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Mercoledì, 26 Gennaio 2022

Il primo scrutinio per l'elezione del Presidente della Repubblica si conclude con una fumata nera. A farla da padrone sono state le schede bianche, complessivamente 672, ma sulla carta dovevano essere circa 200 di più. I grandi elettori sono riconvocati a Montecitorio nel pomeriggio alle ore 15 per la seconda votazione. Anche nello scrutinio di oggi per eleggere il Capo dello Stato occorre il quorum dei due terzi dei votanti.Le schede nulle sono state 49, i voti dispersi 88, tra cui uno per Draghi. Presenti e votanti 976 su 1008.

Nella prima votazione, nella valanga di schede bianche, sono spiccati alcuni nomi. L'ex vicepresidente della Consulta, Paolo Maddalena, candidato dagli ex grillini, è risultato il più votato con 36 voti. Hanno inoltre ottenuto preferenze: il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, 16; la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, 9; Silvio Berlusconi, il deputato di Forza Italia Roberto Cassinelli, Guido De Martini, e il deputato ex M5S Antonio Tasso, 7; Umberto Bossi e il presidente di Italia viva, Ettore Rosato, 6; Marco Cappato, 5; il senatore della Lega Cesare Pianasso e Bruno Vespa, 4; il conduttore di un 'Giorno da pecora', Giorgio Lauro, Enzo Palaia, il direttore del Dis, Elisabetta Belloni, la deputata di Italia viva Maria Teresa Baldini, il presidente della Lazio, Claudio Lotito, Pier Luigi Bersani, il giornalista Claudio Sabelli Fioretti, Francesco Rutelli, Amadeus, 3; Giuliano Amato, il presidente del Senato, Elisabetta Casellati, Alberto Angela, Pier Ferdinando Casini, l'ex premier Giuseppe Conte, Gianluca De Fazio, il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, il chirurgo Ermanno Leo, Antonio Martino, il giurista Ugo Mattei, il sottosegretario all'Editoria, Giuseppe Moles, Carlo Nordio, il deputato del Pd Paolo Siani, 2.

I Grandi elettori, intanto, tornano a essere 1009: è stata infatti proclamata deputata Maria Rosa Sessa, detta Rossella, la prima dei non eletti nelle liste di Forza Italia nel listino proporzionale della Campania, al posto del forzista Vincenzo Fasano deceduto domenica scorsa. Il quorum quindi è di nuovo a quota 673. Mentre i Grandi elettori positivi continuano a votare nel seggio drive-in allestito nel parcheggio di Montecitorio

Gli occhi restano puntati su Mario Draghi, candidato in pectore più accredito alla successione di Sergio Mattarella al Quirinale. Il premier ieri è sceso in campo, ha avuto contatti con Salvini, Letta, Conte. E nel pomeriggio si è aperto il dialogo tra il leader della Lega e quello del Pd che oggi dovrebbero rivedersi. Intanto, prima dell'inizio del secondo scrutinio, Letta ha visto Tajani: parlano di un colloquio "costruttivo" in cui sono stati vagliati nomi "con l'auspicio di arrivare a una soluzione equilibrata nell'interesse del Paese.

l centrodestra è pronto a presentare la rosa di nomi per il Quirinale: Letizia Moratti, Marcello Pera, Maria Elisabetta Casellati e Carlo Nordio. Franco Frattini e Pier Ferdinando Casini dovrebbero restare fuori. "I nostri nomi non hanno neppure in tasca una tessera di partito", ha detto Matteo Salvini ribadendo: "Draghi è a Chigi e lavora bene lì". È la seconda giornata di votazioni per eleggere il tredicesimo presidente della Repubblica. Dalle 15 il Parlamento in seduta comune integrato dai 58 delegati delle Regioni è tornato in Aula. Il primo scrutinio di ieri è andato a vuoto: fumata nera con 672 schede bianche votate dai due terzi, cioè la maggioranza che sarebbe servita per eleggere il nuovo capo dello Stato alla prima seduta. E oggi, con ogni probabilità, si replica. L'indicazione arrivata da M5S, Pd e Leu è di confermare la scheda bianca. Lo stesso farà il centrodestra.

Il premier, nel giorno in cui a Montecitorio si svolge la prima votazione per il presidente della Repubblica, torna a palazzo Chigi e si mette in moto. Vede di buon mattino Matteo Salvini e sente al telefono Enrico Letta e Giuseppe Conte. Sui contatti, dalle fonti istituzionali, resta il massimo riserbo ("No comment", rispondono da Palazzo Chigi), ma a sentire i rumors del Transatlantico, l'accordo è tutt'altro che chiuso. Per i parlamentari di centrodestra il faccia a faccia con il leader della Lega "non è andato bene, non come si sperava". "Draghi ha chiesto garanzie sul Quirinale, ma ha rimandato la partita del Governo", racconta qualcuno, che interpreta come un segnale di tempesta la nota diffusa dal leader della Lega in serata: "Sto lavorando perché nelle prossime ore il centrodestra unito offra non una, ma diverse proposte di qualità, donne e uomini di alto profilo istituzionale e culturale, su cui contiamo ci sia una discussione priva di veti e pregiudizi", sentenzia. "Salvini ha parlato per sé, ma ora il premier deve sentire Berlusconi se davvero vuole che la partita 'giri' - gli fa eco qualcun altro - e in ogni caso le posizioni restano distanti".

In Transatlantico le voci si rincorrono: "Se Draghi non capisce che deve sedersi al tavolo con i leader e trattare ora sul Governo, al Colle ci va Casini", è il pronostico di molti, mentre si diffonde la voce di un confronto del premier anche con l'ex leader Udc, tra i papabili anche per palazzo Chigi. "L'accordo si chiude mercoledì e Draghi viene eletto alla quarta", ipotizza invece qualcun altro. Trasversale, poi, è l'ipotesi che alla fine sia Sergio Mattarella a "salvare capra e cavoli".

Draghi è la somma delle debolezze altrui, ma la via del Colle è ancora lastricata di inciampi. La storia rivela che ogni volta che c'è stata incertezza a ridosso poi le votazioni si sono protratte per giorni e giorni.  Fu così nel 1964 per Saragat, ventuno votazioni. Per Leone nel 1971, ventitré votazioni. Per Pertini nel 1978, sedici votazioni. Le elezioni lampo di Cossiga e Ciampi rappresentano in fondo delle eccezioni (una sola votazione). Sette anni fa Sergio Mattarella venne eletto alla quarta, Matteo Renzi lo ufficializzò all'ultimo giorno utile, ma già il 19 gennaio, a due settimane dall'incoronazione, il quadro era delineato. Repubblica titolava così un pezzo informato di Goffredo De Marchis: "La sfida Amato-Mattarella.

Fonti Varie agenzie / Rai / Repubblica 

 

 

Nonostante il susseguirsi di contatti e incontri, ultimo in ordine di tempo quello in queste ore tra il Segretario di Stato americano Antony Blinken e il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a Ginevra, l’escalation delle tensioni tra Russia e Ucraina delle ultime settimane rischia di sfociare in una guerra.

"Gli alleati della Nato stanno mettendo le forze in allerta e stanno inviando navi e caccia in Europa dell'Est, per rinforzare la nostra capacità di deterrenza e difesa, mentre la Russia continua ad aumentare la propria presenza militare dentro e fuori dall'Ucraina".Lo sottolinea la Nato in una nota.Gli Stati Uniti hanno ordinato l'evacuazione delle famiglie dei diplomatici in Ucraina.

E l'amministrazione statunitense sconsiglia anche ai cittadini americani di recarsi in Russia. Kiev critica, giudicandolo "prematuro" ed "eccessivo" l'ordine impartito da Washington di evacuare i familiari dei diplomatici Usa dall'Ucraina. "Con tutto il rispetto del diritto degli stati stranieri di garantire la sicurezza delle loro missioni diplomatiche, noi consideriamo questa misura presa dagli americani come prematura ed eccessiva", dichiara in una nota il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Oleg Nikolenko. "A meno che il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, non abbia qualcosa da dirci di importante, il personale dell'Unione Europea non ha in programma nessuna evacuazione dall'Ucraina", commenta l'Alto rappresentante della politica estera Ue, Josep Borrell, prima del consiglio affari esteri a Bruxelles, commentando l'annuncio Usa dell'evacuazione delle famiglie dei diplomatici. "Non credo che si debba drammatizzare la situazione, i negoziati con la Russia sono in corso, non penso che si debba lasciare l'Ucraina", ha aggiunto Borrell.

Le premesse per una simile escalation c'erano da tempo, tuttavia è difficile capire perché la situazione si stia degradando così rapidamente proprio adesso, otto anni dopo lo scoppio della crisi ucraina e un (relativo) congelamento del conflitto nel Donbass. Ha inoltre un che di paradossale il fatto che il massiccio dispiegamento di truppe russe alla frontiera con l'Ucraina negli ultimi mesi abbia coinciso con l'avvio negli Stati Uniti della Presidenza Biden, che si era invece aperta con l'annuncio di un rilancio di negoziati su temi specifici di sicurezza con Mosca dopo il quadriennio di Trump.

Resta impossibile dire con certezza quale siano le vere intenzioni di Mosca, e se il Cremlino abbia o meno una strategia predeterminata. È difficile pensare che lo scopo primario dell’ammassamento di truppe russe al confine sia stato quello di invadere l’Ucraina. In primis, non c’è un territorio preciso a cui la Russia potrebbe guardare - contrariamente alla penisola di Crimea nel 2014 - né forze in Ucraina che rivendicano, come era successo nel Donbass, l’indipendenza territoriale, che Mosca potrebbe utilizzare come occasione per penetrare il territorio ucraino in nome della difesa di comunità russofone.

Putin non ha tutti i torti quando delinea la necessità di un mondo caratterizzato da un maggiore equilibrio di poteri rispetto a quello esistente tuttora. Tuttavia il Presidente russo non è esente da responsabilità a riguardo. L’Ucraina sarebbe certamente rimasta legata alla Russia se avesse visto in quest'ultima più un alleato che un oppressore. Lo scarso successo ottenuto dall’unione doganale è da imputarsi anche alla volontà, da parte della Russia, di rendere i Paesi ex sovietici sudditi del loro forte vicino. Guardando all'economia, ben pochi ad oggi si fidano dell’orso russo: il rublo ha perso metà del suo valore negli ultimi due anni. Gli investimenti esteri in Russia sono diminuiti drasticamente a seguito delle tensioni in Crimea. Secondo la classifica “ease of doing business 2016”, stilata dalla World Bank, il Paese si colloca al cinquantunesimo posto su 189, dopo Stati come Messico, Montenegro, Perù, solo per fare alcuni esempi (l'Italia si colloca al 45esimo posto). 

L’escalation da parte russa è iniziata con l'invio di truppe al confine ucraino nel marzo-aprile 2021, proseguito la scorsa estate e diventato sistematico e su larga scala a partire da novembre (si parla al momento di circa 170 mila unità). Nel frattempo, le relazioni con gli Stati Uniti, già molto tese, si sono ulteriormente degradate. Se a giugno in vista dell'incontro con Biden le due parti si erano trovate lontane su molte posizioni, ma dialoganti sulla questione del controllo degli armamenti, a dicembre Mosca ha presentato agli Stati Uniti un ultimatum per iscritto, chiedendo - ai fini di una de-escalation - che la NATO si impegnasse a negare formalmente l'ingresso dell'Ucraina e della Georgia nell’Alleanza, pur sapendo che la richiesta non avrebbe mai potuto essere accettata.

Stilando una lista non esaustiva, alcuni elementi spiegano il cambio di atteggiamento di Mosca. Il primo, di contesto, è la generale radicalizzazione delle posizioni dell’establishment russo (parallela a un'influenza crescente delle élite militari) che sostiene la necessità di imporre più nettamente, se necessario anche con la forza, la visione revisionista di Mosca per la costruzione di una nuova architettura di sicurezza europea. Il secondo è l’evoluzione della situazione in Ucraina. Negli ultimi mesi il governo di Volodymyr Zelensky ha approvato una serie di leggi che limitano l'utilizzo della lingua e dei media russi e che, di conseguenza, riducono ulteriormente la possibilità che il Donbass russofono venga in futuro reintegrato dall'Ucraina in linea con le condizioni di Mosca inserite nel protocollo di Minsk (al momento l'unico accordo, negoziato da Francia e Germania, a cui è appeso formalmente il destino della regione). In tale contesto, in Russia si discute in queste settimane l'idea di riconoscere le due entità separatiste di Donetsk e Lugansk, cosa che affosseranno definitivamente l'accordo.

Guardando ai principali alleati Usa, questi ultimi si collocano alle prime posizioni del mondo in termini di PIL pro capite e ricchezza. Lo stesso non può dirsi per le repubbliche ex sovietiche, vessate da corruzione e clientelismo. Forse uno degli esempi più lampanti dell’insuccesso sovietico è la Germania Est. A seguito della caduta del muro di Berlino, la Germania impiegò diversi anni e una quantità considerevole di risorse per ammodernare la parte del Paese che fu in mani sovietiche, con un processo che continua tuttora. Difficile imputare tutto questo alle trame politiche occidentali. L'impressione è che l'orso russo abbia perso terreno sull’occidente e che tenti di attribuire le conseguenze dei suoi errori in campo politico ed economico agli Stati Uniti e ai loro alleati europei.

Le proteste in Ucraina cominciano nel novembre 2013, quando il Presidente dell’epoca, Viktor Yanukovych, sospende i preparativi per l'implementazione di un accordo economico con l'Unione europea avallato da tutti i partiti eccetto il partito comunista, accettando al contempo un'offerta di aiuto economico proposta da Putin. Proteste filo-europee (“Euromaidan”) esplodono a Kiev e si estendono a diverse altre città ucraine, con l'obiettivo di ottenere le dimissioni del Presidente e indire nuove elezioni. Yanukovich, dopo diversi tentativi di reprimere le proteste, è spinto a firmare un accordo con i dissidenti per porre fine alla crisi poco prima di lasciare l'incarico nel febbraio 2014.

Mentre un nuovo parlamento filo-europeo si stabilisce a Kiev, in Crimea uomini armati prendono il controllo degli edifici pubblici, instaurando un autoproclamato governo filorusso. Il 18 marzo del 2014, a soli due giorni da un referendum per l'indipendenza della Crimea dall'Ucraina proposto dal governo filorusso (e considerato illegale dall’OCSE), la Russia annette la Crimea.

Sulla scia delle istituzioni politiche, hanno da subito criticato la politica estera del Cremlino: l’annessione della Crimea è avvenuta unilateralmente, senza una formale dichiarazione di guerra all’Ucraina. Inoltre, Putin avrebbe approfittato della caduta del Governo e della confusione nel Paese per impossessarsi del prezioso avamposto militare (la penisola ospita uno dei maggiori contingenti militari russi al di fuori del proprio Paese, nonché un avamposto si notevole rilevanza militare sul mar Nero). La campagna mediatica internazionale contro il gesto russo continua tuttora: a titolo di esempio citiamo un recente articolo del “The Economist” dedicato alla vittoria del famoso festival Eurovision da parte di una cantante Tartara proveniente dalla Crimea, contraria all’annessione.

D'altra parte la repentina mossa del Cremlino trova poche scusanti nell'opinione pubblica europea: il Paese più vasto del mondo è visto come una potenza militare aggressiva che costringe i propri vicini a stipulare patti di dubbio valore economico, punendo chi si oppone con brutali azioni militari. In termini di diritto internazionale, l'annessione della Crimea alla Russia è un atto illegale: al diritto all'autodeterminazione dei popoli invocato da Putin per giustificare l'annessione è subordinata l'integrità territoriale dello Stato in questione, l’Ucraina. Eccezioni come il Kosovo (spesso citato da Putin) sono avvenute in seguito ad interventi del Governo centrale mirati a penalizzare la popolazione di una determinata regione o cultura. Nel caso del Paese ex jugoslavo, per esempio, Belgrado abolì unilateralmente l’autonomia del Kosovo garantita dalla Costituzione.

Intanto Londra annuncia il ritiro del suo personale dall'ambasciata di Kiev per la "minaccia crescente" della Russia nei confronti dell'Ucraina. Lo fa sapere il Foreign Office, a poche ore dall'ordine impartito dagli Stati Uniti di evacuare dall'Ucraina i familiari dei diplomatici Usa, aggiungendo che però l'ambasciata britannica resta aperta per il disbrigo degli affari essenziali. "Alcuni membri del personale dell''ambasciata" e i loro familiari "si stanno allontanando da Kiev in risposta alla minaccia crescente della Russia", si legge nella nota.

"Sulle sanzioni vogliamo agire in forte coordinamento con i nostri partner: gli Usa, il Canada e il Regno Unito. Al momento stiamo continuando a costruire un forte pacchetto di sanzioni, ma nulla di concreto verrà approvato oggi", spiega ancora Borrell. "C'è un processo, il processo è in corso, sarà tutto pronto quando necessario, ma oggi non annunceremo nulla", aggiunge.

Intanto, il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, accusa la Germania di "tradimento" e "omissione di soccorso", in un duro intervento pubblicato in esclusiva dalla Bild di oggi, a causa della mancata consegna di armi all'Ucraina da parte di Berlino. "Questa è omissione di soccorso e tradimento degli amici, in una situazione drammatica, nella quale il nostro Paese viene minacciato dalle truppe russe su diversi confini", afferma. "Molti si pongono la domanda: con chi sta il governo tedesco? Dalla parte della libertà e dunque dell'Ucraina, o dalla parte dell'aggressore?". "Adesso serve un chiaro segnale dal paese più importante d'Europa", aggiunge.

Fonti :  caffè geopolitico / huffpost / ansa

Nei primi due anni di pandemia i 10 uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari, al ritmo di 15.000 dollari al secondo, 1,3 miliardi di dollari al giorno.Nello stesso periodo 163 milioni di persone sono cadute in povertà a causa della pandemia.La pandemia ha aggravato le condizioni economiche delle famiglie italiane e rischia di ampliare a breve e medio termine i divari economici e sociali preesistenti. 

Nel primo anno di convivenza con il coronavirus in Italia è cresciuta la concentrazione della ricchezza. La quota, in lieve crescita su base annua, di ricchezza detenuta dal top-1% supera oggi di oltre 50 volte quella detenuta dal 20% più povero dei nostri connazionali. Il 5% più ricco degli italiani deteneva a fine 2020 una ricchezza superiore a quella dell’80% più povero. È quanto emerge da “La pandemia della disuguaglianza”, il nuovo rapporto pubblicato da Oxfam, organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze, in occasione dell'apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, che quest'anno si terranno in forma virtuale. 

Alla riduzione delle spese per consumi è corrisposto nel 2020 un significativo aumento dell'incidenza della povertà assoluta. Oltre un milione di individui e 400.000 famiglie sono sprofondati nella povertà, sebbene su questo disastro sociale possa aver inciso maggiormente - a differenza della precedente recessione – il cambiamento pandemico delle abitudini di consumo rispetto alla perdita di potere d'acquisto, pur significativa, delle famiglie.

Rileva Oxfam: nei 21 mesi intercorsi tra marzo 2020 e novembre 2021 il numero dei miliardari italiani della Lista Forbes è aumentato di 13 unità e il valore aggregato dei patrimoni dei super-ricchi è cresciuto del 56%, toccando quota 185 miliardi di euro alla fine dello scorso novembre.  I 40 miliardari italiani più ricchi posseggono oggi l'equivalente della ricchezza netta del 30% degli italiani più poveri (18 milioni di persone adulte).

"Dall'inizio dell'emergenza Covid-19, ogni 26 ore un nuovo miliardario si è unito ad una élite composta da oltre 2.600 super-ricchi le cui fortune sono aumentate di ben 5 mila miliardi di dollari, in termini reali, tra marzo 2020 e novembre 2021", denuncia l'organizzazione non governativa. Solo per Jeff Bezos, il numero uno di Amazon, una delle aziende il cui fatturato è decollato con il COvid-19, Oxfam calcola un "surplus patrimoniale" nei primi 21 mesi di pandemia di 81,5 miliardi di dollari, l'equivalente del costo stimato della vaccinazione (due dosi e booster) per l'intera popolazione mondiale. La pandemia, poi, ha colpito più duramente le donne, che hanno perso 800 miliardi di dollari di redditi nel 2020. Tuttora, mentre l'occupazione maschile dà segnali di ripresa, si stimano per il 2021 13 milioni di donne occupate in meno rispetto al 2019.

Una pandemia delle diseguaglianze in cui le banche centrali sono intervenute pompando migliaia di miliardi per sostenere l'economia. "Ma gran parte di queste risorse - dice Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam International - sono finite nelle tasche dei miliardari che cavalcano il boom del mercato azionario". Poi c'è il boom degli utili nel settore farmaceutico, "fondamentale nella lotta alla pandemia, ma succube alla logica del profitto e restio alla sospensione temporanea dei brevetti" per aumentare la produzione di vaccini e salvare vite nei paesi più poveri. Secondo Oxfam, i monopoli detenuti da Pfizer, BioNTech e Moderna hanno permesso di realizzare utili "per 1.000 dollari al secondo e creare cinque nuovi miliardari". Al contempo "meno dell'1% dei loro vaccini ha raggiunto le persone nei Paesi a basso reddito". La percentuale di persone con COVID-19 che muore a causa del virus nei Paesi in via di sviluppo - denuncia la Ong - è circa il doppio di quella dei Paesi ricchi, mentre ad oggi nei Paesi a basso reddito è stata vaccinata appena il 4,81% della popolazione.

L'inversione delle fortune, iniziata dalla metà degli anni ‘90, con una marcata divergenza tra le quote di ricchezza del 10% più ricco e della metà più povera della popolazione italiana, non sembra allentarsi nel biennio 2020-2021, scrivono gli analisti di Oxfam, con le famiglie più povere incapaci di intercettare la significativa crescita del risparmio registrata durante la pandemia.

In Italia, la quota di ricchezza detenuta dal top-1% è continuata a crescere, con il 5% più ricco degli italiani che, secondo Oxfam, deteneva a fine 2020 una ricchezza superiore a quella dell'80% più povero. Fra marzo 2020 e novembre 2021 il numero dei miliardari italiani della Lista Forbes è aumentato di 13 unità e il valore aggregato dei patrimoni dei super-ricchi è cresciuto del 56% a 185 miliardi di euro alla fine dello scorso novembre. "Il quadro sociale avrebbe potuto essere ancor più grave, se il Governo non avesse potenziato le misure di tutela esistenti e messo in campo strumenti emergenziali nuovi di supporto al reddito", spiega Elisa Bacciotti, responsabile Campagne di Oxfam Italia. 

Tuttavia, secondo la Ong la ripresa occupazionale del 2021 non è trainata da lavoro stabile e rischia di proiettarci nel mondo pre-pandemico, che ha visto crescere la quota dei working poor di oltre 6 punti percentuali dall'inizio degli anni '90. "Crediamo - dice Bacciotti - che la razionalizzazione delle misure di sostegno alle famiglie con figli intrapresa dall'attuale Governo sia largamente apprezzabile". Invece "le scelte in materia di riforma del sistema fiscale ci appaiono invece discutibili, dimenticando l'obiettivo di garantire maggiore equità orizzontale in favore di una crescita quantitativa".    

Intanto l'obbligo di green pass rafforzato sui trasporti pubblici "lede le prerogative del Parlamento in vista del voto sul Presidente della Repubblica", sostengono 5 parlamentari isolani capeggiati da Pino Cabras, deputato di Alternativa c'è, che hanno presentato ricorso per conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato alla Corte Costituzionale e chiesto la sospensione cautelare dell'obbligo. La Consulta si pronuncerà sulla richiesta in una camera di consiglio straordinaria convocata per il 19 gennaio. 

I parlamentari chiedono alla Corte di dichiarare che non spettava al Governo adottare il decreto-legge n. 229 del 30 dicembre scorso contenente "Misure urgenti per il contenimento della diffusione dell'epidemia da COVID-19" e di disporre in via d'urgenza la sospensione e poi l'annullamento dell'articolo 1, comma 2, che ha introdotto l'obbligo dal 10 gennaio del green pass rafforzato sui trasporti pubblici e di tutti gli "atti lesivi" conseguenti e connessi all'intero provvedimento. Nel ricorso viene anche richiesto alla Corte di sollevare, dinanzi a se stessa, questione di legittimità costituzionale del decreto-legge nella sua interezza e di disporre l'annullamento, previa sospensione, di tutto il decreto-legge. Il giudice costituzionale relatore è Augusto Barbera, mentre i parlamentari saranno rappresentati dagli avvocati Ugo Mattei e Fabrizia Vaccarella. 

"Abbiamo sollevato il ricorso in questo modo, cioè per conflitto di attribuzione dei poteri potenzialmente lesi dal governo nei confronti della prerogativa parlamentare, perché è l'unico modo concreto per avere una risposta a breve senza dover attendere i tempi dei tribunali ordinari e vista l'urgenza per le elezioni del capo dello Stato - spiega Cabras - ma la questione va allargata perciò chiediamo la sospensione dell'obbligo di super green pass per tutti i 6,5 milioni di italiani che vivono nelle isole e su cui il decreto ha ricadute". Gli altri firmatari del ricorso sono i deputati Emanuela Corda e Andrea Vallascas di Alternativa c'è (eletti in Sardegna), la deputata del gruppo Misto, Simona Suriano e il senatore Pietro Lorefice del M5s (eletti in Sicilia). "Contestiamo il fatto che il governo ponga determinati condizioni che però incidono sui poteri riconosciuti ai parlamentari ma allo stesso tempo la nostra battaglia è più ampia perché lede ad esempio il diritto allo studio, situazioni particolari di lavoro o di malattia", continua Cabras. "In questi giorni ho ricevuto la lettera di una madre di Villa San Giovanni che ha un bimbo di 10 anni con un tumore e una visita prenotata a Messina, ma non può andarci perché il bimbo non ha il vaccino per altri motivi. Quindi non può spostarsi".

Fonti Ansa / Agi

 

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