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Martedì, 24 Novembre 2020

Spero di non essere annoverato ai complottisti, ma in tanti si stanno interrogando se per caso qualcuno vuole farci diventare degli zombie. Da un finto documentario prodotto dal governo tedesco sembra di si. Accenna a questo documentario un editoriale di Francesco Borgonovo su La Verità del 17 novembre scorso, viene descritto come una “geniale campagna contro il Covid19”: "diventa anche tu un eroe e resta a casa".

In questa campagna, che sta facendo discutere, il protagonista è un signore anziano, intervistato come se fosse un reduce di guerra. Egli ricorda i gesti eroici compiuti nel 2020 dalla sua generazione per vivere il virus. 'L'unica cosa giusta da fare' dice, noi l'abbiamo fatta, “Cioè assolutamente niente. Siamo stati pigri come procioni”. Mentre l'uomo pronuncia questa parole, vediamo immagini che lo ritraggono giovane, con gli occhi a mezz'asta, impegnato a rimbambirsi di Tv. «A prima vista - scrive Borgonovo - questo spot può anche sembrare simpatico, ma riflettendoci bene è spaventoso». L'”eroe” che ci propone è un ragazzetto che si rincoglionisce sul divano e s'ingozza di cibo consegnato dai rider: uno zombie appunto. Borgonovo conclude che probabilmente non esiste il “grande complotto”, ma l'idea che sia opportuno ridurci ad amebe recluse (ricordate Slimer il cartone di Ghost Basters) in salotto circola eccome, e di certo non dispiace a molte imprese digitali.

Certamente quello di non ridurre i giovani ad amebe recluse è papa Francesco che in occasione della solennità di Cristo Re, durante la Messa in S. Pietro con i giovani di Panama che consegnano ai coetanei portoghesi di Lisbona la croce delle GMG e l'icona della Salus Populi Romani. Papa Francesco rivolgendosi ai giovani ha commentato la pagina del Vangelo dove Gesù ci indica di donarci ai suoi fratelli più piccoli. Il papa poi ricorda san Martino di Tours che divise il suo mantello per vestire il povero. Il pontefice parlando della giovinezza, ha invitato i giovani a fare delle scelte grandi. Scegliere, soprattutto oggi, è, «non farsi addomesticare dall’omologazione» al “pensiero unico”. «Questo lo ha detto» anche «un giovane come voi [il Beato Pier Giorgio Frassati]: “Io voglio vivere, non vivacchiare”».

E' un fatto, la pandemia sta colpendo i nostri anziani, i nostri nonni, ma sta colpendo anche i nostri giovani, che già erano penalizzati perché non trovavano lavoro. Allora quali messaggi dobbiamo comunicare per non diventare equivoci. Il mondo sta cambiando e quasi sicuramente non sarà un mondo migliore.

Ci sarà chi porterà i segni drammatici di questo cambiamento, ma anche chi se ne approfitterà per aumentare il proprio guadagno e il proprio potere. E' un complotto? Non credo proprio, ma certo una radicale trasformazione delle società, soprattutto di quelle occidentali.

Per verificare i cambiamenti in atto, basta girare per le nostre città, con le serrande abbassate dei negozi, sembra di vivere in una società morta. Stanno scomparendo tutte quelle occasioni di relazione fra le persone. Relazioni che saranno destinate a scomparire, perchè probabilmente, quei piccoli negozi presenti nelle vie delle città saranno costretti a chiudere per sempre.

Rimarranno solo grandi magazzini dove si compra tutto nel più rigoroso anonimato, mentre la vita relazionale verrà progressivamente abolita. Se poi a questo aggiungete la chiusura delle chiese (grazie a Dio non in Italia, in questa seconda ondata del virus, ma in Francia sì, per esempio), degli stadi, dei cinema e dei teatri, per quanto temporanea, non possiamo non renderci conto che siamo di fronte a un cambiamento radicale del nostro modo di vivere.

È un complotto?  «Spesso ho l’impressione - scrive Invernizzi - che la retorica del complotto sia stata inventata da chi ha qualcosa da nascondere e non vuole che si mostrino le opere di coloro che attentano alla libertà e alla dignità degli uomini, inventando strane teorie complottiste per screditare chi denuncia il male che opera veramente nella storia». (Marco Invernizzi, Ancora due parole sul “complotto”, 20.11.20, alleanzacattolica.org)

Tuttavia se non siamo di fronte a un complotto, quasi certamente siamo di fronte «a una rivoluzione ambientale, nel senso che un ambiente, cioè un modo di vivere, verrà sostituito con un altro modo di vivere, all’insegna di quell’individualismo che il Pontefice condanna nell’enciclica Fratelli tutti. E cambiare ambiente significa cambiare modo di vivere, cosa che ha un’influenza importante sulla vita degli uomini, perché «dalla forma data alla società può dipendere la salvezza delle anime», come diceva molti anni fa Papa Pio XII (1 giugno 1941)».

 

The Student Hotel, il gruppo che ha aperto la strada a un nuovo modello ibrido ospitalità (un mix tra alloggi per studenti, co-working e spazi ricreativi), ha inaugurato nonostante il momento difficile per il covid,una nuova sede bolognese e ha confermato il suo investimento di 425 milioni di euro per l’Italia.

L'attuale contesto sanitario e il ricorso alla didattica e molto difficile,a distanza per l'università, e nonostante tutto,sono già 180 gli studenti (47% italiani, 14% spagnoli, 10% americani, 29% altri) che hanno iniziato a popolare le 361 stanze e gli spazi di Tsh Bologna, tra cui la grande corte interna con piscina, la palestra, il ristorante, le aree giochi e gli ambienti di co-working Collab, destinati ai lavoratori smart. Tsh Bologna prevede di accogliere i primi turisti nazionali e internazionali a partire dal gennaio 2021.

A Forbes Italia ad aprile, l’imprenditore scozzese Charlie MacGregor, ceo e fondatore di The Student Hotel, aveva raccontato la sua storia: “Non riuscivo a credere come le persone trattassero gli studenti. All'epoca non c’era molta offerta e quello che c'era mancava di gusto in termini di strutture, arredamento e spazi”. Anche in un hotel di qualità, l'interazione con il personale è spesso minima e una volta che un ospite ha preso la residenza c’è, in genere, poco o nessun contatto con gli altri studenti. “Noi offriamo un’esperienza molto diversa, con un'enfasi costruita saldamente attorno a una comunità autentica. Tutto il nostro team cerca di far sentire tutti a casa”.

Lo scorso ottobre The Student Hotel (TSH) ha aperto alla città di Bologna il suo format di ospitalità ibrida leader del settore, già pluripremiato in tutto il mondo. TSH Bologna diventa così il sedicesimo hotel del gruppo olandese e va ad aggiungersi al network in continua crescita di strutture ibride presenti in tutta Europa. Costruita in Bolognina - la prossima frontiera turistica della città, a pochi passi dal centro - la nuova struttura si candida a diventare un polo di innovazione e creatività progettato per collegare e unire diverse comunità di persone. Il tutto in pieno stile TSH, declinato per coniugare i suoi noti elementi di design con spunti local così da rendere la sede bolognese un’esperienza di accoglienza straordinaria per persone dalle esperienze di vita più variegate.

TSH Bologna sorge in via Fioravanti 27, nel cuore della Bolognina, un quartiere attraversato da profonde trasformazioni urbane. È qui, a ridosso del centro storico, che in una manciata d’anni sono stati portati a termine i lavori per la costruzione della stazione AV e della nuova sede del Comune, affiancati dal progetto della Trilogia Navile, la new town che ospiterà palazzi dal look futuristico immersi in grande aree verdi. 

In questo contesto di rigenerazione urbana a lungo termine, all’interno di un edificio costruito alla fine degli anni ’80 - prima adibito a sede Telecom, poi abbandonato, successivamente occupato e infine sgomberato dall’amministrazione cittadina - che il gruppo olandese ha eletto il suo quartier generale, il secondo in Italia dopo Firenze Lavagnini. Una scelta non facile eppure fortemente voluta da Charlie MacGregor, fondatore di TSH: nessun altro immobile coniugava così alla perfezione l’anima inclusiva della Bolognina e il valore comunitario di The Student Hotel.

Agli architetti e designer che hanno lavorato al progetto di riqualificazione dell’immobile, l’ex Telecom si presentava come una megastruttura brutalista affacciata su una grande piazza centrale. La corte - storico luogo di aggregazione della cultura italiana - è stata interamente conservata e trasformata in quello che diventerà il cuore pulsante dell’attività sociale di TSH Bologna, grazie alla costruzione di una piscina e della zona ristorante con tavoli e di aree in cui lavorare e studiare all’aria aperta.

All'interno della corte si rincorrono alcuni tra gli elementi chiave dell’identità cittadina: all’acqua - che rimanda al passato di Bologna come città di canali navigabili - e alla terra - nel cortile sono presenti palme che rievocano gli esotici giardini nascosti nei chiostri dei palazzi medievali del centro - si aggiunge il fascino disruptive della street art: un grande murales del poliedrico graffitaro milanese Never2501, che con i suoi cerchi, i pattern di linee ondeggianti e le forme simboliche attrae lo spettatore in un vortice ipnotico di emozioni.

“Abbiamo voluto mantenere la volumetria industriale originale, rigenerando e modellando gli spazi interni”, ha aggiunto Matteo Fantoni, fondatore di Matteo Fantoni Studio, autore del progetto architettonico e del concept. “La sovrapposizione ed estensione dei volumi, sospesi in copertura, crea un dialogo tra vecchio e nuovo sostenibile ampliando il significato rigenerativo del progetto”.

Francesco Conserva, partner di Open Project, responsabile del progetto definitivo, esecutivo e della direzione lavori ha commentato: “Abbiamo, sin da subito, intuito la forza innovativa del progetto di TSH e colto la sfida: trasformare un edificio dismesso, sul quale Open Project lavorava già da anni, in un volano per la rigenerazione di un quadrante della città di Bologna, con un occhio attento alla sostenibilità ambientale, alla contestualizzazione e all’inclusione”.

“Per il design degli interni, abbiamo rispettato lo stile TSH, contestualizzandolo con il mood cittadino”, ha dichiarato infine Giovanni Franceschelli, fondatore e senior architect di Rizoma Architetture. “Si passa dalle tinte nordiche della facciata, ai toni caldi della zona Collab fino all’estetica grintosa del ristorante. Un mix di stili perfetto per Bologna, che contribuirà a rendere TSH un magnete urbano, un luogo identitario in una città che già da anni ha avviato un processo di internazionalizzazione”.

Per esprimere lo spirito di profondo cambiamento e innovazione che TSH sta già portando in Bolognina si è puntato su un look anticonvenzionale, ispirato dal carattere vivace della cultura underground di Bologna. Come a voler rispecchiare questa estetica, si è ricorsi in fase di inizio lavori a uno strip-out dell'intero edificio: sono stati eliminati tutti gli elementi superflui - come gran parte dei controsoffitti in cartongesso - liberando spazi che sono stati riempiti con oggetti iconici e riconoscibili della cultura TSH, affiancati da elementi brutalistici, travi e cemento a vista, conservati nella struttura originaria. 

Il risultato sono ambienti estremamente flessibili, utilizzabili sia per le attività diurne - che graviteranno tra bar, ristorante, auditorium, palestra, zone studio e lavoro - sia per quelle notturne, tra cui party e dj set. Ogni elemento architettonico e di design - dalle suggestioni in stile Memphis all’ispirazione industrial - è stato realizzato per rispondere alla personalità degli ospiti di TSH Bologna: studenti, turisti nazionali e internazionali, coworker e startupper, una generazione in movimento, aperta, tollerante e creativa, che ricerca spazi ibridi accoglienti e identitari, in grado di accogliere la propria fluidità.

Nell’hotel sono installati numerosi elementi legati alla sostenibilità. Come il feltro di PET riciclato e il legno OSB, quest'ultimo utilizzato per i TSH Collab e i ristoranti, dove sono presenti mensole e altri elementi che in fase di smontaggio permettono di separare il legno dal metallo, per un loro futuro riutilizzo. Negli ambienti comuni si è ricorso anche a inserti in CELENIT - mix formato da materiali come il legno, il cemento Portland, la polvere di marmo e l'acqua - un perfetto isolante acustico naturale e sostenibile. La logica del riutilizzo è infine presente nelle numerose sedute e poltrone disseminate nella struttura, pezzi vintage che sono stati recuperati e rifoderati per tornare a nuova vita.

Sono circa quarantacinquemila gli addetti che dall’inizio della pandemia operano con lavoro a distanza dal Sud per le grandi imprese del centro-nord. Questi i primi risultati di una indagine sul ‘lavoro agile dal sud’, realizzata da Datamining per conto della SVIMEZ su 150 grandi imprese, con oltre 250 addetti, che operano nelle diverse aree del Centro Nord nei settori manifatturiero e dei servizi. Dati contenuti nel Rapporto SVIMEZ 2020, che sarà presentato il prossimo martedì 24 novembre.

Una cifra, quella dei 45mila lavoratori, che equivale a 100 treni Alta Velocità riempiti esclusivamente da quanti tornano dal Centro Nord al Sud. Il dato potrebbe essere solo la punta di un iceberg. Se si tiene conto anche delle imprese piccole e medie (oltre 10 addetti) molto più difficili da rilevare, si stima che il fenomeno potrebbe aver riguardato nel blocco circa 100 mila lavoratori meridionali. Si ricorda nello studio che attualmente sono circa due milioni gli occupati meridionali che lavorano nel Centro- Nord. Dall’indagine emerge altresì che, considerando le aziende che hanno utilizzato lo il lavoro a distanza nei primi tre trimestri del 2020, o totalmente o comunque per oltre l’80% degli addetti, circa il 3% ha visto i propri dipendenti lavorare in lavoro agile dal Sud..

Poter offrire ai lavoratori meridionali occupati al Centro-Nord la possibilità di lavorare dai rispettivi territori di origine potrebbe costituire un inedito e quanto mai opportuno strumento per la riattivazione di quei processi di accumulazione di capitale umano da troppi anni bloccati per il Mezzogiorno e per le aree periferiche del Paese. Il Rapporto propone l’identificazione di un gruppo dei potenziali beneficiari di misure per il lavoro agile da remoto. Occorre concentrare gli interventi sull’obiettivo di riportare al Sud giovani laureati (25-34enni) meridionali occupati al Centro-Nord. Utilizzando i dati ISTAT sulla forza lavoro e quelli relativi all’indagine sull’inserimento professionali dei laureati italiani, si è stimato che la platea di giovani potenzialmente interessati ammonterebbe a circa 60.000 giovani laureati.

Il capitolo del Rapporto SVIMEZ è stato realizzato in collaborazione con l’associazione Lavorare dal Sud fondata dalla giovane palermitana e lei stessa telelavoratrice Elena Militello. In base ai dati dell’Associazione, l’85,3% degli intervistati andrebbe o tornerebbe a vivere al Sud se fosse loro consentito, e se fosse possibile mantenere il lavoro da remoto. Si tratta, spiega la Militello nel Rapporto SVIMEZ, di una realtà che già conta 7.300 persone iscritte alla pagina Facebook, con un pubblico di circa 30mila persone ogni mese. Da questa ricerca, condotta su un campione di 2mila lavoratori, emerge che circa l’80% ha tra i 25 e i 40 anni, possiede elevati titoli di studio, principalmente in Ingegneria, Economia e Giurisprudenza, e ha nel 63% dei casi, un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Il progetto “Lavorare dal Sud” oltre alla collaborazione con la SVIMEZ, grazie al sostegno e alla collaborazione della Fondazione Con il Sud, entra nella fase operativa, con l’avvio della campagna di adesioni e della rete di sostegno ai lavoratori

La ricerca SVIMEZ analizza anche i vantaggi che le imprese e i lavoratori oggetto dell’indagine hanno riscontrato nella sperimentazione di esperienze di lavoro a distanza dal Sud e le politiche che sarebbero necessarie per la diffusione di tali esperienze.

La maggior parte delle aziende intervistate, in base all’indagine Datamining, ritiene che i vantaggi principali del lavoro a distanza siano la maggiore flessibilità negli orari di lavoro e la riduzione dei costi fissi delle sedi fisiche. Ma, allo stesso tempo, crede che gli svantaggi maggiori siano la perdita di controllo sul dipendente da parte dell’azienda; il necessario investimento da fare a carico dell’azienda; i problemi di sicurezza informatica.

Di qui emerge la necessità di adottare alcuni strumenti di politica per venire incontro alle richieste delle aziende: incentivi di tipo fiscale o contributivo per le imprese del Centro Nord che attivano lavoro a distanza, riduzione dei contributi, credito di imposta una tantum per postazioni attivate, estendere la diminuzione dell’IRAP al Sud a chi utilizza lavoratori in lavoro a distanza in percentuale sulle postazioni attivate, creazione di aree di lavoro di gruppo, promossi dalle pubbliche amministrazioni, prossimi alle infrastrutture di trasporto quali stazioni ed aeroporti, nei quali sia possibile la condivisione di spazi, per sviluppare relazioni, creatività e ridurre i costi fissi e ambientali.

Tra i vantaggi che i lavoratori percepiscono di più nel momento in cui gli viene proposto lo spostamento nelle aree del Mezzogiorno, i principali sono il minor costo della vita, seguito dalla maggior possibilità di trovare abitazioni a basso costo. Per quanto riguarda gli svantaggi, spiccano i servizi sanitari e di trasporto di minor qualità, poca possibilità di far carriera e minore offerta di servizi per la famiglia. 

Nel corso di un incontro promosso dalla Fondazione Con il Sud il Presidente Carlo Borgomeo ha rilevato che “in questi mesi non si è solo dato un nome al fenomeno, con l’Associazione Lavorare dal Sud appunto, ma si è strutturato il lavoro che ha trovato in Fondazione con il Sud ampio consenso ed una forma di concreto sostegno perché da sempre promuoviamo processi che possano rendere attrattivi i territori del Mezzogiorno. Con altri progetti abbiamo favorito il trasferimento al Sud di ricercatori del Nord o stranieri. Perché crediamo fermamente che attrarre giovani talenti al Sud ne rafforzi il capitale sociale e quindi i processi di sviluppo. Lavoro a distanza da Sud è perfettamente in linea con i nostri obiettivi”.

La SVIMEZ, con l’avvio di un Osservatorio sul lavoro a distanza da Sud intende “avviare un pacchetto di misure a sostegno del Lavoro a distanza da Sud potrebbe favorire la riattivazione di quelle precondizioni dello sviluppo da troppi anni abbandonate – commenta Luca Bianchi Direttore SVIMEZIl Lavoro a distanza da Sud potrebbe rivelarsi un’interessante opportunità per interrompere i processi di depauperazione di capitale umano qualificato iniziati da un ventennio (circa un milione di giovani ha lasciato il Mezzogiorno senza tornarci) e che stanno irreversibilmente compromettendo lo sviluppo delle aree meridionali e di tutte le zone periferiche del Paese. Per realizzare questa nuova opportunità è tuttavia indispensabile costruire intorno ad essa una politica di attrazione di competenze con un pacchetto di interventi concentrato su quattro cluster: 1) incentivi di tipo fiscale e contributivo ”; 2)creazione di spazi di lavoro collettivo; 3)investimenti sull’offerta di servizi alle famiglie (asili nido, tempo pieno, servizi sanitari) 4) infrastrutture digitali diffuse in grado di colmare il divario Nord/Sud e tra aree urbane e periferiche”.

 

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