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Lunedì, 08 Marzo 2021

Dal 1° marzo 2021 torna accessibile al pubblico il Mausoleo di Augusto, una delle più imponenti opere architettoniche della romanità e il più grande sepolcro circolare del mondo antico. Già dal prossimo 21 dicembre si potrà prenotare in anticipo la visita al monumento, chiuso dal 2007 per la partenza delle indagini archeologiche preliminari alla realizzazione del grande progetto di recupero e restauro eseguito da Roma Capitale. L’intervento di musealizzazione in corso è finanziato grazie all’atto di mecenatismo della Fondazione TIM.
 
L’iniziativa è stata presentata venerdì, 18 dicembre dalla Sindaca di Roma Virginia Raggi, dal Presidente della Fondazione TIM Salvatore Rossi, dal Vicesindaco di Roma con delega alla Crescita culturale Luca Bergamo, dalla Soprintendente speciale di Roma Daniela Porro e dalla Sovrintendente Capitolina Maria Vittoria Marini Clarelli.
 
“A pochi giorni dal Natale facciamo un regalo ai romani e ai cittadini di tutto il mondo. Dal prossimo primo marzo sarà riaperto al pubblico il Mausoleo di Augusto, un capolavoro dell’antica Roma, un tesoro di inestimabile valore che rinasce in tutto il suo splendore. Abbiamo pensato a un’iniziativa speciale: potrà essere visitato gratuitamente da tutti fino al 21 aprile, giorno in cui si celebra il “Natale” di Roma, e per farlo sarà possibile prenotare la visita online da lunedì. Per i residenti a Roma l’ingresso resterà gratuito per tutto il 2021. Torneremo a scoprire uno dei patrimoni storici dell’umanità. Un obiettivo raggiunto grazie a un proficuo lavoro di squadra, soprattutto, grazie al sostegno e all’atto di mecenatismo della Fondazione Tim. Una testimonianza significativa dell’efficacia e della lungimiranza della collaborazione tra pubblico e privato. Nel caso specifico una grande azienda italiana che ha investito nella cura e valorizzazione dell’immenso patrimonio architettonico, archeologico e storico della nostra città. Una ricchezza che dobbiamo proiettare nel futuro, preservare e tutelare”, dichiara la Sindaca di Roma Virginia Raggi.
 
“E’ motivo di orgoglio e soddisfazione essere al fianco di Roma Capitale in questo importante progetto per il recupero e la valorizzazione del Mausoleo di Augusto, uno dei luoghi simbolo della città e patrimonio archeologico mondiale. Da subito abbiamo ritenuto che fosse importante sostenere l’iniziativa per ridare vita ad uno dei siti più visitati al mondo. Il nostro contributo risponde infatti all’esigenza di promuovere il modello di partecipazione privato a supporto del pubblico nell’interesse della collettività con il duplice obiettivo di valorizzare il patrimonio del Paese, diffondere l’arte e la cultura”, dichiara Salvatore Rossi, Presidente Fondazione TIM.
 
“Dopo 14 anni, a marzo prossimo il Mausoleo di Augusto sarà nuovamente visitabile. E’ l’esito del delicato lavoro condotto dalla Sovrintendenza Capitolina, grazie a un importantissimo atto di mecenatismo della Fondazione TIM e a fondi di Roma Capitale. E’ un lavoro che continuerà ancora con altri interventi rilevanti che i visitatori potranno seguire e capire, formandosi così una chiara idea della complessità di interventi sul patrimonio culturale, delle altissime competenze necessarie e del valore che restituiscono alla comunità. In primavera grazie alla collaborazione tra Fondazione TIM e Sovrintendenza i visitatori potranno inoltre navigare attraverso la storia del Mausoleo grazie alle possibilità offerte dalle tecnologie multimediali. L’apertura del Mausoleo ha un significato ancora ulteriore perché si collega all’impegno della Sovrintendenza grazie a cui sono partiti i lavori nella piazza Augusto Imperatore, che dovrebbero concludersi per questa prima fase a dicembre 2021. Ringrazio coloro che hanno messo intelligenza e impegno per questo risultato, davvero emblematico, di cui penso si debba essere tutti felici e orgogliosi”, dichiara il Vicesindaco con delega alla Crescita culturale, Luca Bergamo.
 
“Il Mibact, attraverso la Soprintendenza Speciale di Roma, è sempre stato presente in questa operazione di recupero, nell’ambito dei compiti di tutela con la valutazione e condivisione dei progetti del restauro dell’edificio. Un ruolo svolto in chiave propositiva, finalizzato alla valorizzazione di importanti reperti e alla piena restituzione alla città del mausoleo di Augusto, anche grazie alla risistemazione della piazza di fronte all’ingresso del monumento attesa da tempo”, dichiara Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma.


 
“Il Mausoleo di Augusto, monumento chiave nel passaggio dalla Roma repubblicana a quella imperiale, è l’esempio forse più eloquente del riuso, della reinterpretazione e della riscoperta delle vestigia antiche nella storia della città. Divenuto fortilizio durante il Medioevo, giardino all’italiana nel Rinascimento, arena per tori e bufale nell’età del Grand Tour, auditorium nei primi decenni del Novecento, fu recuperato in chiave politica nel Ventennio. Per tutte queste fasi l’attuale restauro, con gli studi che lo hanno accompagnato, ha fornito nuovi, importanti elementi di conoscenza”, afferma la Sovrintendente Capitolina Maria Vittoria Marini Clarelli.
 
Le visite, della durata di circa 50 minuti, si svolgeranno dal martedì alla domenica dalle ore 9 alle ore 16 (ultimo ingresso alle 15). Saranno completamente gratuite per tutti dal 1° marzo al 21 aprile 2021 con prenotazione obbligatoria sul sito www.mausoleodiaugusto.it
Dal 22 aprile, e per tutto il 2021, l’accesso resterà sempre gratuito per i residenti a Roma.
 
A partire dal 21 aprile 2021 la visita al Mausoleo sarà arricchita con contenuti digitali, in realtà virtuale e aumentata, in collaborazione con la Fondazione TIM. I servizi museali saranno gestiti da Zètema Progetto Cultura.
 
Dopo la prima fase di restauro conservativo terminata nel 2019 e realizzata mediante un finanziamento pubblico di 4.275.000 euro (di cui 2 milioni versati dal Mibact e 2.275.000 da Roma Capitale), è attualmente in corso la fase di valorizzazione del monumento, finanziata dalla Fondazione TIM con un atto di mecenatismo.
 
I lavori, diretti dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, permetteranno di realizzare un itinerario museale completo che racconterà le varie fasi storiche del Mausoleo, affiancato da un percorso privo di barriere architettoniche e accessibile a tutti, in concomitanza con i lavori di sistemazione di Piazza Augusto Imperatore, avviati a maggio 2020.
 
Grazie agli interventi di restauro del Mausoleo realizzati finora, con la sistemazione di numerose concamerazioni interne e l’avvio dell’allestimento del percorso museale, è possibile anticipare a marzo 2021 la fruizione del monumento rispetto ai termini previsti per il completamento delle opere di musealizzazione. Anche con il cantiere in corso, il pubblico potrà quindi effettuare una visita dell’area centrale e accedere agli spazi in sicurezza.


 

Sabato scorso proprio nel giorno dedicato alla Madonna di Guadalupe ho finito di leggere il libro, “Una Storia unica. Da Saragozza a Guadalupe”, di Angela Pellicciari, Edizioni Cantagalli (2019). Chissà se è un segnale che viene dall’alto.

Sicuramente la storia raccontata dalla scrittrice marchigiana è nel segno della Vergine Maria Madre di Dio.

In poche pagine (centocinquanta) l’autrice riesce a sintetizzare una grande storia, probabilmente unica. Si tratta della liberazione della Spagna, dal dominio musulmano, per la difesa con eroismo di un grande patrimonio di fede, di cultura e di civiltà ereditate dall’epoca romana.

 In un’epoca come l’attuale, molto “suscettibile” in tema di rapporti con l’islam, il libro di Angela Pellicciari decisamente non può non accendere qualche curiosità o polemica. “Se si pensa che la riconquista sia il frutto di arcaismo, superstizione, intolleranza e povertà, inevitabilmente si finisce col ritenere che la Spagna musulmana fosse un modello di tolleranza, apertura culturale, modernità e ricchezza […] il disprezzo per la storia della cattolica Spagna rende incomprensibili due fatti rilevanti, quanto unici, che restano senza spiegazione:

– come mai la Spagna ha saputo non solo mantenere la fede sotto l’occupazione musulmana (anche la Grecia e l’Armenia l’hanno fatto) ma anche, caso unico al mondo, è stata capace di liberarsi dal giogo islamico;

– come mai la Spagna è riuscita in pochissimo tempo a evangelizzare e latinizzare un intero continente».

La risposta a questi interrogativi si trova nel libro della Pellicciari: la forza della Spagna cattolica fu davvero la fede. Non la violenza, non il sopruso, non l’avidità, non la brama di potere e di proselitismo, come invece si sono rassegnati a pensare anche molti cattolici. E pensare che all’epoca (1496, a riconquista appena ultimata) fu il Papa in persona a «gratificare i sovrani spagnoli con un titolo prestigioso, mai utilizzato fino ad allora», quello di “Re Cattolici”, ricorda la Pellicciari.

La Pellicciari inizia da un episodio, frutto della tradizione. Nei primi anni quaranta dell’epoca cristiana, la Vergine Maria appare su una colonna a Giacomo presso Saragozza. Da qui nasce l’immagine venerata attraverso i secoli, la Vergin del Pilar, patrona della Spagna.

Il primo a parlarne di questo miracolo è Isidoro di Siviglia; tuttavia, il miracolo per eccellenza da collegare alla Vergine della Colonna, è quello capitato a un contadino che aveva subito l’amputazione di una gamba, miracolosamente riavuta dalla Madonna.

Il libro affronta i vari passaggi della difficile riconquista dei cristiani spagnoli del proprio territorio occupato dagli eserciti musulmani, a partire dal regno delle Asturie, dalla sperduta grotta di Covadonga (Grotta di Nostra Signora). Da qui inizia la reqonquista, del territorio spagnolo.

I re e le regine a cominciare da Alfonso I, che guidarono questa riconquista sono ricordati “chi come santo, chi come giusto, chi come casto, chi come cattolico. Perché il regno delle Asturie nasce fin dall’inizio in difesa della fede e delle virtù che da questa scaturiscono”. Questi sovrani che difendono la fede cristiana hanno il diritto e dovere della riconquista. Anche perché hanno la protezione celeste, per mezzo di S. Giacomo che riposa nel “campus stellae”, a Compostella.

Il primo a sperimentare l’efficacia di questa protezione del santo patrono è il re Ramiro I delle Asturie. Da allora il grido di guerra degli spagnoli contro i mori sarà: “Santiago y cierra! Espana!”. Santiago Matamoros, Giacomo uccisore dei mori. Intanto, Oviedo diventa la capitale religiosa e politica dell’intera Spagna. E se nelle Asturie “è tutto un fervore di fede, di ricostruzione, di ripopolamento, di strenua difesa della libertà, nell’emirato di Cordoba è tempo di martirio. Schiacciati dall’oppressione del governo musulmano, i cristiani danno testimonianza nell’unico modo che è loro concesso: col sangue”. La Pellicciari racconta della decapitazione di un sacerdote, Perfecto, che nell’850 ha osato sfidare i musulmani, definendo Maometto, un falso profeta. Dopo di lui, altri 49 cristiani, hanno affrontato con coraggio il martirio.

Per la riconquista della Spagna ci sono voluti settecento e ottantuno anni. In questi lunghi secoli succede di tutto, scrive la Pellicciari. “Il fronte cristiano che si scompone e ricompone e il mondo musulmano che attraversa periodi di grande decadenza e lotte intestine per poi tornare a riprendere vigore con nuove dinastie”.

In questo lungo periodo si susseguono personaggi e battaglie di grande valore simbolico. A cominciare della riconquista di Toledo, l’antica capitale, con le eroiche gesta di Rodrigo Diaz, El Cid Campeador, l’uomo valoroso per antonomasia, intrepido, libero, fedele, forte, che segna l’immaginario collettivo spagnolo attraverso l’epica narrazione delle sue gesta nel poema “El Cantar de mio Cid”.

Inoltre, la storica segnala che in questo periodo, nasce in Spagna, la prima specie di parlamento, nato proprio nel 1188, quando Alfonso IX istituisce le Cortes di Leon, un prototipo di parlamento.

Intanto, il Portogallo diventato regno indipendente, inizia le spedizioni sul mare, alla scoperta di nuove terre. Una delle personalità a distinguersi è Enrico il Navigatore.

Ritornando alla Spagna, alla sua riconquista, si tratta di una storia che vale la pena raccontare per Angela Pellicciari. La Chiesa è al centro di questa riconquista, un’impresa incredibile, resa possibile soltanto dalla fede, non certo dalla superiorità militare o dal calcolo di convenienza. Scrive la Pellicciari raccontando la riconquista:

«La Castiglia si forma così: vescovi e monaci, contadini-soldati liberi, città romane ripopolate, roccaforti costruite a presidio del territorio, con la chiesa sempre al centro. Un reticolo di fede, di interessi, di imprese, di attività, che si organizzano per ripopolare, difendere, estendere il territorio strappato ai mori e riguadagnato a Cristo. Per riconquistare la Spagna. Per tornare a vivere liberi, ritrovando la bellezza della cultura romano-cristiana». Tutto questo può accadere grazie all’opera grandiosa di due sovrani, giovani e belli: Isabella e Ferdinando. Due sovrani che hanno saputo amministrare e rendere grande la Spagna, ma anche che hanno saputo dare l’impulso a riformare la Chiesa. Quando ci sarà tempo dovrò presentare l’impareggiabile studio di Jean Dumont, “La regina diffamata”, (SEI, 2003), “Santa o diabolica?” La verità su Isabella la Cattolica, un libro che smonta “la leggenda nera” sulla sovrana di Spagna.

Comunque sia per la Pellicciari, gli spagnoli applicano gli stessi metodi della riconquista alla conquista delle Indie. Infatti, «Non si capisce la conquista senza la riconquista. Perché gli spagnoli applicano in entrambi i casi un modello consolidato: si comportano nella conquista delle Indie come al tempo della riconquista quando c’era da ripopolare i territori sottratti ai mori. Appena si prende possesso di un posto gli si dà un nome, si traccia un minimo di pianta del futuro centro abitato, si costruisce la chiesa, il municipio, la piazza e, intorno, le strade e le case».

Un’altra sorpresa offerta dal libro della Pellicciari è il continuo riferimento al legame tra fede e ragione contenuto nelle Istruzioni inviate ai conquistadores dalla regina Isabella, per la quale l’autrice ha un debole evidente.

«Per rendere possibile e facilitare il superamento dell’arretratezza culturale degli indios, Ferdinando ed Isabella promuovono il matrimonio fra indiani e cristiani: “Che alcuni cristiani si sposino con alcune donne indie, e le donne cristiane con alcuni indios in modo che gli uni e gli altri si aiutino e si insegnino a vicenda, così da conoscere sia la nostra religione sia come lavorare le terre e condurre le proprietà in modo che gli indios e le indie possano vivere come uomini e donne dotati di ragione”. Il diffuso meticciato scaturito dalle indicazioni della corona dà origine a una nuova civiltà, la civiltà indio-latina, con la sua marcata, allegra e vivace originalità, sia artistica che artigianale».

La Pellicciari spiega come i cattolici spagnoli difesero, anche con le armi, anche con la «guerra giusta», le popolazioni indie più deboli dalle altre tribù che le attaccavano, le schiavizzavano, le mangiavano.

«La descrizione delle atrocità commesse in nome degli dèi è così spaventosa che, per capire la rapidità e la stessa possibilità della conquista, vale la pena di leggere alcuni brani dei racconti che ci hanno tramandato gli esterrefatti soldati e religiosi spagnoli. Il soldato Bernal Díaz del Castillo così racconta i primi tempi dell’esplorazione dello Yucatan nel 1517: in un’isoletta “abbiamo trovato due case ben lavorate, davanti ad ogni casa c’erano alcuni gradini da cui si accedeva a degli altari, su quegli altari c’erano idoli di figure malvagie, che erano i loro dèi. Lì in quella notte erano stati sacrificati 5 indios, i cui petti erano stati squarciati, le braccia e le gambe tagliate, le pareti delle case erano piene di sangue”.

Poco lontano da lì, altro orrore. Durante una ricognizione nelle vicinanze di Tenochtitlán i soldati si imbattono in “templi in cui erano stati sacrificati uomini e ragazzi, e le pareti e gli altari dei loro idoli erano pieni di sangue, e i cuori offerti agli idoli; hanno anche trovato i coltelli di selce con cui aprono i corpi per estrarne il cuore. Pedro de Alvarado ha detto che tutti quei corpi erano senza braccia e senza gambe, e che gli indios hanno spiegato che li avevano tagliati per mangiarseli; i nostri soldati sono rimasti inorriditi da tanta crudeltà. E smettiamo di parlare di tanto sacrificio, perché da lì in poi in ogni città non abbiamo trovato altro”».

Secondo la Pellicciari la colonizzazione per i re cattolici di Spagna significava liberazione attraverso l’evangelizzazione. Tanto è vero che il divieto di ridurre in schiavitù gli indios da parte dei sovrani iberici anticipò di trent’anni la condanna della pratica da parte dei papi.

«A maggior ragione Isabella è fermissima contro la mentalità schiavista che rischia di affermarsi nelle nuove provincie sulla scia delle idee e del comportamento di Colombo. Anche se oggi è difficile crederlo, Isabella ordina, sì, la colonizzazione di territori enormi e lontani, ma la sua motivazione principale è l’evangelizzazione. Isabella desidera e, per quanto può, ordina che il Vangelo sia predicato nelle Indie e che ciò avvenga in condizioni di libertà».

In conclusione il testo descrive la straordinaria vicenda dell’apparizione a Juan Diego Cuauhtlatoatzin (letteralmente “aquila che parla”) della Madonna a Guadalupe e della costruzione del santuario. La Pellicciari lascia intendere concludendo il libro, l’apparizione della Madonna potrebbe apparirebbe fuori contesto se non fosse che in quel 1531 «l’adesione al cristianesimo da parte degli indiani è entusiasta. Gli indios hanno sete della dottrina cristiana e fanno chilometri per ascoltare le prediche dei loro catechisti».

La Vergine è apparsa il 12 dicembre 1531, col volto di colore bruno come gli indios (la si chiamerà morenita), con le mani giunte sul petto leggermente rigonfio perché incinta dei suoi figli americani. “Gli spagnoli – scrive Pellicciari – hanno ragione: hanno davvero portato la regina del cielo e suo figlio”.

L’ultima appendice del volume è proprio la ricostruzione del caso stesa in forma quasi poetica dall’azteco Antonio Valeriano. Altra bella sorpresa. E un utile ripasso per ex scolari male indottrinati.

 

Sta fecendo discutere il presepe allestito in Piazza S. Pietro. L’opera è un dono della città di Castelli (Teramo) centro famoso da secoli per le sue ceramiche. Il presepe è stato realizzato tra il 1965 e il 1975 dai docenti e alunni dell’Istituto d’arte “F.A. Grue”. Nella sua interezza è composto da 54 grandi statue, tra cui figurano anche un islamico, un rabbino ebreo, un astronauta e persino un boia (in riferimento alla pena di morte) ma solo alcune figure sono esposte a San Pietro.

Si tratta di un’opera moderna, che probabilmente non è stata apprezzata, visto che in rete, si stanno manifestando diverse critiche. Sulla pagina di Vatican news, si leggono solo commenti negativi, peraltro identificandoli con il pontificato di papa Francesco.

Probabilmente e non scrivo altro, sarebbe stato apprezzabile un presepe in linea con la tradizione. Tuttavia, papa Francesco l’anno scorso ha dedicato una splendida lettera apostolica la “Admirabile signum”, sul valore del presepe, firmata proprio presso la grotta, al Santuario di Greccio, dove nel Natale del 1223 S. Francesco organizzò la prima rappresentazione della Natività.

In un’epoca come quella contemporanea, dove la secolarizzazione e gli eccessi del politicamente corretto ci hanno ormai abituato a notizie sui simboli cristiani della Natività proibiti nei luoghi pubblici, papa Francesco intende “sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe” e “la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze”. Il papa esprime l’augurio che “questa pratica non venga mai meno” e che “possa essere riscoperta e rivitalizzata” là dove fosse caduta in disuso. E’ una pratica che si impara da bambini, quando i genitori e i nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine.

La lettera apostolica del papa contiene una ricostruzione storica di quanto avvenne nella notte del 1223 nella valle del reatino. Il Poverello d’Assisi, scrive Francesco, con l’invenzione del presepe realizza “una grande opera di evangelizzazione” capace di arrivare fino ai nostri giorni “come una genuina forma per riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità”.

La lettera apostolica passa poi ad analizzare il significato dei singoli segni che compongono generalmente la rappresentazione della Natività. Naturalmente nel documento non mancano i riferimenti alla salvaguardia del creato e la predilezione per i poveri irrompono anche in questa bella tradizione e lo testimonia la collocazione delle “montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori” e delle “statuine simboliche (...) di mendicanti e di gente che non conosce altra abbondanza se non quella del cuore”. “I poveri sono i privilegiati di questo mistero e, spesso, coloro che maggiormente riescono a riconoscere la presenza di Dio in mezzo a noi”, mentre “il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Il papa nel presepe fa spazio a figure che non hanno relazione con i racconti evangelici.

Tuttavia, il presepe riporta alla mente l’attesa per il suo allestimento negli anni dell’infanzia e dunque alla famiglia, ovvero il luogo privilegiato per la trasmissione della fede. Per papa Francesco, “Non è importante come si allestisce il presepe,- scrive papa Francesco -  può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita”.

In conclusione, il presepe è parte integrante del “processo di trasmissione di fede” che Francesco definisce dolce e al tempo stesso esigente. Questa bella tradizione che il papa a Greccio invita a non abbandonare ma, al contrario, a rilanciare laddove non più utilizzata, favorisce la nostra presa di coscienza nel credere che “Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria”.

Pertanto, non allestire il presepe nelle scuole a Natale è la negazione della nostra identità e il suicidio della nostra cultura cristiana, dei nostri valori e il rifiuto delle nostre radici. La sensibilità che ci porta ad assumere comportamenti rispettosi dell’altrui diversità, non può prescindere dal rispettare, anzitutto, noi stessi, e dal fatto che comunque il rispetto deve essere reciproco.

Da qualche anno si ripete il solito stupido e ridicolo disegno di cancellare le nostre tradizioni natalizie, in particolare quello più caratteristico: il presepe. Non mancano presidi o insegnanti che con una grande dose provocatoria, impediscono ai propri studenti anche a quelli non cattolici, di poter conoscere quel messaggio universale di pace che è il Santo Natale. Per la verità a cancellare totalmente il Natale ci aveva pensato Erode, con il suo metodo radicale, ora ci provano in tanti modi i fautori del “multiculturalismo”, della “libertà”, della “democrazia”, alla fine la scusa è quella di non “offendere” lo “zero-virgola” di alunni islamici presenti nelle scuole.

Tuttavia, il problema, in verità non viene creato da chi ha altre fedi religiose, ma da quei laicisti che non ne hanno affatto e usano come alibi il rispetto dei non-cristiani e la paura degli attentati terroristici.

Anche se c'è qualche inaspettato buon segnale da parte di “laici, come Vittorio Sgarbi che in una trasmissione proclama l’umanità nuova nata da quel Bambino e augura “Buon Natale a tutti voi che non siete nati il giorno in cui è nato Gesù Cristo, ma dovete a Gesù Cristo la vostra libertà, la bellezza, l’indipendenza della donna, tutto…”

In pratica cancellando le nostre tradizioni natalizie stiamo censurando il nostro modo

di essere e di vivere, pensando di educare i nostri ragazzi alla tolleranza. Di questo passo arriveremo ad abolire Dante, Manzoni, i dipinti dei grandi artisti, i musei, le chiese ricche di statue e di affreschi, città intere che in ogni edificio, non solo religioso ma anche pubblico, parlano di fede. Finiremo per censurarli tutti, ma così certamente non saremo più colti, più intelligenti, né più accoglienti, soltanto più aridi e infelici.

Tempo fa un dirigente scolastico si chiedeva: "Che senso ha togliere o negare ai bambini il gusto di una tradizione popolare, segno di una bimillenaria cultura, di diffusione planetaria, radicata nel sentimento, nell’arte, nella letteratura, nella storia, nella vita di ogni ceto sociale e specialmente in un paese come il nostro? Quante forme di cultura radicano nelle varie religioni e da esse traggono la loro specificità ed essenza, persino quando, nel tempo, si discostano dai loro significati originari? Perché pensare che non debbano aver spazio a scuola, se di culture si tratta? ".

 Inoltre il dirigente scolastico precisava che “il presepio non è un precetto religioso; non è un atto liturgico; non è un fatto propagandistico, e nemmeno un atto di culto, per quanto di ovvia ispirazione religiosa, "ma in quanto tradizione popolare è un fatto 'culturale'. E la cultura non si nasconde alla vista, non offende e non si occulta: si spiega. Si aiuta a capirla, a interpretarla. Il che non significa imporla. Senza chiusure per la cultura altrui, ma soprattutto senza imbarazzo, e tanto meno vergogna, per la propria”.

Allora quali sono i motivi per cui occorre spogliarsi delle nostre tradizioni, dei nostri segni? Forse per favorire il “dialogo” (parola-talismano dell'Occidente liquido) con i lontani, in questo caso, gli islamici? Non credo che riusciamo a dialogare meglio rendendoci nudi, attaccandoci a “niente”, soprattutto di fronte al credente in Maometto, erede consapevole di una grande religione come l'islam. Anzi è probabile che ci disprezzerà perchè ci siamo spogliati della nostra fede, della nostra cultura. E' una pia illusione credere che gli islamici si possano convertire alla nostra cultura occidentale, impregnata di relativismo religioso, libertà sessuale, edonismo, aborto, disordine familiare, omosessualismo, ideologia del gender e tanto altro. O forse pensiamo di corrompere o di integrare i musulmani, con il sex-shopping olandese, o il “nulla” dei Paesi del Nord Europa, ex protestanti, che ormai si sono adagiati su un paganesimo vissuto. 

Non sarà forse che il problema siamo noi e non i diversi? E' proprio così “Siamo noi che non sappiamo rendere ragione del bimbo nella mangiatoria”, scriveva l'informatore parrocchiale di Santa Maria delle Grazie al Naviglio in Milano.

Probabilmente siamo un popolo che non ha più nulla da raccontare che non ha qualcosa di caro da difendere. Peraltro, solo un popolo sa essere accogliente, altrimenti si diventa solo tolleranti. Essere tolleranti non è positivo, si tollera qualcosa che si sopporta a fatica, qualcosa che potrebbe essere spiacevole, dannosa, mal sopportata. Infatti, “si tollera chi ci sta vicino, sino a quando non ci dà troppo fastidio. Invece, il cristianesimo ci educa ad accogliere”. Naturalmente, però, chi accoglie l'altro deve amare le sue differenze, per quello che è, ma nello stesso tempo non si deve vergognare di se stesso. Dunque, no alla tolleranza, si al rispetto degli altri.

Ma poi questi passi indietro, che dovremmo fare noi cristiani, non potrebbero essere un'offesa nei confronti di tantissimi martiri cristiani, non solo del passato, ma soprattutto di oggi, che continuano ad essere “trucidati perseguitati proprio perché hanno avuto il coraggio di non fare passi indietro?”. “Siamo proprio sicuri che questa spasmodica ricerca di tranquillità serva alla causa della pace?” Sono alcune domande poste ai lettori, qualche anno fa da La Nuova Bussola quotidiana.

Forse sarebbe opportuno che molti cattolici rileggessero alcuni significativi passi del Vangelo, incominciando con quello di Matteo: “non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.. Chi ama il padre a la madre più di me non è degno di me”?

 Altro passo: “Guardatevi dagli uomini perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro ed ai pagani”; Oppure, “sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma chi persevererà fino alla fine sarà salvato»; “chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli...”.

E che dire infine, di quel “birichino di San Paolo, che ci invita ad annunciare Cristo in modo «opportuno», ma se occorre anche in modo «inopportuno?

 

 

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