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Sabato, 18 Gennaio 2020

Il ministro della Difesa Nikos Panagiotopoulos ha dichiarato giovedì scorso, 9 gennaio 2020, che la Grecia è interessata ad acquisire, nei prossimi anni, uno squadrone di caccia Lockheed Martin F-35 fabbricati negli Stati Uniti come parte del suo piano per rivendicare la sua superiorità sulla Turchia nella difesa aerea. Parlando alla televisione, il ministro ha detto che l’upgrade degli F-16 della Hellenic Air Force inizierà nei prossimi giorni, aggiungendo che il processo richiederà circa sette-otto anni.

Panagiotopoulos ha anche affermato che la Grecia risponderà “in modo dinamico” a qualsiasi sfida alla sua sovranità e ha confermato che gli Stati Uniti hanno in programma di prendere iniziative per disinnescare le tensioni con Ankara in seguito alle riunioni del Primo Ministro Kyriakos Mitsotakis con la leadership, i senatori e i legislatori statunitensi a Washington.

Proprio sul tema della difesa aerea, la Grecia fronteggia quasi giornalmente i caccia turchi sul Mar Egeo. Negli ultimi giorni sono state 40 le violazioni dello spazio aereo greco da parte di sette aerei da combattimento turchi nell’Egeo nord e sud-orientale. Cinque di queste incursioni hanno portato al combattimento aereo “simulato” tra i jet greci e quelli turchi. 18 di queste violazioni sono state registrate sulle isole di Ro, Kastellorizo e Strongyli nell’Egeo sud-orientale, subito dopo una visita nell’area da parte del capo dello stato maggiore dell’esercito ellenico, il tenente generale Georgios Kambas.

Allo stesso tempo, il direttore generale ad interim del Ministero degli Esteri turco, Cagatay Erciyes, ha pubblicato un commento su Twitter sfidando i diritti sovrani della Grecia, con una foto allegata che indica Kastellorizo. “È ridicolo credere che una piccola isola di 10 km2 che si trova a 2 km dalla Turchia e 570 km di distanza dalla Grecia possa creare una zona marittima di 40.000 km2 nel Mediterraneo“.

Intanto Il Generale Haftar vola segretamente in Grecia per colloqui con Atene, risentita per la sua esclusione dalla Conferenza di Berlino di domenica prossima sulla Libia, e soprattutto irritata perché il governo di Sarraj, riconosciuto dall’ONU e dall’Italia, ha firmato un accordo di cooperazione energetica e militare con la Turchia, rivale della Grecia. L’accordo tra Tripoli ed Ankara dunque riguarda non solo gli aiuti militari, soldati turchi e cosiddetti Syrian fighters sono già in Libia, ma pure l’esplorazione delle risorse energetiche nel Mediterraneo. Ciò confligge con gli interessi di Grecia, Cipro ed Israele, ma anche dell’Italia vista la storica presenza dell’ENI in Libia ed il gasdotto EastMed project.

Durante il suo blitz romano, Haftar ha incontrato Victoria Coates, vice consigliere per la Sicurezza nazionale e Richard Norland, ambasciatore statunitense in Libia. A novembre, il generale aveva incontrato altri altissimi funzionari Usa (tra cui lo stesso Norland) in un Paese del Medio Oriente. Come rivelato dal Washington Post, Haftar in quell’occasione incontrò l’Ambasciatore Usa in Libia, il funzionario per l’Energia Matthew Zais e generale Steven deMilliano, vice direttore di Africom (il comando Usa per l’Africa). Se a questo si aggiungono gli incontri avvenuti al Congresso tra lobbisti pro Haftar e uomini del Partito repubblicano e del dipartimento dell’Energia, tutto assume un connotato diverso: la Libia non è per nulla un problema secondario per Washington.

Gli Stati Uniti non sono affatto fuori dai giochi in Libia. E l’ultima catena di episodi che coinvolge il Paese nordafricano è un insieme particolarmente importante di eventi, incontri, interventi militari e minacce che fa credere che a Washington il dossier libico sia entrato prepotentemente al Dipartimento di Stato. Gli Stati Uniti, per molto tempo, hanno “dimenticato” la Libia.

il Mediterraneo e allargato, che ogni giorno di più assume una valenza strategica fondamentale, non può essere considerato un problema minore per gli strateghi americani. Specialmente se a dividerlo sono Russia e Turchia: la prima un avversario di sempre, la seconda un alleato che da troppo tempo ammicca verso Mosca e Pechino.Le trattative sotterranee sono ben altre e a Washington, evidentemente, non si fidano totalmente del governo libico. Soprattutto perché il sostengo di Recep Tayyip Erdogan, del Qatar e la sua debolissima leadership fanno sì che gli Usa abbiano da tempo guardato altrove. E quell’altrove si chiama Khalifa Haftar, generale della Cirenaica che, oltre alla partnership con Russia, Emirati, Arabia Saudita ed Egitto, e diversi legami con parecchi alleati americani, è anche un vecchio amico della Cia. Proprio quella Cia di cui era direttore Mike Pompeo, oggi a capo della diplomazia statunitense.

Gli Stati Uniti hanno messo sul piatto alcune richieste per acconsentire a concedere ad Haftar un ruolo. E un uomo che è anche cittadino americano e che ha contatti con la Cia non può rimanerne sordo. Gli Stati Uniti vogliono garanzie soprattutto sotto due profili: la presenza dei mercenari russi della Wagner (e quindi sul legame tra Bengasi e Mosca) e la spartizione delle rendite del petrolio della Noc. Ottenute queste garanzie, si passa poi agli affari più pragmatici. E, come confermato anche da Startmag, questi si incentrano sul ruolo delle compagnie americane nel territorio libico, in particolare della Halliburton, la compagnia di sicurezza Guidry Group e la General Electric.

Insomma, l’interesse Usa per la Libia è tutt’altro che finito. E non è un caso Haftar abbia fatto saltare la tregua a Mosca mentre è pronto a firmarla a Berlino: città prescelta anche dai funzionari americani come luogo per l’approvazione dell’accordo. Per Putin, il meeting moscovita si è concluso con uno smacco che ha dimostrato l’inaffidabilità della Cirenaica. E questo nonostante i contractors della Wagner da tempo sostengano l’Esercito nazionale libico. Mentre adesso gli Stati Uniti possono comunque far capire al mondo che quella pace passa anhce dal loro ruolo che in questo momento è meno divisivo di quanto si possa immaginare: quasi a imitare quello che ha provato a fare fino ad ora la Russia.

Intanto la Turchia avvierà quest'anno "attività di esplorazione e perforazione" nel Mediterraneo nelle zone inquadrate dall'accordo sulla demarcazione dei confini marittimi con la Libia. Lo ha annunciato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, spiegando che "la nave Oruc Reis effettuerà inizialmente un'esplorazione sismica". "Non è più possibile per altri Paesi condurre attività di ricerca sismica e di perforazione senza il consenso della Turchia e della Libia nelle aree designate dall'accordo marittimo", ha aggiunto il leader di Ankara. Il memorandum d'intesa, siglato a fine novembre a Istanbul da Erdogan con il premier del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli Fayez al-Sarraj, è stato condannato da gran parte della comunità internazionale, che non lo ritiene legittimo. In particolare, Grecia e Cipro denunciano violazioni delle rispettive frontiere.

L’Italia osserva molto attentamente scrive il giornale. Giuseppe Conte e Di Maio continuano a ripetere che il ruolo americano sarà essenziale per la pace in Libia. E questo serve anche per far comprendere a tutto il blocco che sostiene Haftar che, nei fatti, l’asse con Washington esiste. E che il sostegno a Serraj è in realtà parallelo ai contatti con Bengasi. A Tripoli c’è Sarraj: ma c’è soprattutto Erdogan, che da tempo dà spallate a Roma. Trump ha interesse a evitare una Libia spaccata che porti a un’ascesa del ruolo dei suoi rivali. E l’Italia sa che può soltanto sperare nell’asse con gli Stati Uniti per tentare non certo di riprendersi la Libia (ormai persa definitivamente): ma evitare di vedersi esclusa anche dal futuro consesso per la pace.

L'Unione Europea abbia rigettato l'intervento turco in Libia, in seguito all’incontro a Bruxelles, l'Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera e di sicurezza comune e i ministri degli Affari Esteri di Francia, Germania, Italia e Regno Unito, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta con cui respinge l’intervento militare turco in Libia e qualsiasi azione unilaterale da parte di Paesi terzi. Alla luce della posizione netta della Fratellanza Musulmana contro l'Europa e il popolo libico sarebbe ora che la Comunità Internazionale ritiri il sostegno al Governo ad Al-Serraj e metta il popolo libico in condizione di esprimere la propria volontà.

In Libia i precedenti governi italiani hanno scelto di stare dalla parte sbagliata, quella di Fayez al-Serraj e degli islamisti. Come scrive Giovanni Giacalone, ricercatore ed analista presso l'Università Cattolica, la retorica del “supporto alla popolazione libica” e della “mediazione” più volte espressa dall’Italia è andata di pari passo con una predilezione per Tripoli in quanto governo supportato dall’Onu e “riconosciuto dalla comunità internazionale”, mentre nel frattempo Haftar si agganciava ad alleati come Egitto, Emirati, Arabia Saudita e Russia.

È plausibile che il sostegno di Roma all’esecutivo islamista di al-Sarraj, al di là degli interessi italiani in loco, non fosse altro che l’eredità di una strategia atlantista fallimentare che trova origine in quelle “Primavere Arabe” che di primaverile hanno tra l’altro mostrato ben poco. Scive Giacalone che aggiunge: "all’epoca, infatti, l’amministrazione Obama puntò su una serie di esecutivi guidati dai Fratelli Musulmani che dovevano andare a rimpiazzare i regimi in Tunisia, Egitto, Libia e Siria, ma di fatto poi le cose andarono diversamente". Era prevedibile che il sostegno all’islamismo politico in Libia non avrebbe portato a nulla di buono e le ragioni erano diverse: dalla presenza di milizie islamiste di varia estrazione e signori della guerra tenuti assieme prettamente da interessi particolari (oltre che dalla contrapposizione ad Haftar) all’arruolamento di personaggi improponibili legati a gruppi qaedisti tra le milizie fedeli a Tripoli, tra cui Mahmoud Ben Dardaf, terrorista ricercato dal governo della Libia orientale per l’assalto al consolato statunitense di Bengasi del settembre 2012. Bisognava inoltre chiedersi se fosse veramente al-Sarraj a controllare le milizie o se non fossero invece le milizie a controllare lui.

Il fatto che Tripoli e Misurata fossero legate a quell’area ideologico-religiosa vicina ai Fratelli Musulmani era noto, non a caso il principale sostegno ricevuto viene proprio da Qatar e Turchia, i due sponsor per eccellenza dell’organizzazione islamista. Non a caso al-Sarraj, appena se l’è vista brutta, ha aperto le porte a Erdogan, principe del terrorismo, che si è precipitato.  Erdogan non è certo esempio di democrazia e tolleranza. Era lo stesso Erdogan che durante il conflitto siriano inviava armi e rifornimenti ai jihadisti e li curava nei propri ospedali. Purtroppo però c’è chi a livello istituzionale è ancora convinto che bisogna dialogare con l’islamismo politico di quell’area e i risultati sono oggi sotto gli occhi di tutti. Erdogan manda le truppe e l’Italia molto probabilmente resterà a guardare e a bocca asciutta. Erdogan potrà così utilizzare i porti della Libia per “aprire il rubinetto” e riversare migranti verso le coste europee, come già fatto da est. Un disastro su tutta la linea e una situazione che non permette più mezze misure e posizioni ambigue.

Il prossimo 19 gennaio del nuovo anno, cadrà il ventennale della morte di Bettino Craxi. C’è da augurarsi che ancora una volta non si scateni la solita trita polemica, volgare e violenta, come purtroppo è accaduto in questi anni e anche in tempi recenti.

Questo e un articolo di Gianpaolo Sodano che condivido per intero scritto per Moondo  :

È innegabile che esiste (non risolta) una questione Craxi e quindi sarà inevitabile una riflessione intorno all’operato di un leader che ha segnato con la sua presenza e le sue idee una intera stagione della politica italiana. Dovremo dare una risposta alla domanda se il socialista Bettino Craxi sia stato un grande statista oppure un latitante sfuggito ai rigori della legge, anche se per rispondere basterebbe riascoltare, con un po’ di attenzione, il Suo discorso alla Camera dei Deputati del luglio 1992: ci accorgeremmo che seguendo il filo della sua analisi si sarebbe potuto realizzare una riforma dei partiti e delle istituzioni e dare una soluzione politica alla questione morale, senza passare attraverso il buio della reazione populista e giustizialista che ha distrutto formazioni politiche e classi dirigenti lasciando il paese in mano alla “società civile”, una espressione usata per indicare una realtà sociale contrapposta al sistema politico-istituzionale e che è stata utilizzata da noti giornalisti della carta stampata e della televisione per denunciare le responsabilità di quel sistema.

Quei stessi giornalisti che ad esempio non hanno visto, non hanno sentito, o forse non c’erano, quando si progettava e poi si realizzava la svendita che è seguita a tangentopoli di tutti i “gioielli di famiglia” dall’IRI alla STET, alla MONTEDISON oppure si erano distratti quando a Bruxelles si consumava la subalternità italiana per un cambio lira-euro, frutto della pressione francese, che ci ha fatto improvvisamente trovare in tasca la metà del salario.

Craxi è stato l’espressione più alta di quella classe dirigente che si opponeva al disegno di smantellare la potenza industriale dell’Italia, dalla chimica alla comunicazione, e che ha cercato negli anni ‘80 di realizzare una riforma dello Stato e della politica per edificare un’architettura istituzionale che potesse far uscire il nostro Paese da quel consociativismo democristiano-comunista che ha condizionato la modernizzazione e lo sviluppo della comunità nazionale.  

Bettino Craxi

Tangentopoli è stata una gigantesca messa in scena sul palcoscenico della provincia Italia per favorire, dietro le quinte, quelle forze economiche e politiche interessate a nuovi equilibri dei poteri nel nostro paese. Forse è necessario ricordare che in una vicenda di corrotti e corruttori, a pagare furono soltanto i corrotti, cioè i politici, mentre i corruttori, dopo un rapido passaggio nei corridoi della Procura di Milano potevano tornare nei loro Consigli di amministrazione e da lì cercare di ritagliarsi uno spazio nella distruzione dell’industria di Stato: agirono con una visione corta del proprio futuro con il risultato di essere costretti a passare la mano agli investitori esteri e ai fondi di investimento.

Il recente accordo Peugeot-FCA, che significa in pratica l’acquisto da parte della casa automobilistica francese di ciò che restava della Fiat, è l’ultimo atto di questa corsa suicida. Le vittime più illustri di tangentopoli sono stati probabilmente Raul Gardini e Gabriele Cagliari, che ebbero il torto di credere di poter realizzare in Italia un grande progetto della chimica con la forza delle idee e del danaro senza contare che cosa era nel nostro paese quella razza padrona che un tempo aveva ottenuto da Mussolini di far fermare un treno in piena campagna per risolvere problemi familiari di un illustre suo appartenente… e così l’unica cosa da fare per la Procura di Milano fu quella di accusare Sergio Cusani, il professionista di fiducia della famiglia Ferruzzi, di reati collegati alla joint venture tra ENI e Montedison, chiamata Enimont:  il processo, in diretta televisiva, servì a mettere alla gogna tutti i leader dei partiti di governo. Il resto è noto. Nel processo emerse anche, che una valigia contenente denaro era pervenuta in via delle Botteghe Oscure, nella sede nazionale del PCI, ma le indagini si erano arenate, dato che non si erano trovati elementi penalmente rilevanti nei confronti di persone fisiche.

Ad assistere al tutto, Romano Prodi, presidente dell’Iri. Poi presidente del Consiglio. Poi Presidente della Commissione europea. Poi, di nuovo presidente del Consiglio. Poi, Nume tutelare, a disposizione. Il professor Prodi potrebbe raccontarci molte cose di quella vicenda ad iniziare dalla fine dell’IRI che fu liquidato alla chetichella, chiuso dalla sera alla mattina non per questioni di merito ma in base a pregiudiziali ideologiche, sull’onda della “rivoluzione di mani pulite”, per finire alle privatizzazioni delle industrie di Stato come per esempio la Cirio, cessata di esistere dopo la sua svendita e di cui è rimasto solo un marchio ballerino. Pietro Armani, consigliere di amministrazione dell’IRI, è morto senza aver visto affermate o negate le sue accuse su quell’ “affare”.

Ha scritto Augusto Minzolini: “L’avvento del Prodi “politico” fu progettato, programmato. Fu il tentativo di ricostituire un “ordine” dopo Tangentopoli. Ricordo un aneddoto: pochi mesi prima di essere costretto a lasciare l’Italia, a poche settimane dall’episodio delle monetine davanti al Raphael, Bettino Craxi, che io seguivo assiduamente come cronista politico de La Stampa, mi consegnò un documento, senza intestazioni, di 13 pagine. Dentro c’era un’analisi che individuava in Tangentopoli uno strumento per privatizzare i gioielli dell’economia italiana (era menzionata anche la famosa riunione sul Britannia, quella nella quale la grande finanza internazionale aveva immaginato un “dopo” per il mondo post-comunista e per il nostro Paese): ebbene nell’ultima pagina di quel documento, siamo nel 1993, si parlava di un possibile governo Prodi… Dopo qualche settimana mi fu detto – ma non ebbi mai una conferma ufficiale – che quel documento era un rapporto dei servizi segreti tedeschi sui piani della finanza anglosassone. Fantapolitica? Probabilmente, ma ho sempre pensato che Prodi fosse un predestinato. L’uomo su cui l’establishment italiano – quello che era venuto fuori dalla democrazia cristiana e dal partito comunista – aveva puntato per portare l’Italia nella seconda Repubblica.” (Augusto Minzolini “Quando il retroscena conquista la ribalta” in “Passi perduti” di Giorgio Giovannetti, 2018).

Sarà utile rileggere le cronache di Tangentopoli alla luce di quanto è accaduto dopo, con diverse leggi elettorali, per consentire la nascita di nuovi partiti o la rinascita di vecchi, oppure movimenti che uno dopo l’altro si sono candidati a governare senza averne cultura e capacità e soprattutto, salvo qualche eccezione, esprimendo una classe dirigente non in grado di restituire alla politica il prestigio perduto e alla democrazia liberale il necessario equilibrio dei poteri.

E così, periodicamente, la mattanza continua. Inseguito per un decennio da tutte le procure è tramontata la stella di Silvio Berlusconi, il tycon della tv commerciale che si era illuso di farla franca sposando il linguaggio dei populisti e mettendo al loro servizio le sue reti.

Al suo posto è salito sul palcoscenico Matteo Renzi, sicuramente il più “politico” dell’ultima generazione di politici. Si può essere d’accordo con lui o meno, ma aveva un progetto per il Paese: ricreare un soggetto politico in grado di governare l’Italia da una posizione di centro. Che sia una sinistra che guarda verso il centro, o viceversa, per Renzi poco importava. Non era una novità ma uno schema con cui la democrazia cristiana aveva governato nel secolo scorso, anche se bisogna dire che l’aggiunta di intenzioni rottamatrici e di riformismo anticorporazioni, dopo vent’anni di Seconda Repubblica, era apparso a molti del suo ex partito un progetto estraneo alla cultura cattocomunista del PD e da eliminare presto, e con ogni mezzo, dal dibattito politico.

Allo spegnersi dell’esperienza del leader fiorentino si accendeva il Movimento 5 Stelle: l’eredità della protesta delle monetine del Raphael la prende Beppe Grillo con i suoi “Vaffaday”, una nuova puntata del populismo made in Italy. Tuttavia è giusto riconoscere che i “grillini” hanno incanalato il malessere nel solco dell’antipolitica assolvendo ad una funzione positiva, evitare che il malumori vestissero i gilet gialli o addirittura la camicia nera dei nostalgici del fascio. Il problema è nato nel momento in cui, con le elezioni del 2018, il Movimento ha dovuto assumere i connotati di un nuovo ceto politico di governo. La mediocrità dei suoi rappresentanti è sotto gli occhi di tutti e il primo ad esserne consapevole è Beppe Grillo, l’apprendista stregone che non riesce a gestire la sua alchimia.

E poichè in politica non esistono vuoti di potere ecco che dalle quinte spunta il nuovo pretendente, Matteo Salvini, l’ultimo arrivato che si è preso la scena. Tutto lascia supporre che tra Di Maio da una parte e i magistrati dall’altra, con un Bossi non troppo soddisfatto di avergli ceduto il posto, lo spettacolo non durerà a lungo. Il povero Matteo ha alzato troppo la posta, tra comunismo padano e sovranismo rischia sempre più di perdere il filo del discorso politico, insidiato da una Giorgia Meloni ormai tutta protesa fuori della Garbatella, il popolare quartiere romano che un tempo costituiva tutto il suo feudo.

La morte di Bettino Craxi fuori dalla patria è stato il segno più evidente di un rigetto che una parte dell’opinione pubblica – ingannata dal circuito mediatico-giudiziario e dalla propaganda populista della televisione commerciale e dei pifferai del servizio pubblico RAI – ha nutrito verso il partito socialista che in Parlamento e al Governo ha saputo garantire, malgrado la tragedia del terrorismo, pace sociale e sviluppo economico, frenando, nello stesso tempo, le tentazioni assolutiste del partito di maggioranza relativa e la vocazione egemonica del partito comunista.

Non tutti i socialisti lo compresero fino in fondo: abbandonarono Craxi e la sua linea politica per il timore dei nuovi equilibri politici e istituzionali. Craxi restò solo: la responsabilità politica non va ricercata solo negli altri partiti, nei giudici di mani pulite e nei giornali legati alla grande industria che li sostennero. Alla fine pagarono coloro che si erano più esposti: ricordiamo i 34 suicidi che accompagnarono la fanfara di “mani pulite”.

Cogliamo l’occasione della commemorazione della morte di Bettino Craxi per aprire una fase nuova: dopo il tempo della abiura lasciamo il passo ad una riflessione più serena, alziamo lo sguardo oltre i confini del presente, ricostruiamo la memoria di un popolo umiliato e offeso dalla dittatura fascista, capace di conquistarsi un rinnovato prestigio e di realizzare nel giro di pochi anni, sulle macerie della guerra nazista, un vero miracolo economico.

Il ritrovarsi ad Hammamet il 19 gennaio 2020 può essere l’occasione per l’inizio di un esame di coscienza collettivo. Noi di Moondo ci saremo, consapevoli che l’epilogo è tutto da scrivere: uno di noi ha iniziato a farlo scrivendo un libro documentato che sarà in libreria dalla metà del prossimo mese in cui si tenta una riflessione su quanto accaduto 30 anni fa (Mario Pacelli, Ad Hammamet, edizioni Graphofeel, 2020) augurandoci che qualcuno non rovini tutto mettendo in scena una passerella per pentiti con il cappio o con le monetine. 

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