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Martedì, 21 Agosto 2018

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Un’occasione, anche, per raccontare attraverso la proiezione di un video e una tavola rotonda le storie di eccellenza di imprese diventate grandi, grazie alla capacità di sapere sfruttare le potenzialità  del territorio, di sviluppare i punti di forza,  con diversi esempi di business da un lato, una tradizione familiare (come Campisi e Adelfio a Marzamemi, Drago e Siracusa o i  Corsino a Palazzolo Acreide, che di padri in figli si sono scambiati  il testimone; dall’altro, l’impegno di chi ha saputo credere a un sogno, affrontando le difficoltà con passione, come l’azienda COS a Vittoria e chi, puntando  nella cooperazione, ha unito le forze di piccoli produttori  di zona e accettato la sfida dei mercati internazionali (come la cooperativa Faro) e chi con la cooperazione sociale, come L’arcolaio di Siracusa, ha creato lavoro e reddito per i soggetti svantaggiati, trasformando il disagio in opportunità, risorsa, riscatto e futuro.

Sono state 2255 le oredi formazione erogate complessivamente;63 tipologie di azioni formative, 89 edizioni formative, 3 aree tematiche: Qualificazione dei processi produttivi e dei prodotti (1142 ore di formazione erogate, pari al 50,64%); Digitalizzazione dei processi aziendali, 497 ore di formazione erogate, pari al 22,04%;Internazionalizzazione, 616 ore di formazione erogate pari al 27,32%.

L’unità d’Italia può andare in pezzi. Vediamo perché. C’è, in atto, una trattativa che dovrebbe essere condotta da quasi tutte le regioni, a statuto ordinario, definendo competenze e meccanismi finanziari, caso per caso. Ovvero, si sta così, generando una situazione istituzionale di grande caos. Tutti i protagonisti delle regioni, secondo un nostra opinione, mirano solo ad interessi territoriali, particolari, personali; a nessuno di loro sembra interessare: l’unità d’Italia; il complessivo interesse nazionale; la sostenibilità dell’organizzazione dello stato italiano; il ruolo del Governo dell’intero Paese; un corretto rapporto tra Roma e le regioni e l’eguaglianza dei diritti dei cittadini italiani. Nel particolare, ad esempio, la Regione Veneto vuole una competenza esclusiva su tutto. Non reclama solo le risorse, attualmente, spese dal Governo nazionale; ma propone un nuovo meccanismo di calcolo (sempre stabilito dalla Commissione paritetica Italia-Veneto che dovrebbe valere solo per il Veneto) basato su “fabbisogni standard” che tengano conto, anche, del “gettito dei tributi maturato nel territorio regionale”; con la garanzia, pure, che le risorse crescano nel tempo con” le stesse dinamiche del Pil della Regione”. In sostanza, si tratterebbe di una sostanziale secessione. Ma c’è di più. A chiedere queste condizioni, di particolare autonomia, sono, anche, alcune regioni del Sud, a cominciare dalla Puglia dove, entro il 2020, si terra un referendum, sulla scorta di quanto, già avvenuto, in Lombardia e Veneto, nel 2017. In conclusione, noi diciamo che lo snodo decisivo sarà la Conferenza Stato –Regioni, dove si stanno ponendo le basi, per una negoziazione organica, di tutte le Amministrazioni regionali, in prima linea, sulla battaglia autonomista, in corso.

In primis, noi diciamo che, per l’assegnazione dei Fondi dell’Unione europea, al Mezzogiorno, si è creata una diatriba, ovvero, un discorso aspro e polemico, nei rapporti con l’Unione europea: se il Mezzogiorno non si sveglia, a dargli la sveglia, sarà l’Unione europea. Vediamo perché. Nelle casse del Ministero del Mezzogiorno ci sono 76 miliardi di Fondi europei, per il periodo 2014-2020, da spendere, ancora. Quelle risorse per il Mezzogiorno sono fondamentali, anche, alla luce degli ultimi dati dell’Istat, sulla povertà nel Sud d’Italia, che ci obbligano a fare presto e bene. I dati della Commissione europea valgono più di tante parole.  Tra i fondi sociali, fondi per lo sviluppo regionale e per l’agricoltura, la Campania ha avuto in dono, per il 2014-2020, 6,7 miliardi. Ma, finora, ha annotato la Commissione europea, è riuscita ad allocarne in progetti, la metà e a spenderne una manciata: 255 milioni, pari al 3,7% del totale. Al palo ci sono, anche i Fondi europei della Sicilia: di 7,5 miliardi di euro sono stati, finora, rendicontati, appena, 397 milioni, poco più del 5%. Inchiodata a quota 5%, anche, la Puglia, che ha saputo tradurre, in risultati concreti, soltanto 452 milioni, degli 8,7 miliardi, messi in cassa. Ha fatto, un poco meglio, la Calabria la quale, è riuscita ad utilizzare 338 milioni dei 3,5 miliardi complessivi, avuti a disposizione. Ma va detto, anche, senza mezzi termini, che ci sono, delle giuste doglianze, di Confagricoltura sul nuovo impianto della Politica Agricola Comunitaria: per i tagli al bilancio agricolo (5%, in meno per l’Italia, significherebbe perdere circa 3 miliardi di euro, senza calcolare, poi, il 15%, in meno, per i Programmi di sviluppo rurale). In conclusione, diciamo che il nostro Paese, da un lato, si trova in posizione di credito verso l’Unione europea ma, dall’altro, è debole al tavolo negoziale, della spesa, delle risorse europee.

 

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