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Mercoledì, 10 Giugno 2026

 

Alla ricerca delle tracce del divino nel mondo moderno

 

«I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.»

(Salmo 19,2)

 L’obiettivo di questo articolo è risvegliare la curiosità e invitare il lettore a osservare il mondo con occhi diversi, alla ricerca di segni dell’esistenza di Dio e delle sue tracce, sottili ma percepibili.

Un Dio che – come insegna la Scrittura – è sì nascosto, ma non per questo irraggiungibile. Un Dio che, per chi lo cerca sinceramente, è possibile incontrare.

 Viviamo in un tempo in cui la frenesia e la distrazione regnano sovrane. Eppure, non mancano segnali sorprendenti che ci spingono a riflettere. Uno su tutti: il successo internazionale del libro francese Dio, la scienza, le prove, pubblicato anche in italiano.

 Si tratta di un’opera coraggiosa e ben argomentata, che ha attirato la mia attenzione proprio per un motivo curioso: molte delle critiche più severe provengono da ambienti cattolici, da sacerdoti e teologi.

Questo paradosso ha suscitato in me il desiderio di indagare con più profondità, per comprendere le ragioni di tali reazioni.

 

Un'introduzione illuminante: Cornelio Fabro e gli "amici delle idee"

 

Nel riflettere su questo tema, ho ritenuto utile richiamare le parole di padre Cornelio Fabro (1911–1994), uno dei più acuti filosofi cattolici del Novecento. Nella prefazione a un suo testo dedicato alla filosofia di san Tommaso d’Aquino, egli scrive:

 «Esso cerca i sinceri amici delle idee che, appartati dal brusio delle vicende contingenti, cercano in serenità l’itinerario per le cose eterne».

 Questo articolo, pur con intenti divulgativi, richiede qualcosa di simile: tempo, attenzione, silenzio interiore. Solo così potremo affrontare insieme questo percorso con spirito autentico.

 Scienza e fede: una relazione problematica?

 Le critiche rivolte al libro Dio, la scienza, le prove si possono ben sintetizzare nelle riflessioni, pubblicate sul Corriere della Sera, di Carlo Rovelli, fisico, e padre Giuseppe Tanzella-Nitti, teologo:

 «Se la struttura e l’evoluzione dell’universo rispondono all’intenzione di un Dio Creatore, ciò non può essere dedotto dalle osservazioni e dalle misure proprie del metodo scientifico […]. Infine, soprattutto, tutto ciò non è una critica a chi desidera leggere il mondo come l’espressione di un Dio Creatore. […] È la sciocca commistione di religione e scienza che qui critichiamo, da scienziato e da teologo».

 

Una domanda provocatoria

 

Dopo aver letto e meditato queste parole, mi sono chiesto:

È davvero una sciocca commistione? O esistono vie legittime per riflettere sull’origine e sul senso del mondo, anche a partire dalla scienza?

 Filosofia e scienza: due strade verso la stessa vetta?

A questa domanda, ritengo si possa rispondere in modo affermativo, e su due livelli:

 Scientificamente, nell’ambito della scienza galileiana e quantitativa;

 Filosoficamente, attraverso una ragione che si confronta con la totalità dell’esperienza.

 Riformuliamo la questione così:

La nostra ragione, applicata integralmente alla realtà, può condurci a Dio?

 Risposta: si.  Ma serve distinguere senza separare, come troppo spesso accade.

 

Il concetto di NOMA: dialogo o separazione?

 

Nel 1997, il biologo Stephen Jay Gould propose il celebre concetto di NOMA (Non Overlapping Magisteria), secondo cui scienza e religione operano su piani distinti e non sovrapponibili.

 Questa visione ha il merito di evitare conflitti inutili. Tuttavia, se assunta rigidamente, rischia di isolare i saperi e impoverire il nostro approccio alla realtà.

 

Il cielo come via alla Verità: la voce di un astronomo credente

 

L’astronomo Piero Benvenuti, in una riflessione profonda e appassionata, offre un punto di vista differente:

 «Se il concetto di NOMA è perfettamente accettabile da parte di un non credente […], quando è visto dalla prospettiva di un cristiano esso può non essere soddisfacente. […] Osservare il cielo – oggi con i sofisticati strumenti che la tecnologia ci offre – […] può aiutarci ad avvicinarci sempre più alla Verità».

 Benvenuti non nega la distinzione tra i saperi, ma invita a ricomporre l’unità del conoscere, aprendosi alla possibilità che anche la scienza possa offrire spunti per la riflessione teologica.

 La fede non ha paura della ragione

 Il cammino che propongo non è semplice. Richiede concentrazione e perseveranza. Ma per chi lo intraprende con onestà, può rivelarsi straordinariamente fecondo.

 D’altra parte, è proprio la Sacra Scrittura a invitare l’uomo a riflettere sull’opera del Creatore. Il Magistero della Chiesa e persino la scienza moderna, se ben comprese, non sono ostacoli ma alleate di questa ricerca.

 

Non una confusione, ma una convergenza

 

Alla luce di quanto detto, la tesi di Rovelli e Tanzella-Nitti secondo cui il libro Dio, la scienza, le prove sarebbe frutto di una "sciocca commistione" tra fede e scienza, non convince.

 Una riflessione di mons. Antonio Livi (1938–2020), teologo e filosofo, ci offre una chiave preziosa:

 «Riflettere sull’esperienza genera tre discipline del sapere: Teologia, filosofia e scienza. Che conducono a Dio. […] Tutte e tre hanno uno stretto rapporto con il senso comune […] esperienza universale che accomuna tutti gli uomini […]».

 

Il punto d'origine del sapere: il senso comune

 

In effetti, alla radice di ogni forma di conoscenza c’è il senso comune: quell’esperienza universale e originaria da cui scaturiscono tutti i rivoli del sapere.

 

Filosofia, scienza e teologia, pur distinguendosi nei metodi e negli oggetti, non sono mondi separati. Hanno in comune la realtà, ciascuna indagata da prospettive diverse.

 

 Ogni scienza particolare può, nel proprio ambito, cogliere un frammento del reale e – in ultima analisi – condurre alla domanda su Dio.

 

In cammino verso una sintesi più alta

 

Nel prosieguo di questo percorso, cercheremo di mostrare come, a partire proprio dal senso comune, sia possibile una convergenza dei saperi, in grado di aprire la ragione umana a una comprensione più ampia del reale.

Che cos’è il senso comune?

Il senso comune è un insieme di certezze che precede ogni riflessione filosofica e rende possibile la stessa conoscenza scientifica. Esso costituisce il punto di partenza di ogni scienza particolare, insieme ai principi universali dell’essere — non contraddizione, causalità, finalità — e ne rappresenta il fondamento.

 Ad esempio, la fisica, l’astronomia e la biologia, che indagano vari aspetti dell’unico ordine ontologico — dal cuore del protone ai confini del cosmo, passando per le cellule viventi di cui noi stessi siamo fatti — si basano sull’evidenza che esiste un mondo naturale da conoscere e che la nostra ragione, come riconosceva anche Albert Einstein (1879-1955), è misteriosamente adatta a coglierne relazioni e caratteristiche, esprimibili in linguaggio matematico.

 Questa corrispondenza tra ragione e realtà non è affatto scontata. Nel corso della storia, infatti, le menti più eccelse si sono sempre meravigliate di questa straordinaria armonia.

 Galileo affermava che Dio ci aveva donato due libri: la Sacra Scrittura e il libro della natura, quest’ultimo scritto in caratteri matematici. Papa Benedetto XVI (2005-2013), in un colloquio con i giovani avvenuto il 6 aprile 2006, riprese l’argomento:

 «Riflettiamo ora su cos’è la matematica: di per sé è un sistema astratto, un’invenzione dello spirito umano, che come tale nella sua purezza non esiste. […] Mi sembra una cosa quasi incredibile che un’invenzione dell’intelletto umano e la struttura dell’universo coincidano: la matematica inventata da noi ci dà realmente accesso alla natura dell’universo e lo rende utilizzabile per noi.

Quindi la struttura intellettuale del soggetto umano e la struttura della realtà coincidono: la struttura soggettiva e la realtà oggettivata nella natura sono identiche.

Penso che questa coincidenza tra quanto noi abbiamo pensato e il come si realizza e si comporta la natura sia un enigma e una sfida grandi, perché vediamo che, alla fine, è una “ragione” che le collega entrambe: la nostra ragione non potrebbe scoprire quest’altra, se non vi fosse un’identica ragione a monte di entrambe».

 Se fisici, astronomi e biologi fossero partiti dall’idea di dover dimostrare previamente l’esistenza di atomi, molecole, stelle, galassie, cellule, ecc., le loro scienze particolari non sarebbero mai nate come discipline specifiche e strutturate. L’esistenza del mondo e la nostra capacità di cogliere l’essere sono dunque evidenze primarie: in quanto tali, non vanno e non possono essere dimostrate.

 La dimostrazione scientifica, infatti, è un ragionamento che, partendo da due premesse, giunge a una conclusione: essa mostra qualcosa attraverso un procedimento che utilizza conoscenze evidenti e principi primi. San Tommaso d’Aquino utilizza la nota espressione per aliud nota per indicare il processo con cui si dimostra qualcosa di non evidente ricorrendo a ciò che è già noto.

 Se, invece, una cosa è evidente (dal latino evidere, cioè “mostrare con immediatezza”), allora la presenza dell’oggetto davanti al soggetto è, per così dire, “forte” e innegabile: essa rivela all’uomo la sua originaria apertura all’essere. La modernità, purtroppo, a partire da Cartesio, ha rifiutato di riconoscere l’evidenza, pretendendo di dimostrare ciò che era invece di per sé noto. Così si è verificato un rovesciamento che ha spostato il principio della conoscenza dall’essere al pensiero, dall’oggetto al soggetto. È la realtà a fondare la conoscenza, non il contrario: questo è il “peccato originale” della modernità.

 Un sapere che non è riconosciuto come tale dalla ragione, ma posto da essa, inevitabilmente non può essere universale, bensì soggettivo; non più immutabile, ma mutevole. In nuce, questi erano i primi vagiti del relativismo e del soggettivismo moderni.

 Riassumendo i tratti generali del senso comune: esso è un insieme di evidenze — dunque indubitabili e indimostrabili — derivate dall’esperienza, strutturanti la nostra conoscenza e precedenti qualsiasi riflessione critica. Per questo, è patrimonio di tutta l’umanità.

 

I contenuti specifici del senso comune

 

Quali sono i suoi contenuti specifici? Nella formulazione di mons. Antonio Livi, il senso comune si basa su cinque pilastri fondamentali, che costituiscono la garanzia minima di verità assolutamente necessarie per il nostro intelletto. Questi principi ci permettono di evitare, da un lato, le secche dello scetticismo e, dall’altro, le paludi del razionalismo gnostico. Impediscono all’uomo di cadere in due estremi opposti: da una parte, l’illusione di una conoscenza esaustiva, quasi divina, secondo cui “tutto è già dentro di me”; dall’altra, lo scetticismo radicale, che nega la possibilità stessa della conoscenza.

 

Analizziamo brevemente questi cinque pilastri:

 

Esistono le cose (res sunt) – Il mondo materiale è la prima esperienza (apprensione) che ciascuno di noi fa non appena viene al mondo.

 Percepisco il mio “io” come distinto dal mondo – Ho coscienza, non conoscenza, di me stesso.

 Esistono altri “io”, ovvero altre persone.

 I rapporti tra le cose e tra gli altri “io” sono ordinati, non casuali – Ogni “io” agisce in vista di un fine: questa è l’evidenza di un ordine morale.

 Questo ordine, che non è creato da noi, fa capo a una Causa prima, che chiamiamo Dio.

 Come osserva la studiosa Laura Boccenti, la nozione di Dio propria del senso comune non nasce dall’esperienza diretta dell’infinito, né deve essere confusa con una dimostrazione razionale della Sua esistenza. Si tratta, piuttosto, di una nozione che scaturisce dal riconoscimento della trascendenza dell’essere: un’intuizione primordiale (e pre-filosofica) dell’esistenza di un Fondamento del mondo, in cui tutti viviamo, stiamo ed esistiamo.

 Ora, con questo “bagaglio” concettuale, con questa “cassetta degli attrezzi”, possiamo inoltrarci in una ricerca razionale più riflessa e critica, in grado di essere utile anche agli altri, per giungere a Colui che ha fatto il mondo.

 

Il senso comune nella rivelazione

 

Per chi è credente, già la Sacra Scrittura, fin dall’Antico Testamento, insegna che l’uomo può, per sua stessa natura, cercare e trovare Dio con il solo lume naturale della ragione, riconoscendoLo come Creatore e Causa dell’essere di tutti gli enti, ossia delle creature.

 Particolarmente significativi, a tal proposito, ci sembrano questi versetti del Libro della Sapienza (13,1-5):

 «Veramente sono vani per natura tutti gli uomini che ignorano Dio e che dai beni visibili non furono capaci di conoscere Colui che è […] Infatti, dalla grandezza e bontà delle creature, ragionando, si può conoscere il loro autore».

 Non è da meno un celebre passaggio di San Paolo, nella Lettera ai Romani (1,19-21), che, ispirandosi probabilmente ai versetti della Sapienza, ne sviluppa ulteriormente l’insegnamento:

 «Poiché ciò che è noto di Dio è manifesto in loro: infatti, dopo la creazione del mondo, Dio manifestò ad essi le sue proprietà invisibili, come la sua eterna potenza e la sua divinità, che si rendono visibili all’intelligenza mediante le opere da lui fatte.

E così essi sono inescusabili, poiché, avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono come Dio né gli resero grazie, ma i loro ragionamenti divennero vuoti e la loro coscienza stolta si ottenebrò».

 Di particolare interesse è il commento del biblista Martino Conti a questi due passaggi scritturistici:

 «Dio manifesta sé stesso per mezzo delle cose create (rivelazione naturale).

Dalla grandezza e dalla bontà della natura, ragionando, cioè per mezzo della ragione, l’uomo può giungere a conoscerne l’autore.

San Paolo, ispirandosi a questo testo, sposta il ragionamento dalla possibilità al fatto e afferma che, di fatto, i pagani, considerando le opere di Dio, riconobbero il Creatore.

Ma proprio per questo sono inescusabili: perché, pur avendolo conosciuto, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio».

 Non meno significativo, citato soprattutto durante il Medioevo, fu un altro celebre passaggio del Libro della Sapienza, precisamente (Sap. 11,20):

 «Dio ha disposto ogni cosa con misura, calcolo e peso».

Un viaggio non privo di ostacoli, ma animato da una certezza:

I cieli narrano davvero la gloria di Dio. Sta a noi imparare ad ascoltare.

Lo storico della scienza e Fisico benedettino Stanley L. Jaki (1920-2009) – considerato nella sua disciplina, almeno in campo cattolico, come la più alta autorità mondiale in merito, vincitore, ad esempio, del premio Templeton -, nel commentare quel versetto, disse: «Un teologo riesce a vedere molto più lontano se è disposto a imparare dal versetto biblico che afferma che il Creatore ha disposto ogni cosa secondo misura, calcolo e peso»

 Il Magistero della Chiesa

Un’affermazione analoga si trova nel Magistero della Chiesa, al suo più alto livello, nella Costituzione dogmatica Dei Filius, promulgata durante il Concilio Vaticano I (24 aprile 1870):

«La medesima Santa Madre Chiesa professa ed insegna che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza al lume naturale della ragione umana attraverso le cose create;

infatti, le cose invisibili di Lui vengono conosciute dall’intelligenza della creatura umana attraverso le cose che furono fatte (Rm 1,20)».

 Dopo questa dichiarazione solenne, la questione sembrava chiusa. Tuttavia, accadde un episodio singolare. All’indomani della precipitosa chiusura del Concilio—dapprima sospeso a luglio per lo scoppio della guerra franco-prussiana, e poi definitivamente interrotto dopo la breccia di Porta Pia, il 20 settembre successivo—si costituì una sorta di “santa alleanza” tra modernisti e fideisti di ogni orientamento.

 L’oggetto del contendere fu un’espressione latina usata dai Padri nel testo conciliare: certo cognosci posse, che poteva essere interpretata in senso soggettivo, dato che il conoscere con “certezza” non equivale alla “dimostrazione” della filosofia medievale.

 In risposta, san Pio X (1903–1914), nel quadro della più ampia lotta al modernismo, promulgò un motu proprio, Sacrorum Antistitum (1º settembre 1910), in cui precisava: «Dio, principio e fine di tutte le cose, con il lume naturale della ragione, “attraverso le cose create” (Rm 1,20), cioè attraverso le visibili opere della creazione, come la Causa attraverso gli effetti, può essere conosciuto con certezza, fino al punto che può essere dimostrato».

 Un identico insegnamento si trova anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che al paragrafo 286 afferma: «Infatti, è possibile conoscere con certezza l’esistenza di Dio Creatore attraverso le sue opere, grazie alla ragione umana».

 

La scienza e la visione galileiana

 

Sul versante prettamente scientifico, di stampo galileiano, può essere utile richiamare un’intervista realizzata dal fisico Stefano Cristiani alla rivista L’Astronomia, diretta dalla celebre astronoma Margherita Hack (1922–2013), non certo sospettabile di simpatie clericali.

 L’intervistato era Harry van der Laan, radioastronomo di fama internazionale, all’epoca direttore dell’ESO, nonché professore di Fisica presso l’Università di Utrecht.

 Dopo aver spiegato la natura interdisciplinare dell’astronomia, e come persino la matematica della scansione tomografica (TAC) derivasse direttamente dalla radioastronomia, gli venne posta la classica domanda: «C’è spazio per Dio in tutto ciò?» La sua risposta fu un capolavoro di epistemologia, meritevole di essere riportata per intero: «Sulla religione non ho alcuna risposta semplice, perché molto dipende dal proprio punto di vista sulla vita e sul mondo.

Un esempio: se per qualche ragione la storia della musica del XVII secolo andasse perduta, ma noi trovassimo la musica di Bach, imparassimo a suonarla e ad apprezzarla, e fossimo capaci di derivare le regole con cui venne composta—armonia, tonalità, ecc.—allora potremmo domandarci: è una domanda rilevante chiedersi se c’è stato o meno un compositore?

Poiché questa musica è fantastica, ha una struttura, è necessario chiedersi se ha avuto un creatore? No, perché abbiamo tutta questa musica che possiamo eseguire, suonare, discutere, analizzare senza pensare che c’è stato un particolare compositore nato il tal anno, morto il tal anno, impiegato da un certo vescovo in una città, che ogni settimana scriveva un nuovo pezzo per la messa domenicale...

Naturalmente, tutti penseranno che questo è un modo ridicolo di trattare la musica di Bach.

E per me è ugualmente ridicolo parlare della bellezza dell’universo fisico e dire che un creatore non è necessario. Ma così come è possibile studiare la musica di Bach a un livello accademico ed estetico, e apprezzarla senza supporre che Bach sia esistito, allo stesso modo si può studiare l’astronomia senza presupporre un creatore. Ma per me sarebbe ridicolo»

Come si vede, anche uno scienziato di chiara fama come Van der Laan ritiene perfettamente plausibile — e tutt’altro che ingenuo — dedurre l’esistenza di un Creatore dalla bellezza e armonia che l’uomo, anche attraverso la scienza galileiana, scopre nel cosmo. Esattamente la tesi del libro in questione.

 Nessuna commistione di metodo, dunque: è chiarissimo come si possa continuare a fare scienza pur essendo atei. Ma è altrettanto evidente che, per alcuni, questa è una scelta “ridicola”.

 

Fine prima parte

Il Professor Antonio Malfi, docente di “Storia e Teologia della Liturgia” all’Istituto Superiore di Scienze Religiose San Giuseppe Moscati di Benevento, durante il suo corso ha sviluppato importanti tematiche di questa disciplina teologica che studia il culto cristiano come partecipazione all'opera di Cristo.

Analizzando l'evoluzione dei riti e il significato profondo dei segni sensibili ponendo al centro la partecipazione del fedele per vivere il mistero pasquale di salvezza e, in riferimento a che cosa sia la “Liturgia” spiega: “Tre sono gli aspetti fondamentali della liturgia rinnovata che ci porteranno a capire qual è la essenza stessa della liturgia: quello biblico-teologico, quello rituale e quello pastorale. Per quanto riguarda la dimensione biblico-teologica, la visione della liturgia ereditata, soprattutto a partire dal I millennio, aveva due connotazioni chiare: una di tipo esteriore (insieme di cerimonie) e una di carattere giuridico (complesso di norme fissate dalla gerarchia per esercitare il culto). Come dice Papa S. Giovanni Paolo II nella Lettera Apostolica “Spiritus et Sponsa: “La liturgia viene collocata dai padri conciliari nell’orizzonte della storia della salvezza, il cui fine è la redenzione umana e la perfetta glorificazione di Dio. La redenzione ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine dell’Antico Testamento ed è stata portata a compimento da Cristo Signore, specialmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata passione, risurrezione dalla morte e gloriosa ascensione”. La Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium al capitolo 9 rileva che “Il Dio della rivelazione biblica non è il Dio dei Filosofi, ma il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe e soprattutto il Dio di Gesù Cristo, e che pur Totalmente Altro dagli uomini, cioè trascendente, è entrato nella storia umana. In essa non solo si è fatto conoscere ma si è reso presente ed operante, per invitare gli uomini alla comunione con sé, chiamandoli alla vita attraverso l’alleanza dell’amore. Con tutti quelli che poi, con la fede accolgono la sua proposta, costituisce un popolo, una comunità, che lo riconosca nella verità e fedelmente lo serva”. Così dice infatti la Sacrosanctum Concilium al numero 5: “ Dio, il quale «vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4), «dopo avere a più riprese e in più modi parlato un tempo ai padri per mezzo dei profeti» (Eb 1,1), quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo, ad annunziare la buona novella ai poveri, a risanare i cuori affranti [8], « medico di carne e di spirito » [9], mediatore tra Dio e gli uomini [10]. Infatti la sua umanità, nell'unità della persona del Verbo, fu strumento della nostra salvezza. Per questo motivo in Cristo «avvenne la nostra perfetta riconciliazione con Dio ormai placato e ci fu data la pienezza del culto divino» Eccoci allora ad una puntualizzazione di ciò che è la liturgia nella Sacrosanctum Concilium: costituisce l’oggi della salvezza ed è memoriale. La liturgia è, allora, l’insieme delle parole e dei gesti con cui la Chiesa, popolo sacerdotale convocato in ogni assemblea liturgica, fa memoria e rende presente, specie nei sacramenti e in modo particolare in quello dell’eucarestia, ciò che Egli ha fatto nella sua vita terrena per dare gloria al Padre e donare all’uomo la salvezza (parole ed insegnamento). Per quanto concerne la dimensione rituale, il celebrare significa agire in assemblea: il soggetto dell’agire è la Chiesa e la modalità dell’agire è quella dell’assemblea. Il dinamismo della liturgia viene espresso in tre punti: l’incontro – raduno che è l’elemento fondamentale sul piano valoriale; il dialogo che è l’aspetto che qualifica la celebrazione; i segni rituali, diversi l’uno dall’altro, in riferimento al mistero di Cristo che viene celebrato. Per quanto riguarda la dimensione pastorale, si tratta di portare il popolo alla liturgia e la liturgia al popolo. La liturgia si era ridotta a cerimonie a cui i fedeli assistevano come muti ed estranei spettatori per due ragioni: la lingua e la rottura tra parole e gesti. Per una liturgia che diviene l’oggi della salvezza nel tempo, la Costituzione ci dice che vi è bisogno di partecipare: la Sacrosanctum Concilium al numero 14 :” è ardente desiderio della Madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, ha diritto e dovere in forza del battesimo”. E’ inoltre fondamentale la ministerialità ecclesiale: ognuno è chiamato a svolgere la propria parte e ci deve essere il corretto e armonioso esercizio della propria azione. Ogni competenza necessita di formazione e non può esaurirsi nell’azione liturgica. Al numero 49 ,negli “Orientamenti pastorali” dei vescovi italiani, si afferma: “serve una liturgia seria, bella e semplice, che sia veicolo del mistero rimanendo al tempo stesso intellegibile, capace di narrare la perenne alleanza di Dio con gli uomini”.

 

La canonizzazione di Carlo Acutis e Piergiorgio, la prima di Papa Prevost, Leone XIV, che riceve il testimone da Papa Francesco. Come in una staffetta i Papi si passano il testimone anche nelle canonizzazioni. La vera ricchezza della Chiesa sono i santi di tutte le età e di tutte le categorie sociali.

Carlo Acutis, il primo santo millennial.

Carlo è stato un giovane come tanti altri, amò l’Eucaristia, visse la sua fede con gioia e ci ricorda che la santità non è un sogno lontano, ma una meta possibile per tutti. La semplice vita di Carlo mostra che per prendere sul serio la fede non è necessario avere 80 anni. Godersi i 15 anni e cercare di farlo davanti a Dio è possibile, e lui lo ha dimostrato. Carlo non voleva semplicemente “credere in Dio”: voleva essere connesso a Lui come chi respira è connesso con l’aria. Sempre. Senza pausa. Come il battito del cuore.

In un’epoca in cui comandano i filtri, in cui l’autostima si misura con le visualizzazioni e l’amore sembra avere una data di scadenza, Carlo ci lancia questa frase come una bomba di verità. Senza giri di parole: «Ciò che veramente ci renderà belli agli occhi di Dio sarà solo il modo in cui lo abbiamo amato e come abbiamo amato i nostri fratelli». L’Eucaristia non era un piano extra per Carlo, era il suo motore. Quell'appuntamento quotidiano con Gesù era la sua bussola sicura, l’unica rotta che non sbaglia. Carlo vedeva la recita del Santo Rosario come un incontro. Ogni Ave Maria era una rosa viva offerta a Maria, sua confidente e guida.

Pier Giorgio Frassati: il santo delle otto beatitudini

Questo ingegnere italiano ha dimostrato che si può essere giovani, autentici e profondamente felici quando si vive per gli altri. A 24 anni ha lasciato un’impronta indelebile in coloro che lo hanno conosciuto, specialmente nei più bisognosi.

La gioia di Pier Giorgio Frassati non era superficiale, ma frutto di una fede profonda e della sua relazione viva con Gesù. Quella luce interiore lo sosteneva nelle difficoltà e lo rendeva capace di trasmettere speranza a chi gli stava accanto. Il suo segreto: vivere con gratitudine, servire con amore e lasciare che Cristo riempisse il suo cuore Nonostante la sua vita agiata, Pier Giorgio Frassati scelse di donarsi ai poveri con tempo, amicizia e presenza reale. La sua carità non era dare ciò che avanzava, ma amare fino a star male, come chiedeva Madre Teresa di Calcutta. Il suo funerale, gremito dei più umili, fu testimonianza di una vita spesa nella generosità autentica.

Verso l’alto con Pier: "Vivere senza fede non è vivere, ma semplicemente esistere" Pier Giorgio viveva la fede come un faro in mezzo alla vita universitaria, capace di donare speranza e coraggio anche nella solitudine. La sua fede non lo allontanava dalla realtà, ma la impregnava di senso in ogni gesto, amicizia e sacrificio. Più che regole, era uno sguardo profondo che trasformava l’ordinario in straordinario. Per Pier Giorgio Frassati Gesù non era un ricordo del passato, ma un amico vivo e vicino che dava senso a ogni decisione. La vocazione non è un peso né una rinuncia, ma camminare ogni giorno con Lui, lasciando che la sua presenza trasformi le piccole cose.

 "La nostra vera patria è il cielo" Per Pier Giorgio Frassati la montagna era un richiamo al fatto che la vita non si limita a ciò che è materiale, ma tende al cielo. Il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle cause dei santi, raccontando la santità giovane di Pier Giorgio e di Carlo, li ha definiti giovani santi della strada, giovani comuni che hanno fatto della sequela del Vangelo la loro ragione di vita. (Benedetta Capelli, Semeraro: Frassati e Acutis, giovani santi della strada, 4.9.25, vaticannews.va/it)

Due santi pieni di vitalità con il cuore infiammato dall’amore per Cristo, vissuti nel mondo ma non del mondo. "C’è sempre qualcosa di sorprendente nei santi — afferma il porporato —, molti di loro si assomigliano e d’altra parte l’esercizio delle virtù cristiane non è mai un esercizio isolato, è sempre accompagnato dall’esercizio di molte altre virtù". Il cardinale Semeraro fa riferimento a Papa Francesco nell’esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit quando disegnava la Chiesa. "Essa — scriveva Papa Bergoglio — può attrarre i giovani proprio perché non è un’unità monolitica, ma una rete di svariati doni che lo Spirito riversa incessantemente in essa, rendendola sempre nuova nonostante le sue miserie".

Il cardinale Semeraro è autore del libro “Pier Giorgio Frassati, Alpinista dello spirito (Edizioni Messaggero Padova 2025, pp. 184, euro 18), pertanto conosce bene il santo torinese. “Pier Giorgio Frassati — afferma Semeraro — incarna il modello del fedele laico offerto dal Concilio Vaticano II. È colui che, impegnato nella vita, ha una particolare esperienza in diverse realtà del mondo, è quella che il Concilio chiama l’indole secolare del fedele laico che ha vissuto in piena consonanza con il Vangelo, incarnandolo in ogni aspetto". L’agire di Pier Giorgio è quello che troviamo nella Lettera agli Efesini di sant’Ignazio di Antiochia: "meglio essere cristiani in silenzio che chiacchierare, dirlo e non esserlo". Anche al funerale di Carlo Acutis parteciparono tanti poveri e anche la sua famiglia non sapeva. "Acutis è stato una scoperta anche per i suoi genitori, ha fatto quello che ha fatto con le sue possibilità di adolescente, con le sue possibilità di giovane". Carlo è espressione della "santità di un ragazzo, pronto ad aprirsi alla vita avendo come punto di riferimento l’Eucaristia, la sua autostrada per il cielo". Frassati e Acutis, giovani comuni che profumano di una santità «da porta accanto», come amava ripetere Papa Francesco. Due figure che lo stesso Leone XIV ha proposto come modello per le nuove generazioni durante il recente Giubileo dei Giovani. Concludo segnalando la puntuale e significativa riflessione dell’amico Daniele Fazio sulla canonizzazione dei due giovani. (La santità nella ricchezza, 6.9.25, alleanzacattolica.org) Fazio ci tiene a precisare che la santità chiama anche due giovani “benestanti” e indica la loro lezione.Pur vivendo in due momenti storici diversi e pur essendo entrambi giovanissimi, hanno preso sul serio la sequela di Gesù Cristo, vivendo eroicamente le virtù cristiane”. Tra i tanti aspetti che si possono ricordare, “uno emerge in qualche modo in maniera provocatoria, rispetto a certi clichè da “cattolicesimo annacquato”: entrambi provengono da famiglie benestanti”. Non è una novità che la santità cresca anche nella ricchezza economica l’ho constatato in tante figure di nobili e quindi benestanti che ho incontrato nelle mie ricerche bibliografiche, faccio solo qualche nome, i coniugi Giulia e Tancredi di Barolo e poi tante regine e re e nobili che hanno vissuto il Vangelo anche nelle loro agiatezze. Pier Giorgio e Carlo, entrambi nati in famiglie ricche e borghesi e abbastanza indifferenti alla vita religiosa. “L’agiatezza economica non è stata per entrambi motivo di ostacolo per il loro cammino cristiano perché, se è difficile che il ricco passi per la cruna dell’ago evangelica (Mt 19,24), il miracolo non è impossibile”, entrambi i giovani vivevano distaccati dalle sicurezze materiali, ma hanno saputo utilizzarle per la ricerca del Regno di Dio aiutando il prossimo. Fazio ricorda che Il cristianesimo non può essere ridotto a pauperismo, men che meno a dialettica tra classi sociali. Vi sono benestanti che non hanno legato il loro cuore alle ricchezze materiali, ma ne hanno usato secondo giustizia e carità. Del resto, la condizione di indigenza da sola non è sufficiente per vivere in coerenza il cristianesimo. Gesù proclama beati i poveri in spirito e Lui stesso aveva tra i suoi più cari amici Lazzaro, Maria e Marta: una famiglia agiata del tempo, che assieme ad altre persone sosteneva economicamente la sua missione e la comunità apostolica”.

La lezione che, ancora, giunge da questi aspetti esemplari dei due giovani santi è perfettamente in linea con quanto insegnato dalla morale sociale cattolica. La proprietà non è un furto – come vagheggiato da Pierre Joseph Proudhon (1809-1865) e dall’ideologia socialcomunista –, non va altresì idolatrata, ma concepita come un diritto relazionato alla destinazione universale dei beni. Essa, inoltre, garantisce la libertà concreta dei singoli. La presenza dei poveri sarà costante nella storia e per tale ragione il diritto alla proprietà riveste anche una responsabilità sociale di solidarietà.

L’intervento si conclude con un riferimento significativo al Compendio della Dottrina sociale della Chiesa che afferma: «Il realismo cristiano, mentre da una parte apprezza i lodevoli sforzi che si fanno per sconfiggere la povertà, dall’altra mette in guardia da posizioni ideologiche e da messianismi che alimentano l’illusione che si possa sopprimere da questo mondo in maniera totale il problema della povertà. Ciò avverrà soltanto al Suo [di Cristo] ritorno, quando Lui sarà di nuovo con noi per sempre. Nel frattempo, i poveri restano a noi affidati e su questa responsabilità saremo giudicati alla fine (cfr. Mt 25,31-46)» (n.183).

Pertanto, la proprietà privata non va dunque idolatrata né abolita: il vantaggio personale o familiare degli averi è anch’esso funzionale al bene comune e deve essere strutturato in tale ottica.

 

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