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Martedì, 15 Ottobre 2019

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Il popolo Sámi, da noi definito ‘lappone’, l’unico riconosciuto come indigeno in tutta l’area europea, è diffuso in quattro Paesi, nel nord della Finlandia, in zone di Svezia e Norvegia ed in alcune aree della penisola di Kola in Russia.

Lo scorso mese di settembre si sono svolte ad Inari, presso la sede di Sajos, le votazioni per la scelta dei nuovi rappresentanti del popolo Sámi nel contesto del cosiddetto Sámediggi, ovvero il parlamento consultivo, il più alto organo politico dei Sámi in Finlandia che lo rappresenta in contesti nazionali e internazionali.

I 21 membri del parlamento Sámi sono eletti ogni quattro anni. I Sámi iscritti alla lista elettorale del Sámediggi  sono idonei a votare alle elezioni e gli aventi diritto di voto possono candidarsi alle elezioni.

L'autogoverno linguistico e culturale per i Sámi nella loro terra d'origine è garantito dalla Costituzione  finlandese in qualità di popolo indigeno. L'autogoverno è stato regolamentato e attuato dal Sámediggi  dal 1996 (legge 974/1995, modificata il 1279/2002). Il parlamento dei Sámi è l'organismo rappresentativo democratico del popolo dei Sámi, il cui scopo è di promuovere la lingua e la cultura Sámi e le questioni relative alla posizione dei Sámi come popolo indigeno.

L'età media del nuovo parlamento Sámi è di 49 anni. Il membro più giovane è Karen-Anni Hetta, 26 anni, di Sodankylä, e il più anziano, 76 anni, Kari Kyrö, di Inari.

Dal registro elettorale, risultavano 5873 aventi diritto al voto, un numero non ingente, poiché è la Norvegia ad ospitare uil maggior numero di lapponi. I voti sono stati 2853, per una affluenza  alle urne del 48,58 %. Nelle ultime elezioni del 2015, l'affluenza era stata superiore, 51,63 %, e anche nelle precedenti elezioni del 2011, leggermente superiore, del 49,6 %. Si calcola che i Sámi di Finlandia siano ca. 10mila, con una propria lingua differenziatasi nel corso del tempo a seconda delle zone di residenza. In Finlandia, vi sono tre lingue Sami: Nord Sámi, Inari Sámi e Skolt Sámi. Con circa 20.000 parlanti in Finlandia, Norvegia e Svezia, il Nord Sámi è la più parlata di queste lingue. In Finlandia, il Nord Sámi è parlato da circa 2 000 persone mentre l’Inari Sámi è parlato esclusivamente in Finlandia. Lo Skolt Sámi è parlato in Finlandia e in Russia. In Finlandia, entrambe le lingue sono usate da circa 300 persone, la maggior parte delle quali vive a Inari. Sotto la pressione delle lingue dominanti, e di politiche assimilatorie, molti Sámi hanno perso la loro lingua madre. Dal risveglio etnico degli anni '60, sono state prese una varietà di misure per preservare le lingue Sámi e riportarle in vita. Il Sámi Language Act del 1992, rivisto nel 2004, ha reso il Sámi una lingua ufficiale.

Molti voti sono stati espressi per posta, anche da angoli remoti del mondo. Annikki Sarre, di famiglia Sámi della provincia di Inari, ma residente a Roma da decenni, probabilmente quasi unica Sámi in Italia, approfittando di una permanenza nella sua zona d’origine, ha voluto votare recandosi di persona nella sede del Sámediggi  ad Inari, per recuperare, in un cento senso, le proprie radici culturali ed ambientali. “Le mie radici e tradizioni famigliari non vengono scalfite da una lunga permanenza all’estero ma, in un certo senso, rafforzate dalla lontananza e dai ricordi…Sono quindi orgogliosa di appartenere ad un popolo antico e ricco di espressioni culturali che però nello stesso tempo si adegua e si adatta, senza rinnegamenti, al nostro tempo ed alle diverse situazioni. Penso che il ruolo del Sámediggi debba essere fondamentale nel promuovere e difendere, con gli strumenti della informazione, della istruzione e della partecipazione, la consapevolezza delle nuove generazioni sulle tradizioni anche linguistiche del popolo” ci ha dichiarato. Ed ha aggiunto, sorridendo, di sentirsi profondamente europea “ anche per avere la cittadinanza finlandese ed italiana ed in più, per nascita, quella Sámi”.

I risultati

I candidati e gli eletti non rappresentano partiti come tradizionalmente intesi, ma, naturalmente, si aggregano a seconda di comuni posizioni che possono sostenere o promuovere, in genere sulle tipologie di sviluppo sociale, culturale ed economico e sulla concreta attuazione di diritti derivanti dalla posizione di popolo indigeno.

Nel neo eletto parlamento Sámi per il periodo 2020-2023 proseguono, rieletti, nove membri esistenti, sono rientrati quattro vecchi membri ed eletti otto membri per la prima volta. L'età media dei nuovi membri del parlamento Sámi è di 49 anni e quasi la metà dei membri è impegnata nell'allevamento delle renne.

Il pescatore e pensionato Kari Kyrö (220 voti, attuale membro), l'assistente sociale Anu Avaskari (183 voti, attuale membro), e l’allevatore di renne Veikko Feodoroff (134 voti, attuale membro) sono stati eletti al Parlamento Sámi con il maggior numero di voti.

Il nuovo parlamento Sámi ha di gran lunga il maggior numero di membri di  lingua del Nord Sámi. Dei 21 membri regolari dell'assemblea, 11 membri hanno dichiarato il Nord Sámi come lingua madre, 10 membri la lingua finlandese e uno lo Skolt Sámi. Un membro ha dichiarato come sua madrelingua sia il finlandese che il Nord Sámi.Otto dei nuovi membri del parlamento hanno riferito di lavorare nell'allevamento di renne, sei in diverse posizioni di insegnamento, quattro studiando e tre in pensione. I membri selezionati includono anche alcuni artisti e imprenditori. Quasi la metà degli eletti rappresenta la provincia di Inari, la più vasta della Finlandia, equivalente alla regione Lazio. Di conseguenza, quasi la metà della nuova composizione del Sámediggi è rappresentata da Inari, 10 membri; quattro membri provengono da Utsjoki, tre membri da Sodankylä ed Enontekiö e un solo membro fuori dalla patria Sámi.La composizione di genere del nuovo parlamento Sámi è molto equilibrata: 11 membri sono donne e 10 sono uomini.

La nuova formazione di questo organo consultivo sarà operativa dal primo gennaio prossimo e si troverà ad affrontare nuove ed impegnative problematiche come le trattative col governo nazionale per una revisione delle leggi che disciplinano i diritti del popolo lappone come entità autoctona, le problematiche ambientali della regione artica, la territorialità delle aree di pesca ed allevamento riservate ai Sámi, il turismo responsabile, e molto altro.

 

 

Domenica mattina, Monsignor Stefano Russo, Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, ha presieduto la celebrazione della Messa e la recita della Supplica sul sagrato della Basilica di Pompei. A mezzogiorno, Papa Francesco, durante l’Angelus, ha invocato la Vergine Maria, donna di fede, alla vigilia della festa della Madonna del Rosario «in comunione con i fedeli radunati a Pompei per la tradizionale Supplica».

L’omelia di Monsignor Russo è stata dedicata al tema della fede, di cui fu testimone il Beato Bartolo Longo, Fondatore del Santuario. «Quando, nel 1872, il Beato Bartolo Longo vi giunse – ha detto il celebrante – la Valle di Pompei era una terra desolata, abitata da uno sparuto gruppo di contadini, finanche pericolosa per la presenza di briganti e per la scarsa salubrità. Nell’ottobre di quell'anno, camminando lungo i sentieri sterrati di quella piana, il Fondatore sentì un moto dello spirito, una voce interiore che gli diceva: “Se propaghi il Rosario, sarai salvo”. Quel giorno, cominciò per il Beato una vita nuova». Dalla sua fede umile, dal suo sentirsi servo di Dio, è scaturita la fondazione del Santuario, l’apertura delle Opere di carità, la stessa presenza quotidiana di un numero eccezionale di pellegrini. «Tutto questo – ha commentato Russo – non può essere opera di un uomo. Qui c’è la mano di Dio e la presenza continua di Maria, spirituale, ma anche fisica». Ed anche l’Arcivescovo di Pompei, Monsignor Tommaso Caputo, nel saluto, ha ricordato l’impegno del Santuario per la carità, secondo il carisma di Bartolo Longo. «Nella società di oggi sembra che non ci sia più spazio per l’imperfezione, per chi è ammalato, sofferente, anziano, povero, solo, per chi è affaticato ed oppresso. Si va affermando quella cultura dell’indifferenza e dello scarto di cui tante volte ci ha parlato Papa Francesco. Maria Santissima ci aiuti a cambiare i nostri occhi, a dissolvere quella nebbia che non ci permette di vedere l’altro come un fratello, facendoci chiudere nei recinti angusti e senza speranza dell’egoismo». Il pensiero, durante la Supplica, è andato anche ai due poliziotti uccisi venerdì nella questura di Trieste ed ai loro familiari perché l’amore della Vergine porti loro consolazione.

La prima domenica di ottobre, mese del Rosario, è dedicata alla recita della Supplica, la preghiera che il Beato Bartolo Longo, Fondatore del Santuario di Pompei, scrisse “all’Augusta Regina delle Vittorie” nel 1883. Un rito antico, ma capace, ogni volta, di rivolgersi all’uomo di oggi con parole nuove, attuali. E, questa mattina, nella città mariana, decine di migliaia di persone hanno raggiunto con ogni mezzo la città mariana, dove, in piazza Bartolo Longo, Monsignor Stefano Russo, Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, ha celebrato la Messa e guidato, a mezzogiorno, la recita della Supplica. Poco prima, Papa Francesco aveva presieduto la celebrazione per l’apertura dell’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi sul tema “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale” e, nell’Angelus in piazza San Pietro, contemporaneo alla Supplica, ha espresso la sua vicinanza ai devoti giunti a Pompei. «Siamo servi inutili – ha detto il Santo Padre – è un’espressione di umiltà, di disponibilità che fa tanto bene alla Chiesa, richiama l’atteggiamento giusto per operare in essa. Il servizio umile di cui ci ha dato l’esempio Gesù lavando i piedi ai discepoli. La Vergine Maria ci aiuti ad andare su questa strada. Donna di fede, ci rivolgiamo a lei alla vigilia della festa della Madonna del Rosario, in comunione con i fedeli radunati a Pompei per la tradizionale Supplica».

E, proprio alla fede, è stata dedicata l’omelia di Monsignor Russo, che ha richiamato più volte l’esperienza esistenziale del Beato Bartolo Longo. «Un briciolo di fede – ha detto commentando il Vangelo del giorno – può far sradicare un gelso e farlo crescere in mare; se abbiamo fede quanto un granellino di senape, il gelso della nostra vita può crescere anche in luoghi impossibili, può crescere nel mare della storia, che tante volte è burrascoso e pericoloso. La fede è affidarsi a Dio, sentire che i nostri passi – più che le nostre forze – poggiano su di Lui. Lui è la via». «Quando, nel 1872, il Beato Bartolo Longo vi giunse – ha ricordato il celebrante – la Valle di Pompei era una terra desolata, abitata da uno sparuto gruppo di contadini, finanche pericolosa per la presenza di briganti e per la scarsa salubrità. Nell’ottobre di quell'anno, camminando lungo i sentieri sterrati di quella piana, il Fondatore sentì un moto dello spirito, una voce interiore che gli diceva: “Se propaghi il Rosario, sarai salvo”. Quel giorno, cominciò per il Beato una vita nuova». Tutto quello oggi è a Pompei, il Santuario della preghiera, le Opere di carità, la stessa presenza quotidiana di un numero eccezionale di pellegrini, «non può essere opera di un uomo. Qui c'è la mano di Dio e la presenza continua di Maria, spirituale, ma anche fisica. Possiamo sentire il suo abbraccio di Madre. Bartolo Longo, però, ebbe la fede di quel granello di senape di cui, oggi, ci parla il Vangelo e, per questo, avrebbe potuto dire al gelso di sradicarsi per piantarsi nel mare». Bartolo Longo mantenne sempre l’umiltà di chi «si sentiva un servo di Dio, un “matita” nelle mani del Padre, come amava definirsi Santa Teresa di Calcutta». Riteneva che nulla di quanto realizzato venisse da lui. «Bartolo Longo – ha proseguito il Segretario della C.E.I. – non nacque santo, ma ebbe le sue cadute, lo sappiamo, più di ogni altro ebbe bisogno della misericordia di Dio. Anzi, della misericordia che è Dio. Negli anni universitari a Napoli si perse dietro correnti di pensiero sbagliate e nemiche della fede cristiana, ma oggi noi lo veneriamo come apostolo del Santo Rosario, come testimone di carità e di speranza. La vita del Beato ci insegna che non c'è caduta da cui non ci si possa rialzare, non c'è baratro da cui non si possa uscire, non c'è buio così nero da non poter vedere la luce. “Alzatevi, andiamo!”, dice Gesù agli apostoli nell'orto degli ulivi. Alziamoci, andiamo anche noi verso la gioia con la benedizione di Maria. Apriamo le porte a Cristo, come disse San Giovanni Paolo II. Spalanchiamo le porte a Cristo!». E, in conclusione, Monsignor Russo ha esortato i fedeli a rivolgersi con fiducia a Maria, soprattutto nelle difficoltà della vita: «Al suo cuore – ha detto il Presule – affidiamo quanto ci angustia: il cammino educativo dei nostri ragazzi; il lavoro che manca, i giovani che lo cercano e faticano a trovarlo; le tensioni familiari e sociali che stentano a comporsi; la sofferenza e la solitudine di tanti malati».

La fede compie opere grandi. Nel suo saluto introduttivo, l’Arcivescovo di Pompei, Monsignor Tommaso Caputo, ha evidenziato «come nella città mariana sia ancora viva ed attiva l’eredità del Beato Bartolo Longo che, mettendo in pratica la pedagogia dell’amore, diede una casa, una famiglia ed un futuro a migliaia di ragazzi e ragazze abbandonati. Non senza sacrifici, ma con enorme dedizione, sacerdoti, religiose, religiosi e laici portano avanti questo impegno per sostenere le vecchie e nuove povertà, rendendo attuali e concrete le parole di Gesù: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”». «Nella società di oggi – ha proseguito l’Arcivescovo – sembra che non ci sia più spazio per l’imperfezione, per chi è ammalato, sofferente, anziano, povero, solo, per chi è affaticato ed oppresso. Si va affermando quella cultura dell’indifferenza e dello scarto di cui tante volte ci ha parlato Papa Francesco. Maria Santissima ci aiuti a cambiare i nostri occhi, a dissolvere quella nebbia che non ci permette di vedere l’altro come un fratello, facendoci chiudere nei recinti angusti e senza speranza dell’egoismo. La Vergine ci doni il suo stesso cuore e ci renda apostoli dell’amore di Cristo verso tutti i nostri fratelli». Il pensiero, durante la Supplica, è andato anche ai due poliziotti uccisi venerdì nella questura di Trieste ed ai loro familiari perché l’amore della Vergine porti loro consolazione.

Il rito, concelebrato da Monsignor Salvatore Pennacchio, Arcivescovo e Nunzio Apostolico in Polonia, Monsignor Luigi Travaglino, Arcivescovo e Nunzio apostolico, Monsignor Mario Milano, Arcivescovo emerito di Aversa e da Monsignor Gioacchino Illiano, Vescovo emerito di Nocera Inferiore-Sarno, è stato trasmesso, in diretta televisiva e in diretta streaming da Canale 21, la tv campana che, da oltre venticinque anni, segue le celebrazioni e gli eventi più importanti che si tengono in Santuario. I fedeli hanno seguito la celebrazione anche sulla pagina Facebook del Santuario.

 

 

Perchè ho letto il libro di Matteo Grandi, «Far Web. Odio, bufale, bullismo. Il lato oscuro dei social»? Perchè sono un frequentatore, uno che utilizza molto il web, la rete, tra l'altro ho aperto anche un mio blog. Tante cose che ha scritto Grandi li condivido, tante altre un po' meno. Far Web è stato pubblicato da Rizzoli nel 2017, ed è attualissimo. L'autore per evitare equivoci anticipa subito: non è internet, la rete, i social che fanno male, sono gli utenti che fanno un uso distorto. Però è evidente che gli insulti, le discriminazioni di ogni genere, l'istigazione alla violenza, l'omofobia, fake news, reveng porn, sono manifestazioni che la Rete, in particolare i social media amplificano la loro portata. Tuttavia oggi parlare male dei social è diventato lo sport nazionale, lo fanno tutti, la gente comune, i giornalisti, i politici.

Il libro di Grandi tenta di osservare il fenomeno per tentare di capire quanto i social network siano davvero inquinati e in quali termini si ponga realmente la questione.

«Sul fatto che oggi l'odio divampi online, e insieme all'odio tutta una serie di derive – che vanno dalla discriminazione alla misoginia, dall'istigazione alla violenza all'omofobia, dalla creazione di gruppi chiusi in cui vengono fatte circolare immagini di donne ignare sotto alle quali orde di maschi allupati vomitano commenti della peggior specie fino alla piaga del revenge porn, ovvero la messa online a scopo di vendetta di immagini intime della propria ex – ci sono pochi dubbi».

Grandi è consapevole che i social media sono diventati una specie di valvola di sfogo dove vengono scaricate rabbia e frustrazioni di ogni sorta. Sul web con disarmante disinvoltura, vengono insultati persone, politici, sportivi, personaggi pubblici, che hanno la sola colpa di avere opinioni diverse. Un altro fattore grave è che sui social da tempo giungono fake news che intossicano il dibattito civile.

Secondo Grandi c'è l'idea diffusa che la rete per molti sia una specie di zona franca, «un Far Web in cui non esistono regole, in cui vale tutto, in cui vige l'impunità e dove è molto più pratico farsi giustizia da sé. Questa illusione contribuisce troppo spesso a far saltare i freni inibitori e a trasformare la libertà di pensiero in libertà d'insulto».

Di fronte a questa situazione ci sono quelli che condannano la rete e mettono all'indice i social. Si auspicano leggi per “fermare l'odio su internet”. Pochi sono quelli che veramente intendono studiare e comprendere il fenomeno nella sua complessità. Soprattutto pochi sono quelli che ricordano una ovvietà: «i social network sono fatti di persone». Pertanto il problema non è lo strumento della rete, ma gli individui che la popolano. Pertanto ad odiare non è il web, ma gli utenti.

Certo il fenomeno è preoccupante, ma estremamente complesso, per questo serve porsi alcune domande. E' colpa della rete se la gente odia? Se gli utenti ignorano la grammatica dei social media? Quali sono i rischi dell'amplificazione? Chi sono i cosiddetti “webeti”? E poi siamo disposti a sacrificare la libertà d'espressione per portare avanti la crociata contro l'odio online? Il bullismo online è più o meno pericoloso delle forme di bullismo tradizionale? Le piattaforme possono e devono migliorare sul fronte dei controlli e della rimozione dei contenuti offensivi o se ne possono lavare le mani? Esistono vuoti da colmare con leggi ad hoc per internet o le leggi già esistono? E se le leggi esistono perchè non si applicano? Le fake news si possono contrastare?

Sono domande tutte interessanti che il giornalista pone all'attenzione del lettore. Anche se Grandi è consapevole che con il suo libro non risolve la questione: «il nostro scopo non è quello di risolvere un problema complesso e pieno di risvolti etici, giuridici, sociali, politici e tecnologici; ma è piuttosto quello di mettere in luce, di osservare un fenomeno e le sue sfaccettature senza pregiudizi, descrivendolo attraverso numeri, opinioni e storie significative».

Far Web non è un manuale dogmatico, ma un invito alla riflessione, senza dimenticare, e Grandi lo precisa: «i social network, pur con le loro derive, sono uno strumento prezioso. E che, pertanto, non si possono criminalizzare a cuor leggero, senza aver fatto a monte un doveroso bilancio fra vantaggi e svantaggi».

Tuttavia è importante capire perchè tanti individui fanno un uso distorto dei social media. «Perchè molti vivano online una sorta di riconfigurazione della personalità che li rende disinvoltamente offensivi, oltraggiosi e violenti; perchè in rete si sfoghino con tanta disinvoltura odio, rabbia, invidia e frustrazioni».

L'autore prima di entrare nel merito del fenomeno puntualizza che per certi versi lui non intende condannare il diritto all'odio. Tutt'altro, «odiare è legittimo, comprensibile e talvolta necessario. Ma anche l'odio dev'essere consapevole. Non può alimentarsi di bufale, di post verità o di pre bugie. Non può trasformarsi in diffamazione. Non può avere derive discriminatorie o razziste». Secondo Grandi, «l'odio è un sentimento troppo nobile per essere lasciato appannaggio del primo cretino di turno»

I vari capitoli del libro sono ricchi di esempi tratti dalla cronaca recente, soprattutto si sofferma sull'odio nei social media. A questo proposito inizia a raccontare l'episodio di Vasto, dove il fidanzato vendica la propria ragazza morta a causa di un “pirata” della strada. I tanti interventi sui social secondo Grandi hanno alimentato l'odio del ragazzo e per certi versi lo hanno spinto a farsi giustizia da se. Esistono diversi tipi di odio, verso gli immigrati, gli stranieri, per le donne (con istigazione allo stupro e a violenza di ogni sorta), l'odio per i cantanti, per i musulmani, per i ricchi, per i politici, per i gay, per i siciliani, i napoletani, per i giornalisti, per le religioni, per i neri, per i tedeschi, per i francesi e via di questo passo, basta andare su facebook.

Certo le forme di odio ci sono sempre state, ma ora perchè dalla vita “reale” emergono in quella “virtuale”? «Che cosa sta trasformando il web in una sorta di realtà parallela vissuta da molti utenti come una terra di nessuno?». Che cosa porta le persone a mettere un like a certe pagine su facebook.

Naturalmente il libro dà una descrizione abbastanza tecnica delle tre principali piattaforme social: Facebook, Twitter e Instagram. Trovo interessanti le riflessioni tecniche su Wikipedia, considerata da molti come una sorta di Bibbia, tra l'altro è l'enciclopedia più consultata al mondo, per la verità io non la consulto quasi mai.  Comunque sia Wikipedia, secondo Grandi, presta il fianco a inesattezze che possono ingenerare delle vere e proprie bufale. Prendere per buono un fatto riportato su Wikipedia e divulgarlo come se fosse una notizia verificata può giocare brutti scherzi. Non sapevo che intervenire su questa sorta di enciclopedia online potesse accedere chiunque, scrivendo o cancellando a piacimento. Certo poi ci sono gli amministratori, che controllano, ma sono pochi e tutti volontari, eletti dalla community.

Grandi fa numerosi esempi di uso distorto dei social, sia a livello individuale che di gruppo (il cosiddetto branco). Appronta una specie di rotocalco dell'odio. Fa riferimento all'hate speech, il veleno che intossica il web, l'intolleranza che si fa linguaggio quotidiano. E' il motore che genera le peggiori derive della rete, si parte dall'insulto per arrivare all'incitamento all'odio vero e proprio. Propone delle varie esperienze delle segnalazioni a Facebook su certi contenuti palesemente contrari agli standard della comunità, in quanto attacchi espliciti e violenti contro persone, o gruppi di persone, su base etnica, razziale o religiosa. Grandi pubblica dati numerici di esclusi, o rimossi. Peraltro per Grandi i risultati sono alquanto insufficienti, sono pochi quelli che vengono perseguiti. Il giornalista fa riferimento al “Guardian”, che ha messo le mani su diversi manuali destinati ai moderatori che controllano le segnalazione degli utenti, «il giornale britannico - scrive Grandi - ha svelato un universo per certi aspetti controverso e discutibile circa il controllo di violenza, odio, pornografia e razzismo. A gestire le operazioni ci sarebbe un piccolo esercito di persone che spesso non riesce a prendere decisioni tempestive e corrette (col risultato di rimuovere, a volte, contenuti tutt'altro che offensivi e violenti e di lasciare online, spesso, materiale in netto contrasto con gli standard della comunità[...]».

A questo proposito, qualche anno fa, sono stato colpito da queste segnalazioni, la comunità di Facebook mi ha cancellato per una settimana, ancora oggi non ho capito perchè. Chi mi conosce sa che io non ho mai usato linguaggi volgari, violenti, offensivi, irriguardosi verso chi che sia. Certo ho fatto valutazione politiche, religiose, sociali, culturali, storiche. Poi capisco che qualsiasi contenuto può essere giudicato irriguardoso da chi segnala. Peraltro vorrei capire anche questo aspetto. Mi sembra che basta mettersi d'accordo un gruppo di persone per segnalare qualsiasi cosa e far cancellare l'utente. Così entriamo nelle opinioni, nelle idee, chi giudica? Chi censura? Non lo so che idee politiche o religiose abbia Grandi, probabilmente non sono quelle che ho io. Però mi sembra che il giornalista si rende conto che questo è un “campo minato”, da tutti i punti di vista.

Tra i tanti problemi viene evidenziato il cyberbullismo, sono gli atti di bullismo in rete che inesorabilmente vengono amplificati. «La rete si fa ragnatela intrappolando le vittime e condannandole a una tortura quotidiana dalla quale non c'è difesa». E' una piaga che ha portato a tanti suicidi tra i giovanissimi, soprattutto ragazze, che si sono tolti la vita perchè bullizzati.

Interessante la citazione del sociologo Derrick de Kerckhove, l'erede morale di Marshall McLuhan. Le riflessioni di de Kerckhove sono puntuali sull'attuale situazione del web. «L'umanità si sente prigioniera di un sistema di corruzione diffusa che sta soffocando le speranze, distruggendo risorse umane fondamentali e azzerando le aspettative di un mondo migliore».

Nel 6° capitolo Grandi affronta l'aspetto delle vittime della rete. Chi sono? Ci sono alcune categorie potenzialmente più esposte. Sono i più fragile e i più deboli. Grandi inizia naturalmente con le donne. Le premesse culturali di Grandi non li condivido tutte, sono d'accordo che occorre un lavoro culturale educativo per spazzare le ombre della misoginia che sono ancora forti nella nostra società, nonostante la rivoluzione culturale del 68. Una rivoluzione che doveva liberare la donna invece l'ha incatenata a vecchi legami, fino a renderla schiava del sesso. Dopo oltre quarant'anni di pansessualismo i risultati sono questi, quelli che si vedono ogni giorno frequentando i social. Chi semina vento non può che raccogliere tempesta. Grandi si limita a raccontare come viene trattata la donna, «il quadro che emerge è fin troppo esplicito nella sua brutalità». Sono troppe le donne che hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita. Pertanto non c'è da sorprendersi se sul web le derive misogine raggiungono abissi indicibili. Per Grandi sul web ormai si arriva allo stupro virtuale, una nuova forma di ultramisoginia.

Su questo ancora Grandi pone la domanda: bisogna criminalizzare il web? Certamente no. Anche se non bisogna minimizzare i meccanismi che oggi con la rete rendono possibili certi attacchi alle donne. Dopo le donne ci sono le discriminazioni sugli immigrati, gli omosessuali. Qui Grandi parte da riflessioni perlomeno discutibili, che condivido fino ad un certo punto.

Il 7° capitolo si occupa delle “bufale e dei caproni”, e qui spontaneamente Grandi paragona il web ad uno zoo, dove «ci sono pecoroni che vanno dietro alle bufale, come topi dietro al pifferaio magico». Riporta alcune esempi eclatanti di bufale apparse sulla rete e come difendersi dalle fake news.

Sui mezzi di contrasto Grandi è consapevole che esistono dei rischi. Ci sono rischi di imbavagliare il web, di censurarlo. Grandi fa riferimento a un disegno di legge presentato in parlamento da alcuni parlamentari, 'per prevenire la manipolazione dell'informazione online'. Ma c'è «il rischio è che per il nostro legislatore la soluzione possa davvero essere quella di ricorrere alla mannaia di una censura indiscriminata, punteggiata da una vaghezza di termini e di intenti che anziché trasformarsi in una tutela per la democrazia rischia di diventare una minaccia ancora più grave». Una legge così non solo sarebbe odiosamente repressiva e illiberale, ma «se una simile legge dovesse vedere la luce il vero rischio sarebbe quello di un effetto dissuasivo in virtù del quale gli utenti, in un clima da caccia alle streghe, potrebbero persino rinunciare a postare notizie o a commentarle nel timore di venire colpiti da qualche sanzione».

Chiaramente i problemi sono abbastanza seri, non si può lasciare allo Stato la definizione della “corretta” espressione  dei propri pareri. Certo esistono gli sciacalli della rete, con il proliferare del business sulle fake news, chi scientificamente istiga all'odio, alle discriminazioni, alle violenze. Ma per questo esistono già tante leggi, basta applicarle.

Gli ultimi capitoli Grandi lascia spazio a delle riflessioni culturali sull'utenza della rete, i “webeti”, il “popolino” della rete. Dove tutti hanno diritto di parola anche le legioni di imbecilli e di idioti. E' l'altra faccia della democrazia: «aver messo tutti in condizioni di esprimere il proprio pensiero ha creato un effetto boomerang. L'eccesso di libertà può diventare un'arma a doppio taglio se di quella libertà si fa un uso distorto». Il giornalista riprende una frase di Umberto Eco significativa e nello stesso tempo provocatoria: «Gli imbecilli prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel». E qui ci sarebbe da fare tante altre considerazioni in merito ai vari contesti culturali dove tutti si sentono in dovere di intervenire e di esprimere la propria opinione anche se non si ha la competenza. Ma dobbiamo concludere magari in altre occasioni affronterò la questione.

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