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Emanuele Samek Lodovici a 38 anni aveva vinto la cattedra di Filosofia morale ma è morto prematuramente il 5 maggio del 1981. È stato un filosofo che ha pienamente testimoniato la sua fede cattolica e che già intorno ai trent’anni aveva raggiunto una levatura molto considerevole, tanto da essere stimato moltissimo per esempio da Augusto del Noce. Era nato il 28 dicembre 1942 a Messina, ma poi è vissuto a Milano. Nel quarantesimo anniversario della morte ne parliamo con uno dei suoi figli, Giacomo Samek Lodovici, che è Docente di Storia delle dottrine morali e di Filosofia della storia all’Università Cattolica di Milano. Gli scritti di Emanuele, sia scientifici, sia divulgativi, sono scaricabili sul sito www.emanuelesameklodovici.it

Degli scritti di suo padre colpiscono alcune riflessioni sulla sofferenza e sulla perdita di alcune virtù tradizionali: la fortezza, la pazienza, il coraggio, la perseveranza, utili quando ci troviamo ad affrontare un disagio, una sofferenza fisica. Oggi il ricorso all’analgesico, all’anestesia è sempre più frequente. E quando le sofferenze sono interiori la persona più debole e indifesa ricorre alla droga, alla ricerca dell’oblio e di un paradiso effimero.

In effetti mio padre diceva che molti concetti e aspetti della tradizione filosofica dell’Occidente sono stati banditi o ridotti soltanto al loro livello più basso, quello quantitativo. Per esempio, la parola virtù, dal suo senso originario che è quello di habitus, ovvero un particolare modo con cui si possiede (habere) se stessi senza diventare posseduti dai propri desideri e impulsi, è stata spesso ridotta a significare l’efficacia, e la virtù della fortezza, una delle parole pilastro della tradizione greco-cristiana, che sta ad indicare la capacità di sopportare la fatica, il dolore, le avversità, la tristezza, la malattia e in ultima analisi anche la morte (propria o delle persone care), è stata ridotta alla forza. E si è sempre più persa la capacità di affrontare la sofferenza, trasformando se stessi in consumatori seriali di anestesie, non solo quelle farmacologiche, bensì anche quelle che menziona lei.

Un altro tema di grande attualità è quello legato alla malattia. Oggi che la medicina è sempre più tecnica e sempre meno ascolto, il malato, l’uomo sofferente rischia di perdere la sua centralità.

Svolgendo l’implicito del discorso di mio padre, il fatto è che i vari dualismi antropologici, che contrappongono nell’uomo lo spirito e il corpo, finendo per identificare l’uomo o solo con il corpo o solo con lo spirito, conducono ad un approccio medico nefasto, quello di non pochi medici che si rapportano ai loro pazienti non considerandoli come persone, bensì focalizzandosi solamente sui loro organi, parti di corpo, arti, ecc. («il femore della stanza 5», «il trapiantato della stanza 21», ecc.). Ma l’essere umano è una totalità e la sua condizione interiore può non di rado riverberarsi positivamente/negativamente sulle condizioni del corpo, come è già chiaro dall’effetto placebo. Bisogna dunque recuperare sia un approccio medico olistico, un approccio al paziente come essere umano da ascoltare come persona, sia in generale l’unità del sapere, su cui mio padre insisteva.

In cosa consiste l’unità del sapere?

Senza essere un laudator temporis acti, mio padre valorizzava del Medioevo la capacità di realizzare appunto l’unificazione dei saperi intorno ad un fine-scopo comune, cioè la pienezza-perfezione dell’uomo. Esse dovevano insegnare, o almeno non intralciare, l’arte di vivere moralmente bene (l’ars bene vivendi et moriendi), favorire o perlomeno non ostacolare la ricerca del bene, l’amore a Dio e al prossimo.

L’unificazione comportava, per esempio, l’impossibilità che una scienza diventasse anarchica e assumesse come fine il solo proprio sviluppo. Non era cioè in linea di principio possibile che la scienza potesse progettare la clonazione, o gli attuali aberranti interventi di manipolazione genetica, ecc., perché ogni disciplina si conformava ad alcuni fondamentali criteri, ricevuti dalla teologia, dall’antropologia e dall’etica.

Questa unificazione del sapere, che dipendeva dal fine comune delle discipline, è stata soppiantata nel Rinascimento da una separazione: l’organismo unitario dei saperi si decompone e le discipline si rendono autonome l’una dall’altra (basti pensare, per es., alla scissione tra morale e politica enunciata da Machiavelli e, più ancora, in seguito, da Montaigne), rinunciando alla precedente solidarietà reciproca che le caratterizzava; ad un’unificazione del sapere secondo un criterio gerarchico, si è poi successivamente sostituito il surrogato di un’unificazione enciclopedica e antigerarchica, quella illuminista, che organizza le conoscenze secondo il solo criterio alfabetico (cosicché – diceva mio padre – la parola «pantofola» viene prima della parola «Platone») e in cui manca una gerarchia, cosicché tutto è sullo stesso piano: come diceva mio padre, al centro non c’è più l’uomo bensì l’accumulazione stessa del sapere, e la moltiplicazione delle informazioni atrofizza la capacità di riflettere. Oggi con internet, che pur è uno strumento benemerito, questa mancanza di gerarchia nelle infinite informazioni si è accresciuta a dismisura.

In uno degli ultimi interventi affrontò un altro tema che ritorna spesso perché affascina e non trova risposte esaustive: l’origine delle forme e l’agire creativo della natura. Attraverso il pensiero di Plotino: “l’ordine non può derivare dal disordine” nasceva una riflessione sulla natura, la vita e come questa sia nata sulla Terra in modo per niente casuale, come un’artista “crea senza sapere come”.

Non è possibile entrare qui nel merito di tale complesso discorso, ma quel che se ne può soprattutto ricavare è questo: se la teoria scientifica dell’evoluzione è vera, e stabilirlo è compito degli scienziati, non dei filosofi, sta di fatto che l’evoluzione non può essere governata dal caso, dunque non esclude l’esistenza di Dio, bensì è compatibile con una concezione in cui la storia della vita sulla terra e della comparsa delle varie forme, ecc., è governata da un’Intelligenza.

Per inciso, e questa è una mia aggiunta, Darwin si dichiarava agnostico, ma non ateo e (anche se quasi nessuno lo dice) nella pagina finale della IIa edizione dell’Origine delle specie (il suo celeberrimo testo), in cui riflette retrospettivamente sulle considerazioni che ha svolto nel corso del suo libro, scrive: «vi è qualcosa di grandioso in queste considerazioni sulla vita e sulle varie facoltà di essa, che furono impresse dal Creatore». Egli stesso dunque concepiva la possibile conciliazione tra creazione ed evoluzione.

Suo padre ha molto riflettuto sul pensiero gnostico. Pensiero gnostico che è da relegare nella storia della filosofia o la mentalità gnostica trova ancora spazio nel nostro tempo?

Mio padre ha distinto una precisa espressione della gnosi nel II-III secolo e appunto una mentalità gnostica, che invece pervade la storia delle espressioni culturali, anche nel mondo moderno e contemporaneo. C’è insomma una metamorfosi della gnosi – da cui il titolo di una delle monografie che lui ha scritto – con la ripresentazione di una, o due, o tre delle seguenti tesi.

La prima: il mondo e la natura umana sono errati e negativi, bisogna rifarli o stravolgerli.

La seconda: esiste una conoscenza-gnosi (dal greco) redentrice, un sapere che salva da tale condizione umana nefasta, un sapere per ri-fare molto meglio la natura umana.

La terza: grazie al sapere salvifico è possibile estinguere ogni limite, ogni imperfezione, è possibile creare un mondo perfetto, creare l’uomo nuovo e perfetto e instaurare il paradiso, o quasi, in terra.

Quali sono le sue rifrazioni moderne e contemporanee?

Mio padre, come Vögelin, Mathieu, Pellicani e Del Noce, ha visto nel marxismo una simile rifrazione della gnosi.

Inoltre ha interpretato il femminismo libertario in chiave neo-gnostica. Infine, tra i primi ha visto nello gnosticismo in generale e nello gnosticismo libertario antico in particolare un’anticipazione di quella che oggi viene chiamata teoria gender (che attinge anche dai gender studies, ma non è identica ad essi).

Come si collegano femminismo radicale e teoria gender allo gnosticismo?

Lo gnosticismo rifiuta il limite e a sua volta il femminismo libertario nega l’esistenza di quel limite che è costituito da una specifica natura maschile/femminile che differenzia l’uomo e la donna, che pur hanno la stessa medesima incommensurabile dignità (anche per questo indifferentismo tale femminismo oggi è contestato da altre espressioni del femminismo). E  anche la teoria gender rifiuta la natura umana data e vuole costruire l’essere umano, addita a ciascuno la creazione del proprio gender, prescindendo dal sesso biologico dato alla nascita.

Quanto allo gnosticismo libertario del II secolo, esso affermava che lo stadio originario del genere umano è una condizione di perfetta uguaglianza e indistinzione: gli esseri umani non differiscono l’uno dall’altro, né per caratteristiche estrinseche (come la proprietà di certi beni), né per aspetti biologico-fisici o intellettivi. Ora, la contemporanea teoria del gender, in una delle sue espressioni, afferma che la nostra identità psicologica maschile o femminile non è legata al sesso con cui nasciamo biologicamente, bensì è inculcata dall’educazione e dalla cultura in cui ci troviamo a vivere, perciò ognuno di noi dovrebbe essere moralmente libero di scegliere continuamente se vivere e agire secondo la propria percezione di essere maschile, femminile, omosessuale, bisessuale, transgender, ecc., prescindendo dai suoi organi genitali femminili/maschili.

Queste erano le interpretazioni di mio padre. Io aggiungo che oggi la terza tesi gnostica è sempre più riaffermata dal cosiddetto transumanesimo, un movimento scientifico e culturale, che riceve finanziamenti di milioni di dollari, che si propone la ri-creazione della natura umana e la cui ambizione più radicale è il superamento della morte.

Un altro tema che stava a cuore a suo padre era quello del linguaggio

Sì, sottolineava il potere manipolatorio di certi termini. Faccio degli esempi: la parola «aborto», che di per sé evoca, anche in molti abortisti, qualcosa di sgradevole (anche qualora lo si consideri un diritto), viene rimossa e sostituita dall’asettico acronimo «ivg» (interruzione volontaria di gravidanza) che fa pensare all’atto abortivo in modo molto più asettico; similmente, il bambino che potrebbe nascere diventa «prodotto del concepimento» oppure «pre-embrione»; la pillola abortiva diventa «contraccezione di emergenza»; ancora, l’espressione «stato vegetativo» già influenza il modo di pensare al soggetto che non è responsivo, inducendoci a pensare che egli sia un vegetale; e l’espressione «utero in affitto» viene sostituita dall’espressione «gestazione per altri» oppure «maternità solidale»; e padre e madre vengono sostituiti da «genitore A e genitore B». Ma si potrebbe continuare a lungo con gli esempi.

Diceva anche che «chi non ha le parole non ha le cose»

Il punto è che ci sono diverse situazioni in cui un parlante è privo di parole. Sia quando il suo lessico è povero, sia quando le ideologie hanno modificato il significato delle parole (come nel caso della parola «fortezza» ridotta a «forza», della parola «amore» ridotta alla sola «attrazione», della parola «bene» ridotta a «sentirsi bene», ecc.), sia quando le ideologie hanno reso correnti certe parole che sono manipolatorie (come nei casi già citati di «ivg», «pre-embrione», ecc.)

Ora, se noi vogliamo esprimere una convinzione su dei beni/mali etici, antropologici, sociali, ecc., non riusciamo a farlo quando non abbiamo le parole per formularla. E non abbiamo le parole per formularla sia quando il nostro lessico è povero, per esempio se ci esprimiamo in una lingua straniera che non padroneggiamo, o se non padroneggiamo bene nemmeno la nostra lingua, sia quando il lessico corrente è impoverito e distorto volutamente dalle ideologie. Se non riusciamo a esprimere quella convinzione non riusciamo a promuovere i beni che ci stanno a cuore ed a contrastare i mali e le ingiustizie che ci indignano, addolorano, ecc. L’effetto della distorsione ideologica del linguaggio è di renderci, nella nostra lingua, come dei parlanti che si esprimono in una lingua straniera faticosamente e con un lessico minimale, dunque incapaci di poter far capire agli altri i beni/mali – e le ragioni-argomentazioni per cui sono tali – su cui si focalizza il nostro impegno civile. Insomma, «chi non ha le parole non ha le cose».

Devo confessare una verità: tra i tanti libri non letti, presenti nella mia biblioteca, non ho ben chiaro quali sono i criteri di scelta per la lettura di un testo e poi per l'eventuale recensione. D'altro canto può capitare di trovare un libro interessante nella solita outlet libraria di Milano e leggerlo subito. Così è stato per «Europa Imperiale. Storia e prospettive di un ordine sovranazionale», autore, Otto Von Habsburg, Edizioni Culturali Internazionali Genova [ECIG], (1990). Attenzione all'autore, si tratta del primo degli otto figli di Carlo, ultimo imperatore austroungarico, e di Zita di Borbone Parma. Mi riferisco all'ultimo arciduca ereditario d'Austria e Ungheria, che oltre ad essere deputato dal 1979 del Parlamento Europeo, è stato presidente dell'Unione paneuropa.

Naturalmente è tutto datato, per essere più precisi, il saggio è stato scritto nel 1986. E l'arciduca è scomparso nel 2011. Europa imperiale, è composto di 5 parti. Ho scelto di proporne i contenuti soltanto, la prima e l'ultima parte. Anche perché nelle altre, l'autore affronta argomenti riguardanti la politica e la storia europea e mondiale degli anni '70, '90. I difficili anni della cosiddetta “guerra fredda” nei Paesi dell'Europa Centrale sotto la dominazione comunista sovietica. E poi la politica dell'Europa occidentale, con riferimento a quella americana, uscita dalla seconda guerra mondiale.

Il saggio propone delle ottime osservazioni di Von Habsburg sulla storia, le caratteristiche e gli ingranaggi del Sacro Romano Impero, che nel bene e nel male era riuscito nella sua lunga storia, a pacificare regni, territori e negli ultimi anni a condizionare le spinte nazionalistiche. Quando scompare l'Impero, esplodono le ambizioni esasperate dei nazionalismi che hanno fatto scoppiare la carneficina della prima guerra mondiale. Probabilmente sarebbe riuscito anche ad evitarci le due sanguinarie rivoluzioni nazionalsocialista e quella bolscevica. Infatti, dopo il 1918, nel Centroeuropa sorse uno spazio vuoto, previsto dall'imperatore Carlo, che sarebbe stato occupato con la violenza, prima dalla Germania e poi dall'Unione Sovietica.

Certo oggi sembrerebbe completamente anacronistico occuparsi di Impero, di Monarchia, di Regno. D'altro canto di questi tempi, di aggressione e cancellazione del passato, da parte dei vari gruppi antagonisti europei e soprattutto americani, è arduo sostenere certe tesi politicamente scorrette. Anche se come ho evidenziato recensendo un interessante saggio di Raffaele Simone “Come la democrazia fallisce” (Garzanti, 2015) è del tutto evidente che l'istituzione democratica attraversa una grave crisi, ce ne stiamo accorgendo da oltre un anno come le nostre democrazie liberali, stanno gestendo l'esplosione pandemica. Sostanzialmente stanno sospendendo tutte le più elementari libertà personali.

L'idea di Impero, il principio di un ordine sovranazionale garantito da una monarchia universale, ha impresso il suo segno su tutta la storia dell'Occidente, da Roma fino alla fine dell'Impero Austro-Ungarico.

Quando è stato scritto questo saggio, nell'Unione europea, forse si sentiva il bisogno di ideali cosmopoliti  sovranazionali per una ricerca di unità e prosperità. Il libro non intende offrire argomenti risolutivi, tuttavia, scrive l'arciduca, «il nostro futuro non può essere raggiunto solo attraverso la politica partitica o la tecnologia. Esse sono importanti ma non decisivi[...]».

Il politico nonché arciduca Otto von Habsburg è consapevole che la politica se vuole programmare il futuro ha bisogno di conoscere la Storia. «Chi vuole far incontrare popoli diversi deve sapere ciò che li unisce e ciò che li divide».

Von Habsburgh si rende conto che argomentare su un tema come quello dell'”«Impero”, si espone spesso al rischio di incomprensioni e di attacchi politici ingiustificati». Un Impero non va concepito come un potere territoriale, peraltro, «non lo si può neppure limitare ad una sola nazione poiché il suo compito è proprio di agire come cerniera tra diversi popoli e stati».

Le osservazioni del politico austro-tedesco non intendono ricreare antiche e ormai scomparse forme politiche del passato. Tuttavia in questo periodo storico che si discute su progetti di unificazione europea, è una buona cosa, «riportare alla luce quei tratti sovranazionali e imperiali che dopo la Rivoluzione Francese sono stati completamente cancellati dagli accecanti colori nazionalisti».

Otto von Habsburg descrive sinteticamente i vari passaggi della storia del Sacro Romano Impero a partire da Carlo Magno. Trasmesso dai popoli dell'Oriente, attraverso i Romani, fino ai Franchi. Il modello, l'idea di impero, è un concetto cristiano-occidentale, si forma sotto la spinta della filosofia della storia di S. Agostino, un altro fattore decisivo fu il ruolo di San Benedetto, che ha salvato la cultura classica di Atene e di Roma.

A partire dalla notte di Natale dell'800, Carlo, l'imperatore, sovrano progenitore dell'Europa, «creò una tradizione e un'immagine imperiale che restarono valide fino al 1806 e, nei territori danubiani, addirittura fino al 1918».

Peraltro Von Habsburg è convinto che i problemi del popolo tedesco sono iniziati con la fine del Sacro Romano Impero, cioè nell'anno 1806. «Nonostante molte debolezze e carenze di costruzione, l'Impero aveva loro offerto per circa un millennio un tetto protettivo sotto al quale essi poterono vivere in maniera corrispondente alla loro essenza, alla loro tradizione e alla loro posizione geografica».

Per l'arciduca, la missione storica dei tedeschi fu fin dai tempi antichi sovranazionale e imperiale. La loro funzione, nonostante le guerre, era di equilibrare, di mettere in collegamento le diverse culture e di scambiare beni materiali e spirituali con altri popoli, come gli italiani, i francesi, gli slavi, i magiari, i baltici, i scandinavi.

D'altro canto i tedeschi agirono sempre come popolo imperiale, del resto, l'idea imperiale, si pone al di sopra delle nazioni e per questo motivo, non può mai puntare ad un predominio nazionalistico.

Il predominio nazionalistico dei nazisti, contraddiceva questa funzione storica. L'autore del saggio fa riferimento alla svolta nazionalista iniziata nel 1848, proseguita nel 1866, che minacciava l'esistenza, lo stato plurinazionale asburgico. E ci sono date importanti che hanno portato alla rovina gli Stati centrali europei, come la sconfitta di Sadowa nel 1866. Dopo questa sconfitta, il segretario di Stato vaticano Antonelli, esclamò, “Casca il mondo!”. «Con la vittoria del nazionalismo nell'area tedesca iniziò la decadenza d'Europa e il popolo imperiale tedesco non fu più fedele alla sua missione. La rinuncia tedesca alla grande idea dell'Occidente cristiano, l'”Orbis Europaeus Christianus”, non poté che agire in modo devastante su tutti i popoli vicini, perché distrusse la parte centrale del continente».

Pertanto, la cosiddetta inimicizia tra Austria e Prussia, fu un terribile errore storico. E comunque di questo sono responsabili sia Vienna che Berlino.

Il testo apre spiragli di storia eccezionale che hanno visto protagonisti re, imperatori, come la difesa dell'Europa dagli assalti turchi. Su questo tema da segnalare, una scheda su uno dei condottieri prototipo dell'Impero. Il grande stratega e politico, un vero europeo, il Principe Eugenio di Savoia. Il principe è l'esemplare prodotto delle caratteristiche sovranazionali dell'Impero. Rifiutato da Luigi XIV, l'imperatore Leopoldo I lo accolse nel suo esercito dandogli la possibilità di fare una carriera prestigiosa. Il suo battesimo di fuoco, iniziò a Kahlenberg, il 12 settembre 1683, quando l'esercito imperiale sotto la guida spirituale di padre Marco D'Aviano, sconfisse i turchi che assediavano Vienna. Da questo momento il principe savoiardo si distingue in tutte le battaglie contro il pericolo turco. Tra queste battaglie si ricorda, Zenta, poi quella di Superga contro i francesi, infine Belgrado.

Il principe Eugenio va ricordato non solo per le battaglie, ma anche come un grande mecenate dell'arte barocca. Un principe che pensava in grande, hanno scritto.

Il saggio “Europa Imperiale”, offre passaggi significativi dove si smascherano alcuni miti, nel capitolo (L'Impero e il Danubio), l'arciduca, ricorda che la monarchia danubiana non fu una artificiale prigione dei popoli, tenuta assieme dalla dinastia regnante, come viene descritta da certa storiografia internazionale.

Il compromesso nato nel 1867, dello Stato asburgico, chiamato Austria-Ungheria, «era una necessità strategica non solo per tutti i popoli minori che in essi trovavano rifugio, ma anche per l'intera Europa». Basta guardare la carta geografica (i Carpazi e i Sudeti), dove convivono popoli, che hanno svolto, peraltro blocco storico contro gli attacchi dei turchi, come i Magiari, Cechi, Slovacchi, Croati, tedeschi.

Attraverso la casa asburgica le zone danubiane divennero il nodo cruciale di molteplici influssi sovranazionali. Qui in questo territorio composto da molti popoli, gli imperatori realizzarono profonde riforme, che hanno prodotto grandiosi risultati.

Otto von Habsburg è convinto che la pluralità di popoli significa ricchezza per tutti.

«Questo non vale solo per la vita culturale, ma anche in politica. La storia ci mostra quali pericoli provengono da stati nazionali centralistici. Uno stato composto di molti popoli, nel quale esista un equilibrato rapporto tra le varie singole nazioni, è già per sua natura costretto a comportarsi pacificamente».

Il classico esempio che rafforza questa tesi, è la Svizzera. Essa è costituita, oltre che dai Romanci, anche dai Tedeschi, Francesi e Italiani e pertanto ricerca sempre di stare in pace con la Germania, la Francia e l'Italia.

Continuando la sua descrizione il figlio di Carlo I d'Austria, sottolinea la straordinaria eccezione del variopinto panorama dei popoli della monarchia asburgica. Elencando i vari popoli facenti parte, a partire dagli Austriaci, fino ai Bulgari o i Gorali. E ognuno ci teneva a differenziarsi per cultura e religione. Perfino i bosniaci, dove spiccava il gruppo musulmano, si comportavano da buoni sudditi nei confronti dei loro sovrani cattolici, inserendosi, sorprendentemente armonicamente nell'intero edificio della monarchie e dell'esercito.

 Comunque sia l'autore del libro sfata un altro mito, quello che l'Austria-Ungheria, l'impero sarebbe crollato lo stesso dall'interno. Gli storici seri hanno smentito tutto questo. «I popoli di quello stato, così frettolosamente dichiarato morto, combatterono tra il 1914 e il 1918 con grande valore per la sua conservazione[...]»

A mitigare e comporre le varie tensioni fra i popoli, poteva farlo per Habsburg, solo la corona sovranazionale, il che avvenne con differenti risultati. L'arciduca fa riferimento ad alcune riforme costituzionali che permisero ai singoli popoli di avere un crescente sviluppo nazionale. Si fanno presenti alcuni compromessi politici che regolavano la vita dei popoli sotto la corona asburgica, vita che successivamente sarà sconvolta dalla snaturale sottomissione egualitaria comunista. Il dominio comunista nel bacino del Danubio, in un primo tempo ha coperto con la violenza i problemi locali legati ai gruppi etnici. Il figlio di Carlo qui ricorda come suo padre, negli ultimi mesi di vita a Madeira, soffrisse molto per non aver potuto evitare la minaccia incombente nell'area danubiana.

Ricorda anche che suo padre per soddisfare le rivendicazione tedesche e magiare, aveva in progetto un'idea modernissima, trasformare lo stato asburgico in una federazione di liberi popoli. «Tale progetto avrebbe senz'altro reso possibile un futuro migliore ai popoli danubiani che non le idee folli di un Benes, di un Hitler o di un Stalin».

Tuttavia Habsburg è convinto che dalla storia dello stato plurinazionale asburgico nel cuore del nostro continente si possa imparare molto per l'Europa di domani.

L'ultima parte (Anima dell'Impero) sviluppa proprio questo aspetto come attraverso l'anima cristiana dell'Impero, che guardava ad Atene e Gerusalemme, ci possa essere un futuro migliore per l'Europa. Ma questo è un argomento di oggi, l'Europa da tempo ha rifiutato le radici cristiane e quindi è davanti ai nostri occhi lo stato in cui è ridotta.

 

Vita, dignità del persona umana,famiglia, diritto, lavoro, Stato, educazione, immigrazione, ecologia, sussidiarietà, solidarietà, su questo e altre tematiche che riguardano la società, i cattolici, in virtù della loro Fede, hanno qualcosa da dire? Si. Sono i temi che affronta la Dottrina Sociale della Chiesa, un vasto e articolato insegnamento che la Chiesa offre a tutti gli uomini di buona volontà per favorire lo sviluppo integrale della società.

Peraltro sono gli argomenti che sta affrontando, Alleanza Cattolica, in un corso online sulla Dottrina Sociale della Chiesa, che sto seguendo, ad oggi mancano 2 sezioni.

Proprio in questi giorni ho ricevuto due volumetti che hanno lo scopo di introdurre allo studio della Dottrina Sociale della Chiesa, si tratta di «La Dottrina Sociale Cattolica. Sfida per il terzo millennio», Il Cerchio- Iniziative editoriali (Rimini 1991), scritto da Riccardo Pedrizzi  e «Una luce sul mondo. Dalla Rerum Novarum alla Caritas in Veritate», Editoriale Pantheon (Roma, 2011) di Riccardo Pedrizzi e Giovanni Scanagatta.

Anche se sono entrambi datati i due testi possono essere utili in particolare per far conoscere il grande patrimonio documentale della Dottrina Sociale, soprattutto in certi ambienti politici, mi riferisco a quell'area culturale della Destra italiana. Infatti il dottor Pedrizzi è stato senatore della Repubblica per tre legislature e Deputato alla Camera per una. Ho un ricordo particolare del senatore Pedrizzi, negli anni 1995-96, durante la mia permanenza nella Riviera Jonica messinese ho curato anche una Rassegna Stampa, oltre ad una trasmissione radiofonica, capitava di presentare interessanti articoli del senatore  pubblicati su Secolo d'Italia, quotidiano di Alleanza Nazionale.

Intanto leggo sul suo blog che è stato responsabile nazionale per le politiche della famiglia e presidente nazionale della consulta cattolica di AN per i problemi etico-religiosi si è impegnato in particolare sui temi della salvaguardia della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, della difesa e della valorizzazione del ruolo della famiglia quale cellula fondante della società e della tutela del diritto naturale dei genitori di poter scegliere quale tipo di educazione dare ai propri figli partecipando a convegni e tenendo conferenze su tutto il territorio nazionale.

Il testo formato tascabile su La Dottrina sociale di Pedrizzi, è prefato da monsignor Domenico Pecile, vescovo di Latina, il quale scrive: «Questo volume ha, tra l'altro, il pregio di consentire una lettura agevole anche a chi non ha una assidua frequentazione con i problemi affrontati, soprattutto in virtù di una agile raccolta di brevi saggi che possono servire da guida per il lettore […]». Per il presule, «La lettura dei saggi introduttivi, costituirà un indispensabile ausilio per quanti vorranno trovare un orientamento autenticamente cattolico in un momento di grande smarrimento, seguito all'eclisse di quelle ideologie che sembravano aver surrogato anche il ruolo della dottrina cristiana».

Il testo è introdotto dal filosofo torinese Rocco Buttiglione, citando il grande filosofo Augusto Del Noce, scrive: «Il difetto principale che si rimprovera alla dottrina sociale cristiana è quello di costituire un insieme di precetti astratti che male si adattano alla applicazione nel corso di una storia in continuo movimento».

L'agile testo di Pedrizzi è composto da nove capitoli e poi da un'antologia, di alcune encicliche dei Papi, a partire dalla Rerum Novarum, fino alla Sollecitudo Rei Socialis.

Nel I° capitolo, Pedrizzi descrive l'Ottocento rivoluzionario, figlio della Rivoluzione Francese, criticato dai vari pensatori controrivoluzionari a partire da Joseph De Maistre, padre della sociologia cattolica, che aveva capito, che la rivoluzione francese era lo spartiacque della Storia. Vengono citati gli altri che si sono opposti ai principi dell''89, Luis Gabriel De Bonald, Juan Donoso Cortes, Giuseppe Toniolo, promotore dell'Unione Cattolica per gli Studi Sociali.

Nel II° capitolo tratta del ruolo pubblico del Cristianesimo. Nel 1991, Pedrizzi indica una rinascita della Dottrina sociale, sotto l'impulso del grande pontefice Giovanni Paolo II. Anche se ancora ci sono sacche di resistenza da parte di certo clero che si attarda su posizioni di tipo sessantottino.

Infatti, Pedrizzi nota che dopo il Concilio Vaticano II, la Dottrina Sociale è stata messa in sordina, e per certi versi anche contestata all'interno della stessa Chiesa. La Dottrina sociale della Chiesa viene rilanciata dopo la pubblicazione dell'enciclica Laborem exercens e soprattutto, dopo il forte discorso tenuto da Giovanni Paolo II a Loreto nel 1985, dove si invitava il laicato cattolico a «superare quella frattura tra Vangelo e cultura che è, anche per l'Italia, il dramma della nostra epoca[...]».

Giovanni Paolo II con grande forza da Loreto, invita i cattolici a non avere paura di Cristo, «non temete il ruolo anche pubblico che il Cristianesimo può svolgere per la promozione dell'uomo e per il bene dell'Italia».

Inffatti, per Pedrizzi, erano stati dimenticati e messi in discussione, proprio il ruolo pubblico della Chiesa e la rilevanza sociale del cristianesimo. Artefice di questa dimenticanza è stato il Laicismo, che ha esaltato le dottrine liberali e quelle marxiste. E comunque alla data in cui è stato scritto questo manuale (1991), Pedrizzi rilevava buone prospettive di successo per l'insegnamento della Dottrina sociale, senza complessi d'inferiorità. Queste prospettive si intravedevano nel rilancio delle Nuove Settimane Sociali, dove si auspicava una buona presenza di cattolici fedeli alla Tradizione.

Il IV° capitolo si occupa dell'impegno vero e proprio del “laico” cattolico, che è il semplice fedele che non ha abbracciato una vocazione religiosa. Evitando le strumentalizzazioni, il laico cattolico si impegna per il bene comune, attraverso la teologia morale, cerca «di impostare correttamente i problemi contingenti e concreti che si pongono all'uomo di oggi; attraverso essa possono interpretare la realtà politica, sociale ed economica 'esaminandone la conformità o la difformità con le linee dell'insegnamento del Vangelo'». Il grande imput che aveva impresso il pontefice polacco, rappresentava una grande opportunità, una grande occasione presentata alla Chiesa italiana, per animare cristianamente la nostra società. Una volta si usava dire, restaurare la civiltà cristiana.

Il V° capitolo, Pedrizzi sintetizza i principi della Dottrina Sociale che non tramontano mai«A cento anni, dunque, dalla promulgazione della prima enciclica sociale (1891; Rerum novarum), che diede l'avvio allo sviluppo sistematico di questa dottrina [...]». Si rileva che per la prima volta la DSC entra come materia d'insegnamento in tutti i seminari, in tutte le facoltà ecclesiastiche, in tutte le scuole superiori di scienze religiose.

Il VI° capitolo si occupa del pontificato di Pio XI, Papa Ratti, che per certi versi è stato vilipeso calunniato e poi attraverso una congiura del silenzio si è cercato di minimizzare il suo operato. Un Papa che prodotto ben 30 encicliche, la proclamazione di 550 santi e beati, la convocazione di 17 concistori, la creazione di 74 cardinali, con la nomina dei primi vescovi asiatici e africani. La nascita della Radio Vaticana, commissionata allo scienziato Guglielmo Marconi.

Non possiamo elencare tutte le encicliche di Pio XI, Pedrizzi, si dilunga su la Divini redemptoris, l'enciclica sulla condanna del comunismo ateo. «Il Papa individua l'antropologia di questa filosofia, dimostrandone il carattere profondamente illiberale e materialista; ne spiega anche il successo preparato e facilitato da un liberalismo laicista e amorale[...]».

Il VII° capitolo si occupa dell'educazione nella Dottrina sociale della Chiesa. Rendendosi conto che il passaggio dalla teoria alla pratica non è facile, a causa dell'egoismo profondamente radicato negli esseri umani, come diceva Papa Giovanni XXIII. Il testo individua a chi spetta educare e chi è il soggetto dell'educazione, qual è l'ambiente naturale dell'educazione, quali sono i fini dell'educazione cristiana in genere.

L'VIII° capitolo affronta le tematiche ecologiche, ridotte all'ecologismo, una delle tante ideologie che ammorbano il mondo.  Tuttavia il testo di Pedrizzi evidenzia che anche nel mondo cattolico di allora c'era una giusta sensibilità ecologica. Non c'era bisogno di Greta Tumberg.

Il IX° e ultimo capitolo (La Chiesa e i mercanti). Qui Pedrizzi mette in guardia da una manipolazione in atto (almeno allora) di un'abile appropriazione indebita della DSC da parte dei liberisti e dei collettivisti. Certamente ribadisce Pedrizzi, la DSC non è una terza via tra capitalismo liberista e collettivismo marxista. Inoltre smaschera certe ipotesi di voler forzatamente mettere insieme, la DSC, in una sorta di miscuglio tra capitalismo e socialismo.

Il testo «Una Luce sul mondo» con una introduzione del senatore Maurizio Sacconi e una prefazione del cardinale Salvatore De Giorgi, vuole offrire preziosi spunti di riflessioni utili per orientare l'azione di tutti, verso una visione del mondo e della vita che metta al centro la persona, che deve operare per il bene comune.

Il testo viene pubblicato dagli autori in occasione delle celebrazioni per i centoventi anni dell'enciclica Rerum novarum, gli ottanta della Quadragesimo Anno, i quaranta della Octogesima Adveniens ed i venti della Centesimus Annus.

Anche in questo testo viene richiamata l'attenzione sui temi della Dottrina sociale cattolica, che appaiono punti fermi ed approdi ideali e culturali a cui fare riferimento.

Anche in questo testo si fa riferimento in particolare al grande Magistero dei pontefici, Leone XIII, Pio XI, Giovanni Paolo II e infine Benedetto XVI.

Chiudo con un auspicio del professore Giovanni Scanagatta, a conclusione del suo saggio su Benedetto XVI e la DSC, a proposito di un rinnovato impegno dei cattolici in politica, scrive: «I cattolici devono uscire dal loro recinto in cui si sono rifugiati e impegnarsi senza paura nella partecipazione, come insegna in modo incisivo il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa [...]». Il professore guarda al mondo dei movimenti e delle associazioni ecclesiali. I cattolici devono fare la loro parte in politica, superando le differenze e le divisioni, come è avvenuto all'indomani della seconda guerra mondiale. Un grande aiuto può darlo certamente il grande insegnamento di san Giovanni Paolo II.

 

 

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