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Giovedì, 17 Agosto 2017

Sul nuovo numero della rivista Cristianità (n. 385, maggio-giugno 2017) è stata pubblicata la relazione finale in merito a un convegno tenutosi a Lecce nel mese di aprile scorso dal titolo: “Dov’è finito il Sud? Ricollocare il Mezzogiorno nell’Agenda politica”. Relatore è Alfredo Mantovano, magistrato e esponente di spicco di Alleanza Cattolica. Mantovano è stato sottosegretario agli interni nei governi Berlusconi, inizia la relazione facendo riferimento all’incresciosa contesa scaturita dopo la visita a Napoli del segretario della Lega Nord, Matteo Salvini.

Alla visita hanno reagito i centri sociali in compagnia di “sudisti” di vario tipo, peraltro organizzando una specie di sit-in a Pontida, nel luogo simbolo della Lega Nord. Quello che è accaduto a Napoli e poi a Pontida è veramente triste, anche perché alla contestazione hanno partecipato elementi istituzionali come il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris.

Tuttavia “quello che è più triste in assoluto è che quando vi sono polemiche come queste la sostanza resta fuori”. E per Mantovano, “La sostanza qui, se si ha voglia di uscire dagli slogan e dalla demagogia, è che il tema del Sud è da anni assente dall’agenda politica nazionale […]”. Basta andare a consultare i siti istituzionali da quelli nazionali a quelli regionali per verificare la quantità e la qualità delle discussioni aventi per oggetto il Mezzogiorno d’Italia.

Mantovano prova a tracciare qualche proposta, qualche obiettivo per far risorgere il nostro Meridione d’Italia. Ne presenterò qualcuna, iniziando dal primo nodo che riguarda il Sud: la mancanza di confronto.

cominciare del divario economico tra le regioni del Nord e quelle del Sud. Infatti, nonostante la crisi, Lombardia e Veneto, “vantano standard di reddito pro capite superiori alla media europea, più che italiana. E per questo che chiedono un’autonomia maggiore, compatibile con quella delle regioni a statuto speciale. Infatti a ottobre si terrà in Lombardia il referendum per l’autonomia.

Secondo l'ex sottosegretario, le regioni del Nord se hanno delle “condizioni medie di vita più elevate rispetto al resto d’Italia non è un dono di natura: è l’esito di un impegno diffuso che ha riguardato vari settori economici e sociali”. Infatti Mantovano ricorda che negli anni 50 a fare certi mestieri umili e di sacrificio in altre zone d'Italia era gente veneta. ”Da allora a oggi è cambiato tanto , e in positivo, grazie a scelte politiche che hanno generato sviluppo e a sforzi condivisi”.

Altro nodo da esaminare è quello dei fondi europei indirizzati verso le aree meridionali. Vi è mai stato un dibattito serio sul perché Regioni ed enti territoriali al Sud riescono a utilizzare solo una piccola parte dei fondi europei indirizzati verso le aree meridionali?”. Oppure, “sul perché non si ci attrezzi né ci si munisca delle competenze che permettano di affrontare procedure e controlli obiettivamente complessi?” Inoltre, “sul perché si preferisca lamentare la carenza di risorse”, quando invece ci sono e per ottenerle occorre professionalità.

Per Mantovano, “la combinazione fra beni ambientali e beni culturali in tante città del Sud – in primis, Siracusa, Napoli, Palermo – appare altamente competitiva con quella di città importanti del Centro-Nord, come Ravenna, Pisa, Torino”.

Piuttosto il deficit delle città del Sud “sta nell’incapacità di attivare i mezzi che valorizzino il patrimonio di cui dispongono”.

Per quanto riguarda la formazione, Mantovano descrive il paradosso dell’Università del Salento, dove esistono diverse Facoltà, magari qualcuna inutile, visto che poi non offre sbocchi occupazionali. “In compenso mancano una facoltà di Agraria e un corso di laurea in Enologia, pur se una delle risorse primarie nel Salento è l’agricoltura, e in particolare la produzione di vini, anche di qualità […]”.

Altro nodo è quello dei trasporti nel Mezzogiorno, in particolare le ferrovie, ma anche quello aereo. Mantovano fa esempi che riguardano la sua Puglia, ma ognuno di noi può portarne altri che riguardano la propria regione.

Altro nodo è la tutela dell’ambiente del nostro Mezzogiorno, saccheggiato negli ultimi decenni dalla costruzione di “cattedrali nel deserto”, che hanno portato a deturpare il paesaggio e la salute degli abitanti, invece dello sviluppo del territorio. Si pensi allo stravolgimento della città di Taranto con lo stabilimento dell’Ilva, ma si possono fare altri esempi come Priolo, Augusta, Milazzo, o Gela in Sicilia.

Infine Mantovano accenna alla morsa della criminalità, che nonostante alcuni importanti successi, non fa decollare il Sud. Le mafie meridionali rappresentano uno dei principali handicap del Sud.

Tra le tante cose da fare il Sud, occorre recuperare la memoria storica. Effettivamente i territori del Sud si trovano in una condizione oggettiva di inferiorità rispetto al Nord dell’Italia, “ma questa inferiorità non è un dato di natura, non è esistita sempre, e quindi può mutare se vi è voglia di farlo”. Mantovano fa riferimento al 150° anniversario dell’Unificazione dell’Italia nel 2011. Un anniversario che poteva essere l’occasione per riflettere seriamente sulle varie questioni storiche, culturali, sociali ed economiche del Paese. L’occasione non è stata colta, quasi sempre è stata riproposta la “doppia e contrapposta retorica: da un lato l’apologia dell’evento unitario, dall’altro il vittimismo e il rivendicazionismo”.

Mantovano ricorda che insieme all’amore per la propria terra, serve anche la conoscenza, quindi il punto di partenza per amare il Sud, è quello di “interessarsi delle sue sorti con ragionevole passione, deve partire dallo sforzo di conoscere che cosa è stato il Sud d’Italia, e perché i problemi dei meridionali da una certa data in avanti sono cresciuti […]”. Bisogna fare un lavoro storico serio, “senza recriminazioni o nostalgismi, e quindi pure senza tratti caricaturali”. Sostanzialmente occorre capire perché, “non solo al Sud, l’Unità d’Italia non è ancora pienamente entrata nella memoria collettiva degli italiani”. Certamente per il magistrato, “ha sicuramente inciso il modo con il quale essa si è realizzata: per incorporazione forzata a uno Stato pre-unitario invece che per federazione fra gli Stati pre-esistenti. E’  stata una crudele guerra di conquista, con centinaia di migliaia di vittime fra civili”. Peraltro questa conquista “ha causato danni enormi, fra gli altri, sul piano economico […]”. Basta andare a consultare in Biblioteca, i giornali dell’epoca, quelli del Regno delle Due Sicilie. Certo accanto a sacche di enorme povertà e di arretratezza, il Regno di Napoli, conosceva importanti trasformazioni economiche nell’industria tessile, ma anche metalmeccanica.

Tuttavia Mantovano evidenzia che una “ricostruzione oggettiva di quanto è accaduto a cavallo del 1861 continua a essere vista da molti come un’aggressione revisionistica al fondamento sacrale della nazione: anche questo spiega perché non si sia colta l’occasione del 150° anniversario dell’Unificazione per quella che sarebbe stata una necessaria quanto salutare purificazione della memoria”.

Studiando bene, ci si convince che “l’Italia non nasce nel 1861”. Infatti “nei secoli antecedenti vi era quella che è stata definita una ‘nazione spontanea’, con una comune identità, fondata su cultura e principi comuni, sostanzialmente omogenei, e su un’articolazione sociale ricca e variegata, a cominciare dal Sud”. Secondo Mantovano prima dell’Unità, nonostante i confini di Stati differenti, esisteva la consapevolezza del comune destino dell’Italia, forse di più di quanto sia stata dopo il 1861. La conferma è “la risposta comune che nel corso dei secoli è stata data, superando le differenze fra ducati, principati e regni, alle aggressioni esterne – dapprima il pericolo saraceno, poi quello ottomano […]”.

Dunque, l’unificazione doveva avvenire diversamente, ora però spiega Mantovano, “la partita del Sud va giocata non contro il resto del Paese, bensì utilizzando al massimo le risorse di cui il Sud dispone e che spesso ha in sovrabbondanza”. Assolutamente non deve passare l’idea, che il Sud sia “una terra perduta nella quale è inutile investire: con ciò incrociando il sentimento di impotenza e di frustrazione che serpeggia in diverse comunità meridionali”. Serve una nuova speranza per il Sud, bisogna presentare le positive esperienze in ambito culturale, scientifico, imprenditoriale, civile e religioso, che pure ancora vi sono.

Serve un nuovo meridionalismo, che recuperi la memoria storica e nel contempo rappresenti il Sud in modo non semplicistico”. In particolare bisogna essere convinti che il Sud, non è un “Nord mancato”. Il nostro Paese ha caratteristiche diverse rispetto per esempio alla Francia, siamo una realtà policentrica; la nostra caratteristica potrebbe identificarsi in una “unità nella diversità”.

Il nuovo meridionalismo deve mettere da parte quella enfatizzazione della Questione Meridionale, che ha portato, soprattutto dopo il dopoguerra, a quell’epoca in cui si affermò quel nuovo ceto politico locale che rivendicava ingenti provvidenze pubbliche, ponendosi come mediatore nella loro distribuzione. Pertanto per Mantovano occorre superare “quel blocco sociale regressivo che è cresciuto alimentandosi della spesa pubblica. Senza trascurare che nel ‘saccheggio’ della spesa pubblica per il Sud vi sono stati anche rilevanti interessi nazionali e dei sistemi industriali del Nord”. La Cassa del Mezzogiorno, la fallita industrializzazione del Sud, è stata un’esperienza mortificante non solo per il Sud ma anche per l’intera storia nazionale.

Mantovano nella relazione richiama tutti quei temi politici economici sul territorio meridionale, tante volte discusse. Il localismo è una sfida che va affrontata, soprattutto evitando di rinchiudersi, a guardare solo alle risorse esistenti nel territorio, “e a non guardare invece a quelle che possono essere trovate al di fuori o inventate ex novo”.

Un altro obiettivo per il Sud è il Federalismo, è la grande e irripetibile occasione per il Mezzogiorno. L’occasione per dimostrare che si vuole giocare fino in fondo la partita. E a proposito di federalismo, non può continuare quello che racconta Mantovano a proposito di un rettore di una università del Sud che non accettava i tagli lineari, (eravamo nel 2010) sulla propria università, difendendo l’esistente, che includeva corsi di laurea del tutto estranei alle esigenze di sviluppo del territorio di riferimento.

Tuttavia Mantovano conclude la sua relazione, descrivendo due esempi virtuosi di come il Sud potrebbe risorgere. Lo splendido museo archeologico di Ugento, a pochi chilometri da Santa Maria di Leuca, e il Parco tematico nella località Grancia, sui monti lucani vicino Potenza, un grande affresco delle insorgenze antigiacobine e dell’invasione sabauda, raccontato all’aperto, nei fine-settimana estivi, realizzato con professionalità, coniugando rigore nella ricostruzione storica ed efficacia nel messaggio visivo.

Ettore Bocchia, emiliano di origine classe 1965, è noto per aver fondato negli anni 2000-2001 la cucina molecolare italiana, quando al mondo vi erano solo altri 2 chef che studiavano la fisica degli alimenti. Il marchio “cucina molecolare” è stato registrato da Bocchia a nome dell’Hotel Villa Serbelloni nel 2002. Tale nuova tecnica nasce dall’esigenza di standardizzare le ricette in giro per il mondo. 15 anni fa non si aveva un approccio scientifico ed oggettivo alle ricette: i cuochi erano soliti dire ai giovani: «fallo in quel modo perché si è sempre fatto così

Si è sentita quindi l’esigenza di conoscere i dettagli molecolari della struttura degli alimenti. Dice Bocchia: «Ora siamo in grado di determinare, ad esempio, quanto inzuppa nel cappuccino un centimetro quadrato di brioche - continua lo chef - e possiamo progettare la struttura dei cibi in base ai carboidrati, ai grassi ed alle proteine. Noi Italiani all’epoca  siamo stati i primi a  creare un menù stravolgendo quello che era l’approccio al cibo applicando basi scientifiche al lavoro del cuoco,  a spingere la trasformazione della materia da liquida a solida perché evidenti erano le problematiche strutturali degli alimenti. Con l’azoto liquido riusciamo a creare camice solide mantenendo all’interno la spumosità. Abbiamo ribaltato il concetto di dessert, siamo ora in grado di fare dessert caldi all’interno e freddi all’esterno».  «Quando sono entrato in cucina la prima volta - continua Bocchia - con un Professore di Fisica dell’Università, tutti mi guardavano come si guarda un pazzo».

E’ stato un passo fondamentale nell’evoluzione della cucina italiana, tanto che oggi tutti utilizzano questo linguaggio in cucina.

Il ruolo dello chef Ettore Bocchia, oggi, più che visibilità è, soprattutto,  il mantenimento della coerenza della grande materia prima, l’equilibrio tra innovazione tecnica e tradizione creativa. Un impegno multiforme, che si è rivelato su misura per lui.

La cucina molecolare è utilizzabile anche nelle nostre case?

«Quando nelle nostre famiglie si ha un familiare che ha un problema alimentare - dice Bocchia -  come la celiachia, oppure il colesterolo alto, o anche intolleranze alimentari oppure il diabete, occorre disporre di tecniche e culture più ampie per approcciarsi alla cucina al fine di preparare pietanze saporite e che si avvicinino il più possibile ai gusti tradizionali degli alimenti, ma soprattutto alle texture, il piacere che proviamo quando assaporiamo il cibo. Quando mangiamo un biscotto  deve essere gradito attraverso la tattilità e il punto di fusione nell’assaporarlo. È qui che entra in gioco la molecolare perché se conosci la chimica degli alimenti non occorre usare conservanti chimici né prodotti di sintesi ma solo processi naturali che non snaturano gli alimenti».

Si può stare meglio in salute mangiando i frutti della cucina molecolare?

«Si possono seguire tutte le diete del mondo - afferma Bocchia - ma se le tecniche di preparazione e cottura dei cibi sono sbagliate, ci intossichiamo da soli. Il problema è che per una corretta alimentazione quotidiana occorre una maggiore conoscenza delle tecniche della cucina  a livello molecolare e di cambi di stato della materia».

Perché se è vero che “a tavola non si invecchia”, una cucina sbagliata fa correre più velocemente le lancette dell’orologio biologico.

 

Una questione molto grave non è doverosamente dibattuta e presa in grave considerazione: il suicidio demografico di quasi tutti i Paesi europei. Un morbo sta contagiando tutto il continente, si tratta della denatalità, una sorta di “peste bianca”, che sta falcidiando le nostre ricche città, le nostre capitali europee.

Non ci stiamo più riproducendo e contiamo sull’immigrazione per compensare la carenza di lavoro. Peraltro un’immigrazione per la maggior parte musulmana e questo significa che rischiamo una islamizzazione dell’Europa.

Di questi temi si occupa il libro di Giulio Meotti, articolista de Il Foglio, “La fine dell’Europa. Nuove moschee e chiese abbandonate”, pubblicato da Cantagalli (2016).

Il testo ha raccolto una serie di schede che descrivono i vari passaggi della morte dell’Occidente, dell’Europa. Attenzione una morte causata principalmente non per cause esterne, ma interne. “L’Europa, - ci tiene a precisare Meotti – muore sotto i colpi della denatalità e della de-cristianizzazione”. Per Meotti questa morte è intesa anche come “processo di mutilazione demografica che sta permettendo all’islam radicale di pensare che le sconfitte subite a Poitiers nel 732, a Lepanto del 1571, e a Vienna nel 1683 (così come la loro espulsione dalla Spagna nel 1492) saranno presto vendicate: il giorno della vittoria non è lontano. Non perché l’Europa sarà conquistata da un esercito invasore sotto le bandiere del Profeta, ma perché l’Europa, dopo essersi spopolata per noia ed essersi culturalmente disarmata, avrà consegnato il futuro a quegli immigrati islamici che creeranno quello che alcuni studiosi chiamano, con allarmismo ma anche a ragione, ’Eurabia’[…]”.

Il compito intrapreso da Meotti è necessario, ma impopolare, secondo Roger Scruton.  

Anche perché gli europei, la nostra classe politica, non vuole sentire questi discorsi: “che importa, la religione, del resto, è un fatto privato e non pubblico”. Sostanzialmente il potere ordina di tenere nascosta la questione demografica. Invece bisogna gridare eccome, è quello che fa il giornalista de Il Foglio.

Nel libro Meotti presenta una serie di dati, numeri, e citazioni che fanno riferimento a numerosi studi di demografi, di statistici, ma soprattutto a storici e studiosi delle grandi civiltà e in particolare del loro tramonto. I nomi più citati sono Toynbee, Gibbon, Brague, De Jaeghere, Chaunu. Meotti nelle schede proposte più volte fa riferimento alla fine dell’impero romano, simile a quello che sta succedendo a noi.

Inoltre nel libro si evidenzia l’occultamento delle autorità dei numeri drammatici sullo spopolamento dei Paesi europei. Naturalmente con l’intenzione di non allarmare i nativi.

L’Unione Europea è oggi la regione del mondo che presenta il più basso tasso di fertilità (1,55 figli per donna) e la più alta percentuale di popolazione ultra sessantaquattrenne. E’ l’”inverno demografico”, come lo ha definito Gerard-Francois Dumont. Nel 2016 per la prima volta nella storia, l’area dell’Unione Europea ha registrato più morti che nascite. Non era mai successo nella Storia che nazioni prospere e pacifiche scegliessero di scomparire. Eppure proprio questo stanno facendo i francesi, tedeschi, spagnoli, italiani.

E’ la tendenza suicida dell’Europa contemporanea. Ci sono diversi metodi per uccidere una civiltà. Uno di questi e dei migliori è quello di farti ammalare e poi di farti credere che ti sei salvato, quando la medicina somministrata in realtà è un brutto veleno. “E’ esattamente quello che sta avvenendo con la demografia – scrive Maurice Dantec – è un tabù, guai a parlarne, guai a disturbare il malato dicendogli che i suoi giorni sono contati”. Per capire quello che ci sta succedendo, dobbiamo rileggere il discorso di Alexander Solzhenityn che ha tenuto nel 1978 davanti agli studenti di Harward. Il grande scrittore russo, superstite del gulag, rimprovera all’Occidente, di aver perso il coraggio di combattere e di vivere in un’”atmosfera di mediocrità”.

Negli anni 70’ un gruppo di scienziati e premi Nobel, il famoso “Club di Roma”, e poi con il libro “The population bomb” di Paul Erlich, ipotizzavano una bomba demografica della sovrappopolazione. Addirittura per scoraggiare le nascite,

 si proponeva di tassare persino i prodotti per l’infanzia. Questi profeti di sventura non avevano capito che la bomba era la denatalità e non la sovrappopolazione.

Meotti elenca numerosi dati, dove si ricava che tra qualche decennio, le nazioni del mondo occidentale sono destinate a scomparire, compresa la nostra Italia. A partire dal 1994, ogni anno si procrea sempre meno, fino a raggiungere il record negativo delle nascite al di sotto del numero dei morti. Secondo l’Istat, non si registrano così poche nascite dal 1861. “Il bel paese sta diventando un reparto

 geriatrico[…] trentacinque anni fa, il 9% della popolazione era costituita da bambini di età inferiore ai cinque anni. Oggi questi bambini costituiscono solo il 4,2% della popolazione”. Praticamente i bambini stanno scomparendo in Italia. Nel 2050 rappresenteranno il 2,8%. Un inverno demografico che non può essere imputato alla mancanza di benefici sociali. Infatti il calo demografico è concentrato proprio nelle cosiddette regioni ricche. Lombardia, Emilia e Liguria. A Genova, “la città più vecchia d’Europa”, mancano le risate dei bambini.

Nel 2050, il 60%degli italiani non avrà fratelli, né sorelle, né cugini, né zie o zii. E se “nel XIV secolo, la peste nera spazzò via l’80% della popolazione italiana. Nel XXI secolo, la peste bianca sta facendo scomparire l’Italia per scelta”.

Pertanto l’Italia sta collassando ma anche gli altri Paesi europei. Il mondo occidentale che ha inondato di confort e di risorse le proprie società, ora è a corto di bambini, la vera risorsa indispensabile, senza la quale nessuna delle altre ha importanza. Esempio eclatante la Russia, piena di risorse naturali, eppure sta morendo. “Intere fasce dell’Europa, intere nazioni, hanno perso la voglia di riprodursi […]”. E’ una tendenza drammatica, che sta colpendo praticamente l’intera Europa centro-meridionale e orientale. Italia, Portogallo, Germania, Spagna, Grecia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Romania, Bulgaria. Tutti i balcani sono già senza figli. Il declino demografico per Meotti è iniziato da quando è stata scoperta la “pillola che libera il sesso”, l’anticoncezionale scoperto dal biologo Gregory Pincus, che ha causato anche l’allontanamento degli uomini dalla Chiesa e dalla fede. Per Mary Eberstadt, c’è un nesso fondamentale tra sesso libero e morte di Dio. “La rampante scristianizzazione dell’Occidente è iniziata con l’avvento della pillola anticoncezionale”.

L’unico Paese del mondo occidentale a stare bene è Israele. Detiene, diversi record, che lo rendono unico. Il più importante è il tasso di fertilità. Negli ultimi vent’anni è salito del 60%.

Negli anni 70’ durante la cosiddetta “guerra fredda”, un politico danese, suggerì al proprio Paese di cancellare le forze armate: “ci arrendiamo”, disse. Oggi dopo tanti anni, in tutta l’Europa, ha preso piede questo pensiero. In Germania, la gloriosa Wehrmacht non esiste più. Gli eserciti europei sono “grassi, obsoleti e ridondanti”, affermava l’ex comandante supremo della Nato.

Tra le tante riflessioni nel testo di Meotti, forse quella più scandalosa, potrebbe essere quella che, il crollo della fede porta come conseguenza al crollo delle nascite. Ormai è evidente che il nostro continente da tempo ha abbandonato il cristianesimo. Le chiese sono vuote, i praticanti sono sempre di meno. Intanto però, come conseguenza dell’immigrazione, aumentano quelli che credono all’islam. Meotti fotografa la situazione della Francia, dove per anni sia a destra che a sinistra, “hanno rifiutato ogni dato scientifico sulla componente etnico-religiosa della società francese in nome della superiorità del ‘modello sociale francese’[…]”. In Francia, ma anche in tutta l’Europa, è stato creato “un vuoto religioso e culturale, prima che demografico”. Tutto questo ha portato a una resa. Quale europeo è pronto a morire per i valori della nostra società europea di oggi, quella del supermercato, del consumismo triviale, dell’egoismo, dell’edonismo volgare. Cosa hanno da offrire oggi per esempio, gli europei del Belgio, dell’Olanda? Il nudo, la pornografia, l’omosessualità, l’eutanasia? Le nostre capitali europee ormai sono piene di enclave musulmane dove le istituzioni peraltro, non entrano. Basta guardare Bruxelles, Londra, Parigi, in molti quartieri, vige la shairia. “Per chi ha difficoltà a immaginare Berlino, Parigi, Londra e Bruxelles cambiare così radicalmente basta guardare Costantinopoli, oggi Istambul, una volta il centro di un impero cristiano”.

Una conseguenza ben visibile dell’abbandono della fede da parte degli europei è la chiusura e svendita di parecchie chiese. Meotti nel libro elenca episodi abbastanza eclatanti, per esempio il Quebec canadese, la provincia più decristianizzata dell’emisfero occidentale. Chiese trasformate in centri benessere o in palestre. Adesso nel Quebec gli esperti di antiquariato visitano le chiese per valutare e vendere i manufatti religiosi. In Danimarca sono 200 le chiese che non servono più. In Germania sono stati chiusi ben 515 dal 2005. In Gran Bretagna se ne svuotano 20 ogni anno, al punto che esiste un sito dedicato alla vendita delle chiese sconsacrate. La più celebre chiesa di Amsterdam, san Vincentius, è stata trasformata in moschea. Tra le tante curiosità, segnalo, quella del duomo di Erfurt, in Germania, una delle più belle costruzioni medievali, simbolo di quell’”Europa delle cattedrali”, adesso è in vendita su Ebay.

Potremmo continuare a raccontare lo stillicidio delle chiusure e vendite degli edifici religiosi cristiani, il declino religioso del nostro continente. Parallelo a questo c’è invece un aumento di fervore religioso, nelle comunità islamiche che aprono luoghi di culto in ogni città europea.

Concludo con una riflessione dello scrittore francese Richard Millet, che vede oltre alla guerra del terrorismo islamista dell’Isis, Al Nusra, Al Qaida, Boko Haram, Talebani ecc. c’è un’altra minaccia molto seria per noi. Lo aveva esplicitata anni fa, l’algerino Boumedienne, dalla tribuna dell’ONU: “Un giorno milioni di uomini lasceranno l’emisfero sud per andare nell’emisfero nord. Non ci andranno come amici. Ci andranno per conquistarlo. E lo conquisteranno popolandolo con i loro figli. E’ il ventre delle nostre donne che ci darà la vittoria”.

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