (molto basso!) di pagine da studiare”.

Nel periodo universitario non si dovrebbe leggere il più possibile? “E' una nefasta decisione al ribasso”. I nostri studenti non leggeranno i classici, non verranno mai a contatto con la bellezza dello stile dei grandi come Platone, Aristotele, Goethe, Galileo. Addirittura all'università con la moltiplicazione degli appelli, si sono introdotti gli “esoneri”, significa che un libro di 400 pagine, si può dividere in quattro parti. La generazione dei nostri padri portavano tutte le materie all'esame di maturità, e per ogni materia il programma di tutti gli anni di liceo. “La gioventù di allora possedeva forse menti più evolute?”.

Perché oggi non è più così? Perché siamo noi a non crederci più.

“E' bizzarro che proprio a scuola non si chieda mai veramente, cioè sul serio, di studiare. Non abbiamo strumenti per chiederlo, né sanzioni: un ragazzo può impunemente venire a scuola e non studiare[...]”.

Nonostante tutta la tecnologia possibile, c'è sempre un momento in cui bisogna mettersi seduti, chiusi in una stanza e aprire “un benedettissimo libro e starci sopra parecchio”. La Mastrocola riesce a fornirci con esattezza e chiarezza che cosa significa studiare e soprattutto come bisogna farlo. Sono concetti ovvi, ma che nell'era di internet serve riproporre pazientemente. E si trattiene spiegando ogni passaggio: Stare, seduti, per ore, in un luogo appartato, indugiando. Naturalmente la solitudine è un ingrediente fondamentale, per lo studio. Altro dato fondamentale è che bisogna essere scollegati. Infine ultimo passaggio occorre memorizzare. E non è facile perchè studiare significa chequel che si legge resta”. Viene trasferito da un luogo (il libro) a un altro luogo ( la nostra testa), ove permane”. E qui la parola “trasferimento” è basilare. La pagina del libro diventa una sorta di secondo testo nella nostra mente, che, naturalmente non è del tutto uguale all'originale.

“Quel che noi studiamo va a finire in una sorta di magazzino, cui attingere ogni volta che vogliamo”, qualcosa di simile amo raccomandarlo ai miei ragazzini a scuola. Un'altra frase ricorrente nel libro e che “si studia per essere e non per diventare”.

Tuttavia la Mastrocola è quasi costretta a sostenere che è meglio andare via da questa scuola che non attrae e che non ti abitua a studiare.

Negli ultimi capitoli del libro, la professoressa riesce a proporre delle sublimi riflessioni che non si discostano molto da certe raccomandazioni che si possono ascoltare in certi ambienti religiosi o leggere in testi di alta spiritualità, dove prima di agire si raccomanda la necessaria contemplazione. Emerge qualcosa che mi ricorda gli esercizi spirituali ignaziani.“E' sparita l'interiorità. - scrive la Mastrocola - Il piacere di stare con se stessi, di intrattenere rapporti con la parte interna, più spirituale, di noi. Non abbiamo nessuna voglia di ripiegarci, guardarci dentro e riflettere, ricordare, almanaccare su concetti, astrazioni, sentimenti”.

L'uomo moderno di oggi ha paura di rimanere solo. Ha sempre bisogno di relazionarsi con altri, fisicamente o virtualmente. Invece per Mastrocola abbiamo bisogno di solitudine per leggere per stare con i libri, le parole, i pensieri, i ricordi. “E' la solitudine che ha reso possibili le grandi opere dell'ingegno umano, in ogni campo”. Abbiamo bisogno di alimentare la nostra interiorità, la nostra casa, che potrebbe essere la nostra anima.

Gli ultimi capitoli del libro, sono tutti da rileggere e farli propri, per le profonde e significative riflessioni. La Mastrocola ci indica i grandi pensatori antichi come Socrate, Platone, Aristotele, sant'Agostino, Cicerone, Seneca, che non hanno fatto altro che mostrarci la via della felicità attraverso lo studio. E' vero lo studio può trasformare il mondo e Paola Mastrocola ci crede.

A 70 anni dalla riscoperta degli studi vivaldiani nasce “Viva Vivaldi”. Un format artistico-culturale per raccontare il musicista conosciuto in tutto il mondo per le celebri “Quattro Stagioni”. Un invito a scoprire e/o riscoprire non solo il musicista, ma anche il "prete rosso", l’uomo Vivaldi, andando oltre l’opera che lo rese più famoso. Non si tratta di portare al grande pubblico Vivaldi con effetti speciali rischiandone la semplificazione. Non è questo lo scopo di “Viva Vivaldi”.

“Viva Vivaldi”, che apre al pubblico il 13 maggio e andrà avanti fino al 2018, nasce in primis per creare “bellezza, per donare bellezza all’uomo di oggi attraverso l’arte, come “via pulchritudinis”. E lo fa fondendo la poesia e la musica, lo fa attraverso una riscoperta dell’anima di Vivaldi che di fronte alla bellezza della natura prova stupore, meraviglia. A questo dunque servono gli effetti sonori, visivi e olfattivi di ultima generazione, a ricreare quello stupore che parla al cuore e agli occhi dell’uomo contemporaneo.

Ancora prima di essere “visto” e  “sentito” , “Viva Vivaldi” ha ottenuto il sostegno della Fondazione Giorgio Cini in particolare dell’Istituto Antonio Vivaldi ed il patrocinio di Mibact, Enit, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Sensi Contemporanei che di sicuro è uno dei programmi culturali ministeriali più ambiziosi degli ultimi anni in tema di progetto per lo sviluppo della cultura e dell’economia. Inoltre ultima news: è stato accreditato anche per il Bonus Cultura.

"Viva Vivaldi" nasce da un'idea di Gianpiero Perri e Francesco Bernardi, rispettivamente General Manager e Presidente di Emotional Experiences, la società che lo ha prodotto. A completare il quadro uno staff prestigioso a partire dal poeta Davide Rondoni che ne è anche il direttore artistico, Jean-Francois Touillaud direttore tecnico responsabile dell’allestimento, Gilles Ledos direttore artistico per la produzione di immagini e filmati, Cristian Carrara per la consulenza musicale e la realizzazione della colonna sonora, Gianni Canova per la consulenza cinematografica, Marco Pozzi per la regia di un’istallazione video, l’illustratore e designer Raffaele Gerardi, le due storiche dell’arte Beatrice Buscaroli e Elena Marchetti, la ricercatrice britannica Micky White nonché una delle massime esperte della biografia del “prete rosso”, e la direzione di produzione di Maria Gerardi. E per finire la collaborazione autorevole del Maestro Fanna.

Uno staff d’eccezione per un percorso di 40 minuti che si realizzerà logisticamente nel Museo Diocesano di Venezia grazie alla collaborazione con il Patriarcato di Venezia. Il percorso che inizia dal grazioso chiostro di Sant’Apollonia cercherà di raccontare l’avventura umana e artistica di Vivaldi, sviscerandone il dramma dell’artista che raggiunge l’apice del successo e poi vede sfumarlo nel giro di pochi anni, mettendone in luce il ruolo di educatore nei confronti di circa 120 fanciulle rimaste orfane e che grazie a lui non solo divennero musiciste ma ognuna di esse seguì esattamente la sua inclinazione artistica, o ancora facendo cogliere allo spettatore in quello stupore nei confronti del creato la ricerca di quella “scintilla" del sacro che farà da filo conduttore a gran parte del suo repertorio.

Il sistema tecnologico sofisticato ed innovativo di grandi proiezioni in HD, Multi-Directional Sound, effetti olfattivi si snoda in tre sale che avvolgeranno il visitatore in una sinfonia di note, colori, forme e segni. Per la prima volta in Italia verrà realizzato un video mapping di interni. Il mapping, che è una tecnologia multimediale, crea l’effetto di una realtà aumentata giocando sull’illusione ottica tra la superficie reale e la sua seconda “pelle”. Tutto questo produce dei giochi di destrutturazione che sorprenderanno il visitatore nella sala ad archi dove esploderà il gran finale.

Tutto questo e molto altro in “Viva Vivaldi” che intende offrire una modalità nuova per valorizzare i capolavori che appartengono alla storia di Venezia e a quella universale, e permetterne il godimento di tutti.

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