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Martedì, 11 Dicembre 2018

incontro obiezione di coscienza 2

Il 5 giugno scorso è entrata in vigore la legge n. 76 del 20 maggio 2016 “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze” (Legge Cirinnà). I commi 2 e 3 dell’articolo unico della legge stabiliscono che “due persone maggiorenni dello stesso sesso costituiscono un’unione civile mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni”, e che “l’ufficiale di stato civile provvede alla registrazione degli atti di unione civile tra persone dello stesso sesso nell’archivio dello stato civile”.

Dunque, la legge pone a carico dei Comuni – e quindi in qualche misura dei Sindaci -, precisi obblighi sia quanto al rito di avvio dell’unione civile sia quanto alla trascrizione nei registri dello stato civile dei matrimoni same sex contratti all’estero. A questo punto il problema che si pone è il seguente: il Sindaco convinto – sulla base delle nuove disposizioni – che il regime dell’unione civile prevista dalla legge 76/2016 corrisponda a quello dell’unione fra un uomo e una donna fondato sul matrimonio può astenersi dal celebrare il rito di avvio dell’unione medesima?

In attesa dei decreti attuativi, che dovranno essere emessi dal Ministero degli Interni, a questa fondamentale domanda ha cercato di rispondere lunedì scorso a Milano nella sede di Alleanza Cattolica, Domenico Airoma, Procuratore della Repubblica aggiunto al Tribunale di Napoli Nord e vice presidente del “Centro Studi Rosario Livatino”.

Il relatore prima di entrare in merito alle questioni tecniche su come un sindaco o un suo delegato può mettere in atto l'obiezione di coscienza si è soffermato su che cos'è la coscienza.

In primo luogo si tratta di qualcosa che riguarda ogni singola persona, non una collettività; è una cosa intima, strettamente personale, non collettiva. Una persona può far parte di una Chiesa, di un partito o di un’associazione, ma sarà lui personalmente, nelle singole concrete occasioni che gli si porranno davanti, a “fare i conti” con la sua coscienza: potrà chiedere consigli e pareri, ma sarà lui a decidere. Impensabile, quindi, un’obiezione di coscienza collettiva, organizzata: sarà una cosa diversa, la manifestazione di opinioni, anche giuste, ma non avrà a che fare con la coscienza delle singole persone.

In secondo luogo la coscienza ha a che fare con l’uso della ragione e la libertà: il richiamo della coscienza mette in moto la ragione e determina una scelta libera dell’uomo. Siamo uomini e non animali - ha detto Airoma - non agiamo per istinto, ma con l’uso della ragione, non siamo determinati dalla nostra natura, ma liberi di scegliere; anzi, liberi di fare anche una scelta che la nostra coscienza ci indica come cattiva: siamo liberi di fare il bene e il male”.

Inoltre secondo il procuratore napoletano, “la coscienza richiama ad una legge non scritta dalla persona – e da nessun altro uomo – ma “scritta nel suo cuore”: cioè la coscienza ci richiama ad un Altro, alla nostra natura di esseri creati che viviamo in un mondo creato”. L’evocazione della coscienza richiama, quindi, la legge morale naturale, quella che sempre il Catechismo afferma esprimere “il senso morale naturale che permette all’uomo di discernere, per mezzo della ragione, il bene e il male, la verità e la menzogna; mostra all’uomo la via da seguire per compiere il bene e raggiungere il proprio fine; è presente nel cuore di ogni uomo e stabilita dalla ragione; è immutabile e permane inalterata attraverso i mutamenti della storia”; una legge che “anche se si arriva a negare i suoi principi, non la si può però distruggere, né strappare dal cuore dell’uomo”.

L'uomo deve obbedire alla sua coscienza.

Infine questa legge naturale iscritta nel cuore dell'uomo è vincolante. Lo afferma seccamente il Catechismo: “L’uomo deve sempre obbedire al giudizio certo della propria coscienza”; notate: “sempre” (non ci sono eccezioni), e “deve” (non può, non è consigliato, non è auspicabile: deve). Colui che ascolta la sua coscienza rimane uomo, con tutta la sua dignità, in qualsiasi circostanza”.

Pertanto di fronte a una legge come quella delle unioni civili dello stesso sesso (la Cirinnà) che sei obbligato ad adempiere, un sindaco, un funzionario, in coscienza può rifiutarsi di attuarla. Infatti l'obiezione di coscienza è possibile quando non c'è una libertà. Airoma a questo punto ha precisato che“non si tratta di non essere d’accordo con la legge, di avere opinioni diverse da quelle della maggioranza parlamentare che ha approvato la legge o, peggio ancora, della mancanza di volontà di compiere certe azioni: si tratta di rispondere ad un divieto vincolante imposto dalla propria coscienza”.

E' una precisazione importante,“perché, talvolta, uno degli argomenti polemici contro l’obiezione di coscienza è quello del rischio dello sfaldamento della società, perché tutti rivendicano di non voler compiere determinate azioni”. Al contrario, non è affatto un caso che l’obiezione di coscienza si sia manifestata nel tempo e nel mondo solo in pochi ambiti: l’obbligo del servizio militare e l’obbligo di uccisione di esseri umani (aborto, fecondazione artificiale, eutanasia) – e, recentemente, in tutto il mondo, proprio sulla questione dell’equiparazione di unioni omosessuali al matrimonio naturale – a dimostrazione che la coscienza riconosciuta dalla retta ragione non impone di obiettare su tutti gli obblighi posti da uno Stato, ma di farlo solo rispetto a determinati obblighi, che hanno a che fare con i principi fondamentali della convivenza umana.

Pertanto secondo Airoma sono argomentazioni pretestuose, perchè mettono sullo stesso piano la “coscienza” all'”opinione” o alla “convinzione”. Infatti noi “accettiamo innumerevoli obblighi di varia natura e di diversa importanza, magari controvoglia, e li rispettiamo anche se, magari, non siamo d’accordo”, per esempio il pagamento delle troppe tasse ad un Governo o una Regione che magari hanno opinioni opposte alle nostre.

L'obiezione di coscienza è un atto politico che tiene accesa la fiammella della verità.

La questione dell'obiezione di coscienza, al fine di cogliere la sua essenza, merita precisazioni e distinzioni, senza annacquarla in qualcosa di indefinito. Appellarsi a lei può apparire una soluzione “minimale” e, in fondo, anche deludente, perché mancante di portata politica: “ma essa - precisa Airoma - rispetta la natura dell’obiezione di coscienza, che – in prima battuta – è diretta a tutelare il singolo individuo nella scelta specifica che è chiamato a fare. Si può obiettare che il Sindaco che delega altra persona a celebrare l’unione omosessuale in qualche modo contribuisce alla realizzazione di tale celebrazione. Se la scelta è di tutelare il diritto individuale del singolo a rispettare la sua coscienza nell’ambito di un sistema democratico che egli condivide – che lo condivida, è evidente: ha partecipato e ha vinto le elezioni –, allora l’astensione possibile è quella che riguarda lo specifico atto vietato dalla coscienza. L’obiettore di coscienza al servizio militare si limitava a non prestare detto servizio, ma non aveva alcun potere nei confronti del sistema del’Esercito; l’obiettore di coscienza sanitario all’aborto si astiene dal compiere gli aborti (o dal vendere i farmaci abortivi), ma continua a lavorare in un sistema che gli aborti li esegue e i farmaci abortivi li vende.

Tuttavia per avere maggiori chiarimenti giuridici rimando allo studio che ha pubblicato in evidenza, sul proprio sito, il “Centro Studi Rosario Livatino”, frutto della collaborazione fra giuristi dello stesso Centro, e in particolare del lavoro del cons. Giacomo Rocchi, giudice in Cassazione – sulla questione dell’obiezione di coscienza, e in particolare dei problemi che le disposizioni pongono ai sindaci e ai funzionari del Comune.

Sir Thomas More, martire della coscienza.

Prima di concludere mi sembra utile ricordare in questi difficili momenti per chi svolge una funzione pubblica, la figura del Gran Cancelliere del Regno inglese, sir Thomas More proclamato santo, la cui memoria liturgica nel calendario universale della Chiesa peraltro, è fissata, proprio in questa settimana, il ventidue giugno. A questo proposito domenica scorsa la parrocchia S. Maria delle Grazie ai Navigli, alla fine di un anno di meditazioni e riflessioni proprio su San Tommaso Moro, ha donato ai parrocchiani un libretto pubblicato da Elledici-Velar, sul santo inglese. Riprendo dalla presentazione del libretto di Cesare Ignazio Grampa, un interessante riflessione: proclamato patrono dei governanti e dei politici, il grande Giubileo del Duemila così si espresse: “molte sono le ragioni a favore di questo atto, tra queste la necessità che il mondo politico avverte di modelli, credibili che mostrino la via della verità in un momento storico in cui si moltiplicano ardue sfide e gravi esigenze. Thomas More si è sempre distinto per la costante fedeltà alle istituzioni legittime proprio perchè in esse intendeva servire non il potere ma l'ideale supremo della giustizia[...]l'uomo non si può separare da Dio né la politica dalla morale: ecco la luce che ne illuminò la coscienza. La sua vicenda esprime con chiarezza la verità fondamentale dell'etica politica”.

 

 

etienne roze 2

In questi giorni sto leggendo un corposo e impegnativo libro di ben 460 pagine che sicuramente dovrebbero leggere tutti gli operatori socioculturali, dagli insegnanti ai preti più o meno impegnati nel campo dell'educazione. Ha un titolo altisonante, “Verità e splendore della differenza sessuale”, scritto da un sacerdote francese Etienne Roze, pubblicato da Cantagalli (2014).

Due sono i paradossi che mi hanno colpito leggendo il testo: nel libro si affrontano temi che hanno la caratteristica dell'ovvietà, e che probabilmente se fossero stati trattati mezzo secolo fa, sicuramente non avrebbero avuto la connotazione emergenziale, che hanno oggi. Infatti dopo la conferenza di Pechino, con la diffusione dell'ideologia del gender, il libro di padre Etienne è un ottimo e decisivo strumento di chiarificazione. L'altro paradosso è quello che a trattare un tema così delicato come il sesso debba essere un sacerdote, mi sarei aspettato come minimo un laico.

Il testo è stato presentato da padre Roze in persona, in una serata di maggio scorso presso la sede milanese di Alleanza Cattolica. Padre Etienne peraltro ha concluso un corso, iniziato a novembre del 2015, dal titolo “Il Percorso dell'amore sponsale. Il Nodo d'Oro”, una serie di incontri organizzati da Alleanza Cattolica, Cristianità e SI' alla Famiglia, che traggono spunto dall'esigenza, dall'urgenza, come ha ben sottolineato papa Francesco, di una nuova alleanza dell'uomo e della donna, che orienti la politica, l'economia e la convivenza civile. La comunità coniugale-famigliare dell'uomo e della donna è la grammatica generativa, il “nodo d'oro”. Questi incontri abbastanza affollati, intendevano preparare soprattutto i giovani a scoprire in particolare, i fondamenti di un buon fidanzamento, innamoramento, amore e realzione di coppia, guardando alla dimensione spirituale, affettiva e sessuale.

“La battaglia contro la diffusione dell’ideologia del gender - scrive su comunitambrosiana.org, Marco Invernizzi, reggente nazionale di Alleanza Cattolica - non può limitarsi alle manifestazioni pubbliche (che sono indispensabili e incoraggianti) né alla vigilanza su quanto avviene nelle scuole (che pure è necessaria) e nemmeno alla battaglia parlamentare (che è nelle mani di pochissimi coraggiosi che si oppongono a una larga maggioranza di parlamentari che ignorano il tema o che sono fautori dell’ideologia del gender). La battaglia deve anzitutto trovare i propri fondamenti antropologici sia nello smascherare gli errori dell’ideologia proposta, sia soprattutto nel ribadire la verità e la bellezza del progetto di Dio sull’amore umano e di conseguenza sul matrimonio che fonda la famiglia, cellula fondamentale del corpo sociale”. Specificamente, - continua Invernizzi - dobbiamo provare a fare innamorare le persone, soprattutto i giovani che sono chiamati a sposarsi, dello splendore della differenza sessuale che il Creatore ha posto nella persona umana, creandola maschio e femmina”.

E' l'intento del libro di padre Roze, uno studio ben documentato, altamente scientifico, dove vengono espresse verità presenti nelle varie scienze come la biologia, l'anatomia,la psicologia,la filosofia, la sociologia,l'antropologia, ma soprattutto la teologia. Il testo per i temi trattati è molto impegnativo, ma nello stesso tempo è anche affascinante. E' un testo che serve non soltanto per confutare l'ideologia del gender, ma anche per edificare, per costruire,“Anzitutto il libro aiuta a percepire - scrive nella prefazione il cardinale Elio Sgreccia - lo splendore della verità e dell'amore che è nella persona umana, nell'uomo e nella donna, nella loro profondità e intima relazione intersoggettiva”.

Secondo il filosofo Heidegger, ogni epoca ha una sola cosa a cui pensare. Sembrerà strano ma la nostra epoca secondo Luce Irigaray, la sola cosa a cui pensare è “La differenza sessuale”. Introducendo il testo, Etienne Roze accoglie questa provocazione, “perchè la sentiamo nostra: mai come oggi la differenza è al centro dei dibattiti e delle discussioni, anche se pochi sanno di cosa si tratti, perchè il tema non è di immediata e facile comprensione”. Pertanto secondo Roze, occorre, “[...] sciogliere i nodi della matassa, per gustare tutta la bellezza e la verità della differenza sessuale”. E questo potrà avvenire anche se l'esposizione del testo, viene enunciato chiaramente, e mi sembra che padre Etienne ci riesca.

Il libro è nato dai numerosi incontri che il sacerdote francese ha avuto con moltissimi giovani, osservandoli e ascoltandoli si è reso conto che esisteva in loro una strana confusione, nell'esprimere la loro mascolinità e femminilità. Da questi incontri animati e da appassionati dibattiti, nasce il testo che ho in mano.

Il titolo della pubblicazione, Verità e splendore della differenza sessuale, per padre Roze,“oltre ad essere la chiave di lettura di questo studio, vuole anche essere un programma di vita, perchè quando si è intravista la bellezza della verità ed il suo fascino è difficile non corrispondervi: 'La verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore'”.

Il testo viene arricchito da una serie di innumerevoli citazioni di studi, documenti, di studiosi che si sono adoperati ad affrontare questi temi, tra questi Roze ne sceglie tre, anche se sono differenti e i loro studi sono abbastanza distinti. Sono definiti,“testimoni della differenza, che per anni si sono prodigati a denunciare lo sfaldamento della roccia delle differenze sessuali e generazionali: questa attenzione profetica li accomuna”. Il primo è Tony Anatrella, un sacrdote che vive a Parigi dove esercita come psicanalista e insegna psicologia clinica, è anche specialista in psichiatria sociale. Il secondo è Xavier Lacroix, anche lui francese, sposato e padre di tre figli, filosofo e teologo laico. Il terzo non poteva non essere che il grande Giovanni Paolo II, “non è possibile trattare il tema della differenza sessuale senza attingere alla ricchissima fonte del suo insegnamento e in modo particolare alla sua attenzione per l'amore umano”.E' notorio che papa Wojtyla, fin da cardinale si è soffermato sulla questione, scrivendo il libro Amore e responsabilità (1960) e poi come non ricordare soprattutto la ricchezza delle sue catechesi sull'amore umano del mercoledì che svilupperà in sei cicli dal settembre 1979 al novembre 1984.

Lo studio di padre Etienne si sviluppa su sette capitoli, attraversati da un movimento unitario che li lega insieme senza mai perdere lo sguardo sintetitico all'interno del percorso che il libro offre: la differenza sessuale.

Il libro inizia con uno sguardo all'odierna deriva antropologica, illustrata nel primo capitolo “La gender teory, una rivoluzione antropologica. Peraltro grazie a questa teoria che sta invadendo le culture, per padre Roze, si ha l'occasione di approfondire la verità e lo splendore della differenza sessuale.Nel secondo capitolo, “l'inafferrabile differenza”, si pongono le basi dello studio per definire i termini necessari per l'analisi, dei concetti di diversità e di differenza. Nel terzo capitolo, si affronta “Il mito dell'androgino e il racconto di Genesi a confronto”. Nel 4°, “Ripartire dal corpo”, neutralizzato dall'ideologia del gender e ridotto a massa di cellule. Si approfondirà il concetto di persona per poi ripartire dal corpo vissuto, ascoltando i suoi messaggi e leggendo i suoi significati ontologici. Nel 5° capitolo intitolato, “Interiorizzare l'identità nella società di Narciso”. Oggi vivamo in una società narcisistica che rifiuta la realtà della natura che si manifesta nel corpo sessuato, questa società come Narciso appunto si invaghisce di se stessa e si perde, suicidandosi, perché cessa di riprodursi. Lo studio si articolerà mantenendo sempre il senso unitario della ricerca: “con la riscoperta del corpo vivo- della corporeità-e, a partire da esso, della maturazione dell'identità, sarà finalmente possibile mettere a confronto l'uomo con la donna e viceversa”.

Ne riparleremo.

Nella società dei cambiamenti e dell’innovazione, qual è quella attuale, in cui ogni azione appare sempre di più orientata verso il soggettivismo, l’egocentrismo, il profitto e l’apparire, quale potrebbe essere il ruolo di una educazione che si pone come obiettivo quello di instillare nella persona l’esigenza del vivere secondo morale?

Affrontare una discussione sulla questione morale vuol dire ricercare sia prospettive contingenti sia permanenti in un momento in cui è divenuto alquanto sentito ed attuale il dibattito sui comportamenti morali, elementi essenziali nella formazione della personalità delle giovani generazioni.

Gli aspetti contingenti riguardano i notevoli cambiamenti che, negli ultimi decenni, si sono verificati nella nostra società, in fatto di comportamenti morali; quelli permanenti, invece, sono riferiti al senso morale, inteso come aspetto strettamente connesso con l’intelligenza e, di conseguenza, degno della persona, la quale cerca di dare un significato ed un valore alla propria vita, al proprio esistere.

La crisi economica in cui oggi versa l’Italia appare sempre più grave, con ripercussioni sulla certezza del lavoro e sulle difficoltà cui vanno incontro i giovani nella ricerca di una occupazione che non assuma i contorni della precarietà o del lavoro nero.

Questa situazione, comunque, rappresenta solo un aspetto di quella crisi molto più incisiva, ambigua e subdola, che interessa l’intera nostra nazione. È la crisi della legalità e della morale; è la crisi della carenza di assunzione di comportamenti corretti e onesti nei quali tutti noi abbiamo sempre creduto e per i quali continuiamo, ancora oggi, a credere ed a lottare.Purtroppo, i mass media ci presentano, quotidianamente, nuovi casi di malaffare da parte di politici, imprenditori, dirigenti; ci presentano gli accordi poco leciti della partitocrazia, che sembrano coinvolgere proprio tutti, anche quelle persone che reputavamo fulgidi esempi da imitare per la correttezza e la dirittura morale che, in ogni occasione, ostentavano. La scoperta dei sotterfugi e degli imbrogli sui quali, soprattutto oggi, appare fondata la politica italiana, l’inesorabile avanzare della criminalità organizzata, le nefandezze e gli inganni reiterati dai vari politici, imprenditori e dirigenti, le connivenze sempre più diffuse e lucrose delle bande delinquenziali e mafiose, hanno contribuito a disorientare i cittadini i quali, sempre di più delusi e scoraggiati, si sentono, ormai, abbandonati e traditi proprio da quelle persone che rappresentano le istituzioni, persone che avrebbero dovuto garantire la legalità,l’onestà, in una parola, l’assunzione di comportamenti corretti, giusti, morali.

Di fronte ad un siffatto scenario, si pone, subito, un interrogativo: quale strada bisogna percorrere perché la morale possa ritornare ad essere presente, credibile ed efficace nell’attuale realtà sociale e politica?

La condizione essenziale ed imprescindibile è rappresentata da una educazione morale in grado di ricondurre la persona ad una chiara visione di ciò che costituisce il suo stesso bene e quello della collettività, in un equilibrato sviluppo delle personali risorse culturali e sociali.

Si tratta, comunque, di un impegno notevole, in quanto è venuta meno la fiducia nella intera classe politica e, ancora di più, negli obiettivi che i vari gruppi cercano di pubblicizzare, soprattutto durante le campagne elettorali.

Le proposte che ci rivolgono sono sempre le stesse: discorsi demagogici che lasciano intravedere la risoluzione dei vari problemi in tempi alquanto brevi; le colpe delle difficoltà lavorative sono da attribuire sempre ad altri anche se loro siedono tra i banchi del Parlamento da decenni; richiesta di nuovi sacrifici, necessari per risanare le malridotte finanze dello Stato e delle pubbliche amministrazioni. Sono anche questi discorsi che fanno aumentare sempre di più la diffidenza e il pessimismo nei riguardi della politica e delle istituzioni.

Ma gli effetti dei comportamenti amorali e scorretti vanno ben oltre la regressione economica che gli italiani vivono, anche perché dal sistema corruttivo è possibile uscirne fuori, qualora vi fosse la volontà politica, invece, fare riacquistare alla gente piena fiducia nelle istituzioni e motivare la collettività a credere nei valori etici e morali appare una impresa sempre più ardua e complessa. E ancora, i molteplici negativi esempi che ci provengono dal mondo politico potrebbero indurre molte persone a ritenere che assumere comportamenti morali e legali, in un contesto sociale in cui vige maggiormente la cultura dell’apparire rispetto a quella dell’essere, significa solamente intraprendere una via difficile da percorrere e dai risultati modesti, se non addirittura, negativi o nulli.

Questo vuol dire che la famiglia e la scuola sono sempre di più impegnate non solo nella educazione e nella formazione di persone autonome, libere, responsabili, leali, giuste, ma soprattutto nella ricerca dei valori autentici e della libertà di pensiero e di giudizio, al fine di evitare che i propri figli e i propri alunni possano cadere nella allettante rete delle facili illusioni.

La formazione di una coscienza morale è sempre stato il compito preminente dell’azione educativa. Oggi, è un impegno particolarmente complesso far capire agli adolescenti i concetti di morale, di giustizia, di lealtà, di onestà, dal momento che, quotidianamente, vengono tempestati da notizie che smentiscono, in modo evidente, questi valori.

Il continuo susseguirsi di notizie di nuove corruzioni, di atti mafiosi, di tangenti, di bustarelle e regalie di vario genere, hanno, ormai, creato una forma di assuefazione nella mente della gente e, in particolare, dei giovani, al punto da non dedicare più, a queste notizie, la dovuta attenzione. Comunque, rimanere indifferenti di fronte a siffatte notizie non è, di certo, la scelta migliore. È, invece, opportuno che ognuno avverta sdegno e risentimento avverso tutto ciò che di dannoso e negativo continua a verificarsi, al fine di far emergere i veri ed autentici valori morali.

La moralità è un processo di assimilazione di onestà, di correttezza e lealtà. Si manifesta mediante l’affermarsi dell’Io inteso come consapevolezza e come adesione e condivisione di valori. Per tale motivo per moralità possono essere intesi sia tutti quei modi di essere che rispettano le norme dell’agire sociale, sia quelle condotte che tendono al conseguimento del bene collettivo, senza mai ledere l’altrui libertà.

È morale, perciò, quel comportamento finalizzato al conseguimento della serenità e del benessere per se stessi e per gli altri. Questo vuol dire che la morale assume il significato di comportamento morale solo se strettamente connessa all’etica. Infatti, è proprio il sentimento etico che consente di individuare e perseguire condotte e modi di agire moralmente giusti, leali, civili. Ed è proprio a questo senso etico, inteso come condivisione di valori, a cui la formazione morale deve continuamente tendere.

Gli effetti della educazione morale non si riscontrano in tempi immediati, né è possibile quantificarli in quanto attengono alla sfera interiore della persona. Sono, comunque, quelli che durano per tutta l’esistenza dal momento che, una volta interiorizzati e condivisi, diventano esempi di vita efficaci, giusti e corretti, che lasciano una traccia duratura e perenne nell’intera realtà sociale.

La strada da percorrere per acquisire una autentica cultura morale è, certamente, lunga. Per questo motivo viene richiesto alla famiglia, alla scuola, alle chiese, ai centri di culto, i quali, più di ogni altro, dovrebbero avere una importanza vitale nella diffusione di comportamenti morali ed etici, una sempre maggiore attenzione e responsabilità sia nella educazione e formazione dei giovani, sia nell’orientare i propri figli e i propri alunni alla conquista del senso morale, perché è da piccoli che ci si deve nutrire di “morale”, in quanto i comportamenti morali si assimilano nella quotidianità, nelle piccole azioni di tutti i giorni; quello che vediamo, ascoltiamo, impariamo da piccoli, determinerà quello che saremo da adulti: ovvero, che uomini e che cittadini saremo.

L’educazione ai valori morali appare, oggi, necessaria e non differibile. Ognuno, perciò, deve capire che il futuro che ci attende è un futuro fondato sulla lealtà, sulla responsabilità, sulla giustizia, sulla morale. La società futura sarà il risultato di ciò che famiglia, scuola, chiese, centri di culto e istituzioni avranno saputo fare oggi, per cui la rinascita di una sensibilità civile trova le sue basi proprio nella educazione morale. Non sono sufficienti le leggi contro la corruzione, quelle sulla trasparenza amministrativa, le norme contro l’usura, ecc., se non si possiede una autentica educazione e formazione morale. Questo vuol dire che l’educazione morale è un impegno che compete a tutti. Essa si accresce nel tempo divenendo condizione essenziale di educazione permanente e ricorrente, in grado di concorrere non solo al miglioramento di se stessi, ma della società.

I giovani, anche in modo inconsapevole, anelano ad avere ideali e valori, e se non saremo in grado di darglieli, di farglieli conoscere e vivere, saranno facile preda di fanatismi religiosi e politici: questo è il grave pericolo che dobbiamo affrontare e la sfida che, come genitori, come educatori e, ancor prima, come persone, dobbiamo vincere!

 

 

Premessa “semantica”

Mi scuso con gli amici lettori se ogni tanto ritorno al vecchio mestiere di insegnante e ripeto “lezioni” che loro hanno magari già sopportato. Quando dovevano svolgere il tema, ai miei Alunni (gli ultimi, carissimi, all’ITC di Rozzano) raccomandavo preventivamente di “chiedere alle parole” del titolo il loro significato. Nel nostro caso è opportuno soffermarsi su quel “civili”, aggettivo usatissimo, facile, “positivo”, quindi accattivante e accettato facilmente da tutti: chi sarebbe contrario ad una cosa “civile”? Il Mondo Moderno è pieno di queste ricerche e scelte “semantiche”, combinate apposta per meglio spacciare la sua mercanzia. Pensate come ha saputo camuffare l’aborto (uccisione del bambino prima di nascere) con… “tutela della maternità” (è nel titolo della “legge” 194!), mentre la Chiesa nel Catechismo – n. 2270 – a proposito di aborto parla di “colpa grave” e di “crimine”. Così per l’uccisione di quello già nato, prevista dal 2002 nella legislazione dell’Olanda (v. il cosiddetto “Protocollo di Gromingen” che consente di eliminare i nati malformati), usano “post-natale” dove il “post” (dopo) di nobile suono latino tenta di nascondere in qualche modo il reato che tutti i codici penali condannavano come “infanticidio”; così per la innaturale adozione di un bambino da parte di “due mamme” sono ricorsi a parole inglesi – “stepchild adoption” – non solo in ossequio alla lingua dei padroni del mondo, ma anche per confondere un povero come me che conosce bene solo quella…siciliana!

Nulla di nuovo: applicano la “neolingua” preconizzata da Orwell, 70 anni fa, nel celebre romanzo “1984”. Prendiamone atto.

 

 

Ciò premesso, nel nostro caso, forse, è perfino superfluo “chiedere alle parole” del titolo il significato vero perché ci viene spiegato, apertis verbis, dagli stessi propagatori dell’attuale capovolgimento della natura umana: per “unioni civili” costoro intendono in realtà anche le unioni omosessuali equiparate al matrimonio con conseguente adozione di bambini (due mamme, due papà!); pratica aberrante e disumana dell’ “utero in affitto” o “gestazione conto terzi” o “liberismo procreativo” (bambino che, in cambio di denaro, sarà tolto/strappato alla donna che per nove mesi l’ha portato in grembo!); scelta e acquisto – aberranti anch’essi – del seme alla banca/mercato (padri sconosciuti, figli orfani per legge, mercificazione della donna e del bambino, pericolo di futuro incesto!) e quant’altro di “novità” la fantasia, coadiuvata dalla scienza, potrà escogitare per la soddisfazione di curiosità, passioni, desideri e vizi umani. Pretendono, pure, che quelle “unioni” siano chiamate “matrimoni”: stranezze di chi, in controtendenza con le nuove generazioni che ormai rifiutano il matrimonio e preferiscono la convivenza, vuole “sposarsi” a qualsiasi costo con tanto di pubblico rito almeno davanti a un funzionario con la tracolla tricolore non potendolo fare davanti a un prete in cotta e stola!

 

 

Gli intellettuali “che contano” sui giornali, televisioni, riviste, film, libri… ci assordano col loro clamore e tentano di convincerci che tutto ciò è progresso e civiltà; per me – al contrario – è una deriva verso un disordine peggiore di quello che già vediamo. Tale disordine viene da lontano e un po’ alla volta sta capovolgendo ciò che la natura da sempre aveva stabilito. Negli ultimi decenni sta aggredendo la Famiglia naturale: il “Padrone del Mondo” dall’alto della “piramide” vede e sa perfettamente che il suo dominio completo su questa terra, oggi, passa attraverso la distruzione della Famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna che generano figli. Egli può contare su molti servitori proni ai suoi piedi, più spesso “inconsapevoli”: penso, fra tante figure, a quelle “ragazze” sorridenti, loquacissime e sparaparole come libri stampati che, arrivate al Parlamento nelle ultime infornate elettorali, sono piene di sicumera ideologica acquisita alla scuola di professorini targati “1968”; ripetono a memoria il consueto ritornello: queste “leggi” ci vengono richieste dall’Europa e noi Italiani dobbiamo affrettarci ad approvarle poiché siamo già in “ritardo” sulla tabella di marcia del “progresso”; ritardo – aggiungono in tante – causato dalla presenza in Italia del Vaticano e della Chiesa Cattolica… Un “bla bla” di chi non ha studiato la Storia! “Inconsapevoli”, a dir poco, sono anche parecchi politici che, dicendosi cattolici, convivono in partiti che esplicitamente hanno nei loro programmi articoli e proposizioni in contrasto – per diametrum – con la Dottrina sociale della Chiesa; questi vedono il disordine innaturale che aumenta nella società e immaginano di poter piantare dei “paletti” per fermarlo: fanno opera inutile, intanto perché sconoscono la “meccanica” e la complessità del processo rivoluzionario in corso e, poi, perché nell’attuale relativismo e individualismo esasperati, “i paletti” durano il breve lampo di una stagione. Così quando la “giovine” ministra del governo Renzi, dopo sue recenti affermazioni perentorie a favore delle “unioni civili”, sembra fare parziale marcia indietro e ammorbidire i toni della polemica, questi cattolici si sentono soddisfatti e magari cantano “vittoria”; in realtà c’è poco da cantare perché si tratta dei tattici e previsti “tre passi avanti e due indietro” che il “Padrone” ordina di fare quando sulla strada sorge qualche intoppo imprevisto come – ad esempio – un sondaggio da cui emerge che la maggioranza degli italiani è contraria alle “famiglie” omosessuali e alla loro adozione di bambini. E ciò è vero, il “giovine” Renzi stia accorto: la folla (oltre un milione di persone) che il 20 giugno scorso ha manifestato spontaneamente a Roma in difesa della Famiglia naturale, ne è la prova! In questi casi l’ “ordine” è di prendere tempo per aggirare l’ostacolo e ripartire, poi, con più lena di prima.

 

Quanto a “unioni civili”, “anche senza distinzione di sesso”, noi, cittadini di Rozzano, abbiamo avuto il “privilegio” di precorrere i tempi: il nostro Consiglio Comunale (compresi i cattolici del Partito Democratico) li ha votati di slancio con applauso finale il 16-XII-2013 (v. Delibera del Consiglio Comunale n. 48, 2013). Ma, fuori dell’Aula, nessuno si è accorto di niente, nonostante che da diversi mesi fossero affissi i manifesti che ne annunciavano la discussione. Neanche una paglia è apparsa sul “ViviRozzano”, né sui fogli parrocchiali, né su altra carta stampata che di tanto in tanto circola nel nostro comune. Io – solito “quidam de populo”/ “signor nessuno” – il 1° Novembre 2013, “Festa dei Santi”, avevo scritto un “foglietto” (“Rozzano: Consiglio Comunale del 14-X-2013; 4º punto all’Ordine del Giorno: regolamento per il riconoscimento delle unioni civili”) e, poi, un altro, Gennaio 2014 (“Unioni civili” anche a Rozzano) in cui dicevo che le “unioni” erano “fatti privati”, “a tempo” e “a prova” (“ci mettiamo insieme e, se non funziona, ci lasciamo…”) un magma fluido, difficile, dunque, da definire/codificare (umoristica la “stabile relazione” di cui parla la Delibera a p. 1/2), facili da sciogliere in qualsiasi momento; aggiungevo pure che esse, data la loro natura indefinita e provvisoria, diseducavano soprattutto i giovani alla fedeltà, alla parola data e favorivano in loro una affettività instabile e mutevole, frutto di desideri, indebolendo gli individui e accrescendo vieppiù nella società il disordine del quale vediamo i drammatici risultati; domandavo se non fosse il caso che almeno le Comunità delle chiese dicessero qualcosa su un argomento così importante e chiedevo che posizione avessero i cattolici eletti nel Consiglio comunale. Al che qualcuno rispose che era ozioso perfino parlarne perché la votazione “rozzanese” non aveva valore giuridico in quanto le leggi in Italia le vota soltanto il Parlamento. La risposta era giusta ma non teneva conto che tali votazioni “periferiche” (come i famosi/famigerati “registri delle unioni gay” del sindaco Pisapia a Milano o De Magistris a Napoli o Marino a Roma od Orlando a Palermo…), a parte la propaganda diseducante presso la buona gente, avevano un significato simbolico, di augurio e di sprone per i soloni legislatori di Roma affinché si affrettassero a colmare il “colpevole ritardo” italiano che ci fa “vergognare” di fronte ai paesi “civili” dell’Europa e via cantando col solito ritornello… Resto, comunque, sbalordito al pensiero che i cattolici, a Rozzano, su tutto ciò non abbiano avuto nulla da dire!

 

 

Forse siamo intontiti e schiacciati dal clamore che il “Mondo” con mezzi enormi sa organizzare per i suoi scopi e non ci rendiamo conto di essere testimoni di un passaggio epocale della storia: dall’alto della “piramide” è stato dato l’ordine ai nostri minuscoli politici passeggeri di creare un’altra “famiglia” distruggendo a poco a poco quella vera con conseguenze che dureranno secoli; credo che ogni persona dabbene, credente o no, si renda conto con la sola ragione che è una follia come di chi stia tagliando il ramo su cui sta comodamente seduto! Questo accade sotto i nostri occhi ed è ora che qualcuno lo “gridi dai tetti”.

Io, a rischio di apparire un Tartarino di Tarascona o il classico don Chisciotte, dal ritaglio del mio infinitesimo spazio, continuerò a parlare come il “grillo” di Pinocchio e magari a ripetere le stesse cose: voglio dire la mia parola di uomo e di cattolico sperando che la Democrazia non sforni qualche nuova “legge” che in futuro ci chiuderà la bocca.

E’ un quesito che si trova nel testo che sto presentando, “Inchiostro e Incenso”, di Ilaria Mattioni, edizioni Nerbini (2012). Dell’argomento si interessò fin da subito con la pubblicazione de Il Giornalino, don Giacomo Alberione nel 1924. Dopo i primi mesi Il Giornalino acquisiva una sua fisionomia con un taglio religioso e più educativo e meno didascalico. Il periodico come del resto la stampa cattolica per ragazzi a lungo ha usato il metodo educativo,“degli esempi contrapposti, da un lato il bambino perfetto che possedeva tutte le virtù, dall’altro il fanciullo che rappresentava la summa di tutti i vizi”. Tanta importanza per don Alberione rivestiva l’esame di coscienza, attraverso la quale i ragazzi prendevano atto delle proprie mancanze e si impegnavano a migliorare. Dal 1931 Il Giornalino pubblicò mensilmente la “pagellina degli Amici di Gesù, una tabella comprensiva di tutti i giorni del mese che avrebbe dovuto essere riempita quotidianamente dal lettore con le azioni buone compiute, le preghiere dette, i sacrifici fatti e le manchevolezze”. L’iniziativa ha avuto successo tra i lettori, “A ogni pagellina mensile corrispondeva una ‘crociata’ che di volta in volta poteva essere per la riparazione delle bestemmie, la sconfitta dell’ateismo…”. Con l’esame di coscienza, come metodo educativo, il ragazzo, il fanciullo, “si sentiva responsabilizzato e reso consapevole che ogni suo agire influiva sul mondo circostante. Con il suo comportamento poteva essere, ad esempio, modello positivo o negativo per i bambini più piccoli, con la sua preghiera poteva contribuire a far trionfare la Chiesa”.

Pertanto, in quel momento storico, il compito del periodico per ragazzi deve essere quello di educare e non di divertire. Si ammetteva che entrambi coabitavano nello stessa pubblicazione, ma l’intento doveva rimanere sempre quello formativo.

Interessante a questo proposito il riferimento della Mattioni a Luigi Gedda, presidente dell’Azione Cattolica, fondatore dei Comitati Civici e grande esponente cattolico del Novecento, per lui,“il ragazzo doveva essere abituato a passare dall’azione al pensiero, un certo tipo di stampa lo manteneva legato ai valori dell’azione provocando, di fatto, un ritardo nella maturazione psichica del soggetto”. Una stampa realmente cattolica, per Gedda, “avrebbe dovuto porsi come apologia del sacrificio e della rinuncia”. Invece stigmatizzava il comportamento di certa stampa che proponeva ai ragazzi esempi dove veniva promosso l’ottenimento del proprio interesse, del tornaconto personale.

Gedda si rendeva conto che i ragazzi erano indifesi dal punto di vista mentale, erano “una città aperta a tutte le influenze, buone e cattive”. Così era il giornale per i ragazzi, il periodico educativo, che “doveva assumersi la responsabilità di tutelare le debolezze del giovane”. Il giornale formativo che tanta influenza aveva avuto per noi adulti, ora deve essere riproposto a questi ragazzi di oggi, ne era convinto l’illustre esponente cattolico. “E’ una missione angelica perché angelo vuol dire annunciatore, messaggero; se siamo i messaggeri di una storia, di una generazione alla generazione del futuro, alla storia che viene, dobbiamo essere degli angeli”.

La pubblicazione paolina in questo periodo storico, respirò un’aria fortemente moralistica per Ilaria Mattioni. Si ebbe una svolta negli sessanta, con il sessantotto, adesso i bambini non potevano essere educati ancora attraverso semplici raccontini moralizzanti, “figli di un’Italia che ormai non esisteva più”. C’erano nuovi problemi da affrontare, come il razzismo, il consumismo, la violenza. “Il Giornalino – scrive Mattioni – non abdicò al proprio ruolo formativo, ma capì per tempo che avrebbe dovuto essere una guida pedante per i propri lettori, ma compagno di viaggio, per insegnare loro a diventare ‘uomini capaci di decidere liberamente’, responsabili delle proprie scelte”.

Un giornale al passo con i tempi: fumetto, fotoromanzo, cinema, tv…

Fin dagli inizi don Alberione voleva un settimanale illustrato, credeva nelle immagini, sono fondamentali per catturare l’attenzione dei ragazzini. Ben presto il periodico delle Paoline si avvicina al Corriere dei Piccoli, che appare vincente, e iniziò a pubblicare proprie “storie a quadretti”. Non tutti nel mondo cattolico però erano d’accordo sull’utilizzo del mondo delle nuvolette, c’era la paura che fomentasse la violenza; il dibattito sull’utilizzo dei fumetti era aperto. Il Giornalino ha accolto il loro utilizzo, si cercò di creare fumetti “impregnati di eticità”. Tra i tanti problemi, c’era quello delle armi, legato ai vari fumetti, era una questione sentita nel mondo cattolico.

Il Giornalino non dimenticando lo spirito cristiano, era convinto che bisognava anche guardare la realtà, fatta, purtroppo di violenze e di delinquenza. In una risposta a una signora, il direttore don Dino Cappellaro, nel 1974, scriveva: “Noi non vogliamo ingannare i nostri lettori presentando un mondo che sia tutto bello, pulito, pacifico, teso al bene…”. La società è piena di rapine, omicidi e tanto altro, tuttavia il Giornalino, non intende esaltare queste bruttezze.

Nel dibattito intorno alla preparazione del Giornalino subentra anche la questione cinema, anche qui occorre discernere come per tutti gli strumenti, i film, sicuramente vanno utilizzati. Bisogna utilizzare questi mezzi per il bene e la salute delle anime, come diceva don Alberione.“L’importanza di creare film pensati appositamente per bambini e adolescenti sarebbe stata ripetutamente ribadita dal settimanale della San Paolo in nome della specificità del mondo del fanciullo”.

Dopo con la comparsa della TV, si ricava, che proprio i bambini erano considerati particolarmente esposti al fascino emanato dalla televisione. Il Giornalino nel 1955 si faceva portavoce delle preoccupazioni di Pio XII: “Attenti, cari fanciulli! Quando vi capita di assistere a spettacoli che il progresso vi ha portato fin dentro le vostre case, fate attenzione! Spesso vi è il serpente nascosto, che vuol mordervi, che vuol strapparvi a Gesù…”.

Il Giornalino intanto aveva capito che “la televisione stava cambiando le abitudini e l’immaginario dei ragazzi, pur tentando comunque di portare i giovani a dominare il mezzo televisivo, attraverso una scelta consapevole dei programmi, e non lasciarsi dominare passivamente”. Interessante la descrizione della Mattioni quando descrive il rapporto con i lettori del Giornalino, visto come un amico di carta. “Il Giornalino è, per i ragazzi, un po’ come un fratello maggiore a cui rivolgersi per chiedere quelle cose che non sempre si chiedono ai genitori o agli adulti”, lo dice a conclusione dello studio di Mattioni, il direttore Gorla.

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