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Martedì, 14 Luglio 2020

Il materiale processuale sul pm di Roma Luca Palamara,secondo l agenzia di stampa Agi, trasmesso dalla procura di Perugia alla procura generale della Corte di Cassazione, "è composto da un notevole numero di atti, tra cui diverse decine di migliaia di sms e chat, in larga parte di contenuto estraneo all'oggetto delle procedure". È quanto fa sapere la procura generale della Suprema Corte che per "il celere esame di questi atti" ha costituito "un apposito gruppo di sostituti procuratori generali".

Risale al 22 aprile scorso la trasmissione delle carte dell'inchiesta di Perugia e si tratta di "ulteriori atti la cui valutazione è indispensabile ai fini delle considerazioni conclusive sulle azioni disciplinari già esercitate e sulle eventuali nuove azioni da assumere".

La polemica sulla giustizia non si placa e anche Lega e Fdi chiedono a chiare lettere che il Presidente della Repubblica intervenga, anche sciogliendo il Csm. Matteo Salvini, dopo il no della Giunta delle Immunità all'autorizzazione a procedere a suo carico, ha ricordato "le intercettazioni di qualche magistrato" su di lui, ha chiesto che "Mattarella sciolga il Csm" e ha proposto una riforma dell'elezione del Consiglio che preveda "l'estrazione a sorte".

Senza entrare nel merito dei provvedimenti, anche Giorgia Meloni ha chiesto che il capo dello Stato prenda una posizione. E dopo la proposta di riforma del Csm da parte di Alfonso Bonafede tutti i partiti hanno rilanciato, anche se ognuno con ricette diverse.    

Scrive Il Secolo d Italia che «Chiunque usa violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, ai singoli componenti o ad una rappresentanza di esso, o ad una qualsiasi pubblica Autorità costituita in collegio o ai suoi singoli componenti, per impedirne, in tutto o in parte, anche temporaneamente, o per turbarne comunque l’attività, è punito con la reclusione da uno a sette anni». È l’art. 338 del codice penale. E non sembra molto distante, quanto a configurabilità, dall’ormai famoso «Salvini ha ragione, ma ora occorre attaccarlo» chattato da Luca Palamara

Secondo il quotidiano il Giornale Il 24 agosto 2018, scrive ancora La Verità, Legnini contatta il consigliere Palamara: "Luca, domani dobbiamo dire qualcosa sulla nota vicenda della nave. So che non ti sei sentito con Valerio (il consigliere del Csm in quota Area, Valerio Fracassi, ndr). Ai (Autonomia e indipendenza, ndr) ha già fatto un comunicato, Area (la corrente di sinistra delle toghe, ndr) è d' accordo a prendere un' iniziativa Galoppi idem (il consigliere del Csm Claudio Galoppi, ndr). Senti loro e fammi sapere domattina". È il preambolo a una conversazione che, come vedremo, ha uno scopo ben preciso.

La risposta di Palamara non si fa attendere: "Ok, anche io sono pronto. Ti chiamo più tardi e ti aggiorno". A quel punto, sottolinea sempre nella sua ricostruzione dei fatti La Verità, Legnini insiste: "Sì, ma domattina dovete produrre una nota, qualcosa insomma". A quel punto Palamara scrive a Fracassi: i due si incontrano il giorno successivo. Il pm riceve quindi un messaggio: "Dobbiamo sbrigarci! Ho già preparato una bozza di richiesta. Prima di parlarne agli altri concordiamola noi".

La bozza deve essere approvata al più presto. Le firme, secondo il Giornale decidono Palamara e Fracassi, saranno inserire "in ordine alfabetico". Arriviamo al 25 agosto, quando le agenzie battono una notizia che non può passare inosservata: quattro consiglieri di Palazzo dei Marescialli, fra cui Palamara, chiedono di inserire il caso migranti all'ordine del giorno del primo plenum del Csm. Nel documento si legge che "la verifica del rispetto delle norme è doverosa nell'interesse delle istituzioni".

"Gli interventi  scrive il Giornale a cui abbiamo assistito, per provenienza, toni e contenuti rischiano di incidere negativamente sul regolare esercizio degli accertamenti in corso. Riteniamo che sia necessario un intervento del Csm per tutelare l' indipendenza della magistratura e il sereno svolgimento delle attività di indagine", prosegue il documento. Legnigni, in un altro comunicato, scrive che l'istanza sarà trattata nel primo comitato di presidenza. "Il nostro obiettivo è esclusivamente quello di garantire l' indipendenza della magistratura", aggiunge.

L'accerchiamento di Salvini è completato. Ma, secondo il quotidiano il giornale,anche tra le stesse toghe, qualcuno alza un sopracciglio. Emblematico il messaggio del procuratore di Viterbo, Paolo Auriemma, a Palamara: "Non vedo veramente dove Salvini stia sbagliando. Illegittimamente si cerca di entrare in Italia e il ministro dell' Interno interviene perché questo non avvenga". Palamara tira dritto: il segretario del Carroccio va "attaccato". "Indagato per non aver permesso l'ingresso a soggetti invasori. Siamo indifendibili. Indifendibili", conclude Auriemma.

L'oggetto delle chat tra giudici, Matteo Salvini, esce allo scoperto e commenta così quanto è avvenuto: "Dopo gli insulti e l’ammissione “Salvini ha ragione ma va attaccato”, oggi La Verità pubblica altre incredibili intercettazioni, che svelano la natura di alcune iniziative dei magistrati contro il sottoscritto".

"Emergono le trame di Giovanni Legnini, secondo il giornale, vicepresidente del Csm e sottosegretario di due governi a guida Pd, per far intervenire il Consiglio Superiore della Magistratura a supporto delle indagini sullo sbarco degli immigrati dalla nave Diciotti – rincara la dose Salvini -.In quell’occasione, da quanto ricostruisce La Verità, quattro consiglieri del Csm (tra cui Luca Palamara che mi definiva “m...”) invocavano l’intervento del Csm - così come ordinato da Legnini - per difendere “l’indipendenza della magistratura” che io avrei messo in pericolo".

"Un attimo dopo, Legnini rispondeva pubblicamente che l’unico obiettivo era assicurare “l’indipendenza della magistratura”, confezionando il messaggio (immediatamente rilanciato dal sito di Repubblica) di una magistratura al di sopra delle parti e preoccupata perché il ministro Salvini osava difendere l’Italia e pretendeva di bloccare gli sbarchi rifiutando l’accusa di essere un sequestratore", conclude l'ex ministro dell'Interno.

Salvini lancia quindi un appello al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: "Sono sicuro che il Capo dello Stato non resterà indifferente: ne va della credibilità dell’intera Magistratura italiana, la situazione è ormai intollerabile e occorrono interventi drastici, rapidi e risolutivi, per il bene del Paese".

Intanto a intervenire a gamba tesa in difesa di Salvini scrive il quotidiano Milanese il giornale, è scesa in campo anche Rita Dalla Chiesa, figlia dell'irreprensibile generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo ucciso in un attentato da parte di Cosa Nostra nel 1982.

"Mi inquieta sentire un magistrato dire: 'Ha ragione ma dobbiamo dargli addosso lo stesso'. Questa è la negazione della giustizia", dice Rita Dalla Chiesa in riferimento ai recenti fatti che hanno coinvolto Matteo Salvini. Secondo il Giornale la conduttrice e giornalista non ha mai nascosto le sue idee e se ne è sempre fatta orgogliosa divulgatrice. La Dalla Chiesa è cresciuta con i valori di lealtà e giustizia che le sono stati trasmessi da suo padre, uomo tutto d'un pezzo che ha servito il Paese, dando la sua vita per rincorrere quegli ideali che ha sempre perseguito contro le mafie e la criminalità organizzata. "Non è simpatia o antipatia. È proprio lo smarrimento di ogni valore etico nei confronti dei cittadini che ancora credono in una giustizia giusta", tuona Rita Dalla Chiesa, che dimostra un senso civico superiore rispetto a certe toghe che manipolano il potere.

Quelle intercettazioni, ma non solo, sono state una violenta scossa per la magistratura italiana, ora esposta e in piena crisi. Luca Palamara ha cercato di difendersi, porgendo scuse tardive a Matteo Salvini: "Sono profondamente rammaricato dalle frasi da me espresse e che evidentemente non corrispondono al reale contenuto del mio pensiero". Quelli erano i giorni degli sbarchi incontrollati e incotrollabili in Sicilia, quando Matteo Salvini, esercitando il ruolo di Ministro dell'Interno, tentava di bloccare l'orda clandestina con ogni mezzo in suo possesso. Le parole di Rita dalla Chiesa sono state condivise da Matteo Salvini sul suo profilo Instagram e il leader della Lega non ha potuto che ringraziare la giornalista e conduttrice per la sua solidarietà: "Belle parole di Rita dalla Chiesa sulla giustizia".

 
 
 
 

Il deputato M5s Ricciardi ha attaccato il modello Lombardia, provocando la reazione rabbiosa dei deputati della Lega. Lo scontro si è protratto per qualche minuto, finché i deputati del Carroccio non sono scesi nell’emiciclo. A quel punto il Presidente Fico ha optato per sospendere la seduta.

A farne le spese anche uno dei microfoni posti sugli scranni dei parlamentari, rotto da un pugno scagliato da un deputato lumbard che -raccontano alcuni esponenti del Movimento Cinque Stelle- assieme ai colleghi, ha abbandonato le postazioni riservate alla Lega per dirigersi verso il centro dell’emiciclo, dove Ricciardi stava parlando, costringendo il presidente Roberto Fico a sospendere la seduta.

Frasi contro Giulio Gallera: "In orario alla conferenza e diceva che in Lombardia si faceva meglio della Cina". E ancora: "In Lombardia c'è ancora una situaziione da epidemia". Quindi le accuse per i tagli alla sanità pubblica, "i posti letto tagliati da Roberto Formigoni".

Nel dettaglio, il grillino apre il suo intervento in modo paradossale: "Signor presidente, lei ha sbagliato tutto fin dall’inizio. Doveva tenere aperto tutto. Perché si è rivolto agli scienziati? Perché mettere al primo posto la salute di tutti? Perché con 800 morti ha utilizzato il dpcm, che consente di intervenire immediatamente?". E ancora, parlando di Conte: "È stato chiamato dittatore. La Lega ha parlato di resistenza antifascista. Ha fatto addirittura mezz'ora di ritardo nelle conferenze stampa". E già a queste parole, dai banche delle opposizioni e in particolare della Lega, si scatenavano le proteste.

Quindi un attacco a Giorgetti, "chi ci va dai medici di base?". E ancora Formigoni, "che ha tagliato 5 mila posti letto pubblici, preferendo la sanità privata". Troppo. I leghisti si muovono dai banchi, via le mascherine, urla, bagarre. Il caos. tanto che Fico, come detto, è costretto a interrompere la seduta.

Io non mi sono mai tirato indietro, le idee ce le abbiamo e le ripeterò anche oggi al governo. La sfida di risolvere i problemi fa parte di me, l'anno scorso con il M5s eravamo arrivati al no su tutto e tutti, perciò era inutile andare avanti a sbattere la testa, ma se fossimo chiamati a risolvere i problemi... Fare politica è questo".  Lo ha detto il leader della Lega Matteo Salvini rispondendo, su Italia 7 Gold, a chi gli chiedeva se sarebbe pronto a tornare al governo.

Su Bonafede "credo si fossero già messi d'accordo tra Renzi, Pd e M5s non so in cambio di che cosa" e ieri "Renzi ha detto non va bene niente nella Giustizia però scommettiamo che nei prossimi giorni esce qualche poltrona?", ha affermato Salvini, aggiungendo: "In pochi mesi abbiamo avuto rivolte nelle carceri con 14 morti, poliziotti feriti, evasi, 500 scarcerazioni di mafiosi, assassini, spacciatori e non si è capito di chi è la responsabilità. Hanno scelto un accordo di potere, non so che poltrone hanno promesso a Renzi o ad altri".

E parlando dei possibili aumenti dei prezzi ha detto: "Serve controllare i prezzi e se qualcuno fa il furbo va beccato, ma mettetevi nei panni di lavoratori e artigiani che sono stati chiusi mesi senza una lira di stipendio e stanno riaprendo in condizioni di sicurezza.  Speriamo passi presto" questa emergenza.

 

 

 

 

"La rivoluzione sovranista - il decennio che ha cambiato il mondo", di Marco Gervasoni non è un testo freschissimo di stampa. Pubblicato a settembre 2019 risultà però il perfetto manuale per i domiciliari imposti causa coronavirus.
Il Professor Marco Gervasoni, docente presso l’Università degli Studi del Molise -  recentemente vittima di epurazioni pubbliche in altro ateneo - e studioso della vita politica e intellettuale italiana e francese ha mandato in stampa un testo unico nel suo genere e nel panorama libresco odierno.
Ha voluto delineare i tempi, le modalità e i successi che i movimenti sovranisti hanno intrapreso. Un volume perfetto per riempire il tempo dedicato all'aperitivo, fino a poche settimane fa, e magari capire anche come il mondo sta reagendo alla nuova emergenza dal punto di vista politico. O, meglio, come reagirà quando la crisi sarà un ricordo recente.
Per Gervasoni la rivoluzione sovranista inizia nella crisi economica del 2007-2008 che ha portato trasformazioni sociali e culturali: abbiamo assistito, infatti, alla più devastante crisi del sistema economico mondiale dopo quella del 1929. Quella che ha distrutto in mille pezzi la classe media, ha prodotto un impoverimento vero e generalizzato, ha lanciato nell’insicurezza la stragrande maggioranza dei cittadini dei Paesi occidentali. Eppure quel momento non ha interessato soltanto l'economia, ma ha minato profondamente l'identità occidentale. Ha minato radicalmente la politica dell'identità, le guerre culturali, il senso di nazione. Ogni cosa, però, archiviata facilmente dietro il paravento della crisi economica e dell'immigrazione.
Eppure, da storico, Gervasoni dimostra che la discussione, neanche in questi giorni, può essere sterilizzata. E non è questo che la gente chiede più.
Oggi "sovranismo" è una parola abusata e il cui significato ultimo è ignorato. Per questo Gervasoni nel chiarire indica anche il senso del volume: il sovranismo è una tendenza che coinvolge anche i partiti che si definiscono lontani da quest'ultimo.
La differenza con il nazionalismo è che il sovranismo viene rivendicato da alcuni partiti che fanno parte dell'Unione europea che, dal Trattato di Maastricht in poi, ha privato i governi non solo della sovranità monetaria e che adesso più  che mai rivendicano il ritorno a una sovranità nazionale. Richiesta da non tradurre con l'antieuropeismo, ma con l'Europa della nazioni. I sovranisti di cui si legge sono quelli che in realtà vorrebbero più democrazia e lasciar parlare il famigerato "popolo" che per i vecchi nazionalisti può farlo solo se dà loro ragione.
Inoltre per Gervasoni i nazionalisti vorrebbero un'espansione a detrimento delle altre nazioni, i sovranisti, invece, solo il controllo del proprio Paese nella sfera nazionale.
Arriva poi il passaggio fondamentale che delinea l'origine della rivoluzione sovranista. È il tema dell'dentità la scintilla nella formazione delle nuove tendenze. Insieme al tema dell'immigrazione: più o meno tutti hanno capito che il fenomeno dell'immigrazione, se non controllato, può distruggere una società, cosa che sta già accadendo da qualche parte, ma non tutti hanno il coraggio di ammetterlo.
Gervasoni in un libro che tiene compagnia, illumina, chiarisce e conferma la realtà, si dimostra immune dal contagio del pensiero dominante che infesta il mondo accademico.
Il suo saggio è una bussola per chi desidera meglio orientarsi nella storia contemporanea. Per chi sogna una risposta politica all'altezza.
E chi legge resta con un profondo interrogativo: chi cavalca o intende cavalcare l'onda lunga sovranista, saprà interpretarla in modo adeguato? Cercherà i giusti strumenti - come i manuali - per farlo?
La cultura politica è quel che manca alla classe dirigente, rimasta senza attrezzi e con pochi consiglieri. 
È per questo che poi con l'acqua sporca si butta sempre anche il bambino.

Nell’anno bisestile accanto all’emergenza Coronavirus converrebbe preoccuparsi anche delle emergenze di politica estera a due passi dalle nostre coste, assumendo eventualmente decisioni finalmente chiare e determinate. Non dovrebbe costituire un problema insormontabile per una media potenza come l’Italia gestire più tavoli di crisi sempre che si sia dotati di volontà, strategie non solo emergenziali, competenze e autorevolezza nel farsi rispettare.

La prima conseguenza politica dell’operazione con cui il governo di Ankara sta cercando di far attraversare le frontiere terrestri e marittime con la Grecia a migliaia di migranti e richiedenti asilo presenti da tempo sul suo territorio è un’ondata di patriottismo intransigente e di nazionalismo anti-turco caratterizzato da toni molto minacciosi nei confronti delle Ong che ha investito l’opinione pubblica greca..
l’esercito greco si posiziona lungo i 212 km di frontiera terrestre con la Turchia e la marina militare incrocia le acque di Lesbo

Yiorgos Trangas, popolare giornalista conduttore di trasmissioni televisive e radiofoniche, ha dato della crisi dei migranti, definendola «un’invasione» e «una minaccia asimmetrica alla sicurezza del paese». E cosi si espresso con enorme durezza e con toni minacciosi ai microfoni di Parapolitica 90.1 FM, una delle radio private più ascoltate:

"I signori delle Ong dice Trangas che si arricchiscono distruggendo la  Grecia devono sapere che ormai non sono più al sicuro, come i loro amici, le termiti della nazione di casa nostra. Occorre usare i mezzi appropriati e non cadere nella trappola degli invasori e dei servizi segreti turchi. Questi signori arrivano mettendo in prima fila donne e bebè, ma dietro ci sono molte decine di uomini giovani e decisi.

Bisogna far loro capire continua il popolare Giornalista che la loro invasione organizzata deve finire, e non è questione di pietà. Queste persone sono soldati nemici, non sono siriani né rifugiati, e su un centinaio di arresti compiuti ieri alla frontiera non c’è un solo siriano. Si tratta di afghani, pakistani, africani e altri ancora, in parte provenienti dalle prigioni turche, e le autorità greche hanno ritrovato bandiere afghane su coloro che sono riusciti ad attraversare la nostra frontiera gridando  “Allah è grande!”.

Gli scherzi finiscono qui, dice Trangas e coloro che sostengono l’immigrazionismo, come per esempio l’organizzazione giovanile del partito Syriza, devono come minimo tacere se non vogliono vedersela brutta. La Turchia per bocca dei suoi ministri confessa di voler inviare in Grecia due milioni di migranti, e ci ritroviamo in una corsa contro il tempo, come succede in guerra. Dobbiamo rispondere con la violenza alla violenza subìta, si tratta di una guerra che non ha niente a che vedere col diritto d’asilo e ancor meno coi rifugiati; gli umanitari di Atene devono farsi piccoli, se non vogliono correre rischi."

"Se necessario continua  Trangas ai microfoni di Parapolitica 90.1 FM, occorre utilizzare le nostre armi per fermare del tutto l’invasione sulla terraferma come in mare, e allo stesso tempo allontanare l’Onu e le Ong del genere Soros da isole come Lesbo e Chio, per gestire la situazione fra noi greci. I membri delle Ong devono essere allertati in modo che lascino le nostre isole prima che sia troppo tardi per loro. Gli abitanti delle isole devono impedire in tutti i modi alle Ong di accogliere altri migranti. Dopodiché occorre evacuare tutti i migranti dalle isole greche abitate che sono nelle mire di una Turchia aggressiva, islamista e nazionalista, conducendoli in isole disabitate, dove saranno collocati e isolati fino alla loro partenza e all’espulsione definitiva dal territorio nazionale. L’Onu e le altre organizzazioni dovranno allora, secondo la loro vocazione umanitaria, finanziare i nostri isolotti disabitati trasformati in campi per migranti, anziché permettere loro di avvelenare la nostra vita quotidiana sulle isole abitate e nelle città continentali. Così smetteranno di rubare, di aggredire la popolazione greca o di vandalizzare le nostre chiese (nell’isola di Lesbo una chiesetta è stata vandalizzata da un gruppo di migranti al termine di una manifestazione di protesta, ndr). D’altra parte fra questi migranti alcuni sono detenuti di diritto comune che Erdogan ha liberato dalle prigioni del suo paese per mescolarli ai migranti veri e agli islamisti. In Grecia tutti conosciamo la verità della situazione. Le frottole hanno fatto il loro tempo».

L’anno 2020 non smentisce i detti popolari in fatto di eventi negativi registrati negli anni bisestili. Se tutto ruota attorno alla diffusione del Coronavirus nell’anno bisestile, si tende a informare poco su quello che accade al confine sud dell’Europa, fra Grecia e Turchia, sul ricatto del “sultano” turco Erdogan all’Europa, a Grecia, Cipro, Italia e Bulgaria.

Fra dichiarazioni roboanti delle istituzioni UE a sostegno della Grecia, non seguite da atti concreti se non la solita gestione burocratico-finanziaria affidata a Frontex e alla Commissione per i fondi da stanziare, e le ritorsioni turche, si è così giunti al confronto diretto del 9 Marzo. Nessun accordo concluso se non che le parti proseguiranno il dialogo. La Turchia non agevolerebbe più la fuoriuscita dei profughi, pur senza fornire garanzie che ciò non avvenga in seguito.

La UE da parte sua valuterà se continuare, con impegno reciproco delle parti, nell’ attuazione dell’accordo da oltre 6 miliardi di euro versati alla Turchia per assistere in territorio turco rifugiati siriani e migranti provenienti dalla Siria. Tale accordo con gli ultimi avvenimenti è stato clamorosamente disatteso dalla stessa Turchia per battere ulteriormente cassa e per coinvolgere a suo favore UE e Nato nell’annoso conflitto siriano.

La spaccatura fra Stati membri UE è avvenuta sulla richiesta di ulteriori fondi per la Turchia e sulla proposta di invio, simbolico ma rilevante dati gli eventi, di forze di sicurezza e polizia europee a sostegno della tutela del confine Sud e della Grecia. Alcuni Stati membri, in ordine sparso, hanno aderito ad inviare sostegni bilateralmente in aggiunta alle quote di polizia di frontiera internazionale comprese nel supporto Ue Frontex.  La Germania ovviamente sarebbe propensa a trovare un nuovo accordo con la Turchia per proteggere più che altro i suoi confini, mentre altri Stati per ora restano contrari.

In conclusione di incontri non concludenti, le solite dichiarazioni ambigue, immediatamente fatte proprie da una sommessa Italia, recitate dalla nuova presidente della Commissione UE la tedesca Von der Leyen.

Un nano politico, altra imposizione della Merkel, che dichiara di aver messo alle strette il presidente turco nei colloqui, riconoscendone tuttavia le difficoltà supplementari nel mantenere l’accordo sottoscritto con l’UE, su spinta tedesca, lasciando quindi presagire un nuovo accordo favorevole alle pretese turche.

Espansionismo, forzature, ricatti in politica estera e propaganda nazionalistica funzionali ad attenuare le difficoltà del sultano sul fronte interno non più granitico come un tempo.  E l’Italia ha per caso ventilato un richiamo forte, determinato e dissuasivo, ad esempio garantendo qualche motovedetta di pattugliamento, a sostegno del vicino greco e dei suoi stessi interessi nello sfruttamento della Zona Economica Esclusiva (ZEE) marina minacciati concretamente dai turchi con atti e accordi ostili siglati unilateralmente con la Libia?

Un memorandum che prevede l’allargamento della ZEE libica e ricerca e sfruttamento da parte dei turchi delle risorse sottomarine di gas e petrolio in pieno contrasto con Italia, Grecia, Cipro e con l’ENI aggiudicataria di ampie porzioni di tali ricerche.
la ministra degli Interni italiana, a nome del governo, ha prospettato piuttosto, in aggiunta alla quota italiana della missione Frontex, un sostegno bilaterale burocratico.

Unità della Polizia di Stato per aiutare i greci nel disbrigo delle pratiche di asilo o protezione qualora si aggravasse ulteriormente lo sconfinamento alla frontiera greco-turca.

In un solo colpo evitando di “irritare” troppo gli amici turchi, non attuando alcuna azione dissuasiva, pur nel rispetto degli alleati NATO, riusciremo probabilmente a perdere ulteriore credibilità in Libia, con i turchi stessi, e nel Mediterraneo, a non tutelare i nostri interessi nazionali oltre infine a deludere ancora Grecia e Cipro che si sarebbero aspettati un sostegno non solo a parole del forte, sulla carta, alleato italiano.Non a caso Atene e Nicosia hanno già fatto ricorso alla più affidabile e lontana Francia pur manifestando le solite convergenze di facciata con il vicino italiano.

E dire che dal fronte NATO il segretario generale Jens Stoltenberg nei colloqui a Bruxelles con Erdogan non ha certo assecondato le richieste turche contribuendo in tal modo almeno a non allentare le difficoltà interne del presidentissimo turco...

L'ex segretario del Partito Democratico ricordando velocemente il caso Tangentopoli, che vide Craxi sul banco degli imputati dice : "Non possiamo ignorare che la giustizia italiana lo ha condannato con una sentenza passata in giudicato. Ma onestà intellettuale vuole che si dica che è stato condannato col presupposto secondo cui non poteva non sapere, cioè non è stato trovato coi soldi per sé e per i fatti suoi…".

Il senatore di Iv ammette di non aver ancora visto la pellicola Hammmet e rivela di essersi avvicinato alla figura di Craxi quando era studente al liceo: "Io ho preso la maturità nel 1993 e all’epoca, in quegli anni, tutti noi studenti delle scuole superiori vedevamo Craxi come l’incarnazione del male. C'era un racconto, quasi un pensiero unico contro Craxi anche nei giornali. Faceva eccezione forse solo Il Giorno di Paolo Liguori, ma tutti gli altri giornali erano contro. Eppure il leader Psi ha scritto pagine pazzesche di riformismo nella storia della Repubblica italiana".

"Se ci paragoniamo ai politici di oggi, noi di Italia Viva abbiamo tutte le nostre carte da giocare. Ma con la stessa onestà intellettuale dico che pensando a certi personaggi del passato, rispetto ai politici di oggi, come me, loro sono dei giganti. Mi riferisco a Craxi, a Moro, a De Gasperi. Non metterei nel mio Pantheon Craxi, perché vengo da una cultura che ha sempre visto Craxi come un avversario. Ma conoscendo di più la sua storia, dico che Craxi deve stare comunque a un posto incredibile della storia del Paese. Aveva capito prima degli altri come l'Europa rischiava la sconfitta. E riconosco anche che lui ha avuto più coraggio di tanti altri. Io non la penso come i populisti, perché sono abituati a dare giudizi in bianco e nero", ha risposto l'ex rottamatore alla domanda della padrona di casa Myrta Merlino che gli chiedeva se si rivedesse nel riformismo craxiano.

Ospite del salotto televisivo di La7 de L'aria che tira, il fondatore di Italia Viva ha voluto ricordare il fu presidente del Consiglio, deceduto il 19 gennaio del 2000. A diciannove anni di distanza, l'uscita del film Hammamet – il film diretto da Gianni Amelio e interpretato magistralmente da Pierfrancesco Favino – sugli ultimi sei mesi di vita del leader del Psi ha riacceso il dibattito sulla figura che ha fatto la storia della politica italiana.

Il 19 gennaio, domenica prossima, ricorrono i 20 anni della morte di Bettino Craxi, la cui vicenda viene rievocata in questi giorni anche nelle sale cinematografiche con il successo del film di Gianni Amelio «Hammamet». Proprio nella città tunisina, dove il leader del Psi trascorse gli ultimi anni della sua vita, è previsto l’arriva di una folta delegazione di parlamentari, sindaci ed ex militanti socialisti che renderanno omaggio alla figura di Craxi. Nella delegazione anche di rappresentanti della Lega e del Pd anche se a titolo personale. 

La Fondazione Craxi ha reso noto che le celebrazioni occuperanno tutto il fine settimana, dal 17 al 19 gennaio e che ad hammamet è atteso l’arrivo dall’Italia di almeno 600 persone. «La Tunisia è un paese straniero ma non estraneo» diceva il segretario socialista. «Le iniziative organizzate dalla Fondazione Craxi - è stato reso noto - avranno il loro culmine nella cerimonia di commemorazione che si terrà alle ore 10.30 di domenica 19 gennaio, giorno del ventennale della scomparsa di Bettino Craxi, presso il cimitero cristiano di Hammamet, lì dove l’ex premier socialista riposa, in un recinto di terra che si affaccia sul mare, rivolto verso l’Italia». 

Forza Italia - partito che più di altri rappresenta la continuità dell’eredità politica craxiana - sarà presente con una delegazione ufficiale guidate dalle capogruppo di Camera e Senato Maria Stella Gelmini e Anna Maria Bernini. Con loro ci saranno i senatori Francesco Battistoni, Fiammetta Modena, Maria Teresa Rizzotti e i deputati Simone Baldelli, Alessandro Cattaneo, Alessandro Battilocchio e Maria Tripodi.

Su Bettino Craxi si è scritto e detto di tutto. Nel corso degli anni sono anche montate delle bufale e delle leggende dure a morire.

Ad esempio si sente dire spesso che l'enorme debito pubblico italiano sia colpa di Craxi. Ma è vero? Tra il 1970 e il 1980 il debito passò dal 37,1% del Pil al 56,1%. Poi nel 1981 viene proposta e approvata l'indipendenza della Banca d'Italia dal Ministero del Tesoro e diversi economisti sostengono che da questo momento iniziano le difficoltà per le casse dello Stato. Sino a quel momento, infatti, i titoli statali invenduti venivano comunque coperti da garanzia da parte della Banca d'Italia, cosa che limitava le speculazioni.

Con la scissione, invece, per vendere i titoli non più coperti dalla Banca d'Italia si inizia ad alzare i tassi, pagando più interessi al mercato. Dopo questa riforma, nel 1982, gli esecutivi Spadolini prima e Fanfani archiviano l'anno con un rapporto debito/Pil al 63,1% (+4,6% rispetto all'anno precedente).

Il 1983 inizia con il governo Fanfani e Craxi lo sostituisce da agosto per gli ultimi 4 mesi: al 31 dicembre il debito è salito al 69,4% (+6,3%). Nel 1984 il governo Craxi chiude l'anno al 74,9% (+5,5%), nel 1985 all'80,9% (+6%), nel 1986 all'85,1% (+4,2%). Ad aprile del 1987 a Craxi succedono prima Fanfani e poi Goria e l'anno si chiude con il debito all'89,1% del Pil (+4% rispetto al 1986). Il vero boom inizia nel 1992 con i governi Andreotti prima e Amato poi, quando il debito si impenna al 105,5% (+6,9% in un anno) e ancora di più nel 1993 con Amato e Ciampi (115,7%, +10,2%) e nel 1994 con Ciampi e Berlusconi (121,8%, +6,1%).

Altra questione di cui si è molto discusso è quella del presunto tesoro di Craxi. Quando l'ex presidente del Consiglio era ancora in vita si favoleggiava di rubinetti d'oro e di lusso sfrenato nella villa di Hammamet. Ma alla sua morte, il 19 gennaio del 2000, la stampa entrò nella villa e si vide che gli arredi erano lontanissimi da quel lusso di cui si narrava. Craxi a Milano abitava con la famiglia in un grande appartamento di via Foppa, ma era in affitto; mentre la villa di Hammamet era stata acquistata negli anni '70, quando lì di turisti ce n'erano ancora pochissimi.

Qualcuno sostenne che la fontana davanti al Castello Sforzesco di Milano, tolta negli anni '50 per far posto alla fermata della metro Cairoli, era stata trasferita nel giardino della villa. Un ex poliziotto giurò di averla vista in una fotografia durante un processo di Mani Pulite. Ovviamente la fontana non era ad Hammamet, ma si trovava in un deposito del Comune di Milano e fu rimessa davanti al Castello nel 2000.

Il vero 'tesoro' di Craxi è finito all'asta e assegnato, nel 2015, per circa 270 mila euro (diritti d'asta inclusi). Nulla di clamoroso: quadri dalla seconda metà dell'800 in poi, un Modigliani falso, centinaia di cimeli garibaldini che l'ex leader socialista collezionava, e vecchie pistole, sciabole, spade, divise, mostrine, ritratti e lettere autografe.

Nelle inchieste giudiziarie che si susseguirono contro Craxi vennero individuati dei conti a lui riconducibili in qualche modo in Svizzera e in Liechtenstein. Una volta lasciata la segreteria del Psi, Bettino provò a passare i numeri dei conti, dove erano depositati diversi miliardi di lire, ai nuovi segretari (Giorgio Benvenuto prima e Ottaviano del Turco poi), ma questi si rifiutarono di utilizzarli. Così Del Turco ricordò l'episodio davanti ai pm: "Giorgi (un collaboratore della direzione Psi, ndr) venne da me, aveva due buste, una per lui e una per me. Quando se ne andò, vidi che aveva lasciato la busta per me. Lo richiamai e gliela riconsegnai senza aprirla. Visto il momento, temevo che contenesse cose riguardanti un sistema di finanziamento illegale, e che si volesse coinvolgermi".

L'ex pm Antonio Di Pietro mostrò di credere che i conti in quel momento erano già stati svuotati. Quale che sia la verità, Craxi a un certo punto si rivolse a Maurizio Raggio, un ristoratore, per spostare il denaro e lui svuotò i conti e sparì in Messico. Dopo diversi anni e qualche guaio con la giustizia, Raggio disse di aver speso personalmente una parte di quei soldi e di avere restituito il resto all'ex leader socialista. Qualche anno dopo, però, lo stesso Gerardo D'Ambrosio, sostituto procuratore del pool di Mani pulite, disse che l'ex segretario del Psi non si arricchì personalmente: "La molla di Craxi non era l'arricchimento personale, ma la politica".

Quanto ai processi subiti, Craxi ricevette decine di avvisi di garanzia. Il primo arrivò il 15 dicembre 1992 dalla Procura di Milano. Fu condannato in via definitiva in due casi: il 12 novembre 1996, 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai; il 20 aprile 1999, 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le tangenti della Metropolitana Milanese. Nei restanti casi o fu assolto, oppure sui processi intervenne la prescrizione. Sulle due condanne, infine, la Corte europea accolse parzialmente i ricorsi di Craxi e della famiglia, osservando che quei processi non furono equi e che avevano violato alcuni articoli della Convenzione europea dei diritti umani.



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