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Agli Uffizi fino alla fine di ottobre una mostra inedita con 140 opere tra arazzi, merletti, stoffe e addobbi.

La storia degli ebrei italiani osservata da una prospettiva inedita e cromaticamente caleidoscopica, quella dell’arte del tessuto: è Tutti i colori dell’Italia ebraica, grande mostra accolta dal 27 giugno al 27 ottobre nell’aula magliabechiana della Galleria degli Uffizi di Firenze. Circa 140 opere, tra arazzi, stoffe, addobbi, merletti, abiti, dipinti ed altri oggetti di uso religioso e quotidiano, presentano per la prima volta la storia degli ebrei italiani attraverso una delle arti meno conosciute, ossia la tessitura, che nel mondo ebraico ha sempre rivestito un ruolo fondamentale nell’abbellimento di case, palazzi e luoghi di culto. Ne emerge un ebraismo attento alla tradizione, ma anche gioioso, colorato, ricco di simboli. Si riconosce inoltre il carattere interculturale e internazionale di questo popolo, soprattutto grazie all’eccezionale varietà dei motivi sui tessuti, dove il colore spesso predomina in maniera stupefacente.

Si parte dai tempi antichi e si arriva fino alla moda del Novecento e all’imprenditoria tessile moderna, affrontando temi chiave quali il ruolo della scrittura come motivo decorativo, l’uso dei tessuti nelle sinagoghe, il ricamo come lavoro segreto, il ruolo della donna. Protagoniste già nella Bibbia, anche nei secoli recenti le stoffe hanno la capacità di esprimere l’anima del popolo ebraico attraverso capolavori assoluti, spesso provenienti dal vicino e dal più lontano Oriente con cui gli ebrei italiani entravano in contatto per legami familiari e per commerci: si veda la spettacolare tenda (la parokhet), di manifattura ottomana del primo quarto del XVI secolo, prestata dal Museo della Padova Ebraica.

Le diverse comunità ebraiche italiane, in osmosi con la società circostante con cui si confrontavano, finivano per acquisire linguaggi ed espressioni artistiche locali: nelle opere tessili provenienti da Livorno, Pisa, Genova e Venezia, ad esempio, è manifesta l’influenza del vicino Oriente, molto diversa da quanto vediamo in quelle romane, fiorentine o torinesi, che si confrontavano con il gusto dei poteri dominanti in Italia.

Nel percorso della mostra sarà possibile ammirare alcuni pezzi rarissimi, provenienti da musei e collezioni straniere, che conducono idealmente il visitatore attraverso le feste ebraiche: tra questi i frammenti ricamati provenienti dal Museum of Fine Arts di Cleveland, le due tende dal Jewish Museum di New York e dal Victoria and Albert Museum di Londra che insieme a quella di Firenze formano un trittico di arredi (per la prima volta riuniti insieme) simili per tecnica e simbologia.

Straordinario e unico è un cofanetto a niello della fine del Quattrocento proveniente dall’Israel Museum di Gerusalemme che, come una specie di computer ante litteram ad uso della padrona di casa, tiene il conto della biancheria che via via era consumata dai componenti della famiglia.

Dagli abiti – in particolare quelli femminili – spesso si ricavavano le stoffe preziose per confezionare paramenti e arredi sinagogali, dove talvolta è possibile individuare le linee delle vesti e il loro uso originario. Nel Ritratto del conte Giovanni Battista Vailetti di Fra Galgario, del 1720 (un prestito eccezionale dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia) il personaggio indossa una splendida marsina in prezioso broccato e nell’Allegoria dei cinque sensi di Sebastiano Ceccarini (1745), ad esempio, la veste della bambina è dello stesso tessuto della mappà Ambron realizzata a Roma nel 1791-92.

Splendidi i ricami, alcuni con ‘stemmi parlanti’ (gli ebrei non potevano ricevere un titolo nobiliare) entro fastose cornici barocche. Vere e proprie “pitture ad ago” che brillavano alle luci mobili delle candele e delle torce, in un trionfo di sete colorate, di fili d’oro e d’argento, sono opera delle abili mani delle donne che, pur rinchiuse tra le mura domestiche, esprimono una stupefacente inventiva e ampiezza di conoscenze.

Tra i tessuti più antichi in mostra, databili al Quattrocento, sono una tenda per l’armadio sacro proveniente dal Museo Ebraico di Roma, un’altra proveniente dalla Sinagoga di Pisa e un telo del ‘Parato della Badia Fiorentina’ che in origine ricopriva per le feste solenni tutte le pareti della chiesa. Sono tutti eseguiti in un velluto cesellato e tramato di fili d’oro nel motivo della ‘griccia’ – una melagrana su stelo ondulato – che è forse il disegno tessile più tipico del Rinascimento in Toscana.

Una scoperta sorprendente è l’Aron Ha Qodesh, un armadio sacro proveniente dalla più antica sinagoga di Pisa. Le decorazioni dipinte e le dorature del mobile, ora riscoperto come originale del XVI secolo, sono riemerse sotto le innumerevoli mani di tinta bianca che l’avevano deturpato.

Le sezioni tematiche della mostra giungono ai giorni nostri, passando attraverso il collezionismo tessile dell’Ottocento, di cui fu massimo esponente Giulio Franchetti, che ha donato la sua raccolta al Museo del Bargello, ma anche l’imprenditoria - in particolare di quella pratese con la famiglia Forti-Bemporad - e la creatività di alcune famose stiliste.

L’esposizione termina con un capolavoro assoluto, il merletto lungo otto metri disegnato da Lele Luzzati per il transatlantico Oceanic. È un collage di pezzi antichi e moderni che riproduce I fasti e le immagini della Commedia dell’Arte Italiana, in un medium inusitato, che unisce l’antica manualità a un’incredibile forza espressionista.

Come afferma il Direttore delle Gallerie degli Uffizi di Firenze Eike Schmidt: “è una rassegna di amplissimo respiro su un tema mai affrontato prima. Il visitatore rimarrà sorpreso dalla varietà e ricchezza degli oggetti esposti, che spaziano dai solenni parati liturgici ai doni diplomatici, dagli abiti ai ricami, dai ritratti al prêt-à-porter e molto altro: sono le fitte, preziose trame del popolo ebraico in Italia”.

La presidente della fondazione per il Museo Ebraico di Roma Alessandra Di Castro, commenta: “La produzione ebraica dei tessuti, come anche degli argenti e di altre tipologie di arti decorative, è intimamente legata alla storia dell’arte italiana in una dimensione più generale; ha risentito nei secoli dei cambiamenti di gusto della civiltà artistica italiana e a sua volta li ha determinati, influenzati. E per questa ragione la mostra riguarda tutti e accende le luci della ribalta su un patrimonio comune – incredibile per qualità e quantità – che va valorizzato, promosso, tutelato e soprattutto raccontato perché lo si conosca in tutta la sua ricchezza”.

Scrive Eike D. Schmidt Direttore delle Gallerie degli Uffizi  : Il rapporto tra il mondo ebraico e l’arte tessile ha origini millenarie e attraverso i secoli è stato alimentato da suggestioni bibliche, vocazioni cultuali e culturali, necessità contingenti e opportunità imprenditoriali. Lo riassume bene il titolo di questa mostra, a lungo progettata dai curatori e dal comitato scientifico, come ricorda nella sua introduzione Alessandra Di Castro.

Sacro e profano, storia di un popolo e cronaca familiare si intrecciano a disegnare trame – il gioco di parole è d’obbligo – che trovano il filo conduttore nella predilezione per questi manufatti, rivelandoci inoltre le ragioni per cui spesso gli ebrei ne furono e ne sono collezionisti esperti e studiosi competenti.

Sia in mostra che in catalogo le curatrici Dora Liscia Bemporad e Olga Melasecchi ci guidano alla scoperta del ruolo che i tessuti hanno avuto nella civiltà ebraica, tanto da essere protagonisti nei codici miniati medievali e rinascimentali, esaminati da Andreina Contessa, e nella liturgia, obbligatoriamente aniconica e viceversa portata a esaltare ogni dettaglio decorativo, astratto o naturalistico. Tra questi spicca la melagrana, simbolo di fertilità e abbondanza: il frutto portato a Mosè dagli esploratori di ritorno dalla Terra Promessa divenne motivo ornamentale comune su ogni sponda del Mediterraneo, crocevia di rotte commerciali, bacino di scambi e di legami familiari. Così avviene che tessuti esotici e tappeti mediorientali, studiati da Alberto Boralevi, compaiano di frequente negli arredi delle sinagoghe, annullando i confini e ampliando l’orizzonte a contaminazioni stilistiche dense di conseguenze.

Anche la parola scritta è forma e decorazione, ce lo ricorda Amedeo Spagnoletto, ed è protagonista di bordure o interi ricami. Un’arte intima, privata e silenziosa quest’ultima, alla quale si applicarono le donne delle comunità e i “modellari” – di cui scrive Doretta Davanzo Poli – specie

dopo che la bolla papale del 1555 legò gli ebrei al mestiere di straccivendoli, precludendo loro altre attività produttive.

Ma dopo secoli d’interdizione e separazione, questo percorso cronologico, la cui partenza è descritta in catalogo da Sergio Amedeo Terracina e Baruch Lampronti, nell’Ottocento cambia rotta.

I saggi di Mario Toscano, Daniela Degl’Innocenti, Giorgia Calò e Caterina Chiarelli ci raccontano una storia di orgogliosa emancipazione, di talento imprenditoriale e d’impegno civile. Per citare un esempio, ricordo la “città-fabbrica” che la famiglia ebraica Forti creò nella località La Briglia, a Vaiano di Prato: un modello di fusione sociale illuminato, che includeva una chiesa, un presidio medico, botteghe e perfino un teatro.

La mostra si spinge fino alla storia recente del design e della moda – in questo caso con due nomi che hanno fatto storia nel Novecento: Roberta di Camerino, al secolo Giuliana Coen, e Gigliola Curiel – mostrando risposte immediate e tecnicamente interessantissime alle tendenze avanguardiste.

Siamo dunque di fronte a una rassegna di amplissimo respiro su un tema mai affrontato prima in una grande mostra e che già da tempo meditavo di realizzare, finché gli Uffizi e un gruppo di specialisti d’eccezione lo hanno reso possibile. Il visitatore avrà un’occasione di conoscenza rara e rimarrà sorpreso dalla varietà e ricchezza degli oggetti esposti, spesso mai visti prima, che spaziano dai solenni parati liturgici ai doni diplomatici, dagli abiti ai ricami, dai ritratti al prêt-à-porter e molto altro: sono le fitte, preziose trame del popolo ebraico in Italia.

Il saggio del professore Giovanni Reale, «Radici culturali e spirituali dell'Europa. Per una rinascita dell'”uomo europeo”», Raffaello Cortina Editore (2003), è forse  il testo più completo che ho letto sulla storia culturale europea. Le ricche note e riferimenti bibliografici sono lì a testimoniarlo. Ricordo bene il professore Giovanni Reale, quando negli anni '70 frequentavo le sue lezioni di Storia della Filosofia Antica nelle affollate aule dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Anche il volume del professore Reale, nonostante l'età è straordinariamente attuale. Le sue riflessioni, frutto delle lezioni universitarie, sono utilissime per chi intende combattere la buona battaglia per una vera Europa che sappia tenere conto delle proprie radici culturali, religiose.

Il professore Reale al contrario di monsignor Fisichella si occupa della discussione del mancato riferimento nel Preambolo della Costituzione europea delle radici giudaico-cristiane del Continente. «l’Europa non è una realtà identificabile con un’ estensione territoriale, in quanto ha avuto e continuerà ad avere confini mobili e labili, e non può dunque essere confusa con una qualche “realtà geografica” […]. L’Europa dunque consiste in una realtà metageografica e meta nazionale»(p. 2-3).

Il professore propone cinque riflessioni, intesi come punti chiave, spesso ignorati, da cui ripartire per la rinascita dell'Europa.

1)per capire cos'è l'Europa bisogna comprendere a fondo quali siano state le sue radici culturali e spirituali; 2)oltre alla necessità di creare una “Costituzione europea”, si impone la necessità di ri-creare un nuovo “uomo europeo” con le conseguenze che tutto questo implica; 3)una Costituzione si può e si deve rinnovare e ricostruire, ma ciò può essere fatto in modo fecondo solo se si prepara spiritualmente il “costruttore”; 4) non è la Costituzione che crea il cittadino, ma, viceversa, è lo spirito del cittadino (e lo spirito dei suoi rappresentanti) che crea la Costituzione e la rende efficiente; 5) il recupero del valore dell'uomo come “persona” è impossibile se si distacca l'uomo da un Valore supremo da cui dipende.

Reale per dare forza al suo testo sull'idea di Europa e dell'uomo europeo, cita i più importanti pensatori non solo classici, ma anche contemporanei. Praticamente ne discute con i maggiori filosofi : Socrate, Platone, Aristotele, Agostino e Tommaso d’Aquino, anche – per citarne alcuni – con Søren Kierkegaard, Edmund Husserl, Max Scheler, Jan Patočka, Ernst Jünger, Oswald Spengler, Martin Heidegger, Hans Georg Gadamer, Edgar Morin, Giovanni Sartori e Maria Zambrano.

Il continente europeo si poggia su tre importanti e imprescindibili basamenti: la filosofia greca, il diritto romano e il cristianesimo, senza trascurare evidentemente tutti gli apporti delle popolazioni celtiche e germaniche. Essa infatti «è stata […] una “realtà spirituale”, un’ “idea”, bisogna riconoscere che, in primis et ante omina, essa è nata da radici culturali e spirituali ben precise»(p. 3)

Sostanzialmente il volume di Reale vuole affermare che «senza il Cristianesimo, l'Europa non sarebbe nata e, anzi, non sarebbero neppure pensabile». Addirittura come scrive il grande pensatore T.S. Eliot: «gli stessi scritti di Voltaire e di Nietzsche sarebbero impensabili e incomprensibili nell'ambito di una cultura diversa da quella cristiana».

Tuttavia il professore facendo riferimento alla bozza della Costituzione europea, rimane convinto che il problema di una vera rinascita dell'uomo europeo si potrà avere, «non nella carta costituzionale ma solo nell'animo e nel cuore dell'uomo, mediante l'”anamnesi” di quei fondamenti culturali e spirituali da cui l'Europa è nata, ma che via via sono caduti in oblio».

Pertanto Reale ci tiene a precisare che la sua posizione «è antitetica non solo a quella degli “euroscettici” e degli “eurocinici”, ma anche a quella degli europeisti molto dubbiosi, che mettono tra parentesi e sospendono il loro assenso e il loro impegno».

Il grande san Giovanni Paolo II nell'Esortazione apostolica del 28 giugno 2003, col titolo Ecclesia in Europa, mirabilmente chiarisce che, «l'Europa ha bisogno di un salto qualitativo nella presa di coscienza della nuova eredità spirituale. Tale spinta non le può venire che da un rinnovato ascolto del Vangelo di Cristo. Tocca a tutti i cristiani impegnarsi per soddisfare questa fame e sete di vita».

Per discutere d'Europa, Reale non può che rivolgersi alla sua tanto amata filosofia antica, alla Grecia, al primo vero filosofo, Socrate, e poi Platone che hanno scoperto, l'anima, quale nucleo fondamentale e caratterizzante dell'uomo. «La nozione 'cura dell'anima' costituisce quel forte legame morale che fin dalle origini ha prodotto l'unità spirituale dell'Europa».

Sarà poi il Cristianesimo, portatore dell'idea di un Dio personale, a fornire l'alimento per la formazione e lo sviluppo dell'idea d'Europa. In una ben documentata recensione al libro di Reale, il giovane professore Fazio, scrive: «Il pensiero greco si è – potremmo dire provvidenzialmente – coniugato con la religione cristiana, offrendo una visione dell’uomo e del mondo armonica, ovvero sapendo distinguere e coniugare il trascendente con l’immanente, così come lo spirituale e il temporale».(Daniele Fazio, “Un libro per conoscere (e amare) l'Europa, 21.5.19 in europamediterraneo.it).

Venuto meno il riferimento al Dio cristiano, è venuta meno l'inviolabilità della persona umana. «Eliminato Dio, si eliminano a poco a poco tutti i valori, con le conseguenze che ne derivano»(p. 99).

Tra le cause che hanno portato alla rottura tra lo spirito dell'Europa e la sua realizzazione concreta, per Reale occorre risalire alla rivoluzione scientifico-tecnica europea, sviluppatasi a partire dal XVII secolo. Questa rivoluzione ha prodotto delle conseguenze perverse che hanno eroso sia la mentalità filosofica greca che il cristianesimo, consegnando l’uomo nelle mani di un potere tecnocratico che, cancellando la memoria e l’attitudine contemplativa, disconosce la storia, la morale e in definitiva la dignità dell’uomo a favore del potere e del profitto e quindi di un’economia e di una politica che non servono più l’uomo.

Oggi la rivoluzione tecnologica delle macchine, in particolare, la “bomba informatica”, diventa il maggior avversario dello sguardo contemplativo dell'uomo sul mondo, che smarrendo se stesso, dimenticando l'attenzione alla sua anima. Le nuove tecnologie della comunicazione, progressivamente impoveriscono «la straordinaria potenzialità e ricchezza che la lingua ha dimostrato di avere mediante la cultura della scrittura».

Pertanto il professore Reale anticipatamente vede il pericolo della rivoluzione informatica, dove esce sconfitta, la “cultura della scrittura”. «Le giovani generazioni leggono sempre meno, e scrivono sempre peggio. Il libro perde di importanza: le biblioteche sono sostituite da nastroteche, videoteche...».

Nel libro c'è una severa critica di internet, certo l'informatica può offrire vantaggi alla comunicazione immediata, ma esistono le controindicazioni come «l'allontanamento sistematico dell'uomo dal senso della verità e dall'amore per essa, che finisce addirittura per 'esiliarlo' dalla stessa ragione conoscitiva del vero».

Per Reale, i nuovi strumenti della comunicazione producono un sovraccarico di informazioni che non siamo più in grado di assimilare, e provocano assuefazione e, indifferenza. Ostacolano le relazioni umane, invece di promuovere la comunicazione tra gli individui, li allontana gli uni dagli altri, creando una sorta di “isolamento” e determinando forme sempre più marcate di “individualismo”.

Pertanto internet invece di avvicinarti alle cose, ti allontana, abituandoti a una realtà “virtuale”. Reale in queste sue considerazioni cita i più importanti sociologi come Ferrarotti, Sartori, Karl Popper. Potremmo continuare con le più recenti e interessanti riflessioni della professoressa Paola Mastrocola.

Tuttavia Giovanni Reale non è pessimista, si può cambiare direzione. Esistono i mezzi per controllare e trasformare la crisi spirituale in cui si è cacciato l'Occidente europeo. Occorre che rinasca l’homo europeus, nella sua dimensione spirituale, etica e sociale. Occorre puntare sui giovani, colpiti dalla crisi, «i quali rifuggono dai grandi progetti, presi come sono dal demone dell'immediato ( vorrebbero avere tutto subito o comunque al più presto possibile)». Giovani sempre più sbandati, annoiati, in crisi depressiva, insomma, “malati di vuoto”.

Bisogna educare i giovani alla cultura che significa «ritornare alla genuinità della filosofia prima, allo sguardo contemplativo dell’orizzonte metafisico, per comprendere le cose nella loro essenza e ricavare da esse un orizzonte etico, in quanto la metafisica si preoccupa, tra le altre cose, di ciò che l’uomo è e non di ciò che l’uomo ha».

Occorre dare un'adeguata importanza alla cultura, ricordando il monito di Eugene Ionesco: «gli uomini politici non conoscono assolutamente l'importanza della cultura. Nel nostro mondo de spiritualizzato, la cultura è ancora l'ultima cosa che ci permette di superare il mondo quotidiano e di riunire gli uomini. La cultura unisce gli uomini, la politica li separa». Per Ionesco, soltanto l'arte e la filosofia «possono sviluppare il meglio che c'è in ciascuno di noi».

Per Reale in questa direzione dovrebbe orientarsi la scuola, «che per molti aspetti risulta essere la realtà più trascurata dai politici, nell'assurda convinzione, per lo più sottaciuta, che essa sia 'improduttiva'».

Non sono, infatti, le Costituzioni o i vari Trattati a creare un continente o uno Stato o un’unità politica, bensì gli uomini. E con la metafisica è necessario che torni la dimensione umanistico-cristiana che ha garantito un sistema di principi, scaturito da una dimensione religiosa ben precisa che ha di conseguenza favorito la considerazione del valore assoluto della persona. «Esattamente così in Europa è avvenuto - scrive Fazio - e la stessa sua nascita passa da questo crinale – tra i vari apporti: greco, ebraico, romano, cristiano e in certa misura anche islamico. Solo con queste armi culturali si potrà imbracciare il compito oggi più arduo che «consiste nel tentare di porre rimedio allo squilibrio sempre crescente fra il progresso tecnologico ed economico, da un lato, e il mancato progresso dell’uomo nelle dimensioni spirituale, etica e sociale, dall’altro» (p. 132).

Dunque non basta una elezione europea, anche se importante, per cambiare una visione del mondo. Tra l'altro siamo convinti che la salvezza non viene dalla politica; certamente per una buona politica occorre un sano impianto culturale. E non si tratta di ritornare a strutture socio-politiche del passato.

Riconoscere le radici culturali e spirituali dell'Europa porterà a conseguenze politiche ed economiche che si opporranno alle colonizzazioni ideologiche e dei mercati, mettendo al centro il valore dell’uomo come persona, essere razionale e creatura immagine e somiglianza di Dio.

Intervistato dal Der Spiegel, il filosofo Heidegger, affermava: «Ormai solo un Dio ci può salvare».

Una delle prime descrizioni del mondo concentrazionario sovietico la dobbiamo ad un giovane scrittore polacco nato il 20 maggio del 1919, proprio cento anni fa, a Kielce in Polonia nella regione delle montagne di Santa Croce. Montagne piene di boschi, di verde e di corsi d’acqua che videro trascorrere la sua infanzia poi gli studi ginnasiali, le prime esperienze letterarie e l’università a Varsavia. Nella primavera del 1940  viene arrestato mentre cerca di lasciare la Polonia per andare a combattere contro i tedeschi e deportato in un Gulag sul mar Baltico. Vi trascorre tre anni fino alla sua liberazione che descriverà in quello che è il suo capolavoro: Un mondo a parte. Liberato passerà dal medio Oriente, dall’Egitto e infine dall’Italia dove parteciperà alla battaglia di Montecassino. Scritto in un anno, tra il luglio del 1949 e il luglio del 1950, il testo  “nacque da un’esigenza di verità perché i miei compagni di prigionia me lo hanno chiesto. Mi hanno salutato con le parole: «Scrivi su di noi la verità»”. Immediatamente pubblicato in Inghilterra fu subito un grande successo. L’editore Plon, francese, lo acquista e traduce, ma qualcosa si inceppa, il contratto viene rotto. Un altro editore, Gallimard, non si discosta dal precedente. Lo stesso Herling nella sua presentazione all’edizione italiana spiega che quello che scriveva un polacco non era attendibile perché polacchi e russi non si vedevano di buon occhio. Anche Sartre era stato categorico sui campi di concentramento sovietici: “Anche se tali campi esistessero non dovremmo parlarne né scriverne, per non togliere la speranza ai lavoratori di Billancourt”, gli operai francesi della fabbrica della Renault, avanguardia rivoluzionaria. In Polonia il nome di Herling “fu cancellato dal quadro della letteratura polacca contemporanea”, era proibito citarlo, Un mondo a parte veniva sequestrato, ma le edizioni clandestine spuntavano come funghi, vero e proprio samizdat. Herling ha avuto come seconda patria l’Italia; infatti, dopo la morte della prima moglie, Krystyna, una pittrice, sposa Lidia, figlia di Benedetto Croce conosciuto a Sorrento durante un periodo di convalescenza mentre era militare e, dopo varie vicende, si stabilisce a Napoli (1955). Ma in Italia non poteva contare su nessuno, si sentiva sotto continua sorveglianza dei comunisti e lui, esule e anticomunista, aveva tutte le strade chiuse. Ma non tutte: Nicola Chiaromonte lo invita a collaborare alla sua rivista “Tempo presente”, Ignazio Silone lo presenta a Giovanni Spadolini e collabora al Corriere della Sera, la Stampa, il Mattino e altre riviste: La Fiera Letteraria, il Mondo. Ma Un mondo a parte non si pubblica, “di fatto ignorato in Italia (e, nel periodo in cui il Pci era molto influente, addirittura sabotato)”, nonostante lo stesso Silone lo definisse non solo una testimonianza “ma un’opera letteraria (…). Malgrado tutti gli orrori che descrive, è un libro di pietà e di speranza”. Per leggere la prima edizione italiana bisogna aspettare il febbraio del 1994 grazie all’editore Feltrinelli, in Francia era uscito nel 1985, in lingua russa nel 1986 e la prima edizione moscovita sarà del 1990. Queste date la dicono lunga sull’egemonia culturale del partito comunista in Italia. Tuttavia le vicissitudini culturali di Herling non finiranno: nel 1998 viene invitato dall’editore Einaudi, assieme a Piero Sinatti, a scrivere una prefazione all’edizione italiana dei Racconti di Kolyma di Varlam Tichonovič Šalamov. Scritta sotto forma di dialogo viene respinta dall’editore in quanto la forma intervista non era ritenuta adatta alla nuova collana nella quale sarebbe uscito il volume. Mauro Bersani, responsabile dell’area Letteratura della casa editrice torinese, confessa che il testo era inadeguato e poi “nelle prime quindici pagine non si parla praticamente di Salamov ma solo di lager e gulag con relativi corollari”. Come se i Racconti di Kolyma descrivessero le vacanze di uno scrittore russo. Infatti Herling e Sinatti sono molto chiari sui motivi del rifiuto: “consideriamo la cosa frutto di una tale grossolana ignoranza editoriale (condita di un pizzico di vetero-comunismo, secondo il detto su “il pelo e il vizio”)”. Herling, rispondendo al dottor Bersani, ricorda che appartiene “agli scrittori della “razza Orwell” (tanto vilipeso dal vostro Calvino nella lettera a Pampaloni), sempre pronti a bollare la human stupidity in nome della human decency”. La prefazione rifiutata verrà pubblicata da l’Ancora di Napoli nel giugno del 1999 col titolo Ricordare, raccontare. Conversazione su Šalamov. Muore a Napoli il 4 luglio del 2000. La Polonia dedica il 2019 alla sua memoria e anche l’Italia si appresta ad onorarlo con un Meridiano Mondadori che raccoglierà saggi e racconti ed è stato annunciato come di prossima pubblicazione.

Fonti:

Gustav Herling, Un mondo a parte, Feltrinelli, 1994

Gustav Herling, Piero Sinatti, Ricordare, raccontare, Conversazione su Salamov, l’Ancora, 1999

Gustav Herling, Breve racconto di me stesso, l’Ancora del Mediterraneo, 2001

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