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Sabato, 07 Dicembre 2019

La mostra La rivoluzione della visione. Verso il Bauhaus. Moholy-Nagy e i suoi contemporanei ungheresi è dedicata all'arte e alla memoria di László Moholy-Nagy, artista d'origine ungherese e figura chiave del movimento Bauhaus nel mondo, in occasione delle celebrazioni per i 125 anni dalla sua nascita e in contemporanea con le grandi manifestazioni internazionali per i cento anni dello stesso Bauhaus, nato a Weimar nel 1919.

Ospitata alla Galleria d’Arte Moderna di Roma dal 28 novembre 2019 al 15 marzo 2020, l’esposizione, a cura di Katalin Nagy T., è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, l’Accademia d’Ungheria in Roma e realizzata in collaborazione con il Museo Déri di Debrecen, il Museo della Fotografia Ungherese di Kecskemét e l’Istituto Luce-Cinecittà.

In mostra, in esclusiva per l’Italia, una selezione di dipinti, fotografie e grafiche originali a cui si aggiungono tre film dell'artista, opere che attraversano la produzione di Moholy-Nagy nell’arco di tempo che va dagli anni Dieci agli anni Quaranta del Novecento, fra Espressionismo e Bauhaus, e raccontano i molteplici aspetti del suo lavoro e delle sue teorie costruttive così da offrire un panorama vasto ed esauriente del suo laboratorio creativo. Un percorso fra l’Ungheria e la Germania dove, nel 1923, incontra Walter Gropius il quale, profondamente colpito dalle sue opere, lo invita a collaborare al Bauhaus di Weimar. Sarà, questo, il periodo più significativo della sua attività e l’inizio di quel personale “segno grafico”, svolto in pittura così come nella fotografia e nel video, che sarà anche l’origine della sua fama come rappresentante per eccellenza della fotografia del Bauhaus europeo, a cui contribuì certamente anche la pubblicazione di Pittura Fotografia Film (1925), ottavo volume dei Libri del Bauhaus e primo testo fondamentale della tecnica fotografica contemporanea d’avanguardia.

L’esposizione è arricchita da un’importante sezione di dipinti e fotografie di artisti dell'Avanguardia ungherese, sempre fra Espressionismo e Bauhaus, per la maggior parte mai presentati prima in Italia e provenienti dal Museo Déri di Debrecen (collezione Antal-Lusztig) e dal Museo della Fotografia Ungherese di Kecskemét. Presenti opere di Róbert Berény, Ede Bohacsek, Sándor Bortnyik, Lajos Kassák, Ödön Márffy, János Mattis Teutsch, József Nemes Lampérth, Lajos Tihanyi, Béla Uitz. Tutti artisti che, fra l’Ungheria e la Germania, hanno definito la cultura visiva dell’Europa centrale fra anni Venti e Quaranta.

La sezione della mostra Budapest a Roma. Artisti ungheresi nella Capitale fra le due guerre, a cura di Arianna Angelelli e Claudio Crescentini, allestita con opere della collezione della Galleria d’Arte Moderna, è dedicata agli artisti magiari attivi nella Capitale fra gli anni Dieci e l’inizio dei Quaranta del Novecento. Questa parte dell’esposizione racconta in modo approfondito il particolare rapporto di collaborazione creativa e interscambio artistico fra l’Italia e l’Ungheria nel momento di più alta espressione dell’Avanguardia europea del Novecento. Fra gli artisti esposti, Istvan Csók, Ferenc Sidló, Béla Iványi Grünwald, Aba Novák, Paolo Molnár, István Réti, insieme a video (biennio 1932-33) provenienti dall’archivio dell’Istituto Luce-Cinecittà e girati durante le mostre degli artisti ungheresi a Roma. A rafforzare l’identificazione di una forte presenza ungherese in Italia fra le due guerre e i continui rapporti fra gli artisti dei due paesi, con particolare riferimento all’ “ondata” Bauhaus europea, contribuiranno anche alcuni rarissimi documenti provenienti dal Fondo Prampolini del CRDAV, il Centro Ricerche Documentazione Arti Visive della Sovrintendenza Capitolina. Tra questi, due lettere autografe inviate da Gropius, in quel periodo presente a Weimar, a Prampolini nel 1922 e 1923 e una lettera autografa inviata dallo stesso Moholy-Nagy all’artista futurista, sempre da Weimar, nel 1924.

In contemporanea, nel chiostro/giardino della Galleria d’Arte Moderna, sarà realizzata una mostra/installazione dell’artista Sándor Vály (Budapest 1968), dal titolo “Ologrammi gotici”. Vály, artista figurativo e visivo ungherese che vive in Finlandia, pratica un’arte caratterizzata da una dimensione concettuale e filosofica che non si limita solo alla pittura, ma si estende anche alla scultura, alla musica, al cinema e alla letteratura, portando alla creazione di opere d'arte basate su un pensiero globale.

L’installazione riflette sulla prospettiva della rappresentazione gotica nello spazio tramite il sistema relazionale di spazio e tempo delle luci. La prospettiva gotica ha portato una novità riguardo ai concetti tradizionali del tempo e dello spazio: gli eventi che si verificano in diversi piani temporali qui vengono rappresentati in una sequenza spaziale parallela all’interno di una singola immagine. Dopo l'atemporalità bidimensionale dell'arte bizantina, il gotico infatti, pur raffigurando storie nella loro sequenza spaziale, presenta al contempo un piano temporale lineare. L'eternità cede il posto alla narrazione, alla sequenza spazio-temporale degli eventi. Le relazioni spaziali dell'installazione, nonostante la loro simultaneità spaziale, rappresentano la struttura temporale della memoria. I frammenti spaziali (statue), racchiusi in contenitori polverosi o vetrine, nonostante sembrino contemporanei, grazie alla particolare illuminazione rivelano forme a volte disegnate con maggior cura, altre volte sfumate, dando vita a immagini che evocano corpi antropomorfi non meglio definiti. “L’ologramma gotico”, dunque, altro non è che la trasformazione della percezione visiva di un oggetto determinata da diverse illuminazioni. Nel caso dell’installazione, tuttavia, la luce è più di una semplice visione. Si stabilisce un continuo cambiamento di aspetto tra spazio e tempo: il primo è un contenitore che, una volta rimosso, crea una sorta di spazio interno e forma un'unità con le opere d'arte. L'aspetto del tempo è invece duplice: da una parte i contenitori polverosi rimandano al passato, dall’altra il tempo della natura che appare nelle installazioni video è il contrappunto del tempo circoscritto dell'uomo.

SÁNDOR VÁLY studia arte in Ungheria dal 1982 al 1988 e dal ‘90 vive in Finlandia, dove è membro dell’Unione Finlandese dei Pittori nonché dell’Accademia di Tarihstan ed è considerato una figura rilevante della scena internazionale dell’arte intermediale. Espone sin dal 1985 (mostre personali e collettive) in Austria, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Inghilterra, Russia, Svezia, Turchia, Ungheria. Tra i suoi premi si ricordano: Il Premio della Critica Finlandese 2000, il Premio Fondazione E.K. Ponkala - Associazione dei critici finlandesi 2015. Le sue opere attualmente sono conservate presso le collezioni pubbliche di HAM Helsinki Art Museum, Kemi Art Museum (Kemi, Finland), Pori Art Museum (Pori, Finland), Lönnström Art Museum (Rauma, Finland), RikArt (Helsinki, Finland), Lars Swanljung collection, Helsingin Kaupunginkirjasto. Vály è anche autore di numerose pubblicazioni (libri, studi, cataloghi).

 

Intanto la ricerca artistica passa anche attraverso la storia degli spazi che materialmente hanno ospitato mostre e dibattiti, artisti e gruppi, e che hanno costituito il luogo di propulsione e diffusione di teorie, idee, tendenze. In tal senso il gallerista svolge non di rado un vero e proprio ruolo di animatore culturale, alimentando e orientando, attraverso le proprie scelte, il dibattito artistico.

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la mostra Spazi d’arte a Roma. Documenti dal Centro Ricerca e Documentazione Arti Visive (1940-1990) è una riflessione sugli spazi romani dedicati all’arte, una storia ricostruita e illustrata a partire dalle collezioni archivistiche e documentarie del CRDAV (Centro Ricerca e Documentazione Arti Visive della Sovrintendenza Capitolina), di cui quest’anno ricorre l’importante anniversario dei 40 anni. La mostra è a cura di Alessandra Cappella, Claudio Crescentini, Daniela Vasta.

Il CRDAV, istituito dal Comune di Roma nel 1979 grazie a una cospicua donazione del critico d’arte Francesco Vincitorio, è una collezione documentaria di grande rilevanza sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo.

In occasione del lavoro di digitalizzazione del Fondo Gallerie Storiche del CRDAV e per i 40 anni di attività del Centro, ha preso il via il progetto di una mostra documentaria di approfondimento sul ruolo che le gallerie storiche romane e altri “spazi dell’arte” hanno avuto nella divulgazione di stili e teorie della contemporaneità, partendo dal secondo dopoguerra agli anni Novanta del Novecento.

Il CRDAV prosegue da anni un’attività di raccolta e schedatura di cataloghi, monografie, letteratura grigia (inviti, comunicati stampa, dépliant, ecc.), periodici, video e materiale fotografico. Si tratta di materiale storico unico nel suo genere che, proprio attraverso questa mostra, può offrire spunti per nuovi approfondimenti scientifici, per ricostruire, attraverso documenti originali, la storia di gallerie, spazi d’arte e associazioni nonché percorsi individuali e collettivi che hanno definito il volto di Roma come capitale del contemporaneo, anche in ambito internazionale.

Specifiche sezioni cronologico-tematiche, attraverso una selezione ragionata di materiali documentari, tratteggeranno dunque un percorso storico lungo circa cinquant’anni, evidenziando alcune tra le più significative tendenze delle arti visive a Roma e soprattutto il ruolo fondamentale di incubazione, elaborazione e diffusione di ricerche e riflessioni che i vari spazi hanno rivestito. Un’occasione per approfondire scientificamente temi e problematiche dell’arte nazionale e internazionale a Roma dalla ricostruzione post-bellica fino agli ultimi decenni del XX secolo, passando per il rinnovamento intellettuale e stilistico degli anni Sessanta e Settanta.

Parte del materiale non esposto verrà successivamente proposto ai visitatori attraverso un archivio digitale mentre sarà trasmesso, come parte integrante del percorso di mostra, il film d’arte di Franco Angeli, Opprimente (1968 / 26'), per Il teatro delle mostre presso la Galleria La Tartaruga. In collaborazione con l’Archivio Franco Angeli.

Il progetto espositivo Spazi d’arte a Roma. Documenti dal Centro di Ricerca e Documentazione Arti Visive (1940-1990) sarà accompagnato da un volume di approfondimento, di prossima pubblicazione, che – attraverso alcuni saggi introduttivi e schede sulle singole gallerie e spazi d’arte – offrirà a studiosi e appassionati un utile strumento di indagine a partire dalle collezioni del CRDAV.

Da dicembre 2019 ad aprile 2020, inoltre, si svolgeranno numerosi workshop e alcuni incontri dal titolo “Testimoni dell’arte a Roma”. Attraverso il contributo di studiosi, artisti e galleristi, si ricostruiranno e racconteranno le storie “particolari” di alcune delle principali gallerie storiche romane e degli altri spazi d’arte esplorati dalla mostra. Agli incontri parteciperanno storici dell’arte ed esperti del settore, provenienti da varie realtà accademiche romane, insieme a galleristi storici della Capitale, testimoni “diretti” del fermento artistico capitolino. Importante sarà anche la partecipazione degli artisti che hanno dato vita direttamente a propri spazi espositivi e culturali, rispondendo a un’urgenza di autonomia e indipendenza rispetto al sistema istituzionale dell’arte. Parteciperanno anche gli studenti universitari, grazie alla collaborazione con alcuni docenti delle cattedre di “Storia dell’arte contemporanea” delle Università romane.


 

 

108 opere sequestrate dai Nuclei del Comando TPC e analizzate dal Laboratorio del falso di Roma Tre
Proiezioni in 3D di una selezione di falsi presenti in mostra
Mostra-omaggio al Comando TPC in occasione del cinquantennale. Consegnata targa al merito per l’alto ruolo svolto

Capolavori del Novecento sì, ma falsi. E allora come fare a distinguerli dagli originali senza essere un esperto d’arte? Quali sono gli artisti più contraffatti? Quanto vale il mercato nero del falso nell’arte? A queste e altre domande risponde la mostra In difesa della bellezza allestita presso il foyer dell’Aula Magna della Scuola di Lettere Filosofia Lingue dell’Università Roma Tre e visitabile gratuitamente da oggi e fino al 18 dicembre.

L’arte materica di Burri con il suo Sacco, quella tecnologia e multimediale di Schifano, quella espressionista di Sironi, quella futurista e rivoluzionaria di Balla e quella del macchiaiolo Fattori con la sua Maremma toscana. Sono alcune delle 108 opere sequestrate dai Nuclei del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) ed analizzate da studenti, docenti ed esperti del Laboratorio del falso dell’Università Roma Tre ed esposte in mostra assieme ai primi risultati dello studio condotto sulle stesse.

“Una mostra – ha dichiarato il Rettore Luca Pietromarchi - prodotta dal Laboratorio del falso che esalta le attività dei nostri master dedicati alla tutela del patrimonio culturale, che sono a loro volta dei modelli di dialogo tra scienze umanistiche e scienze applicate, nonché di collaborazione tra l’istituzione universitaria e l’Arma dei Carabinieri”.

In occasione del cinquantennale d’istituzione del Comando Carabinieri per la Tutela Patrimonio Culturale il Rettore Pietromarchi ha consegnato al Comandante dei Carabinieri TPC la targa al merito per l’alto ruolo svolto dal Comando stesso nella formazione universitaria.

“L’arte – ha sottolineato il Gen.B. Roberto Riccardi, Comandante dei Carabinieri per la Tutela Patrimonio Culturale - ha un valore che trascende qualunque stima economica, è l’espressione della creatività umana, un sentiero luminoso che illumina il cammino della Storia. Alterare quel valore è gettare il buio sulla luce.  Perciò ritengo che il “Laboratorio del falso” sia uno strumento prezioso, un’iniziativa lodevole e intelligente che va portata avanti con il massimo impegno”.

Non solo dipinti su tavola, tela, carta, ricami e opere polimateriche d’arte contemporanea, ma anche sculture ispirate al sacro e alla cultura giapponese, insieme a proiezioni in 3D in una sezione multimediale ad hoc, curata dal Laboratorio geocartografico “Giuseppe Caraci” del Dipartimento di Studi Umanistici di Roma Tre.

La diversa tipologia dei materiali falsificati, allusivi ad epoche ed aree geografiche diverse (avori, superfici dipinte, leghe metalliche, pietre dure), ha richiesto approcci differenziati e propri sia della diagnostica umanistica che di quella tecnologico-scientifica. Dalla falsificazione di reperti archeologici (ceramiche, bronzetti, monete, affreschi) a quella di famosi artisti contemporanei, che rimandano allo sviluppo storico della cultura euro-mediterranea, fino alla più problematica valutazione della contraffazione di oggetti pertinenti all’area asiatica, il percorso della mostra propone 7 sezioni tematiche: 1) Un fenomeno da contrastare ad ampio raggio; 2) Autentici, falsi, pasticci; 3) Oltre i confini disciplinari: lo sguardo sull’opera e dentro l’opera; 4) La difficoltà di distinguere tra vero e falso; 5) Simulare cronologie, materiali e tecniche; 6) Danni culturali e danni economici del falso nell’arte: casi di studio; 7) Il “peggio” e il “meglio” tra i falsi in mostra.

La presenza di nuclei consistenti di opere a firma dello stesso artista, ha permesso un’analisi comparata dei dati. Una particolare attenzione è stata dedicata allo studio delle tecniche di esecuzione, compreso l’esame grafologico delle firme e di altre iscrizioni presenti sul retro di alcune opere, nonché alle ricerche d’archivio. Attraverso la sintesi degli apparati didattici e la visione delle opere in mostra il visitatore potrà quindi cogliere gli aspetti principali di un fenomeno, complesso e insidioso, che bisogna conoscere per non farsi ingannare.

Il “Laboratorio del falso”, istituito presso il Dipartimento di Studi Umanistici (DSU) – Università degli Studi Roma Tre, opera in sinergia con Laboratori del Dipartimento di Scienze (Spettroscopia Raman, LIME, LASR3) dello stesso Ateneo, con enti esterni (INFN – Laboratori Nazionali di Frascati, Roma, e Laboratori Nazionali del Sud, Catania; ArsMensurae), con Uffici del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, con la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e nell’ambito del Distretto Tecnologico beni e attività Culturali (DTC) della Regione Lazio.

Sono stati coinvolti nello studio dei materiali, nella redazione degli apparati didattici e nella comunicazione dei contenuti della mostra, studenti e docenti di Master di secondo livello attivi presso l’Università degli Studi Roma Tre, Dipartimento di Studi Umanistici (“Esperti nelle attività di valutazione e di tutela del patrimonio culturale” e “Strumenti scientifici di supporto alla conoscenza e alla tutela del patrimonio culturale”), di Corsi di Alta Formazione attivi presso l’Università degli Studi Roma Tre, Dipartimento di Scienze (“Diagnostica per i beni culturali”) e presso l’Università della Tuscia, Dipartimento di Scienze Umanistiche, della Comunicazione e del Turismo (“Storyteller e content curator. Strategie narrative per la valorizzazione del patrimonio culturale”).

 

E’ una Roma ‘formato ridotto’ quella raccontata nell’originale dialogo fra i dipinti di Diego Angeli e le fotografie in polaroid di Simona Filippini, due autori lontani per contesto e forma linguistica ma accomunati dal fascino della città. Tra suggestioni, scorci e “appunti” insoliti, circa 150 dei loro lavori s’incontrano nella mostra “TACCUINI ROMANI. Vedute di Diego Angeli. Visioni di Simona Filippini”, ospitata al Museo di Roma in Trastevere dal 1 novembre al 23 febbraio 2020.

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. E’ curata da Silvana Bonfilicon il coordinamento tecnico-scientifico di Roberta Perfetti e Silvia Telmon. Organizzazione Zètema Progetto Cultura. Ricerche biobibliografiche di Francesca Lombardi. Cura del progetto Rome LOVE, Chiara Capodici.

La mostra “TACCUINI ROMANI” nasce nella prospettiva di valorizzazione della produzione pittorica di Diego Angeli e in particolare della serie di 76 vedute del Museo di Roma in Trastevere, un nucleo acquisito negli anni 1991/1992 per la collezione del museo (allora denominato “Museo del Folklore”). L’intero fondo viene esposto per la prima volta in questa mostra e, in vista di un più attuale approfondimento del rapporto che da secoli coinvolge gli artisti nella rappresentazione della città, viene messo a confronto con altrettante immagini fotografiche scattate con la polaroid da Simona Filippini, a partire dal 1993, nel suo progettoRome LOVE su Roma e le sue periferie.

Il corpus di dipinti a olio e su carta, cartone e legno, eseguiti fra il 1885 e il 1936 e dal particolare formato non più grande di una cartolina, costituisce l’unica testimonianza nota della produzione pittorica di Diego Angeli, brillante elzevirista, ritrattista elegante e raffinato degli ambienti aristocratici della Roma fine secolo XIX. Il prezioso nucleo di dipinti si compone di piccole vedute, “delicate impressioni paesistiche”, ambientate per la maggior parte a Roma, con alcune eccezioni in Sabina, nella città di Firenze e Parigi.

Si tratta di una produzione che, pur segnata da una dimensione privata e amatoriale, evidenzia una specifica sensibilità nei confronti di una pittura ispirata dalla diretta osservazione della natura e in profonda sintonia con quella nuova concezione della “pittura di paesaggio” diffusa negli ultimi decenni del XIX secolo.

Nel percorso espositivo le immagini di Angeli sono messe a confronto, fuori da schemi cronologici e linguistici, con la raccolta di istantanee di Simona Filippini: se nei loro personalissimi lavori risalta la diversità del mezzo artistico e del contesto storico-sociale di realizzazione, il fil rouge - che rende l’accostamento armonico - resta nella ricerca di suggestioni e di particolari atmosfere, “visioni” che Roma e la sua campagna.

Cosi, nei suoi piccoli dipinti Diego Angeli predilige scorci inconsueti, quasi “appunti in forma pittorica” per un’ideale taccuino delle sue passeggiate romane. Rispetto alla monumentalità di Roma, l’artista sceglie di privilegiare spazi più nascosti, quasi invisibili agli altri, intravisti percorrendo le vicine campagne romane o le maestose ville storiche.

Scelta che tradisce una delle cifre profonde della sua pittura, un’originalità di sguardo che connota profondamente, ad esempio, le vedute dedicate ai luoghi maggiormente segnati dal glorioso passato della città, resi nella maggior parte dei casi secondo angolature inaspettate. A titolo d’esempio appaiono, così, Villa Ludovisi (settembre ’88), prossima a scomparire sotto i colpi del piccone demolitore, o Rovine dei Gordiani fuori Porta Maggiore (1897) In queste opere le emergenze monumentali rimangono appena accennate e confinate sullo sfondo e l’elemento dominate è costituito dalle macchie scure dei prati in primo piano e da quelle chiare dei cieli striati di nubi.

E un’analoga impaginatura caratterizza anche altri dipinti - pure questi esemplificativi della consuetudine di Angeli di dipingere en plei air – dedicati ad angoli di ville storiche e della città entro le mura: anche qui rovine e cupole, sinteticamente schizzate, sono relegate ancora una volta sullo sfondo di una vasta distesa verdeggiante.

Anche Simona Filippini, come Angeli, ama i parchi e le vie consolari. Eppure il suo obiettivo, che scatta di preferenza al tramonto e nelle ore più tarde, cattura particolarità quotidiane e apparentemente banali, come una sedia vuota tra le colonne di uno storico palazzo del centro e le scritte luminose di un bar o di un albergo. Tutti dettagli narrativi che potrebbero trovarsi in ogni città del mondo ma che, invece, caratterizzano e identificano Roma, propria per la sua vocazione di essere unica e contemporaneamente “contenere molte città diverse.

E proprio dalla scritta di un hotel gestito da cinesi nella zona di Piazza Vittorio “Rome LOVE”, parte l’omonimo progetto fotografico sulla città: se Rome Love è una visione notturna che sembra un fotogramma rubato al cinema asiatico, l’intero lavoro della Filippini è costituito da visioni che passano come le immagini di molti film in un racconto corale.

Lo sguardo della fotografa romana ritrae uno spazio in mutazione, quasi inafferrabile, come lo scorrere del fiume Tevere che attraversa la città, uguale ma sempre diverso.

Uno sguardo affidato all’automatismo di apparecchi Polaroid. “Lavorare con la Polaroid” scrive Chiara Capodici “significa provare ad afferrare lo scorrere di un fiume, fermarlo per vederlo subito emergere, a volte quasi come pura astrazione, in una visione ampia che respira avvicinando l'antico, il monumentale, il contemporaneo e i dettagli che fanno la vita quotidiana, il familiare e quanto ancora sembra sconosciuto”.

 

"Colorful Autumn" Art Encounters è l'eloquente titolo della mostra che sarà inaugurata a Roma il prossimo 23 Ottobre 2019 alle ore 17.00 nella suggestiva cornice del Palazzo dell'Ufficio delle Relazioni Culturali e Didattiche dell'Ambasciata della  Repubblica Araba D'Egitto - via delle Terme di Traiano 13.
Ricorda il celebre filosofo Schopenhauer  “anche in assenza di uno stimolo particolare reco in me una comune ansietà interiore che mi fa vedere e cercare pericoli dove in realtà non ce ne sono. Essa amplifica all'infinito anche la minima avversità e rende tanto più difficile per me il rapporto con gli esseri umani”. Una perifrasi che rappresenta appieno il concept pensato dagli organizzatori: il voler stimolare il confronto fra culture differenti, con tutte le implicazioni che ne derivano; dal senso di ansia generato dall'utilizzo da parte di stranieri di forme grammaticali distorte, a causa dell'involontaria trasposizione di regole proprie della lingua di origine, alle differenze religiose e dell'ethos. Arroccamenti culturali, preconcetti che innalzano barriere che ostacolano i rapporti sociale, favorendo invece la strumentalizzazione verso la percezione della paura nei confronti dello straniero, volto a  seminare pericoli che in realtà non esistono, così come è visto nell'immaginario collettivo.
In tal senso, le opere degli artisti costruiscono ponti umani che travalicano la superficie delle sale espositive attraverso la pervasività dei linguaggi espressivi che, nel loro reciproco influenzarsi, mirano a destrutturare la spazialità del luogo, rendendo più agevole l'interazione con il visitatore, al fine di realizzare nuovi percorsi di visione, attraverso il messaggio che filtra dalla personale interpretazione del prodotto artistico.
L'era della globalizzazione e della comunicazione digitale ha accentuato ogni minima avversità e, come suggerisce il filosofo, ha procurato un distacco dalla realtà.
Oggigiorno viviamo sospesi tra il reale e il virtuale, con le conseguenze che ciò comporta sotto il profilo relazionale.
Ma l'arte è uno strumento privilegiato, capace di introiettare le problematiche insite nel nostro tessuto sociale e restituire nuove immagini, materia viva per superare i vincoli che interrompono il dialogo, elemento fondante della comunicazione fra i popoli, in un'ottica volta all'incontro dialettico e alla reciprocità.
Ed è appunto da questa idea dei curatori Sonia Vecchio e Claudio Alicandri di “incontro”  fra culture diverse che nasce la rassegna d’arte  "Colorful Autumn" Art Encounters, con la finalità di creare un trait d’union fra le popolazioni del mondo con un denominatore comune: l’arte.
La serata inaugurale verrà presentata dall’attore e showman Pascal Persiano special guest dell'evento.
La tv regionale RETE ORO riprenderà la serata che andrà in onda nel format televisivo a servizio dell’arte e della cultura Arte24.
Durante il vernissage saranno presenti i critici d’arte Silvia Filippi e Ugo Bongarzoni e verranno consegnati i cataloghi con testo critico e le targhe di merito a tutti gli artisti in mostra.
Ad arricchire ulteriormente la serata, la sfilata di moda di abiti da sposa dell’Atelier Menì dello stilista Mauro Menichino.

Photoreporter dell'evento Francesca Di Mario.
Press Office:
Daniela Cecchini Corriere del Sud
Marlene-Loredana Filoni LF Magazine
Valentina Roma Impossible-news

Orari Mostra dal 24 al 29 Ottobre
dalle ore 10 alle ore 16.
Chiusura Sabato e Domenica
Ingresso Libero

La delicata questione dei rischi connessi alla circolazione dei beni artistici, alla valutazione delle opere e ai criteri di “autenticazione”, sia per quanto riguarda la redazione di perizie che nell’ambito delle investigazioni, sarà il tema di un incontro di approfondimento dal titolo "PROSPETTIVE DI RIFORMA IN MATERIA DI CIRCOLAZIONE DELLE OPERE D'ARTE Rischi e criteri di valutazione dell'autenticità: Investigazioni e Perizia", che si terrà a Roma il prossimo 10 ottobre 2019 alle ore 11.30 presso la Sala Nassiriya del Senato della Repubblica.
Dopo un saluto del Presidente di Byron Associati Mario Galluppi di Cirella e della Presidente Aiga sezione di Roma Romina Lanza, apriranno un dibattito il Comandante Resp. Op.dei Carabinieri del Reparto "Tutela patrimonio culturale" Nicola Candido, la Presidente WISH "World International Sicilian Heritage" Chiara Modica Donà dalle Rose, la Professoressa Giovanna Capilli dell'Università San Raffaele di Roma e la Storica dell'Arte Susanna Misiano.
Moderatore dell'evento, al quale interverranno rappresentanti dei Gruppi parlamentari, sarà  Massimiliano Cardullo Responsabile rapporti istituzionali di Byron Associati.

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