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Sabato, 21 Ottobre 2017

Alla fine il governo e la maggioranza l'hanno spuntata: il "Rosatellum" ha ottenuto il via libera alla Camera dei deputati con 375 sì e 215 no su 590 votanti

Il Rosatellum crea ulteriori spaccature nel centrodestra, con Lega e Forza Italia a sostegno della legge ed Fdi posizionato sul fronte del no. Pur senza entrare nei dettagli, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni guarda con attenzione all'approvazione della legge: "Non e' il tempo dell'irresponsabilità - osserva il premier - al di la' di ogni comprensibile tensione politica dobbiamo mettere al primo posto l'Italia. Per quanto riguarda il governo si farà ogni sforzo per giungere ad una conclusione ordinata della legislatura".

Dopo tre votazioni di fiducia, il testo viene approvato con voto segreto superando la barriera dei franchi tiratori. Il tour de force alla Camera lascia il segno con un carico di polemiche in cui a tenere banco sono state le proteste in piazza del Movimento Cinque Stelle e della sinistra. Con lo strascico della norma definita dai 5 stelle e da Mdp 'salva- Verdini' che consente a chi è residente in Italia di potersi candidare anche nelle circoscrizioni estere.

E stato il voto finale a scrutinio segreto, come richiesto da Mdp. Superato quindi anche lo scoglio dei franchi tiratori. Che non sono certo mancati, dal momento che le forze politiche favorevoli al Rosatellum dovevano portare a 441 sì. All'appello mancano quindi 66 voti, solo una decina dei quali tra le fila di Forza Italia e Lega. Almeno una cinquantina di franchi tiratori, quindi, si nasconde probabilmente tra i banchi della maggioranza (Pd in testa).

"Buffoni", "Maledetti", "Vergogna", si sente urlare tra i fischi in piazza Montecitorio, dove dal pomeriggio sono assiepati i sostenitori del Movimento 5 Stelle. Sul palco si sono avvicendati tutti i volti noti. Meno Beppe Grillo che, arrivato a Roma con un piede finto, ha deciso all'ultimo di disertare la manifestazione

la protesta del M5S davanti Montecitorio, dove si sta votando la riforma della legge elettorale. Sul palco si alternano gli esponenti del Movimento all'insegna dello slogan "pacificamente contro gli inciuci di chi non vuole perdere il potere"

La piazza davanti Montecitorio si va riempiendo e quando dal palco sono stati citati il presidente della Commissione di inchiesta sulle banche Pier Ferdinando Casini e l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in molti hanno reagito fischiando.

Il 22 Ottobre prossimo andrò a votare per il referendum per l'autonomia della Regione Lombardia cliccando convintamente “SI” sul tablet. Dopo tanto tempo ritorno a presentarmi ad un seggio elettorale, per dare un forte segnale al centralismo romano che da troppi anni spreca le nostre risorse facendo salire il debito pubblico alle stelle. Certamente non mi farò distogliere dalle sirene giornalistiche su ipotetiche scissioni o dalle ironie della Litizzetto su Rai 1che peraltro indirettamente offende chi andrà alle urne. Sono convinto che il SI per l'autonomia della Lombardia e del Veneto, è un bene sia per introdurre un sano federalismo nel nostro Paese, ma anche per il nostro Sud. Ho ascoltato le parole del presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, nella conferenza stampa della presentazione del referendum. Maroni ha ragione il voto a favore dell'autonomia oltre a creare grossi benefici per la Lombardia, potrebbe creare opportunità economiche anche per le regioni meridionali. Attraverso investimenti sul modello europeo. Potendo trattenere la metà del proprio residuo fiscale, ogni Regione virtuosa potrebbe “adottare” una Regione del Sud e fare politiche di sostegno, per esempio, alle imprese che vogliono delocalizzare: “diamo agevolazioni a chi va in Campania invece che in Polonia”.

Maroni è stato chiaro, il referendum non è un atto di egoismo delle regioni Lombardia e Veneto nei confronti del Sud. Anzi è il contrario, dando più forza alla Lombardia, si può dare un aiuto concreto alle regioni del Sud. Il presidente prende l'impegno di mettere delle risorse a disposizione del Sud, ma ha puntualizzato: non per pagare gli stipendi ai forestali, ma per fare gli investimenti. Favorire le imprese del Nord per investire al Sud con sgravi fiscali. Alcuni governatori del Sud lo stanno cominciando a capire. Secondo Maroni si potrebbe aprire una nuova fase di collaborazione tra Regioni, senza passare tra le forche caudine della burocrazia romana. Una collaborazione tra la Regione Lombardia e la Campania, o con la Sicilia. Il modello sarebbe quello dei fondi europei. Io ti do i soldi, ti controllo. Se li spendi bene, continuo a darteli, diversamente chiudo i rubinetti. Così si aiuta la crescita e la ricchezza del Sud.

Questo ragionamento è stato recepito da Andrea Caroppo, consigliere regionale della Puglia, esponente e fondatore del movimento politico “Il Sud in testa”. A questo proposito c'è una interessante intervista apparsa sul sito di Alleanza Cattolica all'esponente politico pugliese (Il Referendum visto da Sud. “Ecco perché da meridionale voterei “SI” ai referendum di Lombardia e Veneto”. Intervista di Francesco Cavallo, 6.10.17 alleanzacattolica.org).

Caroppo sposa l'idea del federalismo, che fa parte della tradizione del nostro Paese, “non nello Stato-Nazione ma in 8.000 comuni con storie, lingue, dialetti, tradizioni, cucine”. Sono queste le identità da preservare e valorizzare. “L’Italia non è nata nel 1861, è lì che sbagliano alcune forze politiche: l’Italia e gli italiani c’erano anche prima del tricolore e dell’inno di Mameli”.

Federalismo e autonomia non sono nemici per il Sud, che piuttosto è stato distrutto dal centralismo statale romano. La colpa è dello “Stato canaglia”, come lo definisce Piero Ostellino, in un interessante saggio di qualche anno fa. Il Leviatano moderno per mantenersi ha bisogno di tante risorse che poi regolarmente dilapida, e per questo chiede ai propri sudditi, attraverso le tasse, continuamente contributi.“E' lo 'Stato canaglia' - scrive Ostellino - che, attraverso i rappresentanti del popolo al governo, quale ne sia il colore, utilizza l'eccesso di potere di cui dispone per estorcere quanta più ricchezza può al popolo. E distribuirla, sotto forma di benefici personali (pur sempre la parte minore), alla classe politica di governo e degli enti locali, nonché agli alti dirigenti della pubblica amministrazione; e, per la parte maggiore, sotto forma di facilitazioni – dalle tariffe dei servizi pubblici dati in concessione ai sussidi più o meno occulti – alle corporazioni con le quali è collusa; nonché, infine, sotto forma di assistenzialismo, alla fetta della popolazione della quale chi governa vuole garantirsi il consenso”. (Piero Ostellino, Lo Stato canaglia. Come la cattiva politica continua a soffocare l'Italia, 2009, Rizzoli)

Anche Caroppo è convinto che “L’inferiorità del Sud – con tante eccezioni e con tante eccellenze – non è un dato di natura, esistito da sempre, è da una certa data che i suoi problemi sono cresciuti a dismisura”. In particolare tutto è iniziato con il processo forzato e minoritario di unificazione nel 1860. Un processo “nato nella testa di pochi, contro le masse popolari e violentando gli interessi del sud, incamerandone le finanze, prostrandone l’economia e provocando la tragedia dell’emigrazione. Le cose ormai sono andate così e nessuno mette in discussione l’unità nazionale”. Questa è la Storia, purtroppo, ancora, nonostante la celebrazione del 150° anniversario dell'unificazione, non si è riusciti a purificare la memoria. Infatti la celebrazione del 2011 è stata vissuta, scrive Mantovano: “all’insegna della doppia retorica, da un lato la riproposizione acritica e apologetica dell’evento unitario, e dall’altro il vittimismo e il rivendicazionismo”. Ma oggi i meridionali non devono scagliarsi contro il Nord, contro chi propone un sano federalismo.

Non si può continuare sulla strada del vittimismo e del rivendicazionismo, del “meridionalismo piagnone”. Per Caroppo è da“da 50 anni, il ceto politico locale enfatizza la questione meridionale solo per legittimare la sua richiesta di soldi pubblici e per porsi poi come mediatore nella loro distribuzione clientelare. Non mi pare che il saccheggio della spesa pubblica abbia prodotto risultati all’altezza”. Infatti, a proposito del Mezzogiorno, scrive Ostellino:“lo Stato si è occupato di ciò che non gli compete, diventando imprenditore, padrone, benefattore, invece di assolvere la sua funzione primaria[...]”. Che “dovrebbe consistere nella creazione di infrastrutture e servizi sociali, soprattutto per i meno abbienti e per i giovani in cerca di lavoro, assoldati spesso dalla criminalità organizzata come manodopera, e garantire la sicurezza a chi voglia intraprendere un'attività economica”.

Il consigliere Caroppo elenca alcune opere pubbliche che riguardano la sua regione, dove si è manifestata la deficienza del ceto politico pugliese.“E’ colpa del nord se non si riesce a realizzare una strada degna di questo nome che colleghi Lecce al capo di Leuca? Smettiamola…”.

Anche il consigliere regionale pugliese, fa riferimento ai possibili accordi tra enti locali e regioni, per sviluppare meglio il territorio meridionale.

Carropo guarda con fiducia alla svolta politica che ha dato Salvini alla Lega. Non ci sono più quelle spinte secessionistiche o indipendentiste, nessuna pulsione antimeridionale, anzi, la consapevolezza che la autonoma ripresa del Sud trainerebbe tutta l’Italia. La  gente, e quindi il popolo meridionale, nonostante ancora certa stampa si ostina a dipingere la bieca Lega un partito contro il Sud, non crede più ai vecchi stereotipi sulla Lega, anzi la vede come un'opportunità per il Mezzogiorno. Ecco perchè Caroppo e il suo movimento si sono federati con la Lega di Salvini.

Da qualche settimana si fa serrato il dibattito su chi deve essere il candidato presidenziale del centrodestra alle prossime elezioni siciliane. Dopo la rispettabilissima candidatura di Nello Musumeci, Forza Italia con Gianfranco Miccichè, propone Angelino Alfano, l'attuale ministro degli esteri del Governo Gentiloni. Giustamente la Lega e Fratelli d'Italia non ci stanno, avanzando giuste motivazioni politiche. Mentre andrebbero fatte anche riflessioni etiche e valoriali come quelle che fa Alfredo Mantovano, l'ex sottosegretario agli interni, sul settimanale “Tempi” dell'8 agosto scorso. Riferendosi ai parlamentari di Alternativa Popolare (AP) di Alfano, ricorda che non è possibile che questa gente dopo aver approvato“il divorzio facile e il divorzio breve, la legge sul matrimonio same-sex, la droga leggera e accessibile a tutti, la fecondazione eterologa a carico del Servizio sanitario nazionale, tagli le risorse necessarie per la salute, ti disinteressi della persecuzione dei medici obiettori, non alzi un dito di fronte alla diffusione del gender nelle scuole, dai il tuo contributo perché in un ramo del Parlamento passi l’eutanasia, hai qualche ripensamento in prossimità del traguardo dello ius soli dopo averlo votato solo perché hai visto qualche sondaggio, col tuo voto favorisci fiscalmente le multinazionali e deprimi la famiglia, rinunci a governare l’emergenza immigrazione e ignori l’anoressia demografica che interessa la nazione di cui saresti una delle guide. Senza trascurare il sostegno attivo che hai dato a una riforma costituzionale – per fortuna abortita – che affievoliva la sussidiarietà. Di più, hai ignorato gli allarmi e le richieste di dissociarti da questo o da quel provvedimento provenienti da piazze affollate di famiglie non rappresentate da nessuno; anzi, le hai illuse e le hai prese in giro, salvo optare sempre per l’esatto contrario di quel che ti sollecitavano quei luoghi civili e responsabili di esercizio di democrazia”.

Ecco dopo che hai fatto questo in quattro anni di legislatura, adesso non puoi pretendere“come nel gioco dell’oca, torni al punto di partenza e riprendi posizione esattamente nel recinto dal quale hai preso le mosse nella primavera del 2013, come se nulla fosse stato”.(A. Mantovano, “Anni di disprezzo per i propri elettori non si recuperano con un’acrobazia”, 8.8.17, Tempi)

Dopo aver“disprezzato per quattro anni fasce importanti del tuo potenziale elettorato, non puoi pensare che ti riscatti con un’acrobazia all’ultimo (o al penultimo) giorno utile”. E questo secondo Mantovano,“Vale per il transfuga. Vale per chi lo accoglie, e anzi organizza i tour del rientro[...]”. L'esponente di Alleanza Cattolica poi precisa a proposito del popolo dei “Family Day”, e si chiede:“quanti dei partecipanti alle manifestazioni di piazza San Giovanni e del Circo Massimo sono pronti a sostenere un partito che riprenda nelle proprie fila personaggi col curriculum prima riassunto? Per avere la garanzia del rinnovato rinnegamento dei princìpi cari a quel popolo? Chi ha tradito così tante volte dà la certezza che alla prima utile continuerà a farlo. Idem se il rientro fosse non nel partito originario ma in una formazione messa su ad hoc per questi reduci non combattenti. Quale attrattiva ha una bad company?” (Ibidem)

Intanto Mantovano auspica che in questi ultimi mesi di legislatura ci si opponga veramente alle leggi ostili alla vita e alla famiglia, dando voce “all'Italia vera, come è stato fatto con successo in più d’una città alle ultime amministrative. Chi cerca, e magari ottiene, il riciclo dopo una parvenza di “differenziata” non per questo cessa di essere un rifiuto”.

 

Qual è il male italiano? Chi può rispondere a questa domanda se non il presidente dell'Autorità dell'anticorruzione Raffaele Cantone, peraltro già pm della Direzione distrettuale antimafia. Qualche anno fa il magistrato ha pubblicato un libro-intervista con il giornalista Gianluca Di Feo, “Il Male italiano. Liberarsi dalla corruzione per cambiare il paese”, Rizzoli (2015).

 

In questo scritto il magistrato ripercorre sinteticamente la storia recente della corruzione, il male atavico, nel nostro Paese. E' un cancro presente costantemente nel nostro sistema degli appalti, ma non solo, anche nella politica, nella pubblica amministrazione, nell'imprenditoria, fino a compromettere le fondamenta della vita civile. In particolare Cantone e De Feo, percorrono le vicende dell'Expo di Milano, del Mose di Venezia e di Mafia Capitale a Roma. I due si confrontano per individuare i problemi chiave del nostro Paese e per suggerire delle soluzioni.

 

Ma prima di passare a soluzioni tecniche per debellare la corruzione, secondo Cantone è necessaria una rivoluzione culturale. Pertanto,“ogni soluzione passa attraverso un cambiamento culturale: smettere di considerare la corruzione come un problema solo di tangenti, ma affrontare la questione della degenerazione della vita pubblica in ogni suo aspetto”.

 

Nel combattere la criminalità organizzata non c'è stato bisogno di troppe spiegazioni, tutti hanno capito che bisognava mobilitarsi. Lo stesso ora bisogna fare nei confronti del malaffare della corruzione. Infatti sono tanti quelli che ancora non hanno capito la gravità della questione.“E' un male che aggredisce sempre più profondamente la qualità della nostra vita. Distrugge il libero mercato, annulla la competizione economica, partorisce servizi scadenti per i cittadini, ci consegna infrastrutture tanto costose quanto inefficienti” Tra i tanti sterminati mali, collaterali del malaffare, per Cantone, c'è  quella della cosiddetta “fuga dei cervelli”, “un'intera generazione, quella dei nostri figli, è costretta a cercare lontano dall'Italia il riconoscimento dei meriti che qui sono negati ai più, per garantire privilegi di pochi”. E' di questi giorni la notizia dell'aumento nel 2015 del 15% dei giovani fuggiti dall'Italia.

 

Tuttavia la corruzione rappresenta il male italiano più diffuso e tutte le rilevazioni internazionali ci bollano come un Paese incapace di affrontare la questione. Eppure ci sono stati tanti “chirurghi” che hanno cercato di risolvere la questione, a cominciare nel 1992 da “Mani Pulite”, che ha cambiato molte cose, ma non è riuscita ad estirpare il male. Secondo Cantone le cose non sono cambiate perché “non c'è mai stata prevenzione [...]In Italia non si è mai neppure provato a fare prevenzione”.

 

La Corte dei Conti sostiene che ogni anno, “il sistema delle tangenti inghiotta sessanta miliardi di euro”.

 

Dopo l'intervento dei magistrati a Tangentopoli,“non si è fatto assolutamente nulla. Non sono stati introdotti correttivi, non sono state affrontate le zone infette, anzi sono state messe in campo via via misure che andavano in senso contrario[...]”.

 

Per la lotta alla corruzione servono in sinergia tre fattori: prevenire, continuare la repressione penale e infine“è indispensabile una grande presa di coscienza della pericolosità del male, del danno che crea a tutti i cittadini, una vera rivoluzione culturale”.

 

Sulla difficoltà del cambiamento di mentalità di certi ambienti dell'amministrazione pubblica italiana, il magistrato napoletano di Giugliano, ricorda l'episodio che ha scandalizzato tutti: quello dei vigili urbani di Roma che a Capodanno hanno disertato il servizio, presentando certificati medici e altre giustificazioni. Qui addirittura i sindacati hanno contrastato la possibilità di far ruotare i comandanti dei vigili o di spostarli ad altra zona di Roma. Sul ruolo del sindacato nella pubblica amministrazione, il magistrato napoletano si sofferma nel 6° capitolo, dove spesso seguono una logica corporativa, custodi della peggiore burocrazia. Cantone denuncia quell'”inquietante alleanza tra chi vuole mantenere lo status quo per salvaguardare i diritti dei lavoratori e chi lo fa per patrocinare posizioni individuali”.

 

Sia Di Feo che Cantone concordano sul fatto che,“il concetto di interesse pubblico è sempre stato molto debole nella storia del nostro Paese”, e che inoltre le “corporazioni sono i poteri più forti d'Italia”. La vicenda dei vigili romani ne è un esempio eclatante. Praticamente dimostra che la nostra società ancora non è pronta a lottare contro la corruzione. Infatti per Cantone,“corruzione non significa solo mazzette, è un complesso sistema di malaffare che potrebbe prescindere dalle bustarelle”. Tuttavia la prevenzione non bisogna farla nei confronti di chi è realmente corrotto, ma nei confronti di tutti.

 

Nel Paese delle varie caste, del malaffare, una istituzione nata con lo scopo di debellare la corruzione suscita poca fiducia e credibilità. Qualcuno potrebbe sostenere che si è istituito il solito carrozzone politico italiano. Cantone ne è consapevole, peraltro, presentando la sua carriera il magistrato napoletano, non appare un uomo compromesso con qualche specifica forza politica, anche se ha conosciuto e avuto contatti con molti esponenti politici di governo e di minoranza, ha mantenuto la sua indipendenza. Da quello che ho capito il magistrato non mi sembra un novello giacobino che preso dal furore iconoclasta contro la corruzione diffusa, prende decisioni ideologiche, come sembra essere il recente nuovo codice antimafia, definito dal settimanale Panorama: “un ultimo malsano successo del “populismo giudiziario”, l’assurdo rigurgito di giacobinismo che sta avvelenando l’Italia”. E peraltro non mi sembra neanche un professionista dell'antimafia.

 

La sua nomina a presidente dell' anticorruzione è stata designata sì dal governo Renzi, ma votata all'unanimità da tutto il Parlamento. Certo è stato sempre disponibile ad andare a parlare nei vari palcoscenici della politica. Lo stesso Di Feo, intervistandolo, sottolinea che anche Cantone, potrebbe essere considerato “un uomo di potere”, gode della stima di tutti, appare spesso in tv e viene intervistato dai giornali. Ma il magistrato ci tiene a mantenere un ruolo super partes. Peraltro, nell'intervista Cantone afferma esplicitamente di aver rifiutato le avance del Pd di Renzi che voleva arruolarlo.

 

L'istituzione presieduta da Cantone sta cercando di instaurare una cultura della trasparenza della pubblica amministrazione e dell'etica dei comportamenti individuali che richiederanno del tempo, ma potrebbero davvero far fare un passo in avanti decisivo all'Italia. Il rispetto delle regole come valore, per riprendere la citazione del libro, è il cuore del problema. Fino a quando riterremo di essere al di sopra delle regole o che le regole riguardino gli altri e non noi, non riusciremo a cambiare.

 

“L'autorità è un referente, pronto a collaborare con chiunque”, afferma Cantone. Del resto per debellare la corruzione serve la trasversalità della politica: “senza una mobilitazione generale non si può sperare di combattere la corruzione”.

 

Già alle prime settimane dal suo insediamento Cantone ha dovuto intervenire per bloccare lo scandalo delle tangenti dell'Expo di Milano, intervento che ha rischiato di minare la credibilità stessa della manifestazione.“Ma abbiamo dimostrato di saper reagire. E che, quando ci sono volontà e un impegno condiviso, si può cercare di raddrizzare le cose”. A questo proposito il magistrato ricorda di essersi scontrato con una certa “mentalità imprenditoriale milanese: una cultura del fare a ogni costo, un istinto a correre che spesso si traduce in un'insofferenza verso i controlli burocratici, considerati ostacoli e come tali da aggirare”. E qui Di Feo sottolinea il fattore che negli ultimi decenni, spesso si è cercato di gestire “attività pubbliche secondo criteri privati. Con una confusione di regole e ruoli che, invece di aumentare la managerialità, ha favorito scelte più disinvolte”. Del resto l'evento dell'Expo, consisteva in una spesa da undici miliardi di euro, una somma che mette in moto appetiti altrettanto grandi, soprattutto in un momento di profonda crisi.

 

Per quanto riguarda il Mose di Venezia, trasformato in un pozzo di malaffare senza fondo che ha inghiottito una massa sconvolgente di soldi pubblici, Cantone è molto chiaro.“Grazie a questi denari, da Venezia la corruzione si è insinuata ovunque, non c'è istituzione locale o nazionale che non sia stata coinvolta nelle indagini, con accuse a esponenti di tutti gli schieramenti politici”. Cantone è convinto che non è questione di norme, anche cambiandole,“le regole sugli appalti, mi pare difficile che si riesca a impedire il ripetersi di situazioni così incancrenite, in cui sono invischiati controllati, controllori, ceto politico: un'intera classe dirigente, compresi appartenenti a forze dell'ordine e a organismi di controllo, è stata coinvolta negli intrallazzi o ha chiuso gli occhi”.

 

Infine perveniamo all'inchiesta di Roma, “Mafia capitale”. Cantone ha studiato il simbolo dei cantieri dispendiosi di Roma: la linea C della Metropolitana. Dal 2007 ci sono state “quarantacinque varianti”, fatte dalle varie giunte capitoline. Roma rischia di trasformarsi in una palude, lo dice chiaramente Cantone. “La prassi degli uffici pubblici sembra essere diventata la seguente: 'io di regola non prendo decisioni, quindi, se ci tieni che la pratica vada a buon fine, devi pagare'”. Sostanzialmente in cambio di questa particolare attenzione, “si cede di tutto, non solo denaro o beni materiali: sul piatto finiscono favori, sconti, raccomandazioni, promozioni, assunzioni, anche in maniera, trasversale e obliqua”.

 

In questa palude che si materializza nel 2014, lo scandalo di Mafia Capitale, ancora più sconvolgente rispetto a quello dell'Expo o del Mose. Qualcuno fino a cinque anni fa ancora continuava a sostenere che le cosche a Roma non erano arrivate.“La mafia c'era eccome, - afferma Cantone - e nel frattempo Cosa nostra, ma soprattutto camorra e 'ndrangheta, hanno messo radici sul territorio, di fatto indisturbate”. Qui i due concordano nel fatto che magari la criminalità non era tanto evidente a Roma come a Milano, perchè non si era manifestata violentemente come a Napoli e a Palermo. Ma il problema esiste eccome.

 

Il libro intervista affronta altri temi, tutti interessanti, e meritevoli di essere presentati. La questione della sanità italiana, la principale spesa pubblica, nonostante la spending review, nel 2013 lo Stato ha investito centonove miliardi di euro per cercare di garantire la salute dei cittadini. “Tutti soldi gestiti dalle Regioni, tramite le Asl: organismi espressione della politica locale e quindi maggiormente soggetti sia alla lottizzazione sia all'infiltrazione mafiosa”. Non è una tesi peregrina, ma è quello che hanno detto i pentiti di Cosa Nostra.

 

Il 4° capitolo del testo viene dedicato alla politica in sé, ai partiti, ai riti elettorali. I politici sono passati dalla trasversalità alla transumanza. Pertanto certi sistemi elettoriali secondo Cantone hanno reso più facile le infiltrazioni criminali nei partiti. “E' un fenomeno che ho incontrato spesso - scrive Cantone - nelle inchieste di camorra: politici che migrano da un movimento all'altro, oppure inventano liste civiche e alleanze trasversali, con l'unico obiettivo di continuare ad assecondare i disegni dei clan. Tra Napoli e Caserta ci sono stati casi clamorosi di giunte comunali fatte saltare perché non approvavano i progetti dei boss, crisi pilotate da figure che poi riuscivano ad architettare nuove maggioranze compiacenti”.

 

Per gli autori del libro il corpo di grazia ai partiti e alle loro strutture centrali è stato dato con la fine del finanziamento pubblico. “Un meccanismo nato sotto nobili auspici e poi degenerato in un sistema impazzito”. Poi ci sono le fondazioni, che viaggiano fuori da ogni possibilità di controllo, dove ormai passa buona parte dei soldi che alimentano le campagne elettorali.

 

Cantone accenna alla questione del contrasto tra magistratura e politici e ricorda che “il giudice arriva a reato commesso, mentre la selezione preventiva dei candidati la dovrebbero svolgere i partiti i quali, in caso di errore, possono ricorrere ai propri codici etici e allontanare un esponente che si è rivelato disonesto”.

 

Viene affrontata la questione del conflitto di interessi, e non c'è solo Berlusconi. “La trasparenza è l'unico elemento che può funzionare contro il conflitto di interessi. Se non ho niente da nascondere, che male c'è a indicare dove lavorano e quanto guadagnano i miei familiari?”. Inoltre si affronta la questione delle primarie, dei rimborsi elettorali, dei privilegi, degli sprechi, la vergogna delle ambasciate regionali all'estero. Le cifre folli delle 8.000 municipalizzate, le società miste costruite dagli enti pubblici. Invece di riformare gli uffici si è preferito inventare organismi privati a controllo pubblico. Ibridi diventati predatori di fondi, fino a mandare all'aria i conti di Comuni, Regioni e persino ministeri. Riducendo questi enti si poteva risparmiare 3 miliardi di euro. “Perché molte sono soltanto dei poltronifici, con più dirigenti che dipendenti: l'unica funzione è garantire uno stipendio ai politici trombati e al loro staff. In pratica, l'evoluzione estrema della lottizzazione”.

 

Poi c'è la questione del “labirinto della burocrazia”, ci sono 3 milioni e trecentomila persone della Pubblica Amministrazione, l'industria più importante d'Italia. Con un costo di 158 miliardi di euro l'anno, una cifra pari all'undici per cento del Pil. “Ha cambiato volto nel corso degli anni, ma una cosa è rimasta costante: la corruzione passa inevitabilmente dai suoi uffici ed è alimentata dalla cattiva burocrazia. Ed è proprio su questo fronte che si gioca la battaglia della legalità”.

 

Mentre porto a termine la recensione del testo apprendo che viene approvato il nuovo Codice antimafia, che dovrebbe dare più regole e trasparenza e quindi equiparare i reati di corruzione a quelli di mafia. Senza entrare nel merito, leggo dal settimanale “Panorama”, il giudizio che dà Cantone in particolare sul "giudizio di prevenzione". A nulla sono servite le tante riserve, manifestate anche da soggetti autorevoli come Raffaele Cantone. Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione aveva detto: “Si rischia di snaturare un sistema di prevenzione che ha il suo carattere eccezionale legato alle mafie. Credo sia poco opportuno inserirlo con riferimento alla corruzione, e si rischia di avere effetti tutt’altro che positivi”. Nessuno ha ascoltato”. (Maurizio Tortorella, Nuovo Codice Antimafia: perché è un obbrobrio giudiziario, 27.9.17, Panorama)

 

Mi devo fermare avrei voluto continuare per approfondire la situazione della P.A. Dove non si riesce a premiare il merito e spesso neppure a punire i comportamenti scorretti, “così - per Cantone - si disincentivano l'impegno e la professionalità: se lavori male o se fai il tuo dovere, vieni trattato alla stessa maniera, perchè le procedure disciplinari non funzionano”.

 

Poi c'è tutta la questione delle università, e qui si entra nell'attualità, dei concorsi truccati di questi giorni all'università di Firenze. A proposito degli scandali delle raccomandazioni e delle consorterie parentali all'interno delle università, scrive Di Feo: “il rischio è che si impartisca alla futura classe dirigente una lezione nefasta: gli atenei insegnano ai giovani che il merito non conta, perché in cattedra si sale grazie agli intrallazzi. Non è un caso che la fuga dei cervelli ormai sia diventata un esodo: i migliori ricercatori vanno all'estero perché da noi non c'è speranza di ottenere un posto.

 

 

 

 

 

Con una sentenza su un caso, che riguarda la Croazia e la Slovenia, la Corte europea di giustizia entra in scivolata su una contesa con gli altri membri dell'Unione europea che interessa da vicino anche l'Italia, Paese in prima linea nell'attuale emergenza immigrazione. Secondo il regolamento di Dublino, che norma il diritto di asilo nel Vecchio Continente, ricorda la Corte, in caso di passaggio illegale delle frontiere il Paese competente non può essere quello in cui la domanda viene presentata (in questo caso la Slovenia) ma il primo in cui i migranti sono giunti (la Croazia).

"L'attraversamento di una frontiera in violazione dei requisiti imposti dalla normativa applicabile nello Stato membro interessato - si legge nella sentenza - deve necessariamente essere considerato illegale ai sensi del regolamento Dublino III". Il dispositivo spiega, inoltre, che la nozione di "attraversamento irregolare di una frontiera" abbraccia anche la situazione in cui "uno Stato ammetta nel proprio territorio cittadini di un Paese non Ue invocando ragioni umanitarie e derogando ai requisiti di ingresso in linea di principio imposti ai cittadini di Paesi non Ue". L'unica eccezione al trasferimento di un richiedente asilo verso lo Stato competente di primo arrivo può essere prevista "se, a seguito del'arrivo di un numero eccezionalmente elevato di cittadini di Paesi non Ue intenzionati a ottenere una protezione internazionale, esiste un rischio reale che l'interessato subisca trattamenti inumani o degradanti in caso di realizzazione di tale trasferimento

Nonostante l'aspetto straordinario della crisi migratoria sulla rotta dei Balcani, in una sentenza la Corte Ue stabilisce che per l'esame delle richieste di asilo è competente lo Stato d'ingresso e non quello in cui la richiesta è presentata, in applicazione del regolamento di Dublino. In questo caso, è la Croazia a dover "esaminare le domande di protezione internazionale delle persone che hanno attraversato in massa la sua frontiera nel 2015-2016".

La Corte di Giustizia Ue deve "respingere i ricorsi di Slovacchia e Ungheria" contro il meccanismo di ricollocamento provvisorio obbligatorio dei richiedenti asilo da Italia e Grecia. E' questo il parere dell'avvocato generale Yves Bot, secondo cui il meccanismo contribuisce realmente e in modo proporzionato a far sì che la Grecia e l'Italia possano far fronte alle conseguenze della crisi migratoria del 2015". Nella maggior parte dei casi la Corte accoglie i pareri degli avvocati generali

L'incontro e stato di particolare importanza perché avviene all'indomani di quello di Parigi che l'Italia sia augura produca risultati importanti nelle prossime settimane e nei prossimi mesi". Lo ha detto il premier Paolo Gentiloni in una conferenza stampa a Palazzo Chigi con il premier libico Fayez al-Sarraj. 

"Non sarà un percorso semplice ma siamo fiduciosi che lavorando tutti insieme si possano ottener risultati. Voglio ringraziare la Francia e Macron che a questo incontro ha lavorato con impegno personale". "Se si fanno passi avanti in Libia il primo tra i paesi europei a esserne felice è l'Italia".

"Lavoriamo contro i trafficanti assieme alle autorità libiche, centrali, locali", ha detto il premier italiano. "Un paio d'ore fa ne ho parlato con la Merkel che mi ha confermato l'impegno della Germania a sostenere le iniziative italiane per il contrasto al traffico di essere umani e alla cooperazione italo-libica", ha aggiunto.

"Sarraj mi ha indirizzato alcuni giorni fa una lettera nella quale si chiede al governo italiano un sostegno tecnico con unità navali al contrasto del traffico di esseri umani. La richiesta è all'esame del nostro ministero della Difesa". "Le decisioni che prenderemo verranno valutate d'intesa con la Libia e, innanzitutto, con il Parlamento. Ma devo essere molto chiaro che questa richiesta può rappresentare un punto di novità molto importante nella lotta" ai trafficanti in Libia.

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