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Venerdì, 29 Maggio 2020

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Il Consiglio europeo si è limitato a confermare le misure già decise all’Eurogruppo di due settimane fa. In breve, sono stati definitivamente archiviati gli eurobond (o coronabond che dir si voglia) e ogni forma di mutualizzazione del debito, con buona pace di Conte, mentre rimane sul tavolo il cosiddetto Recovery Fund, cioè un fondo che dovrebbe teoricamente sostenere la ripresa economica degli Stati europei. Nello specifico, però, si sa poco o nulla di come funzionerà questo fantomatico fondo.
 

"La crisi ha effetti di contagio in tutti i Paesi e nessuno può ripararsi da solo. Un'economia in difficoltà da una parte indebolisce una forte dall'altra. Divergenze e disparità aumentano e abbiamo solo due scelte: o andiamo da soli, lasciando Paesi e regioni indietro, o prendiamo la strada insieme. Per me la scelta è semplice, voglio che prendiamo una strada forte insieme": lo ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.  

I 172,7 miliardi proposti dalla Commissione Ue per l'Italia nell'ambito del pacchetto Recovery Fund rappresentano la quota più alta destinata a un singolo Paese. E questo sia in termini assoluti sia per quanto riguarda gli aiuti a fondo perduto che i prestiti. Segue l'Italia la Spagna, con un totale di 140,4 miliardi, divisi tra 77,3 miliardi di aiuti e 63,1 miliardi di prestiti.


E mentre giungono le prime indiscrezioni sul Recovery Fund – l’Italia dovrebbe poter beneficiare di 172,7 miliardi di euro tra stanziamenti, secondo fonti Ue – il presidente del Parlamento europeo David Sassoli prova a mostrare il pugno di ferro nei confronti di Bruxelles e in un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa afferma: “Se il Recovery Plan non sarà all’altezza delle ambizioni, il Parlamento non lo sosterrà”.

 «L'Italia ha oggi bisogno di una immediata disponibilità di risorse finanziarie sufficienti a combattere l'epidemia e difendere imprese e posti di lavoro» ma «il Mes non è una soluzione». Lo ha ribadito il presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni in una lettera al Corriere della Sera nel giorno in cui la commissione Ue farà conoscere i dettagli del Recovery Fund.  

«Se in Italia ci fosse un governo con una visione strategica, il nostro premier sarebbe già volato a Washington per parlare dei Diritti Speciali di Prelievo del Fondo Monetario Internazionale, consapevole che le sorti di una grande Nazione come l'Italia non possono dipendere solo da quanto vorranno decidere Francia e Germania in ambito Ue. Ma per operazioni come questa, forse, servirebbe un governo politico, con un chiaro mandato popolare e con la consapevolezza della forza che ha l'Italia nello scenario mondiale»

Secondo il quotidiano il Giornale la Banca centrale europea prepara il “piano B”, che potrebbe scattare nel caso in cui nei prossimi mesi la Bundesbank si ritirasse dal programma comune di acquisto titoli a seguito di un inasprimento della crisi aperta dalla sentenza della Corte costituzionale tedesca del 5 maggio.

Ben quattro fonti hanno affidato all’agenzia Reuters la confidenza sulla manovra allo studio dell’Eurotower, che intende disinnescare la minaccia posta dalla messa in discussione delle manovre portate avanti dal quantitative easing in avanti dalle critiche di Karlsruhe. “Ipotizzando lo scenario peggiore”, nota Reuters, “la Bce avvierebbe un’azione legale senza precedenti contro la banca centrale tedesca, suo principale azionista, per riportarla nel programma, hanno aggiunto le fonti, che hanno parlato a condizione di anonimato”, sottolineando però di aspettarsi che, in fin dei conti, la banca centrale tedesca troverà una strada per scendere a compromessi con l’Eurotower, evitando uno strappo potenzialmente in grado di mandare a terra l’euro.

Secondo insiede Over pure il tanto sbandierato Recovery Fund è un mezzo bluff. Come sottolinea in un’intervista rilasciata a Il Sussidiario Sergio Cesaratto, professore di Economia monetaria europea all’Università di Siena, in realtà c’è ben poco da festeggiare. La verità, spiega il docente, “è che verrà utilizzato il bilancio europeo 2021-27 per restituire ai mercati i soldi che verranno stanziati. L’Italia dovrebbe ricevere di più di quella che è la sua quota di versamenti nel bilancio Ue, quindi semmai a fondo perduto sarà solo la differenza tra queste due cifre”. Probabilmente, sottolinea, “considerando che stiamo parlando del bilancio europeo 2021-27, le risorse non arriveranno subito e dovranno essere restituite abbastanza presto”.

Come sottolinea inoltre Giulio Sapelli su L’Occidentale, sempre di debito si tratta. “Basta saperlo e sapere che le regole del Trattato di Maastricht ci sono tutte e funzionano, Corte Costituzionale Tedesca vigiliante, in accordo con il governo tedesco.” E si continuerà quindi, sottolinea Sapelli, “a non fare investimenti diretti in conto capitale ma condizionati dal Trattato e a ciò che ne è derivato, con tutte le conseguenze del caso. Quindi nulla di nuovo sotto il sole se non la riproposizione di una vicenda storica plurisecolare”. Per accedere al Recovery Fund, inoltre, spiega La Repubblica, “i governi dovranno farsi approvare da Bruxelles un programma nel quale indicheranno come spendere i fondi guardando alle priorità Ue (Green deal e digitale), ai settori più colpiti dalla crisi (turismo e trasporti) e alle riforme che ogni anno Bruxelles raccomanda ai vari governi”. Soldi sì, dunque, ma in cambio di riforme dettate da Bruxelles.

E ancora la Meloni nella sua lettera al Corriere della sera «Il dibattito su dove trovare quelle risorse è quotidiano - ha rilevato Meloni - ma nonostante ciò rimangono strade inspiegabilmente inesplorate. Perché non esiste solo l'Unione Europea tra le possibili istituzioni che potrebbero rendersi utili. Tra l'altro la Ue si sta dimostrando ancora una volta vittima degli egoismi di taluni. Le decisioni tardano ad arrivare - ha sottolineato - non sappiamo per quanto tempo la Bce garantirà il suo supporto, non conosciamo ancora come il recovery fund sarà approvato dalla Ue, ancora di meno sappiamo sulle condizioni di restituzione di un eventuale prestito da parte del Mes (visto che finora si è ipotizzato solo di assenza di condizionalità per l'accesso al Mes, ma mai di che cosa accadrebbe a uno Stato che non rispettasse tempi e modi di restituzione del prestito)».

«Siamo dunque alla mercé dell'asse franco tedesco? si domanda Meloni sulla sua lettera al corriere, Non necessariamente», ha rilevato Meloni. L'Italia, ha spiegato, «è una grande Nazione che oltre a essere membro fondatore delle istituzioni europee, è parte del più ampio sistema multilaterale centrato, nel campo della cooperazione macroeconomica internazionale, sul Fondo monetario internazionale.

Attraverso il Fmi, i suoi 189 Stati membri possono creare nuovi Diritti speciali di prelievo (Dsp), sarebbe a dire attività di riserva internazionali introdotte nel 1969 per generare liquidità internazionale. Non sono un prestito del Fmi, di quelli che attiva la Troika. L'emissione di Dsp - ha sostenuto - non costa nulla, non è soggetta ad alcuna condizionalità e ciascuno Stato membro ne beneficia in ragione della propria quota nel capitale dell'istituzione. Nell'arco degli anni il Fmi ha emesso circa 250 miliardi di euro in Dsp, la maggior parte dei quali per fronteggiare gli effetti della crisi finanziaria internazionale del 2007-2009. Di recente, il «Financial Times» ha proposto l'emissione di nuovi Dsp per 1.250 miliardi di euro. L'Italia ne beneficerebbe per circa 40 miliardi, in virtù del suo 3% di quota: una cifra persino superiore a quella dell'eventuale prestito Mes (ma in questo caso veramente senza condizionalità e soprattutto senza doverli restituire)».

L'emissione di Dsp, ha proseguito Meloni, «richiede l'assenso dell'85% dei voti detenuti dagli Stati membri. Solo gli Stati Uniti, con il loro 17%, hanno diritto di veto su tale decisione. Ovviamente occorre attivarsi politicamente, soprattutto con gli Usa, ma sarebbe una ipotesi almeno da esplorare». Per Meloni «si possono, poi, verificare meccanismi per amplificare ulteriormente la portata finanziaria di questa emissione. L'economista Domenico Lombardi e l'ex segretario al Tesoro britannico Jim O'Neill hanno proposto uno schema per valorizzare tali allocazioni che, per l'Italia, consentirebbe facilmente di attivare una leva di 1 a 5 per incrementare le risorse disponibili fino a 200 miliardi. Perché quindi - si è chiesta il presidente di FdI - non verificare la proposta del «Financial Times» e lo schema Lombardi-O'Neill, magari congiuntamente ai Bond Patriottici proposti da Tremonti? Ci consentirebbe di trattare in ambito europeo con maggiore serenità e quindi con più forza».

Intanto "Salvini ? Ha ragione ma va attaccato", è tutto qui il senso della polemica che ha travolto le toghe. Le parole di Luca Palamara in chat whatsapp con Paolo Auriemma non lasciano molto spazio all'interpretazione e hanno scoperchiato una fitta rete fatta di intrighi e di trame ordite con meticolosa attenzione
 
a intervenire in difesa di Salvini è scesa in campo anche Rita Dalla Chiesa, figlia dell'irreprensibile generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo ucciso in un attentato da parte di Cosa Nostra nel 1982.

"Mi inquieta sentire un magistrato dire: 'Ha ragione ma dobbiamo dargli addosso lo stesso'. Questa è la negazione della giustizia", dice Rita Dalla Chiesa in riferimento ai recenti fatti che hanno coinvolto Matteo Salvini. La conduttrice e giornalista non ha mai nascosto le sue idee e se ne è sempre fatta orgogliosa divulgatrice. 
 
La Dalla Chiesa è cresciuta con i valori di lealtà e giustizia che le sono stati trasmessi da suo padre, uomo tutto d'un pezzo che ha servito il Paese, dando la sua vita per rincorrere quegli ideali che ha sempre perseguito contro le mafie e la criminalità organizzata. "Non è simpatia o antipatia. È proprio lo smarrimento di ogni valore etico nei confronti dei cittadini che ancora credono in una giustizia giusta", tuona Rita Dalla Chiesa, che dimostra un senso civico superiore rispetto a certe toghe che manipolano il potere.  
 
 
 

Si va verso l'election day il 20 settembre. E' quanto emerge, a quanto si apprende, dalla riunione a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte con i capi delegazione di maggioranza, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese e il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia.

Stessa data, quindi, per le elezioni regionali ma anche per indire le comunali e il referendum sul taglio dei parlamentari. Qualcuno parla anche di votazioni politiche per un election day, ma non ci sono conferme...pero si deve affrontare a poco tempo Il problema del debito è qualcosa che riguarda tutti i Paesi europei. Senza distinzioni. Senza un programma serio di aiuti da parte di Bruxelles, l’Euro zona potrebbe crollare

Con l’Italia che sarebbe costretta a lasciare l’euro. Parola del Washington Post. In un articolo comparso sul quotidiano statunitense si mette in guardia l'economia del vecchio continente e non solo. Si accendono i riflettori sul nostro Paese. L’economia mondiale, che fa i conti con la crisi economica da coronavirus, è in pericolo. L’Italia con il suo debito, alto ma sostenibile, sarebbe al centro della tempesta. In sostanza si afferma che dopo la grave recessione del 2010 l’Europa potrebbe conoscere, se non si interviene al più presto, una nuova fase critica che si concentra sui debiti sovrani.

I membri più deboli dell’Unione (Grecia, Italia, Portogallo, Spagna e Irlanda), quelli che venivano definiti comunemente i "Piigs" all’epoca del crack della Lehman Brothers, hanno lottato per evitare il default del loro considerevole debito pubblico. La crisi si è risolta quando alla Grecia è stato permesso di ristrutturare (cioè di ridurre) il proprio debito e Mario Draghi, allora a capo della Bce, ha dichiarato (era il luglio 2012) che l’istituto avrebbe "fatto tutto il necessario" per assicurare che gli altri Paesi non fossero inadempienti. Il famoso bazooka. L’allarme quindi, per qualche tempo, è rientrato. Tutto si basava sulla fiducia dei mercati e sull’assunto che la crisi economica fosse ormai alle spalle.

Questo fino a oggi. Quando, a causa della pandemia, i nodi sono tornati al pettine. Come gli Stati Uniti, gran parte dell’Europa è entrata in una profonda recessione. Nel 2020 l’economia tedesca subirà una contrazione dell’8%, quella francese del 10%, quella spagnola del 15%, quella italiana del 18% e quella greca del 15%. La fiducia dei consumatori è crollata di nuovo. E i conti pubblici sono messi male.

Intanto dopo l’interrogazione alla Commissione UE presentata pochi giorni fa dagli eurodeputati della Lega *Vincenzo Sofo, Andrea Caroppo e Annalisa Tardino*, i tre parlamentari europei insieme alla collega *Lucia Vuolo* e ai deputati *Alessandro Pagano e Domenico Furgiuele* quest’oggi hanno scritto una lettera ai governatori delle regioni del Mezzogiorno per *chiedere di adeguarsi agli standard enunciati dall’UE e di attivarsi per la stipula di accordi bilaterali tra il Governo italiano e altri Paesi per la creazione di corridoi turistici verso il Sud Italia*.
 
“Vista la bassa incidenza del contagio il Sud Italia potrebbe accogliere in sicurezza turisti provenienti dall’estero proponendosi come destinazioni alternative a mete come Croazia e Grecia, consentendo da un lato al nostro Paese di non perdere a vantaggio di altri Stati questa grossissima fetta di turismo che vale circa 45 miliardi di euro l’anno e dall’altro di promuovere all’estero il nostro Meridione, il cui turismo oggi è ancora prevalentemente nazionale.”
 
La richiesta dei sei rappresentanti del Carroccio ai governatori del Sud é quella di adeguarsi nel minor tempo possibile ai criteri posti dalla Commissione Europea e di fare pressione sul Governo affinché individui immediatamente dei partner internazionali con i quali sottoscrivere appositi accordi bilaterali e chieda al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) di divulgare il livello epidemiologico delle singole Regioni e non solo nazionale.
 
“La mancata urgente attivazione nel senso sopra descritto - spiegano i firmatari - rischia di far perdere al Sud l’opportunità non solo di salvare almeno parzialmente l’imminente stagione estiva e di far ripartire con estremo ritardo un settore vitale per la sua economia ma anche di affermarsi per il futuro come meta per il turismo internazionale. Per questo riteniamo inoltre che sia il momento di riflettere sull’opportunità di *avviare un tavolo di cooperazione macroregionale tra le regioni del Sud così da pianificare insieme la fase 2 della crisi Covid-19 nonché le strategie di sviluppo a medio-lungo termine di questi territori*.“

Intanto la novità è arrivata dopo che nel laboratorio di Microbiologia dell'Asst Spedali Civili a Brescia è stata isolata una variante di virus Sars-CoV-2, estremamente meno potente. Il presidente della Società italiana di virologia (Siv-Isv) ha spiegato: "Mentre i ceppi virali che siamo stati abituati a vedere in questi mesi, che abbiamo isolato e sequenziato, sono bombe biologiche capaci di sterminare le cellule bersaglio in 2-3 giorni, questo per iniziare ad attaccarle ha bisogno minimo di 6 giorni". Ovvero il doppio del tempo.

Ovviamente sarà oggetto di pubblicazione scientifica, ma l'esperto l'ha voluta rendere nota per infondere speranza e per dare un segnale di fiducia: "Queste varianti virali più attenuate dovrebbero diventare il futuro della probabile evoluzione di Covid-19". A testimonianza di ciò ogni giorno si vedono tamponi naso-faringei positivi "non più in modo forte, bensì debole". Il virus si vede "in dosi molto, molto ridotte".

Finisce anche la questione di open arms con 13 voti a favore della relazione del presidente, Maurizio Gasparri (FI), 7 contrari e 3 senatori che non hanno partecipato al voto, la Giunta per le Immunità del Senato ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini sul caso Open Arms.

Come nel caso della Diciotti, a mio avviso sussisteva anche in questo caso l'azione di governo nel perseguimento della politica dei flussi migratori". Così la senatrice grillina Alessandra Riccardi, componente della Giunta delle immunità, ha motivato all'Adnkronos il suo voto contrario all'autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini avanzata dal tribunale dei ministri di Palermo per il caso Open Arms.

"La Giunta del Senato ha votato stabilendo che Salvini ha fatto il suo dovere, ha agito per interesse pubblico e non privato". Commenta così il leader della Lega Matteo Salvini in diretta facebook. "No allo sbarco dei 161 immigrati dalla Ong spagnola Open Arms, la Giunta del Senato ha appena votato (13 a 7) che ho fatto solo il mio dovere, nell'interesse del popolo italiano. Grazie a loro, e grazie a Voi. Adesso la parola passa all'aula del Senato, vediamo se Pd e 5Stelle insisteranno per il processo", aggiunge Salvini.

"Iv ha deciso di non partecipare al voto sulla vicenda Open Arms: ci rimettiamo dunque all'aula. Non c'è stata a nostro parere un'istruttoria seria, così come avevamo richiesto sia in questo caso che nella precedente vicenda Gregoretti. La motivazione principale per cui Italia Viva decide di non partecipare al voto risiede però nel fatto che, dal complesso della documentazione prodotta, non sembrerebbe emergere l'esclusiva riferibilità all'ex Ministro dell'Interno dei fatti contestati", aveva detto il capogruppo di Italia Viva in Giunta Francesco Bonifazi.

"Era necessario - aveva sostenuto Bonifazi - ricevere indicazioni sui rischi reali di terrorismo e sullo stato di salute riguardo alle imbarcazioni bloccate in mare dall'ex ministro dell'Interno, che non sono arrivate. La motivazione principale per cui Italia Viva decide di non partecipare al voto risiede però nel fatto che, dal complesso della documentazione prodotta, non sembrerebbe emergere l'esclusiva riferibilità all'ex Ministro dell'Interno dei fatti contestati. 

 
Diversamente, pare che le determinazioni assunte da quest'ultimo abbiano sempre incontrato, direttamente o indirettamente, l'avallo governativo. Numerosi sono dunque i dubbi che ancora oggi residuano in riferimento al caso Open Arms. Sarebbe stato opportuno che tali incertezze venissero chiarite mediante un'attività istruttoria ulteriore. Dunque, allo stato dell'arte, Italia Viva, coerentemente con le posizioni tenute nelle precedenti votazioni, ed in mancanza degli elementi istruttori richiesti, decide di non partecipare al voto".
   
"Dopo aver salvato masochisticamente il ministro della giustizia", è stata "coraggiosa e corretta la decisione di Italia Viva di Renzi di non partecipare al voto sull'autorizzazione al processo di Matteo Salvini consentendo di fatto la certezza sul diniego ad un processo manifestamente ingiusto". Lo afferma la deputata di Forza Italia, Michaela Biancofiore.
 
 
 

Il Coronavirus con annessa crisi economica e la Libia sono le due questioni più importanti della vita politica italiana. La Libia riguarda la politica estera e il virus la politica interna. Comprensibilmente oscurata dall’emergenza sanitaria, la questione nordafricana ha continuato ad evolversi però nel silenzio generale favorendo azioni e manovre nell’ombra o quantomeno al riparo degli sguardi dell’opinione pubblica

In Libia ci sono due governi che si combattono da anni. Il governo di Tripoli è appoggiato dall’Italia e il governo di Tobruk è sostenuto da Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Prossima a cadere sotto assedio, Tripoli ha chiesto aiuto militare a Conte, che ha rifiutato per ragioni costituzionali: l’Italia non può utilizzare la guerra per dirimere le controversie internazionali. E così Tripoli ha chiesto aiuto a Erdogan, che ha accettato. Nel volgere di poche settimane, la Turchia, che ha il secondo esercito più grande della Nato, ha ribaltato i rapporti di forza

Mentre accadeva tutto questo, l’Italia era paralizzata dal virus e il governo Conte non ha potuto investire energie sufficienti in Libia, con il risultato tangibile che i suoi interessi sono stati difesi dalla Turchia.

Ma vediamo come quando era Gheddafi che era salito al potere nel 1969, come era la situazione in Libia  : lui ha portato avanti ideali nasseriani, figli del panarabismo socialista che in quegli anni ha instaurato diverse nuove repubbliche in nord Africa ed in medio oriente. L’idea di società del rais, illustrata nel suo Libro Verde del 1977, appare laica e con diversi richiami alla “democrazia delle masse”. Ma in questa visione, c’è anche spazio per un importante ruolo dell’Islam. Gheddafi non ha mai nascosto la portata centrale della religione musulmana nel suo progetto di unificazione del mondo arabo. Tanto è vero che nel 1992 lo stesso rais ha rivelato di un’offerta da parte di alcuni gruppi fondamentalisti volta a consegnargli il titolo di “califfo”.

L’estremismo islamico in Libia è ancora oggi un fenomeno molto presente e che incide in diverse regioni. Ma le sue radici affondano tra gli anni Ottanta e Novanta, quando i gruppi jihadisti hanno iniziato a radicarsi bene sul territorio sopratutto nell’est del Paese nordafricano. Ben presto i gruppi islamisti sono diventati i principali avversari del rais Muammar Gheddafi, il quale poi a metà degli anni Novanta ha lanciato una dura repressione

Per avere un’idea del dilagare dal fondamentalismo islamico in Cirenaica, basti pensare che tra gli anni Novanta e il 2000 un miliziano di Al Qaeda su cinque operante in Iraq era di origine libica e, in particolare, proveniente dall’est del Paese. La città di Derna è quella che storicamente in assoluto ha sempre fornito un gran numero di foreign fighter alla causa islamica. Le scuole terroristiche in Cirenaica sono divenute tra le più importanti ed al contempo pericolose di tutto il medio oriente.

Intanto ai giorni nostri dopo la morte e l era di Gheddafi e dopo tante guerre tra di loro, la guerra civile in Libia oggi è ufficialmente entrara in una nuova fase. La mossa Russa, con l’invio degli otto caccia nell’ aeroporto di Tobruk e nella base di Al Jufra, lo certifica ulteriormente.

Serraj, a capo dell’unico governo riconosciuto come legittimo dall’ONU, ha dalla sua parte la Turchia, che ha mandato in Libia circa 3 mila miliziani siriani che combattono a fianco delle forze turche nel nord della Siria, oltre che droni armati che hanno permesso di distruggere alcune difese aeree nemiche. Dall’ altra parte, Haftar ha l’appoggio di Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto e di qualche altro paese, come la Francia.

Si staglia all’orizzonte uno schema incredibilmente lineare, che prevede il disinteresse a stelle e strisce in Libia che invece hanno scelto la Grecia come neo hub nel Mediterraneo, i tentennamenti francesi, che scontano anche una crisi politica interna per Macron, e la consueta irrilevanza italiana che vede il porto di Taranto spostarsi in mani orientali.  

Intanto quel che è certo è che lo scacchiere da guerra civile libica, dove l’infuenza dell’Europa si sta assottigliando, potrebbe essere incanalato verso una nuova fase dove a regnare sarebbe l’interventismo di chi ha pesato con parsimonia e tattica le sue mosse e le sue contromosse. I pozzi della mezzaluna petrolifera controllati da Haftar sono un obiettivo conclamato, assieme all’ircocervo di equilibri che questo risiko porterà in dote.  

Mosca e Ankara si preparano ad una spartizione della “tunica” libica così come da modus operandi siriano. Se fino a ieri le truppe fedeli al Generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica da troppi mesi in procinto di prendersi Tripoli, avevano registrato molti ko anche grazie all’uso dei droni turchi, da domani lo scenario potrebbe cambiare anche in virtù dei Mig russi giunti dalla Siria.

La guerra che si sta combattendo è iniziata ad aprile dello scorso anno per volontà di Haftar, che allora controllava l’est della Libia e dei pezzi di sud. Haftar aveva ordinato alle sue milizie di attaccare Tripoli, la capitale del paese, controllata da Serraj e dalle milizie alleate del suo governo. Nei piani di Haftar, l’attacco avrebbe dovuto portare rapidamente alla caduta di Tripoli, grazie anche all’appoggio delle milizie della città che avevano mostrato segni di insofferenza verso il governo di Serraj. Le cose però non era andate come aveva sperato il maresciallo: le milizie di Tripoli non avevano cambiato schieramento, e grazie anche alle forze di Misurata, città libica molto importante e molto influente, Serraj era riuscito a rimanere al potere e a respingere l’offensiva.

Dopo molti mesi di stallo nei combattimenti, dove la posizione di Serraj era comunque rimasta sempre molto in bilico, la situazione ora sembra essere cambiata. Solo nell’ultima settimana le milizie di Serraj hanno conquistato un’importante base aerea a ovest di Tripoli (la base di al Watiya) usando i droni della Turchia per distruggere le difese aeree della Russia, alleata di Haftar. Le forze di Serraj, con l’aiuto dei turchi, hanno inoltre preso il controllo di al Asaba, una cittadina di grande importanza strategica che si trova un centinaio di chilometri a sud di Tripoli.

Pare proprio che, tra il 20 gennaio e il 3 maggio 2020, la Germania abbia deciso di vendere armi per 308,2 milioni di euro all’Egitto e per 15,1 milioni di euro agli Emirati Arabi Uniti. La notizia, diventata nota grazie a un’interrogazione parlamentare del partito Die Linke (la sinistra), è stata rilanciata da Deutsche Welle e dall’agenzia di stampa DPA, che hanno preso visione di un documento del ministero dell’Economia tedesco con le voci di spesa militari. Queste fonti di stampa hanno fatto notare che la Germania vende armi agli amici di Haftar, che poi le girano al coriaceo generale che assedia Tripoli dal 4 aprile 2019, dove c’è un ambasciatore italiano, Eni e molto altro. Non vorremmo mai dire che la Germania sostiene indirettamente Tobruk però è lecito affermare che, se la Merkel vende armi a coloro che armano Haftar, non fa un favore a Conte ma neanche alla missione Irini targata Ue e Onu che ha il compito di far rispettare l’embargo di armi alla Libia

Intanto da ieri in Libia si intensifica l'offensiva del Governo di accordo nazionale di Tripoli contro le forze del maresciallo della Cirenaica, Khalifa Haftar. Conquistata la base di Al Watiya, l'aviazione del premier Fayez al-Sarraj si è concentrata nelle ultime ore sulla città di Tarhuna, 80 chilometri a sud-est della capitale, ritenuta nevralgica per l'uomo forte di Bengasi.

Dall'alba secondo l agenzia Agi, i jet libici, sostenuti dai turchi, hanno fatto piovere decine di missili contro le postazioni dei miliziani che puntavano a conquistare Tripoli. Solo oggi, secondo il comando dell'operazione Vulcano di Rabbia, sono stati distrutti quattro sistemi antiaerei russi Pantsir-S1. Un duro colpo non solo per l'uomo forte della Cirenaica ma anche per i suoi due principali sponsor: Emirati e Russia.

Il portavoce dell'autoproclamato Esercito nazionale libico, Ahmed al Mismari, ha annunciato una "ritirata di 2-3 chilometri da tutte le linee del fronte a Tripoli per consentire agli abitanti della capitale di muoversi liberamente per le cerimonie della fine del Ramadan".I media pro-governo Tripoli parlano   invece di uno sfaldamento delle milizie, divise tra quelle della Cirenaica e quella di Qani che a Tarhuna combatteva al fianco di Haftar e pare si stia distaccando.

Sul fronte politico, Ankara pregusta la vittoria finale. "Il nostro intervento in Libia ha permesso un significativo rovesciamento degli equilibri del conflitto a favore di Fayez al Serraj", ha dichiarato il ministro della Difesa, Hulusi Akar. Da Tripoli, invece, il ministro dell'Interno, Fathi Bashaga, indica gli Emirati come "causa principale della crisi". "Non ci sarebbe stata alcuna crisi in Libia se gli Emirati avessero interrotto le loro interferenze dannose nei nostri affari interni, il loro sostegno ai golpisti e il loro rifornimento di armi", ha twittato Bashaga in risposta a un tweet del ministro degli Esteri emiratino, Anwar Gargash, che invece accusava le fazioni in lotta in Libia di mirare solo a "vittorie sul piano tattico" e rinnovava l'invito a un cessate il fuoco per una soluzione politica.

 

 

  

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