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Venerdì, 24 Febbraio 2017

Quest'anno, a Sanremo, e' tornata Dalida.

Il film biografico sulla cantante nata in Egitto nel 1933 da genitori calabresi di Serrastretta, Pietro e Giuseppina Gigliotti, e' stato infatti presentato all'Ariston nel corso della serata iniziale del Festival.

Poi la pellicola, per concessione della Pathe', e' andata in onda in prima tv mercoldi 15 sul Primo Canale RAI.

Iolanda Gigliotti, questo il nome di battesimo dell'artista, e'

personaggio che ancora oggi interessa e fa discutere.

A partire dal suo legame con Luigi Tenco, del quale si sono appena celebrati i 50 anni dalla morte mentre si ricordano i 30 di Dalida.

Ma e' tutta la sua biografia, costellata, si, di successi, da Bang Bang a Bambino (Guaglione), da Come prima (Tu me donnes) a Quelli eran giorni, da Dan Dan Dan a Laissez moi danser, a Gigi l'amoroso, ma anche dalla depressione che l'avrebbe portata al suicidio nel 1987, al terzo disperato tentativo, quello riuscito, a 54 anni, nel 1987.

Ma chi era veramente Dalida?

Un contributo a chiarire alcuni aspetti della biografia lo fornisce il lavoro cinematografico in questione che si avvale della firma di Lisa Azuelos e della interpretazione di una straordinaria Sveva Alviti nel ruolo della protagonista.

Una donna fragile, intimamente sola, sentimentalmente irrisolta. Non Diva.

Dalla voce unica, mix di ruvidezza mediterranea e melodicita'

bohémienne derivante dal dna italo/franco/egiziano, distante dagli arrembanti rock e yeye dei '60 ma aperta verso la discomusic sul finire dei '70.

E soprattutto in grado di comunicare all'esterno il pathos dell'anima anche ai benpensanti piu accaniti che mal digerivano la sua liberta'

comportamentale, i flirt successivi alla separazione col primo marito, il produttore discografico Lucien Morisse (Jean Paul Rouve), in una liaison durata pochi mesi.

Probabile che gia' da bambina a Il Cairo alcuni eventi, come l'arresto del padre, le avessero causato dei traumi poi riverberati durante la crescita. Il racconto che ne fa il fratello Orlando (Riccardo

Scamarcio) e' un viatico a tale deduzione. Ed il marito dal canto suo accenna a un possibile sdoppiamento fra Iolanda e Dalida, fra la donna e l'interprete. Il centro della narrazione sul percorso di vita si ha comunque quando, da Eddie Barclay (il produttore e' interpretato da Vincent Perez) si porta a Sanremo nel 1967, a fianco a Luigi Tenco, che nel film e' Alessandro Borghi. La bocciatura del brano nella gara targata Gianni Ravera (Nico Max Tedeschi) e' un nuovo choc.

E il Ciao Amore Ciao di Tenco si trasforma in un tragico addio alla vita del cantautore.

Questo passaggio, tuttavia, e' sfocato, fors'anche perché le nebbie che avvolgono la vicenda del cantautore non ne consentono ancora oggi una ricostruzione del tutto certa. Il film prosegue per episodi, pagine distaccate un fitto diario. Fra le varie relazioni di Dalida, a quella intessuta con il giovane Lucio (Brenno Placido) viene riservato uno spazio ampio, a rimarcare la continua ricerca di amore di Dalida, che si infrangera' di fronte ad una gravidanza inattesa e non voluta.

Eppoi ecco il capitolo del viaggio in India, per placare il proprio travaglio spirituale.

Il ritorno all'Olimpia, dopo la prima volta nel 1956, suggella l'evoluzione esistenzialista delle sue canzoni beneficiate da milioni di dischi venduti nel mondo.

Ed ancora la si vede davanti al pubblico in visibilio alla Carnegie Hall, in piena Febbre del sabato sera mentre, nel privato, naufraga il rapporto con Richard Chanfray (Nicholas Duvauchelle) durato dal 1972 al 1981.

Un dramma crudo, non agiografico, dove la Musica appare vera compagna di Dalida in una vita vissuta Avec Le Temp. Fino alla fine.

La prima serata ha raccolto in media 11 milioni 374 mila spettatori con il 50.4% di share. L'anno scorso la media della prima serata del festival di Conti era era stata di 11 milioni 134 mila spettatori pari al 49.48% di share. La prima parte della serata (dalle 21.14 alle 23.52) è stata seguita da 13 milioni 176 mila spettatori pari al 50.1%, la seconda (dalle 23.57 alle 00.54) da 6 milioni 177 mila con il 51.9%. L'anno scorso la prima serata del festival di Conti aveva ottenuto nella prima parte 12 milioni 516 mila spettatori pari al 49.15% di share, nella seconda 5 milioni 907 mila con il 52.31%; la media era stata di 11 milioni 134 mila spettatori pari al 49.48% di share. Molto bene ieri anche il Dopofestival, che ha avuto in media 2 milioni 596 mila spettatori con il 43.1%. 

Lui perfetto padrone di casa, lei 'ospite' di lusso ma subito entrata in gioco: e la coppia Re Carlo e Queen Mary va. Se Conti, al terzo festival da conduttore e direttore artistico, in total black, si muove all'Ariston con estrema disinvoltura, De Filippi sembra aver messo da parte le ansie della vigilia e si diverte a fare da spalla al suo partner, da controcanto ironico alla liturgia istituzionale del festival. La coppia funziona, sono tranquillizzanti e senza antagonismi. "Quando parli tu, che faccia devo fare?", chiede a Conti. E Carlo: "Sorridi". Lei esegue. Ma poi si prende la scena, si siede sulla scala come fa nei suoi programmi: "E' il mio posto naturale. Basta che non sembri nuda, non vorrei rovinare la carriera", dice sistemando il lungo abito nero, con le gambe in trasparenza, che nella seconda parte della serata lascerà il posto al bianco. Sul botta e risposta tra i due la serata prende il largo.

Un duo di qualità, confermato anche dal marito della Regina di Mediaset, Maurizio Costanzo. "Sono gli ascolti adeguati alla qualità del Festival, la macchina ha funzionato bene" è il commento a caldo di Costanzo

"Ci sono stati anche 26 milioni di contatti - aggiunge Costanzo - il che significa che tutta l'Italia televisiva, almeno per qualche minuto, si è collegata al Festival. E' andata bene, anche alcuni ospiti come ad esempio i soccorritori del terremoto, hanno funzionato", spiega il giornalista e conduttore televisivo, che sulla prestazione di sua moglie dice: "Secondo me Maria se l'è cavata bene, ma ancora non le ho neppure parlato..."

Sabato saluterò grata, felice di esserci stata. Ieri sera sono anche riuscita a divertirmi e spero di continuare a farlo, ma senza la voglia di condurlo. Il festival appartiene alla Rai: il mio futuro non è in Rai". Lo ha ribadito Maria De Filippi, dopo il debutto di ieri sera sul palco dell'Ariston accanto a Carlo Conti. "Non mi sento un collante nazionale, come sono stata definita. Io sono venuta a Sanremo portando me stessa, cerco sempre di essere me stesa. So fare quello, non altro".

Non sembra far cambiare idea a Carlo Conti , che ha annunciato che non rifarà il festival per la quarta volta. "Sono proprio, non sicuro, ma sicurissimo ancora di più,ora che ci sono stati questi numeri. Già il primo anno il 49.90% è stata una cosa clamorosa, il secondo il 49.93% ancora più clamorosa, quest'anno per ora il 50.37% è incredibile. Sono orgoglioso del lavoro fatto, però basta. E poi ricordatevi che noi fiorentini quando diciamo che ci ritiriamo, ci ritiriamo", scherza alludendo a Renzi.

"Ovviamente - ha detto ancora Conti - sono felice, doppiamente felice: perché è il compleanno del mi' figliolo e poi per questo risultato. Bello, ma meno bello del mi' figliolo". "Quest'anno - ha detto ancora - c'è un valore aggiunto che è Maria. Ho trovato quasi una sorella che non ho, in scena e nel mondo del lavoro. C'è sintonia perfetta tra di noi e questo è proprio il festival che avevo in mente, equamente diviso tra il bruno della mia pelle e il biondo e l'eleganza di Maria. Un festival non più a conduzione unica, ma doppia".

Tra emozioni e risate, satira e riflessione, con gli eroi di tutti i giorni, decolla il 67/o Festival di Sanremo, nel segno di Carlo Conti e Maria De Filippi e nel nome di quello che è stato ribattezzato il nuovo patto del Nazareno. Le due superstar di Rai e Mediaset hanno giocato, hanno scherzato, hanno fatto "se stessi". Nessuna forzatura, nessun imbarazzo, con Carlo perfetto padrone di casa e Maria febbricitante nel ruolo della spalla "di lusso". E' lei a porgere un fiore bianco a lui e a invitarlo poi a sedersi sulle scale del palco "il mio posto naturale". Carlo asseconda, accompagna, accorre premuroso quando Maria rischia di inciampare. La star della serata è Tiziano Ferro con un toccante omaggio a Luigi Tenco in apertura: nel teatro immerso nel buio, e con le riprese in bianco e nero, il cantautore di Latina interpreta commosso Mi sono Innamorato di te "perché Tenco non si può dimenticare". L'orchestra continua poi con una struggente versione strumentale di Vedrai, Vedrai. L'inizio è vintage anche con la carrellata dei brani che non hanno vinto il festival ma che hanno avuto un successo in qualche caso anche planetario. Da Nilla Pizzi a Francesca Michielin, passando per I Ricchi e Poveri, Zucchero, Vasco Rossi.

Poi standing ovation all'Ariston per gli "eroi del quotidiano", rappresentanti di Guardia di finanza, Croce Rossa, soccorso alpino, esercito, protezione civile, vigili del fuoco anche con unità cinofile. Tra loro gli 'angeli' di Rigopiano, i soccorritori dell'emergenza neve e del terremoto nel centro Italia. La tragedia di Rigopiano, l'emergenza neve, le emergenze di questi mesi irrompono al festival di Sanremo grazie alle testimonianze degli 'eroi di tutti i giorni' impegnati in queste settimane. C'è anche Corto, un magnifico esemplare di labrador che accompagna i volontari del soccorso alpino. "Di eroi ce ne sono tanti - dice Maria De Filippi introducendoli - basta saperli vedere, guardare. Gli eroi sono quelli che non mollano, non si piangono addosso, fanno il loro dovere, vanno a casa senza popolarità né soldi. La cosa importante è non dimenticarli".

"Non vi chiederei mai di fare una telefonata, se io per primo non avessi fatto qualcosa per loro". Carlo Conti, lanciando il numero solidale 45500, invita così il pubblico a sostenere la raccolta fondi Ricominciamo dalle Scuole, per le zone colpite dal terremoto, ricordando di aver contribuito anche lui. Un impegno che aveva già reso noto nei giorni scorsi, dopo le polemiche sul suo cachet.

La scossa a un festival rassicurante arriva con Crozza, stavolta a distanza di sicurezza dal palco dell'Ariston dove solo qualche anno fa era stato fischiato pesantemente dal pubblico che non aveva gradito la sua satira. Stavolta nel mirino finiscono la Raggi ("non è scema, è sindaco"), Matteo Salvini ("pagato dall'Europa per dire che dobbiamo uscire dall'Europa"), Gentiloni ("che è un po' l'Amadeus della politica italiana") e Renzi, dentoni e parrucca d'ordinanza, che consiglia a Carlo Conti di "non personalizzare mai" e di stare attento alle larghe intese "perché l'ultima volta che un toscano ha fatto un inciucio del genere si è preso una tranvata che è ancora in prognosi riservata, e rischia di sciogliersi prima il Pd della prognosi". Stavolta niente fischi e applausi dall'Ariston che apprezza. 

Primo ospite internazionale di Sanremo, veterano del festival visto che è alla settima partecipazione (il debutto nel 1985), la star portoricana si scatena in un medley di suoi successi come Livin' la vida loca, Shake your bon bon, Vente pa ca, La morbidita, La bomba. E non potevano mancare Maria e Cup of life.

Clementino, Ron, Giusy Ferreri: sono i tre Campioni a rischio eliminazione dal festival di Sanremo. La graduatoria - di cui sono state rese note soltanto le ultime tre posizioni - è stata stilata in base al televoto del pubblico (50%) e alle preferenze della sala stampa (50%). Passano Elodie, Alessio Bernabei, Samuel, Ermal Meta, Lodovica Comello, Al Bano, Fabrizio Moro, Fiorella Mannoia.

Dall'Edera di Nilla Pizzi a Nessun grado di separazione di Francesca Michelin, con un omaggio finale a Luigi Tenco, con Ciao amore ciao 'non classificato' nel 1967: il festival di Sanremo 2017 inizia con una carrellata dei grandi successi, dal 1951 al 2016, che hanno fatto la storia della musica e sono diventati hit anche mondiali.

La prima delle canzoni ricordate è stata L'edera di Nilla Pizzi (1951), tra immagini in bianco e nero e sgranate, recuperate dagli archivi della Rai. Poi è la volta di Adriano Celentano con 24 mila Baci e di Mina con Le Mille Bolle Blu, re e regina ancora oggi della musica italiana. Ma ci sono anche Tony Renis con Quando quando quando, Bobby Solo con Una lacrima sul viso, Pino Donaggio con Io che non vivo. Caterina Caselli è presente con Nessuno mi può giudicare e Little Tony con Cuore matto. Ancora bianco e nero, ancora ricordi ripescati nella memoria: Nada con Ma che freddo fa, Lucio Battisti con Non sarà un'avventura, La prima cosa bella di Nicola di Bari. Come dimenticare Che sarà che sarà dei Ricchi e Poveri e Lucio Dalla prima con 4/3/1943 che si merita il primo applauso della sala stampa, poi con Piazza Grande. Il primo ricordo a colori è di Tu mi rubi l'anima dei Collage. Indimenticato Rino Gaetano con Gianna. E ancora Loretta Goggi con Maledetta primavera, I Ricchi e POveri, Edoardo De Crescenzo e Al Bano e Romina Power con Felicità e Nostalgia Canaglia.

Altri applausi per Vasco Rossi, e commozione per Mia Martini. Sessantasei anni scorrono veloci, tra Matia Bazar, Toto Cutugno, Fiordaliso, Eros Ramazzotti, Zucchero e Giorgia che saranno supero ospiti. Anche alcuni dei Big in gara quest'anno hanno lasciato il segno in passato: Fiorella Mannoia, Marco Masini, Gigi D'Alessio. E ancora tra i più recenti: Renato Zero, Raf, Amedeo Minghi e Mietta, Laura Pausini, Andrea Bocelli, Nek, Patty Pravo, Daniele Silvestri.

Cosi Tiziano Ferro ha aperto le danze al Festival di Sanremo con un commovente omaggio a Luigi Tenco, il cantautore italiano che si è suicidato durante l'edizione del 1967 del Festival della canzone italiana, ma finita la prima puntata è subito scoppiata la polemica perché un altro grande non è stato ricordato allo stesso modo: Claudio Villa.

Claudio Villa è venuto a mancare nel 1987 e il triste annuncio era stato dato proprio durante l'ultima serata del Festival di Sanremo di quell'anno. Il conduttore Pippo Baudo aveva interrotto il Festival per comunicare al pubblico la drammatica notizia che suscitò grande commozione. Ieri, a 30 anni dalla sua morte, il grande cantautore è stato ricordato brevemente e i fan, i familiari e gli amici hanno espresso sui social network tutto il loro disappunto.

Ma facciamo un passo indietro. Come ha scritto sul suo blog Davide Maggio martedì mattina, il direttore di Rai Uno, Andrea Fabiano, durante la conferenza stampa prima del Festival di Sanremo, rispondendo alla domanda di una giornalista che chiedeva se ci sarebbe stato o meno l'omaggio a Claudio Villa, ha risposto vagamente: 'Ovviamente saranno tanti i momenti che andranno ricordati… quindi sì'.

Da questa sua affermazione è partita la polemica. La prima a commentare il fatto è stata la figlia Manuela Villa che tramite il suo profilo Facebook ufficiale ha scritto: Indignata. Immediatamente, il suo post è diventato virale e ha ricevuto centinaia di commenti. Tantissimi utenti, infatti, si sono schierati dalla parte di Manuela Villa attaccando duramente la scelta della Rai.

Così dopo qualche ora, Manuela ha rincarato la dose: Villa buttato al Festival tra un cenno di ridicolo omaggio dovuto per dovere di cronaca e per forma, priva di eleganza e rispetto, mescolato con minimale maestria ai consigli per gli acquisti. Teatrino organizzato da ommini, bisommini e cazzabbubboli.

Con i 'nomi d'arte' Nicola e Valeria, Antonio Albanese e Paola Cortellesi hanno fatto il loro ingresso sul palco del festival di Sanremo con uno sketch musicale preparato ad hoc. Con la canzone inedita 'Un mondo di pavole' hanno fatto, alla loro maniera, un omaggio all'amore e alla storia di Sanremo con citazioni dei successi delle coppie del festival, da Vattene amore interpretata da Mietta e Minghi a Fiumi di parole dei Jalisse fino a Ti lascerò, portata al successo da Anna Oxa e Fausto Leali. Albanese e Cortellesi, insieme sul set del film 'Mamma o papà?', in uscita il 14 febbraio con la regia di Riccardo Milani, hanno ironizzato sulla singolare famiglia al centro del film. Ha chiuso l'intervento un'interpretazione di un grande classico, Ancora, in cui Paola Cortellesi ha potuto esibire le sue grandi qualità canore.

Maria De Filippi ha raccontato la storia di una ragazza vittima di bullismo che ha tentato di togliersi la vita: è l'occasione per sostenere la campagna MaBasta contro il bullismo nelle scuole.

E’ palermitano uno dei pianisti citato al Parlamento inglese, durante il discorso di Lord Lipsey, membro della camera dei Lord del parlamento, in merito al valore di studenti internazionali in Inghilterra. Durante l'intervento Lipsey ha citato alcuni nomi di storie di successo di studenti residenti in Inghilterra provenienti da altri paesi. Tra questi il caso di Giulio Potenza facendo riferimento  al concerto dato per la BBC Radio 3 del 21 Giugno 2016 .Lord Lipsey ha esortato il governo a prendere in considerazione gli effetti finanziari e culturali di un potenziale calo della studenti internazionali con la brexit. Potenza era già salito alla ribalta lo scorso anno quando - in occasione del ‘Martha Argerich project’ di Lugano, festival di fama internazionale che si terrà nel Canton Ticino - era stato definito da Martha Argerich in persona “pianista dal grande talento e dalla grande bellezza espressiva”. 

Ecco il discorso tradotto di Lord Lipsey: "Signori, io  sono presidente del Trinity Laban Conservatoire di musica e danza, che è uno dei quattro grandi conservatori a Londra. Forse il momento più orgoglioso del mio mandato è stato a Giugno, quando BBC Radio 3 ha trasmesso in diretta tre dei nostri migliori pianisti da St John di Smith Square. Nobili, signori dovrebbero notare i nomi perché li risentirete sicuramente in futuro: Giulio Potenza, Gen Li e Jenna Sung. Essi dovrebbero anche notare che questi  non sono nomi inglesi.  Giulio viene dall’Italia. Gen dalla Cina e dalla Corea del Sud Jenna."

La partenza e' spinta. Un ingranare la sesta per poi decelerare di tre marce almeno.

Non stiamo parlando delle prove su strada di un prototipo di formula uno. Stiamo raccontando l'esperienza di primo ascolto di un album di jazz che, sinceramente, per un attimo ci aveva destabilizzato. E' che la copertina surreale, con un pianoforte sospeso fra le nuvole, di Open Your Sky, del Mirko Signorile Quartet, edito da Parco della Musica Records, aveva ingenerato l'attesa di un "attacco" leggero, romantico.

In realta' l'inciso dell'iniziale Confusion Smell Beauty placa la convulsione ritmica dell'incipit che le percussioni di Cesare Pastanella non fanno che amplificare. E' uno schiudersi e riaprirsi soffuso, quello del pianista barese, un dar sfogo al proprio vigore creativo anche nella seconda traccia in scaletta, che e' quella che da il titolo al cd. Ed e' da li' che lo si inquadra, quanto a stile, con le due precedenti produzioni discografiche, Clessidra (2009) e Magnolia (2012).

Per la cronaca con Parco della Musica aveva gia' presentato From The Heel con il Puglia Jazz Factory.

Decisivo, a seguire in Tipo Mattia (sincopi a iosa) e nel descrittivo/poetico Locus, resta il sostegno del contrabbasso di Giorgio Vendola nonche' della batteria di Fabio Accardi, vere e proprie certezze che completano la sezione ritmica.

C'e' poi una chitarra, qui e nel successivo The Other Side Of Locus Mood, quella di Fabrizio Savino, ad arricchire lo sfondo armonico dell'incisione live.

Climax spumeggiante in Pastanella, sempre peraltro con il dovuto risalto a quella densita' di accordi che e' caratteristica primaria di Signorile unitamente alla di lui propensione per una fioritura improvvisativa coerente, logica, talora quasi automatica.

Accattivanti, in Ariel, alcune linee melodiche, in dialogo ed all'unisono, esposte da tastiera e basso.

Ed ecco, nella composizione dedicata ad un luogo immaginario, Via Dante 576, il tema piu' in sintonia con la cover: onirico, fiabesco, che rinvia all'inconscio; E, dulcis in fundo, Like A Lover, From Italy To The World, A Yellow Painted Melody.

Era stato Nelson Mandela a sostenere che "la nostra paura piu' profonda (...) e' la nostra luce, non la nostra ombra, a spaventarci di piu'", ecco perche' occorre tirar fuori le nostre capacita', le risorse interiori, il talento.

Open Your Sky, che e' anche un richiamo al suo profetizzare dai musicisti in questione, rende il disco liberatorio: una ricerca autogena che si esplicita in manifestarsi jazz.

A poco più di anno dalla vittoria del Premio Venezia, il talentuoso Alberto Ferro è tornato il 7 e l’8 gennaio a esibirsi nella città di san Marco. Il giovane pianista di Gela ha regalato al pubblico del teatro Malibran una convincente interpretazione dei Canti della Stagione Alta, il troppo raramente eseguito Concerto per pianoforte e orchestra composto nel 1930 da Ildebrando Pizzetti (1880-1968). Dal podio, l’estone Risto Joost ha diretto l’Orchestra del Teatro La Fenice.

La Stagione Sinfonica 2016/2017 del Teatro la Fenice – della quale i concerti sopra citati costituivano il sesto appuntamento – ha un filo conduttore dichiarato: riannodare il panorama musicale italiano più recente a quel Novecento strumentale pre-bellico i cui protagonisti hanno, per ragioni anagrafiche, obbligatoriamente percorso parte della propria parabola artistica negli anni del fascismo. Nel cartellone, infatti, sono state inserite – in ordine di esecuzione – opere di Giovanni Salviucci (1907-1937); Gian Francesco Malipiero (1882-1973); Goffredo Petrassi (1904-2003); Pizzetti; Camillo Togni (1922-1993); Alfredo Casella (1883-1947); Nino Rota (1911-1979); Gino Marinuzzi (1882-1945).

Secondo l’opinione di Giuseppe Pennisi, su molti autori di questo «primo» Novecento italiano – giudicati in blocco, e spesso a torto, compromessi con il regime di Mussolini – ha gravato per decenni una damnatio memoriae che li ha, di fatto, esclusi dai teatri d’opera e dalle sale da concerto. Solo di recente – grazie, per esempio, alle esecuzioni del maestro Francesco La Vecchia e della sua Orchestra Sinfonica di Roma – tale coltre d’oblio si sta felicemente diradando.

Tra i più danneggiati da questa sorta di conformismo culturale – soprattutto in rapporto alla loro qualità di compositori – campeggiano Casella e Pizzetti, quest’ultimo nominato nel 1939 membro della Reale Accademia d’Italia, come peraltro era accaduto in precedenza a Umberto Giordano, Pietro Mascagni, don Lorenzo Perosi e Ottorino Respighi. L’istituzione era nata nel 1929 per «promuovere e coordinare il movimento intellettuale italiano nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti, di conservare puro il carattere nazionale, secondo il genio e le tradizioni della stirpe e di favorirne l'espansione e l'influsso oltre i confini dello Stato».

A innescare un ritorno di attenzione verso il Pizzetti operista è stato, con ogni probabilità, l’allestimento avvenuto nel 2009 presso il Teatro alla Scala di Milano di Assassinio nella cattedrale, l’opera tratta dalla pièce omonima di Thomas Stearns Eliot (1888-1965).

Ci auguriamo che questa performance di Alberto Ferro riesca ad attivare un analogo processo virtuoso per il meritevole Concerto per pianoforte pizzettiano. Il Concerto, va detto, è di suo accattivante: è caratterizzato da uno spiccato lirismo – si tratta di Canti, appunto ed è impreziosito da inflessioni modali e climax commoventi.

Presente in sala la sera del 7, ho apprezzato del solista il nitore della tecnica e il calore dell’interpretazione, nonché il controllo del volumi sonori. Credo siano le stesse qualità, accanto alla compostezza della postura, apprezzate dal pubblico di Bruxelles quando, in occasione delle finali della Queen Elisabeth Competition 2015, Alberto Ferro si è cimentato nel Concerto no. 1 di Sergei Rachmaninoff (1883-1943) – la mirabile esecuzione è su youtubeguadagnandosi una standing ovation.

L’empatia con la composizione pizzettiana si è in particolare palesata quando, verso la fine del primo movimento, il pianista siciliano ha suonato una propria cadenza, invero molto solare, composta per l’occasione.

Quanto all’orchestra, l’esecuzione dei Canti – che, fuor di battuta, richiede strumentisti non mediocri – deve averla probabilmente stremata. Nonostante l’impegno e l’entusiasmo profusi dal direttore, la resa della Quinta Sinfonia di Jean Sibelius (1865-1957) proposta nel secondo tempo della serata non è stata brillante. Si è avuta quasi l’impressione che gli orchestrali suonassero controvoglia e non apprezzassero la partitura. Una qualche unità d’intenti si è ritrovata solo nel finale, quello con il celebre «tema dei cigni» che, in una Venezia dalla temperatura sottozero, hanno sì spiccato il volo, ma con le ali alquanto intirizzite.

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