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Domenica, 17 Gennaio 2021

È la seconda volta che intervisto Francesco Bellanti; lo scrittore siciliano ha  recentemente ha pubblicato il romanzo “Il Cardinale e il labirinto di Dedalo”, un’opera promettente, impegnativa ed ammaliante sulla quale ha lavorato per gran parte della vita; segnatamente, la sua prima stesura risale al 1994.

Egli ha già numerose pubblicazioni editoriali all’attivo ed ognuna di esse ha sempre riscosso ampi consensi di pubblico e di critica; è stato docente di italiano, storia e latino presso il liceo scientifico della sua città Palma di Montechiaro e la sua formazione umanistica è palpabile in ogni pagine delle opere finora realizzate.  

Fra i suoi maggiori interessi, la critica letteraria e  la lettura visionaria, fantastica ed apocalittica. Inoltre, collabora con la rivista parigina per gli italiani in Francia “La Voce” e scrive per riviste culturali locali e regionali.

Il suo avvincente romanzo “Il Cardinale e il labirinto di Dedalo”, di recente pubblicazione, è ambientato verso la fine del secolo scorso in un paese immaginario della sua Sicilia, dove si dipanano, fra storia e leggenda, le vicende di un’ampia galleria di personaggi; incontriamo notai, avvocati, aristocratici, politici, uomini di scienza, prelati e così via. Vorrebbe parlarmi degli aspetti socio-culturali che caratterizzano il contesto storico di riferimento?

Io ho vissuto e insegnato in un paese, Palma di Montechiaro, che, seppur di recente istituzione – è stata fondata su licentia populandi spagnola il 3 maggio 1637 dai gemelli Carlo e Giulio Tomasi, antenati di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, lo scrittore de “Il Gattopardo” che l’ha immortalata nel suo romanzo col nome di Donnafugata – ha come assorbito, soprattutto dal punto di vista storico e archeologico, l’eredità e l’immenso patrimonio culturale delle vicine e più antiche città di Licata, della araba Naro, della greca Akragas oggi Agrigento, con la sua meravigliosa Valle dei Templi. La mia vita si è svolta in questo fantastico mondo intriso, non solo della gloriosa storia di questa terra meravigliosa che è la Sicilia, ma anche di miti, leggende, fantasie. Il mio romanzo è un prodotto di questo mondo. Perciò “Il Cardinale e il labirinto di Dedalo” è un’epopea siciliana, è la storia e la leggenda di Sicilia, una Sicilia reale e fantastica allo stesso tempo. È la storia e la leggenda di Camico e Dedalo e Minosse, di Seneca e Cicerone, di Cesare - il mito greco e l’epopea romana in terra di Sicilia. È un’epopea della terra di Sicilia e del mio paese natale perché nel romanzo tutto – dai luoghi ai personaggi, ai fatti, alle leggende, alle memorie – richiama il paese del Gattopardo, cioè Palma di Montechiaro, il paese dove sono nato e quasi sempre ho vissuto. Almeda e la montagna con il suo leggendario tesoro sono il paese e le colline dove è nata la mia storia e sono nati i miei sogni. Il contesto storico di riferimento è questo: uno spazio e un tempo dove sono stati scritti centinaia di libri di storia, archeologia, letteratura, la terra magica di Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Pirandello, Camilleri.

L’epopea si svolge nella montagna di Cacalù, la cui immensa struttura sotterranea da millenni è sede di leggende e superstizioni. In questo luogo sospeso tra fantasia e realtà ed abitato da singolari eremiti e predicatori, è custodito un tesoro. Non le chiedo di svelare cosa vi sia seppellito da così tanto tempo, ma come mai Almeda, luogo di fantasia situato molto vicino alla montagna, somiglia in modo evidente a Palma di Montechiaro, sua città di origine?

La montagna del Cacalù, che nel romanzo è alta circa un chilometro, nella realtà è una collina di circa trecento metri, a sud del paese, che dà sul Mare Africano e sopra la quale ancora si trovano  i resti di una roccaforte, una torre di avvistamento inizialmente saracena e poi della nobile famiglia dei Chiaramonte. Molti monili, monete e reperti archeologici sono stati rinvenuti nel sito ed ora si trovano in gran parte presso il Museo archeologico di Agrigento. Il posto doveva essere frequentato in passato, se non popolato, e in mare verso sud a pochi chilometri di distanza si combatté un’importante battaglia fra Romani e Cartaginesi durante la prima guerra punica. La mia famiglia aveva un podere a poche centinaia di metri, nel versante settentrionale della collina che ancora oggi chiamano Castellaccio e da piccolo fantasticavo, dopo aver letto le leggende su Dedalo che era stato in Sicilia, di un qualcosa di misterioso che si celava dentro la collina. Detto questo, il luogo dove sorge Palma di Montechiaro è molto bello, pieno di colline, pianure, spiagge, grotte, rovine, chiese barocche, monasteri, insomma il luogo ideale da utilizzare come spunto per la mia fantastica Almeda.

La realizzazione di questa opera ha richiesto un lavoro di anni e una ricerca storica non indifferente; la sua prima stesura risale al 1994. Quali sono stati i momenti salienti?

È il primo libro che ho scritto, è l’opera con la quale sono diventato scrittore. Avuta l’idea, ho pensato di scrivere un volume così corposo solo dopo aver letto il romanzo di Umberto Eco “Il nome della rosa”. È un libro che ha accompagnato gli ultimi trent’anni della mia vita. Ho ideato la trama di questo romanzo nel 1989, ho scritto qualche bozza subito dopo e la prima stesura risale, appunto, al 1994. Avevo inviato questo romanzo a editori importanti, mi rispondevano affermando che, sebbene fosse ben scritto, risultava improponibile per un mercato di lettori di romanzetti leggeri da cento pagine. Qualche editore mi diceva addirittura che il romanzo fosse troppo bello, ma la gente generalmente è più orientata verso storie di sangue e di violenza.

Ho ripreso più volte il romanzo, soprattutto dal punto di vista stilistico, nel 2000-2001, nel 2006 ed ancora nel 2013, nei periodi di pausa tra un libro e l’altro. La stesura definitiva è di qualche anno fa, ma non ho mai stravolto la struttura del libro. Questo libro è fortemente segnato non solo da una profonda ricerca storica, ma anche dalla mia attività di docente liceale di italiano e latino. Dopo avere pubblicato ben nove libri, finalmente un editore coraggioso ha preso a cuore questo progetto e lo ha  realizzato.

Una costante della trama è la commistione fra elementi esoterici ed onirici che si interpongono e si intrecciano con la realtà. In quale misura è tuttora presente all’interno del tessuto sociale siciliano questa intrigante forma di realismo magico?

“L’intera Sicilia è una dimensione fantastica. Come si fa a viverci senza immaginazione?” Questa è una famosa espressione di Leonardo Sciascia e Johann Wolfgang Goethe, nel suo famoso Viaggio in Italia, disse “L’Italia senza la Sicilia non lascia immaginazione nello spirito: soltanto qui è la chiave di tutto”. La terra d’elezione di Federico II è, così la definiva Gesualdo Bufalino, un’isola “plurale”, cioè con tante anime, e questo del realismo magico, molto simile al mondo rappresentato Gabriel García Márquez in tanti suoi libri che mi hanno sempre affascinato, è uno degli aspetti più importanti del romanzo. Ho scritto in prefazioni e saggi che l’identità siciliana non consiste solo nella visione di una Sicilia povera e miserabile, arretrata, insomma, la visione conservatrice (anche reazionaria) di Verga, o in quella decadente, intimistica, del disfacimento di una classe sociale che decade verso il nulla, quella gattopardesca del sonno, o nella Sicilia del pessimismo storico di De Roberto. L’identità siciliana non è solo la visione di una Sicilia pigra e indolente, sprofondata nel millenario silenzio, o quella di una società corrotta e mafiosa, omertosa, di parte dell’opera di Sciascia. C’è anche quella poliziesco-metafisica di Camilleri, la Sicilia mitica di Bonaviri, la Sicilia sensuale e lussuriosa di Brancati, la Sicilia del viaggio e del ritorno in un tempo arcaico di Vittorini; sì, una Sicilia mitica, fiabesca e simbolica, il viaggio della presa di coscienza. C’è anche la Sicilia sogno degli stranieri, anche quella proiettata in un tempo senza tempo di Pirandello. Ebbene, per scrivere il mio libro mi sono ispirato a questa Sicilia. “Il Cardinale e il labirinto di Dedalo” immerge ben presto il lettore in un tempo visionario e fantastico sospeso tra realtà, leggenda, folklore, magia, superstizione, storia, tradizioni e cultura popolare, quello che potremmo definire – seguendo schemi màrqueziani - il realismo magico siciliano. Perché il romanzo è un formidabile intreccio di antico e moderno, in una visione sbalordita del reale e lucida del fantastico. La vicenda sembra svolgersi in un tempo ambiguo, “senza tempo”, in una società di uomini che sembrano vivere in una terra sospesa tra cielo e terra, tra presente e passato. È una storia che parte dalla realtà, dagli appetiti per un piano regolatore, e sconfina ben presto nel mito, nel sogno, nella religione, nella storia e nella leggenda. L’elemento magico si insinua sempre nel reale e il reale stesso  sconfina puntualmente nella magia e nel fantastico. È anche un romanzo profetico, poiché, attraverso le sue atmosfere apocalittiche e un mondo devastato da immani calamità, sembra annunciare le tragedie di oggi.

L’interesse dei personaggi, assolutamente realistico, proiettato, come poco fa affermava, verso la realizzazione di un piano regolatore, in effetti cela la loro vera finalità: la conquista del tesoro. Una storia che sottende interessanti allegorie sulla verità, sullo scorrere del tempo?

Sì. Il romanzo può intendersi anche come la metafora degli accadimenti, della fortuna, del caso e del caos che governano la storia. “Il Cardinale e il labirinto di Dedalo” è il romanzo sull’uomo nuovo, l’uomo al di sopra della storia e capace di dominare la storia stessa e il tempo; l’uomo che sostanzialmente possiede il tempo, il tema dominante di tutti i miei libri. Per realizzare questo progetto occorre una nuova umanità che inverta la rotta. “Il Cardinale e il labirinto di Dedalo” è il romanzo sull’uomo nuovo, l’uomo che possiede il tempo. È l’ossessione dell’uomo nuovo, in altre parole il desiderio di un rinnovamento universale dell’umanità ed è questo che conferisce alla mia scrittura il tono apocalittico, escatologico e palingenetico che ha quasi naturalmente determinato la rivisitazione dei grandi autori della classicità italiana, latina e straniera e di conseguenza una prosa poetica, lirica.  L’uomo nuovo, in realtà, in un tempo di caos e di disvalori, al di là di retoriche e fraintendimenti politici e filosofici, è la tensione ideale, la ricerca costante dei valori che conducono al progresso dell’umanità. Valori facilmente identificabili nei miei libri, come il rispetto dell’ambiente e il ritorno alla natura, il terrore per una tecnologia che sempre più sta sfuggendo al controllo dell’uomo, la lotta contro la povertà e le disuguaglianze, la tolleranza e il rispetto delle diversità, l’educazione alla pace e alla giustizia sociale. Infine, “Il Cardinale e il labirinto di Dedalo” è soprattutto una lucida e profonda riflessione sulle ossessioni e sulle solitudini del mondo, sulla sfiducia degli uomini nel progresso, nella società e nella storia. È una potente, straordinaria allegoria concentrata su una trilogia di elementi: verità, tempo e storia.

La storia dell’umanità è sempre contrassegnata, o meglio, influenzata dalla sorte, dalle fatalità e, perché no, dalla fortuna.  Dal suo punto di vista, quanto incidono tali variabili sulle capacità dell’uomo di tenere testa agli eventi?       

Come dicevo prima, questo libro è anche un’allegoria sulla storia, sulle mille possibilità della storia, sui misteri e sugli arcani processi di tanti accadimenti che la caratterizzano. Io sono di formazione politica e culturale laico-socialista, ma appartengo anche a una tradizione storico-culturale che risale a Machiavelli e Guicciardini, che ha una visione disincantata e, per esempio in Guicciardini, pessimista della storia, per il quale la storia è un caos e non è possibile costruire una scienza politica capace di decifrare il reale e programmare il futuro. È ben noto invece che per il Segretario fiorentino, diversamente dall’amico Francesco Guicciardini, l’uomo può trarre esperienza dai fatti del passato, contrastare la cosiddetta fortuna e costruire la propria storia perché la storia è un prodotto dell’uomo. Ma per costruire il vero progresso, come dicevo prima, occorre una nuova rivoluzione dei valori, valori che sono presenti in tutti i miei libri, e sono – come dicevo - il rispetto dell’ambiente e il ritorno alla natura, un governo migliore della tecnologia i cui eccessi stanno distruggendo l’uomo - e i fatti di oggi purtroppo mi stanno dando ragione - la costruzione di un mondo più solidale che elimini tutte le povertà e le disuguaglianze, un mondo fondato sulla tolleranza e il rispetto delle culture altre, l’educazione ai valori della pace e della giustizia.

La sua creatività è in continuo divenire; anche stavolta le chiedo quali sono i suoi programmi futuri?

Dopo il libro “Dialogo con il Führer – Giorni d’estate a Berchtesgaden” - sul quale lei mi ha fatto un’eccellente intervista - che ha avuto un buon successo e ha ottenuto un riconoscimento al Premio Internazionale Città di Cattolica 2020, ho scritto all’inizio di questa sciagurata pandemia, tra gennaio e marzo di quest’anno, un libro, “Isabella Tomasi di Lampedusa - La più grande dei Gattopardi”, che spero di dare alle stampe l’anno prossimo. È il racconto romanzato della vita leggendaria di suor Maria Crocifissa della Concezione (1645-1699), al secolo Isabella Tomasi di Lampedusa, figlia del Principe Giulio, passato alla storia come il Duca Santo, fondatore, col fratello gemello Carlo, di Palma di Montechiaro, il 3 maggio 1637. È la storia di una grande mistica, molto venerata nel mio paese, che riposa nel Monastero Benedettino fondato da suo padre, una personalità complessa della quale si sono interessati tanti scrittori e studiosi, sorella di Giuseppe Maria Tomasi (1649-1713), cardinale, beatificato nel 1803, e proclamato santo da papa Giovanni Paolo II nel 1986. Una grande mistica, dichiarata venerabile da papa Pio VI il 15 agosto 1787, famosa anche per una Lettera del Diavolo, scritto misterioso di cui si sono interessati tanti studiosi conservato nel Monastero benedettino di clausura di Palma di Montechiaro dove la monaca – entrata nell’Ordine il 7 ottobre 1660 – visse dal giorno della Pentecoste del 1662 fino alla morte avvenuta il 16 ottobre 1699. Un libro nuovo e originale, scritto da un laico che getta nuova luce su una vicenda rimasta per lungo tempo ancorata a un approccio agiografico. È un racconto poetico ma fondato scientificamente su una grande mistica dotata di vasta cultura e di eccezionale capacità visionaria, la quale ha un suo progetto interiore che sfugge al controllo della famiglia e della Chiesa. Da qualche settimana ho cominciato a scrivere un libro su Stalin, non un libro poderoso, un’intervista-fiume come quello che ho scritto su Hitler, ma un romanzo tradizionale, se vogliamo, molto divertente. Un libro sulla scomparsa di un quadro di Stalin, avvenuta realmente nella sezione comunista del mio paese, Palma di Montechiaro, nel 1979. Ma ho preso solo l’impulso iniziale, il resto è opera di fantasia.

                                               

 

15 agosto 1920, il padre domenicano Antonin-Dalmace Sertillanges (1863-1948) dà alle stampe La vie intellectuelle che verrà pubblicata in Italia nel 1945. Il filosofo e teologo francese è uno dei massimi esponenti del neotomismo che lo vede affiancarsi ad altri illustri personaggi (Garrigou Lagrange, Etienne Gilson, Luigi Taparelli D’Azeglio, Romano Amerio, Cornelio Fabro, Thomas Tyn, Sofia Vanni Rovighi, fra gli altri) di questa corrente filosofica sviluppatasi nei primi sessanta anni del 1900. La vita intellettuale, ripubblicata da Studium nel 1998, ha sempre la sua attualità anche a cento anni di distanza dalla prima uscita: insegna a costruire un ordine intellettuale quanto mai utile e necessario specialmente nella nostra epoca nella quale siamo sopraffatti da continui imput esterni che ci distolgono dalla riflessione e ci portano a distrarci continuamente. I media ci circondano e ci inglobano e Sertillages ci invita al distacco dal quotidiano, alla pazienza, alla costanza e ancora ad evitare l’isolamento, senza disprezzare la solitudine (ma “troppa solitudine impoverisce”, “anche nei contatti ordinari c’è da raccogliere") e invita a cercare momenti di riposo. È anche un trattato sulla spiritualità dello studioso che deve essere umile e fermo, consapevole dei suoi limiti, avvolto da una gioia intellettuale e dal senso del mistero. Una esortazione ad esercitare l’intelligenza aiutando lo studioso con consigli pratici e organizzativi nella scelta delle letture, sull’esercizio della memoria e sul come prendere appunti. Oggi, nell’era digitale, questi consigli sono ancora più utili perché si rischia di essere sovraccaricati da informazioni e stimoli difficili da discernere e la guida di Sertillages è quanto mai opportuna. Ovviamente tenendo conto, come suggerisce Armando Rigobello nell’introduzione, del mutato contesto storico fatto di tempi e velocità impensabili cento anni fa. Ecco allora che recuperare la lentezza, il raccoglimento resta un insegnamento essenziale anche davanti ad un computer iperveloce.

Sertillages invita a pensare alla salute perché la malattia cambia il carattere e questo influisce sui pensieri. “Se Leopardi non avesse avuto un fisico così malato, potremmo annoverarlo tra i pessimisti?”.  Curare l’alimentazione, organizzare la vita cercando di semplificare le cose: “Religiosa o laica, scientifica, artistica, letteraria, la contemplazione non armonizza con le comodità esagerate e con le complicazioni”. “Per dare ospitalità alla scienza (…) molta pace, un po’ di bellezza, alcune comodità, che risparmiano il tempo, rappresentano il massimo necessario”. E oggi di comodità ne abbiamo! Con la vita frenetica che facciamo leggere che lo spirito di silenzio è essenziale riporta a quella ginnastica ignaziana, difficile, ma importante, del silenzio, anche esteriore, interrotto dalla preghiera. Un altro capitolo “scandaloso” è quello che tratta della lettura preparatoria ad un lavoro intellettuale: leggere poco. Ma cosa intendeva il filosofo francese? “Saper leggere e utilizzare le proprie letture è fondamentale. Ma molte letture servono per avere uno spirito ampio, una ampia scienza  comparata; molto e poco si oppongono sullo stesso terreno, occorre molto in senso assoluto perché l’opera è vasta, ma poco relativamente al diluvio di scritti di cui la minima specialità ingombra oggi le biblioteche”. Commentava così p. Tito S. Centi (1915-2011) in una conferenza sui rapporti tra studio e vita interiore.  “Proscritta è la mania, la pigrizia mascherata, la passione della lettura è un difetto come le altre passioni che turbano l’anima. Bisogna andare ai libri – ancora il p. Centi-  come una massaia al mercato dopo aver stabilito i cibi del giorno secondo igiene e prudente economia”. Sertillages descrive poi i tipi di lettura: quelle di fondo, sulle quali basare la propria formazione. Alcuni autori per formarsi una cultura generale, altrettanti per una specializzazione. Poi ci sono le letture stimolanti da utilizzare nei momenti di depressione spirituale o intellettuale, infine quelle di distensione che danno gioia perché “distrarsi annoiandosi, è un’illusione”. Il volume è ricco di consigli anche sulla vita spirituale per chi vuole vivere una vera vita intellettuale con la promessa che “il vero intellettuale (…) è giovane fino alla fine. Sembra partecipare alla giovinezza eterna del vero”. Al lettore di questo volume si addicono le parole di San Tommaso: «Se segui questa via porterai, nella vigna del Signore, foglie e frutti utili per tutta la durata della tua vita. Se pratichi questi consigli, raggiungerai ciò che desideri. Addio».

Da tempo in Occidente assistiamo ad una vulgata propagandistica contro il passato europeo, colpevole di aver colonizzato il mondo e di averlo reso una landa desertica. Questa lettura viene sostenuta da forze politiche di sinistra e anche da un certo mondo cattolico, facendo crescere sensi di colpa in Europa e negli Stati Uniti.

Questa vulgata «diffusa in molti circoli intellettuali ed accademici, punta a convincere gli studenti, e in genere le nuove generazioni, che i Paesi colonizzati erano, prima dello sbarco degli europei, un grande Eden pacifico e tranquillo, i cui abitanti conducevano una vita felice e spensierata, basata sull’eguaglianza e la condivisione pacifica delle risorse». (Michele Marsonet, I complessi di colpa dell’Occidente: il colonialismo non è causa di tutti i mali del mondo, 2.12.20, Atlanticoquotidiano.it)

Questi pensatori hanno manicheamente diviso il mondo: «Da una parte i “buoni”, vale a dire i popoli colonizzati, e dall’altra i “cattivi”, cioè noi che occupando i loro territori abbiamo causato la rottura di un equilibrio pressoché perfetto che Dio (o la Natura) avevano creato». E dove esistevano i “buoni”, cioè in Africa, in America, qui c'era una specie di Eden, poi diventato povero e degradato proprio a causa del colonialismo e dello schiavismo.

«Eppure, - scrive Marsonet - è la storia stessa a dirci che il succitato Eden non è mai esistito. Africa e America erano sede di conflitti permanenti e di lotte sanguinose tra popoli diversi anche quando, sul loro suolo, degli europei non v’era traccia». Il “buon selvaggio”, esaltato da Rousseau, non esisteva in Africa e neanche in America, si pensi agli imperi Inca o Azteco.

Che non sia una discussione soltanto accademica, lo si è visto nelle settimane prima del voto presidenziale americano, come i movimenti indigenisti americani e soprattutto i Black Lives Matter, hanno distrutto statue di colonizzatori e razzisti bianchi come quelle di Cristoforo Colombo e di tante altri. Inoltre, i complessi di colpa da cui l’Occidente è afflitto stanno generando una curiosa situazione. Peraltro per espiare i nostri peccati coloniali, secondo certa sinistra dovremmo accogliere senza alcuna limitazione immigrati non europei che, una volta giunti, cercano subito non solo di trasferire, ma addirittura di imporre, i loro costumi e la loro visione del mondo.

Non v’è dubbio che il colonialismo sia un fenomeno deprecabile e da condannare con fermezza. Gli europei lo hanno fatto, a volte anche esagerando.

A noi oggi spetta, studiare, raccontare ai nostri figli, ai nostri giovani, spesso indottrinate da libri di testo faziosi, la Verità dei fatti. Per fargli prendere «coscienza di far parte di una civiltà, come quella occidentale, che al mondo ha fornito contributi fondamentali in ogni campo del sapere umano».

Un ottimo studio ben documentato che ha lo scopo di raccontare la Verità sulle “conquiste” europee nel mondo è «Magna Europa. L'Europa fuori dall'Europa»,  curato da Giovanni Cantoni e da Francesco Pappalardo, (D'Ettoris Editori, Crotone 2006). L'opera raccoglie testi di relazioni presentate a un seminario organizzato nel 2002 a Bobbio da Alleanza Cattolica e parzialmente replicato nel 2004 a Crotone dalla Fondazione D'Ettoris e dalla Biblioteca Pier Giorgio Frassati - costituisce da questo punto di vista un autentico avvenimento culturale, da inquadrare e apprezzare come tale, prima ancora di addentrarsi nell'esplorazione dei singoli argomenti trattati nella ricchissima collezione d'invertenti. E' uno studio inteso a difendere la nostra identità politico-culturale, e per fare questo non si  può prescindere da un corretto riappropriarsi della storia, senza leggende né "rosa" né nere.

Magna Europa (470 pagine) è un testo abbastanza complesso che comporta fatica nel leggerlo, e soprattutto sarebbe presuntuoso e inadeguato anche solo tentare di riassumere nel normale spazio di una recensione. All'opera hanno contribuito dieci esperti, studiosi con contributi specifici, dove approfondiscono temi storici, sociologici, religiosi con buone conoscenze geografiche. Infatti si consiglia di accompagnare la lettura con un buon atlante storico-geografico.

Il volume è aperto da una presentazione di Cantoni, fondamentale per comprendere il senso del testo. Vi si trovano preziose indicazioni sull'origine dell'espressione "Magna Europa", e soprattutto una rivendicazione della legittimità del concetto, che Cantoni attribuisce allo storico della cultura, Henri Brugmans. «Magna Europa, Grande Europa, è dunque il nome con cui correttamente e significativamente si può indicare il mondo umano nato dall'espansione degli europei non solo in quel subcontinente dell'Asia che è l'Europa vero nomine, ma nelle Americhe, in Africa, nella stessa Asia e in Oceania, così come la Magna Grecia è stata anzitutto la 'Grecia di fuori', ma, in ultima analisi, la Grecia in tutta la sua maturazione».

Pertanto Cantoni, citando il grande papa Giovanni Paolo II, il termine Magna Europa, «non è in realtà un territorio chiuso o isolato, ma è un continente di cultura […] si è costruita andando incontro, al di là dei mari, ad altri popoli, ad altre culture, ad altre civiltà».

Questa è la nozione di Europa, non solo "penisola del continente asiatico" «che ospita popolazioni diversissime dal punto di vista etnico e linguistico - ma acquista un significato preciso solo se la si intende in senso culturale, con riferimento sia all'eredità storica greco-romana, sia (soprattutto) al cristianesimo, sia - ancora - alla traduzione di questa eredità e di questa religione in strutture politiche rappresentate da concetti come "feudalesimo" e "impero" che godono di cattiva stampa ma che possono e devono essere riletti al di là delle "leggende nere", ancorché "senza concessioni di sorta alle ‘leggende rosa'» (Massimo Introvigne, Testimonianza per l'Occidente, il Domenicale. Settimanale di cultura, anno V, n. 33, 19 agosto 2006)

Giovanni Cantoni nella premessa fa riferimento a una serie di studiosi che hanno affrontato l'argomento a partire da Pierre Chaunu, Gonzague de Reynold, il pensatore e uomo d'azione cattolico brasiliano Plinio Correa de Oliveira, lo storico statunitense Louis Hartz, Jaime Eyzaguirre Gutierrez, ma soprattutto il compianto amico e maestro di scienza storica e di vita Marco Tangheroni, che avrebbe dovuto esserne un protagonista di questo studio sulla Magna Europa. E poi al politologo Samuel Huntington, lo storico francese Fernand Braudel, il pensatore cattolico colombiano Nicolas Gomez Davila, il pensatore nicaraguense Ycaza Tigerino e tanti altri. Peraltro alla fine di ogni capitolo sono presenti dei riferimenti bibliografici e a volte anche  sitografici, con un successivo orientamento bibliografico. Naturalmente tutto questo rafforza la scientificità dell'opera.

Entro nelle varie sezioni del libro aiutandomi con la splendida recensione che ha fatto il grande filosofo argentino Alberto Caturelli per la rivista Cristianità (“Magna Europa. L’Europa fuori dall’Europa”: lettura e bilancio di “un’opera che fa pensare”, n.341-342/ 2007, Cristianità)

La prima Parte (L'Europa che parte), inizia con il primo contributo di Luciano Benassi (Sviluppo tecnologico e conoscenza scientifica nel Medioevo) Non si può fare a meno di studiare e riscoprire il Medioevo tecnologico, quello dell'industria, delle invenzioni, della cultura. La civiltà cristiana romano-germanica, la cosiddetta civiltà medievale, più di altri hanno patito i silenzi e le falsità della “leggenda nera”. E' stata soprattutto Regine Pernoud con i suoi studi a regalarci il vero Medioevo, sgombro dai pregiudizi e dalle falsità. Proprio «in quest’epoca s’incrementò l’uso dell’aratro che smuove la terra, del cavallo, del nuovo sistema di coltivazione a rotazione triennale, dell’energia idraulica, della tecnologia metallurgica di cui furono maestri, in genere, i benedettini e, infine, vennero poste le radici della scienza moderna (cfr. pp. 48 ss.) grazie all’apporto essenziale delle università».

Segue il contributo di Ivo Musajo Somma che si occupa de (L’Europa di Carlo V e di Filippo II d’Asburgo); (pp. 59-80); mostra come un sovrano autenticamente europeo proiettò e realizzò l’idea dell’Europa sovranazionale, multiculturale e cristiano-cattolica insieme al primato dell’ordine soprannaturale: adoretur Eucharistia in orbe universo.

Incoronato Imperatore da Clemente VII il 24 febbraio 1530, Carlo V, rispettando le autonomie locali, pensa alla monarchia universale e, mentre il luteranesimo lacera l’unità religiosa, porta a termine la conquista del Nuovo Mondo. Suo figlio Filippo II lotta per conservare l’armonia della Cristianità, convinto che il sovrano esiste per i popoli non solo della Spagna ma anche di fuori dalla Spagna, come testimonia la vittoria di Lepanto il 7 ottobre 1571. L’autore passa in rassegna le guerre di Fiandra e d’Inghilterra, l’assenza della Francia e l’immenso sforzo di Filippo II e delle Spagne contro il protestantesimo e l’Islam, per consolidare la Cristianità con un ordine civile fondato sulle libertà concrete (cfr. p. 79).

La prima parte viene chiusa da Ignazio e Ugo Cantoni; il primo con uno studio sulla Ratio studiorum della Compagnia di Gesù (cfr. pp. 81-92) e il secondo con un saggio sulle regole del jus in bello in relazione al tipo di armamento (cfr. pp. 93-99). Nel caso della guerra moderna, il numero di vittime di quest’ultima aumenta in modo esponenziale (cfr. p. 98).

La Chiesa Cattolica ha, scrive Ugo Cantoni,«[...]progressivamente orientato verso un'umanizzazione degli scontri, imponendo una serie di divieti, concordemente riconosciuti e rispettati, che rendevano tale attività estremamente limitata nel tempo, con l'esclusione – fra l'altro – dei tempi liturgici detti forti e delle feste religiose».

La seconda parte (L'Europa fuori dall'Europa) costituisce un monumentale corso di storia delle principali espressioni della "Magna Europa". Il primo intervento è di Francesco Pappalardo (L'espansione europea dal secolo XIV al secolo XIX), pp.103-138.

 Nell’ampio percorso l’autore descrive […] il passaggio da un mondo composto da realtà chiuse a un universo in cui grandi aree geografiche, numerosissime popolazioni e civiltà diverse prima isolate entrano in comunicazione” (p. 104); per certo si tratta de “l’esplosione […] su scala mondiale della Cristianità latina” (Pierre Chaunu, p. 106) con momenti chiave come la presa di Granada (2-1-1492), l’esplorazione dell’Oceano Indiano da parte dei portoghesi, la scoperta dell’America (12-10-1492), l’epopea missionaria fino al viaggio di Magellano concluso da Juan Sebastián de Elcano, la coscienza dell’esistenza di un Nuovo Mondo come continente autonomo separato dall’Asia, come mostrato dalla carta di Giacomo Gastaldi (1565) (cfr. p. 129). Con vivacità trascinante vengono descritti i viaggi degli spagnoli, degli olandesi, dell’inglese Cook e del francese Bougainville (cfr. pp. 130-136), che illustrano l’espansione non solo geografica ed economica ma anche religiosa e culturale dell’Europa nel mondo. Nei decenni seguenti al secolo XV, «si verifica un mutamento radicale del panorama mondiale - scrive Pappalardo – il più inatteso. Da allora, nel corso di circa tre secoli, i navigatori europei riescono a collegare fra loro tutte le zone del globo terrestre e ad aprire ai traffici europei tutit i mari, tranne quelli circumpolari, perchè ghiacciati».

Giovanni Cantoni espone il tema (La conquista dell’Iberoamerica (1493-1573): i protagonisti, le modalità e i problemi); (pp. 139-185). Si tratta di una sintesi eccellente che inizia dal 722 con la battaglia di Covadonga, dalla riconquista della Penisola Iberica portata a termine nel 1492 alla Conquista ed evangelizzazione dell’Iberoamerica (1493-1573). Indugia sull’opera dei Re Cattolici, sul carattere del conquistador e sulla missionarietà cattolica dell’impresa; dedica pagine sintetiche ed esemplari alle comunità precolombiane (i conquistati), ai “capitolati” attraverso i quali si trasferiva nel Nuovo Mondo […] quel particolarismo medioevale che nella madrepatria si sta tentando di superare” (p. 165) e alla encomienda, simile al feudo medioevale e alla signoria castigliana, nella quale si realizzava […] una protezione della proprietà degli Indiani che va al di là dei limitati diritti riconosciuti ai contadini nell’Europa medioevale” (Jean Dumont, pp. 167-168).

Ma l’elemento essenziale fu l’evangelizzazione che Cantoni descrive con maestria servendosi di una bibliografia di autori da noi meno noti (come Chaunu, Powell, Dumont) e altri più familiari (come Corrêa de Oliveira, García Morente, Eyzaguirre, Morales Padrón). Caturelli è onorato di essere citato da Cantoni che segnala l'opera del professore argentino: Il Nuovo Mondo riscoperto, edito in Italia da Ares (1992), da me recensita recentemente.

Paolo Mazzeranghi si occupa de (Le tre colonizzazioni dell’America Settentrionale); (pp. 187-212). L’autore inizia con un breve ma preciso riferimento ai gruppi indigeni preesistenti e affronta le tre“colonizzazioni” europee: la spagnola — e la messicana fino alla conquista del Messico da parte degli Stati Uniti nel 1848 —, e la francese, che iniziò cercando l’inesistente passaggio a Nord-Ovest in quello che oggi è il Canada.

Senza entrare nei dettagli ci pare molto giusto sottolineare il lavoro evangelizzatore di francescani e di gesuiti e, soprattutto, l’opera del beato François de Laval de Montmorency, che fu vicario apostolico in Canada nel 1658 (cfr. p. 197). Dopo la Guerra dei Sette Anni e la caduta di Québec e di Montréal in mani britanniche (1758 e 1760), cessò la presenza francese nell’America del Nord. La terza colonizzazione fu quella britannica, che l’autore fa risalire alla probabile esplorazione di Caboto nel 1497. Mazzeranghi segnala che i futuri Stati Uniti furono dominati culturalmente dal puritanesismo (presbiteriani e congregazionalisti) (cfr. pp. 203-208); i caratteri di questo influsso furono indicati dal grande pensatore irlandese Edmund Burke che Mazzeranghi cita:“Ogni forma di Protestantesimo, anche la più fredda e passiva, è una forma di dissenso. Ma la religione prevalente nelle nostre colonie settentrionali è un raffinamento del principio di resistenza: è la dissidenza del dissenso e la protesta della stessa religione protestante” (p. 206; discorso del 22-3-1775). Questo spirito determina la politica britannica nei confronti degl’indiani (cfr. pp. 208-211).

Lo stesso Paolo Mazzeranghi traccia la storia della Guerra d’Indipendenza degli Stati Uniti (1776-1793) e della Guerra Civile (1861-1865) (pp. 213-242). È di grande interesse la sua critica all’opinione corrente sulla Guerra Civile: il Nord, centralista, detesta un Sud agrario e cavalleresco, che, a sua volta, detesta il Nord adoratore degli affari e della industrializzazione.

Ha girato il mondo una campagna propagandistica che fa del Sud un mondo schiavista; Mazzeranghi rettifica e ricorda anche l’accettabile modus vivendi dei sudisti con i pellirosse e non dimentica che proprio lì iniziò ad applicarsi la disumana concezione della “guerra totale”.

Così fece il Nord, come spiegava il generale Sheridan in un testo trascritto da Mazzeranghi: “È difficile piegare un popolo di combattenti risoluti e coraggiosi; ma mettete alla fame le loro donne e i loro bambini e vedrete i fucili cadere dalle mani dei soldati” (p. 238).

Reputo necessario un chiarimento che riguarda il carattere gravemente fuorviante di ogni assimilazione della cosiddetta Rivoluzione Americana alla Rivoluzione Francese all'interno di concetti comodi ma errati come quello di "epoca delle grandi Rivoluzioni". Cito ancora una volta Introvigne, «la Rivoluzione Americana non si batte per, ma contro il centralismo e la negazione delle autonomie locali e dei corpi intermedi che s'infiltrava anche nell'amministrazione britannica e di cui la Rivoluzione Francese costituisce al contrario la maggiore affermazione. Semmai, elementi di centralismo penetrano successivamente negli Stati Uniti d'America e determinano l'insurrezione degli Stati del Sud, che di queste spinte centralistiche sono vittima: la Guerra Civile del 1861- 1865, che non va assolutamente ridotta alla sola questione della schiavitù. Se le conseguenze della Guerra Civile si fanno sentire ancora oggi, è d'altro canto anche vero che la resistenza del Sud al centralismo, sconfitta sul terreno militare, non fu vana e contribuì alla preservazione di un sistema di autonomie locali che fa degli Stati Uniti d'America la realtà della "Magna Europa" che ancora oggi meglio conserva le vestigia di un ordine costruito sulla gelosa difesa delle prerogative delle città, delle contee e degli Stati che costituiscono la Federazione».

È eccellente la minuziosa esposizione di Sandro Petrucci su (L’Asia portoghese); (pp. 243-291), dall’arrivo di Vasco da Gama e dal riconoscimento dei cristiani dell’Apostolo san Tommaso (cfr. pp. 246 ss.) fino alle grandi figure come Francisco de Almeida e Alfonso de Albuquerque, fondatori dell’”impero” in Asia; Goa non fu soltanto la capitale (cfr. pp. 273 ss.) ma il centro d’irradiazione missionaria; l’autore mette in risalto la mirabile opera di san Francesco Saverio, del padre Matteo Ricci e di Johann von Bell, e studia tutti i particolari fino al nostro tempo.

Si occupa ancora Mazzerenghi della storia de (Il Sudafrica: l’incontro in Africa Australe di due frammenti d’Europa); (pp. 293-312).

In questa storia entra in scena l'Olanda, sebbene con un numero esiguo di emigrati. Poi arriva la Gran Bretagna, qui Caturelli invita il lettore a fissare l’attenzione sulle differenze essenziali fra i boeri, la cui fedeltà letterale alla Scrittura almeno non lasciava spazio al razzismo, e il carattere britannico che porta alla guerra totale e ai primi campi di concentramento (cfr. pp. 304, 310-311). L’Unione Sudafricana comprende le due repubbliche boere e le due antiche colonie britanniche (Capo e Natal).

Della storia appassionante de (Le Filippine spagnole “Estremo Occidente”); (pp. 313-360) si occupa Sandro Petrucci, dall’arrivo di Magellano (1521) fino alla perdita delle Filippine dopo la guerra della Spagna con gli Stati Uniti nel 1898. Prima Cebú (1565), poi Manila (1571) e il Pacifico come il lago spagnolo la cui rotta di ritorno al Messico (Acapulco) fu scoperta da Andrés de Urdaneta nel 1565.

Petrucci descrive l’enorme e bella opera della Spagna a partire dalla Nuova Spagna: l’organizzazione municipale, come la diocesi di Manila, dipese da quella del Messico fino al 1595. L’opera missionaria fece delle Filippine il più bel fiore della Cristianità Orientale. La Spagna si dedicò tutta all’opera più importante della Chiesa in Oriente; qui, non più “estremo Oriente” ma “estremo Occidente”.
Torniamo a leggere Paolo Mazzeranghi che studia un mondo diametralmente diverso: (Australia: l’uomo europeo alla conquista di un “mondo vuoto”); (pp. 361-381). Dopo la scoperta geografica, bisogna attendere il 1780, anno nel quale l’Australia interessa a qualche potenza europea; la prima popolazione formata da deportati dall’Inghilterra (fra il 1788 e il 1868) fu di 162.000 persone; s’incontrarono due civiltà: […] da una parte una civiltà dell’Età della Pietra, dall’altra una civiltà europea moderna in piena Rivoluzione Scientifica e Industriale” (p. 368); questa “società di frontiera” (p. 375) che si sviluppa dal nulla è forse il più lontano trapianto dell’Europa.

A proposito dell'espansione europea in queste nuove terre, è interessante il distinguo del sociologo delle religioni Massimo Introvigne: «Anzitutto, se è certamente vero che la Spagna e il Portogallo cattolici hanno inteso diversamente lo spirito e le modalità dell'espansione rispetto all'Inghilterra e ai Paesi Bassi protestanti, praticando su scala assai più ampia i matrimoni misti con le popolazioni locali, destinando risorse maggiori alle missioni, e quasi sempre offrendo (o almeno tentando di offrire) maggiore protezione e diritti ai nativi, non si deve però ritenere - quasi rovesciando le "leggende nere" ampiamente diffuse da una certa pubblicistica inglese in funzione antispagnola - che la conquista e la colonizzazione inglese e olandese si siano risolte in una semplice litania di massacri d'"indigeni" buoni e pacifici, sempre e comunque vittime della malvagità e del razzismo degli europei». (Ibidem)

Da ultimo Giovanni Cantoni dedica quarantasette belle pagine, quasi un piccolo libro, a (L’Indipendenza politica iberoamericana (1808-1826): dalla “reazione istituzionale” alla guerra civile); (pp. 383-430). L’autore mostra una grande conoscenza e condivisione della migliore bibliografia a partire da L’America e le Americhe di Pierre Chaunu e da quella di tanti autori iberoamericani come Icaza Tigerino; non è consueto trovare in ricercatori dell’Europa geografica questa comprensione intelligente, che rompe con lo schema convenzionale e falso dell’Indipendenza; sulla base della distinzione di Morales Padrón fra “emancipazione”, “indipendenza” e “rivoluzione”, si deve parlare di “indipendenza politica” (p. 385) forgiata sulla base dei princìpi del Sacro Ispanico Impero animato dalle istituzioni medioevali.

Come noi, Cantoni distingue anche una “storia ufficiale” da una “storia vera” (p. 387), che mostra l’impresa indiana come la figlia postuma del nostro Medioevo fondatore di un “feudalesimo amerindo” (p. 396), le cui fondamenta sono poste dalla Chiesa Cattolica.

In questo lungo capitolo sul tema, che va letto in continuità con quello dello stesso autore sulla conquista dell'Iberoamerica. «Qui la vulgata comune - scrive Introvigne - ci parla di una dominazione spagnola rapace, oppressiva, "medioevale" e negatrice delle autonomie dei coloni, e di un processo che porta all'indipendenza avviato e condotto sulla base dell'Illuminismo, dell'anticlericalismo, dell'avversione alla monarchia, delle idee massoniche e di un presunto entusiasmo per tutto quanto va sotto il nome di modernità. Sulla scia dell'intellettuale nicaraguese Julio César Ycaza Tigerino (1919-2001), più volte citato nel capitolo, Cantoni denuncia questa vulgata come una 'falsificazione grottesca e stupefacente'».

Cantoni è consapevole del fatto che la materia è assai complessa. «Tuttavia nella sostanza l'America Latina ispanica è un mondo a suo modo "feudale", attaccatissimo alle libertà locali e ai diritti dei corpi intermedi; ed è quando questi diritti sono negati sia dal centralismo della dinastia dei Borboni sia dall'occupante francese che s'impadronisce della Spagna nel periodo napoleonico che gli ispanoamericani insorgono».

Il libro di grande interesse storico-dottrinale si conclude e siamo alla III Parte con la descrizione attuale della Magna Europa e dei suoi vincoli istituzionali formali e informali: Ilario Favro si occupa degli (Organismi politico-militari dell’Europa Continentale); (pp. 433-443) e Mario Vitali di (Organismi economico-finanziari nella Grande Europa);(pp. 445-455).

Certamente ogni capitolo affrontato in questo grande Atlante o Dizionario di Storia della “Magna Europa”, andrebbe almeno adeguatamente approfondito. I saggi qui pubblicati dalla D'Ettoris Editori per il momento colmano una lacuna.

Termino con l'auspicio e il ringraziamento del compianto professore Caturelli, «Oggi siamo protagonisti di un’immensa tragedia: l’apostasia dell’Europa dello spirito, che equivale a un suicidio storico, lascia come orfani gli europei di “fuori” dall’Europa e gli europei della Magna Europa pensano che, forse, la Provvidenza vuole che parta dall’Europa “di fuori” (dal punto di vista geografico) la nuova evangelizzazione del Vecchio Mondo. Pare necessario un quinto viaggio di Cristoforo Colombo, che porti missionari della fede di Cristo al Vecchio Mondo affinché l’Europa sia nuovamente sé stessa. Dobbiamo ringraziare questo gruppo di ricercatori italiani, e specialmente Giovanni Cantoni, per un’opera che ha la somma delicatezza dello spirito: ci fa pensare».

 

E’ in arrivo sulla scena letteraria «MATUSALEMME KID. Alla ricerca di un cuore bambino», il nuovo romanzo auto psicoanalitico e, in un certo qual senso, storico — storia del Grande Cinema Italiano —  di Marco Tullio Barboni, sceneggiatore, regista e scrittore, nonché figlio d'arte di E.B. Clucher, al quale, insieme a Bud Spencer, l'opera è dedicata.

Con due prefazioni di prestigio, una di  Baba Richerme —  giornalista, critico cinematografico, inviato speciale di Cultura e Spettacolo del GR Rai  e di RadioUno — e una di Giuseppe Pedersoli — produttore, sceneggiatore e regista —, e un'altrettanto importante postfazione del fotografo e critico cinematografico Giovanni Chiaramonte, il volume sarà disponibile dal 1° Gennaio 2021 sull'e-commerce delle Edizioni Paguro — casa editrice campana che lo annovera orgogliosamente fra i suoi titoli —, sui principali bookstore online (Amazon, Feltrinelli, Mondadori, Hoepli, IBS, Libreria Universitaria ecc.) e ordinabile in tutte le librerie grazie all'attività di promozione e distribuzione di LibroCo. Italia e Casalini Libri.

“Riscoprire e confrontarsi con il proprio cuore bambino: è sicuramente la più efficace e insieme la più imbarazzante delle terapie antiaging” – ci tiene a sottolineare Marco Tullio Barboni. “Sì, perché se, dopo Gesù (“se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”), in tanti tra i grandissimi, da Jung a Neruda, da Nietzche a Dostoewskij, hanno ribadito l'importanza di non perdere mai il contatto con il bambino, il Kid,  che ognuno, per quanto avanti con gli anni, per quanto Matusalemme,  ha dentro di sè, in pochi poi quel contatto lo hanno cercato e lo cercano effettivamente. Farlo è, invece, il più corroborante degli insegnamenti e, come recitava il titolo di un vecchio programma, non è mai troppo tardi per acquisirlo”.

Il romanzo è arricchito anche da un cortometraggio animato che mette in scena le parti più significative della trama. Realizzato con la sceneggiatura di Marco Tullio Barboni, la regia di Michele Citro e la realizzazione grafica e animata di Felicia Salomone — promettente studentessa dell'Università del Videogioco e del Cartone Animato IUDAV/Vhei (Valletta Higher Education Institute) — è già disponibile alla visione su YouTube digitando, semplicemente, il titolo del libro.

La mission del volume secondo il pensiero di Marco Tullio Barboni : “Stavolta bisogna recuperare l’adulto da un diverso tipo di analfabetismo: quello che deriva dall'incapacità o dall’imbarazzo di guardare dentro di sè per scoprire quanto migliori avremmo potuti essere se a quel “cuore bambino”  avessimo dato maggior ascolto. Nella fattispecie, il confronto, unico e irripetibile, con il mio cuore bambino non è che il  paradigma  di milioni di altri possibili confronti, tutti unici e irripetibili, con altrettanti meravigliosi, entusiasti, empatici e troppo spesso inascoltati, cuori bambino”.

La raccolta poetica di Adriana Gloria Marigo si presenta come una serie di brevi composizioni, quasi tutte ispirate dal bellissimo paesaggio del Lago Maggiore. Brevi perché tale è l’estensione  narrativa di un'emozione, e brevi perché mai si cerca di connotare con precisione l'ora del giorno o la stagione, sempre evocate per fuggevoli indicazioni o, meglio, per rapide annessioni sinestetiche con luce, acqua, aria, foglie.

Adriana Gloria Marigo è nata a Padova, vive a Luino (VA). Dopo gli studi universitari in pedagogia a indirizzo filosofico, ha insegnato per alcuni anni nella scuola primaria. Attualmente è direttrice della collana di poesia Alabaster per Caosfera Edizioni di Vicenza; collabora al blog di cultura letteraria Limina Mundi e alla rivista Re[a]daction Magazine. Sue poesie e articoli di critica letteraria sono reperibili in vari siti web, blog, riviste letterarie on line e cartacee. 

Numerose sono le prefazioni e le note critiche per poeti italiani e romeni: la prefazione più recente è al saggio di Gianluca Conte Il niente ineludibile, L'argolibro Edizioni, 2020. Ha curato la brochure La tensione del filo (2019) per la mostra della pittrice padovana Patrizia Da Re. È stata finalista al Premio Camaiore 2016, al Premio Lorenzo Montano 2016 e 2020 con la Menzione d’Onore. Ha tradotto alcune poesie di Anna de Noailles per il n.18 dei quaderni Traduzione Tradizione diretti da Claudia Azzola e in uscita a gennaio 2021. Ha pubblicato: Sillogi – Un biancore lontano, LietoColle, 2009; L'essenziale curvatura del cielo, La Vita Felice, 2012; Senza il mio nome, Campanotto Editore, MMXV; Minimalia (aforismi), Campanotto Editore, MMXVII; Astro immemore, Prometheus 2020; Plaquettes – Impermanenza, Pulcino Elefante, 2015; Santa Caterina d’Arazzo, GaEle Edizioni, 2017; Uno, Caosfera Edizioni, 2017, collana libro d'artista Amaryllis; Neoterica (poesie), 2019; Tarsie (aforismi), 2020 entrambe FUOCOfuochino Editore; … del blu i pigmenti… (leporello in sole due copie con l’artista francese Caroline François-Rubino), 2020.

Scrive Andrea Matucci  :  Un luminoso “sentimento dello spazio”
Né si tenta mai, in questo percorso, di seguire un ordine temporale, quello breve dell'orologio o quello esteso del clima: le fulminee evocazioni si susseguono sconnesse e disperse, senza alcun legame consequenziale, a palesare ancora una volta quello che è sempre stato l'orrore della poesia pura per qualsiasi forma di serialità narrativa. Poco incline alle rime e alle assonanze, Marigo gestisce i suoi piccoli impianti metrici puntando più sul contrasto  e sull’interruzione ritmica che sull’armonia del verso isocrono. 

Più volte infatti continua Andrea Matucci al brusco succedersi di versi lunghi (talvolta endecasillabi perfetti, talvolta ipermetri, o endecasillabi privi di accenti) e versi più brevi, senari e settenari – e fino a far “suonare” un endecasillabo con un quinario – si affida il ricordo di quel blocco del respiro, di quell’istante di irripetibile fusione dell’io nell’armonia del mondo. Perché di questo si tratta: di un’armonia quale raramente si coglie fra mente corpo e natura, fra infinitamente piccolo e infinitamente grande, fra attimo e eterno, in una sapiente unione di un rinnovellato “Sentimento del tempo” con un luminoso “sentimento dello spazio”. 

Tanto che è rarissima, in questi versi, l’esplicita presenza di un “io” che vede, pensa, parla: solo in cinque dei quarantacinque componimenti troviamo un verbo alla prima persona, e due dei tre, come ci avverte la Nota dell’Autrice, non appartengono a “quel” paesaggio. Ma non si tratta solo dello storico rifiuto della soggettività ordinante proprio di tanto ermetismo novecentesco: qui c’è di più, come un nuovo passo oltre il confine della soggettività, nell’esperire una vera fusione sensoriale, e quasi sensuale, del sé con l’altro da sé.

Forse anche per questo è scarsissimo, come si diceva, l’uso della rima, quasi solo interna, e dell'assonanza, motivi che la Poeta separa da una classica ricerca di musicalità e riserva solo, in pochi memorabili casi, a una geminazione di parole che nascono, ungarettianamente, da un “porto sepolto” quasi inconscio di sensazioni: è il caso ad esempio di «si serra la sera sopra», incipit di un testo in cui è peraltro particolarmente evidente l'alternanza “emotiva” del verso lungo col verso breve; ed è il caso di «maestoso / ramoso / ramo» di Sopra un albero maestoso, dove il progressivo puntualizzarsi di uno sguardo non individualmente identificato ci trasporta improvviso dentro la chiarezza breve di una sensazione. 

Oppure si usano, le assonanze, per produrre legami fra i testi che costituiscono quelli più banalmente narrativi della cronologia e della vicinanza spaziale: come «Ora di fitto oro in festa», di Improvvisa una lucertola che introduce a «ora / orazione / oro» del testo successivo. Ma è sulla parola, sulla parola poetica, che Marigo prevalentemente lavora: prima di tutto nella ricerca di accostamenti inusitati e illuminanti, e fino dal titolo: Astro immemore che ci riporta di nuovo a una parola cara a Ungaretti, e alla sua magistrale capacità di provocare corti circuiti semantici, cosi come in questa raccolta un «esecrabile nullora», le «ere turbinanti», la «minuzia ventosa», le «volte virtuose», e gli esempi sarebbero innumerevoli: tutto il viaggio senza movimento di questo libro è un percorso di sinestesie estese e incessantemente rinnovate, e quindi di continua forzatura del normale uso della parola per valorizzare la sua capacità evocativa. Non solo negli accostamenti ma anche, come già si vede dalle precedenti brevi citazioni, nell'uso di termini desueti, o comunque il più possibile lontani da un vocabolario quotidiano: ed ecco «lucenza», «venetico», «iemale».  

E  se  la  fonte  di  quest’ultimo  termine   è sicuramente D'Annunzio, è l'ancora più alto magistero dantesco che insegna alla Poeta di oggi la possibilità di guardare una «incelestiata veste», o, ancora più bella, una «incorollata luce». Se dunque la poesia è l’arte della parola, nella sua inesausta  ricerca espressiva che sia evocazione, indicazione, emozione prima e oltre il normale comunicare, quella di Marigo è poesia vera, pura come un cristall, finisce la sua postfazione Andrea Matucci
 

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