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Giovedì, 27 Aprile 2017

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Dall’8 aprile al 18 giugno 2017, i Musei di Palazzo dei Pio di Carpi ospitano la mostra Alla corte del Re di Francia che indaga lo stretto rapporto, non solo politico, che, agli inizi del Cinquecento, s’instaurò tra Alberto Pio, signore di Carpi e i re francesi Luigi XII e Francesco I.

L’esposizione, curata da Manuela Rossi, oltre a ricostruire, attraverso documenti e lettere, la vicenda storica e politica intercorsa tra le due corti, presenterà una serie di quaranta tra dipinti, disegni, sculture, boiserie e molto altro, in grado di dare conto degli apporti culturali e artistici che artisti quali Riccardo da Carpi, Francesco Donella, i Cibelli e le maestranze carpigiane seppero portare ai cantieri della cattedrale fortezza di Albi e dei castelli di Fontainebleau e Gaillon e allo sviluppo del Rinascimento francese.

 

La rassegna, ideata e prodotta dal Comune di Carpi – Musei di Palazzo dei Pio, col contributo di BPER - Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Blumarine, Fondazione Cassa Risparmio di Carpi, CMB, Assicoop-Unipol Assicurazioni, si svolge su un unico binario di andata e ritorno tra l’Emilia Romagna e la Francia; si tratta di un viaggio che conduce a scambi reciproci di modelli e forme, dalla Francia a Carpi e da Carpi alla Francia, lungo un intero trentennio, che inizia nel 1505, ovvero con la prima missione diplomatica di Alberto Pio, come ambasciatore del duca di Mantova, e che si conclude con l’esilio francese del Pio dopo il 1527 e la sua morte nel gennaio del 1531 a Parigi, nella casa di rue Saint-Antoine.

 

Il percorso espositivo che si compone per capitoli narrativi tra di loro autonomi, inizia con una galleria di ritratti dei principali protagonisti di questa vicenda. Dipinti, medaglie, preziose scatole in cuoio, provenienti dai Musei civici di Pavia, dal Louvre e dal Musée di Ecouen riconsegnano ai visitatori le sembianze di Alberto Pio, di Luigi XII e della moglie Anna di Bretagna, di Francesco I e di Charles II d’Amboise che, durante il dominio francese in nord Italia, invitò Leonardo da Vinci a Milano.

 

Quindi si analizza il viaggio delle maestranze e degli artisti carpigiani che, tra 1505 e 1508, partirono alla volta della Francia, al seguito di Alberto Pio. Si tratta, in particolare, di un intagliatore, Riccardo da Carpi, che realizza nel castello di Gaillon (Bassa Normandia) le boiserie della cappella alta e di un’equipe di pittori guidati da Francesco Donella “de Carpo” che decorano la cattedrale di Santa Cecilia ad Albi, nel sud ovest della Francia, con uno spettacolare ciclo di affreschi.

 

Negli stessi anni, a Parigi, nella colonia di intagliatori italiani che vivono a Saint Germain des Prés, i documenti restituiscono nomi di artisti di origine carpigiana. Tra questi vi è sicuramente Gasparo Cibelli, che da Parigi nel 1515 invia la statua della Madonna Assunta per la Collegiata - ora conservata nella Cattedrale di Carpi - e che lascia in Francia un nipote, Francesco Scibec da Carpi che si ritrova come chef menuisier per le boiserie e i soffitti lignei dell’ala di Francesco I a Fontainebleau.

 

Palazzo dei Pio non si presenta solo come il contenitore della mostra, ma diventa esso stesso contenuto dei temi trattati. Qui, infatti, si potrà visitare l’appartamento “francese” decorato con un ciclo pittorico che omaggiava i potenti alleati francesi (e milanesi) del signore di Carpi, in vista del soggiorno di Charles d’Amboise: la sala dei Cervi, la Camera dei Re (o degli Stemmi), la sala dei Gigli costituiscono un unicum nella residenza del Pio.

 

L’esposizione si chiude con la sezione che ripercorre gli anni successivi al 1527 quando, Alberto Pio perduta Carpi, passata agli Estensi, a causa della sconfitta dei suoi alleati francesi nella battaglia di Pavia, fuggì in Francia, ospite del re Francesco I.

A Parigi, Alberto coltivò i suoi studi e acquisì un ruolo importantissimo nell’accogliere gli artisti italiani che lavoreranno a Fontainebleau, tra cui il carpigiano Scibec e Giovan Francesco Rustici che, nel 1535, realizzerà il monumento funebre in bronzo di Alberto Pio, oggi al Museo del Louvre. Questa sezione è dedicata all’intervento di Francesco Scibec da Carpi a Fontainebleau, con la realizzazione delle boiserie della galleria di Francesco I, e ai disegni di Rosso Fiorentino, del Primaticcio e di Nicolò dell’Abate.

Il Cristo di Michelangelo, la meravigliosa scultura lignea che l’artista scolpì come segno di gratitudine per gli Agostiniani che lo avevano ospitato fra la primavera del 1493 e l’autunno del 1494, da ora in poi sarà visibile in Santo Spirito al centro della sagrestia.

L’operazione è stata realizzata grazie al contributo della Fondazione non profit Friends of Florence, con il nulla-osta della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato e con la supervisione tecnica dell’Opificio delle Pietre Dure.

“Siamo felici di contribuire alla valorizzazione del Crocifisso di Michelangelo e al miglioramento della fruizione della sagrestia di Santo Spirito - Così sottolinea Simonetta Brandolini d’Adda Presidente di Friends of Florence - La nostra attenzione all’artista è da sempre alta, molti dei nostri donatori hanno a cuore la conservazione delle sue opere e questa sensibilità non fa che alimentare il lavoro di tutela e valorizzazione dell’arte del grande maestro che sosteniamo da anni con progetti importanti e manutenzione costante alla Galleria dell’Accademia e recentemente anche a Casa Buonarroti. Il quartiere di Santo Spirito, con la sua straordinaria basilica, rappresenta per noi un luogo amico da proteggere e da far vivere nel rispetto della comunità dell’Oltrarno e delle tante opere d’arte che vi si trovano. Il nostro impegno nella Chiesa di Santo Spirito è iniziato con il restauro della Pala Nerli di Filippino Lippi e poi continuato con l’Annunciazione di Pietro del Donzello. 

Adesso siamo entrati in Sacrestia, nella Cappella Barbadori, per rendere ancora più fruibile questo Cristo così sereno e sublime, opera di Michelangelo giovanissimo. Un progetto che ha suscitato l’interesse di tanti nostri donatori che vivono in tutto il mondo e che hanno scelto di partecipare con le loro donazioni al sostegno di uno dei capolavori di questo mirabile artista. Dal 1998 Friends of Florence lavora a fianco delle istituzioni e degli enti per far si che questo importante patrimonio, possa essere salvaguardato per il futuro. Perciò ringrazio a nome di tutta la nostra fondazione Padre Giuseppe Pagano, energetico priore di Santo Spirito, che si è prodigato affinché questo progetto si realizzasse, il Dott. Andrea Pessina, Direttore della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato,  il Dott.  Daniele Rapino funzionario della medesima Soprintendenza per il quartiere di Santo Spirito, L’Opificio delle Pietre Dure nelle persone di Laura Speranza, Direttrice del settore restauro scultura lignea e policroma e il restauratore Peter Stiberc per la supervisione tecnica, l’Ing. Leonardo Paolini e l’Arch. Luigi Cuppellini per il progetto e la consulenza e la ditta Arteria per le operazioni di movimentazione dell’opera.”

Il Crocifisso di Michelangelo posto oggi al centro della sacrestia della chiesa di  S. Spirito, capolavoro dell’architettura rinascimentale voluto da Lorenzo il Magnifico e progettato da Giuliano da Sangallo richiamando nella pianta ottagonale la  sacralità del Battistero fiorentino, magnifica ulteriormente la potenza espressiva della scultura e consente al visitatore di apprezzare i multiformi punti di vista che essa offre - Spiega il Dott. Daniele Rapino Funzionario della Soprintendenza per il quartiere di Santo Spirito che così ha continuato - Nel contempo la scelta della nuova collocazione permette la visione dell’opera dalla chiesa, recuperando il dialogo con la stessa per la quale era stata concepita.

La comunità agostiniana di Santo Spirito, dopo un lungo e attento discernimento, ha accolto di buon grado l'idea di poter collocare il Crocifisso di Michelangelo al centro della Sacrestia del Sangallo perché i visitatori possano, oltre che ammirarne la bellezza scultorea, fermarsi a contemplare con più incisività il messaggio dell'artista: la vittoria della vita sulla morte, dando speranza alle negatività del mondo. Se, come diceva Sant'Agostino, Cristo è bello anche sulla croce, ciò esprime la grande forza della VITA. – Ha spiegato Padre Giuseppe Pagano, Priore di Santo Spirito che prosegue sottolineando - la maggiore visibilità di questa opera, inserita in un percorso che può far entrare i visitatori dentro un luogo che per secoli ha accolto e si è aperto alle grandi menti del periodo dell'Umanesimo, può far ben sperare che ancora oggi possa esprimere la forza di un pensiero e di una spiritualità come quella agostiniana che desidera e può ancora dire tanto all'uomo moderno. Per questo non si tratta solo di accogliere per far visitare in modo "arido", ma di dare ancora oggi dei contenuti che possano nutrire la mente ed il cuore.

Promotori:

Comunità Agostiniana di Santo Spirito

Donatori:

Fondazione non profit Friends of Florence

Autorizzazione e Alta Sorveglianza alle operazioni di movimentazione e valorizzazione:

Dott. Andrea Pessina Direttore Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato

Dott. Daniele Rapino Rapino funzionario Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato

Progetto:

Ing. Leonardo Paolini

Consulenza all’allestimento:

Arch. Luigi Cuppellini

Supervisione tecnica:

Laura Speranza Direttore Settore restauro scultura lignea policroma Opificio delle Pietre Dure di Firenze

Peter Hans Stiberc Assistente tecnico settore restauro scultura lignea policroma Opificio delle Pietre Dure di Firenze 

Movimentazione:

Arteria srl

Documentazione fotografica:

 

 

Albino Todeschini

Per la prima volta in terra marchigiana, l’esposizione presenta 24 opere realizzate da due tra i più riconosciuti maestri della scultura ceramica contemporanea.

La rassegna riveste un importante significato di rinascita culturale e artistica della regione: inizialmente prevista per novembre scorso, era stata rimandata a causa dei terribili eventi sismici.

Cosi dal 25 marzo al 24 settembre 2017, la Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno, ospita la mostra Bertozzi & Casoni. Minimi Avanzi, che presenta 24 opere di diversi formati, realizzate dai due dei più importanti e riconosciuti maestri della scultura ceramica contemporanea, cui si aggiunge un’installazione inedita di grandi dimensioni, creata appositamente per gli spazi del museo, che dialogherà con i suoi luoghi ricchi di storia e con i capolavori d’arte antica in esso conservati.La rassegna, curata da Stefano Papetti, Elisa Mori, Giorgia Berardinelli e Silvia Bartolini, è la prima personale del duo in terra marchigiana, riveste inoltre un importante significato di rinascita culturale e turistica per tutta la regione. 

Prevista originariamente per lo scorso 26 novembre, l’inaugurazione dovette subire uno spostamento a causa dei terribili eventi sismici che colpirono le Marche e in particolare le province di Ascoli Piceno e Macerata. A quattro mesi di distanza, l’esposizione si ripresenta ora con lo stesso progetto espositivo. Bertozzi & Casoni. Minimi Avanzi affronta alcuni temi cari ai due artisti, primo fra tutti, quello del cibo in tutte le sue declinazioni - avanzi di banchetti, rifiuti, lattine, rimasugli, pattumiere -, oltre a fiori, farfalle, animali, giornali, ed elementi della vita quotidiana che, sapientemente smembrati e riassemblati, compongono le insolite nature morte realizzate in ceramica policroma che li hanno resi celebri. 
Un ulteriore collegamento con il territorio è dato dal fatto che il capoluogo marchigiano vanta una lunga e importante tradizione con quell’arte ceramica che Bertozzi & Casoni hanno saputo reinterpretare all’interno del panorama dell’arte contemporanea: la ceramica policroma, infatti, costituisce il loro medium privilegiato per garantire una riproduzione che il più delle volte supera la realtà, mentre l’immaginario pesca nel quotidiano, tra oggetti che vengono recuperati giusto nel momento in cui diventano scarti, rifiuti, con evidente riferimento alla società dei consumi.

Ne risultano opere costantemente in bilico tra surrealismo compositivo e iperrealismo formale, in cui la vanitas e la caducità del mondo organico si collegano a quei sentimenti di disgusto e orrore che proiettano il pubblico nel mondo dell’usa e getta e della futilità del materialismo moderno; ma attraverso la ceramica Bertozzi & Casoni restituiscono agli oggetti nuova esistenza, donando loro una sorta di nuova vita “eterna”. Essi, infatti, sottratti alla deperibilità, acquisiscono una nuova valenza che è quella della godibilità estetica.

Lo spettatore, dunque, di fronte ai rifiuti della società trasformati in mirabolanti sculture, che difficilmente è possibile cogliere per intero ad un primo sguardo, ne scopre l’orrore e la bellezza, ed è sollecitato a più riprese, tra lo stupore e il turbamento, a indugiare nell’osservazione dei minimi particolari lasciandosi sedurre da opere in cui si fondono passato e presente, artificio e realtà.La mostra è accompagnata da un catalogo stampato da Artelito (Camerino), curato da Stefano Papetti, Elisa Mori, Giorgia Berardinelli, Silvia Bartolini, con un testo di Marco Senaldi. Bertozzi & Casoni. Minimi Avanzi nasce da un’idea dell’Associazione culturale Verticale d’Arte ed è promossa e organizzata da quest’ultima in collaborazione con i Musei Civici di Ascoli Piceno, col patrocinio del MiBACT - Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, della Regione Marche, della Provincia di Ascoli Piceno, del Comune di Ascoli Piceno, dell’Associazione Italiana Città della Ceramica, della Fondazione Marche Cultura, di Marche Social Media Team.

Bertozzi & Casoni è una società fondata nel 1980 a Imola da Giampaolo Bertozzi (Borgo Tossignano, Bologna, 1957) e da Stefano Dal Monte Casoni (Lugo di Romagna, Ravenna, 1961). 

La loro prima formazione artistica avviene all'Istituto Statale d'Arte per la Ceramica di Faenza in un clima dominato da un post-informale “freddo” allora in voga. Di maggiore interesse, per loro, sono invece le sculture figurative di Angelo Biancini, con il quale Bertozzi collabora nello studio all'interno della scuola, l'arte decorativa di Gianna Boschi e il radicalismo concettuale di Alfonso Leoni. 

Appena terminati gli studi, Bertozzi e Casoni frequentano l'Accademia di Belle Arti di Bologna, fondano una società e partecipano alle manifestazioni che tentano di mettere a fuoco i protagonisti e le ragioni di una “nuova ceramica”.

Abilità esecutiva e distaccata ironia caratterizzano già le loro prime creazioni in sottile maiolica policroma. Importante è la collaborazione (1985-1990) con la Cooperativa Ceramica di Imola dove lavorano come ricercatori nel Centro Sperimentazioni e Ricerche sulla Ceramica. Nel 1987 e 1988 collaborano con “K International Ceramics Magazine” di cui realizzano anche le immagini di copertina. Negli anni Ottanta il virtuosismo esecutivo raggiunge nuovi apici tra opere scultoree, intersezioni con il design e realizzazioni di opere di affermati artisti italiani ed europei: Arman e Alessandro Mendini, tra gli altri.

Nel 1990 creano fontane e grandi sculture per un intervento urbano a Tama, un nuovo quartiere di Tokyo. Del 1993 è il grande pannello Ditelo con i fiori collocato su una parete esterna dell'Ospedale Civile di Imola. Negli anni Novanta emerge nel loro lavoro un aspetto maggiormente concettuale e radicale: la ceramica assume dimensioni sempre maggiori fino a sconfinare nell'iperbole linguistica e realizzativa. 

La critica e le più importanti gallerie d'arte nazionali e internazionali si interessano al loro lavoro. Le loro sculture - simboliche, irridenti e pervase da sensi di attrazione nei confronti di quanto è caduco, transitorio, peribile e in disfacimento - sono diventate icone internazionalmente riconosciute di una, non solo contemporanea, condizione umana. L'ironia corrosiva delle loro opere è sempre controbilanciata da un inossidabile perfezionismo esecutivo. Tra surrealismo compositivo e iperrealismo formale, Bertozzi e Casoni indagano i rifiuti della società contemporanea non escludendo quelli culturali: da quelli del passato a quelli delle tendenze artistiche più vicine. Icone quali la Brillo box passata al vaglio della Pop Art o le lattine di Merda d'artista di Piero Manzoni trovano, in una raffinata versione ceramica che ne indaga l'obsolescenza e il degrado, sia i segni di un tempo irrimediabilmente trascorso sia un congelamento in assetti che, per converso, li affidano a destini davvero immortali. 

Dal 2000, Bertozzi e Casoni abbandonano l'uso della maiolica per privilegiare, in una sorta di epopea del trash, una più ampia serie di tecniche e di materiali ceramici di derivazione industriale, variandone i processi e le composizioni.

La fisica presenza degli oggetti e delle figure messi in rappresentazione attrae per complessità ideativa ed ellittici riferimenti, la suggestione aumenta con la scoperta del materiale utilizzato e della perfetta mimesi raggiunta e, infine, emergono le implicazioni formali, anche pittoriche, di opere prepotentemente figurative ma, in fondo, concettuali e astratte. Una versione contemporanea del tema della vanitas che ha visto grandi maestri del passato comprimere nello spazio di una tela fulgidi fiori, frutta, cibi e simbolici animali. Allusioni a una impermanenza (memento mori) che Bertozzi e Casoni, maestri del dubbio e del “forse” ribaltano in una ricerca di bellezza; una bellezza rinvenibile anche nell’oggetto più negletto e martoriato. Virtù di un’arte che, con ironia, “rifacendo” nobilita. 

Tra le preziose opere custodite spiccano per importanza il Piviale del XIII secolo, di manifattura inglese, donato nel 1288 al Duomo di Ascoli da Papa Niccolò IV, i dipinti di Carlo Crivelli (i due trittici di Valle Castellana XV sec.), Cola dell’Amatrice (La salita al Calvario,1527), Tiziano (San Francesco riceve le stigmate, XVI sec.), Guido Reni (Annunciazione, 1575), Strozzi, De Ferrari, Magnasco, Mancini, Morelli, Palizzi e Pellizza da Volpedo (Passeggiata amorosa, 1901). Le opere sono ambientate in splendide sale, ammobiliate con rare consolles, poltrone, specchiere e cassettoni del XVIII e XIX secolo che, con i preziosi tendaggi e i lampadari di Murano, ricreano l’atmosfera e la suggestione di un palazzo aristocratico.

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