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Sabato, 16 Dicembre 2017

Sessantacinque anni dopo l'ultima visita di un presidente turco in Grecia, mentre Ankara vive uno dei momenti più difficili nei suoi rapporti con l'Ue e la Nato, Recep Tayyip Erdogan sbarca in un'Atene blindata. Una "storica" visita di due giorni con l'obiettivo di rilanciare la Turchia a Occidente, bilanciando le alleanze con Russia e Iran. Su molte questioni, da Cipro all'Egeo, le distanze restano. 

Ed Erdogan non ha perso l'occasione di lanciare una polemica sulle dispute storiche tra Ankara e Atene e ha auspicato un "aggiornamento" del trattato di Losanna del 1923, che definisce i confini tra i due Paesi, spesso contesi, e inquadra lo status della minoranza musulmana di origine turca, che sarebbe "discriminata". Parole a cui il presidente greco ha replicato escludendo qualsiasi "revisione" dell'accordo.

Il presidente greco Prokopis Pavlopoulos ha dichiarato che Atene non ha intenzione di rivedere i Trattati di Losanna del 1923, documento che definisce le relazioni greco-turche, come aveva ipotizzato più volte il capo di stato turco. "Questo trattato non è negoziabile per noi...non richiede né revisioni né aggiornamenti", ha dichiarato il capo di stato greco. In una occasione separata Tsipras ha scherzato sul fatto che altri nove Paese dovrebbero cessare di esistere se si rivedessero i trattati, tra questi anche il Giappone.

Ma Erdogan ha insisito che gli accordi possono essere "aggiornati" e ha denunciato che la Grecia non rispetta il trattato sul rispetto della minoranza musulmana nominando dei giuristi religiosi, noti come mufti, invece che consentire alle comunità locali di farlo. "Proteggere i diritti dei nostri compatrioti di etnia turca è una priorità altissima per noi", ha aggiunto il presidente turco.

Recep Tayyip Erdogan  domani si recherà in Tracia, nel nord-est, per incontrare la minoranza musulmana locale e partecipare alla preghiera islamica del venerdì nella Moschea Vecchia di Komotini. Imponenti le misure di sicurezza previste dalle autorità locali, compreso un divieto di manifestazioni oggi nel centro di Atene.

Il viaggio, che giunge in un periodo di forti tensioni di Ankara con l'Ue e la Nato, punta a sviluppare ulteriormente le relazioni bilaterali tra due Paesi ancora divisi da numerose contese geopolitiche. In un'intervista a una tv greca alla vigilia della visita, Erdogan ha peraltro sostenuto che il trattato di Losanna del 1923, che definisce i confini tra i due Paesi, dovrebbe essere "aggiornato", suscitando diverse polemiche.

Ma si pensa pure che potrebbero schermaglie a uso interno. Il Sultano con il premier greco, ha gettato le basi politiche per il Consiglio di cooperazione bilaterale di alto livello, che tra due mesi a Salonicco potrebbe dare il via a tre importanti progetti infrastrutturali comuni: un collegamento marittimo Smirne-Salonicco, l'alta velocità ferroviaria Istanbul-Salonicco e un ponte al confine sul fiume Evros. Un volano per rilanciare commercio e turismo, dopo il dimezzamento dell'interscambio negli ultimi 4 anni a 2,6 miliardi di dollari.

L'altro capitolo cruciale è quello dei rifugiati. L'accordo tra Bruxelles e Ankara del marzo 2016 resta il punto di riferimento, anche se Erdogan continua a denunciare le "promesse non mantenute" dell'Ue sul trasferimento dei fondi

Sono passati mesi dalla sentenza della Corte Suprema di Atene, che ha rifiutato l’estradizione degli otto presunti golpisti, ieri il ministro della Difesa, Fikri Isik, ha fatto appello al suo collega greco Panos Kammenos, perché le due nazioni si siedano al tavolo e discutano delle questioni irrisolte, che però sono tante e in qualche caso anche di difficile composizione, una fra tutte il ‘nodo Cipro’.

Panos Kammenos, il ministro della Difesa greco, pochi giorni fa aveva gettato da un elicottero una corona sull’isola di Imia, una delle 150 isole contese fra Grecia e Turchia. L’uomo, alla guida del Partito di destra nazionalista dei Greci Indipendenti (Anel), non è nuovo a gesti del genere e le sue posizioni nei confronti della Mezzaluna sono note a tutti, tanto in Grecia, quanto in Turchia e in Unione Europea.

In realtà, Atene e Ankara hanno più di un motivo per essere ai ferri corti. Non solo le dispute ormai ataviche, ma anche la recente decisione della Corte Suprema di tenersi in Grecia gli otto militari che la notte del fallito golpe hanno trovato rifugio nel Paese e che è suonata ad Ankara come una sorta di vendetta per i tanti problemi irrisolti fra le due nazioni.

Ma ci sono anche altre due motivazioni che meritano di essere ricordate. La prima è che la Grecia, prima o poi, potrebbe tornare comodo per più ampi disegni primo fra tutti il Turkish Stream, e il fatto che il premier di Atene, Alexis Tsipras, è in ottimi rapporti con il presidente russo, Vladimir Putin, novello amico ritrovato del Capo di Stato turco, Recep Tayyip Erdogan. Vi è poi da sottolineare che questo atteggiamento in realtà rispecchi una politica ben precisa del premier Yildirim, che alla condotta espansionistica e ‘neottomana’ del presidente Erdogan sta contrapponendo, almeno in politica estera, quella del pragmatismo e del senso di opportunità.

intanto In patria, la procura di Istanbul ha chiesto una condanna fino a 1 anno di carcere per "offese" alle vittime del golpe per la 18enne turca Itir Esen, miss Turchia per una notte lo scorso settembre. La giovane modella era stata privata della corona poche ore dopo averla ricevuta per un tweet sul fallito putsch del 15 luglio 2016, ritenuto "inaccettabile" dagli organizzatori. 

Dopo essere stata detronizzata, la giovane era stata denunciata da alcuni "veterani" del colpo di stato, che si erano ritenuti offesi dal post. Esen aveva negato ogni intento offensivo. I giudici dovranno decidere entro 15 giorni se incriminarla. "Ho avuto il ciclo la mattina del giorno dei martiri del 15 luglio. Lo celebro sanguinando come se fosse il sangue dei nostri martiri", aveva scritto Esen la scorsa estate nel post, poi cancellato, suscitando una bufera di polemiche sul web. La vicenda ha riportato al centro delle cronache il caso di un'altra ex miss Turchia, Merve Buyuksarac, condannata lo scorso anno a 14 mesi con pena sospesa per aver offeso, sempre sui social network, il presidente Recep Tayyip Erdogan.

Il commento all’immagine, su Facebook, recita: «Ho un sogno». Il fotomontaggio mostra Matteo Salvini, con un microfono lavalier tipico delle dirette televisive, imbavagliato davanti a un drappo delle Brigate Rosse. Ostaggio dei terroristi. 

"Incredibile. Questa è vera violenza. Non mi fanno paura, mi danno ancora più forza: andiamo a governare!" Così il segretario della Lega Matteo Salvini su Facebook dove ieri ha postato una foto di "vento ribelle" che ritrae Salvini imbavagliato davanti al simbolo delle brigate rosse con il commento "ho un sogno".

Il segretario della Lega specifica che il post è di «Vento ribelle», di domenica 3 dicembre. «Oggi stesso denunceremo l’autore — ha annunciato Salvini — e attendo reazioni scandalizzate come quelle dei giorni scorsi dove è stato detto tutto e il suo contrario su episodi di presunta violenza». E, riferendosi al dibattito aperto sulle fake news, oltre che sulle offese e le minacce che circolano in Rete, ha proseguito: 

"Sono altrettanto sicuro - prosegue il leader della Lega Matteo Salvini - che di fronte a tante inaccettabili minacce si aprirà anche un serio dibattito sulla violenza vera e non presunta. Ovviamente mi auguro che dopo tante chiacchiere su fake news e violenza, su Facebook partano indagini vere e approfondite sull'autore di questo gesto

«A nome mio e del Pd rivolgo piena solidarietà a Matteo Salvini per il violento quanto indegno post che è apparso su Facebook. Bavagli e ricordi di un sanguinario passato terroristico sono da condannare con forza» fa sapere in una nota Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Partito Democratico: « Le autorità facciano piena luce su un gesto grave, visto che il web non può e non deve essere terreno di caccia incontrastato per sostenitori di diversi estremismi». «Solidarietà all’amico Matteo Salvini. 

La violenza è sempre inaccettabile. Il web non può diventare un luogo di odio!» scrive su Twitter Giovanni Toti, presidente della regione Liguria e consigliere politico di Silvio Berlusconi. Francesco Pasquali, segretario regionale del Partito liberale del Lazio, pone l’accento su minacce che «non possono cadere nel vuoto» e ricorda come «nel nostro Paese la militanza politica ha avuto spesso un facile sodalizio con la violenza criminale. E le lapidi con i nomi di uomini caduti nei vigliacchi attentati delle Br sono lì a ricordarcelo. Nella speranza che quei tempi appartengano al nostro passato la politica deve sempre tenere la guardia alta».

Non è la prima volta che Salvini viene minacciato sui social network. Anche nelle piazze gli slogan e l'"accoglienza" che gli viene riservata da no global, centri sociali e antagonisti è sempre violentissima. "Sono altrettanto sicuro - prosegue - che di fronte a tante inaccettabili minacce si aprirà anche un serio dibattito sulla violenza vera e non presunta". A questo punto il leader della Lega Nord si augura che "dopo tante chiacchiere sulle fake news e la violenza su Facebook partano indagini vere e approfondite sull'autore di questo gesto".

Alla fine il governo e la maggioranza l'hanno spuntata: il "Rosatellum" ha ottenuto il via libera alla Camera dei deputati con 375 sì e 215 no su 590 votanti

Il Rosatellum crea ulteriori spaccature nel centrodestra, con Lega e Forza Italia a sostegno della legge ed Fdi posizionato sul fronte del no. Pur senza entrare nei dettagli, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni guarda con attenzione all'approvazione della legge: "Non e' il tempo dell'irresponsabilità - osserva il premier - al di la' di ogni comprensibile tensione politica dobbiamo mettere al primo posto l'Italia. Per quanto riguarda il governo si farà ogni sforzo per giungere ad una conclusione ordinata della legislatura".

Dopo tre votazioni di fiducia, il testo viene approvato con voto segreto superando la barriera dei franchi tiratori. Il tour de force alla Camera lascia il segno con un carico di polemiche in cui a tenere banco sono state le proteste in piazza del Movimento Cinque Stelle e della sinistra. Con lo strascico della norma definita dai 5 stelle e da Mdp 'salva- Verdini' che consente a chi è residente in Italia di potersi candidare anche nelle circoscrizioni estere.

E stato il voto finale a scrutinio segreto, come richiesto da Mdp. Superato quindi anche lo scoglio dei franchi tiratori. Che non sono certo mancati, dal momento che le forze politiche favorevoli al Rosatellum dovevano portare a 441 sì. All'appello mancano quindi 66 voti, solo una decina dei quali tra le fila di Forza Italia e Lega. Almeno una cinquantina di franchi tiratori, quindi, si nasconde probabilmente tra i banchi della maggioranza (Pd in testa).

"Buffoni", "Maledetti", "Vergogna", si sente urlare tra i fischi in piazza Montecitorio, dove dal pomeriggio sono assiepati i sostenitori del Movimento 5 Stelle. Sul palco si sono avvicendati tutti i volti noti. Meno Beppe Grillo che, arrivato a Roma con un piede finto, ha deciso all'ultimo di disertare la manifestazione

la protesta del M5S davanti Montecitorio, dove si sta votando la riforma della legge elettorale. Sul palco si alternano gli esponenti del Movimento all'insegna dello slogan "pacificamente contro gli inciuci di chi non vuole perdere il potere"

La piazza davanti Montecitorio si va riempiendo e quando dal palco sono stati citati il presidente della Commissione di inchiesta sulle banche Pier Ferdinando Casini e l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in molti hanno reagito fischiando.

Si è conclusa alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo l'udienza sul ricorso presentato da Silvio Berlusconi contro la decadenza del suo mandato di senatore e la sua ineleggibilità, sancite in base alla legge Severino. 

Silvio Berlusconi ha seguito da Merano l'udienza di Strasburgo, dove la Corte Ue dei diritti dell'uomo deciderà sul ricorso presentato dai suoi legali contro l'applicazione della legge Severino e la sua decadenza da senatore

La seduta è stata tolta dalla presidente della Corte Angelika Nussberger dopo poco più di due ore dall'inizio. La Corte si è quindi riunita in camera di consiglio, ma una decisione è attesa non prima di diversi mesi, come consuetudine della Corte

"È un'attesa davvero lunga, durata cinque anni", ha ricordato il Cavaliere sui social, "In queste ore sono davvero sereno e soprattutto fiducioso. Mi aspetto che la Corte di Giustizia accolga il mio ricorso. Il mio ruolo nella prossima campagna elettorale è comunque già chiaro: sarò in campo per portare il centrodestra al governo del Paese".

"Io non ho chiesto di aspettare i tempi di Strasburgo", ha spiegato intanto l'ex premier a Repubblica parlando della probabile data del voto, "Non li conosco e la Corteli deciderà autonomamente tenendo conto, mi auguro, che è in gioco il processo democratico in un grande paese europeo. Mi sono semplicemente chiesto: può valere la pena aspettare 4-5 settimane in più, se così facendo si può evitare che molti italiani siano chiamati in pochi mesi alle urne due o più volte e si risparmiano 500 milioni? Ho affidato questa riflessione alla saggezza del capo dello Stato, sono certo valuterà questi aspetti, insieme con la ovvia necessità di far votare gli italiani prima possibile".

Strapiena l'aula e le altre sale della Corte da cui è possibile seguire la seduta: 550 le persone accreditate per l'udienza, di cui una quarantina di giornalisti, in gran parte italiani ma anche da Francia, Germania e altri Paesi europei. Ad assistere sono arrivati gruppi di studenti, avvocati e giuristi da tutta Italia ma anche dall'estero. Presente anche una rappresentanza della Russia. 

Per il legale di Silvio Berlusconi, Edward Fitzgerald, nel caso del Cavaliere "la legge Severino è stata applicata a fatti contestati per gli anni 1995-1998, quindici prima che la legge fosse adottata". Berlusconi, ha aggiunto davanti alla Corte di Strasburgo, "è stato privato del suo seggio con un voto in un Senato composto a maggioranza da suoi avversari: non era giustizia ma ma un anfiteatro romano in cui una maggioranza di pollice versi o pollici in alto decidono se uno va su o giù".

Il Senato, dice Fitzgerald, si è appoggiato su una legge non applicabile ai tempi del delitto. È stata una decisione arbitraria e sproporzionata, priva di possibilità di appello. Nessun tribunale ha potuto esaminare finora la decisione del Senato. È la prima volta nella storia d'Italia che un eletto viene fatto decadere dal suo ufficio. Il governo italiano non sa spiegare perché è stato fatto decadere Berlusconi ma non Minzolini anche lui condannato in via definitiva, ndr. Vuol dire che le norme non sono chiare, e se la norma non è chiara esiste un rischio di abuso, ogni governo, ogni maggioranza potrà privare un rappresentante del suo mandato. Questo è incompatibile con lo Stato di diritto, ha concluso Fitzgerald.

La parola passa a un altro difensore del Cavaliere, Bruno Nascimbene, che si è soffermato sulla natura penale della legge Severino, che impedirebbe la sua applicazione retroattiva. "Le etichette non contano - dice Nascimbene - e la Corte di Strasburgo lo ha sempre sancito. Conta la sostanza delle norme. E come fa una sanzione così grave, di una severità estrema, che priva un cittadino dei diritti politici da sei a tredici anni, non essere penale?

Gli avvocati italiani di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Franco Coppi, sono stati i primi a entrare in aula, raggiunti poco dopo dagli specialisti di diritto internazionale che prenderanno per primi la parola. Nei banchi opposti, gli avvocati nominati dal Governo italiano per difendere la legittimità della decadenza di Berlusconi. La Corte è presieduta dalla tedesca Angelika Nussberger e composta da altri sedici giudici. L'Italia è rappresentata da Ida Caracciolo, docente di diritto internazionale a Napoli.

La Nussberger ha dichiarato aperta l'udienza, ricapitolando i passaggi della vicenda e dando la parola a Maria Giulia Civinini, una degli avvocati del governo italiano. L'affare è inedito, ha premesso la Civinini, ma il governo italiano ha rispettato la Convenzione europea dei diritti dell'uomo e nessun articolo può essere applicato contro il governo italiano, ha detto. I diritti di Berlusconi sono stai scrupolosamente garantiti e tutti i i passaggi sono stati minuziosamente rispettati; la decisione non era arbitraria ma legale e giuridicamente motivata, rispettando in teoria e in pratica la Convenzione europea dei diritti dell'Uomo.

"Il governo italiano ha rispettato la Convenzione dei diritti dell'uomo, nessuna violazione può essergli attribuita"ha detto il rappresentante del governo Maria Giuliana Civinini all'udienza a carico di Berlusconi alla Corte europea dei diritti dell'uomo.
    
"Il diritto è stato scrupolosamente rispettato", ha sottolineato. La decisione della decadenza da senatore e della sua ineleggibilità "non è stata arbitraria - ha aggiunto - è arrivata al termine di una procedura che ha rispettato tutti i diritti" del Cavaliere. 

La norma Severino non è persecutrice nè ad personam, ha aggiunto la Civinini. La legge d'altronde è il punto di arrivo del progetto varato dal governo Berlusconi nel 2010 e ha avuto un ampio sostegno parlamentare, con solo diciannove voti contrari. La legge Severino si applica solo per le condanne superiori ai due anni per crimini gravi e il ricorrente è stato condannato a quattro anni per frode fiscale, un crimine contrario al buon governo e destabilizzante per il bene pubblico, ha concluso la Civinini.

"Sarei contento che Berlusconi potesse candidarsi perché vorrei proporgli di candidarsi contro di me, visto che leggo che c'è l'accordo segreto o chissà cosa. Vorrei che i cittadini vedessero candidarsi me contro Berlusconi". Lo dice il segretario del Pd Matteo Renzi a Porta a Porta.

Il 22 Ottobre prossimo andrò a votare per il referendum per l'autonomia della Regione Lombardia cliccando convintamente “SI” sul tablet. Dopo tanto tempo ritorno a presentarmi ad un seggio elettorale, per dare un forte segnale al centralismo romano che da troppi anni spreca le nostre risorse facendo salire il debito pubblico alle stelle. Certamente non mi farò distogliere dalle sirene giornalistiche su ipotetiche scissioni o dalle ironie della Litizzetto su Rai 1che peraltro indirettamente offende chi andrà alle urne. Sono convinto che il SI per l'autonomia della Lombardia e del Veneto, è un bene sia per introdurre un sano federalismo nel nostro Paese, ma anche per il nostro Sud. Ho ascoltato le parole del presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, nella conferenza stampa della presentazione del referendum. Maroni ha ragione il voto a favore dell'autonomia oltre a creare grossi benefici per la Lombardia, potrebbe creare opportunità economiche anche per le regioni meridionali. Attraverso investimenti sul modello europeo. Potendo trattenere la metà del proprio residuo fiscale, ogni Regione virtuosa potrebbe “adottare” una Regione del Sud e fare politiche di sostegno, per esempio, alle imprese che vogliono delocalizzare: “diamo agevolazioni a chi va in Campania invece che in Polonia”.

Maroni è stato chiaro, il referendum non è un atto di egoismo delle regioni Lombardia e Veneto nei confronti del Sud. Anzi è il contrario, dando più forza alla Lombardia, si può dare un aiuto concreto alle regioni del Sud. Il presidente prende l'impegno di mettere delle risorse a disposizione del Sud, ma ha puntualizzato: non per pagare gli stipendi ai forestali, ma per fare gli investimenti. Favorire le imprese del Nord per investire al Sud con sgravi fiscali. Alcuni governatori del Sud lo stanno cominciando a capire. Secondo Maroni si potrebbe aprire una nuova fase di collaborazione tra Regioni, senza passare tra le forche caudine della burocrazia romana. Una collaborazione tra la Regione Lombardia e la Campania, o con la Sicilia. Il modello sarebbe quello dei fondi europei. Io ti do i soldi, ti controllo. Se li spendi bene, continuo a darteli, diversamente chiudo i rubinetti. Così si aiuta la crescita e la ricchezza del Sud.

Questo ragionamento è stato recepito da Andrea Caroppo, consigliere regionale della Puglia, esponente e fondatore del movimento politico “Il Sud in testa”. A questo proposito c'è una interessante intervista apparsa sul sito di Alleanza Cattolica all'esponente politico pugliese (Il Referendum visto da Sud. “Ecco perché da meridionale voterei “SI” ai referendum di Lombardia e Veneto”. Intervista di Francesco Cavallo, 6.10.17 alleanzacattolica.org).

Caroppo sposa l'idea del federalismo, che fa parte della tradizione del nostro Paese, “non nello Stato-Nazione ma in 8.000 comuni con storie, lingue, dialetti, tradizioni, cucine”. Sono queste le identità da preservare e valorizzare. “L’Italia non è nata nel 1861, è lì che sbagliano alcune forze politiche: l’Italia e gli italiani c’erano anche prima del tricolore e dell’inno di Mameli”.

Federalismo e autonomia non sono nemici per il Sud, che piuttosto è stato distrutto dal centralismo statale romano. La colpa è dello “Stato canaglia”, come lo definisce Piero Ostellino, in un interessante saggio di qualche anno fa. Il Leviatano moderno per mantenersi ha bisogno di tante risorse che poi regolarmente dilapida, e per questo chiede ai propri sudditi, attraverso le tasse, continuamente contributi.“E' lo 'Stato canaglia' - scrive Ostellino - che, attraverso i rappresentanti del popolo al governo, quale ne sia il colore, utilizza l'eccesso di potere di cui dispone per estorcere quanta più ricchezza può al popolo. E distribuirla, sotto forma di benefici personali (pur sempre la parte minore), alla classe politica di governo e degli enti locali, nonché agli alti dirigenti della pubblica amministrazione; e, per la parte maggiore, sotto forma di facilitazioni – dalle tariffe dei servizi pubblici dati in concessione ai sussidi più o meno occulti – alle corporazioni con le quali è collusa; nonché, infine, sotto forma di assistenzialismo, alla fetta della popolazione della quale chi governa vuole garantirsi il consenso”. (Piero Ostellino, Lo Stato canaglia. Come la cattiva politica continua a soffocare l'Italia, 2009, Rizzoli)

Anche Caroppo è convinto che “L’inferiorità del Sud – con tante eccezioni e con tante eccellenze – non è un dato di natura, esistito da sempre, è da una certa data che i suoi problemi sono cresciuti a dismisura”. In particolare tutto è iniziato con il processo forzato e minoritario di unificazione nel 1860. Un processo “nato nella testa di pochi, contro le masse popolari e violentando gli interessi del sud, incamerandone le finanze, prostrandone l’economia e provocando la tragedia dell’emigrazione. Le cose ormai sono andate così e nessuno mette in discussione l’unità nazionale”. Questa è la Storia, purtroppo, ancora, nonostante la celebrazione del 150° anniversario dell'unificazione, non si è riusciti a purificare la memoria. Infatti la celebrazione del 2011 è stata vissuta, scrive Mantovano: “all’insegna della doppia retorica, da un lato la riproposizione acritica e apologetica dell’evento unitario, e dall’altro il vittimismo e il rivendicazionismo”. Ma oggi i meridionali non devono scagliarsi contro il Nord, contro chi propone un sano federalismo.

Non si può continuare sulla strada del vittimismo e del rivendicazionismo, del “meridionalismo piagnone”. Per Caroppo è da“da 50 anni, il ceto politico locale enfatizza la questione meridionale solo per legittimare la sua richiesta di soldi pubblici e per porsi poi come mediatore nella loro distribuzione clientelare. Non mi pare che il saccheggio della spesa pubblica abbia prodotto risultati all’altezza”. Infatti, a proposito del Mezzogiorno, scrive Ostellino:“lo Stato si è occupato di ciò che non gli compete, diventando imprenditore, padrone, benefattore, invece di assolvere la sua funzione primaria[...]”. Che “dovrebbe consistere nella creazione di infrastrutture e servizi sociali, soprattutto per i meno abbienti e per i giovani in cerca di lavoro, assoldati spesso dalla criminalità organizzata come manodopera, e garantire la sicurezza a chi voglia intraprendere un'attività economica”.

Il consigliere Caroppo elenca alcune opere pubbliche che riguardano la sua regione, dove si è manifestata la deficienza del ceto politico pugliese.“E’ colpa del nord se non si riesce a realizzare una strada degna di questo nome che colleghi Lecce al capo di Leuca? Smettiamola…”.

Anche il consigliere regionale pugliese, fa riferimento ai possibili accordi tra enti locali e regioni, per sviluppare meglio il territorio meridionale.

Carropo guarda con fiducia alla svolta politica che ha dato Salvini alla Lega. Non ci sono più quelle spinte secessionistiche o indipendentiste, nessuna pulsione antimeridionale, anzi, la consapevolezza che la autonoma ripresa del Sud trainerebbe tutta l’Italia. La  gente, e quindi il popolo meridionale, nonostante ancora certa stampa si ostina a dipingere la bieca Lega un partito contro il Sud, non crede più ai vecchi stereotipi sulla Lega, anzi la vede come un'opportunità per il Mezzogiorno. Ecco perchè Caroppo e il suo movimento si sono federati con la Lega di Salvini.

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