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Sono anni che la questione immigrazione tiene banco nelle varie cronache dei giornali e delle reti televisive. E' un dibattito che da tempo infiamma le forze politiche e non solo. Un dibattito molto sentito nel nostro Paese, anche perché, forse, è quello che più di altri in Europa, risente del maggior peso dei flussi immigratori. Recentemente mi è capitato di leggere il libro di Massimo Franco, «L'Assedio», dal sottotitolo: «Come l'immigrazione sta cambiando il volto dell'Europa e la nostra vita quotidiana», pubblicato da Mondadori nel 2016. Secondo Franco non bisogna parlare di assedio, ma di «assedi», dove ci sono assediati e assedianti. Peraltro la crisi dell'Europa acuita dalle ondate immigratorie, proviene da lontano. Sarebbe riduttivo secondo Franco attribuirla soltanto all'invasione degli extracomunitari, che arrivano ogni giorno sulle coste italiane, ma non solo, se si pensa alle rotte balcaniche e a quelle turche e greche.

L'aggressione all'Europa, non è iniziata nell'anno terribile del 2015, col milione e più di siriani, iracheni, afghani, africani, subsahariani, che sono entrati nell'area Schengen. E' un assedio, dove i protagonisti non sono solo i migranti. «C'è n'è un altro, che dura da qualche anno e sta raggiungendo picchi di aggressività preoccupanti, che parte dall'interno dell'Ue e mette in tensione le sue strutture, la sua strategia, i suoi valori almeno quanto quello dall'esterno: è l'assedio dei singoli Stati europei all'idea di Europa e il ripiegamento su logiche nazionali, delle quali la psicologia e la realtà dei nuovi muri, delle barriere ai posti di confine sono la spia». Inoltre la l'assedio proviene anche dalla crisi economica che si prolunga da oltre un decennio. Si alimenta dall'insicurezza sui posti di lavoro che si restringono, che cambiano e dal terrorismo di matrice islamica. In pratica il «Continente perfetto», è venuto meno, il continente del paradiso economico, della democrazia e del benessere, non c'è più. Ma la colpa secondo Franco, non è dell'assedio dei migranti.

Tuttavia nel libro il giornalista de Il Corriere della Sera, racconta i contraccolpi causati dalle ondate immigratorie, la pressione sulla società italiana ed europea, l'«industria della migrazione», legale e criminale, fiorita sulla pelle dei migranti. E' quella che il “Wall Street Journal” ha definito, «The migration industry». Dove secondo Franco il vero affare si sviluppa tra Londra, Ginevra, Roma, Vienna, Stoccolma. E «coinvolge compagnie aree, società immobiliari, banche, fondi di investimento, governi, avventurieri».

Il giornalista de Il Corriere, soprattutto delinea i contorni di quel «Quinto Mondo», identificato in tutti quegli immigrati clandestini.

Nel libro Franco critica aspramente i leader populisti europei che imitano il miliardario americano Donald Trump. «la sindrome dell'assedio regala loro un insperato protagonismo». Inoltre Franco vede anche il fantasma di una sorta di cristianesimo etnico, che sta nascendo, soprattutto nell'Est europeo, «che rifiuta quello che ritiene l'inquinamento dell'immigrazione islamica per motivi religiosi», anche se per la verità, il Vecchio continente europeo, da anni è caratterizzato da una forte secolarizzazione, che sta portando alcuni Paesi all'insignificanza cristiana e religiosa.

Infine il libro di Franco biasima i tanti muri che stanno spuntando tra un confine e l'altro. Franco li descrive brevemente tutti: Ceuta e Melilla, dove gli spagnoli non hanno esitato a sparare sui disperati che tentavano di attraversare il muro di metallo. Poi c'è quello di Orban in Ungheria. Calais, tra Francia e Inghilterra, e poi Ventimiglia, il Brennero. Ma ci sono quelli meno noti, al Nord in Svezia, sul ponte di Oresund al confine con la Danimarca. Nuovi muri, nuovi ghetti. Per certi versi ono i nuovi «templi, che mirano non solo a fermare l'urto delle ondate migratorie, ma soprattutto a perpetuare il mito della sovranità nazionale svuotato di significato dalla globalizzazione». Secondo il giornalista, questi muri senza frontiera, sono la caratteristica di un'Europa che non c'è più e i migranti sono solo un pretesto dell'involuzione storica del vecchio continente, che si sta spopolando a causa del suo «Inverno demografico». E' l'Europa «nonna», così definita da Papa Francesco. Un'Europa non più fertile e vivace, «Per cui i grandi ideali che hanno ispirato l'Europa sembrano aver perso forza attrattiva, in favore dei tecnicismi burocratici delle sue istituzioni».

Il libro dedica l'ottavo capitolo all'invecchiamento del continente. Fino ad ipotizzare un'Europa «africana», come l'aveva destinata il grande geografo francese, Fernand Braudel. E certamente questa la debolezza della nuova Europa.

Comunque sia l'immigrazione non dovrà essere vista come un'emergenza, perché la crisi migratoria è epocale, durerà almeno una ventina d'anni, come ha profetizzato il generale americano, Martin Dempsey.

Anche per Franco l'attuale crisi europea ricorda quella dell'Impero romano. Il paradiso europeo che aveva battuto i confini, adesso è costretto a ritornare ai confini. Per il momento non sa dare che una risposta difensiva, reattiva, di tamponamento. «La parola magica è 'confini'. Come se bastasse puntellare, arginare, sbarrare il territorio per scoraggiare un assedio visto solo come pericolo, minaccia, attentato alla traballante perfezione del Vecchio continente». Franco vede nei nostri rappresentanti politici, «un'incapacità di capire che un esodo di queste dimensioni rappresenta una questione epocale, che si può tentare di di gestire ma non scansare e bloccare».

Sostanzialmente il dilemma è questo: o governare l'immigrazione o subirla. Pertanto secondo Franco occorre affrontare l'immigrazione addirittura come una opportunità, «usandola per arricchire e aggiornare i parametri della civiltà europea». E qui Franco non fa che ripetere quel mantra che più volte abbiamo sentito da un certo giornalismo politicamente corretto, di certa sinistra, contro i populismi beceri, che vogliono riportarci all'autarchia. Naturalmente non manca di citare papa Francesco, arruolandolo a quel buonismo dell'accoglienza sempre e comunque. Anche se le recenti dichiarazioni del Papa sull'aereo al ritorno da Ginevra, mi sembrano chiarissime. Alla domanda del giornalista sulla questione Aquarius, e sulla strumentalizzazione di alcuni governi sul dramma degli immigrati. Papa Francesco ha risposto: «Sui rifugiati ho parlato molto e i criteri sono quelli che ho detto: accogliere, accompagnare, sistemare, integrare. Poi ho detto che ogni Paese deve fare questo con la virtù propria del governo, cioè con la prudenza. Ogni Paese deve accogliere quanto può, quanti ne può integrare. E poi ha ringraziato, L’Italia e la Grecia sono state generosissime ad accogliere».

Franco ricorda la storia dell'Europa che è ed è stato un continente di immigrati o meglio di profughi in fuga dai nazionalismi, dalle guerre. E poi se oggi abbiamo a che fare con questi disperati, la colpa è dell'Occidente, delle guerre degli Usa in Medio Oriente. Tra i tanti rischi da evitare c'è quello della «balcanizzazione» del vecchio continente.

Naturalmente il libro critica aspramente il gruppo di Stati di «Visegrad», in particolare l'Ungheria e la Polonia, che ha intrapreso una politica apertamente euroscettica. Franco dedica un capitolo a quei Paesi del tanto peggio tanto meglio, sono «i Trump europei». Tra questi non può mancare il Front National di Le Pen, la Lega di Salvini, l'ungherese Orban; è l'«Internazionale della xenofobia», dove troviamo tre temi specifici: Identità nazionale, paura dei migranti e paura dell'islam. Una specie di «trinità immutabile di questo inizio di terzo millennio». E poi non può mancare al «magnete Putin», diventato la calamita dei populisti.

Nel 5° capitolo, argomenta intorno agli aspetti religiosi legati all'immigrazione, fa riferimento al cardinale, arcivescovo di Vienna, Christoph Schonborn. Ma anche all'arcivescovo di Valencia, Antonio Canizares, che pone delle domande chiave sulla questione immigrazione. Infine un altro riferimento è al cardinale italiano Velasio De Paolis. Sono tre posizioni sull'immigrazione all'interno della Chiesa che fanno discutere.

Poi Franco ricorda che esiste anche il problema dei cristiani perseguitati in Oriente, «I 'Panda' cristiani del Medio Oriente». Franco a questo proposito cita perfino l'organizzazione cristiana dell'Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS).

Per concludere, il testo di Franco sostanzialmente può essere utile per approfondire la questione, ma non riesce a discostarsi dalla solita retorica dell'accoglienza. Ci sono degli interessanti interventi apparsi sul  sito ufficiale di Alleanza Cattolica (“Alleanzacattolica.org”), in particolare quello di Marco Invernizzi, storico conduttore da oltre vent'anni della trasmissione radiofonica, «La Voce del Magistero», su Radio Maria. Una settimana fa scriveva Invernizzi: «La polemica dei media contro il governo italiano in tema di immigrazione è strumentale». E ricorda quanto avvenne nella prima metà dell'800, quando Karl Marx (1818-1883), il “padre” del comunismo, individuò nel “proletariato” lo strumento pratico che andava cercando per operare la rivoluzione collettivista. In quel periodo in diverse riprese, si sono succedute le «le rivoluzioni industriali», che spinsero «moltissimi contadini dell’Europa Settentrionale - scrive Invernizzi - a cambiare lavoro andando nelle fabbriche delle nuove città industriali, si venne a creare una nuova classe di sfruttati, senza alcuna forma di difesa contro chi li faceva lavorare per troppe ore, compresi donne e bambini, pagandoli pure pochissimo. Erano la massa ideale, disperata e piena di rancore, per la rivoluzione comunista. Oggi alcune forze politiche cercano di ripetere l’operazione usando la disperazione di chi fugge dalle guerre o cerca migliori sistemazioni economiche. L’obiettivo è trasformare quei “diseredati” in una massa capace di compiere una rivoluzione, e questo attraverso la concessione del diritto di voto e pure di spazi per una possibile militanza politica che sostituisca

quella degli italiani ormai lontani dai partiti della Sinistra».

Poi Invernizzi ha sottolineato il grande impegno della Chiesa di allora, che non è caduta nel tranello della dialettizzazione, offrendo agli operai sfruttati una via d'uscita nella lettera enciclica Rerum Novarum, pubblicata da Papa Leone XIII nel 1891. L'enciclica denunciava nel socialismo un male peggiore di quello che avrebbe voluto curare.

Invernizzi ricorda che quegli operai e le loro famiglie andavano aiutate, come oggi vanno aiutati i migranti, poveri e spesso illusi con il miraggio del benessere e in realtà gettati, come accade sempre più spesso, nella concorrenza con i poveri italiani. Pertanto per Invernizzi occorre «evitare anche oggi di cadere nella trappola che vede nel migrante solo un problema o addirittura un nemico, quando invece, nella gran parte dei casi ‒ e salvi sempre i tentativi di ingresso o di reingresso attuati per commettere reati o persino gesti terroristici ‒, si tratta di vittime, e contemporaneamente denunciare con forza chi li porta nei nostri Paesi, chi li sfrutta e chi sui loro dolori organizza campagne di odio di classe nel nome dell’antirazzismo».

Tuttavia Invernizzi è consapevole che la questione integrazione è abbastanza seria e complessa. A ogni persona va offerta aiuto. Però nello stesso tempo non si può vivere sempre in emergenza, visto che l'Italia spesso deve affrontare da sola i flussi immigratori, e soprattutto «integrare non significa abbandonare le proprie radici e l’identità culturale, che fra chi arriva bisogna discernere e selezionare perché frammezzo ci sono anche terroristi e predicatori d’odio». In conclusione si auspica che gli italiani apprezzino la fermezza del nuovo governo e inoltre ci si augura che « ricordino che qualcuno sta barando con la questione immigratoria, e che si tratta degli eredi di chi già ha barato sulla questione operaia nel secolo XIX provocando gli oltre 100 milioni di morti mietuti dal “socialismo reale” nei cento e più anni successivi».

Posto che, a causa del peccato originale, non esistono sistemi economici al riparo dalla corruzione e dalle ingiustizie, dà migliori garanzie di benessere diffuso la libertà economica o lo Stato assistenzialista? Don Robert A. Sirico, sacerdote statunitense discendente da emigrati italiani incardinato nella diocesi di Grand Rapids, nel Michigan, è co-fondatore, negli Stati Uniti, dell’Acton Institute for the Study of Religion and Liberty, con branche in diverse parti del mondo tra cui Roma, e non ha dubbi: «La conclusione corretta riguardo a questi sistemi economici è controintuitiva: il socialismo, che professa di avere come scopo e obiettivo il benessere della società, ha ripetutamente e costantemente causato danni, disagi, carestie e morte ovunque è stato applicato. Il capitalismo», parola che per l’autore descrive un sistema economico non ideologicamente ostile all’impresa, al mercato e alla proprietà privata, «[...] finisce per sostenere il bene comune» (p. 24).

Il testo è suddiviso in capitoli dai titoli suggestivi, ognuno dei quali punta a rispondere a obiezioni “classiche” contro l’economia libera, per esempio: «Volete aiutare i poveri? Intraprendete un’attività commerciale» (p. 79); «Perché l’avidità non è un bene, e perché ve ne è di più nel socialismo che nel capitalismo» (p. 123); «Perché il servizio sanitario statale non è compassionevole» (p. 185); e «Una teologia per l’uomo economico» (p. 229).

L’edizione italiana, curata da Costanza Albè, Cristina Caimi, Marco Respinti e Riccardo Cascioli, è impreziosita da una Prefazione scritta ad hoc dall’autore. In questa, don Sirico evoca passi del Magistero sociale della Chiesa Cattolica nei quali questo si dichiara inidoneo a offrire soluzioni tecniche a questioni economiche contingenti. Da ciò l’autore invita il lettore a non scandalizzarsi se taluni suoi giudizi sembrano divergere da alcune «[...] affermazioni empiriche e storiche» (p. 14) di Papa Francesco sull’economia contemporanea e su tematiche ambientali. Se è vero, infatti, che «nessun cattolico può legittimamente dissentire dall’obbligo morale fondamentale verso i poveri» (p. 12), rammenta l’autore citando san Giovanni XXIII (1958-1963), «[...] i cattolici possono non essere […] d’accordo sui modi per alleviare la povertà» (ibidem).

Robert A. Sirico, A difesa del mercato. Le ragioni morali della libertà economica, Cantagalli, Siena 2017, 264 pp., € 17,00

 

Serenella Baldesi un Architetto prestata alla scrittura, il suo bellissimo libro è un viaggio attraverso gli incantevoli paesaggi della Spagna... ci siamo incontrati alla stampa estera dove tra una chiacchierata e un caffe mi ha raccontato il perche di questo libro dove lei racconta la sua esperienza di scoprire la donna che non credeva di essere...

parlando con lei per il corriere del sud  :

- Serenella dove sei nata ? Sono nata a Roma il 2 aprile 1962.

- Come mai Cammino doppio è il tuo primo lavoro ? Da cosa è nato? 

Cammino doppio e’ il mio primo libro ed è nato dalla passione che ho sempre avuto per la scrittura è dal cammino di Santiago de Compostela che ho effettuato varie volte e sul quale ho costruito una storia 

- Perché questa passione per la scrittura? Come mai da architetto hai frequentato scuole di scrittura? Cosa significa per te scrivere? 

Sono architetto e scrivo xché non sempre le passioni coincidono con la professione.Frequento una scuola di scrittura da quattro anni x affinare e perfezionare il mio stile. Attraverso la scrittura esprimo la mia creatività do’ voce ai miei pensieri ai miei sogni e a tutto quello che ho dentro. 

- Cammino doppio è il tuo primo romanzo, ma hai altro in cantiere? Se sì, di cosa parla il tuo lavoro seguente?  

In cantiere ho altri due libri di cui uno è finito e uscirà il prox ottobre. Narra di una storia di amicizia tra due donne che si trasforma in una relazione sentimentale con un finale a sorpresa.

Quando Alex ha intrapreso il suo Cammino, non doveva aver dato molto credito alle parole di Proust in merito all’avere nuovi occhi per far sì che un viaggio sia davvero di scoperta. Eppure gli ottocento chilometri e l’oltre un mese di cammino verso Santiago di Compostela le hanno donato esattamente questo: un nuovo inizio.
 
Con una narrazione in prima persona schietta, emotiva e colorita, Serenella Baldesi, al suo esordio narrativo, ci racconta di Alex, cinquantenne insoddisfatta della sua vita affettiva e lavorativa, e del suo Cammino, intrapreso in solitaria, verso Santiago.

Sebbene a spingerla a compiere questo viaggio sia stato il forte bisogno di staccare dalla sua vita e da alcuni recenti dolori (una delusione sentimentale extra coniugale e la morte improvvisa del fratello), Alex, inizialmente respingente, schietta e arrabbiata è proprio grazie agli incontri e scontri con alcuni momentanei compagni di cammino che si ritrova a riflettere su ciò che ha lasciato a casa e su come dare una sterzata alle sue insoddisfazioni.

Parallelamente alle strade spagnole, dunque, la protagonista percorre, inconsapevolmente quasi, un cammino di pacificazione con se stessa e i suoi problemi, riuscendo a mettere a posto qualche tassello della propria vita e scoprendo come possa essere una donna migliore al suo ritorno.

Senza tralasciare il racconto delle fatiche fisiche che un viaggio del genere comporta, tra difficoltà motorie ed emotive, Serenella Baldesi tratteggia panorami spagnoli di rara bellezza e autenticità, invogliando a compiere, così come Alex, un cammino, laico o religioso poco importa, alla volta di Santiago di Compostela, fosse solo per vedere con i propri occhi quel gigantesco e bellissimo botafumeiro

Lo scorso 9 Giugno 2018 presso la Sala Consiliare del Comune di Sorrento si è svolta la cerimonia di premiazione della XV edizione del "Premio Internazionale di poesia e narrativa Surrentum"  organizzato dall’Associazione Culturale "Ars Scrivendi" e presieduto dall’Operatore culturale  Luigi Leone.
Grande risposta sia da parte del numeroso pubblico presente che dei premiati; infatti, l'attenzione verso questa manifestazione, divenuta un vero faro nell'ambito dell'estate culturale sorrentina, è di anno in anno sempre crescente.
Presenti tra le autorità il Vice Sindaco di Sorrento Teresa De Angelis e il Consigliere Comunale di Sorrento Luigi Di Prisco. L’iniziativa è stata patrocinata dall’Amministrazione comunale di Sorrento.
Una magica serata con alternanza di poesia e musica, grazie alle performance del gruppo musicale SOUNDLIGHT 3.0 e del chitarrista classico napoletano LUCA ALLOCCA.
Apprezzati gli interventi artistici della cantante FIORELLA SEPE e del poliedrico ANGELO IANNELLI. La serata è stata condotta da Cleonice Parisi coadiuvata dal Presidente Luigi Leone.
Nel corso dell'evento sono stati conferiti "Premi alla Carriera" a tre personalità del panorama artistico ed intellettuale che si sono distinte per il loro notevole percorso professionale:

DANIELA CECCHINI - Giornalista, Critico letterario e Promotrice culturale

STEFANIA SPISTO - Editrice di Boscoreale (Napoli)

GERARDO SCALA - Attore di Napoli

Il "Premio personaggio dell’anno Pulcinella d'Argento 2018" è stato assegnato all’attore GENNARO IACCARINO protagonista di numerose  fiction televisive tra cui “Il Paradiso delle signore”  “Gomorra “  “Sense 8”.

Le 7 le sezioni in gara hanno visti vincitori i seguenti autori:
Poesia in lingua italiana MARISA COSSU di Taranto con la poesia “Condizione”
Poesia in vernacolo napoletano CIRO DI COSTANZO di Cercola (NA)  Con la poesia “A’ Libertà”
Libro edito di poesia  GIANNI SARDI di Napoli con il libro “L’incanto strappato”
Poesia haiku MASSIMO BALDI di Marino  (Roma)
Racconto breve ANTONIO COVINO di Napoli con il racconto “Boccaccio conserve e Angioini sott’olio”
Libro edito di narrativa PAOLANGELA DRAGHETTI con il libro “Una magica notte d’estate”

“Questa iniziativa – dichiara il Presidente Luigi Leone– di anno in anno sta crescendo sempre più suscitando grande interesse non solo a livello nazione ma anche internazionale. Noi, come Associazione "Ars Scrivendi", con il "Premio Surrentum" abbiamo contribuito, nel nostro piccolo,  a dare lustro alla città di Sorrento in Italia e nel mondo”.

 

Stavolta un'intervista a due voci, quelle di Letizia Leonardi e Kevork Orfalian, autori del libro di recente pubblicazione "Il chicco acre della melagrana" (2018, Edizioni Divinafollia), per parlare del Genocidio armeno attraverso la diretta testimonianza di un uomo che è riuscito a realizzare questa promettente opera storico-biografica dopo aver conosciuto nel 2015, in modo del tutto casuale, la scrittrice Letizia Leonardi, già autrice di una splendida versione italiana dell'opera "Mayrig" di H. Verneuil e da diversi anni attivamente impegnata nella causa armena.
Un incontro determinante per entrambi, vista la loro ampia convergenza verso una tematica importante, delicata e ingiustamente trascurata per tanti anni dal sistena mediatico.
Così è nata l'idea di scrivere un romanzo, liberamente tratto dai racconti di Orfalian, che ora si sente gratificato per aver finalmente concretizzato "il secondo desiderio della sua vita", come egli stesso dichiara nel corso dell'intervista, poichè da tanti anni desiderava raccontare la storia della sua travagliata esistenza.
Un percorso fra emozioni contrastanti, sofferenze inaudite e messaggi carichi d'amore, quelli della mamma del protagonista.
Un'opera editoriale avvincente e densa di contenuti legati da un sottile, ma resistente filo conduttore, che appassiona e commuove.

Dopo l’enorme successo della sua versione italiana del romanzo Mayrig di H. Verneuil, una nuova pubblicazione sempre inerente una tematica a lei molto cara, il riconoscimento storico del Genocidio armeno. Stavolta le vicende narrate nel libro "Il chicco acre della malagrana", edito da Divinafollia ed inserito nella collana Ararat,  si ispirano ai racconti di Kevork Orfalian, detto Giorgio, che ad un certo punto della sua vita ha voluto mettere nero su bianco la drammatiche esperienze che hanno caratterizzato un’esistenza a dir poco avventurosa. Come è nata l’idea di questa collaborazione editoriale?
Letizia - L’idea è nata da un incontro per caso in occasione del centenario del Genocidio armeno commemorato nel 2015. "Mayrig" era stato appena pubblicato e con Kevork Orfalian ci siamo conosciuti per la prima volta in una trasmissione radiofonica, invitati dal giornalista e scrittore di origine armena Diego Cimara, (che mi ha scritto la prefazione di Mayrig). Successivamente, ho incontrato di nuovo Orfalian a Roma durante gli appuntamenti da lui organizzati per ricordare le vittime del Genocidio armeno e alla fine del 2015 mi ha chiesto se ero disposta a scrivere la sua storia. Mi ha accennato qualcosa, l’ho subito trovata molto interessante ed ho accettato.

Questa esperienza rafforza e consolida il suo impegno nei confronti della causa armena. In diverse occasioni ha portato "Mayrig" nelle scuole. Potrebbe parlarmi della reazione dei ragazzi di fronte a tale tematica, che tra l’altro ha assunto una certa visibilità solo in questi ultimi anni?
Letizia - Con mio grande stupore, quando mi trovo davanti classi di ragazzi, noto che questo argomento catalizza la loro attenzione.  Restano molto colpiti dalle parole, dalle immagini, dalle musiche, da tutta un’atmosfera che contribuisce a far arrivare il messaggio che mai bisogna nascondere i grandi crimini della storia, per fare in modo che non si ripetano più, altrimenti queste persone sarebbero morte invano e il genocidio continuerebbe con l’oblio. Noto con piacere che i giovani, che sempre più spesso sono distratti dai loro smartphone, intenti a chattare e messaggiare, durante le mie conferenze spengono tutto e ascoltano; noto in loro anche una certa commozione. Ci sono stati studenti delle classi quinte che alla maturità hanno fatto la tesina proprio sul Genocidio armeno. Anche per "Il chicco acre della melagrana" il format delle conferenze sarà simile a quelle di "Mayrig". Ci saranno video, musiche, lettura di brani del libro, foto e poesie.

L’editore Silvia Denti definisce quest’opera una  "Bibbia di sopravvivenza", di calore, di avventura, di dignità. Ecco, vorrei soffermarmi con lei proprio sul concetto di dignità. Cosa ha percepito a livello emozionale durante i racconti di Orfalian riguardo le violazioni non solo fisiche, ma anche psicologiche, più volte subite?
Letizia - Le emozioni non sono mancate,  soprattutto perché avevo davanti una persona con una storia complessa, molto articolata. Un figlio della diaspora con il fardello rappresentato dalle tristi e dolorose vicende del suo popolo. I suoi avi hanno subito i primi massacri della fine del 1800, il genocidio e lui, in quanto figlio della diaspora, rappresenta un aspetto diverso del genocidio, che chiamo "bianco". Bianco perché chi non è stato ucciso si è trovato solo, con la famiglia spesso decimata. I sopravvissuti sono stati costretti a emigrare con tutto un bagaglio di traumi e  sensazioni difficili da immaginare. E poi le emozioni per gli orrori che mi sono stati raccontati nel periodo della sua carcerazione in Turchia, con l'’accusa di essere un terrorista armeno; stati emotivi peraltro rivissuti anche dal protagonista. Questa parte del libro l’abbiamo dovuta scrivere molto lentamente, poiché ogni volta Kevork viveva di nuovo quei terribili mesi. Ne "Il chicco acre della melagrana", oltre all’attualissimo tema dell’emigrazione, si aggiunge quello del trattamento riservato agli oppositori politici in Turchia.

Il protagonista della storia è stato vittima di un errore giudiziario, poiché ingiustamente accusato di terrorismo armeno in Turchia, come giá accennato da Letizia. Quindi, possiamo definirlo "un dramma nel dramma”. Con quale forza è riuscito sempre a rialzarsi in piedi, per rimettersi in gioco e ricominciare?
Kevork - Prima di tutto la forza di volontà, un forte istinto di sopravvivenza che mi ha portato a superare qualsiasi vicissitudine, ma questo ovviamente non vale solo per me. Mi ha aiutato anche il periodo del collegio, che per me ha rappresentato una sorta di leva militare durata 6 anni. Sono una persona tenace, pur nelle  mie fragilità, che vengono percepite solo da osservatori attenti. Dopo ogni caduta mi sono sempre rialzato, anche grazie alla corazza che mi sono costruito in questa mia particolare e, a tratti, complicata vita. Ho avuto indubbiamente un grande aiuto della mia famiglia, della mia mayrig (madre in armeno n.d.r.),  che mi è stata accanto nei momenti più difficili. Difficoltà e dolori che comunque mi hanno segnato,  anche se posso apparire spesso superficiale, irriverente, a tratti un pò sbruffone e litigioso. Ma sono atteggiamenti di autodifesa; mi arrabbio con facilità, ma un attimo dopo ho già dimenticato tutto.

Anche ne "Il chicco acre della melograna" è presente la figura di una "mayrig" , che svolge il suo ruolo con naturale saggezza, insomma, una madre e una donna notevole. Quali, se vi sono, le attinenze caratteriali  fra la mamma presente nella sua precedente fatica letteraria e quella di Orfalian?
Letizia - Diciamo che sono piuttosto simili. In "Mayrig" la madre è quella raccontata con gli occhi di un bambino. Ne "Il chicco acre della melagrana"  invece è l’uomo che racconta e anche qui c’è una zia che ha avuto un ruolo importante come in "Mayrig", (lì ce ne sono due di zie). Possiamo dire che le famiglie armene sono quasi tutte simili, con questo legame, unico forse, dovuto alle dolorose perdite che le hanno caratterizzate.

In che modo e con quale spirito la sua famiglia ha superato le vicende tragiche dei suoi avi e la sua carcerazione a Istanbul?
Kevork - Tutti in famiglia hanno sofferto. I miei fratelli, mia madre e mio padre. Dopo aver dovuto metabolizzare il dramma di un massacro e di un genocidio che ha decimato i nostri avi e i sopravvissuti furono costretti a fuggire da Urfa, i  miei genitori e i miei fratelli hanno dovuto subire anche una rivoluzione in Libia, come me, del resto. Anche quello è stato un dramma a livello psicologico! Abbiamo dovuto cambiare Paese, casa, lasciare gli amici d’infanzia, usi e costumi...e poi la mia prigionia. Dopo la riunione fatta dai miei zii che vivevano, all’epoca, ad Amman (Giordania), Parigi e negli Stati Uniti, hanno deciso che mio zio con passaporto americano era quello più idoneo a venire in Turchia, (Paese facente parte della Nato) e quindi venne a Roma per accompagnare mia madre a Istanbul. I miei genitori hanno chiesto in parte aiuti economici per la mia difesa. I soldi sono arrivati dagli zii della Giordania e io dopo due anni li ho restituiti. In questa tragica circostanza si è vista l’unità familiare, tipica delle famiglie armene.

Nel prossimo futuro continuerà ad occuparsi di Armenia?
Letizia - Sicuramente sì… Ho già diversi progetti da portare avanti, ma per scaramanzia preferisco non anticipare nulla; saranno, via via, delle sorprese. L’Armenia entra nel sangue. C’è qualcosa di magico in questa Terra e in questo popolo. Dopo ogni mia conferenza anche il pubblico si appassiona e vuole saperne di più.

Quali i ricordi che ha messo nella valigia al ritorno dal suo affascinante viaggio in Terra armena?
Letizia - Tanti ricordi, tante emozioni, tante sensazioni. La terra d’Armenia avvolge. Nelle particolari Chiese si respira spiritualità e il suo popolo, semplice, ma dotato di una grande educazione e rispetto, scalda il cuore con la sua ospitalità e il suo affetto. L’Armenia non si visita una volta. Chi va in Armenia poi ci ritorna più e più volte, poiché scatta un colpo di fulmine, che però non ti abbandona più…

Lei vive tra Roma e Yerevan. Che rapporto ha con questa piccola e affascinante Repubblica e con i suoi abitanti?
Kevork - Io principalmente amo la mia madre Patria, dove ho finalmente acquistato un piccolo appartamento al centro di Yerevan. Successivamente, ho deciso di aiutare delle famiglie povere attraverso sostegni economici e quattro volte l’anno vado al confine del Nagorno Karabakh (Artsakh) per aiutare i soldati armeni al fronte. L’Armenia è il mio Paese e lo amo anche se non potrei viverci tutta la vita. Non posso stare lontano più di 3 massimo 4 mesi. Sarebbe, tuttavia, impossibile per me stabilirmi lì poiché,  purtroppo, la cultura europea è diversa da quella armena.  Gli armeni sono stati settant’anni sotto il dominio sovietico e sono indipendenti solo dal 1991.

10) Quali sono i suoi progetti futuri e i suoi sogni nel cassetto?
Kevork - Nella mia vita io ho avuto quattro sogni da realizzare. Il primo è stato quello di possedere una bella casa dove poter vivere in Italia e in Armenia e l’ho realizzato. Il secondo quello di scrivere la storia della mia vita e questo l’ho realizzato, grazie anche all’aiuto di Letizia Leonardi. Il terzo poter fare di questo libro, "Il chicco acre della melagrana", un film importante e bello. Questa è una scommessa fatta con me stesso. Il quarto e ultimo desiderio è quello di trovare la donna della mia vita, ma su questo non sono molto concentrato, perché non credo che potrei vivere con una donna per tutto il resto dei miei giorni. Sono stato solo per troppo tempo. Diciamo che il mio obiettivo finale, il mio grande sogno, resta soprattutto quello di realizzare una trasposizione cinematografica tratta dal libro che racconta la mia vita. Dopo posso anche morire...

Questa sua vita, un pò rocambolesca, a tratti molto dolorosa e a tratti ricca di soddisfazioni in campo lavorativo, quanto ha influito nell’uomo che è adesso?
Kevork – Il mio carattere è diventato leggermente più duro verso le persone che si pongono in modo aggressivo nei miei confronti. Queste persone molto difficilmente riesco a perdonarle. Certo, le esperienze che ho avuto nella mia vita e il periodo di prigionia nelle carceri turche mi hanno reso un pò più introverso, ma nel corso degli anni ho voluto e dovuto dimenticare quei momenti difficili. Oggi,  comunque, mi sento rasserenato. So che tanta gente mi ama ma, forse, per tutte le cose che faccio, ci sono quelli che mi invidiano e l’invidia,  purtroppo, è un sentimento estremamente  negativo.

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