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Edizione N. 18

31 dicembre 2011

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Pat Buchanan, un giornalista cattolico

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L’America è divisa da un grande conflitto di potere che riguarda ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Il fronte nemico è rappresentato dal femminismo, dai sostenitori dell’aborto, dell’ambientalismo e dei diritti “diritti gay”. Pat Buchanan, giornalista cattolico americano, classe 1938, da quasi cinquant’anni combatte contro tutto questo. Parlando ad esempio dell’Aids nel 1983 ha scritto che i gay hanno dichiarato guerra alla natura e che la malattia è un castigo terribile. Si è battuto per boicottare il Gay Pride: “E’ possibile oggi deridere un cristiano praticante ma guai a criticare chi  pratica l’omosessualità”. Sul femminismo, invece, ha affermato: “le vere liberatrici delle donne non sono state le noiose opinioniste femministe ma le automobili, i supermercati, i centri commerciali, le lavastoviglie e lavatrici. Ciò ha consentito alle donne madri di avere più tempo per leggere e partecipare attivamente alla vita della società”. Si è opposto al servizio militare delle donne che considera contro natura.
Buchanan è fra i più coerenti protagonisti dell’attuale schieramento conservatore, difensore delle tradizioni americane, della Fede cattolica e della famiglia. Per questo è critico ad esempio verso tutti quei progressisti che considerano il Concilio Vaticano II una “rivoluzione” non ancora pienamente attuata, stigmatizzando allo stesso tempo chi accusa la Chiesa di avere un insegnamento anacronistico. Ha scritto a tal proposito, con una di quelle sue frasi coincise e precise che lo caratterizzano: “La Chiesa non deve adeguarsi ai tempi di una società immorale”. La Sposa di Cristo deve anzi, a suo avviso, essere in grado di “ripercorrere” i suoi passi per riconquistare la perduta autorità morale, dato che è proprio a causa di certe tendenze “liberal” di troppi suoi rappresentanti che la frequenza della Messa e il numero delle vocazioni si sono ridotte.
Negli scorsi anni Buchanan si è contraddistinto anche per una difesa vivace del film The Passion di Mel Gibson, parlando tra l’altro di cospirazione di alcuni poteri contro un’opera integralmente cattolica. Ha definito il New York Times una testata anticattolica che, come democratici alla John Kerry, pretende di conciliare il Cattolicesimo con la “libera scelta” per l’aborto ed il “matrimonio gay”. La vita, infatti, non si stanca di scrivere, “comincia con il concepimento. Non e’ importante la circostanza del concepimento del bambino. Si giustizino gli stupratori non i bambini”. Buchanan si oppone quindi ai farmaci abortivi definendoli  “pesticidi umani”, denuncia la ricerca sulle cellule staminali e si batte affinché la personalità giuridica sia concessa dall’inizio della vita del nascituro, convinto che la scienza moderna sia pienamente in grado di dimostrare come la vita inizi dal concepimento.
Per quanto riguarda i Pontefici Buchanan si è sempre mostrato particolarmente legato alla figura di Pio XII, il Papa della sua giovinezza. Lo ha difeso dalle false accuse di essere restato in silenzio durante l’Olocausto, arrivando al punto di definirle “diffamazioni di stampo hitleriano”. I nazionalsocialisti, del resto, hanno calunniato e disprezzato il Pontefice laddove le vittime da lui salvate dall’Olocausto gli sono rimaste grate a vita. E’, quindi, fra i più attivi sostenitori del processo di canonizzazione di Papa Pacelli.
Allo stesso tempo Buchanan si è costantemente dichiarato un grande estimatore di Giovanni Paolo II, “l’uomo più politicamente scorretto della terra”. Gli è particolarmente grato per la sue posizioni su aborto, omosessualità, rapporti extraconiugali. Unica posizione del magistero wojtyliano che non ha condiviso è quella sulla pena di morte che, a suo avviso, si basa invece sull’ordine naturale e non contrasta con la Sacra Scrittura.
Nei suoi commenti giornalistici degli ultimi anni ha esaltato Benedetto XVI, in particolare per il suo ruolo intransigente di difensore della dottrina tradizionale su temi come divorzio, contraccezione e ordinazione sacerdotale delle donne.
Sull’eutanasia ha scritto: “il diritto di morire non esiste. L’idea di eutanasia era diffusa nelle civiltà pagane precristiane. Si tratta di un crimine contro l’umanità. Si tratta di una di quelle pratiche che porteranno alla morte della civiltà occidentale”. Aggiungendo una “profezia” che non può lasciare indifferenti e, speriamo, sia smentita dai fatti: “Nei prossimi decenni l’eutanasia involontaria sarà ordinaria in Europa e chi combatterà per restare in vita fino alla sua vecchiaia sarà trattato con lo stesso freddo disprezzo con cui sono trattate le urla silenziose dei nascituri. Milioni di uomini saranno considerati alla stregua di animali domestici. Questo perché fin dagli anni 1960 i giovani radicali si sono adoperati per distruggere ‘le restrizioni della vecchia morale cristiana’”.
Tolte queste “restrizioni” ne è derivata, fra l’altro, la pornografia, “un sintomo dello spostamento della società cristiana. Il capitalismo su un campo come questo dovrebbe avere delle limitazioni. I  commercianti di pornografia sono squallidi maiali, anni fa questa gente sarebbe finita in galera per molto tempo, dopo essere stata denunciata dal pulpito come pervertita”.
Ad aggravare la perversione imperante vi è lo sfacelo delle Istituzioni educative: “Molte scuole derubano i nostri figli dell’innocenza - ha scritto -. Le loro menti sono state avvelenate dalla cultura contraria al cristianesimo, al patriottismo e alla famiglia. Verità eterne difese nel Nuovo e nel Vecchio Testamento sono state espulse dalle nostre scuole pubbliche dove i bambini vengono indottrinati al relativismo morale e dove si fa propaganda di ideologia anti occidentale”. Per questo Buchanan sostiene che la preghiera nelle scuole pubbliche debba essere obbligatoria, ed ha proposto polemicamente una Giornata nazionale di Preghiera in polemica contro una sentenza a ciò contraria, emanata dalla Corte Suprema.
Le scuole americane inquinano l’educazione dei giovani anche attraverso un indottrinamento ideologico evoluzionista. Il darwinismo, infatti, dice chiaramente, “è una teoria disastrosa. La Fede viene prima della scienza. Non si può non riconoscere la presenza di un ‘disegno intelligente’”. E la scuola contemporanea sradica le future generazioni con un’assurda professione cosmopolita. Le Nazioni non restano unite senza un’unità etnica, afferma in contrario. Il  multiculturalismo crea ad avviso di Buchanan un popolo che nulla ha in comune. Anche in questo caso si tratta di una conseguenza della rivoluzione culturale degli anni 1960. In passato l’emigrazione era europea mentre, da almeno due decenni, il 90% dei nuovi immigrati negli Stati Uniti sono asiatici, africani e latino americani. Per questo il giornalista americano propone un tetto sull’immigrazione tra i 150.000/250.000 immigrati l’anno, e denuncia la convenienza delle imprese che assumono in nero i clandestini.
“Bisogna evitare la discriminazione alla rovescia contro i bianchi”, denuncia in polemica contro i repubblicani, che accusa di essere ruffiani verso le “lobby razziali”. Mantenere i legami con tali gruppi è importante purché sia fatto in un modo tale da non dividere il Paese.
Dal punto di vista economico, i principi cardine del credo politico di Buchanan sono: protezionismo, stato minimo, decentramento federale, antimperialismo, difesa della Tradizione.
Sostiene infatti che i valori della Tradizione sono ormai “annacquati” dai neoconservatori, i c.d. neo-con, e dai repubblicani liberal al punto da rendere oggi difficilmente percepibile la differenza sui temi etici tra repubblicani e democratici.
I neoconservatori sono da considerarsi degli intrusi nel partito repubblicano. Provengono dalla sinistra e hanno portato con loro il germe dello statalismo e del globalismo oltre che una certa predisposizione fanatica che demonizza tutti coloro che non la pensano come loro. Sono entrati nel partito repubblicano con Reagan attirati dall’individualismo economico liberista.
Lo statalismo si vede nel nazionalismo militarista aggressivo e nel rifiuto dei correttivi locali e naturali alle leggi di mercato imposte dall’alto.
Il globalismo dei neo-con si vede in politica estera. Hanno spinto il presidente Bush ad intervenire in Iraq, una guerra fatta su chiara pressione della lobby filo sionista. “In questo modo” scriveva Buchanan nel 2003 “non faremo altro che danneggiare i nostri rapporti con il mondo arabo/islamico minacciando la pace che abbiamo costruito vincendo la guerra fredda”.
Insomma, in una battuta il nucleo centrale del pensiero di Buchanan consiste nella identificazione della decadenza americana a similitudine di quella dell’Impero romano: si tratta essenzialmente di un problema morale. “Una società –scrive giustamente a tal proposito - che accetta l’uccisione di un terzo dei suoi bambini come emancipazione femminile, che ritiene il matrimonio omosessuale progresso sociale, che mette nelle mani di ragazze di 13 anni i contraccettivi, dovrebbe cercare più un confessionale o meglio un esorcista piuttosto che dare lezioni all’umanità sulla superiorità dei valori americani”.

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Oriana Fallaci e l’Islam

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“Ho sempre amato la vita. Chi ama la vita non riesce mai ad adeguarsi, subire, farsi comandare. Chi ama la vita è sempre con il fucile alla finestra per difendere la vita…Un essere umano che si adegua, che subisce, che si fa comandare, non è un essere umano”. Queste parole della scrittrice e giornalista fiorentina Oriana Fallaci (1929-2006) tratte da une vecchia intervista di Luciano Simonelli rendono forse meglio di qualsiasi altro commento la caratura del ‘personaggio’ Oriana Fallaci, tra le figure più controverse della cultura italiana contemporanea. Fallaci nasce il 29 giugno del 1929 a Firenze e al capoluogo toscano resterà, in un modo o nell’altro, sempre legata. Proveniente da una famiglia antifascista, all’età di 10 anni la giovane entra nel movimento clandestino di resistenza Giustizia e Libertà (fondato a Parigi nel 1929 dall’esule Carlo Rosselli (1899-1937)), assieme al padre. Poco dopo, durante l’occupazione nazionalsocialista di Firenze proprio il padre verrà rapito e sottoposto a feroci torture dagli occupanti tedeschi: riuscirà però a salvarsi. L’esperienza drammatica, comunque, segnerà profondamente e a lungo la formazione della coscienza della futura scrittrice. Quel che qui interessa del suo pensiero – la descrizione della crisi della civiltà occidentale e il grido d’allarme contro l’Islam belligerante del post-11 settembre 2001 – si sviluppa peraltro a seguito di una genuina maturazione culturale e spirituale avvenuta in età adulta e giunta a compimento negli scritti della cosiddetta ‘trilogia’: ovvero i saggi, tutti pubblicati tra il 2001 e il 2005, La rabbia e l’orgoglio (che riprende ed amplia un lungo articolo pubblicato su Il Corriere della Sera il 29 settembre 2001 a seguito della strage delle ‘Twin Towers’ di New York), La forza della ragione (concepito come un post-scriptum al primo e tutto incentrato sulla denuncia di ‘Eurabia’, l’Europa dimentica di Cristo e al tempo stesso prona di fronte alla bomba demografica arabo-islamica), Oriana Fallaci intervista sé stessa e L’Apocalisse. Soltanto in Italia si parla di milioni di copie vendute in pochi anni, mentre all’estero le traduzioni hanno superato più di venti lingue.
Il libro che inaugura la trilogia è La rabbia e l’orgoglio che – fin dal titolo – manifesta il carattere militante della prosa della scrittrice. Con il saggio Fallaci interrompe un silenzio durato oltre dieci anni e il motivo è evidente: lei stessa, vivendo a Manhattan, è stata testimone dello schianto improvviso delle Torri gemelle, e delle migliaia di morti che hanno provocato, devastando una città e gettando un popolo intero nel terrore, senza alcuna dichiarazione di guerra. Il pamphlet, tuttavia, è un atto d’accusa non solo contro l’Islam fondamentalista ma anche contro i mediocri governanti occidentali, schiavi del pensiero debole e del linguaggio politicamente corretto. Per Fallaci all’Occidente di oggi manca il coraggio delle idee forti e la capacità di argomentarle con la logica della ragione naturale (tipica peraltro della sua tradizione classica). L’Occidente è malato non solo fisicamente (come testimonia la crisi epocale della natalità che lo affligge da tempo) ma anche e soprattutto nell’anima. La decadenza morale è uno dei leitmotiv ricorrenti dell’autrice che in essa vede un parallelo con l’Europa del 1938, quando le principali potenze del Continente chiusero gli occhi di fronte all’invasione della Cecoslovacchia perpetrata da parte di Adolf Hitler (1889-1945), il cosiddetto “spirito di Monaco”. Come, nell’illusione di depotenziarne l’atteggiamento bellicoso, Francia e Inghilterra allora accettarono di fatto l’occupazione illegale nazista, così l’Occidente di oggi – sperando di limitarne le rivendicazioni – si mostra acquiescente verso l’avanzata dell’immigrazione islamica e, più in generale, il pensiero islamista che conquista gradualmente la politica e la società. In realtà, anti-occidentalismo e filo-islamismo sono due facce della stessa medaglia: l’Islam è il nuovo nazifascismo (senza dimenticare che Hitler stesso fu spalleggiato delle dittature arabe) e se l’Occidente vuole salvare la sua libertà deve essere pronto a combattere come fece durante la II Guerra Mondiale (1939-1945). La rabbia insomma non è solo sinonimo di negatività: c’è anche una rabbia positiva che muove a cambiare le cose e a combattere la passiva accettazione dello status quo. Come l’orgoglio (sentimento che contraddistingue molte pagine di questi suoi scritti) per la propria identità e la propria libertà che spinge all’azione. Critica, come accennato, la scrittrice lo è anche verso il linguaggio dei politici e dei mass-media occidentali, succubi a loro volta di complessi culturali filo-islamici. Questo suo atteggiamento politicamente scorretto la portò a pagare più volte in prima persona: come accadde, ad esempio, nel 2002 quando la scrittrice venne citata - in Svizzera - dal locale Centro Islamico e dalla sede di Losanna di S.O.S. Racisme per il contenuto, ritenuto razzista, di La rabbia e l'orgoglio. Nel novembre dello stesso anno un giudice svizzero emise un mandato d’arresto per la violazione degli articoli 261 e 261bis del Codice Penale e ne richiese l’estradizione o, in alternativa, il processo da parte della magistratura italiana. L’allora ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli, respinse però la richiesta ricordando ai giudici elvetici che la Costituzione Italiana protegge la libertà di espressione (l’episodio è menzionato nel suo successivo La forza della ragione).
Una delle espressioni che la rese famosa nel suo ultimo scorcio di vita fu senz’altro quella di “Eurabia” (derivata in realtà dalla studiosa egiziana naturalizzata britannica Bat Ye’Or, autrice del saggio omonimo, cfr. Eurabia, Lindau, Torino 2007) utilizzata giornalisticamente con fortuna anche nei suoi discussi editoriali su Il Corriere della Sera, diretto in quegli anni da Ferruccio De Bortoli. Il senso era racchiuso tutto nel neologismo: l’Europa, culla millenaria della civiltà, rischia oggi di diventare una provincia islamica, se i flussi migratori continuano indisturbati. In molte città, denuncia Fallaci, stanno nascendo tante altre piccole mini-città islamiche che non si integrano con il tessuto urbano e pretendono una legislazione a parte. Per reagire, occorre anzitutto la sana riscoperta della tradizione storica occidentale che per l’Europa, e per l’Italia in particolare, significa Cristianesimo. In questa delicata situazione geo-politica, peraltro, l’Italia – in ragione della sua posizione – è particolarmente a rischio di ‘invasione’. Di fatto, la ‘questione demografica’, se non controllata, potrebbe diventare una vera e propria arma di colonizzazione etnica. Dopo Dio (con cui aveva avuto sempre un rapporto controverso), l’autrice riscopre quindi anche il valore della patria, cambiando sensibilmente i riferimenti culturali della giovinezza. E se la patria va difesa dalle minacce sempre più concrete che arrivano dall’Oriente islamista è chiaro che nella visione della Fallaci non c’è spazio per il pacifismo, come d’altronde la storia del Novecento appena trascorso insegna. La libertà va difesa ad ogni costo e l’anelito verso la libertà la porta a coraggiose prese di posizione che le costano pesanti accuse di xenofobia. Per una come lei, che si è sempre definita con orgoglio – e anche in ragione della sua storia personale – ‘liberale’, non potrebbe esserci offesa peggiore. Ma si tratta di difendere anche la libertà di chi, all’interno del mondo islamico, non ha spazio alcuno, come le donne, umiliate, spesso maltrattate e infine condannate a morte con la lapidazione.
Esempio indiscusso di libertà sono invece gli Stati Uniti, dove l’autrice vive gli ultimi anni: per questo Fallaci non comprende la crescita esponenziale dell’antiamericanismo in Europa, soprattutto a livello di classi dirigenti. Gli Stati Uniti, criticabili per molti aspetti, sono comunque il massimo esempio mai realizzato di una civiltà libera e democratica, non perfetta, ma politicamente e militarmente ‘forte’ ed è proprio la forza che oggi manca all’Europa. Uno sguardo alla situazione di Paesi come la Germania (invasa dall’emigrazione turca) e la Spagna (debole verso il terrorismo islamico dopo la strage di Madrid nel 2004) lo conferma in pieno. Fallaci denuncia inoltre il carattere totalitario e oppressivo della Shari’a (la legge islamica che non prevede distinzione fra potere temporale e potere spirituale e nega il principio di laicità). La battaglia contro l’Islam, quindi, è non solo politica ma anche culturale e spirituale. Si gioca nelle scuole (dove va salvaguardata l’ora di religione cattolica, a dispetto di chi vorrebbe introdurre il Corano) e perfino nelle chiese (come quella di San Petronio a Bologna dove un affresco, giudicato offensivo e quindi a rischio di ‘oscuramento’, di Giovanni da Modena (1379-1455) ritrae – fedelmente a quanto riportato nella Divina Commedia di Dante – Maometto (570-632), il fondatore dell’Islam, all’Inferno). Si comprende così, perché, alla fine di questo percorso ragionato, benché non esente da passioni, Fallaci potesse definirsi “un’atea cristiana”: cristiana cioè – se non per fede – per gratitudine al portato di libertà, civiltà e progresso che il Cristianesimo ha generato.

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La vita straordinaria del cardinal Van Thuân

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Tra i tanti martiri del secolo appena passato non vi sono soltanto quelli morti in circostanze drammatiche, in odio alla fede, ma anche quelli che – pur continuando a vivere fino alla vecchiaia –  hanno comunque condotto una vita oggettivamente all’insegna del martirio. Tra questi un posto di rilievo spetta al cardinale vietnamita François Xavier Nguyen Van Thuân, ricordato in modo speciale da Benedetto XVI nell’enciclica Spe Salvi. Van Thuân nasce il 17 aprile 1928 nella cittadina di Hue da una famiglia di ‘mandarini’, ovvero alti dignitari dell'impero vietnamita, di salde radici cattoliche e patriottiche, con una folta schiera di martiri e confessori della fede alle spalle. Si pensi solo che nel 1885 tutti gli abitanti del villaggio di sua madre erano stati bruciati vivi all’interno della chiesa parrocchiale in quanto seguaci di Cristo, eccetto suo nonno che a quel tempo studiava in Malesia. Ma, anche prima, la storia di famiglia registra diversi atti di persecuzione. Il suo bisnonno, in particolare, era stato forzatamente assegnato a una famiglia non cristiana di proposito, in modo che perdesse la fede. Egli stesso era solito raccontare questa vicenda al giovane François Xavier quando questi era piccolo. La figura fondamentale per la sua prima educazione cristiana è però la madre Hiep. Ogni sera prima di andare a letto gli insegna le storie della Bibbia e si sofferma sulle testimonianze dei martiri, specialmente dei suoi antenati. Il piccolo François familiarizza così subito con il martirio: ai suoi occhi gli appare non come un fatto leggendario, ma qualcosa di profondamente reale. La madre, soprattutto, gli insegna a pregare. Nell’agosto 1941, all’età di 13 anni, interiormente già certo di una vocazione precocissima, entra nel seminario minore di An Ninh. I suoi insegnanti sono missionari francesi e sacerdoti vietnamiti, luminosi esempi di bontà, di pietà e di santità. Lui risponde con entusiasmo e arriva in breve tempo ad essere uno studente modello in grado di parlare fluidamente sei lingue: cinese, inglese, latino, francese, italiano e spagnolo. L’11 giugno 1953, a 25 anni, viene ordinato sacerdote. Dopo appena tre mesi di servizio in una parrocchia però, gli viene diagnosticata una tubercolosi in stadio avanzato, che rende necessaria l’asportazione di gran parte del polmone destro. La diagnosi è grave e l’intervento si preannuncia delicato.
Poco prima dell’intervento i chirurghi dell’ospedale militare francese di Saigon, dove viene ricoverato, fanno effettuare un’ultima radiografia del suo torace. Con grande sorpresa constatano tuttavia che il polmone destro è improvvisamente e completamente guarito, senza recare alcuna traccia di malattia, in modo inspiegabile per la scienza. Per il giovane sacerdote è veramente un miracolo e una prima testimonianza della sollecitudine del Signore per la sua vocazione. Viene quindi inviato a Roma dove consegue il dottorato in diritto canonico alla Pontificia Università Urbaniana. Al termine degli studi rientra in patria e inizia a lavorare come docente presso il seminario minore a Hue, di cui nel 1960 viene eletto Rettore. Il 1 novembre 1963 il Vietnam del Sud è vittima di un colpo di Stato. Il presidente Diem (zio di Van Thuân e da questi molto stimato come uomo di profonda saggezza e notevole cultura) viene rovesciato dai suoi stessi generali. Diem e altri due zii di Van Thuân che si erano spesi a lungo per il bene del Paese e la libertà del Vietnam vengono assassinati con un colpo di pistola alla nuca. Il cuore del giovane sacerdote non può trattenere il risentimento per quelle morti ingiuste. Comprende allora di essere appena all’inizio del cammino spirituale: occorrerà ancora molto tempo perché riesca a perdonare completamente gli assassini dei suoi cari. Nel giugno 1967, a sorpresa, viene nominato vescovo di Nha Trang. Il suo impegno qui è molto intenso: consapevole della minaccia comunista che si profila all’orizzonte prepara un grande numero di giovani al sacerdozio ma si dedica anche alla formazione dei laici, alla pastorale giovanile, a rafforzare i Consigli parrocchiali presenti nella Diocesi. Nel 1971 è scelto come Consultore di quello che nel 1976 diventa il Pontificio Consiglio per i laici. In tale funzione si reca più volte a Roma, dove conosce un altro componente di quell’organismo, l’arcivescovo-metropolita di Cracovia, Karol Wojtyla, che in futuro avrà un ruolo importante nella sua vita (da Papa lo chiamerà tra l’altro alla Presidenza di un Pontificio Consiglio, gli affiderà la predicazione quaresimale degli Esercizi spirituali della Curia, lo nominerà infine Cardinale). Il 30 aprile 1975, però, come egli stesso temeva da tempo, le truppe comuniste del Nord (i cosiddetti ‘Vietcong’) conquistano la capitale Saigon, che diventerà da ora in poi Ho-Chi- Minh: per Van Thuân è l’inizio del periodo più drammatico della sua vita.
E’ stato da poco nominato arcivescovo di Vadesi e coadiutore di Saigon da Paolo VI quando il 15 agosto viene convocato nel palazzo presidenziale e subito arrestato con l’accusa di essere un infiltrato di un governo straniero e nemico della rivoluzione comunista (“agente in un complotto tra il Vaticano e gli imperialisti” [gli Stati Uniti]), in realtà perché nipote dell’ex presidente del Vietnam del Sud Ngo Dinh Diem e figura ecclesiastica di crescente influsso sociale. Resterà in carcere per 13 anni (fino al 1988), di cui nove in completo isolamento, senza mai essere processato. Costretto agli arresti domiciliari nella casa parrocchiale di Cay Vong, all’interno della sua vecchia diocesi di Nha-Trang, nel mese di ottobre dello stesso anno inizia a scrivere una serie di messaggi alla comunità cristiana di cui continua a sentirsi pastore e guida, sperando in cuor suo che possano giungere a destinazione. Grazie a Quang, un bambino di 7 anni, che gli procura di nascosto dei fogli di carta sui cui scrivere i suoi pensieri, il progetto potrà realizzarsi. Lo stesso bambino, di nascosto delle autorità, s’incarica infatti di portare i messaggi a casa in modo che i suoi fratelli possano ricopiare quei testi e diffonderli a loro volta. Da qui nasce il suo primo libro intitolato: Il cammino della speranza. Ma lo stesso accadrà più tardi, nel 1980, quando nella residenza obbligatoria di Giangxà, situata nel Vietnam del Nord, scriverà, sempre di notte e in segreto, il suo secondo libro: Il cammino della speranza alla luce della Parola di Dio e del Concilio Vaticano II  e quindi il terzo: I pellegrini del cammino della speranza. Il 19 marzo 1976 viene trasferito al campo di prigionia di Phu Khanh e rinchiuso in una cella angusta senza finestre. Inizia l’incubo peggiore: nessuno può avvicinarsi a lui e nessuno può parlare con lui, neanche le guardie. Viene poi trasferito in catene a Nha Trang, quindi al campo di rieducazione di Vinh-Quang, sulle montagne. Passa momenti durissimi. Per tutti questi lunghi anni l’unico suo sostentamento è la Santa Messa: la celebrerà ogni giorno servendosi del palmo della mano a far da calice, con tre gocce di vino e una goccia d’acqua. Il vino riesce ad averlo in modo ‘provvidenziale’: appena arrestato, gli avevano permesso infatti di scrivere una lettera per chiedere ai suoi parenti le cose necessarie. Domanda allora un po’ di medicina per digerire. I famigliari comprendono il significato vero della richiesta e gli inviano una bottiglietta con il vino e l’etichetta: “medicina contro il mal di stomaco”. Le briciole di pane consacrato le conserverà invece in pacchetti di sigarette…. Durante l’isolamento celebra la Messa intorno alle 3 del pomeriggio, l’ora di Gesù sulla croce. Tutto da solo, prega e canta in latino, francese e in vietnamita. Le guardie che lo ascoltano, esterrefatte, ne restano affascinate. La sua bontà instancabile, il suo amore anche e soprattutto per i nemici, colpiscono tutti  ovunque si trova. Sulle montagne di Vinh Phù, nella prigione di Vinh Quang, una volta chiede a una guardia il permesso di tagliare un pezzetto di legno a forma di croce. La guardia lo accontenta. In un’altra prigione chiede un pezzo di filo elettrico per fare una catenella per la sua croce. Dopo tre giorni la guardia ricompare con un paio di pinze e insieme la compongono. Da quella croce e da quella catena Van Thuân non si separa più. Le porta sempre al collo, anche dopo la sua liberazione, che avviene il 21 novembre 1998. Espulso dal suo Paese è costretto all’esilio forzato a Roma. Qui si trasferisce dal 1991 mentre la sua nomina a cardinale avviene nel Concistoro del 2001 (il 21 febbraio). Dal 24 giugno 1998 è Presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace (di cui era vicepresidente fin dall'aprile 1994). Nel marzo del 2000, anno del Grande Giubileo, viene chiamato da Giovanni Paolo II a predicare gli Esercizi spirituali di Quaresima al Papa e alla Curia romana: è il primo vescovo asiatico a ricevere questo onore nella storia della Chiesa. Muore a Roma il 16 settembre del 2002 al termine di una lunga e dolorosa malattia in cui ha dovuto affrontare anche una rara forma di cancro: ha 74 anni. A cinque anni dalla morte, il 17 settembre 2007 presso la Congregazione per le cause dei Santi è iniziata la causa di beatificazione.

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  Parte seconda Continuo a raccontare, la vita eccezionale del professore Luigi Gedda. Ricordo che sto utilizzando la relazione di Giulio Alfano tenuta a Milano il 28 febbraio scorso nel corso del...

07 Feb 2012

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