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Martedì, 01 Dicembre 2020

Città di Dio, un libro per conoscere la baraccopoli di Accra

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Il progetto ecumenico “Gocce d’Amore Universale” gestisce ad Accra, capitale del Ghana, la scuola primaria “Città di Dio”, all’interno della quale insegnanti volontari d’inglese, matematica e computer, maestre di taglio e cucito ed educatori di etica e morale svolgono attività didattiche e culturali, dedicate anche agli adulti, in un’ottica di promozione dei valori dell’educazione, nella sua più larga accezione.

La missione ha avuto inizio il 15 luglio 2002 nel cuore della baraccopoli di Accra, nella zona di Agbogbloshie, chiamata “Sodoma e Gomorra”. La denominazione utilizzata fa capire in modo inequivocabile il livello delle condizioni socio-ambientali di questi esseri umani, che quotidianamente devono affrontare le difficoltà e gli indicibili disagi del posto più tossico del mondo. L’Arcivescovo di Accra ha battezzato la baraccopoli Città di Dio, all’interno della quale di trova la “Scuola Pace”.

Questo posto ai limite della realtà possiamo immaginarlo come un deserto in corso di derelizione, un’enorme spianata ricoperta di rifiuti a mucchi, sparsi in ogni dove. Un’ulteriore aggravante: i rifiuti sono tossici e in questa località vivono migliaia di persone, che frugano fra essi per sopravvivere, alla ricerca di metalli pregiati, come rame, argento oro, da rivendere al mercato in cambio di qualcosa da mangiare.

In occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino sono venuta a conoscenza di questa terribile realtà, attraverso la testimonianza diretta di Claudio Turina, già missionario Laico della Carità di Madre Teresa di Calcutta, ora Beata, si adopera da una vita in progetti ed importanti iniziative umanitarie. Nel corso delle sue missione ha finora realizzato in tanti Paesi del mondo, come India, Guinea, Perù, infrastrutture, opere pubbliche, allevamenti ed il progetto Masai per l’agricoltura. In questi ultimi anni è iniziata la sua lunga esperienza in Ghana dove, attraverso l’Associazione, esattamente ad Accra ha ristrutturato la scuola situata all’interno della baraccopoli.

Egli, insieme a Padre Joel Makame ed altri amici, ha fondato l’Associazione “Gocce d’Amore Universale”, per il sostegno degli orfani della Tanzania e di altri parti del mondo. (www.claudioturina.it - www.cityofgodaccra.com)

Claudio Turina è l’autore del libro “CITTA’ DI DIO”, lo stesso nome della baraccopoli di Accra. Importante sottolineare che i proventi dalla vendita dell’opera verranno devoluti alla missione.

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Il suo bellissimo libro “CITTA’ DI DIO” il posto più tossico del mondo (Edizioni Clony), che lei ama definire un romanzo fra la realtà e l’ideale è ambientato in Ghana, esattamente nella periferia della capitale Accra, una baraccopoli conosciuta come Sodoma e Gomorra. Vorrebbe descrivermi la realtà del suo tessuto sociale?

In realtà lo slum si trova nella zona in cui gli inglesi fondarono Accra, cioè nel centro antico, zona dell’immenso mercato alimentare di Agbogbloshie, a poca distanza dall’Atlantico. Il tessuto sociale lo si potrebbe definire omogeneo, al 90% mussulmano, poverissimo, rasenta l’analfabetismo, parlante le varie lingue tribali e dedito a lavori pesantissimi e miseramente retribuiti: da uno a due euro a giornata. La maggior parte dei bambini non va a scuola; le donne spesso sono senza marito, quindi devono risolvere tutti i problemi da sole. Una cosa stupisce noi europei è la mancanza di vecchi: non si vedono, questo significa che la durata della vita è breve a causa delle enormi difficoltà: lavoro pesante, scarsa nutrizione, nessuna assistenza medica. Non da ultimo le precarie condizioni igieniche: nello slum non esiste l’acquedotto, ma nemmeno le fognature, la luce elettrica è abusiva e i tuguri non hanno il bagno, quindi si può soltanto immaginare la situazione in cui si trovano a vivere i suoi abitanti.

La storia si articola fra diversi personaggi, alcuni dei quali reali. Fra questi, si pongono in risalto le figure di Padre Arcadio, primo missionario nello slum, Padre Subash, che prende il posto del suo predecessore e poi il laico veneziano, in altre parole lei stesso, nelle vesti di testimone e narratore delle vicende. Può spiegarmi qualcosa in più in merito a questi personaggi?

Padre Arcadio è un missionario francescano, quindi deve osservare il voto di ubbidienza. Dopo 12 anni di vita nello slum, conducendo lo stesso tenore di vita di tutti gli altri e avendo avviato la scuola per adulti, sostegno alle ragazze madri e ai bambini, la sua Congregazione lo tolse dallo slum e lo destinò ad un nuovo incarico: Maestro dei Novizi. Padre Subash è indiano, ha dedicato trentacinque anni della sua vita ai Missionari della Carità della Beata Teresa di Calcutta. Ad un certo punto entrò in crisi, chiese l’esclaustrazione secondo il Diritto Canonico. Passò tre anni in un Centro di Preghiera dell’arcidiocesi di Accra, poi l’arcivescovo gli affidò la direzione del Centro City of God.

Il sottotitolo in inglese di “City of God” così recita: The most toxis Place on Earth, una efficace definizione di una realtà in uno dei posti davvero più tossici esistenti sul pianeta. A chi è venuta l’idea di scrivere un libro che possa portare a conoscenza di tutti una situazione di tale incommensurabile drammaticità?

L’idea del libro venne a padre Subash. Una sera, eravamo a scuola, mancava la luce elettrica, gli allievi avevano le candele accese e noi a sperare che ritornasse la luce. Ad un certo punto mi disse: “Tu ami scrivere, hai il computer nel tuo zainetto, perché non inizi a scrivere un libro che faccia conoscere questa realtà, il nostro progetto, quello che facciamo e che si dovrebbe e potrebbe fare?”. Non persi un attimo di tempo, aprii lo zainetto, presi il mio computer e iniziai a scrivere con la candela accesa accanto a me.

Come avviene l’incontro fra Mudu e Talata, entrambi provenienti da famiglie molto povere, con Shahib, di estrazione sociale benestante?

Mudu e Talata, nati nello slum e vissuti per molti anni, si conoscevano. Mudu nacque in una famiglia intraprendente che guadagnava parecchio grazie alla loro attività nello slum, così lui poté frequentare le scuole secondarie private e poi andare all’università. All’università incontra Shahib e diventano amici. Attraverso Mudu, Talata conosce Shahib e nasce un’amicizia fortissima tra i tre che dura per tutta la vita.

Negli anni, i tre amici raggiungono tutti una certa tranquillità economica, alla quale tuttavia manca un qualcosa. Sarà l’incontro con il giovane sacerdote a far capire a questi uomini l’importanza della riflessione, del confronto dialettico, ai quali troppo spesso si tenta di sfuggire?

Il famoso pretino, come lo chiamo io, è la chiave di volta per loro tre e per ciascuno di noi, poiché rappresenta la figura del direttore spirituale, senza distinzione di appartenenza religiosa. Anche i non credenti hanno bisogno di una persona che li sorregga psicologicamente nei momenti d’incertezza, di confusione mentale, di impasse psicologica.

Nelle sue descrizioni, più che occuparsi dell’evidente situazione di degrado ambientale di questa area geografica, è andato alla ricerca dell’aspetto positivo, mettendo in evidenza quanto sia possibile per ogni uomo, che si trovi a vivere una tale realtà, trarre beneficio in termini di dignità, di autostima attraverso la solidarietà e le iniziative umanitarie: vorrebbe parlarmi della sua diretta esperienza come missionario?

Penso che tutti abbiano visto alla TV le varie situazioni in cui vive la gente delle baraccopoli del mondo, per cui non credo che serva infierire sulle nefandezze, ma che occorra mettere in risalto gli aspetti positivi e suggerire una via d’uscita, la bonifica sena distruggere ciò che c’è di buono. La mia esperienza come missionario laico, prima con i Missionari della beata Teresa di Calcutta e poi collaborando con diverse altre Congregazioni e diocesi all’estero, ho lavorato sempre in questo modo e gratuitamente, grazie ai miei proventi personali.

L’indifferenza è uno dei mali più gravi che affligge la nostra epoca. Quanto conta la divulgazione di queste realtà sociali ancora così presenti nel mondo, verso le quali non si ha, o meglio, non si vuole avere consapevolezza?

L’informazione è fondamentale. Che cosa sarebbe stato l’insegnamento di Gesù Cristo senza i Vangeli? La comunicazione, il dialogo, questo conta, lo ripeto spesso nel mio libro. Sempre per rimanere in tema, fonti recenti riferiscono che in questi giorni il governo locale di Accra ha iniziato la demolizione della baraccopoli, nella quale vivono migliaia di persone che, in tal modo, subiranno un ulteriore peggioramento delle loro già precarie e difficili condizioni di vita.

Ritengo che l’esigenza di riscatto della propria coscienza scatti solo nel momento in cui si entra in diretto contatto con queste popolazioni. Le risposte degli individui variano a seconda della loro appartenenza religiosa?

Dalla mia esperienza dico che il singolo essere umano non dipende dalla religione, è il gruppo che cambia il modo di agire e reagire, che impone le tradizioni, buone e cattive. Certo, la tradizione Romano Cattolica ha sviluppato in modo accentuato la carità.

Stiamo vivendo un periodo storico di grandi difficoltà ed incertezze. Qual è la sua posizione nei confronti della globalizzazione?

Penso che tutti abbiano il diritto di muoversi, di cercare una vita migliore; il mondo è uno e di tutti, certo che ci vuole la reciprocità, il rispetto per l’altro e sapere dove ci si reca, se il luogo può offrire ciò che si cerca, non è il caso di andare in giro a vanvera. Altro è la globalizzazione politica, tanto più seria è la globalizzazione industriale, commerciale e del lavoro, perché creano disoccupazione e sfruttamento umano. Per essere positiva, la globalizzazione dovrebbe contemplare delle Leggi Globali, Universali, di Diritti e Doveri del Lavoratore. Produrre nei Paesi sottosviluppati con il personale pagato un euro al giorno e vendere i prodotti in Europa a prezzi che conosciamo, è pura delinquenza.

Ho letto con vero interesse la postfazione di Daniele Spero, direttore del Segretariato per le Attività Ecumeniche di Venezia, che mi ha portato ad opportune riflessioni. Troppo spesso ognuno di noi commette l’errore di sentirsi in qualche modo migliore rispetto ai meno fortunati, in quanto appartenente ad un contesto socialmente progredito. In realtà, è davvero migliore, decisamente vincente, chi dimostra di superare le indicibili difficoltà del quotidiano, come tante popolazioni dell’Africa. Cosa vorrebbe aggiungere?

Daniele Spero fa parte del Segretariato delle Attività Ecumeniche del Patriarcato, non è il direttore, tuttavia essendo molto attivo, conosce a perfezione la realtà della società veneziana che è davvero multiculturale, e conosce molto bene la mia vita. Penso che nessuno sia migliore o peggiore per le scelte di vita che fa, poiché ciascuno fa quello che può, sia fisicamente sia psicologicamente, sempre che non faccia del male al prossimo. Andare in missione è una necessità personale, però non rende migliore o peggiore la persona, essere caritatevoli certamente rende migliori, ma si può fare la carità dovunque.

Davvero lodevole il suo impegno umanitario. I proventi dalla vendita di questo interessantissimo libro verranno devoluti alla missione ad Accra. Quali sono le opere ed infrastrutture attualmente più carenti in Ghana?

la sanità, l’assistenza sociale in generale, l’assenza dello sviluppo agricolo e del turismo. Un Paese ricco di giacimenti minerari, di terreni fertili, di storia e di magnifiche spiagge raggiungibili in poche ore di viaggio dall’Europa, e tuttavia nessun governo ha mai pensato di prendere delle decisioni in merito per migliorare le condizioni di vita del popolo.

Potrei conoscere le sue personali riflessioni sul significato dell’esistenza e, se crede, il suo stato d’animo ogni volta che torna in Italia dalle missioni?

Come si evince dalla mia biografia, sono un esule istriano, quindi italiano di famiglia, e ho scelto l’Italia quando avevo già diciassette anni, per amore dell’Italia. Poi, trent’anni fa scelsi Venezia per amore di questa città, quindi, quando ritorno a casa, ringrazio Dio, sono felice di quello che trovo e, nello stesso tempo, provo un sentimento di tristezza per le persone che lascio nelle missioni. I missionari hanno una vita molto dura, piena di privazioni e di fatica. Le persone che vivono negli slum non hanno niente, più o meno, lo si capisce leggendo il mio libro. Non dovremmo stupirci se arrivano a migliaia sulle nostre coste, loro non hanno niente da perdere, anzi rimanendo nel loro Paese morirebbero quasi sicuramente, soprattutto dove ci sono i diversi problemi politici, direi di guerriglie e di terrorismo, per cui si tratta di una questione di vita o di morte. Lei mi pone una domanda tra le più difficili: significato dell’esistenza. Come credente e praticante il Vangelo, credo che la vita non sia nostra, Dio ce la dà in custodia e noi possiamo farne un’opera d’arte o distruggerla. E come per ogni opera d’arte, ci vuole molta dedizione, costanza e amore.

 

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