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Martedì, 17 Luglio 2018

Come ormai molti ormai sanno, a Barletta, nell'area dell'Ex Distilleria, sta per sorgere uno dei progetti di maggior interesse culturale e civile a livello internazionale, ovvero la Cittadella della Musica Concentrazionaria, destinata a custodire e a far rivivere migliaia di pagine musicali scritte dal 1933 al 1953 nei Campi di concentramento, sterminio, prigionia, transito, lavori forzati, di tutto il mondo, da musicisti discriminati, perseguitati, imprigionati, deportati, uccisi o sopravvissuti di qualsiasi estrazione professionale, artistica, sociale, religiosa, nazionale. Anima del progetto è il pianista barlettano Francesco Lotoro che ha trascorso più di due decenni della sua vita in giro per il mondo o a recuperare materiali musicali pronti a prender vita sui leggii di orchestre, ensemble e pianoforti e a ''raccontare'' l'orrore e la speranza vissuti da centinaia di musicisti. Una storia di passione e di impegno che oltre alla notorietà internazionale, è valsa al musicista pugliese il titolo di Cavaliere dell'Ordre des Arts et Lettres, conferitogli dal Ministero della Cultura francese e il ruolo da protagonista del toccante docu-film ''Maestro'' del regista argentino Alexander Valenti tratto dal libro “Le Maestro” del giornalista francese Thomas Saintourens.

A Lotoro si deve anche la fondazione dell'Istituto internazionale di Letteratura Musicale Concentrazionaria, a cui spetta il compito di custodire e valorizzare tutto il materiale raccolto finora oltre che di proseguire la ricerca finalizzata a riportare alla luce melodie create per cantare la vita in quelle fabbriche di sofferenza e di morte che sono stati i campi. E proprio all'iniziativa di questo Istituto si deve la realizzazione, lo scorso 4 e 5 giugno, della due giorni di laboratori e concerti “Bravo! Da capo!” rassegna sostenuta dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dalla Società Italiana Autori ed Editori (SIAE) nell’ambito dell’iniziativa Sillumina-Copia privata per i giovani, per la cultura. Un'iniziativa che grande seguito ha avuto fra Bari, Barletta e Trani, dove si sono svolti gli eventi alla cui organizzazione hanno collaborato anche l’Unione della Comunità Ebraiche Italiane, Last Musik onlus e la Fondazione S.E.C.A.

I laboratori – tenutisi fra il Convitto Nazionale D. Cirillo e l'Istituto Comprensivo Massari Galilei di Bari e il Polo Museale di Trani – hanno visto coinvolti soprattutto gli studenti delle scuole, ai quali è stata data la possibilità di conoscere una importante pagina di storia ad essi ignota, guidati in questo dallo stesso Francesco Lotoro, oltre che da altri validi esperti come l'architetto e scenografo Nicolangelo Dibitonto, il baritono e attore Angelo De Leonardis e il direttore d'orchestra e compositore Paolo Candido, ai quali nella giornata del 4 giugno si è aggiunto a sorpresa anche il regista Alexander Valenti, che ha raccontato la genesi del suo docu-film ''Maestro'', nato dal folgorante incontro con l'omonimo libro di Saintourens. I laboratori hanno fatto da preziosa introduzione ai  concerti “All'ombra delle tue ali” e “Lunga vita alla vita!” che l'Orchestra del Levante, diretta da Francesco Lotoro e Paolo Candido, ha eseguito nei due istituti di Bari e al Polo Museale di Trani, con applauditissimo gala serale di chiusura lo scorso 5 giugno al Teatro Comunale Curci di Barletta,  serata che ha visto la presenza di un foltissimo pubblico, fra cui diversi rappresentanti delle istituzioni.

Pitagora e i pitagorici ovvero i filosofi che al pensatore crotonese si richiamavano,  avevano formulato la teoria basata sulla stretta relazione fra musica e corpi celesti.

L'anima poi, osserva Claudio Casini, "conserva una rimembranza dell'armonia delle sfere, ed è essa stessa armonia" come riporta la citazione aristotelica di Pitagora: "l'armonia è mescolanza e sintesi di contrari, e di contrari è composto il corpo". 

Considerazioni, queste, sorte al cospetto di Pitagora pensaci tu, il nuovo album di Renato Caruso, chitarrista dagli antenati citaristi, i suonatori di cetra, della sua Crotone, che rinsalda le radici col proprio passato attraverso 13 brani che sono "mescolanza e sintesi di contrari". Su queste stesse colonne, in un'intervista del 26 maggio 2016, il musicista aveva infatti espresso i principi della FuJaBoCla, acronimo di Funk Jazz Bossa Classica, generi che lui fonde stilisticamente e acusticamente nella sei corde svariando fra Beatles e Toquinho e fra tecniche che vanno dal fingerstyle agli arpeggi classici, dal tremolo al bluesy.

Ne parliamo con il diretto interessato (n.b. Il cd su Crotone è disponibile presso la Libreria Cerrelli):

Questo nuovo disco prodotto da i/Company/Self in cosa è differente dal precedente Aram?

Lo è nelle idee più chiare mentre il primo era quasi un'esperimento. Questo è più mirato. C'è una visione più ampia, sono piccoli commenti sonori, un lavoro per immagini da compositore ancor più che da chitarrista.

Perchè Pitagora? Perchè forse anche per te la musica ha influsso, persino terapeutico, sull'uomo? 

Oltre a questo, è dedicato a Pitagora per omaggio alla mia Crotone, e poi perchè fu il primo teorico musicale. Forse mi rappresenta perchè ho anche io una doppia formazione, scientifica e musicale.

Se ci si ispira ad una visione data di armonia cosmica, di cui parla Pitagora, e si incasella in modo numerico la musica, non viene  limitata per esempio l'improvvisazione?

Io ho studiato classica ma nei concerti mi capita di improvvisare, di cambiare l'interpretazione, anche se preferisco la carta scritta. L'idea la devo fissare. Mi sento un classico pop, non un jazzista.

Nel primo brano Aladin Samba sento influssi ispanici ed orientali, sia pure su una base ritmica di samba. È il giusto aperitivo del disco...

Esatto. Quello è il mondo che più mi rappresenta. Sono più stili che unisco dall'Africa al Brasile. Io amo quel mondo. Chiamiamolo di contaminazione.

Ti rifai alla letteratura in Flatlandia, ispirato al romanzo ottocentesco di Edwin Adbott, un pezzo molto melodico.

Dopo aver letto il libro mi son venute fuori delle note, in modo naturale. Non saprei spiegarlo.

Vediamo qualche altra traccia. Uno delle più "brasiliane", oltre ad Antonio's Choro,  mi pare Pittrice del sottosuolo, un walzer impreziosito dall'ingresso in scena di una fisarmonica.

Il walzer resta una delle mie forme musicali preferite. A Vienna mi son sentito di casa. E adoro la fisarmonica cosí come tromba e piano.

Napoli Caput Mundi, all'inizio, per la successione di diminuite, richiama il Modugno di 'U pisci spada. Poi l'armonizzazione, dall'andatura lenta, si transgenera in swing. Al contrario Pitagora pensaci tu, che da titolo all'album, è una beguine molto lineare. Dove è che la vedi pitagorica?

Tutto il disco è su Pitagora. Questo brano però è, più di altri, legato ad immagini. Una sorta di colonna sonora. E spero di buon augurio. Stiamo girando il video in questi giorni.

Non stiamo facendo l'anatomia del disco ma solo una breve carrellata su alcuni brani per dare un assaggio al lettore. Al quale raccomando l'ascolto delle cover Quando di Pino Daniele e quella suggestiva di Eric Clapton, Tears in Heaven. Molto nostalgici. In particolare su Daniele, sei riuscito a cogliere questa saudade, maturata tardi, quando non stava giá bene, che secondo me è la caratteristica più elevata di Pino Daniele. Un musicista che hanno peraltro scoperto anche in Brasile, e in lingua portoghese, oltre che nella chitarra.

Forse non volendo, senza un intento preciso, ho fatto sentire la dolcezza di quella melodia che ho lasciata il più possibile semplice, a livello di arrangiamento. Cosí pure con Clapton che ho sempre amato, specie unplugged. E soprattutto in Tears in Heaven. 

Al di lá dello spazio siderale, il corpo vibrante a cui guarda Renato Caruso è la sua chitarra. Magari non sará celeste. Ma è in grado di produrre armonie "per aspera ad astra" Pitagoricamente parlando, s'intende!

 

 

Sabato 27 gennaio 2018 presso il suggestivo locale CASANOVA Live Music  si è svolto con grande successo il concerto del noto musicista Massimo Luca, che grazie al notevole bagaglio artistico di una policroma carriera intrapresa negli anni ’60, ha iniziato la sua performance raccontando al pubblico alcuni aneddoti, con la semplicità e la simpatia che appartengono solo ai grandi professionisti.

L’ambiente creato al CASANOVA da Carlo Di Filippo, musicista e storico fonico del famoso gruppo “Banco del Mutuo Soccorso” e da diversi anni titolare del frequentatissimo locale romano, non lascia dubbi circa la profonda passione per la musica che lo accompagna da sempre, un sentimento pervasivo. Sulle pareti del locale vi sono quadri con incorniciati singolari strumenti musicali di vario genere e spartiti originali, pezzi rari, da conservare con cura, poiché ognuno di essi racconta una storia. I sottofondi musicali, scelti con attenzione, creano un’atmosfera avvolgente ed aggregante al tempo stesso. Fra gli appuntamenti in calendario, ogni venerdì “JazzAmo”, una manifestazione che ospita i nomi più prestigiosi del Jazz italiano.

Al CASANOVA, che si trova a Roma in Via Val Senio, 22 (zona Conca d’Oro),  il binomio “arte ed intrattenimento” risulta essere la formula vincente e il sold out di sabato sera, come quelli di ogni evento musicale organizzato sotto la direzione artistica del regista Alfonso Stagno, ne sono la prova.

Durante il concerto di sabato sera, Massimo Luca ha piacevolmente intrattenuto il pubblico sulle note di pezzi di successo ed anche meno conosciuti dell’indimenticabile cantautore Lucio Battisti, con il quale ha a lungo collaborato, ripercorrendo una pagina estremamente interessante della musica italiana, in uno dei sui periodi migliori. Appena ventunenne, negli anni ’70 egli era il suo chitarrista acustico; trovarsi in studio di registrazione con un artista così affermato significava essere indiscutibilmente un “numero uno”.  Nella memoria collettiva il duetto Mina - Battisti nel corso del programma televisivo del sabato sera datato 1972  “Teatro 10”, che spesso la Rai manda in onda come filmato di repertorio; Massimo era lì, con il suo amico Gianni dall’Aglio alla batteria ed altri musicisti in un momento che ha fatto storia per l’eccezionalità dell’incontro di due icone della nostra musica.

Quando parla dei suoi inizi, Massimo ama ricordare come avvenivano gli ingaggi alla fine degli anni ’50. Nel mondo della musica allora esisteva il lavoro a chiamata; a Milano nella Galleria del Corso  una sorta di “capogruppo della musica” organizzava le sessioni. I ragazzi, seguendo un ordine predisposto, si facevamo avanti, a seconda delle richieste, e alla fine tutti tornavano a casa con un più o meno prossimo impegno artistico. La sua carriera di musicista professionista ha preso il via negli anni ’60, periodo in cui egli, come la maggior parte dei coetanei, provava una grande ammirazione verso il complesso che ha segnato un’epoca:  i “Beatles”. Quindi, Massimo, a soli sedici anni, suonava con notevole disinvoltura presso i vari locali milanesi  le cover del vasto repertorio del famoso quartetto di Liverpool, accrescendo sempre più la sua popolarità.

 Finchè un giorno nella sua abitazione non arrivò la telefonata di Lucio Battisti, che prese sua madre. Massimo, incredulo, pensò subito ad uno scherzo, ma quando dall’altra parte della cornetta sentì la voce del cantautore, rimase senza parole… Quindi, si incontrarono e nacque un sodalizio professionale molto appagante. Tuttavia il musicista, nonostante il successo, rimase sempre con i piedi per terra, mantenendo la giusta razionalità, che lo ha tenuto al riparo da ogni forma di egocentrismo e dalle fragilità proprie degli artisti. In quegli anni egli ha collaborato a quattro album di Battisti, nella  sua, forse, più fiorente forma artistica e sono: “Umanamente uomo: il sogno”, con il bellissimo brano “I giardini di marzo”, “Il mio canto libero”, “Il nostro caro angelo”, con la famosa “Collina dei ciliegi” ed “Anima latina”, in cui il cantautore reatino intraprese una certa metamorfosi espressiva, inizialmente non troppo compresa dal grande pubblico.

Sempre in quel periodo Massimo Luca è stato il chitarrista acustico di tutti i grandi nomi del panorama musicale, per citarne alcuni: Fabrizio De Andrè, Paolo Conte, Zucchero, Lucio Dalla, Fabio Concato, Bruno Lauzi, Francesco Guccini, ma la lista è lunghissima. Pertanto, ha vissuto compiutamente, accanto ai migliori cantautori, un’epoca che rappresenta, secondo molti, il “Rinascimento della musica italiana”. Numerose le sue collaborazioni con artisti internazionali, come: Quincy Jones, Toots Thielemans, Tony Sheridan, Albert Lee, Phil Ramone, Jorma Kaukonen, Barney Kessel etc. )

A partire dagli anni ’80 in poi Massimo Luca è stato anche produttore discografico e in quel periodo ha  scoperto alcuni artisti, destinati poi al successo. Fra essi Biagio Antonacci, al quale dava  suggerimenti e correggeva i brani e che nel 1987 ottenne il suo primo successo al Festival di Sanremo. Successivamente conobbe Francesca Alotta, la quale ha cantato sue canzoni d’impronta battistiana. Scrivere canzoni sullo stile di Battisti gli fece venire un’idea, che però si concretizzò solo quando conobbe  Gianluca Grignani, per il quale produsse il bellissimo brano “Destinazione Paradiso”. Durante il suo concerto al CASANOVA l’artista ha splendidamente interpretato, fra gli altri, anche questo successo di Grignani.

La serata si è conclusa con un lungo applauso da parte di un pubblico costituito da persone di tutte le fasce d’età e ciò la dice lunga circa la qualità e l’impatto emotivo di un certo modo di fare buona musica, che al CASANOVA Live Music di Carlo Di Filippo, grande professionista e  competente di musica,  trova immancabilmente la sua massima espressione.

Una musica elettrizzante, quella di Eman, cantautore che sovrasta con la propria voce un tappeto di suoni elettrorock senza pigiare troppo su watts. E il nuovo singolo, Icaro, volteggia come il vento della sua Catanzaro nell'indicarci un percorso cantautorale molto personale, il suo, Eman, al secolo Emanuele Aceto, è ben noto alle cronache musicali.

Il suo album Amen, uscito per la Sony nel 2016, ha conquistato un ottimo piazzamento nella classifica FIMI. E lo è anche per i sold out registrati a concerti come quello nel capoluogo calabro nello stesso anno. Sul web, poi, il video di Amen ha superato il milione e mezzo di visualizzazioni, ai limiti del virale!

Siamo insomma di fronte ad un fenomeno giá irrobustito nel quadro della musica italiana d'autore, un artista con un comporre ed una poetica anch'essa originale collocabile fra denuncia, provocazione ed ironia.

Ne parliamo con lo stesso Eman.

Amen, anagramma di Eman, è stato un buon successo. Ma puoi raccontarci simpaticamente come hai vissuto il condominio, a livello di titolo, con Amen di Francesco Gabbani?

A dire il vero io e il mio staff presentammo a Sanremo il nostro brano l'anno prima di Gabbani. Curiosamente il brano omonimo con Gabbani passò nell'edizione successiva.  Pensandoci bene con l'omonimia credo di averci guadagnato diversi click di appassionati che nel connettersi con Amen di Gabbani si imbattevano con la mia versione.

I tuoi testi, a partire da Insane, non sono mai banali. Traspare, per esempio da L'amore ai tempi dello spread, che sei uno che si guarda intorno, vive i problemi del proprio tempo, non si chiude in se stesso. Come nascono nella pratica?

Un trucco non c'è. È che mi viene spontaneo, penso sia un dono. Comunque se uno vuole scrivere deve leggere tanto. Mi piace guardare nel micro per capire cosa può accadere nel macrocrosmo.

Icaro, in mitologia, fu imprigionato da Minosse nel labirinto. Suo padre Dedalo gli fabbricò le ali per fuggire. Ma Icaro volò vicino al sole, la cera si sciolse, e lui precipitò in mare. Com'è che questa leggenda ti ha ispirato il nuovo singolo, prodotto da Jackie & Juliet, che presenterai il 20 aprile a Roma a Largo Venue e il 27 dello stesso mese a Milano al Santeria Social Club?

È stata solo un'ispirazione. Il tema è il superamento del limite che è nella natura dell'uomo. Nella caduta ritrova la sua forza. Le ambizioni e la fede lo spingono verso il sole il che simboleggia la capacitá dell'uomo di raggiungere la consapevolezza delle proprie azioni.

La tua origine è calabrese mentre la tua musica ha una base internazionale. O forse c'è qualche caratteristica interna che richiama le tue radici?

No. Non ci sono elementi folk, se per musica calabrese si intende etno. Anche se i miei primi brani sono dialettali. Ma c'è la mia esperienza personale di vita in Calabria.

Ricordaci qualche musicista catanzarese come te...

Beh, Ulisse e le ombre, per esempio, la band di Pino Ranieri, in un periodo in cui il mondo musicale, anche quello locale, era molto vivo.

Una domanda di rito nelle interviste. Hai un musicista di riferimento?

Ho sempre stimato De Andrè, Gaetano, Guccini, Bertoli... Molti stranieri. Ma non mi rifaccio a uno in particolare.

Qualcuno del pubblico ti dice che la tua voce ricorda altri interpreti italiani?

Forse Tiziano Ferro?

Capita....

Hai studiato all'universitá Ingegneria ambientale. Ti è stato utile per la tua attuale attivitá?

Io credo che la cultura sia utile in sè e per sè. Aver intrapreso studi non umanistici mi ha permesso di avere attenzione verso altri studi che hanno influito nell'organizzazione del mio lavoro e nei miei interessi.

Ma torniamo al lancio del singolo Icaro, singolo disponibile dal 30 marzo su tutte le piattaforme streaming in attesa dell'uscita dell'intero nuovo album.

Ma quanto pesano i dischi rispetto a internet e ai live? 

Oggi l'attivitá maggiore sono i live sia in club che in spazi ampi. Vuoi perchè i dischi sono al minimo storico e poi con lo streaming ancora si recupera ancora poco.

Ma internet è importante, ti consente di allargare i contatti. Più conosci più fai network. Oggi se è piu semplice produrre un disco, lo è meno arrivare agli altri. Per questo è necessario saper utilizzare le piattaforme radio, tv, la rete. E promuoversi con i live.

E l'esperienza con la Sony?

Con la Sony il rapporto è stato più che positivo.

Se vieni scelto da editori importanti è perchè il tuo lavoro evidentemente viene apprezzato. Entri in un entourage complesso. Hai un tuo spazio, in una grossa organizzazione, che cura anche i talent... È il networking, che dipende dall'affidarsi a persone competenti.

E le radio?

Anche lí molto dipende dai contatti. Ma non è sempre solo un discorso di qualità.

E spesso non vi approdano solo le major ma molte etichette indipendenti.

Arrivare in radio, restarci, comunque è un punto d'arrivo, indubbiamente.

Finisce qui l'intervista. L'augurio per Eman è che il suo Icaro voli a lungo in vetta.

E senza ali incerate. Come un aquilone.

Sabato 27 gennaio al Museo di Roma a Palazzo Braschi i nuovi talenti di “Fabbrica YAP II edizione 2018/2019” del Teatro dell’Opera di Roma si esibiranno nel primo appuntamento di OPERA IN MOSTRA: un programma di sette concerti con celebri arie da opere di Verdi, Leoncavallo, Mascagni e autori francesi, abbinati ad altrettante visite guidate alla mostra “Artisti all’Opera. Il Teatro dell’Opera di Roma sulla frontiera dell’arte. Da Picasso a Kentridge (1880-2017) che, in corso presso il Museo fino all’11 marzo, sta registrando un notevole successo di pubblico.

L’iniziativa, in calendario ogni settimana fino al 9 marzo, è promossa da Roma CapitaleAssessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con l’organizzazione della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma in collaborazione con Zètema Progetto Cultura.

L’evento, con ingresso previo acquisto del biglietto d’ingresso alla mostra, avrà inizio alle ore 17.30 con la visita guidata all’esposizione a cura di Francesco Reggiani (responsabile Archivio storico del Teatro dell’Opera di Roma), cui seguirà alle ore 18.15 il concerto di “Fabrica” nel Salone d’Onore.

Il programma del primo appuntamento propone un concerto con famose arie dalle opere Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni ePagliacci di Ruggero Leoncavallo. Si esibiranno: il baritono Andrii Ganchuk nel “Prologo” da Pagliacci; il mezzosoprano Irida Dragoti in “Voi lo sapete o mamma” da Cavalleria Rusticana: il tenore Murat Can Guvem nella “Serenata di Arlecchino” da Pagliacci. Pianista: Susanna Piermartiri.

Il calendario degli altri appuntamenti, tutti con inizio alle ore 17.30Rigoletto, venerdì 2 e 9 febbraio; Tutto Verdi, sabato 17 febbraio; Vive La France, sabato 24 febbraio; Tutto Verdi venerdì 2 marzo; Cavalleria Rusticana e Pagliacci, venerdì 9 marzo.

Con le esibizioni dei talenti di “Fabbrica YAP II edizione 2018/2019” prende vita così un’altra iniziativa che avvicina il Teatro dell’Opera alla città, con l’obiettivo di favorire la trasmissione di sapere e la promozione di nuovi talenti italiani e stranieri, e dare loro la possibilità di inserirsi nel campo dell’opera lirica.

L’esposizione celebra il rapporto del Teatro dell’Opera con i più grandi artisti del novecento: il teatro come universo di artisti: musicisti, compositori, registi, pittori e artisti figurativi, costumisti, stilisti. Il Teatro dell’Opera di Roma si racconta attraverso l’infinita bellezza dei suoi allestimenti, figli del lavoro intrecciato di alcune tra le più grandi figure dell’arte del Novecento: da Pablo Picasso a Renato Guttuso, daGiorgio De Chirico ad Afro, da Alberto Burri a Giacomo Manzù, da Mario Ceroli ad Arnaldo Pomodoro fino ad arrivare a William Kentridge.

La mostra è promossa da Roma CapitaleAssessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dallaFondazione Teatro dell’Opera di Roma in collaborazione con la Fondazione Cineteca di Bologna. Si ringrazia l’Istituto Luce e la collaborazione di SIAE.

La mostra è a cura di Gian Luca Farinelli con Antonio Bigini e Rosaria Gioia, con la curatela storico-scientifica di Francesco Reggiani e Alessandra Malusardi dell’Archivio Storico e la collaborazione di Anna Biagiotti della Sartoria della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma.

Organizzazione Zètema Progetto Cultura. Catalogo Electa.

È raccontata la storia di un Teatro, l’Opera di Roma, che ha sempre camminato sul filo rosso di un rapporto cercato e trovato con l’arte figurativa, portando quindi alla vista dello spettatore scene e costumi nati dal genio di grandi artisti, così come piccoli capolavori inusuali, bozzetti, figurini (ovvero i disegni dei singoli personaggi), maquette (i modellini delle scenografie), fino a pezzi di inestimabile valore, come il sipario lungo 15 metri dipinto da De Chirico per un Otello rossiniano.

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