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Edizione N. 18

31 dicembre 2011

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Attualità

Clima di tensione in Yemen

Attualità

Siamo in un clima di tensione, lo Yemen vive l’attesa del voto di martedì prossimo come un paese spaccato e sempre più in emergenza: crisi economica, incertezza e scontri tra fazioni stanno gettando in ginocchio il paese’. A parlare da Sana’a è William Strangio, Responsabile INTERSOS in Yemen, e come spieda al Corriere del Sud alla vigilia delle elezioni del 21 febbraio prossimo che vedono il vicepresidente Mansour Hadi unico candidato a successore del presidente Saleh, dimessosi dopo 33 anni al potere. Le spinte separatiste al sud e al nord, la radicata presenza di gruppi estremisti e la grave situazione economica e sociale tengono lo Yemen in uno stato di instabilità, in cui la transizione democratica appare a rischio, dopo un anno di proteste che hanno sfiorato la guerra civile.
‘La luce elettrica arriva solo per 2-3 ore nelle case, il prezzo del petrolio è raddoppiato dallo scorso luglio e con questo tutti i prezzi alimentari, compresa l’acqua che per la maggior parte degli yemeniti non c’è e viene comprata dalle autocisterne.’ Racconta ancora William, ‘a Sana’a in queste ore c’è una calma relativa, non si registrano attentati o scontri mentre ad Aden le minacce di nuove violenze ci inducono a adottare misure severe di sicurezza per il nostro staff per continuare a portare soccorso agli sfollati e ai rifugiati, che hanno raggiunto ormai cifre eccezionali in tutto lo Yemen’ continua Strangio.
Oltre 100.000 persone sono sfollate nei sobborghi di Aden e ricevono assistenza da INTERSOS. Le famiglie fuggite dagli scontri armati tra truppe governative e milizie islamiste a Zinjibar, nella regione di Abyan, sono alloggiate dall’estate scorsa in 75 scuole della città e in alloggi di fortuna.
‘Ci sono due diritti in conflitto’ spiega il capomissione INTERSOS, ‘quello degli sfollati a trovare accoglienza e riparo e quello dell’educazione delle migliaia di ragazzi e ragazze che non possono andare a scuola’.
Abbiamo distribuito beni di prima necessità ai nuclei familiari per sopravvivere lontano da casa. Con il nostro Team di protezione diamo sostegno psicosociale a donne e bambini scappati dalle violenze, prendiamo in carico i casi più gravi di disagio psicologico e attraverso i ‘child friendly space’, luoghi protetti per l’infanzia, ci prendiamo cura dei minori sfollati’. I continui combattimenti e attentati nell’area di Abyan non permettono agli sfollati di rientrare nelle loro case e la crisi umanitaria è inasprita dalle dure condizioni economiche che stanno impoverendo lo Yemen.
‘La richiesta condivisa che arriva dalla popolazione civile è di risollevare le condizioni di vita quotidiana, restituire dignità, sicurezza e diritti. Ogni cambiamento dovrà mettere al centro i bisogni di chi sta subendo gli effetti disastrosi della crisi, oggi circa 750.000 bambini sotto i 5 anni soffrono di malnutrizione, di questi mezzo milione è a rischio sopravvivenza se non verrà loro fornito supporto alimentare adeguato’ conclude Strangio da Sana’a.
INTERSOS dall’inizio delle violenze e dei disordini nel 2011 sta portando soccorso alla popolazione yemenita sfollata a San’a, ad Aden e ad Harad, a pochi chilometri dal confine con l’Arabia Saudita, continuando il lavoro che svolge dal 2008 in favore dei rifugiati e migranti dal Corno d’Africa. Lo staff formato da oltre 100 operatori umanitari nazionali e internazionali in Yemen indirizza l'aiuto non solo sulle esigenze fisiche dei più fragili tra le vittime, ma interviene anche nell'aspetto psico-sociale e sui bisogni di assistenza psicologica, di protezione, di accesso all'acqua potabile e di miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie.

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I giovani e il vilipendio dei lavori manuali

Attualità

La settimana scorsa scrivevo che le discutibili esternazioni sui giovani di Monti e dei suoi ministri al di là delle pesanti offese, qualche merito l’hanno avuto, aprire il dibattito sulla questione del lavoro giovanile. Ha cominciato ad affrontare lo spinoso argomento, Antonio Polito con un editoriale sul Corriere della Sera, e poi tanti altri, tutti hanno colpevolizzato non tanto i giovani ma gli adulti, in particolare i genitori, i nonni, ma anche la politica, il sindacato, ma soprattutto la scuola.
Giampaolo Pansa su Libero scriveva che se i giovani non trovano lavoro o non lo cercano la colpa è dei loro genitori che forzatamente li hanno mandati a scuola per prendersi un inutile diploma e poi ancora peggio li hanno iscritti all’università per un pezzo di laurea che non serve a niente. Il loro figlio non doveva imparare un mestiere manuale come il falegname, l’elettricista o l’idraulico, guai, come fa poi a conquistare una ragazza con l’etichetta di falegname. Convengo che la tesi di Pansa può essere discutibile, come ogni cosa, non è la prima volta che mi capita di leggere simili argomenti. L’anno scorso ho letto e presentato in diverse puntate l’ottimo studio di Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo, edito da Guanda e proprio in questo testo la professoressa di Torino denunciava una certa abitudine ormai consolidata tra i genitori di far frequentare a tutti i costi la scuola, magari il liceo e poi l’università ai propri figli.
Certamente Mastrocola tende a provocare il più possibile forse per accendere il dibattito sulla questione scuola, sulla serietà dello studio e poi sul lavoro, temi abbastanza collegati tra loro. Lo studio dev’essere una scelta, non un obbligo. “Non tutti vogliono studiare - scrive la Mastrocola - Non tutti nascono soldati o sacerdoti o studiosi. C’è anche chi nasce fabbro, panettiere, meccanico, fotografo.  Perché torciamo i giovani? Perché obblighiamo tutti a studiare?” Così come non tutti sono portati a lavori come il panettiere o il cuoco, qualcuno vuole studiare , però con questa scuola di massa che si accontenta di poco, chi vuole studiare non può farlo, perché viene distolto dal farlo.
La Mastrocola è perentoria: “bisognerebbe dare ai giovani la libertà di non studiare. Se non vogliono farlo, che non lo facciano”. E nello stesso tempo bisogna, “dare la libertà di studiare a chi lo volesse ancora fare”. La prof si rende conto che questo è un discorso difficile da accettare, non abbiamo l’abitudine a farlo, perché siamo prigionieri di luoghi comuni, e di pregiudizi.
Occorre superare l’equivoco della scuola dell’obbligo, per la Mastrocola è il primo macigno da superare. In passato aveva un senso perché c’era il gravissimo problema dell’analfabetismo, bisognava aiutare i ragazzi delle famiglie meno abbienti. Si è pensato di dargli maggiori opportunità facendoli studiare: “con l’istruzione avrebbero potuto migliorare le proprie condizioni future, accedendo a professioni migliori rispetto a quelle dei padri”. L’idea era buona. Ma oggi bisogna fare chiarezza: “una cosa è l’obbligo scolastico (o formativo che dir si voglia), un’altra cosa è l’obbligo, tutto nuovo, tutto neo-global-capitalistico, ad andare al liceo, e poi all’università, e diventare tutti ingegneri, avvocati, medici ed economisti!” Ma una cosa è l’obbligo ad andare a scuola, un’altra cosa è l’obbligo di studiare. Al giorno d’oggi le due cose spesso non coincidono.
Per la Mastrocola, “oggi si può benissimo andare a scuola e non studiare”. Il libro cerca di sfatare alcuni equivoci come quello che la laurea conduca a un ottimo lavoro o che imparare un mestiere equivalga a ignoranza. “Il panorama è cambiato. Noi pensiamo sempre alla scuola come a una opportunità per i poveri, deboli e svantaggiati”. Non è più così, “una volta era lo Stato che obbligava le famiglie a mandare i figli a scuola, adesso è la famiglia che ‘obbliga’ i propri figli ad andare controvoglia a scuola”. Paola Mastrocola fa riferimento a un ‘nuovo obbligo’, sociale e non statale, implicito, silente, dato per scontato e molto più subdolo e invadente”. Pertanto non è più lo Stato che vuole salvare i ragazzi sfortunati dalla strada, ma sono le famiglie fortunate che intendono parcheggiare nel modo più divertente e indolore possibile i loro vezzeggiati pargoli”.
Un secondo macigno che la prof  invita a superare è il vilipendio del lavoro manuale. E’ un’idea profondamente sbagliata che hanno le nostre generazioni, si pensa che il lavoro manuale, artigianale, tecnico-pratico, sia cosa vile, umiliante, degradante. Quindi è quasi obbligatorio studiare, per non andare a lavorare. Così lo studio diventa forzato. “Non una fortunata chance, ma una specie di tortura a cui non ci si può sottrarre, pena il disfacimento, la rovina e la disistima sociale”.
In pratica c’è l’idea che “se un ragazzo invece di andare al liceo va a fare pratica in una falegnameria, sia un fallito e un mediocre, uno scarto della società, destinato a essere infelice tutta la vita”. Solo alcuni lavori sono buoni, altri come “quelli manuali, artigianali e tecnici, sono cattivi lavori, residuali, da lasciare ai reietti della società”.
Pertanto tutti devono andare a scuola e il più a lungo possibile, ne consegue che tutti devono essere laureati, ingegneri, medici, avvocati, architetti, economisti, manager etc. Paradossalmente per la Mastrocola, proprio oggi che tutti studiano, quasi nessuno è più capace di studiare. E così ci ritroviamo ragazzi non preparati culturalmente e quindi neanche al lavoro.
Questi ragazzi sono tristi, basta guardarli una mattina qualsiasi prima di entrare a scuola, sembrano di essere condannati ai lavori (scolastici) forzati. Da queste scuole sforniamo i “qualcosisti” come li chiama Giuseppe De Rita: “sono i nostri giovani, un intero esercito di persone che hanno studiato ‘qualcosina’ fino a venticinque anni e alla fine non sanno niente (di utile per un lavoro), a volte non sanno neanche che cosa hanno studiato a fare”.
La Confartigianato, prendendo in esame ben sessantotto mestieri, ha rilevato che esistono figure professionali introvabili come gli installatori di infissi e serramenti, panettieri, pastai, tessitori, gelatai, sarti, parrucchieri, cuochi, saldatori…
La Mastrocola tenta di dare un contributo concreto alla discussione e lancia l’idea di percorsi di studio per arrivare a padroneggiare questi mestieri, migliorando e nobilitando “le nostre scuole tecniche, professionali, artigianali. Dovremmo far sì che siano non una scelta scolastica minore o perdente, ma il nostre fiore all’occhiello”. Ma tutto questo non basta, occorre che avvenga una rivoluzione nella nostra testa. “Dovremmo recuperare stima e ammirazione per chi è capace di costruire un tavolo, assistere un anziano, tagliare un vestito, rieducare un arto, produrre un cioccolatino, creare un gioiello, riparare un motore, un computer, un ferro da stiro”.

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L'appello del Custode di Terra Santa: Emergenza Siria

Attualità

Dopo il cambiamento avvenuto in Egitto, la situazione in cui si trova la Siria indica in maniera inequivocabile come stia trasformandosi il panorama in Medio Oriente. Fino a un anno fa sarebbe stato impensabile prevedere simili scenari.

In questi mesi di grande tensione, quando la Siria è dilaniata da scontri interni e il conflitto sembra assumere, sempre più, le caratteristiche di guerra civile, i francescani, insieme a pochi altri esponenti della chiesa latina, sono impegnati a sostenere i bisogni della popolazione cristiana locale.

La Custodia è presente in diverse zone del Paese: Damasco, Aleppo, Lattakiah, Oronte.

I dispensari medici dei conventi francescani, secondo la tradizione della Custodia, diventano luogo di rifugio e accoglienza per tutti, senza alcuna differenza fra etnie di Alawiti, Sunniti, Cristiani o ribelli e governativi.

In un momento di totale confusione e smarrimento, molte aziende, soprattutto d’import-export, hanno chiuso i battenti. Delle migliaia di turisti, che alimentavano una moderna e florida industria, con un indotto di centinaia di posti lavoro nel settore dei trasporti, alberghiero, servizi, non rimane alcuna traccia.

I produttori agricoli sono in grave difficoltà. L’embargo internazionale impedisce ogni possibilità di esportazione e i prezzi sono crollati. Le fasce più deboli sono colpite in modo ineludibile e subiscono la mancanza di approvvigionamento energetico e di acqua. Nelle grandi città la corrente elettrica manca per diverse ore ogni giorno, se non del tutto; il gasolio è razionato. Tutto ciò crea enormi disagi alla popolazione, costretta ad affrontare le temperature invernali senza possibilità di riscaldarsi.

Stare con la gente, accogliere e assistere chi si trova nel bisogno, senza distinzione di razza, religione e nazionalità. Garantire, con fiduciosa presenza, il servizio religioso ai fedeli perché comprendano l’importanza di restare nel proprio Paese.

Questo rimane il senso della missione francescana. In tempi non così dissimili da quelli in cui Francesco si rivolgeva ai frati esortandoli a mantenere saldi i valori del Vangelo. Nelle sue semplici esortazioni Francesco rifletteva la grazia ricevuta dal Signore e, nell’esperienza di vita quotidiana, testimoniava l’accoglienza della fede, come il bene più caro e prezioso da coltivare e rinvigorire. Noi frati, che ci ritroviamo ricchi di questo straordinario esempio, ereditato senza alcun merito, abbiamo il compito di emulare e diffondere l’insegnamento del nostro maestro alle future generazioni, perché possano proseguire la strada da lui tracciata con immenso amore e umile dedizione.

Chiediamo a tutti gli amici di ATS Pro Terra Sancta di sostenere, con un gesto concreto, i numerosi cristiani siriani e le opere di carità della Custodia di Terra Santa. Gli aiuti raccolti saranno consegnati, tempestivamente, ai frati residenti in Siria, che provvederanno ad utilizzarli in maniera oculata e attenta.

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