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Giovedì, 21 Novembre 2019

Grecia madre della civiltà occidentale, del pensiero filosofico-scientifico, della democrazia. Un lascito immenso che quella piccola, straordinaria terra protesa con i suoi grappoli d’isole tra Ionio ed Egeo ha veicolato, e consegnato al mondo, nella sua lingua. La duttile e sottile lingua di Omero e di Erodoto, essa stessa patrimonio di civiltà, la cui storia prosegue nel greco moderno, così diverso ma pure così affine all’idioma classico.

Sul tema il Municipio ha organizzato, con un ampio parterre di istituzioni diplomatiche e culturali sia italiane che elleniche, una giornata dedicata in Campidoglio, alla Protomoteca, per la presentazione del volume La lingua greca. Una storia lunga quattromila anni di Maurizio De Rosa, presente l’autore  insieme ai docenti degli atenei di Roma e Venezia, ha moderato l’assessore municipale – e docente di lingue classiche – Elena De Santis. L'attrice Francesca Minutoli ha letto brani in greco.Nel 22 novembre sara la presentazione del libro a Milano alla sala Bauer alle 17.30....

Il libro “La lingua greca: una storia lunga quattromila anni” del filologo e traduttore Maurizio De Rosa, pubblicato dalla casa editrice “ETPbooks” di Enzo Terzi, il mese di aprile, si pone lo stesso obiettivo; quello di evidenziare, tracciando il percorso evolutivo della lingua, questo segno distintivo del greco, di spiegare, quindi, i motivi storici che hanno condizionato e consentito la summenzionata continuità, “che garantisce alla lingua greca un posto unico nell’ambito delle lingue indoeuropee e mondiali”.

Il libro, dunque, adottando questo approccio storico, a prescindere dalle mitologie di un’eccezionalità quasi metafisica del greco, senza deificarlo o parlarne all’insegna di un occultismo linguistico, senza relegarlo in un passato lontano e inattuale, offre un resoconto accessibile, avvincente e convincente, della sua ininterrotta realtà dalle prime attestazioni della sua esistenza fino ai nostri giorni. Spiega e parla del fenomeno della continuità della lingua greca attraverso la storia e gli avvenimenti che ne hanno caratterizzato l'evoluzione, trattando le trasformazioni della lingua come effetto, talvolta anche causa di eventi significativi, la lingua come veicolo e contenitore, portatore e ricettore delle relative ripercussioni

L’articolazione del libro, strutturato su una diffusa periodizzazione della lingua greca e corredato da due note di approfondimento e una tavola cronologica dei fatti e dei personaggi salienti, propone un racconto lineare e cronologico della sua evoluzione, che segue con disinvoltura i sentieri sinuosi e le peripezie della storia rocambolesca del greco. Prendendo le mosse dalle prime attestazioni della lingua sulle tavolette in Lineare B (XIV/XIII sec. a.C.) dei palazzi micenei, il libro presenta tutta l’evoluzione del greco in sei periodi che ne segnano le tappe decisive: dal greco antico e i suoi diversi dialetti (tavolette in Lineare B-300 a.C.) alla fase dell’avvento e della diffusione della koiné (300 a.C. - 600), lingua veicolare di tutto il Mediterraneo dell’epoca, entro la quale si verificò anche la comparsa di un fenomeno che d’allora in poi accompagnerà la storia del greco fino ai nostri giorni, quello della “diglossia”, ossia “della divisione tra lingua dotta (tendenzialmente scritta e conservatrice) e lingua volgare o demotica (tendenzialmente orale e aperta alle innovazioni)”; dall’età dell’Impero bizantino, suddivisa per quanto riguarda la storia linguistica nei periodi del greco protobizantino (600-1100), e quello tardobizantino (1100-1453), la quale con la sua durata millenaria e la sua mentalità ebbe un ruolo fondamentale per la continuità della lingua, alla fase della dominazione ottomana (1453-1821) e agli sforzi degli intellettuali di conservare una lingua progressivamente assurta a uno dei principali collanti identitari della nascente nazione greca; arrivando, infine, al periodo del neogreco o greco moderno (dal 1821), che inizia con la guerra d’indipendenza e la formazione del neonato Stato greco. Un periodo marcato dall’accesa disputa tra i propugnatori della demotica e quelli della lingua “emendata”, la cosiddetta “questione linguistica”, che a volte susciterà episodi sanguinosi (come i “fatti dei Vangeli” nel 1901). Attraversata da una serie di riforme e controriforme a favore o a carico della demotica, la storia della “questione linguistica”, che assumerà precisi risvolti politici fin dall’inizio del ‘900, si chiuderà definitivamente con la legge 309 del 1976, quando “la demotica venne sancita come lingua ufficiale dello Stato, della scuola e dell’università”. Esito finale, ma nel contempo mutevole e dinamico, di tutto questo percorso plurimillenario, il neogreco standard (ngs), rappresenta “un corpo linguistico entro il cui orizzonte [...] antico e moderno tendono a confondersi e a compenetrarsi”, trovando il loro punto di contatto.

Il tramonto del mondo antico non segna la fine della lingua greca. Idioma veicolare di tutto il Mediterraneo orientale, lingua del Nuovo Testamento, della teologia cristiana e della letteratura bizantina, esso continua il suo ininterrotto percorso storico fino ai nostri giorni sopravvivendo alla dominazione ottomana e alla conseguente dispersione geografica del popolo greco. Dopo la nascita della Grecia moderna, nel 1832, il greco ha dovuto risolvere la questione della lingua, ritardata da venti secoli di atticismo e da quattro secoli di dominazione straniera. Affinato dalla lunga lotta per il trionfo del volgare, oggi il neogreco standard, ricomposto nelle sue due componenti, scritta e orale, offre finalmente ai greci, per la prima volta nella loro storia millenaria, una lingua unitaria che alla profondità storica della tradizione dotta affianca la ricchezza espressiva della demotica, i cui primi esempi risalgono già a Bisanzio. Il libro, rivolto ai studiosi, docenti, studenti e semplici appassionati, offre un approccio scientifico ma non arido all'avvincente storia della lingua greca dalle tavolette in Lineare B fino a oggi. Può interessare chiunque sia curioso di saperne di più sulla lingua che, assieme al cinese, può vantare la maggior continuità storica al mondo e che, come poche altre, può definirsi lingua di cultura per eccellenza!    

“Senza la traduzione abiteremmo province confinanti con il silenzio” diceva George Steiner, il grande filosofo e teorico della letteratura. Ed è a questo combattere contro il silenzio imposto da Babele che si dedica, da più di vent’anni, anche il nostro ospite di oggi.

Filologo e traduttore, per mestiere e vocazione, Maurizio De Rosa ha reso in italiano i libri di alcuni dei maggiori autori greci contemporanei. Tra questi ultimi, per citarne alcuni, Dido Sotiriu, Jorgos Theotokàs, Dimitris Chatzis, Aris Alexandru, Zyranna Zateli, Maro Duka, Pavlos Màtesis, Jannis Maris, Ioanna Karistiani, Vasilis Alexakis, Konstantinos Tzamiotis ecc. Oltre alle traduzioni, ha al suo attivo due libri sulla storia della letteratura neogreca, Voci dall’agorà (2005) e Bella come i greci (2015), e un’antologia del racconto greco contemporaneo, Il vicino di casa (2011). Inoltre, è membro dell’Associazione italiana di studi neogreci e collaboratore fondamentale della casa editrice “ETPbooks”. Nel 2016 il Ministero della Cultura greco lo ha insignito del premio nazionale della traduzione per il romanzo La sorella segreta di Fotini Zalikoglu.    

In una sua ntervista a punto Grecia Maurizio De Rosa dichiara : "in Grecia non mi sono mai sentito uno straniero"...Nel 1992 ero studente di Lettere antiche a Milano e viaggiai per la prima volta in Grecia per il classico tour archeologico. Oltre che dall’archeologia, rimasi affascinato dalla Grecia di oggi, dal misto di continuità e rottura al quale l’università non mi aveva preparato. Fui colto dalla curiosità: cos’era successo al mondo greco dalla fine convenzionale dell’antichità ai giorni nostri? Di cosa era fatto il mondo di quegli uomini e di quelle donne che dicevano ancora άνθρωπος, θάλασσα e ουρανός – per citare Elytis? Tornato in Italia, decisi di approfondire la conoscenza del greco moderno seguendo il seminario della prof. Amalia Kolonia. Dopo la laurea, con una tesi su Elytis, entrai in contatto con l’editore Nicola Crocetti, che in quel periodo dava inizio alla collana di letteratura neogreca Aristea e mi chiese di provare a tradurre per lui. Da allora sono trascorsi una ventina d’anni e circa cinquanta traduzioni.       

 

Il papa San Pio X nell'enciclica «Pascendi», aveva definito il modernismo come la «somma di tutte le eresie», il cui sbocco finale è l'ateismo. La pericolosità di questo fenomeno culturale è stato smascherato dal grande papa. Leggendo l'enciclica, pubblicata un secolo fa, ci si rende conto della straordinaria attualità. Il panorama che viene presentato è come quello del nostro tempo, contrassegnato da una specie di epidemia intellettuale e spirituale.

Il modernismo è una corrente di pensiero, di matrice atea e materialista, che è all'origine del rifiuto dell'Occidente del cristianesimo. Ha raggiunto una posizione egemonica, esercitando una influenza capillare grazie al sostegno dei mass media, del potere politico, economico e finanziario. In particolare sta attaccando la Chiesa cattolica dall'esterno, ma anche dall'interno.

Padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, ha tracciato i lineamenti essenziali in un libro, «L'inganno del modernismo. L'ammonimento della Madonna a Medjugorje», pubblicato da Sugarcoedizioni (2019) nato proprio dai ripetuti appelli della Regina della pace, la Madonna di Medjugorje.

«Fa riflettere il fatto - scrive padre Livio – che la Regina della pace abbia usato per ben tre volte nei suoi recenti messaggi la parola 'modernismo', nel preciso significato di un attacco satanico volto a sviare dalla fede e a distruggere la Chiesa». A questo proposito il direttore di Radio Maria riporta il messaggio della Madonna del 25.3.2015: «Voi, figlioli, pregate e lottate contro le tentazioni e contro i piani malvagi che satana vi offre tramite il modernismo. Siate forti nelle preghiere e, con la croce tra le mani, pregate perchè il male non vi usi e non vinca in voi». In un altro messaggio la Madonna invita a lottare contro il materialismo e il modernismo.

Per padre Livio, la Madonna non poteva essere più chiara, «dietro la corsa al revisionismo della fede, che vede protagonista una turba vociferante di addetti all'industria dell'inganno, ci sono 'tutti i piani malvagi di satana'».

E' un quadro impressionante che aveva ben capito San Paolo VI, quando aveva visto  crescere all'interno della Chiesa un pensiero non cristiano che stava per diventare maggioritario. Oggi attraverso il modernismo, l'obiettivo che satana persegue è il dissolvimento della fede, l'affondamento della barca di Pietro.

Sostanzialmente il modernismo dissolve la fede, che ha avuto una moltitudine immensa di testimoni donando la propria vita. Per i modernisti le verità della fede non sono di origine divina, ma elaborazioni interiori di personalità particolari. Secondo loro bisogna revisionare in continuazione i dogmi e le verità di fede a seconda della sensibilità religiosa dei tempi. In pratica è una «impostazione, che rifiuta il soprannaturale e che fa della religione un'esperienza umana in continuo progresso, prosciuga la sorgente divina della fede e ne fa una pozzanghera dove le menti superbe e superficiali sguazzano a piacimento».

Padre Livio puntualizza che i modernisti non vogliono quel sano e illuminato “aggiornamento”, conseguito da san Giovanni XXIII e dal Concilio. «Si tratta invece  di un attacco diabolico portato avanti da chi ha perso la fede, come l'apostolo traditore, che ha venduto il suo Maestro nel quale non credeva più».

Le radici del modernismo sono antiche, anche se si è sviluppato nello scorso secolo. L'esistenza di Dio fa parte dell'esperienza storica dell'umanità, mentre l'ateismo è un fenomeno circoscritto solo a certe categorie della società. Il modernismo si è potuto sviluppare soltanto nella nostra epoca, caratterizzata dalla “svolta antropologica”, che consiste nell'aver messo l'uomo al posto di Dio. Pertanto viene negata «l'esistenza di una Causa prima che ha creato il mondo dal nulla, divinizzando così la natura e l'uomo[...] Non esiste dunque un Dio creatore, un Essere che sussiste per se stesso e che è la Causa prima di tutte le cose».

Il pensiero che nega l'esistenza di Dio e che divinizza il mondo, è il “panteismo”, quel pensiero che attribuisce le caratteristiche della divinità a tutto ciò che esiste, in particolare all'uomo. E' un'eresia antica, ma che ritorna nel nostro tempo, attraverso quella religione mondiale, dove l'uomo celebra se stesso al posto di Dio.

Padre Livio individua nel modernismo il nuovo umanitarismo, dove si esalta l'uomo, senza la dimensione spirituale, e infatti viene indicato come un animale più sviluppato.

In sette capitoli padre Livio spiega che cos'è il Modernismo, attraverso una serie di negazioni, fa un rapporto completo. Inizia a descrivere del modernismo nella fede.

Si inizia a negare il soprannaturale, la trascendenza, in quanto riduce tutta la realtà alla natura e alle sue manifestazioni. Divinizzazione del mondo e della terra, sono le sue caratteristiche. Certo i cristiani non disprezzano la natura, è un dono di Dio, e pertanto padre Livio più che proporre una “conversione ecologica”, è urgente una conversione del cuore da parte dell'umanità.

Il modernismo nega la Divina Rivelazione. Padre Livio sottolinea che tanti modernisti appartengono al clero, è una grande tristezza, lo constatava a suo tempo San Pio X, poi anche lo stesso san Paolo VI, quando alluse al “fumo di satana” che da qualche dfessura era entrato nella Chiesa.

Il modernismo nega l'opera della creazione, inoltre nega pure la divinità di Gesù Cristo. L'offensiva modernista è rivolta soprattutto contro la storicità dei Vangeli e la figura stessa di Gesù, che viene ridotto a un semplice maestro spirituale. I modernisti  cancellano dai Vangeli tutto ciò che è soprannaturale, come le guarigioni operate da Gesù, tutte le affermazioni dove Gesù rivela la sua divinità. L'obiettivo ultimo per padre Livio è quello di unire tutte le religioni, accettando tutto quello che è conforme al mondo moderno.

Questi modernisti da padre Livio sono paragonati a lupi travestiti da agnelli, che aggirano nell'ovile facendo scempio del gregge. Non c'è da meravigliarsi, la storia della Chiesa è soggetta a queste aggressioni interne.

Il modernismo nega l'origine divina della Chiesa. I modernisti si considerano dei riformatori della Chiesa e vedono in Martin Lutero, il loro antesignano e nei protestanti i loro maestri. Pertanto il protestantesimo va visto come un esempio da imitare. Tutto deve essere cambiato, tutto è in evoluzione.

Tuttavia per noi cristiani dobbiamo seguire i santi, sono loro che «hanno rinnovato la Chiesa con la forza dello Spirito, riportandola alle sue radici evangeliche, ogni volta che il vento della modernità ha soffiato fra le sue mura. Chi potrebbe negare - si chiede padre Livio – che San Benedetto, San Francesco, Santa Caterina da Siena, Sant'Ignazio di Lojola e molti altri siano stati degli straordinari rinnovatori della Chiesa, i cui benefici effetti si fanno sentire anche oggi?».

Il modernismo nega l'aldilà. Con la morte finisce tutto, pertanto secondo i modernisti, la Chiesa dovrebbe interessarsi soltanto dei problemi sociali, in particolare quelli della giustizia e della pace. Per padre Livio una volta eliminato il cielo, non rimane che solo la terra. La vita eterna esce dalla prospettiva della Chiesa, si cerca il paradiso in terra, si deve realizzare qui. Il tema escatologico viene abbandonato. Si nega l'esistenza dell'inferno, nonostante il Vangelo è pieno di riferimenti alla sua esistenza. Si arriva naturalmente a negare anche il demonio. Baudelaire sarcasticamente dichiarava: «la più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esiste»

Il modernismo nella Morale (3° capitolo).

Il modernismo nega la legge morale naturale. Chi stabilisce ciò che è buono e ciò che è male? Per i modernisti non esistono norme oggettive.

Con la diffusione di una visione atea e materialistica della vita, che si è imposta nell'Occidente, sia la fede che la morale sono state scosse. «la negazione dell'esistenza di Dio annulla ogni possibilità di una legge morale universalmente valida[...]». Se Dio non esiste chi decide ciò che è bene e ciò che è male? Nelle nostre società di oggi decide l'uomo, che diviene fonte di moralità. «l'esito di questo capovolgimento è la diffusione del relativismo morale, per cui ognuno sceglie i criteri e i principi di comportamento, mentre la società si dà le proprie leggi secondo le mode dei tempi».Tutto questo porta alle aberrazioni odierne (aborto, divorzio, eutanasia, etc) dove l'uomo si è ridotto allo stato brado e vegetativo.

La Chiesa per i modernisti deve inseguire i comportamenti soggettivi aberranti dell'uomo moderno. Anche l'uomo d'oggi non può fare a meno del Decalogo.

Il modernismo offusca il senso del peccato. E' una logica conseguenza se la società è imbevuta di materialismo ateo, manca dei criteri oggettivi per stabilire il bene e il male. Allora si tende a giustificare i comportamenti malvagi.

Il peccato viene sminuito, anzi non esiste. I modernisti sono come quei medici che invece di diagnosticare al paziente una malattia grave, lo tranquillizzano dicendogli che è in buona salute. «Se il peccato è rimosso, come potranno gli uomini convertirsi e salvarsi?».

Il modernismo propone una misericordia senza pentimento. Per padre Livio, «sarebbe una faciloneria imperdonabile annunciare il mistero dell'amore misericordioso, che il cuore del cristianesimo, senza fare riferimento al pentimento dei peccati e alla vita nuova in Gesù Cristo». E' una tentazione insidiosa illudersi di ottenere il pentimento dei peccati senza la decisione di intraprendere il cammino della conversione.

Il modernismo manipola la coscienza. A volte seguire sempre la coscienza come dicono i modernisti, può essere pericoloso.

Il modernismo favorisce l'impenitenza. Denunciare sempre il peccato e annunciare la Misericordia, sono due punti essenziali della missione della Chiesa.

Il modernismo nega la possibilità della perdizione eterna. La Chiesa l'ha sempre insegnata senza tentennamenti nel corso della sua storia. Purtroppo padre Livio denuncia una lobby anti-infernista, che fa appello alla Divina Misericordia, per negare l'esistenza dell'inferno e promettere il paradiso a tutti. Tuttavia precisa padre Livio che Dio «offre a tutti la sua misericordia e tutti si potrebbero salvare se la accogliessero con un cuore umile e contrito».

Al capitolo 4° il testo affronta il tema del modernismo nella Sacra Scrittura.

Il modernismo nega l'origine divina della sacra Scrittura. Inoltre,  senza Cristo la sacra Scrittura è incomprensibile. Antico e Nuovo Testamento vanno visti insieme, collegati, l'uno prepara l'altro.

Il modernismo elimina il soprannaturale dai Libri Sacri, nega la storicità dei Vangeli. «Già San Pio X nell'enciclica Pascendi aveva denunciato l'assalto modernista ai vangeli, dei quali veniva negata la verità storica, ritenendoli un'invenzione della prima comunità cristiana». Tuttavia nel catechismo della Chiesa Cattolica si dichiara solennemente la storicità dei quattro Vangeli e che trasmettono fedelmente l'insegnamento di Gesù figlio di Dio.

Il modernismo nega che Gesù abbia affermato di essere il Figlio di Dio. Qui padre Livio afferma che in un certo senso Gesù fu davvero un “sovversivo”, ma non nell'ambito sociale, ma in quello religioso. «Dalla cultura dominante Gesù viene addomesticato e ridimensionato, posto accanto ai grandi maestri della spiritualità umana. La cosa più grave è che anche dei sedicenti cristiani si prestano a questa vergognosa falsificazione».

Il modernismo nega la resurrezione di Gesù Cristo. Naturalmente è grave perché la resurrezione del Signore è il cuore del cristianesimo. Infatti se Cristo non fosse risorto, la nostra fede sarebbe stata vana, un fallimento.

Al 5° capitolo, si affronta il modernismo nella Liturgia. Anche qui padre Livio utilizza le negazioni; la prima è che il modernismo nega l'origine divina dei sacramenti. Inoltre intende abolire il sacerdozio ministeriale, in questo modo mette in discussione la struttura gerarchica della Chiesa voluta da Gesù Cristo. E' Gesù stesso che istituito nella Chiesa il ministero apostolico, con le differenze fra i suoi membri, istituendo forme diverse di ministero, tutte però in funzione dell'unità della Chiesa e della sua missione.

Il modernismo nega la Santa Messa come sacrificio redentore. Nega la presenza reale di Cristo nell'Eucarestia. In questo contesto mi interessa rilevare come padre Livio motiva l'importanza dell'adorazione silenziosa del Signore, e l'importanza di visitare frequentemente il Santissimo Sacramento nel tabernacolo, che deve stare in un luogo particolarmente degno della chiesa, credo al centro sull'altare maggiore. Diceva Giovanni Paolo II: «la Chiesa e il mondo hanno grande bisogno del culto eucaristico. Gesù ci aspetta in questo sacramento dell'amore[...]».

Il modernismo rende inutile il sacramento della Confessione. La crisi della pratica sacramentale per padre Livio si evidenzia in modo particolare nell'abbandono della Confessione, dovuto soprattutto al poco rilievo che a essa viene dato nell'attività pastorale dei sacerdoti. In questo contesto si spiega il significato del legare e dello sciogliere, da parte del sacerdote che amministra la confessione. Importanza della penitenza e soprattutto non bisogna banalizzare il peccato, senza lasciare le anime in balia di se stesse.

Il modernismo dissolve il matrimonio e la famiglia. Il modernismo si resenta come una nuova ideologia che manifesta la propria aggressività nei confronti del matrimonio e della famiglia. E' il pensiero unico imposto con la teoria del gender. Un pensiero imposta attraverso i mass media e le legislazioni degli Stati. La Chiesa contro questa ideologia deve combattere una delle battaglie più difficili della sua storia.

Il 6° capitolo si descrive il modernismo nelle religioni.

L'eresia modernista intende unificare le religioni. E' una illusione quella di unificare le religioni. Le religioni non sono uguali. Il dialogo interreligioso ha una sua validità,occorre rispettare certamente tutte le religioni, anche perchè in ognuna ci sono frammenti di verità. Però non bisogna strumentalizzare il dialogo interreligioso, «dove è evidente la pressione culturale per mettere tutte le religioni sullo stesso piano, relegando ai margini l'identità di ognuna e cercando di renderle funzionali alla nuova religione umanitaria». Bisogna una nuova verità e portare i fedeli al Pantheon mondiale, dove l'uomo celebra la sua supremazia. Nel secolo scorso tutte questi passaggi che porteranno all'Anticrsto, furono intuiti da due menti illuminate come Benson e Soloviev.

I cristiani non possono considerare la propria religione come tutte le altre, il cristianesimo «è unico e imparagonabile a qualsiasi altra religione». Naturalmente non si disprezzano le altre religioni. Peraltro il cristianesimo o lo si accetta o lo si combatte.

In questo capitolo il libro affronta altri temi importanti come quello delle caratteristiche della religione islamica e le credenze orientali come l'induismo e il buddismo. Infine padre Livio spiega quel fenomeno della nuova religione umanitaria del New Age, che cerca di superare il cristianesimo. Qui sono confluiti tutti gli orfani delle ideologie del secolo scorso, in particolare i marxisti. Padre Livio parla di una galassia di concezioni che hanno dato origine a un “nuovo totalitarismo”, come lo chiama Giovanni Paolo II, che non si limita a negare Dio, ma ad esaltare l'uomo come la misura di tutte le cose. La “Nuova Era”, o “Nuova Età”, è un'illusione satanica, che si potrebbe realizzare addirittura attraverso «un lavaggio di cervello globale, grazie all'onnipotenza dei mass media[...]».

Attenzione il New Age si presenta come una spiritualità del futuro, nella sostanza però è un fenomeno vecchio, col quale il cristianesimo ha avuto a che fare lungo i due millenni della sua storia. Il New Age, è sostanzialmente un ritorno al paganesimo, dove adotta il culto fondamentale alla madre terra, che viene ritenuta come una dea dalla quale tutto germina e nella quale tutto si dissolve.

Per il direttore di Radio Maria, col New Age siamo di fronte a un tentativo di mistica naturale, dove l'uomo cerca da solo e con le sue sole forze la salvezza. Il New Age attacca i fondamenti della concezione biblica del mondo e dell'uomo. L'uomo è relegato allo stato animale, delle piante.

Nelle riflessioni finali padre Livio ricorda che siamo davanti a un passaggio storico, dove si tende a superare non solo il cristianesimo, ma della religione in quanto tale. Non si tratta di sradicare la religione dal cuore dell'uomo come facevano le ideologie del 900, ma di proporre una nuova religione, che fa dell'uomo il nuovo signore.

«La religione dell'uomo è dunque la grande novità dei tempi moderni. Essa aspira all'egemonia mondiale, divenendo il modo di pensare e di vivere delle elites che contano, relegando le religioni cosiddette tradizionali al ruolo inoffensivo di subculture in via di estinzione».

Si tratta di una forma mentis presente nei mass media e nelle scuole, che viene «inoculata silenziosamente nelle vene delle nuove generazioni come un veleno mortale».

L'ultimo capitolo viene dedicato alla lotta al modernismo, la massima impostura religiosa, che ha investito in particolare quella parte di Europa che la Divina Misericordia aveva salvato dal nazismo e dal comunismo.

 

Il volume, in presentazione a Roma, costituisce un prezioso contributo di nuovi studi su Jean Sibelius, il grande compositore finlandese, con una messa a fuoco sulla statura dell'artista, sul suo contesto familiare e socio-culturale, attraverso nuove prospettive sul rapporto privilegiato e fruttuoso che il maestro ebbe con l'Italia, percepita come terra ideale, sorgente di natura e arte figurativa, di cui conservò per tutta la vita un'impressione straordinaria. Dall'amicizia con Ferruccio Busoni al confronto storico- artistico con compositori come Mascagni, Puccini, Respighi, ai viaggi tra Venezia, Firenze, Foligno, Rapallo, Napoli, Capri e Roma, della quale scrisse "Di tutte le città che ho visto Roma è la più bella e la più aristocratica". Dopo il primo concerto nel 1904 a Bologna, diretto da Arturo Toscanini, le sue musiche furono spesso eseguite in Italia; egli stesso, nominato nel 1916 accademico di Santa Cecilia, diresse nel 1923 all'Augusteo un concerto monografico di proprie composizioni e, nel luglio 1929, il Governo Italiano gli conferì l'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce della Corona d'Italia. Un paese, il nostro, che ha influenzato profondamente l'orizzonte spirituale e lo stile di questo compositore, punto di riferimento di una giovane nazione, la Finlandia, che ha essa stessa verso l'Italia, Roma, la lingua latina e la nostra civiltà una particolare ammirazione, considerazione e devozione.

I saggi - quattro dei quali in lingua inglese - trattano argomenti interdisciplinari e anche inconsueti: il ‘paesaggio sonoro' dell'Italia conosciuta da Sibelius, attraverso incisioni discografiche d'epoca; le musiche di Sibelius nel cinema e nei media; lo stato di avanzamento della pubblicazione dell'edizione critica delle sue opere; il suo rapporto con la canzone napoletana e le frequenti visite all'isola di Capri; un confronto tra gli itinerari di viaggio in Italia degli artisti e degli architetti del Romanticismo nazionale finlandese con l'esperienza italiana di Jean Sibelius per indagare i riflessi della classicità e delle atmosfere mediterranee sulle scelte compositive e linguistiche del musicista; le scelte di repertorio e l'interpretazione da parte dei più affermati direttori d'orchestra italiani; la ricezione delle composizioni sibeliane da parte della critica coeva. Segno della pur lenta, ma progressiva maturazione degli studi sibeliani in Italia, il libro parla ai musicisti, agli studiosi, agli addetti ai lavori ma anche agli appassionati e al grande pubblico, e corona degnamente la serie di iniziative con cui l'Italia ha celebrato nel 2015 la nascita di Sibelius, le cui composizioni sono ovunque eseguite da importanti interpreti ma del quale è ancora necessario nel nostro paese diffondere e approfondire la conoscenza. Nella stessa serata del 24 ottobre, alle ore 19.30, all’ Auditorium Parco della Musica di Roma è prevista nel programma della serata  l’esecuzione del Concerto per violino di Sibelius con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Mikko Franck e la violinista Anna Tifu. Da segnalare al riguardo che attualmente nell’Accademia di Santa Cecilia, l’Orchestra e il Coro si avvalgono della presenza di un Direttore Ospite Principale: appunto il finlandese Mikko Franck, classe 1979, uno dei dirigenti più importanti della sua generazione, affermatosi a livello internazionale sui palcoscenici sinfonici e operistici. Nel suo incarico triennale a Roma, Mikko Franck dirigerà almeno tre produzioni in ogni stagione concertistica di Santa Cecilia e una tournée nazionale o internazionale.

Presentazione del libro del volume curato da Annalisa Bini, Flavio Colusso e Ferruccio Tammaro presso Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Museo degli Strumenti Musicali, Roma, Parco della Musica, viale Pietro de Coubertin, alle 17,30 del 24.10.2019, ingresso libero.

Lo stesso volume, sarà presentato il 19.12.2019 alle 11, a Bologna presso il Museo internazionale e biblioteca della musica tel 051 2757711,fax 051 2757728, ‘Sibelius e l'Italia’, Roma, Accademia Nazionale di Santa Cecilia, 2019, (L'Arte Armonica n.18, Serie III, Studi e testi), 584 pp. / Euro 35,00.

A Viareggio lo scorso 19 ottobre 2019 presso la  G.A.M.C. (piazza Mazzini 1) ha avuto luogo la presentazione del libro fotografico: "90° Premio Viareggio - Rèpaci" a cura di Gualtiero Lami e Andrea Genovali, da un'idea di Claire Soullier.
Sono intervenuti:  Marcello Ciccuto, Adolfo Lippi; ha moderato Umberto Guidi.
In occasione della novantesima edizione del "Premio Letterario Viareggio - Rèpaci", su iniziativa del Comune di Viareggio (Assessorato alla Cultura), con il patrocinio del Comune di Palmi, Gualtiero Lami (compositore e regista) e Andrea Genovali (scrittore) hanno dato alle stampe il libro fotografico: "90° Premio Viareggio-Rèpaci" (Ancora edizioni).
Il volume ripercorre, attraverso immagini rare ed  inedite, gli anni che vanno dalla nascita del Premio (1929) al 1985, data della scomparsa del suo fondatore, Leonida Rèpaci.
Con tecnica "cinematografica", in fluida sequenza,  scorrono oltre cinquant'anni di memorabile storia letteraria italiana.
Una carrellata di immagini d'epoca, all'interno delle quali sono state rappresentate  alcune fra le più autorevoli personalità del mondo della cultura italiana ed internazionale del '900: da Pier Paolo Pasolini a Giuseppe Ungaretti, da Eugenio Montale a Salvatore Quasimodo, da Jean-Paul Sartre a Simone De Bovoire, sino a Nicolás Guillén, solo per citarne  alcune.
A corredo del vasto repertorio fotografico vi sono le descrizioni di personalità del mondo del giornalismo e della cultura italiana.
Il libro riserva un particolare spazio dedicato al ricordo del poeta Elpidio Jenco, uno dei maggiori  personaggi del dibattito che fra gli anni '20/'30 assistette alla nascita della "Poetica del frammento" e della corrente Ermetica; membro di Giuria del Premio fino al 1959, anno della sua morte, di cui proprio quest'anno ricorre il 60° anniversario, fu tra coloro che nell'immediato dopoguerra presero parte della rinascita del Viareggio.
La pubblicazione è stata realizzata anche grazie alla preziosa collaborazione di tre straordinarie personalità del mondo della cultura e dell'arte nazionale: il professor Marcello Ciccuto - intellettuale di grande prestigio e membro della Giuria della manifestazione letteraria - il regista, giornalista e scrittore Adolfo Lippi e il pittore Mario Francesconi che, con le riproduzioni di copertina e di quarta, arricchisce con due sue opere questo pregevole ed originale volume.

Operatrice culturale e della comunicazione, giornalista pubblicista esperta in marketing no profit e comunicazione sociale, Anna Montella è un’apprezzata scrittrice con all’attivo già diverse pubblicazioni editoriali e una naturale propensione per la scrittura in prosa, pur essendo affascinata  anche dalla poesia, dai testi teatrali e da tutto ciò possa far parte dell’infinito universo delle parole.
Ideatrice/curatrice del Caffè Letterario La Luna e il Drago, progetto culturale per la promozione del territorio e del Genius Loci nei cui ambiti organizza premi letterari ed eventi culturali con una progettualità di ampio respiro, è anche membro di Giuria e consulente tecnico in  più concorsi letterari di prestigio organizzati da altri organismi. 
Dall’ottobre 2017 è membro de La Camerata dei Poeti di Firenze, Sodalizio Culturale fondato nel 1930, con il ruolo di Responsabile della Segreteria, grafica e tecnologie applicate alla rete. Impegnata nel sociale da sempre, opera in ambiti associativi e del volontariato con una particolare attenzione al recupero della memoria storica.
Nell’ ottobre 2012 il Cenacolo Letterario Internazionale AltreVoci le conferisce il riconoscimento di “Operatore Culturale 2012”, mentre nell'ottobre 2014, dal Lions Club di Rho, riceve in dono il "Leone", simbolo Lions nel mondo, per la sua vicinanza ai valori lionistici. Nel 2016 le viene conferito il Premio Speciale Thesaurus quale "responsabile informatica, autrice e operatore culturale" e nel 2018 riceve il riconoscimento di Eccellenza del Territorio in ambiti culturali nella II  edizione del Premio Grottaglie Città delle Ceramiche intitolato al ceramista Nicola Fasano.
Per rimanere nell’ambito letterario, ad oggi ha curato anche le 15 antologie realizzate per il Caffè Letterario La Luna e il Drago, le antologie realizzate per il Lions Club Rho Host relative alle diverse edizioni del Premio letterario “Energia per la Vita” e quella per la Pro Loco Limbiate negli ambiti del Premio letterario “La girandola delle parole”, la pubblicazione del progetto culturale "Voci Mediterranee" promosso dal Caffè Letterario La Luna e il Drago e curato dalla stessa Anna Montella. Un progetto, articolato nell'arco di un biennio in più tappe itineranti, che ha dato vita successivamente al Premio Voci Mediterranee, un riconoscimento che viene assegnato con cadenza pluriennale ad "una voce mediterranea" che ha portato il Sud, con il suo fermento artistico/culturale, all'attenzione del mondo.
Sempre negli ambiti delle attività culturali del Caffè Letterario La Luna e il Drago, ha dato vita in tempi recenti al progetto “I grandi Autori del ‘900 raccontati dal Caffè in tre minuti”.
Si potrebbero aggiungere ancora molte notizie circa i suoi interessanti  trascorsi professionali  e le tante attività che attualmente  svolge con sincera passione, entusiasmo e professionalità; ma le sue risposte forniranno agevolmente le altre informazioni che la riguardano o alle curiosità, piccole ma significative tessere di un mosaico, che vanno a svelare alcune fra le molteplici sfaccettature della nostra ospite, che mi ha riferito di essere pigra; allora figuriamoci in cos’altro potrebbe sorprenderci se non lo fosse?! 

L’amore nei riguardi delle arti letterarie è palpabile attraverso le sue diverse pubblicazioni editoriali, dalle quali emerge una spiccata  propensione verso la prosa. Vorrebbe parlarmene?
Prima di cominciare a scrivere sono stata una lettrice appassionata  ed instancabile e lo sono tuttora. Preferisco occuparmi soprattutto di  narrativa anche se, qualche volta, mi diletto con la poesia,  ma resto un’autrice di narrativa. A tutt’oggi,  ho pubblicato il libro documento Noi, Le ragazze del convento dei Cappuccini, un excursus mediante il paesaggio strutturale, geografico e umano del Convento dei Cappuccini in Terra delle Grottaglie; Pausa Caffè, un libretto di drabble (racconti autoconclusivi in 100 parole) ed aforismi; due romanzi: La stagione di mezzo e Doppelgänger: l’anima allo specchio; una rivisitazione del mito di Ulisse in chiave umoristica: A me (Mi) sta antipatico Ulisse; un libro di racconti: E guardo il mondo da un oblò; due “quaderni” di saggistica per la serie Il fascino del meraviglioso; una silloge: Profumo di mandorle amare; alcune altre pubblicazioni minori e, nel tempo, svariati articoli per diverse testate.

E adesso viene dato alle stampe il nuovo libro dal titolo particolare: “Il mio coccodrillo lo scrivo da me” con una copertina evocativa che fa pensare ai  quaderni della scuola di una volta. Vogliamo dare qualche anticipazione?
Beh ho pensato che 60 anni potesse essere maturo il tempo per tirare un pò le somme e raccontarsi. Certamente, c’è ancora tanta strada da fare (me lo auguro) ma due terzi del cammino sono trascorsi e quindi c’è abbastanza materiale per confezionare quel famoso coccodrillo che, nel gergo giornalistico, come lei saprà meglio di me, è quel pezzo che viene preparato in anticipo per essere tempestivi in caso di dipartita di un personaggio famoso. Ritengo di non potermi annoverare tra i personaggi famosi, ma potrei esserlo in futuro. Chi lo sa.
A parte gli scherzi, mi è sembrato fosse giunto il tempo per raccontarmi (anche perché se si diventa troppo vecchi poi i ricordi diventano meno vividi, quando non scompaiono del tutto) e, al contempo, raccontare uno spaccato della mia generazione.

Il percorso del libro è rigorosamente autobiografico, oppure c’è anche spazio per la fantasia? 
Sicuramente l’impronta è autobiografica ma, come le dicevo, raccontarsi significa anche raccontare un tempo, una generazione che tanti altri hanno vissuto e in cui possono riconoscersi. Quindi, diciamo che nel raccontare il mio microscenario racconto  anche una parte di quel macroscenario in cui le mie vicende e quelle della mia famiglia vanno ad incastonarsi. Comunque si, c’è anche molta fantasia nel libro: racconti, poesie, rilfessioni, canzoni. E a proposito di canzoni uno dei leit motiv della seconda parte del libro è il Festival di Sanremo che potrà piacere o meno ma, in ogni caso, rappresenta un fenomeno di costume che accompagna l’Italia da una generazione all’altra ormai da quasi un secolo, fin dal 1950.

Quindi un excursus limitato in un arco temporale che va dagli anni ‘50 in poi?
Non proprio, diciamo che l’excursus va a comprendere tutto il ‘900 poiché se è vero che sono nata nel 1958, è pur vero che non sono nata sotto un cavolo e dunque alle mie spalle risiede un retroterra culturale e familiare che affonda le sue radici in tempi ben più remoti quindi, in corso d'opera, ho dato uno sguardo ai tempi di mia madre, dei miei nonni e dei miei bisnonni andando a sfiorare le vicende di fine ‘800 e della Grande Guerra e i tempi della Seconda Guerra mondiale. Per esempio, partendo da un’unica vecchia foto della mia nonna materna, di cui non conoscevo assolutamente nulla, attraverso delle ricerche storiche sono risalita a quel tempo in cui  “si stava come d’autunno sugli alberi le foglie” di ungarettiana memoria. Penso, a questo punto, che se si volesse dare una identità al libro, lo si potrebbe classificare tra quelli di taglio storico, oltre che biografico. Non a caso la prefazione è stata curata da Giuseppe Stea, che ringrazio, e che oltre ad essere uno scrittore è anche uno storico.

In copertina vedo l'immagine di una bella bambina sorridente con le treccine. Chi è?
Sono io a sette anni. Siamo nel 1965 in estate, lo si vede dall’abbigliamento, e probabilmente per il mio onomastico, che cade il 26 di luglio, mi avevano regalato quella borsettina che si intravede nella foto. Era di plastica in bianco e nero e mi faceva sentire come una piccola Greta Garbo anche se all’epoca non sapevo neppure che esistesse Greta Garbo. Quella foto mi trasmette la sensazione di felicità di quel giorno, una domenica come tante al rientro dalla Messa “quando la domenica era ancora domenica”.  Una felicità fatta di niente, una piccola borsetta di plastica: la felicità delle piccole cose.

Dopo aver sfiorato con questa nuova opera  l'universo della scrittrice Anna Montella, diamo un'occhiata anche alla operatrice e promotrice culturale.
Il progetto di video/didattica “I Grandi  Autori del ‘900 (in short videodi 3’ minuti ciascuno)” raccontati dal Caffè Letterario La Luna e il Drago”, che lei ha ideato e che cura in maniera mirabile,  a chi è rivolto e di cosa si tratta nello specifico?
Il progetto, indirizzato in primis alle scuole, matura  in una logica di micro-learnig basato sulla creazione di piccole unità di conoscenza per migliorare la comprensione dei macro scenari cercando, altresì, di stimolare l’interesse di coloro i quali, ormai fuori dai percorsi scolastici, non si avvicinano all’argomento non già per mancanza di interesse, ma per una oggettiva mancanza di tempo. Un’operazione non facile, pur nella sua apparente semplicità, perché condensare vite così straordinarie in tre minuti richiede uno sforzo assai maggiore rispetto ad un documentario di ampio respiro e durata.

Tra le sue attività  c’è anche quella di webmaster e di videomaker. Cosa rappresenta per lei il world wide web?
Un intero mondo, un pianeta da esplorare. Io sono innamorata del mezzo informatico e di quello che può offrire.  I ragazzi di oggi nascono con il computer tra le mani, io ci sono arrivata in età già adulta ed è stato amore a prima vista. Uno di quegli amori travolgenti che durano una vita intera. Lavorando al computer il tempo vola, avrei bisogno di giornate di 36 ore e, poiché le ore in una giornata sono solo 24, qualcuna la rubo alla notte.

Il pragmatismo e l’idealismo e, per dilatazione semantica l’utopia, possono contemperarsi e  camminare in parallelo, oppure l’uno esclude l’altro?
Si può essere idealisti restando pratici e coltivando una personale visione di utopia? Certamente si.  Io stessa mi ritengo una idealista (forse una delle poche ex-sessantottine rimaste in circolazione senza neppure averlo vissuto il ’68, considerato che all’epoca avevo solo dieci anni), sono sicuramente pragmatica e con i piedi per terra, nonostante sia nata sotto il segno dei pesci che, nell’immaginario collettivo, viene visto come il segno zodiacale di coloro che vivono sulle nuvole senza toccare terra e l’utopia… è come l’orizzonte, giusto? Non lo raggiungi mai, ma serve per continuare a camminare.  Ed io son qui… che cammino… 

Vorrebbe anticiparmi, se crede, qualche suo progetto per il futuro?
Non faccio mai progetti a lunga scadenza. Il passato non esiste più e il futuro è nel grembo degli dei. Per dirla parafrasando la grande Alda Merini "non esiste altro momento che questo meraviglioso istante". Ma, certamente continuerò a scrivere articoli, a pubblicare libri, ad occuparmi di volontariato, di marketing e comunicazione, ad organizzare e promuovere eventi, a scrivere recensioni, a far parte di giurie, a prestare la mia consulenza tecnica ai premi letterari di organismi altri, ad organizzare i premi letterari per il “Caffè Letterario la Luna e il Drago” curando le antologie legate a questi premi, a realizzare siti web e video etc.  

Se dovessi trovare degli aggettivi che possano delineare la sua personalità, direi sicuramente: poliedrica, raziocinante, curiosa, profonda. Riesce a riconoscersi?
Tutto sommato si. Manca, però, l’aggettivo “pigra”. Una pigrizia che tra me e me  definisco “criminale” (un crimine contro me stessa) e che va a sconfinare nell’accidia, uno dei sette vizi capitali. Spesso mi chiedo - ma pigramente, senza stress -  su quale olimpo sarei riuscita a salire se solo non fossi stata così… pigra. Ps. Alla luce di questa ultima affermazione temo che, alla lista, vada aggiunto un altro aggettivo ancora: egocentrica. Ma, del resto, egocentrici  non lo siamo un pò tutti noi che ci muoviamo su questo palcoscenico fatto di parole?

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