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A nostro modesto avviso, la politica nazionale, dai Fondi europei, può trovare una soluzione della “Questione meridionale”. Vediamo come. Per il ciclo economico in corso (2014-2020) l’Italia ha a disposizione quasi 45miliardi di euro, di cui circa 34miliardi sono destinati alle politiche di coesione territoriale, per l’accorciamento del gap tra Nord e Sud del Paese. Ancora, la partita, in Europa, si gioca su un nuovo ciclo di programmazione delle risorse per la coesione territoriale che sarà misurato,  sull’arco di tempo (2021-2027). Nel particolare, per l’Italia ci saranno risorse economiche per quasi 40miliardi che, in larga parte, saranno attratti dalle regioni del Mezzogiorno. Poi, va detto, senza mezzi termini, che la politica di coesione europea fornisce un ulteriore sostegno alle strategie di sviluppo gestionale, a livello locale e conferisce maggiori responsabilità, alle autorità locali, nella gestione degli stessi Fondi europei. In conclusione, diciamo che le autorità locali del Mezzogiorno dovranno avere la capacità di spesa delle risorse europee, loro assegnate, puntando su linee di investimento fruttuose, di sviluppo territoriale locale.

 

Noi riteniamo che la Politica nazionale, con degli investimenti alle imprese del Sud, per un loro rilancio, può creare più lavoro per i giovani del Mezzogiorno. Ancora, nel particolare, a nostro modesto avviso, il ministro dello sviluppo economico deve intervenire per determinare, con le Regioni del Sud, lo sviluppo industriale del territorio. Di conseguenza, se reggono gli investimenti nel Mezzogiorno, sono legati, anche, a quelle aziende che continuano a determinare occupazione dei giovani nel Sud. Ma c’è di più. Il capitale umano dei giovani è il motore principale per produrre sviluppo e benessere; in tal senso deve essere migliorata, da parte del settore pubblico e privato, la consapevolezza che, anche, nel Mezzogiorno, si può avere una formazione di qualità dei giovani che puntano ad un loro futuro di benessere sociale. In tal senso, dal Rapporto AlmaLaurea è stato registrato un dato importante: “Grazie alla laurea, il tasso di occupazione dei giovani del Mezzogiorno ha ottenuto un incremento positivo, tanto che sembra, finalmente prossimo, azzerarsi il divario che ha distanziato i nostri giovani da quelli del Nord Italia”. In conclusione, ci auguriamo che questo dato di “Buona formazione” diventi un trampolino di lancio, per il futuro lavorativo dei giovani del Mezzogiorno.

A nostro modesto avviso, nel settore dell’istruzione, si è creato un altro divario tra il nord e il sud d’Italia. Vediamo perché. In primis, diciamo che molti studenti iscritti nelle sedi meridionali degli istituti di istruzione, lavorano ma, lo fanno peri i bassi redditi delle loro famiglie, e che questo incide sulla loro possibilità di terminare gli studi, nei tempi fissati. Ma c’è di più. L’ultima riforma della “regionalizzazione dell’istruzione”, ovvero, la formalizzazione dell’esistenza di sedi universitarie di serie A e sedi universitarie di serie B. Pertanto, stando ai parametri considerati e agli accertamenti effettuati dall’Agenzia Nazionale di Valutazione della Ricerca (Anvur) le sedi universitarie di seria A, saranno focalizzate tutte al Nord d’Italia. Ancora, ciò che fa la differenza fra le sedi universitarie, del Nord e del Sud, è la reputazione: la quale è legata al contesto economico e sociale nel quale, la singola sede universitaria è localizzata. In conclusione, noi diciamo che la politica nazione dovrebbe rendersi conto che queste misure di regionalizzazione dell’istruzione, non danneggiano solo le università del Sud ma, l’intera economia del Mezzogiorno, in quanto accentuano i flussi migratori degli studenti, attratti dal maggior valore delle università del Nord e dalle conseguenti opportunità lavorative, negli stessi territori.

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