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Sabato, 15 Dicembre 2018

Al via la VII edi­zione del Premio Nazi­onale di Poesia “Cip­ressino d’oro”, promosso ed orga­nizzato dal Kiwanis Club di Follonica.
La rassegna lettera­ria, la cui organizzazione è come di consueto affidata al kiwaniano Loriano Lotti, nelle scorse edizioni ha raggiunto risultati inaspetta­ti: sono pervenute alla giuria centinaia di poesie, con poeti premiati di tutta Italia. 
Un successo che di fatto ha portato il nome di Follonica in tutto il nostro Pae­se e non solo. 
Quindi, anche per l’edizione 2019 l’att­esa è alta e  la giu­ria di qualità, comp­osta da: Patrice Ave­lla scrittore e poet­a, Daniela Cecchini giornalista, scrittr­ice ed operatrice cu­lturale e Gordiano Lupi editore, scritto­re e poeta, è pronta a mettersi al lavor­o per le attente valutazioni degli elaborati. 
Il Premio vede il supporto dell’Artista Gian Paolo Bonesini, che ogni anno dona al Club alcune sue opere, che poi vengo­no consegnate ai vin­citori. 
Il tema scelto dagli organizzatori è qu­anto mai attuale: “L­'integrazione: eleme­nto di coesione all'­interno della nostra società”, questo il titolo della settima edizione del “Cipr­essino d’oro”. 
«L’integrazione – spiega Loriano Lotti – si manifesta attra­verso la partecipazi­one alle dinamiche sociali e culturali, senza alcun preconce­tto. 
È compito degli edu­catori, in primis la famiglia e la scuol­a, contrastare lo sv­antaggio, derivante non solo da disturbi evolutivi e di appr­endimento, ma anche dall'appartenenza a culture diverse. 
Si tratta di un pro­cesso sociale, che avviene attraverso la trasmissione di cos­truttivi modelli eti­ci e socioculturali, che inizia dall'inf­anzia, affinché ogni individuo possa sen­tirsi a pieno titolo membro di una comun­ità, senza limitazio­ni di sorta». 
Il premio è istitui­to allo scopo di pro­muovere e incoraggia­re la diffusione deg­li ideali kiwaniani, rivolti a tutti i bambini del mondo; la partecipazione è gra­tuita. 
Il testo dovrà esse­re inedito, fino al giorno della consegna e non premiato in altri concorsi lette­rari. Oltre al compo­nimento poetico, i partecipanti dovranno inviare alla segret­eria del “Cipressino d’oro” la scheda d’­adesione, debitamente compilata con i da­ti richiesti, e sott­oscritta. 
Gli elaborati dovra­nno arrivare entro domenica 31 marzo 201­9, salvo proroghe de­cise dagli organizza­tori. 
La premiazione si terrà a metà maggio. L’iscrizione potrà avvenire sia tramite email (follonica@kiw­anis.it) che a mezzo posta (Premio Cipre­ssino d’oro – Kiwanis Club Follonica, via Lamarmora 62, c/o Loriano Lotti, 58022 Follonica, Grosseto­). 
Gli autori, se dara­nno il loro consenso, potranno vedere la propria opera pubbl­icata in un’antologia edita dalla casa editrice "Il Foglio Letterario" di Piombi­no. 
Per tutte le inform­azioni è possibile scrivere all’indirizzo mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure  chiamare il numero 347.6754324. 

E' il sottotitolo di un pamphlet, scritto da Andrea Brugnoli. ex sacerdote, il titolo invece è ancora più truce e terrificante, sicuramente, provocatorio: «Parrocchie da incubo», pubblicato da Fede & Cultura (2015). Per abitudine leggo i libri sottolineando le loro pagine. Ho notato che in questo testo, rispetto ad altri, forse, ho esagerato nelle  sottolineature. Questo significa che l'ho trovato interessantissimo. 

Brugnoli, nel testo appare deciso e tagliente nelle sue valutazioni e coraggioso e originale nelle proposte. Già nelle prime pagine, tiene a precisare che il libro non è stato scritto per imporre delle regole, delle idee ad altri, in particolare ai preti. Il testo vuole avere la pretesa di dare dei consigli per costruire una parrocchia diversa. Per trasformare la Chiesa, per ottenere un cambio di mentalità. «Sogno una Chiesa – scrive Brugnoli – tutta protesa a formare degli evangelizzatori. Dove tu vai a Messa una domenica e senti un'aria di famiglia; dove tutti si conoscono perché tutti condividono la passione per portare le persone all'incontro con Gesù e quelli che sono nuovi, lì per la prima volta, vengono accolti con un bel sorriso e comprendono subito che quella può essere la loro casa».

Certamente il libro scritto dall'ex sacerdote, è un testo che apre un serio dibattito all'interno della Chiesa. Peraltro Brugnoli, ha fondato le Sentinelle del Mattino e il Café teologico, associazioni presenti in altre diocesi e anche all’estero. A partire dall'introduzione, fa riferimento alle bacchettate di Papa Francesco nei confronti del clero, soprattutto quello arroccato sulle sue posizioni stantie, di quei preti che non sanno nulla delle pecore. «L'idea che vuole veicolare [papa Francesco]è quella di una Chiesa aperta, accogliente, che va in cerca della gente e che esce dalla sacrestia. Il giudizio del Vescovo di Roma, sembra talvolta implacabile: le parrocchie non sembrano all'altezza dei tempi».

Certamente anche papa Francesco intende attuare una pastorale di nuova evangelizzazione promossa dal Concilio Vaticano II e poi ripresa dal Magistero della Chiesa, in primis da San Giovanni Paolo II. E' un appello che non si può più rinviare. Certo ci sono ancora preti che leggono il Concilio in chiave sessantottina, tra l'altro, per Brugnoli, sono proprio loro i più strenui difensori dello status quo. E' la «generazione che voleva una Chiesa aperta al mondo abbattendo balaustre e tagliando manipoli, oggi ha conquistato il potere e come ne La fattoria degli animali di Orwell, ora è diventata peggio dei propri padri, cioè incapace di comprendere il cambiamento in atto». Sono proprio questi parroci, ex sessantottini che «credono ancora al piccolo mondo antico di un contesto dove loro dovrebbero essere riveriti e dove la gente dovrebbe ascoltarli».

Anche se i giovani preti sembra che hanno superato i dibattiti degli anni 60, lo sostiene il cardinale Raymond Leo Burke: «ho constatato che non comprendono il tipo di rivoluzione nella Chiesa che si identifica nel maggio del '68, e di certo non vi aderiscono. Hanno un profondo desiderio di conoscere la tradizione e di farne esperienza. Sono cresciuti in un'epoca in cui i bambini e i giovani non venivano più iniziati alle molteplici ricchezze della fede […] hanno sofferto della bancarotta morale di una cultura completamente secolarizzata». (R. L. Burke, Un cardinale nel cuore della Chiesa, intervista con Guillaume d'Alacan, Cantagalli, 2016)

Don Brugnoli è categorico nel giudizio sulla conduzione di certe realtà parrocchiali, dove la fede è stata ridotta a semplice moralismo, pertanto, «il cristiano modello non è più l'apostolo che evangelizza, ma il filantropo che si mette i sandali e fa del volontariato in Africa come un turista». Inoltre ci sono, «diocesi dove si organizzano costosi festival, convegni su ogni argomento, assemblee dove il microfono viene dato a pagani e nemici della Chiesa, presentati come profeti e come maestri di quello che dobbiamo fare noi. Sarebbe come se un medico organizzasse un convegno pagando profumatamente un becchino chiedendo a lui come si deve fare per curare la gente e farla durare a lungo».

Leggere il Concilio secondo le ideologie ha portato a risultati disastrosi, occorre cambiare se no si muore. Del resto è stato chiaro, Benedetto XVI, nel suo ultimo discorso, il 14 febbraio 2013, ha detto chiaramente che «C'era il Concilio dei Padri – il vero Concilio -, ma c'era anche il Concilio dei media. Era quasi un Concilio a sé, e il mondo ha percepito il Concilio tramite questi, tramite i media. Quindi il Concilio immediatamente efficiente arrivato al popolo, è stato quello dei media, non quello dei Padri [...]».

Ritornando alla parrocchia, l'auspicio di don Brugnoli è di veder campeggiare su ogni Chiesa cattolica del mondo lo slogan: «Benvenuto a casa!», è una frase che indica un modello di Chiesa, un marchio di qualità, un programma, una meta, un cambio di mentalità. Occorre proporre, «una parrocchia dove ci si sente a casa, perché l'accoglienza è curata nei minimi particolari e perchè si respira uno spirito di famiglia dei figli di Dio [...]».

Allora che fare? Come migliorare, la qualità delle nostre parrocchie? Come far sì che i fedeli non siano annoiati dall'omelia, le cassette delle offerte vuote, come migliorare la proposta?

Il testo di Brugnoli si divide in tre parti: la location, le persone, le attività. La location è il biglietto da visita delle nostre parrocchie e visto che viviamo nel mondo in cui l'immagine e la grafica sono cose decisive, un certo restyling esterno è necessario. Occorre tenere conto che nella parrocchia vivono persone, non siamo in un'azienda, ma una famiglia. Poi ci sono le attività: l'agire concreto della Chiesa nel mondo. Anche qui bisogna ricentrare queste attività.

«Questo manuale l'ho scritto, - scrive Brugnoli - pensando soprattutto ai tanti buoni laici che frequentano le nostre parrocchie e con grande fede si ostinano a partecipare alle nostre Messe domenicali». Nonostante tutto questi laici hanno ancora fede. Ebbene rivolto al laico, il sacerdote, categoricamente sentenzia: «la parrocchia che tu hai vissuto da bambino è morta. Quella dei campi scuola, dei campeggi, dei grest, del calcio balilla e dei lecca lecca al bar dell'oratorio, è irrimediabilmente morta. Potrà anche dispiacere, ma è morta [...]la parrocchia del XXI secolo oggigiorno non sa più cosa fare: ha perso lo scopo, l'obiettivo. Non ha più idee. Una volta tutti sapevano che si andava in chiesa per salvarsi l'anima e per imparare a portare la croce (che poi si viveva in famiglia, al lavoro, nella malattia). Oggi non si sa più a che cosa serva la religione e si va in chiesa perchè un Dio ci deve pur essere e forse mi servirà dopo morto. Ma della salvezza delle anime, anche in questa vita, non parla più nessuno».

Don Brugnoli è ricco di consigli, mette in guardia il fedele da tante cose, tra queste, quello di non lasciarsi clericalizzare dai parroci. Ai preti consiglia di formare gli evangelizzatori, non solo di evangelizzare lui stesso il mondo, come farebbe ogni battezzato. Il luogo Chiesa, secondo Brugnoli, non è quello «dove la gente va a farsi evangelizzare, ma il luogo dove i battezzati, ossia gli evangelizzatori, si ritrovano per adorare il Signore, per attingere forza, per imparare a evangelizzare il mondo esterno». Pertanto, «una Chiesa che ha cento membri,- secondo Brugnoli - dovrebbe avere cento evangelizzatori e non cento quasi-preti! L'adempimento del grande mandato non è un compito solo dei preti, né di pochi individui, ma è la funzione di tutto il corpo di Cristo».

E' questa la vera promozione del laicato che i preti devono fare nella Chiesa, non un camuffato clericalismo, che farebbe dei laici dei quasi-preti.

Il libro è da leggere tutto, magari si possono avere delle riserve sui consigli finali che fanno riferimento a certo cristianesimo anglosassone, al worship, della chiesa anglicana, a quel stile evangelico di pregare. Non è tanto chiara questa visione di Chiesa che don Brugnoli cerca di importare nelle nostre parrocchie. Tuttavia trovo molto interessante i tanti spunti critici che propone come quello della location della parrocchia. «Anche l'occhio vuole la sua parte».

Il Cristianesimo è la religione dell'incarnazione e non della Ragion Pura. Serve il contatto, la bellezza, l'immagine, l'odore. I cinque sensi sono tutti sollecitati nel cristianesimo. Ecco perché la Chiesa ha costruito le cattedrali, ha eretto croci, ha raffigurato immagini bellissime della maternità di Maria e tanto altro.

Ogni chiesa come edificio ha bisogno di una presentazione, quale immagine di Chiesa trasmettiamo. La gente deve vedere che in chiesa si entra per dare gloria a Dio e a Dio solo. Allora bisogna curare i cartelli, la bacheca degli avvisi, poi occorre possibilmente guardare anche ai parcheggi. L'interno della chiesa dev'essere ordinato e pulito. Ad esempio le candele devono essere quelle di cera e non elettriche. Proporre anche una buona musica di sottofondo, che si oda appena. Possibilmente il gregoriano. Continuando con la struttura interna della chiesa, don Andrea polemizza con quelle chiese dove hanno estromesso il tabernacolo (a proposito ho notato che i bambini della scuola primaria non sanno cosa sia) dal centro della chiesa, «si è deciso che il centro a cui inchinarsi sia un blocco di marmo[...]». Praticamente l'altare con il tabernacolo è stato isolato in una cappella a parte. Una vera e propria eresia architettonica. Ora al centro troviamo i preti con la loro sedia, Lui, il Protagonista per eccellenza l'abbiamo messo da parte. Ma questo non è stato il Concilio a volerlo, secondo Brugnoli, ma come al solito sono stati i cosiddetti «novatori postconciliari che ci hanno fatto credere che le loro idee fossero quelle decise da tutta la Chiesa». A volte per trovare il tabernacolo bisogna fare una caccia al tesoro.

Naturalmente Brugnoli polemizza anche sull'orientamento dell'altare. Prima era verso Oriente, luogo della nascita del vero sole, che è Cristo Risorto. Oggi di altari se ne vedono di tutti i tipi. Penso alla polemica scoppiata sui social che ho intravisto qualche giorno fa di una chiesa di una cittadina a nord di Milano.

Poi Brugnoli si sofferma sulla distruzione delle balaustre, dove i fedeli potevano inginocchiarsi per ricevere la Santa comunione.

Su questi temi, alcuni anni fa, Camillo Langone, giornalista de Il Foglio, ha scritto un ottimo libro. «Guida alle Messe», pubblicato da Mondadori.

Tuttavia Brugnoli è attento anche agli ambienti della Parrocchia: le stanze, le aule, dove si svolge il catechismo, il salone, la segreteria del parroco, l'oratorio in generale. Tutto dev'essere ben curato ed accogliente, capire l'uso di ogni stanza: quella per i bambini, per i giovani, gli adulti etc. E poi la sala mensa, si può evangelizzare anche mangiando. Il cattolicesimo ha sempre dato spazio all'aspetto conviviale. Anche qui nel libro si sottolinea il decoro della tavola, si entra nei dettagli: i piatti, i bicchieri, che non siano da osteria, anche le sedie, le lampade accoglienti al led, é importante curare il look dell'ambiente parrocchiale. Stupisci gli ospiti che vengono in parrocchia con la musica, le luci, il dolce speciale e il buon vino.

Per quanto riguarda le persone, è importante che la parrocchia abbia una visione. Tutte le attività devono mirare a uno scopo, per esempio «Risvegliamo la Chiesa». Risvegliare i cristiani rendendo ciascuno un discepolo-missionario.

Occorre avere un piano, una mappa che guida lo sviluppo di una comunità. Perché lo scopo deve essere di formare persone in grado di evangelizzare e di servire la Chiesa per costruire una comunità capace di portare tutti a Gesù. La vision deve essere conosciuta da tutti, capita che in parrocchie le cose si bloccano perchè ognuno persegue una visione diversa. Tutti in parrocchia devono sapere dove stiamo andando.

Diceva un vescovo, «le nostre parrocchie assomigliano a uno stadio di calcio. Ci sono solo ventidue persone che corrono all'impazzata e altre migliaia che stanno a guardarle».

Il Vaticano II ha auspicato un maggiore coinvolgimento del laicato cattolico nell'opera evangelizzatrice della Chiesa, ma in questi decenni, gli “impegnati” sono diventati sempre di meno. Qui Brugnoli dà qualche consiglio come “reclutare” persone giuste per “lavorare” in parrocchia. Peraltro ci tiene a sottolineare che lui incarica le persone, sempre con una scadenza, per un anno, tre anni. Così non si creano false aspettative. I volontari sono necessari alla vita parrocchiale.

Bisogna tenere insieme i collaboratori e soprattutto avere chiaro chi comanda, chi decide, a chi bisogna rendere conto. Bisogna definire bene i ruoli da svolgere, il grado di “potere” che una persona riceve dall'autorità.

Le riunioni non devono finire in “riunionite”, se servono per discussioni e tensioni, è meglio non farle, devono servire per crescere, non per distruggere. Importante illustrare a tutti il lavoro degli altri, per comprendere meglio la vision, la mission parrocchiale.

Anche qui Brugnoli ci invita a curare i dettagli, per esempio, ringraziare sempre le persone anche per cose minime

Nell'ultima parte, il testo affronta il tema delle attività. L'autore del testo ci tiene a fare precisazioni. La Chiesa esiste per edificare i credenti, cioè per fare dei discepoli di Gesù, capaci di formare altri discepoli. La parrocchia deve realizzare queste tre finalità. Pertanto le sue attività sono di tre tipi: culto, servizi, formazione dei discepoli. Interessante quest'ultimo aspetto, la formazione avviene nelle cellule, potrei aggiungere nei cuib, nelle croci, conoscendo altri metodi formativi.

Sicuramente il tutto deve essere orientato al grande mandato: fare discepoli. Possibilmente «imitando quel che Gesù fece con i suoi Apostoli e poi quello che gli Apostoli fecero con le diverse comunità [...]». Dunque continua Brugnoli, «gli ambienti parrocchiali dovrebbero essere quello spazio dove il grande mandato di fare discepoli si vede in azione». Non contano le strutture, ma quello che si fa dentro.

Infine nel suo libro-manuale don Andrea si sofferma molto sul catechismo, sulla preparazione ai sacramenti, sulla liturgia. Il catechismo – dice – è fatto per chi ha già incontrato il Signore. La catechesi non è l’annuncio, viene dopo di esso. Prima di tutto bisogna suscitare l’atto iniziale di fede nei confronti di Gesù Salvatore. Bisogna pensare a fare il primo annuncio ai bambini e ai ragazzi, tenendo conto che il test per sapere se l’annuncio è arrivato a destinazione è vedere se il bambino (o adulto) adora Gesù, se si inginocchia davanti al Tabernacolo e Gli parla. Se questo c’è, allora la catechesi diventa un cammino di discepolato.

E' fondamentale il primo annuncio, far conoscere Cristo vivo, oggi. «Gesù, non è un cadavere importante di cui raccontare la storia, come quella di un personaggio storico, ma è un uomo che, incredibilmente, è possibile incontrare oggi. Quell'uomo vive ancora oggi. Egli è capace di cambiarti oggi la vita, di parlarti nel cuore, di guidare le tue azioni e di darti la forza del Suo Spirito ogni volta che ne hai bisogno[...]».

Soltanto quando una persona, un bambino, ha fatto previamente questo incontro, allora ha senso parlare di catechesi, «altrimenti – scrive Brugnoli – è come costruire una casa sul nulla, sulla sabbia, senza fondamenta. Lo vediamo tutti che al primo venticello ormonale della preadolescenza quest'edificio crolla miseramente».

Purtroppo oggi non si tiene conto di questo. Oggi un progetto catechetico, non può partire dai contenuti della fede, prima bisogna incontrare Gesù. «Sarebbe come spiegare come far funzionare un aeroplano a chi non ha alcuna intenzione di salirvi sopra».

Il catechismo oggi come viene svolto nelle parrocchie è un disastro, talvolta può essere anche dannoso, secondo don Andrea. L'ex parroco è anche contro la “pastorale del ricatto”, che è l’esatto opposto del primo annuncio: approfittare del fatto che i genitori vogliono battezzare il figlio per obbligarli a un certo numero di incontri. Anche qui: prima ci vuole la fede e la conversione, poi la Chiesa forma i suoi figli.

Nel testo Brugnoli considera tanti tipi di parrocchie. C’è la Parrocchia Addams, dove tutto è in disordine e piuttosto lugubre; c’è la Parrocchia Social, brulicante di volontari, tutti con la barba, i sandali ai piedi e dove si fa un sacco di cose: lavoretti per il Terzo mondo, raccolte equosolidali, vendita di prodotti missionari; c’è la Parrocchia Milàn, dove i preti recitano la messa con l’i-Pad e si fanno progetti pastorali con organigrammi e votazioni in Consiglio pastorale; ma c’è anche la Parrocchia Asilo, dove si ospitano i bambini quando i genitori lavorano, si organizzano campi scuola e grest quando le scuole sono chiuse, si fanno feste di compleanno e si ospitano riunioni condominiali e comitati di quartiere.

Chi legge il libro si accorge che l'ex sacerdote vuole costruire una parrocchia diversa.

Concludo con qualche provocazione finale del parroco: «in tutto questo libro ho cercato di mostrare come esiste un modo diverso di vivere la vita cristiana. Il mondo di Dio non è la parrocchia e la salvezza non è solo dentro alla Chiesa, e ancor meno solo dentro ai limiti territoriali parrocchiali! Molti cristiani buoni sono bloccati dai confini delle loro parrocchie, spesso identificate con i soliti maggiorenti capitanati da un parroco non sempre all'altezza della situazione».

 

 

 

 

I “giovani d’oggi” ci sono sempre stati: ogni epoca ha avuto i suoi. Ogni epoca li ha incoraggiati, redarguiti, blanditi, invidiati, condannati. Il fatto è che invecchiamo, e costruiamo categorie per rappresentarli. E ripetiamo, più o meno consapevolmente, un ritornello identico a se stesso dai tempi in cui Cicerone si lagnava delle acconciature dei ragazzi della sua epoca.

L’ambizione di questo libro non è quella di definire i giovani, quanto di incontrarli, confrontarsi con loro, tenendo sempre bene a mente che le idee non hanno anagrafe. E cercare di capire come funziona una staffetta generazionale, a scuola, tra i banchi, e fuori, tanto più impegnativa nel passaggio fra due secoli, con l’ingombrante eredità novecentesca da proporre a chi è nato nel ventunesimo secolo. La prospettiva dei due autori, in questo senso, appare complementare: da una parte quella di uno scrittore, Paolo Di Paolo, che tenta di costruire un’alleanza con i fratelli minori; dall’altra quella di Carlo Albarello che, da educatore, ha vissuto e vive con i ragazzi fianco a fianco, studiandone i gesti, le parole, i desideri.

GLI AUTORI

Paolo Di Paolo è nato nel 1983 a Roma. È autore dei romanzi Dove eravate tutti (2011), Mandami tanta vita (2013, finalista Premio Strega) e Una storia quasi solo d’amore (2016), tutti editi da Feltrinelli. Ha pubblicato inoltre Vite che non sono la tua. Il bello dei romanzi in 27 storie (Laterza 2017), Tempo senza scelte (Einaudi 2016) e, per bambini, La mucca volante (Bompiani 2014, finalista Premio Strega Ragazze e Ragazzi). Collabora con «la Repubblica» e «L’Espresso».

Carlo Albarello, a lungo insegnante di lettere al liceo classico Virgilio di Roma, lavora oggi al Cepell, Centro per il libro e la lettura. Ha ideato e coordinato l’attività dell’Atlante digitale del Novecento letterario (anovecento.net), ed è membro dell’Associazione degli italianisti. Scrive su «Huffington post» e collabora con l’università di Roma La Sapienza, dove tiene seminari sui rapporti tra letteratura, architettura e psicoanalisi. 

DATI TECNICI - ISBN 978-88-311-7533-3 - pp.136 prezzo: € 15,00

Sono aperte le iscr­izioni alla VI edizi­one del  "Premio int­ernazionale di Poesia Madonna dell’Arco", organizzato dall'A­ssociazione socio-cu­lturale Madonna dell­'Arco, presieduta da Enrico Del Gaudio e in collaborazione con l’Istituto Compre­nsivo Luigi Denza.
Una kermesse di cul­tura e spettacolo tra il Monte Faito e il mare di Castellamm­are di Stabia.
La manifestazione letteraria, che negli anni ha collezionato successi sempre cr­escenti, prese il via nel 2011, con la partecipazione di 50 poeti, 6 istituti sc­olastici e circa un centinaio di ragazzi.
In quella prima edi­zione non furono ass­egnati i primi tre posti nella sezione in lingua napoletana,  poiché la Giuria non ritenne meritevole di salire sul podio nessuna delle poes­ie pervenute alla se­greteria del Premio. Ma, in compenso, fu stampata un’antolog­ia con tutte le liri­che premiate. La rac­colta poetica è pres­ente in diversi Stati europei, come Slov­acchia, Svizzera, Sp­agna, Francia e anche oltre Oceano in Ar­gentina e Canada.
La scorsa V edizione si è conclusa con lusinghieri riscontr­i, annoverando, tra l’altro, tre sezione per gli adulti con 150 poeti partecipan­ti, più due sezioni dedicate ai ragazzi e dodici Istituti sc­olastici presenti. Seicentocinquanta sono state le liriche da esaminare e giudic­are.
Con questa edizione 2019 saranno introd­otte  alcune novità, fra cui l'inserimen­to della sezione “Ra­cconti brevi”. Il co­ncorso sarà suddiviso in 3 sezioni più 2 sezioni speciali, gratuite, dedicate ai ragazzi delle scuole elementari e medie.
Alle sezioni per ad­ulti possono parteci­pare poeti e scritto­ri residenti su tutto il territorio nazi­onale e internaziona­le. L’organizzazione premierà i poeti me­ritevoli residenti all’estero con coppe e attestati personal­izzati.
Saranno  consegnati “Premi alla Cultura”  a personaggi del mondo della Poesia e dello spettacolo che si sono distinti per il loro percorso artistico.
Il Premio Internazi­onale "Madonna dell'­Arco" sarà pertanto così articolato:
Sezione A:- Poesia singola in Lingua It­aliana. Edita o ined­ita, a tema libero e con un  massimo di 50 versi. Si concorre con 2 liriche.
Sezione B:- Poesia singola in vernacolo di ogni regione d’I­talia.  Edita o ined­ita. a tema libero e con un  massimo di 50 versi. Si concorre con 2 liriche.
Le opere inviate de­vono essere esclusiv­amente scritte a mac­china, al pc, e rigo­rosamente con corpo 12 e carattere Times New Roman. Non si accettano per nessuna ragione testi scrit­ti a mano. Pertanto, tutti gli altri tes­ti inviati in modo diverso verranno escl­usi.
Non si può  concorr­ere con  liriche che si sono classificate al primo posto in altri concorsi lette­rari e il partecipan­te se ne assume la responsabilità. L’org­anizzazione, qualora ne venisse a conosc­enza, anche un istan­te prima della premi­azione, escluderà da­lla classifica il te­sto da premiare e l’­autore non potrà mai più partecipare a questo concorso lette­rario.
Sezione C – Racconto breve. Si partecipa inviando un solo racconto che non supe­ri le 4 cartelle dat­tiloscritte (Quattro fogli A4 con corpo 12 e carattere Times New Roman). Anche in questa sezione non verranno accettati testi scritti a mano, o in qualsiasi alt­ra maniera.
I partecipanti poss­ono liberamente conc­orrere ad ogni sezio­ne versando il relat­ivo contributo volon­tario per le spese organizzative.
Sezione speciale:
Sezione D:- Premio ”I Caduti di Schito”
Categoria poesia si­ngola in Lingua Ital­iana per gli alunni fino alla V elementa­re.
Categoria poesia si­ngola in Lingua Ital­iana per gli alunni che frequentano le scuole medie fino al III  anno.
A queste due sezioni possono partecipare tutti gli alunni d’Italia, che frequen­tano le scuole eleme­ntari e medie, con  max 2 liriche e con un massimo di 30 ver­si ciascuna.
La premiazione avrà luogo nei primi gio­rni di Maggio 2019 in Castellammare di Stabia (NA) presso l’­Istituto Scolastico ”Luigi Denza” situato alla via Traversa Fondo D’Orto nei pre­ssi del Rione Ponte della Persica (uscita autostrada A/3 - casello di Castellamm­are di Stabia). Per informazioni sul per­corso o altra inform­azioni inerenti il concorso, ci si può rivolgere alla segret­aria del Premio Anna Maria Gargiulo.
Ancora una volta, i poeti tutti, reside­nti in Italia e dall­’estero, i ragazzi appartenenti ai vari istituti scolastici, attraverso i loro docenti, sono invitati a partecipare a qu­esta iniziativa cult­urale.
Quest’anno, come ne­lle scorse edizioni, la serata sarà cara­tterizzata da momenti di spettacolo,  mu­sica, cabaret, ballo, teatro e cinema.
Hanno aderito la Re­gione Campania e il Comune di Castellamm­are di Stabia che ha­nno concesso il patr­ocinio alla manifest­azione, ma anche rea­ltà di altre regioni, come l’Associazione Orme di Cultura de­lla Regione Calabria e le Associazioni La Madia Dell’Arte e il Violetto di Schit­o.

Ho letto diversi libri sul Risorgimento, sull'unità d'Italia, su Garibaldi, ma uno come quello che ha scritto Riccardo Pazzaglia, ancora no. Mi riferisco a «Garibaldi ha dormito qui. Storia tragicomica dell'unità d'Italia», Arnoldo Mondadori Editore (1995). E' un libro intriso di sarcasmo, di ironia, di irriverenza, di critica beffarda nei confronti dei tanti personaggi, protagonisti della storia risorgimentale. Pazzaglia con un humor partenopeo-britannico, nel testo non si esime dal ridicolizzare i cosiddetti padri della patria a partire da Garibaldi, Vittorio Emanuele, Mazzini, Cavour.

Consulto internet e apprendo che Pazzaglia viene indicato come uno dei più noti scrittori umoristi italiani. Leggo che  «la provocazione surreale, paradossale del suo linguaggio viene da decenni di esperienze radiofoniche e televisive - come conduttore, autore e regista  - di testi di teatro, di cinema come regista e sceneggiatore, di corsivi satirici su quotidiani e riviste. Sul grande quotidiano del Sud, Il Mattino, la sua caustica rubrica “Specchio ustorio” è stata seguita per oltre venticinque anni con immutato interesse dai lettori»

Il giornalista che è scomparso nel 2006, nel libro si presenta come un «'inviato speciale nel passato' di un giornale inesistente». Racconta la storia facendosi «aiutare» da personaggi più o meno reali, entra nei particolari, nell'intimità dei protagonisti, in particolare in quella di Garibaldi, che hanno fatto l'unificazione del Paese.

Attenzione il testo di Pazzaglia nonostante abbia queste caratteristiche, è un libro che ha, tutte le qualità per essere un testo ben documentato, e pertanto, racconta la verità storica. Anche se il testo non ha note che rimandano alle fonte e non presenta nessuna bibliografia, dalla lettura si desume che l'autore abbia letto e consultato diversi libri. Anzi vorrei aggiungere, dopo aver letto queste pagine così dissacranti nei confronti dei cosiddetti eroi risorgimentali, dei quattro padri della patria, non si comprende come di fronte a personalità così mediocri si sia potuto con tanta leggerezza dedicargli vie, piazze, statue, busti e vie di seguito.

Certo il giornalista campano sostiene alcune tesi alquanto bizzarre, per esempio che la spedizione dei Mille è la conseguenza di una burrascosa separazione coniugale. Inoltre scopre, che è fatale al Regno delle Due Sicilie, ancora un matrimonio: «quello (stavolta purtroppo riuscito) fra una principessa bigotta di casa Savoia e Ferdinando II, da cui nasce Francesco, un malconcio principe che in famiglia chiamarono lasagna». Naturalmente non condivido per niente la descrizione che offre il giornalista della regina Maria Cristina, definendola sostanzialmente una bigotta, che «non ha fatto che vivere tra litanie, tridui, novene, esercizi spirituali, penitenze, rosari [...]». Probabilmente Pazzaglia, preso dal solito humor irriverente, in questo caso si allinea alla maggioranza di tanti pseudo storici. Non discuto la devozione  di Maria Cristina, peraltro per la Chiesa è beata e speriamo presto santa, ma trovo inaccettabile il termine bigotta, per una ragazza che in soli tre anni ha “rivoluzionato” il Regno.

Per una corretta descrizione della giovane regina sabauda, rimando alla lettura delle mie recensioni (come sempre anomale) al libro di Mario Fadda e Ilaria Muggianu Scano, Maria Cristina di Savoia. Figlia del Regno di sardegna, regina delle Due Sicilie, Arkadia editore (2012) .

Comunque sia, Pazzaglia dà spazio anche a quello che succede dietro le quinte della Storia, nei letti matrimoniali. Il 10° capitolo, viene proprio intitolato, «la diplomazia delle lenzuola». E qui che si racconta del tour parigino della Contessa Castiglione. E poi le escursioni sessuali di Garibaldi, «eroe professionista, dopo le battaglie va a letto con le ' camicie rosse da notte', fra le quali a Napoli, viene arruolata perfino Madame Bovary».

Il rapporto con le donne di Garibaldi è molto intenso, curiosa e alquanto bizzarra la proposta che fa alle donne palermitane quando si accorge che all'orfanotrofio muoiono novanta lattanti su cento. Per Pazzaglia, «è un chiaro invito a tirar fuori le mammelle», che peraltro le procaci dame palermitane, esagerando un po' gliele vanno a portare direttamente al Palazzo Reale, dove lui risiede.

Pertanto Pazzaglia puntualizza, «ricomincia così anche in Sicilia il pellegrinaggio erotico delle patite per l'eroe. Dice un volontario toscano: “Appena finisce una battaglia, si riapre il troiaio”». Una situazione che assomiglia molto all'harem   'costruito' da Gabriele D'Annunzio nella sua residenza sul Garda.

Pazzaglia continua a precisare che l'eroe dei due mondi, «più che dagli austriaci e da Camillo Benso, Garibaldi sarà sempre perseguitato dalle donne. Per tutta la vita gli perverranno quintali di ciocche di capelli di tutti i colori; tonnellate di ritratti e di poesie. Le inglesi specialmente gli correranno dietro[...]». Una di queste addirittura, riuscirà a tagliargli le unghie, e a conservarle come reliquie. Sembra che anche le monache di un convento palermitano sono coinvolte nell'entusiasmo per Garibaldi.

Pazzaglia sempre con il tono ironico ci racconta gli ultimi giorni del grande regno del sud, fino alla capitolazione della piazzaforte di Gaeta. Il testo, già nel primo capitolo si presenta con un pezzo forte, si tratta di una scheda di presentazione di Garibaldi, da parte della polizia politica del Regno Sardo. «Nel bel principio di sua vita adulta, si trovò complicato in delitti politici e venne imprigionato. Uscito dalla prigione, si associò ad altri proscritti del suo genere e, noleggiato un piccolo naviglio, si diede a scorrere il mare facendo l'onorato mestiere di Pirata».

Il testo di Pazzaglia è denso di particolari, riguardo alle tante, troppe, «scappatelle»del generale e tra queste merita una menzione particolare la sgradita «sorpresa» della giovane adorabile Giuseppina Raimondi. Garibaldi si invaghisce di questa giovane ragazza ma sul punto di sposarla, la trova incinta e per lui grande conoscitore di donne, è un oltraggio insopportabile. E' il 24 gennaio 1860, per distrarsi e dimenticare Garibaldi andrà a preparare la cosiddetta Spedizione dei Mille. E così «Francesco II, a Napoli, in questo momento non sa che fra pochi mesi perderà il trono per colpa di una sposa incinta».

Interessante la dettagliata descrizione dei Mille, da parte di Pazzaglia: intanto erano mille e ottantasette. C'erano centocinquanta avvocati, cento medici, venti farmacisti, cinquanta ingegneri. Il resto, professori, musicisti e soprattutto perdigiorno. I Mille, scrive Pazzaglia, «[...]quasi tutti, partendo per la Sicilia, stanno scappando da qualcuno e da qualcosa: mogli abbandonate, amanti infuriate, figli illegittimi, debiti, conti da regolare con la Giustizia, ma non sempre per ragioni politiche».

Più avanti aggiunge: «quasi tutti sono alla ricerca ossessiva di nuove sottane da conquistare».

Probabilmente la spedizione dei Mille è l'avvenimento più farsesco di tutto il Risorgimento. Ma prima di parlarne, vediamo il trattamento di Pazzaglia nei confronti della tragica disavventura di un altro “eroe”, Carlo Pisacane. Anche qui c'è una descrizione non agiografica del personaggio. Intanto si dà conto della sua ambigua relazione con le donne, da quella avuta con una giovane già sposata, conosciuta durante la sua permanenza nella piazzaforte di Civitella del Tronto e poi l'altra tormentata relazione con Enrichetta Di Lorenzo, madre di tre figli. Poi il continuo peregrinare, la partecipazione alla rivoluzione romana con Mazzini. Infine si trova coinvolto, forse non sapendo più cosa fare, nella missione impossibile, quella di far sollevare le popolazioni calabresi contro il Borbone. «Ci vuole uno scervellato, uno sconsiderato, un imprudente e, perchè no, uno squattrinato che non sappia come uscire dalla situazione economica e sentimentale insostenibile: è il ritratto di Carlo Pisacane».

Il 9° capitolo è dedicato al re Francesco II, descritto probabilmente per quello che è stato, un debole, timido, malinconico e probabilmente un po' fatalista, sopratutto, quando ha abbandonato Napoli, senza combattere.

Ritornando alla narrazione della conquista del Sud, titolo di un brillante pamphlet dell'indimenticabile grande narratore Carlo Alianello, a partire dal 12° capitolo (I pantaloni bianchi si ritirano) si scrive sulla veloce marcia trionfale di Garibaldi alla conquista del povero regno Duo siciliano. Qui naturalmente la descrizione tragicomica di Pazzaglia dà il meglio di tutta l'opera. In primo piano c'è l'opposizione militare dell'esercito borbonico che rasenta il programma di “oggi le comiche”. Prima Lanza, poi Landi, invece di combattere, arretrano in continuazione. Praticamente, ormai come hanno scritto quasi tutti gli storici, tutti gli ufficiali borbonici fanno di tutto per nascondere il proprio tradimento al loro legittimo Re.

Infatti, «quando i garibaldini non ce la fanno più e stanno per essere sopraffatti, - scrive Pazzaglia - la tromba suona la ritirata. Ma non è Beppe Tironi che suona, la tromba è quella del trombettiere borbonico. Tutti – come si dice – non riescono a credere alle proprie orecchie, né le camicie rosse, né i pantaloni bianchi. La carrozza del generale Landi si allontana verso l'abitato di Calatafimi, [...]I soldati borbonici, increduli, cominciano a ritirarsi ordinatamente, protetti dalla cavalleria». Nota Pazzaglia, «c'è perfino la cavalleria, come mai non viene lanciata verso i garibaldini esausti, che crollano a terra per la stanchezza tra i loro trentadue morti e centinaia di feriti?».

Sempre a riguardo dei tradimenti degli ufficiali borbonici, Pazzaglia dà conto della raccapricciante e umiliante lettera di armistizio, scritta a Palermo, dal generale Lanza,  indirizzata a Sua Eccellenza, il generale Garibaldi. E qui c'è la frase volgare, irriguardosa diretta a Lanza di Pazzaglia, che sull'episodio cita il commento dell'ammiraglio inglese Mundy, l'eminenza grigia che ha seguito dalla sua nave tutta la spedizione garibaldina. Il Mundy facendo riferimento a Garibaldi, così commentava: «[...]L'uomo che fino a quel momento era stato stigmatizzato con gli epiteti più vituperosi della umana natura e denunziato nei proclami come un pirata, un ribelle, un filibustiere, eccolo elevato al titolo di Generale e di Eccellenza[...]».

Soltanto un ufficiale, si è distinto, facendo il proprio dovere di soldato, mi riferisco al maggiore Ferdinando Beneventano Del Bosco, che si è battuto come un leone in quel di Milazzo e per poco non riusciva ad avere la meglio dei garibaldini. La terza battaglia della Sicilia, quella di Milazzo,viene descritta da Pazzaglia in modo dettagliato.

Il 19 capitolo del libro è dedicato a «quella canaglia di Nino Bixio». E subito il pensiero si rivolge alla carognata di Bronte, dove gli eccidi diventano stragi.

Ma ritorniamo alla spedizione, il testo racconta degli ultimi avvenimenti, l'arrivo di Garibaldi a Napoli, mentre prima Francesco II abbandona precipitosamente la capitale. Liborio Romano, ultimo ministro napoletano, prepara l'arrivo del generale “liberatore”, si fa aiutare dai capi camorristi e anche da quelle donne, sempre prime a correre tra le braccia del vincitore. Naturalmente Pazzaglia è attento a descrivere la “sacra” scena dell'arrivo col treno e poi della festa.

Poi si passa alla battaglia del Volturno, che non mormorò. Qui l'autore descrive la battaglia, Garibaldi si posiziona sempre su un altura per trovarsi contemporaneamente fuori pericolo, è successo anche a Calatafimi. Peraltro secondo Pazzaglia, era una abitudine del generale, vedere le battaglie dall'alto, ecco perché la “fortuna”, ha sempre accompagnato il nostro eroe. Viene colpito soltanto sull'Aspromonte, dal fuoco”amico”.

E per concludere, l'ultima battaglia, quella della fortezza di Gaeta, l'unica volta che Francesco II abbia resistito insieme alla sua giovane regina Maria Sofia. Anche qui Pazzaglia da inviato di un giornale inesistente, racconta gli avvenimenti, l'eroismo dei soldati napoletani, insieme ai loro ufficiali rimasti fedeli al loro Re. I piemontesi dal mare vomitano migliaia di bombe sull'inerme fortezza che alla fine deve arrendersi. E quindi non rimangono che «gli occhi per piangere».

Oltre a pubblicare i consueti proclami finali alle popolazioni napoletane del re Francesco, Pazzaglia da giornalista presenta anche la situazione politica del momento. Si fa aiutare dal generale Del Bosco, che ha mantenuto i contatti con i centri di resistenza in Calabria, che lui stesso aveva cominciato a preparare, probabilmente per farne la Vandea d'Italia. Dalle risposte di Beneventano si evince che le azioni del cosiddetto brigantaggio erano già iniziate. E qui il discorso si fa interessante, perché l'”inviato” Pazzaglia, chiede a Del Bosco come mai nessuno ha sfruttato la Calabria, il territorio ideale per fare la guerriglia e quindi per contrastare l'avanzata garibaldina. Naturalmente l'argomento è interessante per una possibile ed eventuale ricerca storica. Per il momento mi fermo, prossimamente riprenderò l'argomento presentando l'ottimo e documentato testo di Gilberto Oneto, l'Iperitaliano (riferito a Garibaldi), pubblicato alcuni anni fa dalla casa editrice Il Cerchio.

Un'ultima annotazione, da quello che vedo in rete, il testo di Pazzaglia non è stato ripubblicato, evidentemente dà fastidio alla cosiddetta storia ufficiale.

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