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Lunedì, 08 Marzo 2021

Anche a Pasqua ci saranno con ogni probabilità regole e restrizioni. Da quanto reso noto dal ministro della Salute Roberto Speranza non ci sarebbero infatti le condizioni epidemiologiche per poter allentare le misure e in questo momento "non possiamo assolutamente abbassare la guardia”.

Nuovo botta e risposta tra Lega e Pd sulle misure per il contenimento del Covid. Dopo che ieri in Aula il ministro Roberto Speranza ha spiegato che non ci sono le condizioni per allenamenti e ha fatto sapere che il prossimo Dpm conterrà indicazioni fino al 6 marzo e dunque anche la Pasqua, il leader del Carroccio è andato all'attacco: "Mi rifiuto di pensare - ha detto entrando al Senato - ad altre settimane e altri mesi, addirittura di chiusura e di paura. Se ci sono situazioni locali a rischio si intervenga a livello locale, ma parlare già oggi di una Pasqua chiusi in casa non mi sembra rispettoso degli italiani” ha detto il leader della Lega, Matteo Salvini, in un punto stampa.

Pasqua cade domenica 4 aprile, e sarebbe compresa. Si può magari sperare in un decreto legge. Speranza cerca però di smontare le polemiche, che come da lui affermato disorientano i cittadini, portando i dati in suo possesso. In Parlamento il ministro ha comunicato che il valore dell’Rt si sta avviando a superare la soglia di 1. Con questa affermazione sembra voler bloccare sul nascere eventuali richieste di aperture, come quelle dei ristoranti anche la sera ipotizzate da Salvini spalleggiato dal presidente dem dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini.

Se ci sono situazioni locali a rischio, si intervenga a livello locale. Però parlare già oggi di una Pasqua chiusi in casa non mi sembra rispettoso degli italiani". "La parola al buon senso - ha premesso - I sindaci di tutta Italia e di tutti i colori politici chiedono di riavviare alcune attività economiche, sociali, imprenditoriali che non comportano alcun rischio". Salvini ha ribadito la necessità per il ministro della Salute di un cambio di passo. "Lo aiuteremo a offrire questa discontinuità. Siamo già al lavoro per aiutarlo".

Sulle forniture di vaccini, il leader leghista aggiunge: "L'Europa ci aveva promesso vaccini che non arrivano, quindi vediamo di fare da soli". Al momento, insiste Salvini, le priorità sono "salute, lavoro e ritorno alla vita": "Salute- spiega-significa incontrare le aziende farmaceutiche, cosa che fa il ministro leghista oggi pomeriggio, per cominciare a produrre in Italia quello che non arriva dall'Europa e all'estero. Pensate che oggi dal commissario hanno mandato gli aghi sbagliati per la somministrazione dei vaccini in diversi ospedali. Quindi, riportare la salute degli italiani al centro senza errori, né ritardi". Sul fronte del lavoro, invece, bisognerebbe risolvere le situazioni critiche di molti commercianti e imprenditori: per questo, potrebbe essere utile "fermare le milioni di cartelle esattoriali che rischiano di essere un disastro, lavorando a una vera, seria, definitiva pace fiscale tra i cittadini, le famiglie, le imprese e l'Agenzia delle entrate". E su questi due punti, assicura Salvini, "la squadra di governo della Lega è già al lavoro, abbiamo già fatto una prima riunione operativa oggi".

Il leader del Carroccio è intervenuto anche sul tema sicurezza: "Daremo anche al Viminale il nostro contributo di idee, sono contento che da oggi un uomo di legge, come l'avvocato Molteni, torni al Ministero- ha dichiarato- perché ci sono dei dossier che avevamo lasciato sul tavolo, come quello sul Taser, la pistola elettrica, di cui non si ha più notizia, una cosa che servirebbe non solo alle forze dell'ordine, ma al 'sistema Italia'". Parole di auguri anche verso Franco Gabrielli, che ha ottenuto la delega ai Servizi per il Capo della polizia nel governo Draghi, mentre alla polemica sollevata a seguito delle sue parole in merito a un aiuto nella scelta del nuovo Capo della polizia, risponde: "Sceglierà il ministro per il meglio. Noi daremo il nostro contributo in quello così come in altri Ministeri. Contributo di idee, proposte, soluzioni. Noi siamo qui per risolverli i problemi, non per crearli".

A difendere le misure più 'rigoriste' è sceso in campo il segretario Dem Nicola Zingaretti. "Vedo che, sulla pandemia - ha scritto su Facebook - Salvini purtroppo continua a sbagliare e rischia di portare fuori strada l'Italia. Prima sono state le mascherine, che erano inutili, ora, cavalcando la stanchezza di tutti, si attaccano le regole per la Pasqua. Quello che è irrispettoso per gli italiani e gli imprenditori è mettere a rischio le loro vite e prolungare all'infinito la pandemia e quindi la possibilità di avere la ripresa economica. Buon senso e coerenza è avere una linea indicata dal Governo e rispettarla. Così si sta in una maggioranza e si danno certezze alle persone. I problemi si risolvono, non si cavalcano".

Anche se il divieto di spostamento tra le Regioni scadrà il 27 marzo, con tutta probabilità verrà prorogato. Così come altre limitazioni. In barba al detto: “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, quest'anno non è stato possibile né fare il primo, né potremo fare la seconda. Con ogni probabilità dovremo starcene a casa nostra a mangiare la colomba e ad aprire le uova di cioccolato.

Ancora non è stata data la conferma, ma con ogni probabilità a Pasqua si ripeterà quanto già vissuto a Natale, ovvero pranzi solo con familiari stretti e sobrietà nei festeggiamenti. Verranno sconsigliati i pranzi con parenti non conviventi e forse, come a Natale, sarà consentito un unico spostamento nell'arco della giornata per raggiungere un'altra abitazione, non più di due persone appartenenti allo stesso nucleo familiare, senza contare eventuali figli minori di 14 anni e persone non autosufficienti o invalide

I locali e i ristoranti saranno probabilmente aperti solo a pranzo, a meno che non venga deciso come a Natale, quando erano stati chiusi anche per pranzo e tutti ci eravamo rassegnati ad aprire il panettone e a brindare a casa

fonti : il giornale, ansa

L'eurodeputato leghista Vincenzo Sofo ha annunciato la decisione di lasciare il movimento politico guidato da Matteo Salvini in seguito al voto di fiducia dato dalla Lega al governo Draghi. "Non posso condividere il percorso intrapreso entrando nella grande alleanza a sostegno del neonato governo Draghi, il quale temo che provvederà passo dopo passo a un reset di tutto ciò per il quale ci siamo battuti" si legge in una nota diffusa dallo stesso europarlamentare.

Sofo lascia quindi il gruppo Identità e Democrazia e annuncia la volontà di restare al Pe passando al gruppo dei Conservatori e Riformisti (Ecr) guidato da Giorgia Meloni.

Il deputato 35enne, milanese con origini calabresi e fidanzato con Marion Maréchal Le Pen, nipote di Marine Le Pen, è nato politicamente a destra e fu uno degli artefici dell'avvicinamento tra quel mondo e la allora Lega Nord del neo segretario Matteo Salvini.

L'europarlamentare non rinnega il suo passato, ma ritiene di dover portare avanti le battaglie promesse ai suoi elettori durante la campagna elettorale del 2019: "Prendo dunque atto di questa svolta che però, nonostante sia difficile e doloroso lasciare un movimento dopo quasi dodici anni e molte battaglie fatte, mi impedisce di proseguire oltre la militanza per la Lega. Che non rinnego, che ringrazio e che continuo a ritenere un interlocutore politico importante su molti temi. Ma devo continuare il mandato affidatomi nel 2019 dagli italiani di battermi al Parlamento Europeo contro le tante storture e ingiustizie dell'Unione Europea attuale e ciò a mio avviso poco si concilia con le intenzioni di Zingaretti, Renzi e Di Maio che, come si evince dalla scelta dei ministri, costituiranno la spina dorsale di questo governo Draghi rendendo difficilissimo alla Lega riuscire a indirizzarlo verso la strada giusta". Sofo quindi decide di cambiare e di appoggiare il progetto dei conservatori europei guidati da Giorgia Meloni.  

"La fiducia al governo Draghi per la Lega rappresenta una svolta netta rispetto al progetto politico al quale ho lavorato da quando Matteo Salvini è diventato segretario federale", spiega infatti Vincenzo Sofo, come riportato da AdnKronos."Sono entrato in questo movimento nel 2009 perché era l'unica alternativa al Pdl e a una deriva centrista del centrodestra che lasciava orfani milioni di italiani in cerca di qualcuno che ne difendesse le istanze identitarie, patriottiche e sociali", puntualizza ancora l'europarlamentare. "Proprio per questo fui tra i primissimi e più entusiasti sostenitori della svolta nazionale impressa al Carroccio da Salvini per costruire una forza politica in grado di dare battaglia a Bruxelles per impedire il suicidio dell'Europa e del nostro paese a colpi di folli direttive UE".

La svolta draghiana e lontana dal sovranismo del nuovo corso spinge quindi Sofo ad un ritorno alle origini, nell'area di Fratelli d'Italia. Infatti a livello europeo traslocherà al gruppo Erc - conservatori e progressisti di Giorgia Meloni, lascia Identità e democrazia, a propria volta area che sembra essersi incamminata verso il Ppe.

"La missione della Lega cambia e mira a raccogliere l'eredità del Pdl più che a costruire un grande movimento patriottico, identitario, conservatore e sociale. Scelta legittima e probabilmente affine alla sua natura originaria ma in contrasto con le ragioni per le quali personalmente aderii a questo movimento e ai fondamenti che hanno sempre caratterizzato la mia attività politica. Prendo dunque atto di questa svolta che però, nonostante sia difficile e doloroso lasciare un movimento dopo quasi dodici anni e molte battaglie fatte, mi impedisce di proseguire oltre la militanza per la Lega", conclude Sofo.

Un distacco troppo netto rispetto alle originarie prerogative del partito, tale da determinare la scelta di abbandonare la Lega per appoggiare le posizioni meno centripete di Fratelli d'Italia, unico ancora rimasto a combattere per la difesa dell'identità nazionale. "Ecco perché, pur comprendendo il momento emergenziale, per coerenza con le mie convinzioni non posso condividere il percorso intrapreso entrando nella grande alleanza a sostegno del neonato governo Draghi, il quale temo che provvederà passo dopo passo a un reset di tutto ciò per il quale ci siamo battuti". L'appoggio all'ex governatore della Bce è l'abbandono definitivo ad un progetto patriottico ed una resa ai voleri dell'Europa. "Con questa decisione la missione della Lega cambia e mira a raccogliere l'eredità del Pdl più che a costruire un grande movimento patriottico, identitario, conservatore e sociale. Scelta legittima e probabilmente affine alla sua natura originaria, ma in contrasto con le ragioni per le quali personalmente aderii a questo movimento e ai fondamenti che hanno sempre caratterizzato la mia attività politica", precisa ancora Sofo.

fonti ansa, repubblica, il giornale

A settembre del 2019, mentre si consumava la nuova alleanza giallorossa tra piddini e pentastellati, cementata dal morboso affetto della poltrona e dall'odio implacabile comune contro Matteo Salvini, per descrivere questo insolito connubio trasformistico facevo riferimento alla Storia italiana, che è da sempre maestra di vita. Ricordavo il padre del trasformismo, il Principe di Niccolò Machiavelli.

Nelle regole del Principe, ce ne sono alcune che hanno una straordinaria attualità: «non può né deve rispettare la parola data, se tale rispetto lo danneggia». Il moderno principe per raggiungere gli scopi ha tutto il diritto di ingannare, avvelenare, congiurare, sterminare popoli. Pertanto per Machiavelli, la più importante virtù di un principe è l'astuzia, accompagnata dall'ambizione, dalla mancanza di scrupoli, dalla determinazione. Tutte regole che in questi momenti possono essere tranquillamente accomunati all'armata brancaleone che dovrà nascere dalla cosiddetta maggioranza parlamentare.

Si ripropone per la terza volta la più grande e plateale operazione trasformistica della politica italiana dopo il secondo dopoguerra, ancora una volta con l'avvallo del presidente della Repubblica.

Di fronte allo squallido scenario politico a cui stiamo assistendo, meraviglia che non si registra nessuna reazione popolare, forse la pandemia ha anestetizzato gli italiani. Oppure ha ragione Luca Ricolfi che sostiene che nonostante tutto gli italiani stanno bene, come ha scritto nel suo“La società signorile di massa”. Tranne le minoranze di professionisti che stancamente aspettano i cosiddetti ristori, ad oggi nessuno scende per strada per opporsi a questa sarabanda politica.

Stiamo assistendo «all’agonia oscena di un sistema e di una classe politica che non hanno più nulla da dire, capaci di esprimere idee e energie solo per sopravvivere disperatamente. Il“mandato esplorativo” a Fico è l’ennesima offesa all’intelligenza del popolo italiano. Cosa mai avrà da esplorare il Presidente della Camera? Questi signori si vedono di continuo, si parlano  di continuo, soprattutto siedono insieme alla stessa tavola molto bene imbandita. Cosa potrà mai scoprire di eccezionale Fico? Cosa sarà mai sfuggito a Mattarella, del quale in queste occasioni una prassi da film comico scadente vuole che si lodi la “saggezza”?» (Paolo Deotto, La danza macabra, 31.1.21, Ilnuovoarengario.it)

Per qualcuno sembra un vero e proprio e inutile “balletto”, per guadagnare tempo. Anzi sembra una danza macabra. Per qualcuno sembra anche “Gioco dell’Oca” della politica italiana siamo di nuovo al Via, con le stesse forze in campo, con gli stessi veti incrociati, con le ambiguità di un insieme di forze politiche il cui impegno principale sembra essere quello di conservare a tutti i costi le rispettive rendite di posizione, ben lontane dalle esigenze del Paese Reale. «Questa gentaglia è già morta. Il popolo italiano ha il diritto di seppellirla», scrive Deotto.

Tuttavia, «Che cosa altro deve succedere in Italia perché cambi il sistema politico, perché cambino le regole che ci governano?». Si domanda Silvano Moffa su Destra.it «Domanda ancor più urgente dopo lo spettacolo esibito in Parlamento nel pieno della crisi-non crisi di un Governo affidato alla guida di un illustre sconosciuto venuto dal nulla, la cui storia politica passerà ai posteri come iperbole assoluta di camaleontismo, spregiudicata versione di un trasformismo che va oltre la sua stessa natura». (Silvano Moffa, Il giorno del camaleonte. Versipelle e sfrontato, 1.2.21, Destra.it)

Certo la crisi della politica italiana non comincia oggi, esiste da decenni, per il giornalista si tratta di una crisi di rappresentanza. «Parlamentari nominati e non eletti. In gran parte sconosciuti ai più. Scelti dai leader e dalla cerchia di ristrette oligarchie che hanno in mano le redini dei partiti; partiti soppiantati nel ruolo e nella funzione. Per non parlare degli analfabeti della politica, e non solo della politica, promossi ai seggi di Camera e Senato con un clic sulla tastiera di un computer: espressione devastante di una pseudo-democrazia elettronica che è tutt’altra cosa rispetto alla democrazia partecipativa».

E non basta l'operazione propagandistica di ridurre il numero dei parlamentari per risolvere i problemi di democrazia del Paese. Al momento sembra una presa del potere dei “mediocri”. Per Moffa, c'è bisogno di Regole, « per evitare che in Parlamento e al Governo vadano illustri sconosciuti, gente “senza né arte né parte”. Regole per far sì che, una volta eletto, ogni esecutivo sia in grado di governare e non venga abbattuto al primo stormir di fronda. Regole che consentano alla gente di scegliere i propri rappresentati, conoscendone nome, virtù e difetti, e impediscano ai leader di costruirsi ognuno il proprio harem di “signorsì”, legandoli al ricatto della rielezione».

Una riflessione a parte su questa crisi, la meriterebbe il movimento dei 5Stelle. Una impietosa descrizione dei fallimenti del movimento grillino l'ha fatta, su Destra.it, l'ex direttore de Il Secolo D'Italia, Gennaro Malgieri.

I grillini ormai sono diventati negli ultimi tre anni dei post-grillini. «si sono accomodati nella famosa scatoletta di tonno, vale a dire la “casa della Casta”, che avrebbero voluto smontare pezzo per pezzo, trovandocisi comodi abbastanza per abbandonare l’insano e velleitario proposito, si sono smarriti nei meandri del politicismo. In altre parole, hanno assunto le fattezze peggiori di un partito normale, dal correntismo esasperato alla pratica “poltronista” di pura matrice partitocratica». Ma sui grillini mi riservo di ritornare presto.

 

Non sono sicuro se la frase gattopardesca possa adattarsi al nuovo governo Draghi. C'era tanta attesa per la formazione del nuovo governo. Conosciuta la lista dei ministri, scoppia la delusione, tutti spiazzati, ci si aspettava molto altro dal tanto osannato presidente incaricato. Doveva essere “il governo dei migliori”, invece,  assomiglia molto a un governo di compromesso, di basso profilo.

Quello che colpisce è la mediocrità dei ministri, salvo eccezioni, come il gruppo dei tecnici. Emerge la vischiosa continuità con il passato esecutivo. Sostanzialmente per qualche osservatore,“la montagna ha partorito il topolino”.

Soprattutto nessuno si aspettava di rivedere certi personaggi del governo Conte 2, si pensava ad una discontinuità col governo precedente. Anche perchè la pandemia è stata, per dire il meno, malgovernata da Conte e compagni, come ha ben descritto il professore Luca Ricolfi, nel suo ultimo libro, “La notte delle ninfee. Come si malgoverna  un'epidemia” (La Nave di Teseo).

«Il cattedratico si spinge a determinare, con ragionevole fondatezza, il costo di ritardi e delle incertezze tra le due diverse fasi: tra venticinquemila e quarantamila vittime. E’ impossibile non accettare il bilancio finale, da conservare per la storia del nostro paese, sulle “gesta di una gesta di un classe di governo che non si è accontentata di sbagliare molto di fronte alla prima ondata, ma ha preteso – con spensierata arroganza – di ripetere gli stessi errori di fronte alla seconda”. (Vincenzo Pacifici, Come si malgoverna un’epidemia. La denuncia di Luca Ricolfi, 6.2.21, destra.it).

Alla formazione del nuovo governo, in molti hanno rilevato che Draghi ha usato il manuale Cencelli, non poteva che essere così, del resto Mattarella aveva dato precisi ordini, dare a tutti la possibilità di entrare in questo governo di unità nazionale. Non intendo commentare le motivazioni sulle scelte dei vari ministri, lo hanno fatto altri.

Tuttavia, «la riconferma di Di Maio, Lamorgese e Speranza in tal senso è un macigno,- scrive il professore Capozzi in un post su facebook - che pone un'ipoteca sul prossimo futuro. Quella di Speranza in particolare poi è un segnale sinistro, che non si spiega nemmeno con il Cencelli, e lascia purtroppo immaginare il proseguimento delle fallimentari politiche emergenzialiste viste nell'ultimo anno».

Non si comprende come una forza politica così marginale come Leu, abbia un simile potere di condizionamento. Un esecutivo così sembra essere destinato a durare poco, altro che governo dei migliori.

Ma allora perche Draghi si è messo in questa situazione? Non rischia di scottarsi? Di pregiudicare la sua corsa al Colle? Le risposte a questi e ad altri quesiti, sicuramente le avremo nel prossimo futuro.

Infine una riflessione a parte meritano i precari equilibri dei partiti, delle coalizioni o alleanze. In particolare vorrei puntare l'attenzione sulle scelte strategiche del centrodestra. Chi ha giocato le carte migliori in quest'area politica.

«È stata più giusta la disponibilità a priori di Berlusconi e Forza Italia, la fiducia “ragionata” adottata dalla Lega di Salvini o la persistente opposizione annunciata da Giorgia Meloni?» (Eugenio Capozzi, Il centrodestra “differenziato”: una scelta ragionevole, 13.2.21, nazionefutura.it).

Secondo il professore le scelte delle destre sovraniste (Lega e Fdl) erano obbligate.

Se avessero scelto l'opposizione compatta a Draghi, avrebbero lasciato campo libero alle sinistre (Pd,5Stelle e Leu), avremmo avuto un nuovo governo giallorosso anche se ampliato, «in quella che è stata chiamata la “maggioranza Ursula”: una convergenza tra le “famiglie” politiche storiche del vecchio continente, con l’aggiunta dei 5 Stelle, in funzione dell’emarginazione dei sovranisti. Il centrodestra si sarebbe spaccato perdendo la sua componente liberale-moderata, disarticolandosi, e il dopo-Conte sarebbe stato caratterizzato dal consolidarsi di un nuovo centro-sinistra “col trattino”, per dirla alla Cossiga/D’Alema. In più, la nuova maggioranza avrebbe cominciato a prefigurare già quella per l’elezione del nuovo inquilino del Quirinale».

Pertanto, per Salvini la scelta di appoggiare «il tentativo di Draghi è stata quasi obbligata per fermare quella operazione. Il leader leghista ha sfruttato allora con abilità lo spazio aperto dalle condizioni poste, all’atto dell’incarico, da Mattarella: una maggioranza ampia il più possibile, al di là delle formule politiche. In tal senso, non avrebbero potuto venire da sinistra veti nei confronti della Lega. Entrando in maggioranza senza porre condizioni capestro, Salvini ha ottenuto un triplice scopo: cancellare l’opzione “Ursula”, rientrare a pieno titolo nel gioco del governo da cui era stato escluso nell’estate del 2019, e creare il massimo disagio nel Pd e nel M5S».

Anche perchè il governo Draghi, almeno per il momento, sembra un governo a tempo e la partita di Salvini dovrebbe essere quella di condizionare il più possibile il governo, spingendolo a dare segnali di discontinuità rispetto a Conte 2, anche se non sarà facile.

Tra l'altro occorre evidenziare che se Draghi, «ha messo in gioco in questa occasione la sua autorevolezza internazionale per fare il presidente del Consiglio in un momento di recessione durissima come questo, è nel suo interesse cercare di segnalarsi almeno come artefice di una percepibile inversione di tendenza, pena consumare il suo patrimonio di credibilità e forse anche le sue future chances di ascendere sul Colle».

Per quanto riguarda la scommessa di Fratelli d'Italia, la scelta diversa di Giorgia Meloni di rimanere all’opposizione, secondo Capozzi è altrettanto valida. «Infatti in tal modo Fdl non soltanto rimane a presidiare lo spazio elettorale dei ceti più radicalmente insoddisfatti della classe politica allineata all’Ue, ma mantiene la doppia possibilità di rafforzare, al momento debito, in caso di necessità il lato destro della maggioranza draghiana con votazioni favorevoli caso per caso [...]».

Inoltre, in caso di rottura della Lega con i suoi partner di maggioranza, questa strategia potrebbe diventare una valvola di sfogo per ritornare all'opposizione insieme a FdL ed esercitare «una forte pressione su una coalizione comunque precaria e disorganica, puntando a quel punto ad una scadenza elettorale sempre meno lontana».

Pertanto secondo le osservazioni del politologo napoletano, questa strategica differenziazione a Destra rispetto al governo Draghi, potrebbe avere «potenziali effetti benefici su entrambe le componenti, senza pregiudicare la coalizione futura». Certo sia Salvini che la Meloni stanno giocando una “partita” rischiosa, ad oggi non possiamo sapere chi dei due ha più ragione dell'altro, il futuro ci darà la risposta.

 

 

 

Per una volta il comunicatore non ha voglia di comunicare. Niente interviste, poche parole concesse, anche quando ripete «io non mollo».Matteo Renzi avrebbe chiesto la sua testa, come una delle condizioni per sedersi a un tavolo e trattare. Ma lui non si arrende: «Io non mollo manco morto. Certo non mi dimetto perché lo chiede Renzi».

Eppure, rivela sempre il Corriere,scrive il Secolo d italia “c’è stato un tempo in cui Renzi e Casalino erano quasi amici e avevano preso a chattare via WhatsApp. Conte era da poco a Palazzo Chigi con la Lega e l'ex sindaco di Firenze, forse colpito dal talento comunicativo del portavoce, gli scrisse per complimentarsi. Ne nacque una confidenza, persino una simpatia reciproca. Finché il capo dell’ufficio stampa della presidenza del Consiglio scrive qualcosa che fa saltare i nervi a Renzi, il quale blocca il contatto e non si fa più vivo. Lì finisce il feeling e comincia la guerra, spesso giocata con le armi dei social  

Ma lui – scrive il Corriere – non si arrende: «Io non mollo manco morto. Certo non mi dimetto perché lo chiede Renzi». Finché il giurista pugliese sarà a Palazzo Chigi, ci sarà anche lui. Perché i 5 Stelle lo hanno blindato sin dal primo giorno, quando lo imposero come tutor e vigilante del professore arrivato dal nulla. E perché lui è sicuro che, se miracolosamente Conte dovesse mai tornare premier, il rapporto di stima e reciproca fiducia che ha costruito non potrà spezzarsi per le pressioni dei partiti. A turno Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, il Partito democratico e Italia viva hanno chiesto il suo licenziamento, ma lui si è sempre fatto una risata: «Chi pensa di imporre al presidente del Consiglio i suoi collaboratori personali non sa di cosa parla e forse ha visto troppi film. Conte non ha mai pensato di cacciarmi e anche oggi è una fake news»”.  

Secondo il quotidiano il giornale, a visibilità è da sempre la sua ossessione. La partecipazione al primo Grande Fratello gliene regala parecchia, ma è un’ubriacatura passeggera. Spente le luci della casa e finite le azzuffate televisive, il mondo dello spettacolo sembra voltargli le spalle. Ci riprova diventando giornalista, senza riuscire però ad emergere dal circuito delle emittenti locali.

Allora sottolinea il giornale si butta sul carro del grillismo e prova ad entrare in politica dalla porta principale, ma gli va male. La base boicotta la sua candidatura alle regionali lombarde del 2013 e lui è costretto a fare un passo indietro. Beppe Grillo però lo prende in simpatia e gli spalanca le porte del Palazzo. Inizia come responsabile della comunicazione del gruppo parlamentare al Senato e alla legislatura successiva migra a Palazzo Chigi.

Croce e delizia dell’avvocato del popolo, scrive il giornale, Rocco è il deus ex machina del "fenomeno Conte" ma anche uno dei suoi principali guai. Sì perché tanto di questa crisi è dovuto a lui. Ai suoi continui sconfinamenti, alla sua smania di apparire, alle gaffe, alla spettacolarizzazione con cui ha curato la comunicazione del premier.

Intanto Matteo Renzi scrive il giornale, il giorno in cui ha ritirato la sua delegazione: "Capisco che nella cultura del Grande Fratello è difficile da accettare, ma i testi di legge non sono post, i decreti non sono tweet, una riforma non è una storia su Instagram". Concetto ribadito anche ieri dopo il colloquio con Mattarella ("Questa non è una saga, non è una fiction, non siamo al Grande Fratello").

In primo luogo, secondo Andrea Muratore, Conte ha pagato la sua presunzione di intoccabilità. La pandemia ne ha esaltato la centralità, la fabbrica del consenso mediatica e social guidata da Rocco Casalino ne ha valorizzato più volte la presenza scenica, specie in occasione delle fasi più critiche dell'emergenza e dell’emanazione dei nuovi Dpcm, facendo passare agli occhi dell'opinione pubblica l'impressione che Conte fosse lo statista imprescindibile per la salvezza del Paese. Il premier si è dimenticato che a una crescente centralità nell’esecutivo corrispondono oneri legati all'amministrazione del Paese. E quando i nodi sulla gestione della pandemia e sulla crisi economica sono venuti al pettine, le responsabilità del premier nell’insufficiente programmazione della risposta alla seconda ondata e delle politiche anti-recessione sono emerse in tutte la loro nitidezza.

Per circa un anno e mezzo, secondo "insideover"durante il suo primo governo, Conte ha costruito una fitta rete di alleanze e amicizie con i grandi della Terra: da Angela Merkel a Donald Trump, da Vladimir Putin a Papa Francesco. Specie sull'asse euro-atlantico Conte ha voluto pensarsi come uomo decisivo e pontiere dei rapporti internazionali dell'Italia. Il sostegno di Donald Trump e dell'Unione Europea al suo re-incarico nell’agosto 2019 dopo l'uscita della Lega dal governo lo aveva rinfrancato in questa sua assunzione. Che scontava una concezione personalistica dei rapporti internazionali: e così, mese dopo mese, quando in Europa i risultati non sono arrivati e sul fronte dei rapporti con gli Usa le mine (Cina, Venezuela, Iran) hanno iniziato a essere sempre più numerose l'appannamento della stella di Conte si è fatto sempre più palese.

Scrive Andrea Muratore  al inside Over, Conte non ha mai fatto mistero di questa sua percezione, parlando apertamente dell’aumento del prestigio dell’Italia agli occhi dell’Europa e del mondo. Mese dopo mese, però, le sue aspettative sono sempre di più state deluse mano a mano che i referenti internazionali dell’Italia tornavano ai loro tradizionali interlocutori: Usa ed Ue, ad esempio, hanno nel Partito Democratico, in seno alla maggioranza, solidi ancoraggi. E mano a mano che Conte vedeva la sua azione di governo perdere efficacia, anche l’idea di essere il faro dell’Italia di fronte al mondo si avviava a un inesorabile declino. Le critiche Ue al Recovery Fund italiano e l’avvicendamento alla Casa Bianca tra Trump e Joe Biden hanno fatto il resto: per Conte è sempre stato più difficile rivendicare il suo prestigio internazionale come fattore di condizionamento della politica interna.

Secondo errore, continua Andrea Muratore  al inside Over Conte ha pagato lo sgraziato protagonismo con cui ha voluto personalizzare la gestione di dossier cruciali per il sistema-Paese. Trovandosi nella delicata situazione di essere una figura depositaria di un forte consenso personale ma priva di un partito alle sue spalle Conte ha provato a saldare il suo consenso nelle burocrazie strategiche, prima fra tutti quella dell’intelligence che ha presidiato con suoi fedelissimi fino al punto da portare la maggioranza giallorossa alla rivolta esplicita contro il suo rifiuto a cedere le deleghe per il coordinamento dei servizi. Renzi ha tacciato Conte di “analfabetismo istituzionale” per questa scelta, su cui poi Conte è ritornato nominando, pochi giorni prima delle dimissioni, l’ambasciatore Piero Benassi come autorità delegata per la sicurezza della Repubblica.

Il terzo errore è, sottolinea Andrea Muratore al tempo stesso, un errore di Conte e dei partiti maggiori che ne sostengono il governo, Pd e Movimento Cinque Stelle. Da un lato contenti di trovare in una figura “terza” un punto di sintesi di una complessa alleanza e di evitare a un proprio uomo le responsabilità dell’amministrazione nell’ora più buia della storia recente del Paese, ma dall'altro privi della necessaria forza politica per dettare tempi e ritmi all'agenda politica. E di conseguenza costretti a focalizzarsi sull’operato personale dei singoli ministri o a seguire i condizionamenti legati ai ritmi dettati al governo dal presidente del Consiglio. Che a lungo è riuscito a tenere assieme l'impossibile, facendo passare agli occhi dei pentastellati il via libera alla riforma del Mes, difendendo davanti a Italia Viva politiche come il reddito di cittadinanza e facendo digerire ai dem il giacobinismo giustizialista incarnato dal ministro della Giustizia pentastellato Alfonso Bonafede. Rifiutare l'idea di mettere a terra un'agenda di lungo periodo è stato un errore di Conte e dei partiti che M5S e Pd hanno pagato duramente quando Italia Viva, piccola e agguerrita scheggia impazzita, ha iniziato a pungolare sui ritardi dell’esecutivo.

fonti il giornale / inside over /secolo d'Italia

 

 

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