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"Se non vogliamo un altro caso Diciotti abbiamo bisogno di una risposta europea: ho rappresentato la premura del mio Paese che si facciano maggiori investimenti nel Nord Africa". Lo ha detto il premier Giuseppe Conte, nel corso di una conferenza stampa con il cancelliere austriaco Sebastian Kurz a Palazzo Chigi.

Il premier italiano ha anche ribadito al cancelliere il no del governo italiano al doppio passaporto che l'Austria intende dare ai cittadini altoatesini: "Ho avuto occasione di esprimere a Kurz che l'Italia ha una posizione chiara sui passaporti e sulla doppia cittadinanza", ha spiegato Conte. La posizione del governo italiano, come ribadito ieri dal ministro Moavero, è fortemente contraria.

Secondo Conte, inoltre, "bisogna rivedere quanto prima protocolli operativi" di alcune missioni europee, "come Sophia e Frontex, che vanno aggiornate alle luce delle conclusioni del Consiglio europeo dello scorso giugno". 

"L'Austria - ha detto Kurz - è molto contenta per come l'Italia ha ridotto l'afflusso dei migranti, ma ora bisogna trovare una soluzione europea e ridurre ancora l'afflusso. La direzione è giusta, il vertice europeo di giugno è stato positivo".  Ha auspicato, quindi, "di migliorare Frontex e rafforzarne il mandato". 

Quanto alla vicenda del doppio passaporto, il cancelliere ha assicurato che l'Italia "non ha motivo di agitarsi: molti sudtirolesi desiderano il doppio passaporto che è anche previsto dal programma di governo. Abbiamo sempre messo in chiaro che agiremo d'intesa con Roma". 

Il Governo deve "recuperare un 30% di investimenti pubblici venuti meno negli ultimi anni". Lo ha detto il ministro dell'Economia, Giovanni tria, al Forum Blooomberg di Milano spiegando che "gli investimenti pubblici debbono tornare ad essere il 3% del Pil nel breve termine".

Secondo Tria, "bisogna andare oltre la flat tax riducendo il carico fiscale sulla classe media". "Siamo ad uno studio molto avanzato - ha spiegato - che ridurrà il carico fiscale sulla classe media mantenendo il budget gestibile".

Pressing del M5s sulla manovra, a cominciare dal suo cavallo di battaglia: il reddito di cittadinanza. Dopo il vertice di lunedì sera a palazzo Chigi, c'è stata una cena tra il vicepremier Luigi Di Maio e alcuni componenti dello stato maggiore del movimento.

Tra i partecipanti all'incontro il capogruppo alla Camera Francesco d'Uva, il sottosegretario agli Affari Regionali Stefano Buffagni e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, titolare del dicastero competente per uno dei provvedimenti più "cari" al M5S, il ddl anticorruzione. Il provvedimento tra l'altro dovrebbe arrivare fra pochissimi giorni al Quirinale. 

Sulla manovra, infatti, il M5S non vuole fare passi indietro su misure di bandiera.  L'intenzione non è di sforare il 3% ma, se necessario, dal Movimento è forte spinta ad andare anche oltre 1,6% come estrema ratio. E, anche sulla Rai, nelle prossime ore i 5 Stelle si muoveranno con maggiore decisione: dell'opzione Marcello Foa o si risolve subito o non si risolve, è il mantra dei pentastellati.

Ospite ad Agorà Rai Tre,  Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera, ha confermato che l'Iva non si tocca. "Si, perché per Tria, secondo lui, sono teorie rispettabili, alzando l'Iva e abbassando altre tasse alla fine il risultato è che si stia meglio. Magari ha ragione, non lo so. Però noi nel contratto di governo abbiamo scritto chiaramente che l'IVA non aumenta". "Io penso - argomenta - che i cittadini non gradirebbero affatto vedere come prima misura alzare l'Iva, che impatta in maniera abbastanza pesante sulla vita di tutti i cittadini e anche sui consumi di base. Per cui l'Iva non si tocca".

Intanto l’intesa è arrivata, ma proseguono gli accertamenti per scoprire che fine abbiano fatto i finanziamenti e se davvero una parte consistente, si parla di 10 milioni di euro, sia stata trasferita in Lussemburgo come sembrano dimostrare le verifiche effettuate la scorsa settimana nel granducato dai finanzieri guidati dal colonnello Maurizio Cintura che hanno trovato documenti e interrogato funzionari di banche e fiduciarie.

Intanto il Carroccio prosegue nella sua strategia con un’altra mossa. «Abbiamo depositato il ricorso in Cassazione», hanno annunciato i legali della Lega, gli avvocati Giovanni Ponti e Roberto Zingari. Il ricorso è contro la decisione del tribunale del Riesame di Genova che lo scorso 6 settembre ha dato il via libera al sequestro dei 49 milioni di euro al Carroccio.

La trattativa è arrivata alla fine: la procura di Genova e la Lega hanno chiuso l’accordo, garantendo sia il sequestro dei soldi, così come ordinato dai giudici, sia la sopravvivenza del partito. In che modo? La Lega si è impegnata a versare almeno 600 mila euro l’anno su un conto messo a disposizione dei magistrati coordinati dal procuratore Francesco Cozzi e dall’aggiunto Francesco Pinto. Sul conto confluiranno tutte le «entrate», compresi i rimborsi elettorali del marzo scorso. E da lì saranno prelevate le somme fino a raggiungere i 49 milioni di euro che — secondo la sentenza di condanna dell’ex tesoriere Francesco Belsito e l’ex segretario Umberto Bossi — sarebbero stati truffati tra il 2008 al 2010 ottenendo rimborsi elettorali non dovuti.

Fino ad oggi erano già stati sbloccati 3 milioni di euro e la Lega aveva presentato ricorso contro il provvedimento, ma dieci giorni fa il tribunale del Riesame aveva confermato la legittimità dell’ordinanza. Il tribunale del Riesame ha delegato direttamente il pubblico ministero a eseguire il sequestro preventivo ai fini di confisca, prendendo «le somme presenti e anche quelle che confluiranno in futuro sui conti correnti e sui depositi bancari intestati o riferibili al Carroccio fino al raggiungimento dell’intera cifra». A nulla è servita la relazione depositata dai legali del partito per dimostrare che i 5 milioni rimasti in cassa sono «contributi di eletti, donazioni di elettori e del 2 per mille della dichiarazione dei redditi». Gli avvocati hanno evidenziato che si tratta di «somme non solo lecite ma che hanno anche un fine costituzionale: consentono al partito di perseguire le finalità democratiche del Paese. Dire che sono profitto del reato è un non senso giuridico». E proprio partendo da queste considerazioni hanno avviato il negoziato con i magistrati, nella consapevolezza che una rateizzazione è vietata e dunque l’unica alternativa per evitare che qualsiasi introito fosse subito bloccato, era quella di trovare una mediazione con i magistrati. Del resto il sottosegretario Giancarlo Giorgetti era stato chiaro: «Se perdiamo siamo finiti».

Sui social si trova un po' di tutto, tempo fa, ho trovato postate delle riflessioni su un possibile scenario politico futuro. L'autore di un lungo post su facebook è Massimo Viglione, storico cattolico, ha scritto libri sul risorgimento italiano. Viglione fra il serio e il faceto, azzarda delle possibili alleanze e rotture delle forze politiche rimaste in Parlamento. Naturalmente il discorso ruota intorno ai vincitori del 4 marzo, Salvini e Di Maio, peraltro gli ultimi sondaggi li danno a percentuali impensabili, fino a qualche anno fa.

I Cinquestelle, secondo Viglione, è un movimento politico dal guscio vuoto, senza ideologia precisa se non quella della critica “vaffesca” verso il potere e la corruzione, dove ognuno può mettere i contenuti (dai più ragionevoli fino ai più pazzeschi e ridicoli) che vuole e cambiarli quando vuole a seconda delle circostanze, si spaccheranno. «Una parte (Di Battista) tornerà a sinistra e si unirà con le forze più di sinistra, compresa parte del PD. Un’altra parte (Di Maio) rimarrà governativa e si avvicinerà sempre più alla Lega (e, di conseguenza, alla lunga, anche a FdI)». Si spaccherà anche il Partito Democratico. «Una parte (Renzi & C.) andrà ad allearsi con Berlusconi & C. per un “grande centro” che guarda a sinistra. L’altra parte, come detto, con le forze più di sinistra, compresi i grillini duri e puri». La terza forza politica a spaccarsi sarà Forza Italia (forse quella più certa).
«Una parte, come detto, convergerà in un partito con Renzi & C. Un’altra, troverà il coraggio (non fosse altro per continuare a stare in parlamento) di staccarsi da Berlusconi e unirsi alla Lega (o a FdI). Oppure, fonderanno un nuovo partito che comunque convergerà con la Destra attuale».

Pertanto il futuro scenario politico, viene immaginato in questo modo: «Due grandi coalizioni: un centro (Renzi e Berlusconi) che, pur di andare al governo, dovrà allearsi con la sinistra (fuoriusciti Cinque Stelle e altri). Quindi, un centrosinistra nuovo di zecca, che porta avanti l’europeismo, i cosiddetti “diritti civili” (genderismo, immigrazionismo eutanasismo, e tutto il resto delle follie della dissoluzione), solo con un fiscalismo più moderato per la presenza di Berlusconi (finché è vivo…).
Dall’altra parte, un centrodestra composto da Lega, FdI, Cinquestelle governativi e fuoriusciti da Forza Italia, che al contrario sarà più sovranista (almeno in senso antieuropeistico), anti-immigrazionista, e, si spera, contrario, almeno in parte, a tutte le follie della dissoluzione morale, bioetica e civile»
. Attenzione però a questo scenario non crede neanche lo stesso Viglione. Intanto perché i sicuri vincitori saranno quelli che non dovrebbero mai vincere e cioè il Centrodestra e tutti i sostenitori dei valori sani e tradizionali (sia quelli convinti, sia quelli che lo farebbero per opportunismo, come i grillini o i reduci di Forza Italia).

Chi governa il mondo, le forze non democratiche che dominano la scena politica mondiale, europea, e quindi italiana, secondo Viglione, non lo permetteranno mai. Infatti non è passata neanche una settimana che il governo Conte viene apostrofato ovunque sui media come un covo di “nazisti”, di “barbari” e pertanto bisogna  “salvare gli italiani”…da questi nuovi barbari. Probabilmente era previsto che questo governo Cinque Stelle-Lega (frutto di grossi compromessi) e soprattutto certi suoi ministri, vedi Salvini, Fontana, venisse contrastato e soprattutto fatto oggetto di pressioni economiche e politiche proveniente dall'UE, dalla finanza, dai mass media, e dalle frange estreme di quello che rimane della sinistra. A questo proposito è interessante un altro scenario politico, questo più realistico e quindi meno fantasioso del primo. E' un fondo di Daniele Capezzone, l'ex portavoce di Forza Italia, ospitato nel blog del giornalista Nicola Porro.

Per Capezzone sembra che il «Partito di Repubblica», il PdR, inteso come gruppo editoriale Espresso-Repubblica, detta la linea a sinistra. Pertanto si decide di attaccare il leader della Lega Matteo Salvini. Il programma è sempre lo stesso, «e cioè l’aggressione morale e giudiziaria dell’avversario. Per una ventina d’anni, è stato lo schema classico utilizzato contro Berlusconi: ora occorre solo adattarlo a Matteo Salvini.

Ecco dunque la sequenza di copertine de L’Espresso sulla questione dei soldi della Lega e poi l’attacco personale diretto di un paio di settimane fa (“Uomini e no”: tanto il povero Vittorini non può difendersi dalla citazione) contro Salvini, con la prima pagina divisa in due (il volto sofferente di un immigrato nero contrapposto al volto del leader leghista in versione truce), arrivando a “disumanizzare” il bersaglio, a negargli connotati umani e civili. Un nemico, insomma, non più solo un avversario». (Daniele Capezzone, 23 luglio 2018 Se il Pd non si rianima, ci pensa il PdR (il Partito di Repubblica…)

In pratica secondo Capezzone dovrebbe essere questa la linea della sinistra, anche se minoritaria, una linea che prevede lo scavalcamento dello stesso Pd, «tutto l’arcipelago renziano-renzista è fatto di volti non più spendibili, non ci sono nel partito (o non si intravvedono) figure giovani da “adottare”, Martina è ritenuto troppo scolorito perché gli elettori possano identificarsi e affezionarsi». Pertanto il PdR  lancia due figure anche se diverse, ma di forte impatto mediatico: Roberto Saviano e Tito Boeri, uno scrittore ed un economista. «uno per “coprire” la questione immigrazione e l’altro da scatenare su pensioni e conti pubblici, uno per “affascinare” e l’altro per offrire “competenza”. Solo così si spiega l’incredibile accelerazione nelle polemiche innescate dall’Oracolo campano-newyorchese e dall’Aspirante Martire dell’Inps».

Saviano non si accontenta di una normale polemica, di un confronto civile, ma «vuole attribuire a Salvini i panni del mostro con un doppio obiettivo: ottenere spazio mediatico per sé accreditandosi come oppositore coraggioso, e mettere a disagio una parte della base grillina, colpevolizzandola per la vicinanza al “ministro della mala vita».

Mentre Boeri, «spera che a qualcuno nel Governo saltino i nervi, fino a licenziarlo: ricevendo a quel punto la “patente” ufficiale di “vittima del regime».

Il copione sarà questo secondo Capezzone, «Da un lato, lo stillicidio di Saviano sull’immigrazione, con l’inevitabile e macabro corollario di polemiche sui corpi senza vita nel Mediterraneo (come se la responsabilità fosse del Governo e non dei trafficanti di esseri umani), e dall’altro la “resistenza” di Boeri, che non perderà occasione per fare da controcanto all’Esecutivo fino alla legge di stabilità, autonominandosi custode dei conti pubblici e certificatore della (in)sostenibilità delle proposte gialloblu».

Capezzone che non intende dare consigli al PdR, però gli attribuisce sempre lo stesso errore: «Elabora una strategia che è assai convincente per le classi altissime (appunto: per i presumibili lettori di Repubblica), per chi vive nella Zona 1 di Milano e nel Primo Municipio di Roma, non a caso le aree dove la sinistra regge ancora.

Ma a tutti gli altri italiani, in particolare alle immense periferie urbane che sentono il dramma dell’immigrazione e della criminalità comune (altro che “percezione”: Boeri, Saviano e i loro cari si facciano un giro a Quarto Oggiaro, a Rogoredo, a Lambrate, oppure – quando sono a Roma – a Tor Sapienza e San Basilio), e all’enorme ceto medio e medio basso che cerca una scossa economica e non si accontenta più dei convegni sullo “zero virgola”, le ramanzine, gli appelli e le interviste su Repubblica non interessano granché».

E a proposito delle periferie, dove abitano la stragrande maggioranza dei poveri. Le forze politiche che sostengono il Governo Conti potrebbero avere un’occasione storica: «quella di mostrare, non soltanto da un punto di vista culturale, l’insussistenza di quel luogo comune che ha favorito la Sinistra per decenni, e cioè l’equivalenza fra Sinistra e difesa dei poveri». L'argomento era stato affrontato  a suo tempo da Marco Invernizzi, reggente nazionale di Alleanza Cattolica. Alla fine dell'Ottocento le sinistre, quella riformista e quella comunista si erano impadroniti della sofferenza della classe operaia, causata  dall’irresponsabilità dell’imprenditoria a vario titolo “liberale” che operava senza vincoli anzitutto morali nel contesto delle “rivoluzioni industriali”. Solo l’intuizione di Papa Leone XIII (1810-1903), con l’enciclica Rerum novarum (1891), impedì la completa egemonizzazione della classe operaia da parte dei partiti marxisti. Oggi la classe operaia si è ridotta di moltissimo e ha ottenuto condizioni di lavoro che allora non esistevano.

«Tuttavia, i poveri ci sono ancora e in molti casi sono stati prodotti proprio da quelle Sinistre che hanno governato per decenni i Paesi europei. I nuovi poveri sono le famiglie numerose, massacrate dal fisco che privilegia i single; sono i giovani che non trovano lavoro anche perché il sistema (fallito) non può permettersi di mandare in pensione chi ne avrebbe diritto, almeno come possibilità di scelta, in un Paese normale; sono i padri separati costretti a dormire in auto perché impoveriti da una separazione drammatica esistenzialmente, ma anche economicamente; e sono le donne spinte ad abortire da un sistema malvagio che non le aiuta nonostante le tante parole per chi è in difficoltà.

Dunque per Invernizzi, «I poveri ci sono anche oggi, ma la Sinistra non sembra accorgersene, perché in molti casi li ha generati con le proprie politiche libertine e individualiste, che hanno umiliato le famiglie soprattutto se con molti figli. Riprendiamoci allora i poveri e smentiamo quella falsa notizia che li vuole aiutati solo dalle Sinistre. Cerchiamo anzitutto d’individuarli: perché non sono poveri soltanto coloro che non riescono ad arrivare a fine mese, ma anche quelli che ci arrivano provati nell’animo oltre che per una precaria situazione materiale. E guardiamoli in modo non classista, cercando di evitare l’odio sociale in un Paese che respira un’atmosfera sempre più intossicata da un virus portatore di rancore».

(M. Invernizzi, I poveri e la Sinistra, 12.3.18 sul sito di Alleanza Cattolica). 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parto dalle ultime battute della passata “crisi” ormai tanto famosa che di sicuro bucherà le pagine dei futuri libri di storia: infatti un caso così “strano” e un lasso di tempo tanto lungo tra la data delle elezioni e il giuramento del nuovo governo forse non s’erano mai visti dal 1945!

I due partiti vincitori, Lega e Cinque stelle, dopo tante tergiversazioni, avanzate e rinculate, colpi di teatro comico con presentazioni di mezzi busti e teste di legno, si auto-costringono – sebbene siano l’uno pero e l’altro arancio! – a innestarsi forse per timore di disastrose elezioni “balneari” o del vuoto e, chissà, di un possibile caos politico. Quando – finalmente! – presentano la fatidica lista dei ministri, il Presidente della Repubblica, forse consigliato dalla sua parte politica e pressato dalle massonerie esterne dei “poteri forti” europei, pone il veto sul nome di un ministro perché questi in precedenza aveva osato criticare l’assetto finanziario e la moneta unica dell’Europa. Non sono in grado di dire se il Presidente ne avesse facoltà perché non conosco articoli e pandette del Diritto costituzionale, ma intuisco che un tale “accidente”, calato nella convulsa crisi politica, si presta subito a due affermazioni opposte per diamentrum: sì, ne aveva facoltà, dicono alcuni; no, non aveva facoltà, dicono altri.

Sia come sia la soluzione del quesito, la mia riflessione è però rivolta a un particolare che può riassumersi nelle seguenti due domande:

1) come mai il Presidente ha posto un veto pronto e risoluto alla nomina di un ministro, ritardando il varo del governo che tutti ritenevamo urgente e necessario, mentre di recente aveva approvato e promulgato senza batter ciglio e in tutta fretta leggi controverse come le “unioni civili” (traduci “simil-matrimoni” per gay), 11-V-2016, e i “Dat” (traduci eutanasia vera e propria), 14-XII-2017?

 2) potendo esprimere pareri intorno alle leggi approvate dal Parlamento, perché non ha mostrato almeno qualche perplessità e, meglio ancora, rimandando alle Camere – come è sua facoltà – queste due ultime per un ulteriore approfondimento visto che molti cittadini avevamo dimostrato in più occasioni di essere decisamente contrari ad esse?

Certo, sono consapevole che domande di tal genere possono sembrare speciose e poste da un “tizio-signor nessuno”, come sono io, che, non avendo altro da fare, va cercando lana da pettinare (riporto dal mio siciliano “lana a-ppittinàri”) e rivanga in ritardo cose ormai trascorse mentre urgono problemi più seri  e attuali come – ad esempio – i dieci milioni di poveri e quasi poveri in Italia (“Corriere della Sera”, 29-III-2018). E può anche darsi che queste domande siano speciose e fuori tempo, tuttavia rimangono sicuramente legittime; ecco perché mi permetto di sottoporle alla riflessione e al giudizio dei “cinque” amici lettori.

Dico subito che, comunque, non bisogna meravigliarsi se politici “cattolici” appongono firme e timbri a “leggi” contrarie al Diritto naturale, ai Dieci Comandamenti e alla Dottrina sociale della Chiesa perché non è una novità. Ricordo, infatti, solo per fare un esempio, che la “194”, quella famigerata che nel 1978 legalizzò e, quindi, rese “buono” l’aborto (da allora ad oggi sono sei milioni in Italia gli esseri umani a cui legalmente è stato impedito di nascere!) fu firmata da un governo di soli democristiani cioè di cattolici dichiarati: on Giulio Andreotti, on. Tina Anselmi, on. Tommaso Morlino, on. Filippo Maria Pandolfi…, e promulgata dall’on. Giovanni Leone, anch’egli democristiano.

Allora, a chi gli chiedeva conto, Andreotti rispose: “In effetti ebbi una crisi di coscienza. Ma se mi fossi dimesso, si sarebbe aperta una crisi politica senza sbocco prevedibile, in un momento grave per il Paese. Così firmai”. Insomma per la classica “ragion di stato”. A lui replicò  don Divo Barsotti, grande mistico e studioso: “Sono tra coloro che ancora credono al giudizio di Dio: pochi giorni dopo aver firmato quella legge, Leone dovette scappare dal Quirinale in modo disonorante. Subito dopo anche Andreotti dovette dimettersi. Dicono che, se non firmavano, il governo cadeva? Ma che deve importare a un cristiano di un governo così?” (V. VITTORIO MESSORI, Inchiesta sul Cristianesimo, SEI, Torino, 1987, pp. 210-211).  E ancora, riandando a ritroso e scegliendo fior da fiore dal mio calepino di appunti, trovo altre perle come le seguenti:

a) il 17-XII-1975, alle commissioni della Camera, viene approvata una dichiarazione preliminare a favore dell’aborto; eppure gli antiabortisti sono maggioranza (DC, MSI, Stvp dispongono di 323 deputati, contro 307 abortisti): la proposta passa con l’assenza determinante di 23 democristiani

b) il MSI presenta contro l’aborto una eccezione di incostituzionalità (l’aborto, essendo uccisione di una persona, non può essere protetto dalla Costituzione che, invece, per sua ovvia funzione deve proteggere la vita); la DC si rifiuta di votare l’eccezione solo perché è stata presentata dai… “fascisti” (Atti parlamentari, Camera dei Deputati, seduta di giovedì 26-II-1976)

c) elezioni del 20-VI-1976, gli antiabortisti perdono la maggioranza e la DC presenta la...eccezione di incostituzionalità contro l’aborto, la stessa che, mesi prima, era stata presentata dai missini; l’eccezione – ovviamente – viene respinta: se non stessimo parlando di una tragedia epocale, ci sarebbe solo da ridere!

L’elenco delle diserzioni di “cattolici” eletti sarebbe troppo lungo; io, per ragioni di spazio, mi sono limitato a considerarne solo alcune anche se non scelte a caso. Tuttavia non posso non aggiungere questa perla finale: l’on. Zaccagnini, segretario politico della Democrazia Cristiana, nel comizio di Milano del 5-V-1979, ebbe a dire: “Nessuno, tranne noi, è insorto a difendere i diritti di chi ancora deve nascere ma che non ha ancora né voce né avvocati che lo proteggano” (“Il Popolo, giornale ufficiale della Democrazia Cristiana”, 6-V-1979). Si rimane sbalorditi. Ma, on. Zaccagnini, dove e quando ha sentito queste “voci” e visto questi “avvocati” democristiani in difesa vera dei bambini che dovevano nascere?

Nella dissoluzione – anni 1990 – del partito “dei cattolici”, peraltro prevista da Gramsci già nel lontano 1919, diversi democristiani, fra cui il nostro Presidente, sono finiti nel partito degli ex comunisti; questi, costretti ad abbandonare l’armamentario ormai inservibile della “lotta di classe”, si ingegnano ora a inventare nei salotti borghesi e a difenderli nelle piazze i diritti cosiddetti “civili”, quali i “matrimoni” fra gay, l’adozione di poveri bambini da parte di due uomini o di due donne, gli uteri in affitto con compravendita del corpo delle donne, il “gender” nelle scuole e – in una continua corsa verso il futuro – chissà quant’altre belle cose a noi, poveretti e ignoranti, ancora sconosciute… Potevano i “cattolici” ex democristiani, co-fondatori del Partito Democratico, andare contro i “diritti civili”? No, e difatti li hanno voluti, approvati e firmati; vedi, fra tanti, la on. Rosy Bindi che a proposito del disegno di legge “Cirinnà” (è quello dei “matrimoni” fra gay, delle “adozioni” etc.) dichiara: “È un buon disegno di legge, è un passo avanti. Cominciai io dieci anni fa” (“Avvenire”, 28-II-2016).

Poteva, quindi, il Presidente criticare quelle “leggi” o rimandarle alle Camere o non promulgarle? Evidentemente no, visto che si trova in un partito che ormai non ha altra bandiera che quella di creare una famiglia “altra” per distruggere quella vera, la Famiglia naturale, formata da uomo-padre, donna-madre e figli! Tutto ciò con buona pace di chi al tempo della sua elezione, sognando a occhi aperti, aveva pronosticato: “Una scelta giusta, un uomo giusto. Il buon giorno si vede dal mattino. E il giorno che s’è iniziato con la elezione del Presidente della Repubblica di Sergio Mattarella si annuncia buono” (Marco Tarquinio su “Avvenire”, 1-II-2015); anche Mario Adinolfi su “La Croce, quotidiano contro i falsi miti del progresso”, già alla vigilia (31-I-2015), si diceva contento per la quasi certa sua elezione perché “Mattarella è un cattolico[...] praticante da Santa Messa tutte le domeniche”; padre Antonio Spadaro, direttore della secolare rivista dei Gesuiti, “Civiltà Cattolica”, parlava di “politico di elevata statura, la cui formazione cattolica ha dato frutti. È un cattolico non muscolare, non ideologico” che ha avuto “stretti contatti con padre Bartolomeo Sorge e padre Ennio Pintacuda” (in “Corriere della Sera”, 2-II-2015). Tutti, come si ricorderà, erano contenti.

Io, il mio “foglietto” di febbraio 2015, dedicato alla elezione del Presidente Mattarella, dopo avere elencato tutte le “richieste” che la maggioranza che lo aveva eletto gli avrebbe presentato “su un piatto d’argento” (divorzio lampo, aborto “post-natale” = uccisione del bambino dopo la nascita come il piccolo Alfie nella “civile” Inghilterra, eutanasia, “matrimoni” fra gay, utero in affitto, bambini con “tre” genitori…), lo chiudevo con una domanda perentoria: “cosa farà il cattolico Sergio Mattarella?” Ora lo sappiamo!

Il voto del 4 marzo ha ridisegnato la politica italiana, e probabilmente nulla sarà più come prima. «Il 4 marzo è finito non un equilibrio di governo, ma un sistema», così ha sentenziato, Massimo Franco sul Corriere della Sera. Con la caduta del Muro di Berlino nel 1989, è finita l'epoca delle ideologie, è finito quel mondo che era iniziato con la Rivoluzione Francese nel 1789. A poco a poco, per rimanere in Italia, sono venuti meno i partiti ideologici e così è rimasto solo quello della Lega, che era nato proprio subito dopo la loro fine. Paradossalmente, ora la Lega è rimasta la forza politica più vecchia in Parlamento.

La Lega Nord, fondata da Umberto Bossi, per anni è stata una sorta di sindacato territoriale delle popolazioni dell’Italia Settentrionale, ereditando la questione delle autonomie dei diversi popoli italiani dopo l’unificazione politica e istituzionale del Paese a partire dal 1861. «Oggi la Lega sta portando in tutta Italia questa prospettiva federalista, chiedendo a tutti i diversi popoli italiani, del sud come del nord, di rifiutare il centralismo dello Stato nazionale e il pensiero unico del politicamente corretto». (Marco Invernizzi, La fine di un sistema politico? 22.5.18 www.alleanzacattolica.org )

Tuttavia la La Lega è un partito che è cambiato molto negli ultimi anni: cioè da quando cerca di estendere la propria proposta politica, già localistica, a tutto il Paese, abbandonando la prospettiva del secessionismo (vero o presunto, agitato o strategicamente utilizzato che fosse) per assumere posizioni cosiddette “sovraniste”.

Pertanto la Lega, uscita dal voto del 4 marzo come primo partito della coalizione del Centrodestra, ora si ritrova a governare colo Movimento 5 Stelle, l'espressione politica del mondo postideologico, che a detta dei suoi esponenti di spicco, non è né di Destra, né di Sinistra.

E' un'alleanza politica tra forze diverse, e questo comporta un passaggio da un sistema politico fondato su partiti che si richiamavano a ideologie diverse, riconducibili allo schema Destra-Sinistra, a qualcosa di diverso. Il segretario della Lega, Matteo Salvini, più volte ha espresso il concetto politico, che crede a un sistema dei popoli contro le élite, e indirettamente richiamando il termine tanto evocato quanto nebuloso di “populismo”.

Si è scritto che questo nuovo governo assomigli vagamente a quello degli Stati Uniti d’America di Donald J. Trump, votato dagli operai e rifiutato dalle lobby progressiste di New York, oppure al governo ungherese di Viktor Orban, anch'egli votato nelle campagne e molto meno a Budapest, o a quello della Polonia, dove i conservatori al governo sono sostenuti dalla nazione profonda, ma molto meno da Varsavia, la capitale europeista. E peraltro in questi Paesi, l’opposizione ai governi conservatori viene fatta da una Destra diversa da quella di governo, non più dalla Sinistra. Non per niente la sinistra sbraita contro il governo reazionario Salvini-Di Maio.

Per quanto riguarda la Sinistra italiana rappresentata dal Partito Democratico raccoglie ancora consensi fra giornalisti e attori, prende voti nel centro di Milano, ma non nelle periferie. Ascoltando i vari Tg, o i talk show possiamo costatare come i giornalisti ancora non riescano a comprendere il cambiamento in corso e soprattutto quelle pulsioni popolari che portano tanta gente comune a votare Lega o Movimento 5 Stelle, così lontana la prima e così diverso il secondo dal logoro cliché progressista. Dunque prendiamo atto del cambiamento, senza pretendere di giudicare il nuovo con le vecchie categorie. Lasciamo governare il governo Conte, insieme ai due vice premier, Salvini e Di Maio. Prima di giudicare aspettiamo un po'.

Per certi versi il governo Conti è “strano”, nel senso che unisce due forze politiche diverse. Il  M5S è un “non partito”, che raccoglie il rancore popolare contro la classe politica al potere iniziato nel 1992 con “Tangentopoli” e continuato durante il ventennio caratterizzato dallo scontro fra “berlusconismo” e “antiberlusconismo”.

Il movimento fondato da Beppe Grillo ha dato una voce a questo risentimento. Il  Movimento privo di riferimenti ideologici precisi, si caratterizza privilegiando la “democrazia diretta” e la “democrazia digitale” (qualunque cosa queste siano nella realtà e qualunque cosa il M5S intenda con queste espressioni) rispetto alla democrazia rappresentativa, e auspicando una disarticolazione profonda della società.

Naturalmente teniamo gli occhi aperti e le orecchie in ascolto.

Per noi cattolici, «inizia una stagione che necessiterà di grande attenzione e di molta prudenza, nella quale la dottrina sociale della Chiesa dovrà essere presentata ad ambienti culturali diversi, con tanta pazienza». E soprattutto rammentiamo che un mondo sta morendo e ci sono molte cose da fare. Anzitutto difendere i princìpi fondamentali del bene comune, come difendere vita, famiglia e libertà da ogni minaccia, ma anche di avere un’attenzione particolare per la povertà che avanza anche nel nostro Paese e per la sopravvivenza della classe media.

«In questo mondo che si disfa bisogna riallacciare i rapporti umani, ricostruire ambienti, parlare con le persone invece di “consumarsi” sullo smartphone». Certo qualche perplessità c'è, conoscendo l'espressione politica relativista dei 5 Stelle. Alcuni sostengono che il relativismo dei 5 Stelle, «sia talmente “relativo” da non avere nessuna difficoltà, in futuro, nell’acconsentire al sostegno di posizioni opposte, come per esempio quelle a favore di vita e famiglia che auspicabilmente sosterrà la Lega e in particolare il ministero della famiglia». (M. Invernizzi,  Le ombre non spengano le luci, 2.6.18, in www.alleanzacattolica.org) 

Qualche altra perplessità potrebbe nascere dalla composizione eterogenea del governo, potrebbero sorgere problemi fra ministri di diverso orientamento culturale.  «Se per “mettere i conti in salvo” o per non andare contro le direttive europee non si trovasse il modo di combattere contro il declino demografico, aiutando concretamente le famiglie a mettere al mondo dei figli, se non si lanciasse una campagna importante a favore della sacralità della vita, se non si cercasse di ottenere la libertà per i genitori di scegliere a costo zero il tipo di scuola per i loro figli, allora il governo del cambiamento non sarebbe veramente nato».(Ibidem)

Siamo fiduciosi, nel governo ci sono ministri che fanno ben sperare, come Lorenzo Fontana, il ministro della famiglia. Sarebbe sbagliato non tenerne conto e apparire come quelli capaci soltanto di lamentarsi, di fronte a un evidente cambiamento di sistema che, come è ovvio, contiene luci e ombre. Ma soprattutto non dimenticare che prima dell'attività politica, occorre un accurato lavoro prepolitico. Infine ricordiamoci che non si può risolvere tutto con la politica.

Comunque sia, «Il lavoro culturale da fare è arduo, soprattutto in un mondo che legge poco e che riflette sempre meno. Ma quella culturale è la parte che ci tocca, quella che oggi manca», scrive il reggente nazionale di Alleanza Cattolica, Marco Invernizzi. Occorre fare chiarezza sul “globalismo” sfrenato, ma anche su quel nazionalismo esagerato, che tanto male ha fatto in occasione della Prima Guerra Mondiale (1914-18)

Intanto non si può accettare la «campagna di odio ideologico», contro il ministro dell'Interno Salvini, definendolo “razzista”. E' una campagna d'odio che ricorda molto gli anni 70. Allora, «chi esercitava la violenza quotidiana nelle scuole e nelle università lo faceva dando del “fascista” a chi non era d’accordo e, appunto perché “fascista”, quegli non aveva diritto di parola, diritto che allora si chiamava agibilità politica. Se oggi qualcuno pensa che i trafficanti di uomini disperati siano dei malfattori e molte ong sfruttino il business dell’immigrazione per fare (tanti) soldi, è “razzista”; e se qualcuno pretende che l’Italia non sia lasciata sola dagli altri Stati membri della UE nella gestione degli sbarchi, è un inguaribile “razzista”». (M. Invernizzi, Governo e ideologia immigrazionista, 29.6.18, in www.alleanzacattolica.org )

Ma il segretario della Lega Matteo Salvini non risponde con l'odio o con il rancore, da proporre il suo intelligente discorso a Pontida del 1 luglio. Mi scuso per la lunga citazione ma è opportuna: «Mi ha colpito favorevolmente lo stile - scrive Invernizzi - che mi pare simile a quello che richiede la nuova evangelizzazione dell’Europa nel cambiamento epocale che stiamo vivendo. Salvini ha ricordato che non è la Lega a essere cambiata, ma il mondo. E che di conseguenza la Lega ha voluto e dovuto comportarsi di conseguenza. In un mondo ormai devastato da secoli di disgregazione delle cose più belle e autentiche, la religione, la famiglia, la sacralità della vita, il diritto di costruire la propria vita nella propria patria, si tratta di riproporre agli italiani oggi, agli europei domani, la gioia di vivere, la bellezza dell’amore che non finisce, tutti gli ingredienti di quel senso comune che i popoli hanno perduto. Lo ha fatto invitando al sorriso contro il rancore, alla pazienza contro l’odio ideologico scagliatogli contro dai nemici, in primis dai media pieni solo di livore, e lo ha fatto citando alcuni esempi che meritano di essere ripresi e ricordati, fra cui il poeta cattolico Davide Rondoni, il giudice ucciso dalla mafia Rosario Livatino (1952-1990), di cui è in corso la causa di beatificazione, e mostrando ancora una volta la corona del Rosario regalatagli da un parroco e confezionata da una donna nigeriana, una delle tante schiave portate in Italia e costrette a prostituirsi. È confortante riscontare questo atteggiamento positivo in un uomo politico e di governo. Speriamo che rimanga sempre così di fronte alle difficoltà e alle tentazioni, anche ideologiche, che non mancano, e che quanto affermato nel discorso riesca a tradursi ‒ nonostante gli ostacoli ‒ in provvedimenti concreti». (M. Invernizzi, Pontida. Contro il rancore, usate il sorriso, 2.7.18, in www.alleanzacattolica.org). In pratica Invernizzi, constata nelle parole di Salvini quello che Alleanza Cattolica sta dicendo e sostenendo da alcuni anni. «È bello riscontrare che altri, ben più in grado di influenzare il popolo, stiano facendo la stessa cosa».

Ultima riflessione sui cattolici divisi e confusi. Il problema però adesso non è soltanto l’accoglienza, ma il modo in cui organizzarla, dando ai profughi anzitutto il diritto di potere rimanere in condizioni dignitose nei propri Paesi (come ha detto Papa Benedetto XVI nel Messaggio per la giornata del migrante e del rifugiato del 2013), e quindi rendere efficace e ordinato il diritto di potere emigrare, così come quello degli Stati di regolarne il flusso. Si tratta ovviamente di un tema enorme, che malauguratamente viene spesso affrontato con due atteggiamernti ideologici contrapposti, capaci solo di generare divisione.

Il governo ha cominciato a lavorare da un mese e ha già costretto gli altri Paesi a occuparsi del problema, smettendo di lasciare sola l’Italia, almeno a parole. Lasciamolo lavorare senza seguire chi ha dichiarato una guerra ideologica a prescindere dalle intenzioni e dai risultati. L'ideologia immigrazionista non porta da nessuna parte. Certo i migranti che fuggono dalle guerre, devono essere aiutati, ma anche ai nostri poveri, che aumentano, come segnala l’Istat, e a tutti coloro che nell’Europa dell’inverno demografico vivono sempre più nella solitudine e nella tristezza, indipendentemente dal “conto in banca”.

Con l’incontro tra il presidente USA, Trump, e quello russo, Putin, ancora una volta Helsinki, la bianca città del Baltico, come spesso viene definita nelle guide turistiche la capitale della Finlandia, attira su di sé, anche se solo per un giorno, l’attenzione dei mass media mondiali, con gli oltre 1500 giornalisti accreditati.

Se incerti appaiono i risultati di questo vertice tra due leader mondiali, meno incerto invece si definisce il ruolo di questa città che li ospita, riaffermando una sua vocazione di ospitalità ed intermediazione per la ricerca di soluzioni pacifiche ai dissidi ed ai potenziali conflitti.

Questa attitudine si può far risalire al lontano 1969, in pieno clima di guerra fredda tra il blocco occidentale e quello allora guidato dall’Unione Sovietica, ad Helsinki ebbe luogo  infatti la prima fase del negoziato SALT I, a partire dal 17 novembre 1969. Il SALT, ovvero il negoziato sulla limitazione delle armi strategiche, ebbe due fasi, la prima delle quale fu appunto ospitata nella capitale finlandese e produsse il Trattato sui Missili Antibalistici.

Ma Helsinki ritornò sotto i riflettori del mondo nel periodo tra il 1972 ed il 1975, quando le varie fasi della Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa, CSCE, portarono alla firma del cosiddetto Atto Finale di Helsinki, il 1° agosto 1975, evento che pose le basi per un avvio della distensione tra i bue blocchi contrapposti, e che vide la partecipazione di 33 Stati oltre ad USA ed URSS. Il documento finale di Helsinki, può essere considerato come uno degli strumenti più significativi del dialogo internazionale. In quell’occasione tutti i trentacinque paesi firmatari arrivarono ad un accordo su un fatto fondamentale, ovvero che la pace non è sicura quando le armi tacciono; piuttosto la pace è il risultato della cooperazione degli individui da una parte e delle società stesse dall’altra. I famosi “dieci principi” che aprono il documento finale di Helsinki costituiscono la base sulla quale i popoli d’Europa, che sono stati per anni vittime di tante guerre e divisioni, esprimevano il desiderio di consolidare e preservare la pace, in modo tale da permettere alle generazioni future di vivere in armonia e in sicurezza. Fu, questo, definito lo ‘spirito di Helsinki, e molti considerano quell’evento il seme che cancellò il comunismo nell’URSS, favorendo la nascita della moderna Russia.

Ma se le ideologie nascono e muoiono, la necessità di promuovere il dialogo diretto fra coloro che posseggono armi che possono far scomparire la nostra Terra dall’universo non viene mai meno, e dunque il ruolo di una città come Helsinki ridiventa attuale nel favorire lo scambio di idee e di proposte de visu.

Il Presidente finlandese Sauli Niinistö ospita l’incontro nel sobrio palazzo presidenziale che fronteggia il porto, ed incontra bilateralmente i due Capi di Stato, idealmente connettendosi al grande Presidente finlandese Urho Kekkonen, che fu l’artefice della riunione finale di Helsinki nel 1975.

Da parte sua, il sindaco di Helsinki Jan Vapaavuori. non si è lasciato sfuggire l’occasione per una, giusta, vanteria "Helsinki è uno dei luoghi al mondo di cui ci si può fidare per organizzare  un simile incontro in modo affidabile - tutto funziona bene qui, e possiamo predisporre il tutto in sole due settimane. Solo pochi giorni dopo l'annuncio della riunione, i preparativi erano già molto

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