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Martedì, 09 Agosto 2022

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dopo aver sentito i Presidenti dei due rami del Parlamento, ai sensi dell'articolo 88 della Costituzione, ha firmato il decreto di scioglimento del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati, che è stato controfirmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri.
Il decreto di scioglimento sarà consegnato ai Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati dal Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti.

Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha ricevuto nel pomeriggio al Quirinale il Presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi, e il Ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, ed ha firmato i decreti
che fissano le elezioni del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati per il 25 settembre 2022, e la determinazione della data della prima riunione delle nuove Camere fissata per il 13 ottobre 2022.

I leader del centrodestra, Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, dovrebbero vedersi presto, nel primo vertice di coalizione dopo quello deludente di fine marzo. L'incontro non dovrebbe tenersi a villa Grande, e non subito.

Perché la presidente di Fratelli d'Italia vuole che l'incontro avvenga in una sede istituzionale, quantomeno non in una residenza privata e, prima di sedersi al tavolo con gli alleati, vuole discutere con i suoi le regole d'ingaggio.

Intanto chiede che si sciolga il nodo della regione Siciliana, che venga rispettato il criterio degli uscenti. Altrimenti - la tesi che viene ribadita in FdI - si deve discutere anche delle altre Regioni.

E poi Meloni chiede un metodo chiaro per l'indicazione del candidato premier della coalizione.

Perché il criterio è che chi prende più voti governa, mentre da tempo Berlusconi ripete che Meloni rischia uno spostamento a destra e che l'elettorato moderato non verrebbe rappresentato.

"La questione della premiership non è all'ordine del giorno. Se e quale indicazione dare lo decideremo nel corso di un vertice che faremo comunque prima della campagna elettorale", ha tagliato corto oggi il fondatore di FI.

La presidente di FdI, però, difficilmente cederà sulla premiership e, anzi, susciterebbero ironia in via della Scrofa le ipotesi di un suo eventuale passo indietro per fare spazio a una figura, magari un uomo, gradito anche agli alleati.

C'è poi il nodo della divisione dei collegi. Lega e Forza Italia hanno fatto trapelare di essere favorevoli a una divisione in parti uguali (33%) dei collegi rispettivamente per FdI, Lega e FI, con gli azzurri che si farebbero carico di Udc e Noi con l'Italia.

Altri propongono di fare una media delle percentuali nei sondaggi e del dato storico di ogni singolo partito. Mentre Meloni chiede da sempre che la spartizione sia fatta in base ai sondaggi, come avvenuto nel 2018.

Ma su questo, nel corso delle telefonate di ieri con gli alleati, la leader di Fratelli d'Italia sarebbe apparsa più disponibile a trattare.

Sicuramente - lo ha anticipato - chiederà l'impegno alla sottoscrizione di un patto anti-inciuci (lo ha chiamato "indisponibilità ad alleanze variabili").

Sul fronte delle liste, Berlusconi ha smentito vi sia la volontà da parte di Forza Italia di fare una lista unica con la Lega (accorpando i consensi dei due partiti, il Cavaliere e Salvini potrebbero giocarsi l'indicazione del candidato premier).

"Non ci saranno liste uniche. Manterremo le nostre identità", ha garantito. L'ex premier ha rilasciato due lunghe interviste - a Repubblica e al Tg2 - per spiegare il senso della scelta di non votare la fiducia a Draghi, che ha portato all'uscita dal partito di Mariastella Gelmini, ieri, di Renato Brunetta e del senatore Andrea Cangini oggi.

Mentre Mara Carfagna dice di voler "prendere le distanze da FI e aprire una riflessione". Potrebbero nei prossimi giorni dire addio anche un altro paio di deputati.

Berlusconi ha usato parole molto dure nei confronti dei fuoriusciti. "Riposi in pace chi tradisce", ha detto a chi gli chiedeva conto di Gelmini e Brunetta.

Il Cavaliere, che non escluderebbe una sua candidatura, ha anticipato che sara' "in campo in prima persona" nella seppur breve campagna elettorale verso le politiche del 25 settembre, e ha assicurato di aver già scritto un programma elettorale "avveniristico".

Molto dure anche le frasi usate nei confronti di Mario Draghi. Forza Italia non ha "alcuna responsabilità" della crisi, ha voluto precisare, "noi saremmo stati leali fino ad aprile/maggio del 2023", ma sono stati i "5 stelle irresponsabili" ad aver strappato e Draghi, che "probabilmente si era stancato", si è reso "indisponibile a un bis", ha "preso la palla al balzo".

D'altronde - è l'osservazione al vetriolo del Cav - il "lavoro di presidente del Consiglio ha orari più lungi di quelli di governatore di una banca centrale".

Sul fronte leghista, Salvini ha incontrato ministri e sottosegretari e ha fatto sapere di essere "già al lavoro per il nuovo governo".

"Tenetevi pronti alla campagna di agosto e soprattutto a Pontida, che confermiamo il 18 settembre e che quindi assumerà un significato ancora maggiore", ha poi detto, incontrando gli europarlamentari.

Il segretario leghista sta organizzando la campagna elettorale estiva e conferma il raduno di Pontida che, con le ipotesi di voto il 25 settembre, diventerà un appuntamento elettorale.

Diversamente da Forza Italia, il voto anticipato non sembra allo stato dividere i leghisti. Giancarlo Giorgetti oggi e' tornato al suo lavoro al Mise, convocando per mercoledì il tavolo Wartsila, al quale sono invitati, oltre ministro Andrea Orlando e il governatore Massimiliano Fedriga, anche e il top management dell'azienda finlandese.

"Il centrodestra è pronto a vincere le elezioni Politiche il 25 settembre e a confermarsi alle Regionali della primavera 2023", ha assicurato Salvini.

"In particolare, in Lombardia il nostro Attilio Fontana lavorerà fino all'ultimo giorno nell'interesse dei cittadini, prima di affrontare la campagna elettorale.

Uniti si vince", ha aggiunto, smentendo indirettamente le ipotesi di una fine anticipata della legislatura in Lombardia, per votare in election day con le politiche, anziché a marzo.

Intanto la spinta all'interno del Movimento 5 stelle punterà anche a recuperare il rapporto con il Pd. "Dove va senza di noi?", taglia corto un 'big' pentastellato. "Perderebbe almeno 35 seggi...", spiegava questa mattina un altro esponente. Ma Letta oggi è stato chiaro. "Pensiamo a noi", ha spiegato ai deputati.

Il tema delle alleanze si pone anche all'interno del centrodestra. Perché Fratelli d'Italia rilancerà due condizioni per ricompattare l'alleanza: il primo è un patto anti-inciucio, basta con i governi giallo-verdi o rosso-gialli. Il secondo è un asse solo con chi si riconosce nei valori del centrodestra, quindi no a 'centrini' che poi - questa la tesi - giocano a spostare gli equilibri.

Giovedì a villa Grande Salvini, Berlusconi, Lupi e Cesa hanno siglato un patto per la campagna elettorale.  Ma ci sono anche altri nodi da sciogliere. Il primo: come si compileranno le liste? Per Fdi si deve partire dai sondaggi, non per gli altri partiti dell'alleanza.

Marco Rizzo scende alle elezioni con le sue alleanze con piccoli movimenti che variano da destra e a sinistra fino ai cattolici, dall’ex pm Antonio Ingroia all’ex leghista Francesca Donato. l’accordo elettorale con laultracattolica Popolo della famiglia di Mario Adinolfi in Sardegna.

Fonti varie agenzie e agi

 

 

E' il giorno della missione del presidente del Consiglio Mario Draghi in Algeria, per il quarto vertice intergovernativo tra l'Italia e il paese Nordafricano. Un incontro che cade in un momento estremamente delicato, per le vicende politiche interne italiane, che hanno portato il premier a partecipare da dimissionario a questo appuntamento, ma soprattutto per la crisi economica ed energetica innescata dall'invasione russa dell'Ucraina.

Tra i vari dossier sul tavolo del vertice, infatti, il più rilevante è quello della fornitura di gas al nostro paese: l'Algeria è infatti il nostro primo fornitore di gas e il partenariato privilegiato con l'Italia risulta fondamentale per la diversificazione dell'approvvigionamento energetico e quindi per la diminuzione della dipendenza da Mosca.

Non a caso, la delegazione che accompagnerà il capo dell'esecutivo ad Algeri è nutrita: ci saranno i ministri Di Maio, Lamorgese, Cartabia, Cingolani, Giovannini e Bonetti. Al centro dell'incontro, oltre ovviamente ai temi più urgenti come la guerra in Ucraina e la crisi energetica, altri dossier importanti come la Libia, il Sahel, al Sahara Occidentale, la cooperazione industriale, lavori pubblici e la protezione del patrimonio culturale. Le dimissioni di Draghi continuano a suscitare la preoccupazione di molti governi e osservatori stranieri.

Il quotidiano britannico Financial Times, in particolare, è uscito allo scoperto con un endorsement per il premier italiano in un editoriale firmato dalla redazione, in cui si legge che "Il miglior auspicio è che Draghi continui a essere presidente del Consiglio il più a lungo possibile poiché la priorità è approvare il prossimo bilancio e portare avanti le riforme necessarie per sbloccare la prossima tranche del Recovery Fund dell'Ue da 750 miliardi di euro, di cui 200 miliardi sono destinati all'Italia".

 "A sentire la stampa sembra che tutta Italia stia supplicando Draghi di rimanere, come se questo governo fosse nel cuore di tutti gli italiani. Pero' poi la stessa stampa avverte che se si votasse stravinceremo chi sta all'opposizione. Tipiche dissonanze cognitive della sinistra". Lo scrive su Twitter il presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni. "Ecco perché le stanno tentando tutte per evitare di tornare subito al voto...", scrive poi sulla sua pagina Facebook Giorgia MELONI, postando un recente sondaggio di Swg che dà Fdi al 23,8 per cento. "Ecco spiegato perché la sinistra ha così paura delle elezioni", si legge nel post dove campeggia una foto della leader di Fdi accanto alla recente rilevazione.

Giuseppe Conte non lo nasconde e lancia un ultimatum: "Se qualcuno ritiene di non poter condividere un percorso così partecipato e condiviso - dice - faccia la propria scelta in piena libertà, in maniera chiara, subito e senza ambiguità". I tempi sono stretti: "C'è una notte per pensarci - dice Conte ai vertici del gruppo alla Camera - decisioni che vanno in direzione di una diversa prospettiva siano dichiarate per tempo, per correttezza verso tutti". Il presidente del M5s, intanto, aspetta segnali da Palazzo Chigi sulle nove richieste del Movimento per il programma di governo: "Adesso la decisione non spetta a noi, ma a Draghi", dice chiudendo l'incontro coi parlamentari. Per il leader, il premier dovrà valutare le condizioni e decidere il perimetro del dialogo: c'è tempo fino a mercoledì, quando si voterà la fiducia al governo. "L'atteggiamento di responsabilità - dice Conte - ci impone di chiedere al presidente Draghi che le priorità da noi indicate vengano poste nell'agenda di governo". Intanto, però, il presidente del M5s teme l'accerchiamento: chi gli sta vicino legge le mosse degli altri partiti, sia di centrosinistra sia di centrodestra, come un disegno per relegarlo ai margini.

L'assemblea dei gruppi parlamentari del M5s è stata una maratona via zoom, una gara di resistenza di tre giorni quasi di fila. Il pallottoliere ha contato una ventina di interventi di chi vuol confermare l'appoggio a Draghi. Se ne è fatto portavoce un esponente di spicco del M5s, il capogruppo a Montecitorio Davide Crippa: "Non si capisce perché non dovremmo votare la fiducia". La posizione dei contiani l'ha invece riassunta la deputata Vittoria Baldino: le dimissioni di Draghi sono state un reazione "scomposta", che va letta come "un invito alla porta".

Proprio sul fronte di queste ultime, prosegue in casa M5s quella che è ormai divenuta un'assemblea permanente del gruppo dirigente e dei gruppi parlamentari. Dopo una serie di stop&go, la congiuntura dei parlamentari pentastellati riprenderà oggi, per definire una linea in vista dell'appuntamento parlamentare di mercoledi'. Sembra però difficile una sintesi, visto che la faglia tra l'ala "governista" e quella favorevole alla conferma dello strappo dal governo si sta allargando. Ciò potrebbe comportare, secondo più di un osservatore, un ulteriore travaso di parlamentari verso la pattuglia parlamentare di Luigi di Maio, o addirittura la formazione di una nuova forza politica favorevole a proseguire l'esperienza di governo a fianco di Draghi.

Tra i più attivi al fianco di Draghi il leader di Italia Viva Matteo Renzi, che ha lanciato nei giorni scorsi una petizione online per la permanenza di Draghi a Palazzo Chigi e oggi, con un'intervista al Corriere della Sera, è tornato a spingere per questa soluzione, altrimenti, osserva, c'è il voto o il 25 settembre o il 2 ottobre. Anche il centrodestra di governo, dopo l'incontro Salvini-Berlusconi a Villa Certosa, sembra sponsorizzare l'idea del voto anticipato, ritenendo impossibile qualsiasi margine di ricucitura con M5s, anche se le posizioni dentro Forza Italia sembrano più articolate, come testimoniano le parole del ministro Gelmini, per la quale non vanno poste condizioni al premier da nessuna parte politica.

Un voto di fiducia come si conviene a un governo che sta per nascere: mercoledì deputati e senatori sfileranno sotto i banchi del governo e annunceranno il loro voto davanti al presidente del Consiglio Mario Draghi. Una fiducia con il sistema della chiamata nominale su un ragionamento politico, quello che farà Draghi in Aula, e non su un testo di legge.

Un segnale che fa dire a una fonte parlamentare che si tratta di un passo in direzione della prosecuzione del governo guidato dall'ex governatore della Bce. Un altro segnale è dato dalla richiesta arrivata da Partito Democratico, M5s, Insieme per il Futuro, Leu e Italia Viva nel corso della conferenza dei capigruppo di Montecitorio perché si possa votare prima alla Camera e poi al Senato.

Il tutto, viene riferito, sarebbe funzionale a veder realizzato quel "fatto politico" nel M5s che convincerebbe Draghi a rivedere la sua scelta di dimettersi. Ovvero l'uscita di un gruppo di parlamentari dal Movimento così da sostenere il premier senza alterare l'equilibrio di esecutivo e maggioranza. Se questa uscita non dovesse verificarsi, infatti, Draghi avrebbe sì ancora una maggioranza, ma nettamente sbilanciata a destra.

Perché votare prima alla Camera? Perché se si votasse prima al Senato, dove i contiani del M5s sono molto compatti, l'immagine plastica offerta dal voto sarebbe quella di una coalizione sostenuta in larga parte dal centrodestra più il Partito Democratico. E Draghi, ragiona a Montecitorio, si vedrebbe costretto a confermare la decisione annunciata. Un ostacolo aggirabile, viene però aggiunto.

Se i Cinque Stelle dissidenti annunciassero l'addio a Conte prima del voto - come ormai sembra probabile - fuori dall'Aula, certificherebbero già quel "fatto politico" che si attende. Mario Draghi, a quel punto, potrebbe revocare le dimissioni e incassare il voto favorevole prima al Senato e poi alla Camera.

Nonostante questo, l'iniziativa del Pd con M5s e Iv suscita una levata di scudi nella Lega. "Siamo alla farsa. Ora Pd e M5s chiedono a Draghi di comunicare prima alla Camera e poi al Senato solamente perché Conte è più debole alla Camera. Giochini vergognosi che vanno contro la prassi che vuole che le comunicazioni del presidente del Consiglio siano fatte nella Camera di prima fiducia, o dove si è generata la crisi. In entrambi i casi, quindi, al Senato", dicono i capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo.

Non ha mancato di generare polemiche, sempre parlando di appelli pro-Draghi, quello fatto da più di mille sindaci, che ha suscitato la dura reazione della leader di FdI Giorgia Meloni, la quale ha denunciato l'uso "spudorato" delle istituzioni per un fine politico. Le ha replicato il sindaco di Firenze Nardella, secondo cui all'appello si sarebbero associati anche esponenti del partito della Meloni.

Intanto Il presidente russo Vladimir Putin è da poco arrivato a Teheran dove ha in programma di partecipare ai colloqui di pace sulla Siria con capo di Stato turco Recep Tayyip Erdogan e l'omologo iraniano Ebrahim Raisi.

Fonte Agi e varie agenzie

Al G7 siamo i poveri al tavolo dei ricchi, i salari lordi di tutti i paesi presenti sono molto superiori ai nostri. Ma in Italia il vero costo è quello di una classe imprenditoriale e politica incapace di competere senza paghe di fame e che accampa scuse attaccando i sussidi.
G7, l’Italia con gli stipendi più bassi d’Europa
Chissà se Draghi al G7 si è vergognato di rappresentare il paese con il più basso salario medio (lordo!)del G7 e dei paesi che hanno l’Euro.
Canada 55000 Us 50000 Germania 44000 Francia 40000
Gran Bretagna 39000 Giappone 37000 Eurozona 37000
Italia 29000 (netto 21000)
Non credo proprio, a lui interessano le armi e i profitti, e su quello siamo alla pari degli altri, anzi facciamo i primi della classe.
La vergogna sociale italiana, scrive Giorgio Cremaschi, su kulturam  è tutta in queste cifre, siamo i poveri al tavolo dei ricchi.Se guardiamo alla Germania un lavoratore del nostro paese prende 15000 euro all’anno in meno e lavora 300 ore in più.

Da noi il salario medio netto, cioè quello che serve per mangiare, è di 21000 euro all’anno e più di 5 milioni di lavoratrici e lavoratori prendono meno di 10000 euro all’anno.

In Italia i salari sono bassi perché produciamo poca ricchezza. Tutti i lavoratori italiani sono pagati mediamente meno dei loro corrispettivi nelle altre economie avanzate europee. Ci sono medici che da noi vengono sfruttati con guardie e gavetta malpagata mentre a 3/400 chilometri verso Nord sono assunti con uno stipendio che gli consente subito di vivere dignitosamente. Ingegneri cui offrono uno stage a 700 euro che oltre Manica vengono assunti con un pacchetto poco sotto i 50.000 (cinquantamila) euro, stock option incluse. 

Molti italiani si accontentano. Poi arriva la ragazza napoletana che rifiuta un lavoro full time a 280 euro e scoppia il caso, che politici e commentatori non colgono, o fanno finta, puntando il dito alla soluzione semplice che non risolve: aumentare per legge il salario. Non funzionerebbe, ma produrrebbe effetti: portare voti e magari spostare un certo numero di contratti fuori dalla legalità. Il legislatore deve accettare, una volta e per tutte, che non può creare posti di lavoro e retribuzioni. Può solo, anzi deve, creare le condizioni in cui l'impresa voglia e possa produrre ricchezza per la quale serve manodopera qualificata. Finché ci saranno meno lavori che lavoratori, questi saranno sempre pagati il minimo sindacale e ci sarà sempre, in fondo alla fila, chi propone e chi accetta condizioni peggiori. Si dovrebbe andare presso quel negoziante che aveva fatto la proposta alla ragazza di Napoli, per scoprire se magari qualcuno che aveva più bisogno non abbia accettato.

Quella è la vera tragedia, perché trasuda povertà. Poi, invece di consolarci che sia stata la cattiveria a spingere il datore a offrire quel compenso umiliante, per lui oltre che per la ragazza, dovremmo approfondire. Chiederci perché uno arriva a offrire tanto poco e perché alla fine qualcuno che accetta lo trova. Scopriremo sì che c'è disperato bisogno di guadagnare, per poco che sia, ma scopriremo pure che quell'attività produce poco reddito, perché la sua clientela spende poco e paga meno. Senza andare fuori dai confini, tutti sappiamo che un'attività qualsiasi, dal bar all'avvocatura, a Milano produce più ricchezza che a Messina. 

 

Fonti il giornale e g.cremaschi

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