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Sabato, 25 Marzo 2017

Ormai sono oltre cinque anni che si combatte in Siria e secondo l'Osservatorio siriano dei diritti dell'uomo(OSDH), il bilancio reale del conflitto ammonterebbe a 370.000 morti, e siamo fermi a qualche anno fa. Mentre il bilancio umanitario è catastrofico, secondo l'ONU, si stima che all'inizio del 2016 fossero quattro milioni i rifugiati siriani al di fuori del loro paese,“la più grande popolazione di rifugiati in un unico conflitto e in una sola generazione”. La Turchia e il Libano ospitano più della metà di questi rifugiati. Vorrei far presente che interessarsi del “caos siriano”, non è una questione accademica, ma interessa direttamente anche a noi. Secondo Randa Kassis e Alexandre Del Valle, autori di “Comprendere il caos siriano” , pubblicato nel mese di gennaio di quest'anno da D'Ettoris Editori,“il mondo non aveva conosciuto ancora una crisi umanitaria così drammatica, con un numero così alto di rifugiati e di profughi”.

Le conseguenze geopolitiche dei flussi di rifugiati per i paesi vicini e per l'Unione Europea sono un grosso problema, se si aggiungono ai flussi migratori provenienti dall'Africa, che sono ormai raddoppiati rispetto all'anno scorso, la situazione diventa esplosiva, per l'equilibrio politico economico dell'Europa.

Pertanto sarebbe utile documentarsi meglio su cosa è successo e succede in questi territori del Medio Oriente e in particolare in Siria. Il saggio pubblicato dalla D'Ettoris Editori aiuta molto a capire. In particolare i due capitoli dove si affrontano le cosiddette “primavere arabe”, e la questione delle minoranze, non solo in Siria, ma anche in altri paesi del Medio Oriente.

Per quanto riguarda la prima questione, scrivono Kassis e Del Valle:“La Primavera araba è stata percepita sin dal suo inizio come il primo scontro faccia a faccia mai avvenuto all'interno dei paesi arabi tra la società civile da una parte e il mondo religioso e i poteri dittatoriali secolarizza dall'altra”. In effetti la sollevazione della popolazione tunisina, con la cosiddetta “rivoluzione del Gelsomino”, ha inaugurato una nuova era per i paesi arabi. Per la prima volta viene messa in discussione il potere della religione sul piano sociale e politico e lo stesso autoritarismo dei vari regimi.

Gli autori del libro sottolineano l'influsso di internet, della rete, dove si affrontano laici, islamisti, moderati ed estremisti. Addirittura si fa riferimento a una guerra internazionale, a uno scontro tra muri social e tra blog. Qualcuno l'ha paragonata alle famose “rivoluzioni di velluto”, del secolo scorso, all'interno dell'ex Unione Sovietica.

Nel libro si fa riferimento a un testo di uno studioso americano, Gene Sharp, che aiutato da alcuni veterani di Solidarnocs, ha scritto un libro,“Dalla dittatura alla democrazia” (1993) utilizzato in Serbia per far cadere pacificamente il regime di Milosevic e pare abbia ispirato i movimenti democratici in Tunisia e in Egitto. Naturalmente si tiene a precisare che questo non significa che le rivolte delle primavere arabe siano state fomentate dagli USA, o dai servizi segreti degli Stati occidentali. C'erano già sufficienti motivi per le ribellioni, mancava solo la scintilla, “che verrà accesa da un venditore di legumi tunisino”.

Un altro aspetto che viene evidenziato nel libro è il Progressismo e l'ateismo presente nei vari attivisti delle primavere. Molti attivisti, intellettuali erano atei e hanno cominciato ad esprimersi liberamente all'interno del mondo virtuale con facebook e altri blog. Nel libro si fanno i nomi di alcuni giovani rivoluzionari fondatori di movimenti per il diritto d'espressione. Alcuni hanno dichiarato il loro ateismo rischiando la vita in piazza Tahir al Cairo. Addirittura si tenta di dare delle cifre sugli atei presenti in questi paesi arabi.

Gli autori del libro, ammettono che queste forze progressiste, però non erano quelle meglio armate e più organizzate. Erano quelle islamiste e oltranziste che rapidamente si son impadronite delle rivolte, vincendo anche con la violenza le elezioni.

Pertanto dalla Tunisia allo Yemen, la rivoluzione viene confiscata dagli islamisti.

E così,“l'idea dominante all'interno dei media occidentali - secondo alcuni sicuramente un po' ingenua, anche se la storia delle rivolte è appena cominciata – era quella secondo la quale la Primavera araba avrebbe inaugurato, in seguito alla caduta dei regimi dittatoriali screditati e abbandonati dai loro sostenitori esterni, una nuova era democratica”. Questo non è successo perchè le società civili arabe non erano ancora mature per uscire dalla corruzione delle dittature o dalla tentazione dell'islamismo radicale. L'Occidente si è rappresentata una rivoluzione di comodo, non ha capito o non ha voluto capire che ormai stava avanzando dell'altro, invece dei movimenti liberali.

Tutti i media occidentali dopo la caduta del dittatore tunisino Ben Ali e di quello egiziano Mubarak, specialmente quelli francesi, “gridavano vittoria all'unisono e non tolleravano che si contraddicesse l'idea allora di moda, secondo la quale la 'minaccia islamista' era ormai superata, che essa non era più altro che un 'fantasma' agitato dai aprtigiani dello 'choc delle civiltà', dei ' sionisti' o dagli 'islamofobi'. Sempre secondo questi pseudi analisti,“la democrazia in marcia avrebbe ormai 'calmato' gli islamisti, permettendo loro dalle prigioni dei dittatori nazionalisti arabi e di organizzare delle libere elezioni”. In pratica non si comprende come questi jihadisti sarebbero diventati ora di colpo democratici e pacifisti. Comunque sia ovunque gli islamisti vincono le elezioni, e pertanto è stato rischioso fidarsi di loro.

La stragrande maggioranza degli editorialisti, leader politici in Occidente erano“estasiati demagogicamente al veder sfilare pacificamente in Piazza Tahir 'la gioventù araba assetata di giustizia, di democrazia, di modernità' e riunita dall'appello dei blog”. Successivamente però hanno dovuto ricredersi,“hanno finito per ammettere che il mondo arabo, ben lungi dall'essere immunizzato contro il fascismo verde, poteva eleggere democraticamente (Egitto) partiti islamisti, che difatti si sono appropriati rapidamente della rivoluzione, traviandola”. E così gli islamo-democratici hanno prontamente represso, una volta vinte le elezioni i rivoluzionari laici, che di fatto non hanno ricevuto nessun aiuto, né dall'occidente, dalle petromonarchie del Golfo, che invece finanziano i Fratelli musulmani e i salafiti.

Era evidente ormai che non era possibile una esistenza di un “islamismo democratico”. E' in questo periodo che tutti i jihadisti, in particolare ex di Al-Qaida, hanno conquistato territori e tagliato teste in Iraq e in Siria, destabilizzando tutta la regione, facendo affluire in Libia, in Iraq, in Siria, volontari salafiti jihadisti.

Pertanto si è passati velocemente dalla Primavera araba all'Inverno islamista. Questa confisca delle rivolte, ha indotto i primi “rivoluzionari” pacifici a scendere di nuovo in piazza affrontando i Fratelli musulmani e altri islamisti salafiti seguaci del mito del “califfato mondiale”. Praticamente, questi secondo Kassis e Del Valle,“alla fine hanno ben presto utilizzato gli stessi metodi dittatoriali dei despoti contro cui avevano combattuto per tanto tempo, con l'unica differenza che la loro bandiera non era più quella della loro nazione, bensì la bandiera nera, ancora più minacciosa, dell'internazionale salafita jihadista”. Uno sforzo notevole di propaganda islamista è stato fatto dalle due emittenti televisive, Al-Jazeera e Al-Arabiyya.

Gli autori completano il II capitolo, guardando a quello che succede nei vari paesi toccati dalle cosiddette primavere, partendo dalla Tunisia, fino alla Siria. Domandandosi se questi paesi sono territori di sperimentazioni dell'”islamismo moderato”.Da quello che ho letto le speranza sono poche, in tutti i Paesi c'è una forte spinta verso la sharia, che resta la fonte principale di ogni legislazione. E l'Islam è l'unico elemento unificatore,non solo la nostalgia per il califfato sembra coinvolgere la stragrande maggioranza dei gruppi islamisti, compresi quelli di Hamas, che martirizzano la Libia, l'Iraq e la Siria. Gli autori del testo che sto presentando mettono in guardia dal considerare gli amanti del califfato come degli “psicopatici isolati che non hanno nulla a che fare con l'islam reale”, anche perchè il califfato rappresenta il cuore stesso della civiltà islamica, è una costante.

Inoltre la Kassis e Del Valle evidenziano un altro aspetto che riguarda l'ideologia totalitaria teocratica wahhabita, presente nell'Arabia Saudita, paradossalmente, grande alleata degli USA. I sauditi hanno da sempre incoraggiato i gruppi islamisti sunniti e la Lega islamica mondiale che peraltro gestisce numerosi centri islamisti e numerose moschee godendo di un'immagine benevola presso gli Stati democratici occidentali, che ricevono i suoi rappresentanti e concedono loro privilegi.

2011-2017… e ancora non si vede la fine. Neanche le due guerre mondiali del secolo scorso sono durate tanto, ma allora il nemico era evidente, adesso più sfumato e difficili le strategie.

Le Primavere arabe hanno elevato l’instabilità del Medio Oriente e delle nazioni africane che si affacciano sul Mediterraneo e la lezione libica ha impedito il ripetersi dello stesso errore in Siria, ma gli equilibri in campo sono molto complessi: politici, economici, religiosi ed etnici.

Il volume appena pubblicato dalla casa editrice D’Ettoris di Crotone ha un titolo significativo: Comprendere il caos siriano. Dalle rivoluzioni arabe al jihad mondiale (pp. 391, € 22,90) ed entra nella spinosa questione della tragedia siriana per capirla e cercarne di trovare una difficile via d’uscita. Scritto a quattro mani da Randa Kassis e Alexandre del Valle, la prima è una scrittrice (Le chaos syrien, 2014) e antropologa siriana, il secondo uno studioso di geopolitica che ha al suo attivo pubblicazioni sull’islam radicale e le questioni medio orientali. Per capire cosa sta accadendo in Siria occorre avere chiara la storia e la sua posizione geografia di questa nazione ed è questo l’oggetto del primo capitolo del volume. La Siria è una delle nazioni più antiche e strategiche del panorama del Medio Oriente, definito dallo storico Fernand Braudel, il «cuore pericoloso del mondo», e al suo interno si intrecciano e si affrontano molteplici identità confessionali ed etniche. L’attenzione degli autori si concentra sull’analisi e la comprensione delle Primavere arabe (cap. 2) stato per stato entrando nel cuore delle varie rivolte fino alla terribile guerra civile siriana. Ma il Medio Oriente è ricco di minoranze e solo comprendendo la loro realtà si può capire il conflitto siriano. Di questo si occupa il terzo capitolo che analizza le varie componenti confessionali ed etniche del mosaico siriano. Da questa analisi nasce quella che per i due autori è l’unica via d’uscita: il federalismo che, fra l’altro, è già praticamente in atto vista la divisione de facto del paese. E i cristiani che fine faranno? Unica possibilità di sopravvivenza è la protezione, per loro come per le altre minoranze minacciate dall’islamismo, del clan alauita che costituisce il 12/14% della popolazione siriana e che sono concentrati nel nord-ovest del paese. Considerati impuri e infedeli dai sunniti sono sempre stati oggetto di persecuzioni e di particolare ferocia da parte degli islamisti tanto da far immaginare quale sarebbe la loro sorte in una Siria «liberata» dal regime alauita-baathista. Il partito Baath è al potere in Siria dagli anni 1960 e ha sancito la rivincita degli alauiti sugli odiati sunniti. Una storia che spiega una parte delle crisi attuali.

L’ultima parte del saggio è dedicata alle prospettive future per l’uscita dalla crisi, uscita che non potrà prescindere dal coinvolgimento di tutti gli attori in causa: la Russia, l’Iran, l’Irak e, ovviamente, gli Stati Uniti e la Turchia. Un vero e proprio coinvolgimento mondiale dove appare all’orizzonte anche la Cina, non completamente disinteressata per i problemi al suo interno.

Chiudono il volume alcune utili cartine geopolitiche per inquadrare la distribuzione delle minoranze, le prospettive dello stato islamico e la presenza russa.

Abbiamo parlato del libro e fatto alcune domande ad Alexandre del Valle.

Come nasce il suo interesse per la Siria e qual è il ruolo di quel paese negli equilibri medio orientali?

L’interesse per la Siria risale all’epoca della guerra del Libano, tra il 1987 e il 1990, quando mi interessai alla situazione d’inferiorità e di persecuzione delle minoranze cristiane e ebraiche in terra d’islam (« Dhimmitudine »). In questo ambito mi recai parecchie volte a Beirut con amici cristiani dell'Ordine di Malta nell’ambito di missioni umanitarie di soccorso ai cristiani d'Oriente e poi nell’ambito di una mia tesi di Laurea in scienze politiche per la quale studiai la situazione dei Maroniti e dei cristiani in generale in Libano nel loro tentativo di difendersi di fronte agli attacchi dei musulmani palestinesi sunniti e poi di fronte all’invasione della vicina Siria e del movimento terrorista sciita Hezbollah che volevano loro usurpare il potere nazionale. 

Questo mi ha permesso di allargare le mie ricerche al Medio e Prossimo Oriente in generale e m’interessai all’evoluzione della Siria degli Assad, padre e figlio. Poi, ben prima delle rivoluzioni arabe e dopo la sconfitta militare delle forze libanesi di fronte ai musulmani, incontrai un’oppositrice siriana molto interessante, Randa Kassis, la quale mi propose di scrivere un libro di fondo, non solamente sulla Siria e il « Caos siriano », ma sul mondo arabo in generale, partendo dalle rivoluzioni arabe, le « primavere arabe », che si trasformarono rapidamente in un « inverno islamista radicale ».

 

Quali sono state le complicità occidentali che hanno portato a minimizzare per tanto tempo la tragedia siriana?

Nel libro, Randa Kassis, che fece parte dal Consiglio Nazionale Siriano e adesso presiede la sua propria organizzazione di opposizione « Movimento per la società pluralista », ed io, abbiamo voluto mostrare la complessità intrinseca di questo prossimo Oriente, e anche le contraddizioni e complicità di alcuni paesi occidentali che, in funzione pro-saudita, pro-qatari e pro-turca, hanno appoggiato come in Libia o altrove (Afghanistan, Bosnia, ecc) le forze dell’islamismo radicale politico contro il regime pro-russo e nazionalista baathista di Bashar al-Assad, regime controllato dalla minoranza sciita-eretica laica degli alauiti. Secondo noi, benché la dittatura di Assad vada condannata, la strategia dell’Occidente atlantista che consiste nel facilitare l’obbiettivo di reislamizzazione concepito dai Fratelli musulmani e dalle potenze islamiche sunnite saudita-qatari-turca, è contrario all’interesse delle nostre società aperte e occidentali giudeo-cristiane, e soprattutto significherebbe la fine della presenza delle minoranze cristiane in medio e prossimo Oriente. Nello stesso modo, il « regime change » e le «guerre democratiche » lanciate dagli anni 1990 dagli Stati Uniti e altri paesi della NATO contro i paesi alleati di Mosca (l’ex-Yugoslavia, l’Irak, la Libia, e magari la Siria ‒ non hanno potuto a causa dei Russi, ma volevano rovesciare Bashar al-Assad a beneficio dei Fratelli musulmani come in Libia, cioè a beneficio delle forze islamiche radicali sunnite) sono secondo noi suicide e stupide. Mostriamo in questo saggio che con questi obbiettivi pro-islamici, col fatto di considerare « moderate » tutte le forze islamiste sunnite siriane fuori dell’ISIS, l’Occidente ha lavorato contro se stesso nel lungo termine. Poi, quest’Occidente, ancora profondamente anti-russo e influenzato da visioni strategiche-geopolitiche che risalgono alla Guerra Fredda, è secondo noi incapace di definire chiaramente il nemico principale: il Totalitarismo islamista legato ai nostri « strani amici sunniti» del Golfo. Da li nasce la lotta contro l’ISIS ma nello stesso tempo l’appoggio a tanti altri movimenti jihadisti sunniti siriani pericolosissimi come Ahrar al Sham, Nureddin al Zinki o le legioni di Fratelli musulmani combattenti e altri gruppi salafiti ribelli. Infine, l’errore assoluto dell’Occidente sin dall’inizio del caos siriano è di aver umiliato e trascurato le posizioni di due grandi potenze che contano, l’Iran sciita e la Russia, che erano state escluse dai negoziati, quando l’Occidente voleva costruire una Siria nuova post-Assad con le sole forze islamiche sunnite e rifiutava in funzione ipocritamente moralista l’esigenze di Teheran, Mosca e Damasco di associare alla tavola dei negoziati lo stesso regime. Il regime di Assad faceva ovviamente parte del problema, ma anche della soluzione, visto che rimane una delle principali forze sul teatro di guerra aiutato dagli eserciti russi e iraniani senza dimenticare le milizie sciite irachene, iraniane e libanesi (Hezbollah). Quest’errore fu anche di rifiutare il realismo e di schierarsi solo con le forze sunnite escludendo quelle sciite-irano-russe.

Questa mancanza di realismo e questa demonizzazione del solo regime di Assad, accusato di essere l’unico colpevole della guerra civile e dei massacri, e la volontà di riconoscere come uniche forze ribelli d’opposizione i movimenti sunniti islamisti nemici di Teheran e Mosca, ha portato ad una reazione della Russia che ha permesso la sopravivenza del regime di Assad e ha fatto capire all’Occidente che il mondo post-guerra fredda deve diventare più multipolare e che non può solo essere concepito a partire dai soli interessi dell’Occidente e dei suoi alleati sunniti del Golfo.

E la ragione per la quale Randa Kassis, ora membro di una delle poche delegazioni d’opposizione laica e anti-islamista, è molto appoggiata da Mosca, che teme una futura Siria sunnita islamista e vuole preparare al contrario le condizioni per una nuova Siria pluralista che garantisca la sicurezza delle minoranze non sunnite e non-arabe (cristiani, sciiti, alauiti, druzi e Kurdi, Armeni, ecc).

 

Come convivere con l'islam e ci saranno possibilità per i cristiani di continuare a vivere in medio oriente?

Sarà possibile se aiutiamo le forze nazionaliste laiche come il regime del presidente Al-Sisi in Egitto, il regime degli Emirati arabi uniti, alleato del primo e in guerra contro i Fratelli musulmani, un regime siriano laico magari senza Assad ma baathista e alauita che garantisca la protezione dei cristiani e delle minoranze, la Giordania del Re Abdallah che è molto tollerante con i cristiani e li protegge e sicuramente il vecchio e grande amico della Francia e dell’Italia che è il Libano, senza dimenticare le forze kurde in Siria e in Irak, e le tendenze più moderate in Irak, Libia.

Le minoranze cristiane hanno bisogno della nostra voce e di regimi laici o non islamisti, quindi, ciò che gli Americani hanno fatto dagli anni 1990 distruggendo il regime baathista di Saddam Hussein che proteggeva i cristiani iracheni e aiutava militarmente i cristiani del Libano, è stato l’esatto contrario di ciò che andava fatto… È  tempo secondo noi di costruire un mondo multipolare con la Russia e di smettere di riprodurre la strategia della guerra fredda che consisteva nell’appoggiare e addestrare dappertutto le forze islamiche radicali anti-cristiane in funzione anti-russa.

 

Come vede il ruolo della Russia nel futuro della Siria e del Medio Oriente?

 

Questo ruolo è essenziale, non va trascurato, e il nostro errore fu di trascurarlo per troppi anni, invece di associare la Russia all’Occidente e all’Unione europea. Ricordiamo che Putin, appena arrivato al potere nel 2000, propose all’Occidente di bombardare l’Afghanistan dei Talebani e di Bin Laden. L’Occidente rifiutò questa grande alleanza “alter-occidentale” o “pan-occidentale” perché il suo scopo prioritario era di erodere progressivamente il territorio del “vicinato” russo come Afghanistan, Azerbaijan, Georgia, Ucraina, Mar Nero, e i nostri dirigenti hanno fatto anche il contrario di ciò che doveva essere fatto: hanno aggredito strategicamente e geopoliticamente Mosca sostenendo tutte le forze anti-russe in questa zona post-sovietica. Ora, è necessaria un’alleanza-riconciliazione con la Russia. Bisogna che l’occidente smetta di minacciare il “vicino strategico russo”, e partecipi di più all’edificazione del mondo multipolare fondato sul rispetto delle sovranità di ogni zona geo-civilizzazionale.

 

 

Cento telecamere in più in città per acquisire 'preventivamentè immagini utili in vista delle manifestazioni in occasione del 60/o Anniversario dei Trattati di Roma. È questa, secondo quanto si è appreso, una delle misure del piano di sicurezza previsto per sabato prossimo in occasione delle celebrazioni per i Trattati di Roma. Le telecamere saranno già attive giovedì 23 marzo e saranno dislocate nelle due zone di massima sicurezza e in quelle dei cortei

I negoziati per limare il testo della dichiarazione che sarà siglata il 25 marzo al Campidoglio per i 60 anni dei Trattati di Roma si sono conclusi positivamente: è stato raggiunto un compromesso per riavvicinare i Paesi dell'Est Europa del gruppo di Visegrad, scettici sulla formula dell''Ue a più velocità. A quanto si apprende, il testo potrà ora essere firmato da tutti i 27 Paesi dell'Ue.

"La cerimonia di Roma cade in un momento particolarmente importante e sarà l'occasione per insistere sulle nostre battaglie. Da quelle sulla ricerca, l'innovazione, la conoscenza a quelle sulla flessibilità e gli investimenti. Dall'immigrazione fino alla democrazia. Sì, la democrazia. Io penso che una delle sfide più grandi che abbiamo sia quella di trasferire sempre di più il potere europeo dalla burocrazia alla democrazia". Lo scrive Matteo Renzi sull'e-news in vista dell'anniversario dei Trattati di Roma.

l enorme apparato di sicurezza con le telecamere, palesi e nascoste, monitoreranno da giovedì le due zone di massima sicurezza, blue zone e green zone, e saranno utilizzate dalla polizia scientifica anche «per catturare le caratteristiche delle persone, da utilizzare nella fase, eventuale, dell'attività di identificazione di autori di violenze». Inoltre, le interdizioni al transito veicolare e pedonale saranno attive, per l'area del Campidoglio dalle ore 00.30 del 25 marzo e per l'area del Quirinale dalle ore 7 dello stesso giorno.

Inoltre, la soprintendenza speciale per il Colosseo e l'area archeologica centrale di Roma fa sapere che venerdì 24 marzo il Colosseo resterà chiuso dalle 19 e non si svolgeranno le visite serali 'La luna sul Colosseo. Sabato 25 marzo Colosseo, Foro Romano - Palatino e Domus Aurea resteranno chiusi per l'intera giornata. Il provvedimento è stato adottato dalla Questura di Roma per ragioni di sicurezza e per garantire il regolare svolgimento delle celebrazioni.

Sanzioni per i Paesi che rifiutano di accogliere le quote di migranti previste dall'Unione Europea: lo promette il commissario Ue per le migrazioni Dimitris Avramopoulos in un'intervista a "la stampa"

Il politico greco titolare delle deleghe per gli affari interni, le migrazioni e la cittadinanza lancia un ultimatum a quei governi - e sono tanti - che si sono rifiutati di adempire alle direttive di Bruxelles in materia di ricollocamenti. Grecia e Italia, infatti, gemono sotto il peso dell'accoglienza riservata a decine e decine di migliaia di richiedenti asilo che, in base al regolamento di Dublino III, sono obbligati a presentare domanda di protezione internazionale nel primo Stato dell'Unione in cui mette piede.

"È vero, è stato un anno e mezzo di delusioni amare - ammette Avramopoulos - Ma tra qualche mese (in autunno, ndr) questo programma si concluderà e allora sarà il momento per tutti noi di prendere delle decisioni: spero di non avere bisogno di procedure di infrazione, perché quello che è stato deciso è legalmente obbligatorio e vincolante per tutti i Paesi membri dell'Ue. E per il futuro sono fiducioso"

Al 14 gennaio scorso dei 160 mila migranti che gli Stati membri avrebbero dovuto espatriare da Grecia, Italia e Ungheria, erano stati ricollocati solo 272, pari allo 0,17%. I posti messi a disposizione dagli Stati erano invece 4237, pari al 2,5% del totale.

Mentre a Roma si discute del futuro della UE, la Francia si prepara per un cambiamento di pensiero politico :  L'irresistibile ascesa di Marine Le Pen, l'uomo nuovo Emmanuel Macron, Francois Fillon e i suoi guai giudiziari, Benoit Hamon con il partito che non lo segue, Jean-Luc Mélenchon e la sua "Francia indomita": si sono riuniti per la prima volta ieri sera i cinque principali candidati all'Eliseo per un dibattito tv a 5 settimane dal primo turno delle presidenziali, una prima assoluta in Francia.

E il candidato di En Marche, Emmanuel Macron, è risultato il più convincente almeno secondo un sondaggio realizzato dall'istituto Elabe per BFM-TV. Il giovane ex ministro, a capo di un nuovo movimento, ha convinto il 29% dei telespettatori, seguito, al 20%, dal leader della sinistra alternativa, Jean-Luc Mélenchon. Marine Le Pen, candidata del Front National, e quello dei Républicains, Francois Fillon, sono entrambi al terzo posto, al 19%. Il socialista Benoit Hamon chiude la classifica con l'11%.

Intanto dopo il referendum sul presidenzialismo del 16 aprile, la Turchia potrebbe modificare il suo rapporto con l'Europa "fascista e crudele", che non potrà più ricattarla negando l'adesione all'Ue. Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, citato da Hurriyet, avvisando anche che Ankara non permetterà più lo "spionaggio" degli europei in Turchia. Il riferimento è in particolare al giornalista turco-tedesco della Welt, Deniz Yucel, arrestato a fine febbraio.

Le polemiche con l’Europa hanno raggiunto il massimo della tensione in seguito al divieto di atterraggio che le autorità olandesi hanno emesso lo scorso 10 marzo nei confronti di un aereo che avrebbe dovuto portare il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, a Rotterdam per un comizio. La situazione è poi peggiorata quando, a distanza di 24 ore, la ministra per le politiche sociali e famigliari, Fatma Betul Sayan Kaya, è stata fermata alla frontiera insieme al suo staff e giornalisti al seguito, per poi essere scortata in territorio tedesco nonostante fosse a bordo di auto con targa diplomatica, in possesso di passaporto diplomatico e fosse diretta presso il consolato turco di Rotterdam. Prima dell’Olanda era stata la Germania a vietare comizi su suolo tedesco a ministri turchi, spingendo Erdogan e Cavusoglu al contrattacco, parlando addirittura di "reminiscenze naziste e fasciste".

Dopo lo scontro con l'Olanda di qualche giorno fa, Erdogan rincara la dose affermando che i rapporti con l'Europa saranno "rivisti" dopo il referendum del 16 aprile per il comporatmento "fascista e crudele" di alcuni Paesi europei. Un atteggiamento che ricorda "i tempi che hanno preceduto la seconda Guerra mondiale", ha affermato il presidente turco. Secondo Erdogan è finito il tempo dei ricatti da parte di Bruxelles, in cui il processo di integrazione della Turchia in Europa è stato utilizzato come "arma di ricatto" nei confronti di Ankara, permettendo ai Paesi Europei di "spiare e controllare la Turchia con dei pretesti". Parole dure quelle di Erdogan che ha parlato questa mattina durante un comizio per il ’Sì' al referendum del prossimo 16 aprile, con cui la Turchia è chiamata a decidere del passaggio al sistema presidenziale, una riforma fortemente voluta dallo stesso Erdogan.

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