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Giovedì, 21 Giugno 2018

In mattinata il vicepremier Luigi Di Maio era tornato a chiedere le scuse di Parigi. "Finché non arriveranno le scuse" dal Presidente francese Macron, "noi non indietreggiamo", aveva detto a Rtl aggiungendo che "questo deve essere chiaro per questa vicenda e per il futuro" circa i prossimi tavoli che ci saranno in Europa. "E' finita l'epoca in cui si pensava che l'Italia la puoi sempre abbindolare", ha sottolineato.

"Tocca alla Francia vedere di riportare a toni più urbani le sue dichiarazioni sulla questione migranti", ha detto il ministro degli Esteri Enzo Moavero a margine della cerimonia per l'anniversario della Commissione Fulbright alla Farnesina. "Per quanto riguarda invece le questioni di fondo - ha aggiunto Moavero - dobbiamo discuterne nelle sedi europee".

Intanto e arrivata una lunga e cordiale telefonata nella notte tra il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte che conferma che sarà domani a Parigi. Il presidente francese - si legge in una nota diffusa dall'Eliseo - nel corso del colloquio telefonico ha "sottolineato di non aver mai fatto alcuna dichiarazione con l'obiettivo di offendere l'Italia e il popolo italiano".  "Il Presidente francese - si legge in una nota - e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno confermato l'impegno della Francia e dell'Italia a prestare i soccorsi nel quadro delle regole di protezione umanitaria delle persone in pericolo".

Il presidente francese nel colloquio ha detto di "aver sempre difeso la necessità di una maggiore solidarietà europea con il popolo italiano": lo si legge in una nota dell'Eliseo. "L'Italia e la Francia - prosegue la nota - devono approfondire la loro cooperazione bilaterale ed europea per condurre una politica migratoria efficace con i Paesi d'origine e di transito, attraverso una migliore gestione europea delle frontiere e attraverso un meccanismo europeo di solidarietà e di assistenza dei rifugiati".

Poco dopo l'uscita della notizia che domani il presidente del Consiglio vedrà Macron a Parigi dopo una telefonata interlocutoria in cui, però, il francese non si sarebbe scusato, bisogna registrare ciò che ha detto il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi.

Il capo della Farnesina ha sottolineato che la questione migranti "va affrontata dall'Europa", aggiungendo che su questo problema "non può essere latitante". Parole estremamente chiare e perentorie, pronunciate a margine di un evento al ministero al quale prende parte anche l'ambasciatore Usa Lewis Eisenberg. Il ministro ha inoltre ribadito che i toni usati da Parigi nella recente polemica con l'Italia non sono stati adeguati.

Ieri il ministro degli Esteri ha ricevuto l' incaricata d' affari francese, Claire Anne Raulin, per renderle nota l'irritazione italiana dovuta alle parole dure arrivate da Oltralpe sulla decisione del governo di non far sbarcare sulle nostre coste la nave dell'ong Sos Méditerranée. Dichiarazioni che, secondo Moavero, "stanno compromettendo le relazioni tra Italia e Francia". "I toni impiegati - ha aggiunto il ministro - sono ingiustificabili, tenuto conto che da molti mesi ormai il nostro Paese ha pubblicamente denunciato l'insostenibilità dell'attuale situazione di latitanza di un approccio coordinato e coeso a livello europeo circa la gestione dei flussi migratori, rispetto ai quali l'Italia non si è mai tirata indietro".

Un'onda di persone che, per ora, sono preda dei trafficanti di uomini che agiscono sulle coste settentrionali dell'Africa e che, se Roma non farà qualcosa, potrebbero presto riversarsi in mare.

Il fatto è che, cambiato il governo centrale, le milizie libiche sembrano voler avre conferme degli accordi fatti con Minniti. Tradotto: l'Italia deve confermare il sostegno economico e non solo per fermare l'afflusso di profughi.

Non è un caso se Salvini nei giorni scorsi ha annunciato che sta facendo di tutto per portare a termine i preparativi che nelle prossime settimane dovranno portarlo a Tripoli. Il ministro dell'Interno dovrebbe incontrare sia Haftar che Al Serraj per confermare, o migliorare se richiesto, gli accordi presi a suo tempo dall'ex capo del Viminale. "Come voi sapete - ha riferito, secondo quanto riporta il Quotidiano Nazionale, un intermediario libico ai nostri - nei campi della Libia ci sono 52.031 potenziali richiedenti asilo provenienti da Siria, Sudan, Palestina ed Eritrea. Se partono, dovreste prenderveli e tenerveli tutti. Meglio che non partano".

Sulla chiusura dei porti all'Aquarius, intanto, Salvini ha incassato il sostegno della Marina libica. "Grazie a Dio l'Italia s'é finalmente risvegliata. Siamo molto contenti di questa decisione - ha detto ieri all'Ansa il portavoce della Marina libica, Ayob Amr Ghasem - Alla fine l'Italia ha preso una decisione, alla fine si è svegliata dopo essere stata a lungo un centro di sversamento di migranti da parte del mondo".

Ecco perché nei giorni scorsi la nostra ambasciata a Tripoli ha incontrato il ministro degli Esteri, Mohammed Siyala. L'ambasciatore, Giuseppe Perrone, ha fatto sapere che il motivo della visita era quello di "sottolineare l' importanza del dossier libico per il nuovo governo italiano" e " fare il punto sul comune desiderio di rilanciare la cooperazione bilaterale a tutti i livelli compresa la lotta ai traffici illeciti". E domenica, sempre Perrone, si era visto anche con Al Serraj per parlare, tra le altre cose, anche di come fermare il flusso di immigrati "attesi per la stagione estiva".

 

 

 

Il ritrovamento documentato in anteprima dalla agenzia Ansa è avvenuto nella Regio V, proprio all'angolo tra il Vicolo dei Balconi (la strada che il team del Parco archeologico di Pompei ha riportato alla luce poco più di una settimana fa) e il vicolo delle Nozze d'Argento. "Lo abbiamo ritrovato in uno slargo dove forse c'era una fontana- racconta all'ansa il direttore - un angolo della strada che era ancora ricoperto da un buon livello di strato piroplastico". Nei secoli la terra gli era in parte collassata addosso, per cui non è stato possibile ricostruirne le sembianze usando la tecnica del calco di gesso.

A Pompei- come documenta in anteprima dal nuovo cantiere del parco l'ansa- gli scavi da poco avviati hanno restituito anche una nuova vittima, un 35enne con una gamba malata che forse proprio per la sua disabilità si era attardato nella fuga. Una scoperta "drammatica ed eccezionale" commenta il direttore Massimo Osanna, perché in quel punto si era scavato già nell'800 e poi di nuovo agli inizi del secolo scorso. Entusiasta il ministro uscente della cultura Dario Franceschini, che sul sito archeologico campano  e la nuova era di restauri ha puntato non poco: "Pompei è il simbolo di una storia di riscatto e di rinascita italiana".

Qualche calco è stato invece possibile farlo tutto intorno allo scheletro. Ed è servito per capire quanto drammatici devono essere stati gli ultimi istanti di quest'uomo, che si è visto arrivare addosso la nube piroplastica, in pratica una valanga di fuoco "che trascinava con sé detriti, pezzi di ferro, rami, pezzi di selciato".

Di sicuro, secondo l Ansa ricostruiscono gli esperti, il poveretto deve essersi attardato. La sua tibia, fa notare l'antropologa Valeria Amoretti, presenta le tracce - dopo duemila anni ancora evidenti- di una brutta infezione ossea che doveva procuragli un gran dolore e rendergli difficoltosa la fuga.

Come riferisce l’ansa quando finalmente deve essersi convinto a scappare, la situazione era precipitata. La pioggia di cenere aveva sfondato i tetti, fatto crollare le case. Nel vicolo si erano depositati già due metri di lapillo.Il povero fuggiasco claudicante deve aver tentato il tutto per tutto. Ma non è andato lontano, pochi passi e dietro di lui deve aver avvertito un rumore sordo e tremendo. Chissà, magari non ha resistito alla tentazione di voltarsi a guardare. Un attimo e non c'è stato scampo. 

La nube incandescente lo ha avvolto e un masso enorme lo ha investito colpendolo al busto, con tutta probabilità staccandogli di netto la testa. Gli archeologi lo hanno trovato schiantato a terra di schiena, il masso che come un'incudine piovuta da cielo gli copre le spalle,le braccia, la parte alta del torace. Ora saranno le analisi di laboratorio, con esami sistematici delle ossa e del dna a ricostruirne con più certezza la storia. Comunque sia, sottolinea Osanna, quella del fuggiasco claudicante è "una scoperta che aggiungerà un nuovo importante tassello alla storia di Pompei". E per quell'uomo dolorante, ultimo fra gli ultimi della città seppellita dal vulcano, un tributo di memoria

 

 

Il leggendario comandante della Brigata “Pyatnashka”, Oleg Mamiev, è morto in trincea a Donetsk, ucciso da una granata lanciata dall’esercito ucraino la notte tra il 17 e il 18 maggio 2018. Il gigante bruno era amato e stimato dai suoi uomini e chi lo ha conosciuto da vicino ha potuto constatarne la scrupolosità, il carattere bonario e amichevole ed il suo smisurato coraggio. Oleg era una di quelle persone rare, che sapeva mantenere la calma anche nelle situazioni più complesse e difficili. Prima della guerra in Dombass, viveva in Ossezia, nella primavera del 2014 ha mollato tutto ed è andato a combattere in Donbass, sempre in prima linea. Dopo “Motorola” e “Givi”, Donetsk piange un altro eroe.

“Sono venuto in Donbass - ebbe a dire Mamiev - non per dedicarmi alla politica, ma per proteggere i civili dall’arbitrarietà delle autorità criminali ucraine. Il popolo del Donbass ha fatto una scelta a favore della Repubblica Popolare di Donetsk, ha scelto il Capo dello Stato Alexander Zakharchenco e combatte per la sua indipendenza e libertà ed io difenderò la volontà della gente”.

A quattro anni dall’inizio della guerra nella regione dell’Ucraina Orientale, esattamente il 26 maggio 2014 alle ore 13.00, gli aerei ucraini sganciavano le prime bombe sull’aeroporto e la stazione ferroviaria della città di Donetsk. Da allora le azioni belliche continuano e negli ultimi giorni si sono intensificate. Solo nella città di Gorlovka, nei giorni scorsi, sono stati lanciati circa seicento missili in un attacco fortunatamente respinto.

Una guerra dove si combatte e quotidianamente si muore, nel cuore dell’Europa, solo geograficamente perché sembra tanto lontana e dimenticata dal mondo cosiddetto “civile”. Migliaia di morti ed oltre 1 milione di profughi sembra non facciano notizia nella “civile” e ovviamente “democratica” Europa dei burocrati e dei mercanti.

Per non dimenticare e ricordare questa tragedia, il 26 maggio 2018 l’Associazione culturale italo-russa “Speranza” organizza una manifestazione a Roma alle ore 15.00 a Castel Sant’Angelo.

Vittorio Gigliotti

Presidente Cantiere Laboratorio

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