Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Mercoledì, 18 Luglio 2018

Nel luglio del 2012 l'assessore ai servizi sociali (allora c'era Pisapia, ma Majorino è al suo posto anche con Sala a Palazzo Marino) firmò insieme a Marco Granelli un rapporto dal titolo "Sinti, Rom e Camminanti. Un progetto per includere le famiglie e i bambini e contrastare irregolarità e illegalità". 

Cosi quando era la sinistra a dare il via a un "censimento qualitativo" come Pierfrancesco Majorino e la giunta milanese di sinistra, nessuno aprì bocca. 

Si tratta di un vero e proprio "censimento", come spiegato dal primo degli obiettivi della nota indicati dai due assessori: "Censimento dei nuclei familiari delle popolazioni Rom, Sinti e Camminanti presenti a Milano". L'obiettivo della coppia Majorino-Granelli era quello di "intervenire sulle forme di degrado e illegalità diffuse in città nelle aree destinate a campi regolari, contrastare gli insediamenti irregolari già presenti o di recente costruzione anche grazie alla messa in sicurezza delle aree libere attraverso un costante controllo del territorio". Mica l'avrà scritta Salvini quella nota?

«Attento ministro, con noi devi rigare diritto», gli ha subito intimato una dei Casamonica, storica famiglia di rom già coinvolta nella Capitale in questioni di mafia e delinquenza comune. Un altolà al ministro arriva anche dalla sinistra che, ancora una volta, non riesce a dividere il grano (i diritti umani di tutti, rom ovviamente compresi) dal loglio, l'erba infestante che, in questo caso, sta distruggendo per prime le comunità rom e, di conseguenza, i territori sui quali si muovono.

Non credo che il ministro ne ha voglia di aprire una sorta di caccia al rom, così come non ha mai avuto intenzione di discriminare gli immigrati che hanno titolo per entrare e rimanere in Italia. In entrambi i casi non si tratta di «schedare» o «discriminare» (cose che oltretutto e giustamente la Costituzione vieta), ma di fare un po' di ordine. Mi spiego. I rom presenti in Italia sono tra i 150 e i 180mila. 

Di questi, circa 100mila sono italiani da una o più generazioni. Ma ce ne sono alcune decine di migliaia di cui sappiamo poco o nulla: sono sconosciuti all'anagrafe, al fisco, al sistema sanitario e spesso anche a quello assistenziale e i loro figli non frequentano la scuola dell'obbligo. Tutto questo permette loro di vivere in una zona grigia, fantasmi per lo Stato.

"Censimento" dei Rom e controllo dei soldi pubblici spesi. Se lo propone la sinistra va bene, se lo propongo io è RAZZISMO. Io non mollo e vado dritto! Prima gli italiani e la loro sicurezza". Lo scrive il vice premier e ministro dell'Interno Matteo Salvini su Facebook

"Capisco che l'Italia attende solidarietà da parte dei vicini, solidarietà economica e anche sui migranti". Ma la risposta "non può essere la chiusura delle frontiere, il nazionalismo, la stigmatizzazione di alcune popolazioni. La risposta deve essere creare insieme una politica europea dell'asilo, dell'accoglienza dei rifugiati: è il motivo per cui dobbiamo essere responsabili e solidali. Mi attendo che dall'Italia non parta un messaggio di chiusura ma di inclusione in un insieme comune": lo dice il commissario Ue Pierre Moscovici rispondendo a una domanda sull'Italia. 

Su Salvini "a mio avviso il suo messaggio non è quello giusto. Preferire il ripiegamento su se stessi rispetto all'apertura al mondo significa voltare le spalle alla tradizione di ospitalità iscritta nei valori della nostra storia. Ma non sono qui per fare politica: il messaggio che soggiace dietro al gesto di Salvini va ascoltato: gli Stati membri non possono lasciare l'Italia da sola dinanzi alla crisi migratoria".

Moscovici è intervenuto anche nella questione rom, rispondendo a una domanda sulle dichiarazioni di Salvini: "Anche se interferire negli affari interni di un Paese, commentare questa o quell'altra dichiarazione scioccante o raggelante, può essere una tentazione a cui è estremamente difficile resistere, resisterò con tutte le forze. Dico che la Commissione Ue eserciterà le sue competenze con le regole di cui dispone. Ci sono regole in materia economica e finanziaria ma anche per quanto riguarda lo stato di diritto. Sono le nostre regole comuni e vanno rispettate da tutti"

Sui rom anche il portavoce della Commissione europea Alexander Winterstein, "non si può espellere un cittadino comunitario sulla base della sua etnia. È super chiaro che non è legale".

Intanto nel 2017  il numero di persone costrette a fuggire nel mondo a causa di guerre, violenze e persecuzioni ha raggiunto un nuovo record per il quinto anno consecutivo. Nel suo rapporto annuale Global Trends, pubblicato oggi, l'Unhcr, l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, riporta che a fine 2017 erano 68,5 milioni le persone costrette alla fuga.

A determinare tale situazione, si legge nel rapporto dell'Unhcr, sono state in particolare la crisi nella Repubblica Democratica del Congo, la guerra in Sud Sudan e la fuga in Bangladesh di centinaia di migliaia di rifugiati rohingya provenienti dal Myanmar. I paesi maggiormente colpiti sono per lo più i paesi in via di sviluppo. Nel totale dei 68.5 milioni sono inclusi anche 25.4 milioni di rifugiati che hanno lasciato il proprio paese a causa di guerre e persecuzioni, 2.9 milioni in più rispetto al 2016 e l'aumento maggiore registrato in un solo anno. 

Nel frattempo, i richiedenti asilo che al 31 dicembre 2017 erano ancora in attesa della decisione in merito alla loro richiesta di protezione sono aumentati da circa 300.000 a 3.1 milioni. Le persone sfollate all'interno del proprio paese erano 40 milioni del numero totale, poco meno dei 40.3 milioni del 2016. In breve, il numero di persone costrette alla fuga nel mondo è quasi pari al numero di abitanti della Thailandia. 

Considerando tutte le nazioni nel mondo, una persona ogni 110 è costretta alla fuga. "Siamo a una svolta - ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati - dove il successo nella gestione degli esodi forzati a livello globale richiede un approccio nuovo e molto più complessivo, per evitare che paesi e comunità vengano lasciati soli ad affrontare tutto questo. Ma abbiamo motivo di sperare. Quattordici paesi stanno già sperimentando un nuovo piano di risposta alle crisi di rifugiati e in pochi mesi sarà pronto un nuovo Global Compact sui rifugiati e potrà essere adottato dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite".

 

 

 

 

La Spagna fa la moralista ma a ceuta spara sui immigrati, la Francia non fa passare nessuno a Menton, la Germania accetta solo immigrati Siriani colti, e laureati ma la colpa sarebbe di Salvini

Intanto il ministro dell'Interno Matteo Salvini riferirà domani in Aula al Senato sulla questione. Ed ecco le reazioni internazionali sullo stop del governo italiano all'arrivo della nave Aquarius. "Non è questione di buonismo o generosità, ma di diritto umanitario. 

Ci possono essere responsabilità penali internazionali per la violazione dei trattati sui diritti umani". Così il ministro della Giustizia spagnola, Dolores Delgado, ha commentato - in un'intervista alla radio Cadena Ser - la decisione dell'Italia di non accogliere la nave Aquarius, con 629 migranti a bordo, nei propri porti. 

"Assumono una posizione senza avere alcuna responsabilità, il che è facile", ha detto il sottosegretario francese agli Affari europei, Jean-Baptiste Lemoyne. "La legge internazionale dice che devono dirigersi verso il porto più sicuro e più vicino, e la Corsica non è né più vicina né più sicura, data la posizione della nave, è tra l'Italia e Malta", ha aggiunto.

Insomma, la Francia non si è resa disponibile a fare sbarcare le 629 persone, tra cui 11 bambini e 7 donne in gravidanza, che si trovano a bordo della Aquarius dopo che Italia e Malta hanno chiuso i porti. Eppure un portavoce di En Marche, il partito del presidente francese Emmanuel Macron, non ha risparmiato commenti pochi carini sulla condotta del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, parlando di politica "nauseante". "È inaccettabile fare politica con le vite umane, che è ciò che sta accadendo in questo momento", ha detto Gabriel Attal.

Per la leader del Rassemblement National, Marine Le Pen, la soluzione, comunque, è una sola: "Le navi devono tornare da dove sono venute". E sulle organizzazioni di beneficenza che salvano i migranti nel Mediterraneo dice: "Sono complici della mafia del traffico di persone".

lo ha detto il portavoce del partito di maggioranza francese La République En Marche del presidente Emmanuel Macron, Gabriel Attal, intervistato questa mattina dalla tv Public Sénat. A una domanda sulla chiusura dei porti alla nave Aquarius di Sos Mediterranee, il deputato ha denunciato la posizione assunta dal ministro dell'Interno Matteo Salvini, assicurando tuttavia che anche la Francia cerca "una soluzione".

In nottata il presidente dell'Assemblea di Corsica, l'indipendentista Jean-Guy Talamoni, ha proposto con un tweet questa notte di fornire all'Aquarius l'accoglienza di uno dei porti dell'isola. "L'Europa - scrive Talamoni - deve affrontare la questione umanitaria in modo solidale. Tenuto conto della localizzazione della nave e dell'emergenza, la mia opinione è che sarebbe naturale aprire un porto corso per dare soccorso a queste persone in difficoltà".

Per il commissario europeo Dimitris Avramopoulos "questa è la vera solidarietà messa in pratica, sia verso questo queste persone disperate e vulnerabili, che verso Stati membri partner". Il presidente socialista della Regione di Valencia, Ximo Puig, punta il dito contro Salvini: "Le sue parole forse portano un pugno di voti, ma non sono degne di nessuno che pretenda di difendere l’umanesimo cristiano".

Il capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio, dice grazie alla Spagna per "averci dato una lezione di umanità". Sulla stessa onda il dem Fassino: "Anziché cantare vittoria, Salvini dovrebbe ringraziare l'umanità del nuovo governo socialista di Madrid. Se in Spagna governasse Orban, l'amico di Salvini, l'Aquarius sarebbe stata abbandonata a sé stessa".

Si spendono elogi per il governo iberico dopo la decisione di permettere alla nave Aquarius di sbarcare a Valencia

Benvenuti nel gioco delle parti. Un teatrino politico con i suoi attori. Che hanno un copione preciso da seguire. Perché non ci si può esimere dal pensare che la decisione del premier spagnolo Sanchez sia stato più politica che umanitaria. Una scelta in controtendenza per marcare la differenza con il suo predecessore. E, soprattutto, questa scelta non può relegare nell'oblio il passato. 

Un passato fatto di un'accoglienza quantomeno deficitaria e altalenante. Ora si celebra l'accoglienza della Spagna, ma nessuno ricorda quando nel 2012 scoppiò la bufera e migliaia di persone scesero in piazza contro Rajoy a seguito del provvedimento del governo che aboliva l'assistenza sanitaria gratuita per oltre 910mila, clandestini, che non versavano contributi alla previdenza sociale. Nel 2015, la Spagna si disse pronta ad accettare la quota Ue per i rifugiati e ad accoglierne 14.931, salvo poi anni dopo ricontrattare al ribasso le cifre. E alla fine dell'anno scorso, la quota reale di persone accolte nel paese era di 1.279, il 13,7% di quanto inizialmente previsto. 

Tanto che l'ong Oxfam Intermon presentò un esposto all'ufficio di Madrid della Commissione Ue contro la Spagna per il mancato rispetto della quota di 9.323 migranti che si era impegnata ad accogliere nell'accordo di redistribuzione fra paesi comunitari concluso l'anno prima. Nel 2017, quando l'Italia chiese di aprire altri porti europei ai migranti salvati, il ministro dell'Interno spagnolo Juan Ignacio Zoido oppose il fatto che "i porti della Spagna sono sottoposti ad una pressione importante nel Mediterraneo occidentale". A febbraio 2018, la quota continuava poi a non essere rispettata: erano arrivate 2.782 delle 17.337 persone previste, secondo le cifre del ministero dell'Interno.

Alla fine del 2017, poi, nonostante gli impegni presi, la Spagna versò solo tre milioni di euro al Fondo Ue per l'Africa. La Germania era il secondo contributore con 13 milioni di euro. Sapete chi era la prima? Naturalmente l'Italia, che aveva versato 82 milioni di euro. Qualche mese prima, il problema della scarsità di contributi economici era già stato sollevato dalla Commissione Ue che rilevava come a rimpinguare le casse del Fondo fiduciario d'emergenza dell'Unione europea per la stabilità e la lotta contro le cause profonde della migrazione fossero stati solo Italia e Germania e Olanda. 

Dagli altri paesi solo il silenzio. La solidarietà poi si scontra con un muro: quello di Ceuta e Melilla. Barriere di oltre 20 chilometri che segnano il confine tra le enclavi spagnole e il territorio del Marocco. In mezzo un filo spinato a cui spesso è rimasto aggrovigliato il sangue di qualche disperato. Per coloro che invece riescono a superarlo, sono pronti i fucili della Guarda Civil o il centro di identificazione. L'’alto commissario del Parlamento spagnolo più volte ha evidenziato "l’assoluta opposizione alle pratiche di respingimento automatico alla frontiera che si sono verificate in territorio spagnolo attraverso i perimetri di confine di Ceuta e Melilla e ha denunciato "le condizioni disumane in cui sono tenuti i migranti nei centri di permanenza temporanea di immigrati”. Insomma, l'accoglienza a parole è sempre diversa da quella reale

Il trasferimento di nave Aquarius a Valencia sarà assicurato "nelle condizioni di massima sicurezza possibile per le persone presenti a bordo". Lo afferma la Guardia Costiera italiana sottolineando che "parte dei migranti" ora su Aquarius verranno trasferiti su nave Dattilo della Guardia Costiera e una nave della Marina Militare sulle quali saranno presenti medici dell'ordine di Malta e personale dell'Unicef per il supporto ai minori. Il tempo di navigazione per Valencia "è stimato in 4 giorni".

'I naufraghi - aveva scritto in un tweet di Sos Mediterranee - a bordo verranno trasferiti su navi italiane e condotti a Valencia'. E' questo il piano predisposto dal Mrcc di Roma. 'La nave Aquarius - aggiunge la ong - riceverà rifornimenti da un' imbarcazione italiana'. In un altro tweet Msf aveva parlato di un trasferimento di 'alcune persone' dall' Aquarius a navi italiane per fare rotta su Valencia insieme.

Confermo, è stata una decisione presa stanotte nel vertice con il premier e le Capitanerie. Stamattina abbiamo mandato viveri, monitorato la situazione dei passeggeri per mettere in sicurezza le donne incinta ma hanno rifiutato. Stamane manderemo vedette e navi per portarli verso Valencia". Sulla vicenda dell'Aquarius - ha detto a 'Circo Massimo' il ministro Danilo Toninelli - c'è stato "il giusto pragmatismo politico che prima non c'era. Nessuno prima parlava di Malta che rispondeva negativamente" alle richieste di accoglienza. Non abbiamo messo in pericolo la vita di nessuno" i migranti sono stati "soccorsi da navi italiane".

"Le condizioni meteo nei prossimi giorni vanno a deteriorarsi per cui non potremo affrontare questo trasporto con tutte le persone a bordo. La soluzione che è stata individuata da Roma è di affidare 500 dei nostri soccorsi alla nave Dattilo della Guardia Costiera e a una nave della marina di cui non sappiamo ancora l'identificativo". Così Alessandro Porro, a bordo della nave Aquarius, in mattinata durante la trasmissione Agorà, dopo avere confermato che "Valencia è stato indicato come porto sicuro". "Siamo a ventisette miglia a Nord Est di Malta, abbiamo ricevuto questa mattina dei rifornimenti da parte di una nave italiana e abbiamo anche ricevuto la conferma scritta dal MRCC di Roma che il nostro rapporto safety sarà a Valencia", aggiunge Porro. "Dal nostro punto di vista questo non è l'uso migliore e razionale delle risorse SAR perché in un momento in cui tutte queste imbarcazioni che dovrebbero fare soccorso in un posto in cui la gente muore, sono in realtà impegnate in un trasferimento lungo, che richiede giorni, questo inficia la capacità di soccorso e quindi ci dispiace pensare che questa situazione comporterà degli altri morti".

Intanto la nave Diciotti della Guardia Costiera è in viaggio verso il porto di Catania con 937 migranti a bordo e due cadaveri. E dovrebbe approdare in giornata. Quattro donne incinte che erano sulla nave sono state intanto trasportate in elisoccorso a Palermo

Sulle Ong Salvini non ammette sbavature. Negli scorsi anni hanno avuto troppo agio con i governi targati piddì. "Poco cambia che la nave si chiami Aquarius o Sea Watch 3 - ha spiegato il leader leghista al termine del vertice con Conte - vogliamo porre fine a questo traffico di esseri umani. Se ci saranno altre navi di altre Ong battente bandiera straniera faremo lo stesso ragionamento". Al termine del vertice anche Toninelli ha rivolto un appello ai partner europei affinché, prima di modificare il Trattato di Dublino, seguano l'esempio della Spagna e "aprano anche loro i porti". "Chiediamo di modificare le normative marittime internazionali - ha spiegato il ministro - è corretto che la stessa nazione di cui la nave è battente bandiera intervenga e non solo la guardia costiera italiana". L'idea dell'esecutivo è che spetta ai Paesi da cui proviene la nave della Ong di turno farsi carico degli immigrati salvati. A far fede sarà quindi la bandiera dell'imbarcazione che interviene. Non solo. Secondo il Messaggero, Salvini vorrebbe convincere Bruxelles a permettere agli immigrati di presentare la richiesta di asilo "direttamente sulla nave".

 

Nella biografia del Cavaliere scritta da Alan Friedman è lo stesso Berlusconi a evidenziare che Napolitano «continuava a insistere che dovessimo allinearci con gli altri in Europa», e che quindi la decisione era già presa, facendo pesare il suo ruolo di capo delle Forze armate. Interpretazione confermata al quotidiano Il Giornale dall'ex presidente del Senato, Renato Schifani, che sottolineò come a marzo 2011, Napolitano convocò un vertice riservato durante l'intervallo del Nabucco all'Opera di Roma, in cui rappresentò l'ultimatum di Sarkozy sulla partecipazione all'intervento in Libia sotto l'egida della Nato. «L'Italia non può rimanere fuori», disse Napolitano secondo Schifani.

Secondo il Giornale Il riluttante Berlusconi, che aveva firmato un trattato di amicizia con la Libia con il quale si poneva un argine all'immigrazione clandestina, fu costretto a venir meno alla parola e a concedere le basi per i bombardamenti. Napolitano ancor oggi non spiega. Eppure la crisi libica rappresentò il secondo tassello decisivo per completare il puzzle della demolizione del Cavaliere. Il primo fu la scissione di Gianfranco Fini, «sponsorizzata» dal Quirinale per indebolire l'ampia maggioranza del Pdl. 

Il secondo riferisce il Giornale fu l'utilizzo del ruolo di capo supremo delle Forze armate per costringere il presidente del Consiglio a cambiare, su pressione di Sarkozy, la politica estera sulla Libia danneggiando anche gli interessi delle aziende italiane lì impegnate. Il terzo e decisivo è noto: durante la speculazione anti-italiana sullo spread, l'allora capo dello Stato si accordò all'asse Sarkozy-Merkel per defenestrare il premier e insediare il governo Monti, cioè il «maresciallo Petain» targato Bruxelles. È notorio, infatti, che il Cav fosse restio ad assecondare i diktat di Berlino e di Parigi. Il silenzio di oggi, forse, vale più di tante parole.

Ora che Nicolas Sarkozy è gardé à vue lui, che con l'Eliseo ebbe molto più di un abboccamento in quel tragico 2011, non lascia spirare nemmeno un fiato.

Eppure Giorgio Napolitano come riferisce il Giornale ebbe un ruolo preponderante nella decisione italiana di supportare la coalizione Nato che eliminò Muhammar Gheddafi sette anni fa facendo piombare l'intera Libia nel caos. Quella stessa Libia che finanziò la campagna presidenziale di Sarkozy. Sui social ieri molti chiedevano all'ex presidente di spiegare, di motivare o, per lo meno, di fornire un dettaglio. Tra questi Francesco Storace che su Twitter ha scritto: «Nessuno che chieda scusa per i bombardamenti in Libia. Tangenti e guerra contro la sovranità nazionale».

Nel 2016 il presidente Usa, Barack Obama, dichiarò di essersi pentito di quell'operazione cui lo spinsero tanto il segretario di Stato, Hillary Clinton, quanto gli alleati Sarkozy e Cameron (ex premier britannico). Sarkozy «voleva vantarsi di tutti gli aerei abbattuti, nonostante il fatto che avessimo distrutto noi tutte le difese aeree», affermò Obama.

Qualche domanda scrive il quotidiano il Giornale non retorica aiuta a schiarirsi le idee. Nel quarantennio post-Sessantotto, un trentennio circa aveva visto la destra al potere. Lo stesso Sarkozy aveva partecipato alla campagna presidenziale dalla posizione privilegiata di ministro degli Interni, il duplice mandato di Mitterrand si situava fra un Pompidou-Giscard e un doppio Chirac. Ritenere «lo spirito del '68» il responsabile dei mali del Paese poteva essere un comodo artificio retorico, purché di questo si trattasse, non di altro. Sarkozy non lo capì perché dietro di lui non c'era un'ideologia e/o un pensiero, ma i suoi istinti e i suoi impulsi. Era mediocre e aspirava alla grandezza, si riteneva un uomo d'azione che disprezzava lo snobismo delle élites, ma non desiderava altro che da quelle élites essere accettato, «le president bling bling» ubriacato dal profumo e dal potere dei soldi.

Come riferisce il giornale vinse Sarkozy perché fingeva di essere tutto non essendo, appunto, niente. Di quel decennale interregno sarkozyano, noi italiani ricordiamo tre cose: il matrimonio con la nostra connazionale Carla Bruni, che faceva risuonare nei più anziani il memorabile calembour di Ennio Flaiano dedicato al romanzo di Françoise Sagan, Bonjour tristesse... 

Poi il sorrisetto derisorio scambiato con Angela Merkel a un vertice internazionale, a proposito della nostra credibilità economico-politica, infine il vergognoso sconquasso libico, non soltanto sotto il profilo bellico, ma per tutto quello che si è portato dietro a livello geopolitico. Adesso, ma il sospetto datava da allora, vengono fuori i finanziamenti elettorali, con relativa corruzione, per insabbiare i quali era necessario un intervento militare destabilizzatore e il tutto si ritorce contro chi lo incarnò, una nemesi degna del Dumas del Conte di Montecristo. Essere un parvenu della politica può aiutare, a patto di non abusarne, e la «tragedia di un uomo ridicolo» quale è stato in fondo Sarkozy aiuta a capirlo. Pensate all'enfasi anti-sessantottina di cui si servì per la scalata al potere.

C'è del fascino nel dire ogni cosa e il suo contrario». La citazione è di Dominique de Villepin, l'altro enfant prodige dell'epoca di Chirac, l'eterno rivale di Nicolas Sarkozy, più bello, più intelligente, più colto, ma ahimè politicamente meno abile, il che in politica nei tempi stretti vuol dire tutto, ma in quelli lunghi è eguale a niente. La parabola di Sarkò è durata poco più di un decennio, il 2004 in cui diventa ministro dell'Economia del governo Raffarin, il 2016 in cui fallisce nel tentativo di vincere le primarie del centro-destra per potersi ricandidare alle presidenziali. Tutto quello che è successo dopo, compreso lo stato di fermo che lo ha appena colpito con l'accusa di aver incassato soldi dal poi defunto leader libico Gheddafi, poco aggiunge e niente toglie a quella parabola. 

La democrazia permette l'ascesa di uomini ridicoli perché la sua forza consiste nello scaricarli di lì a non molto. Ciò che può sembrare una tragedia nel primo caso, diventa farsa nell'atto successivo. Nel 2007, quando Sarkozy divenne al secondo turno presidente della Repubblica con il 53% dei voti rispetto alla socialista Ségolène Royal, che pure aveva preso il 46%, ci fu, anche in Italia, soprattutto in Italia, chi gridò entusiasta al miracolo. 

Siamo un Paese che, come nel calcio, invoca sempre l'acquisto dello straniero e che, in politica, non l'azzecca mai. La «lezione francese», si scrisse allora, accreditava al piccolo e nervoso neo-inquilino dell'Eliseo una vera e propria rivoluzione: ricomposizione della destra, seduzione di parte della sinistra, un'iniezione di fiducia elettorale nei suoi connazionali. C'era del vero, ma come sempre parziale: il primo elemento aveva a che fare con l'impresentabilità lepenista, il secondo con una sinistra fin troppo seducibile, l'ultimo con la giovane età di tutti i contendenti alle presidenziali (nel primo turno c'era anche François Bayrou) e con il loro utilizzo della cosiddetta antipolitica, viscerale, compassionevole, qualunquista, comunque retorica nel suo essere antisistema

 

Lo hanno affermato in parecchi durante la campagna elettorale e Luigi Di Maio lo ha ripetuto a nome dei “Cinque Stelle” anche dopo il 4 marzo.

Se si tiene conto della caduta delle ideologie – quelle che hanno partorito il nazionalismo, l’imperialismo, il comunismo, il nazional-socialismo e due guerre mondiali con montagne di cadaveri! – e del vuoto seguito a tale caduta, forse qualche ragione possono averla; tuttavia la distinzione, che risale alla Rivoluzione francese, a me pare che resista ancora ed è difficile sfuggire alla sua tagliola: l’affermazione, “noi non siamo né...  né...”, sembra dunque una trovata – come tante, del resto – per raccattare voti.

Semplificando e scendendo, poi, nel “particulare”, credo che certe leggi non possano farne a meno: esse infatti appartengono in modo esclusivo o “alla destra” o “alla sinistra”. Così, le ultime due “importanti” – “Unioni civili” o “simil-matrimoni” per gay (11-5-2016) e “Dat” o eutanasia (14-12-2017) – che i “Cinque Stelle”  hanno votato di slancio insieme agli ex comunisti del Partito Democratico e gli ex democristiani diluiti in esso, sono e restano “di sinistra” anche se vi hanno dato mano alcune volontarie confuse di Forza Italia, magari per apparire emancipate nei salotti borghesi che contano.

Domanda: come si fa a credere ai “Cinque Stelle” quando dicono “noi non siamo né di destra né di sinistra”?

È da credere invece che – stando al magma ideologico e imprevedibile in cui sono immersi – i “grillini”, avendone l’occasione e l’opportunità politica, voteranno  tutto ciò che contro Vita e Famiglia la Sinistra  non ha avuto tempo e modo di votare nella precedente disastrosa legislatura; ciò forse non avverrà se saranno costretti a venire a patti con la Lega e il Centro Destra, accadrà invece e sicuramente se si alleeranno con i resti dei post-comunisti e dei post-cattolici del Partito Democratico che sono stati i primi e più qualificati fautori di quelle due “leggi”. Questo non perché i “grillini” e i “sinistri” sono “brutti e cattivi” ma perché la loro filosofia è il “relativismo” (già nel 2005 il cardinale Ratzinger parlava di “dittatura del relativismo”!), cioè il pensiero più diffuso del nostro tempo “postmoderno”; esso rifiuta ogni religione, non ha principi stabili e modelli di riferimento che gli permettano di distingue il “bene” dal “male”, si evolve quindi di continuo (ciò che oggi è valido domani può non esserlo più), porta all’indifferentismo e, di conseguenza, al nichilismo e all’auto-distruzione della società. Qualcuno la chiama “filosofia del nulla”.

È il quadro che vediamo ogni giorno intorno a noi e i cui contorni divengono sempre più marcati: il disastro delle culle vuote o “inverno demografico”, aborti anche post-natale o infanticidi (oltre i 100 mila “legali” in Italia, ogni anno), tentativo di proibire l’obiezione di coscienza ai medici antiabortisti (l’Amministrazione Zingaretti della Regione Lazio ci aveva provato nel febbraio 2017 all’Ospedale San Camillo di Roma!), divorzio lampo, padri separati ridotti in miseria e a cui i giudici proibiscono perfino di vedere i figli,  bande sempre più pericolose  di minorenni diseducati e violenti, utero in affitto o compravendita del corpo delle donne e dei bambini con conseguente diritto negato ai figli di sapere chi sia il proprio vero padre, insegnamento e diffusione del gender nelle scuole per cancellare la differenza naturale tra il maschile e il femminile, “diritto” di adozione di bambini da parte di due uomini o di due donne, creazione di una famiglia “altra” cioè distruzione di quella vera (uomo-padre, donna-madre, figli), ammissione del “diritto di incesto”, già da qualcuno richiesto al Bundestag della “civile” Berlino nel nome dell’“amore” (“Il Giornale” 30-9-2014), “scarto” o  eutanasia dei vecchi ormai troppi e troppo costosi, legge contro l’“omofobia” o tentativo “democratico” di chiudere la bocca a colpi di Codice Penale a quelli che vogliamo opporci a tale deriva nichilista.

Tutto questo, da alcuni partiti, è salutato  come... “valore”!

Mi rendo ben conto che simili discorsi – toccati nella campagna elettorale solo da Lega e Fratelli d’Italia – possono aver detto poco o nulla ai molti che, specie nel Sud, per rabbia e disperazione, hanno votato “Cinque Stelle”; tuttavia resto fermamente convinto che, prima di ogni altro problema per quanto grave (disoccupazione, pensioni di fame, stipendi esorbitanti di parlamentari e magnati, caduta in basso della categoria dei politici, evasione fiscale, ruberie varie, fuga all’estero di giovani, “invasione” islamica, insicurezza diffusa…), quello più importante è la salvezza dall’autodistruzione morale, civile e fisica a cui – stando così le cose – è avviata la nostra società  neopagana: è l’attuale mancanza spirituale e culturale che produce la crisi materiale e non viceversa! Ne consegue che il cattolico, il protestante, l’ebreo, il musulmano, l’ “ateo devoto”, la persona di buona volontà, il padre di famiglia..., se vogliono invertire la tendenza, devono alzarsi in piedi e reagire e ritessere la tela dello spirito e della cultura che altri ha lacerato in tanti decenni; cominciando dall’“interiore homine”, cioè dalla propria persona, altrimenti sarà vano ogni sforzo!

Osservazioni a margine:

a)  la “mia” Sicilia, che ha votato in massa “Cinque Stelle”, non è nuova a simili “scattiàte” (“scattiàri” = scoppiare): negli ultimi 60 anni essa si è affidata anima e corpo a diversi protettori, da Milazzo ad Almirante, da Berlinguer a Berlusconi; ora è la volta del giovanissimo Di Maio…! A questo punto per la mia cara Isola non mi resta che pregare la Madonna dell’Itria, sua patrona, e le “santuzze”: Lucia di Siracusa, Agata di Catania e Rosalia di Palermo perché venga “scanzata” dalle male occasioni!

b) l’antifascismo riesumato a scoppio ritardato anche sotto la spinta del fu giornalone primo della classe, “la Repubblica”, si è rivelato controproducente per gli stessi riesumatori; esso, comunque, è una sorta di malattia infantile inguaribile di cui certe élites borghesi si servono per distrarre il povero prossimo dai problemi veri che gli gravano le spalle: il fascismo è morto ed è stato sepolto sotto le rovine dell’Italia sconfitta nel 1945; di esso si può parlare – bene o male – quanto si vuole ma in sede storica e chi dopo 73 anni (la vita di un uomo!) ne agita ancora il fantasma, è fuori della realtà

c) la corona del Rosario, mostrata da Matteo Salvini nel grande comizio di Milano, a me ha fatto del bene perché anch’io ne tengo una in tasca e con essa prego ogni giorno: fra tanti che si dicono cattolici e che non si soffiano il naso per timore di farsi scorgere, non posso che plaudire a un “giovine” che mostra – “opportune et importune” –  segni esterni della mia stessa religiosità popolare

d) i cari amici del “Popolo per la famiglia” hanno raccolto e disperso gratis al vento alcune centinaia di migliaia di voti, inutili per eleggere un loro candidato; utilissimi, invece, sarebbero stati per eleggerne una decina se fossero andati a partiti più consistenti  e che nei  programmi avevano la difesa di Vita e Famiglia: questi amici hanno alzato una bandiera che è anche la mia bandiera ma è accaduto che il loro legittimo desiderio di un ipotetico “ottimo” ha impedito il raggiungimento di un più sicuro… “buono”!

 

 

Qualcuno ha scritto che il 4 marzo non è stato sconfitto solo il Pd di Matteo Renzi ma anche i cattolici e non solo quelli che hanno votato per il Pd. I cattolici sconfitti sono  quelli dell'«idea fissa», quelli che per ogni decisione politica fanno riferimento agli omosessuali, e più o meno tutto quanto attiene alla sfera della sessualità e della riproduzione.

In pratica si tratta, non tanto della maggioranza dei cattolici che si limita a frequentare la messa, ma di quella minoranza rumorosa che sostiene sempre e comunque i «principi non negoziabili», che li brandisce in ogni circostanza anche durante le elezioni. Certo è buona cosa ribadire il rispetto della vita, della famiglia naturale, e non delle «famiglie», il matrimonio tra un uomo e una donna. Sono valori fondamentali, che vanno difesi, ma che da qualche tempo non attirano più gli elettori e non solo quelli italiani. Pertanto non sono decisivi per vincere le elezioni.

Il 14 marzo scorso Il Foglio ha chiesto a varie personalità il motivo dello scollamento tra la linea della chiesa e le scelte dell'elettorato cattolico. Tra le interviste prendo in considerazione quella del sociologo torinese Massimo Introvigne, sociologo e direttore del Cesnur(Centro Studi Nuove religioni). («Il voto delle periferie esistenziali», 14.3.18, Il Foglio)

Il professore per capire quello che è successo il 4 marzo, inizia con una premessa fondamentale: ricorda che in Italia soltanto il 17% dei cattolici frequenta la messa della domenica, mentre l'83% non la frequenta. E' un dato che merita grande attenzione. Introvigne, fa riferimento al viaggio che Papa Francesco ha fatto negli Stati Uniti nel 2015. Qui il Papa «ha cercato - senza successo, come dimostrano le resistenze dei vescovi che continuano ancora oggi – di spiegare all'episcopato americano che le 'guerre culturali' in tema di vita e di famiglia erano finite, che i vescovi le avevano perse e che si apriva una nuova fase nuova dove i temi della vita e della famiglia sarebbero stati una parte dell'impegno politico dei cattolici ma non la sola parte e forse neppure la prima. Attenzione: il Papa non diceva che combattere le 'guerre culturali' non fosse stato alto e nobile, diceva che si apriva una fase nuova».

Pertanto secondo Introvigne, l'elettore europeo, ma anche quello italiano, «anche se fa parte della minoranza che va a Messa o va a un culto protestante - non vota facendo anzitutto l’esame del sangue ai partiti su aborto e omosessuali. In realtà non vota neppure sull’accoglienza ai rifugiati o il ragionevole sostegno agli immigrati – rifugiati e immigrati sono categorie diverse ma è difficile spiegarlo agli elettori – e l’“idea fissa” cosiddetta “immigrazionista” è solo la versione di sinistra dell’“idea fissa” su gay e aborto della destra. Vota perché si sente, - continua Introvigne - per citare ancora Papa Francesco, imprigionato in una di quelle periferie esistenziali che non sono necessariamente territori fisici ed esistono anche al centro delle città, e non si riferiscono solo alla povertà materiale ma anche all’insicurezza e alla solitudine».

A questo punto l'elettore cattolico, quando, «decide per chi votare il reddito di cittadinanza è più importante dell’aborto, e anche per molti che votano Lega la sicurezza e l’alleggerimento della pressione fiscale sono più importanti del no al matrimonio omosessuale o dei rosari di Salvini».

E se i cattolici ora sono irrilevanti in politica, per il sociologo, l'irrilevanza è stata coltivata da loro stessi, che si sono preoccupati soltanto del «puro potere e poltrone, ovvero rimanendo chiusi nel ghetto dell’”idea fissa”, perdendo il contatto con la stragrande maggioranza della popolazione per cui i primi problemi sono arrivare a fine mese e, anche per chi ci arriva comodamente, evitare di farsi aggredire per strada e sfuggire alla narrativa deprimente che alimenta la sensazione di solitudine anche in mezzo alla più rumorosa delle folle».
Anche se paradossalmente su questi temi, i cattolici, «avrebbero tantissimo da dire e che milioni di persone (come sa chi non si fa distrarre da certi blog) considerano Papa Francesco un punto di riferimento più autorevole di qualunque politico».

Vorrei ricordare al professore Introvigne che l'irrilevanza nella società civile dei valori non negoziabili, a me è capitato sperimentarla qualche decennio prima, già negli anni '90, nel messinese quando cercavo di animare socialmente e politicamente il territorio. Alla fine degli incontri contro l'aborto e in difesa della famiglia, non mancava l'amministratore di turno che mi ricordava certe priorità del territorio: quasi sempre su tutto c'era il lavoro.

Comunque sia per il direttore del Cesnur ci possono ancora essere ambienti «dove tutti votano chiedendo ai candidati primo, che cosa pensano dei gay, e secondo, che cosa pensano dell’aborto. Ci sono anche ambienti opposti, più piccoli, per cui accogliere tutti gli immigrati è l’unico dogma sopravvissuto. Sono ambienti che esistono e fino a qualche anno fa si poteva anche immaginate di esportarne le idee in un ambito più vasto e vincere qualche elezione, almeno regionale». Ma oggi il mondo è diverso, da come lo si vede all'interno del mondo cattolico, dell'associazionismo e di certi «stanzoni» dell'idea fissa. Sull'esperienza politica del «Popolo della famiglia» di Adinolfi, si povrebbe scrivere molto. Il PdF è l'esempio più significativo di quelli che si sono rinchiusi nel ghetto delle idea fissa, illudendosi di far breccia nell'elettorato soltanto con il tema della famiglia. Ma come abbiamo visto le priorità degli italiani erano ben altre.

Anche se questi temi possono avere la loro rilevanza in un contesto politico diverso, lo sostiene Marco Invernizzi, infatti, «La Lega ha incontrato anche il consenso di molti cattolici, particolarmente di quelli attenti a mettere la famiglia (uomo, donna, figli) al centro della società e a richiedere politiche concrete diverse dal mero assistenzialismo per favorire una inversione di tendenza che affronti il più grande problema politico italiano di oggi: l’“inverno demografico” che sta portando la nazione al suicidio». (Marco Invernizzi, “La Lega e il futuro dell'Italia”, 14.3.18 in alleanzacattolica.org)

 

Tuttavia anche Invernizzi è consapevole che «soprattutto oggi in epoca di relativismo e di dominio del pensiero debole, le elezioni si vincono sui grandi temi della sicurezza, della disoccupazione e della diminuzione della pressione fiscale».

Però per un partito che voglia durare ha bisogno di « fondarsi su princìpi solidi e proporre una narrazione che tenga unito almeno un pezzo base dell’elettorato, il cosiddetto “zoccolo duro”». E per quanto riguarda la Lega, si auspica che diventi un partito federalista «senza essere divisivo, può applicare i princìpi della solidarietà e della sussidiarietà che sono patrimonio della dottrina sociale cristiana raccogliendo il consenso dei ceti più deboli senza cadere nel pauperismo ma senza disprezzare il risparmio e lo sviluppo delle diverse componenti della società».

In conclusione, «I cattolici possono tornare a contare?». Si domanda Introvigne, «Sì, nella misura realistica del loro essere minoranza, se aprono la finestra, escono dallo stanzone e anzi magari abbattono la finestra e il muro che li rinchiude (ancora, più o meno il contrario della famosa “Opzione Benedetto”). Parafrasando Marx, ormai non hanno più nulla da perdere, tranne le catene dell’“idea fissa” che si sono messe da soli».

 

 

 

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI