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Mercoledì, 20 Novembre 2019

Qualcuno sui social ha scritto provocatoriamente:“il Muro di Berlino è caduto, ma il comunismo resta” e penso che non si riferisse al Partito comunista di Marco Rizzo, ma a una mentalità e metodologia di fare politica di certi ambienti politici, culturali mediatici e intellettuali. Basta guardare il partito del “politicamente corretto” che imperversa ovunque, sui social, sui media, nella scuola, nell'editoria. Pertanto visto che esiste quest'area politica che si comporta da “comunista”, è forse utile conoscere e studiare che cosa è stato veramente il Comunismo nella Storia.

A questo proposito esiste un ottimo testo, «Il costo umano del comunismo. Russia, Cina e Vietnam», una nuova edizione italiana pubblicata da D'Ettoris Editori di Crotone (2017). Si tratta di tre documenti, tre rapporti, che nel 1970 aveva commissionato il Senato americano, sulle vittime dei crimini dei regimi comunisti, ora ripubblicati a distanza di quarantacinque anni dalla loro prima edizione italiana. Il primo è “The Human Cost of Soviet Communism”di Robert Conquest. Il secondo è “The Human Cost of Communism in China” di Richard Louis Walker. Il terzo, infine, è “The Human Cost of Communism in Vietnam”, coordinato da James Oliver Eastland, senatore democratico del Mississipi nel 1972.

Nel testo ripubblicato, in occasione del centenario della Rivoluzione d'Ottobre, c'è un saggio introduttivo di Oscar Sanguinetti, che è anche il curatore dell'opera.

Naturalmente il numero delle vittime calcolate negli anni '70 era diverso, ora dopo la consultazione di archivi, la caduta del Muro e la pubblicazione de Il Libro nero del comunismo si parla almeno di 100 milioni di morti.

A differenza del nazionalsocialismo e del militarismo nipponico, le vittime del comunismo marxista-leninista sono almeno una decina di volte maggiori. Pertanto dopo la caduta del Muro, per Sanguinetti, «non vi è stata alcuna messa sotto accusa delle classi dirigenti comuniste dell'Urss e dei Paesi ex satelliti, nonché dei partiti comunisti del mondo libero, sezioni dell'internazionale rossa». Infatti nonostante la natura criminogena, nessuna istanza internazionale ha indagato, né ha pronunciato qualsiasi forma di condanna dei regimi comunisti, come invece è stato fatto con il processo di Norimberga e di Tokio col nazionalsocialismo e l'imperialismo giapponese. Non è avvenuto nei Paesi europei schiavi del comunismo fra il 1948 e il 1989, dopo la riconquistata libertà. Perfino nella “martire” Ungheria, c'è stato un computo del danno materiale e morale, figuriamoci in Cina, dove i “nipotini di Lenin”, dopo il 1989 sono rimasti saldamente in sella al potere.

Eppure la storia del Novecento è segnata drammaticamente dal movimento comunista, che dove è andato al potere, dalla Spagna al Nepal, ha causato devastanti conflitti civili con un numero di indescrivibili di lutti e di danni. Tutto questo è avvenuto in due momenti: «quando cerca di conquistare il potere in uno Stato – con il terrorismo, l'insurrezione, la guerra civile e convenzionale – ma, soprattutto, quando lo ha conquistato».

Nei tre documenti proposti dalla D'Ettoris Editori, viene minuziosamente descritto il percorso criminale e omicida del movimento comunista nei tre Paesi presi in considerazione. «[...] A partire dal momento in cui la minoranza rivoluzionaria comunista inizia a tradurre in realtà il suo progetto utopistico e anti-naturale di società aggredendo in maniera terroristica il corpo sociale e invadendo in maniera capillare ogni articolazione di esso per 'ripulirla' da ogni 'parassita' e da ogni nemico».

Il sistema comunista si basava sul terrore, che non è come si intende oggi, il “terrorismo” dello stato totalitario, come osserva e mette in luce Conquest, l'artefice è lo Stato. «E' l'intero apparato statale,  controllato  totalitariamente da una minoranza politica ideologizzata, che usa degli enormi mezzi di cui dispone: polizia, esercito, magistratura, stampa – lo stato moderno è una macchina pressochè onnipotente – contro la propria popolazione per 'potarne' i rami individuali e corporati che ritiene ostacolino l'avvento del disegno che anima il gruppo al potere».

Il terrore è legato alla rivoluzione comunista e fa riferimento a quel Terrore scatenato durante la Rivoluzione Francese.

Nel saggio introduttivo Sanguinetti punta il dito sulle colpe dell'Occidente, i circoli mondialisti e finanziari di Wall Street che hanno finanziato sia la rivoluzione leniniana, che quella hitleriana. Prima che dopo la seconda guerra mondiale, le simpatie per l'Unione Sovietica erano abbastanza trasparenti da parte degli Usa. Poi dopo la guerra continua questo “clima “ favorevole da parte di certo culturame liberal. Per arrivare ai tre rapporti del '70, che rappresentano secondo Sanguinetti, «uno strumento al servizio della guerra psicologica anti-comunista, che allora gli Stati Uniti d'America si trovavano in prima linea a combattere».

Ma in che senso si deve intendere “il costo umano”, per il curatore dell'opera occorre guardare «nel loro complesso un numero astronomico di vittime». Quando si parla di vittime non si intende solo quelle militari e civili caduti in guerra o in rivoluzioni. «I rapporti considerano invece, correttamente, i morti – cui andrebbero aggiunti i feriti, nel corpo e nello spirito, e i danni morali e materiali subiti dalle comunità aggredite – frutto dell'aggressione diretta o indiretta che le classi dirigenti comuniste scatenano nei confronti delle rispettive società per attuare i propri disegni d'ingegneria sociale e per 'ripulirle' dai nemici e dagli oppositori […]». Pertanto il “costo umano” del comunismo comprende, «tutti coloro che i comunisti uccidono, direttamente o privandoli della libertà e ponendoli in contesti di impossibile sopravvivenza, in quanto li considerano nemici politici, ossia nemici di classe[...] fucilati con o senza processo; torturati a morte nelle celle della polizia segreta; condannati alla deportazione nell'”Arcipelago Gulag”, a costruire a mani nude canali a cinquanta gradi sotto zero o imprigionati nelle centinaia di micidiali Laogai cinesi, molti dei quali ancora attivi; privati del senno nelle cliniche psichiatriche; massacrati e sepolti nelle foibe e nelle fosse comuni come quelle di Katyn; imprigionati fino a morire di stenti; fatti perire di fame attraverso carestie create artificialmente, come i kulaki, i contadini benestanti ucraini – nella strage, per alcuni genocidio, nota come 'Holodomor'».

Il comunismo è una gigantesca macchina di morte senza uguali nella storia, allestita dai regimi marxisti-leninisti, dove hanno conquistato il potere, hanno subito macinato vite umane. Il comunismo «è criminogeno per natura, ha come esito strutturale e fatale il 'classicidio' e come cause primarie l'ateismo militante e il totalitarismo politico-sociale».

Naturalmente nelle indagini dei tre rapporti del costo umano del comunismo ci sono dei limiti: mancano all'appello diverse vittime della repressione delle rivolte anti-comuniste, a cominciare da quella ungherese del 1956. Mancano vittime che riguarda la Cina e il Vietnam. In conclusione scrive Sanguinetti, abbiamo davanti, dati imprecisi e in buona misura congetturali, ma non per questo da scartare. Arrivare a percentuali di errori minime è davvero impossibile. Tuttavia secondo Sanguinetti le cifre del costo umano del comunismo, secondo l'orientamento degli studiosi, «propende all'unanimità per un approssimazione per difetto, vale a dire che la maggioranza degli studiosi pensano che le cifre reali sono di gran lunga più alte di quelle addotte in maniera puntuale».

A questo punto occorre fare delle precisazioni: i totalitarismi e le dittature, non sono la stessa cosa. Attenzione le cosiddette dittature del Novecento non sono mai arrivati al livello dell'”impero del male” comunista. Il nazionalsocialismo, ha ucciso i suoi “nemici” in misura incomparabilmente minore, anche se ha compiuto crimini particolarmente odiosi, come lo stermino con metodi industriali degli ebrei europei e la decimazione della Polonia cattolica. «E' lecito pensare – scrive Sanguinetti – che il nazionalsocialismo hitleriano non ha avuto il tempo di eguagliare il regime sovietico, perchè è durato solo quattordici anni[...]».

Sui fascismi Sanguinetti precisa che hanno perseguitato gli oppositori, «ma mai hanno pianificato l'annientamento fisico dell'avversario e raramente, solo in situazioni eccezionali, sono giunti usque ad sanguinem».

L'introduzione del curatore conclude con le obiezioni che si possono fare allo studio pubblicato da D'Ettoris Editori. Si potrebbe obiettare che oggi i regimi comunisti non uccidono più; l'ideologia comunista no è più quella. Allora il pensiero va alla Cina, al Vietnam unificato, a Cuba. Per farla breve invito il lettore a leggere “Il Libro nero del comunismo”, una serie di saggi, redatti nel 1997, da un valido gruppo di autori, nessuno dei quali “di destra”, coordinati da Stephane Courtois. Un libro assai poco “politicamente corretto”, purtroppo si è persa la grande occasione propagandistica per fare un serio esame sui crimini del comunismo e la colpa non è solo dei post-comunisti che hanno fatto di tutto per “insabbiare” il saggio, ma anche dei cosiddetti anti-comunisti.

Tuttavia anche i tre rapporti sono finiti nell'oblio, tra l'altro dopo il 1973 non è stato più riedito.“Che senso ha riproporre oggi, a oltre quarant'anni di distanza”, il costo umano del comunismo? Si domanda Sanguinetti. «Serve per prima cosa a ricordare che il comunismo e la morte sono stretti sodali per decenni e non hanno ancora 'divorziati' fa sempre bene e, visto che il comunismo ancora domina su quasi un miliardo [...]».

Serve ricordare i crimini del comunismo perchè gli anticomunisti ci sono ancora e «non credono affatto che il comunismo 'sia finito', ma che continui sotto altre spoglie, E che, anzi, proprio grazie alla metamorfosi che ha attuato, almeno da noi, abbia ripreso quota e sia riuscito ad arrivare dove con il vecchio volto, ancorchè addolcito dal fascino intellettuale del gramscismo e dal pauperismo della 'austerità' berlingueriana – autentica parodia evangelica -, non era riuscito ad arrivare, cioè nella 'stanza dei bottoni'». Certo oggi, «i comunisti occidentali non indossano più i colbacchi rosso-stellati della CEKA, né portano al collo i fazzoletti rossi dei partigiani omicidi del 'Triangolo Rosso' [...]». Oggi gli eredi del comunismo storico professano «il relativismo morale più radicale e l'umanitarismo naturalistico ultra-ugualitario per tradurre in leggi dello Stato ogni presunto 'diritto' o 'desiderio' in campo morale[...]».

Ieri, 24 ottobre 2019, si apre la Conferenza internazionale organizzata per i 50 anni del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (TPC), il più antico reparto di polizia al mondo istituito specificamente per il settore, che opera a livello internazionale con i suoi “Caschi Blu della Cultura” formati d’intesa con l’UNESCO e con il MiBACT.

Il Comando TPC in mezzo secolo ha recuperato 803.199 beni culturali e oltre 1.136.876 reperti archeologici, sequestrato 1.363.232 opere false, arrestato 1.384 autori di delitti legati all’arte e deferito all’Autorità Giudiziaria oltre 23.000 soggetti. Si è adeguato costantemente alle nuove tecnologie realizzando una Banca dati che conta quasi 1.300.000 beni illecitamente sottratti.

Nei due giorni di lavori, che si terranno presso la Scuola Ufficiali Carabinieri di via Aurelia 511, saranno affrontate le tematiche del contrasto ai traffici illeciti di beni culturali promuovendo un momento di riflessione sulla materia, di grande interesse per la collettività e per la comunità internazionale.

La prima giornata, che ha visto la presenza di importanti Autorità del settore, è stata aperta dai saluti del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Giovanni NISTRI,  e del Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Onorevole Dario FRANCESCHINI. Subito dopo, l’Ambasciatore degli Stati Uniti d’America presso la Repubblica Italiana e la Repubblica di San Marino, Lewis Michael EISENBERG, restituirà all’Italia una testa di statua in marmo del I-II secolo d.C., raffigurante il Dio Pan, rubata a Roma nel febbraio 1968 presso l’area archeologica degli Orti Farnesiani al Palatino e rimpatriata dagli Stati Uniti d’America, in questi giorni, grazie alla collaborazione fra i Carabinieri del Comando  TPC e lo Homeland Security Investigations (HSI) statunitense.

Questa riconsegna, che testimonia l’importanza di un attento monitoraggio dei flussi di beni e il ruolo della cooperazione internazionale, è l’ultima in ordine di tempo di una serie infinita. Nei mesi scorsi è stata l’Italia, a seguito delle indagini del Comando TPC, a riconsegnare rilevanti e numerosi reperti al Messico e alla Cina.

Dopo la breve cerimonia, alla lectio magistralis del cardinale Gianfranco RAVASI, Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, sono seguiti per tutto il giorno interventi di esponenti delle Organizzazioni internazionali, dirigenti e tecnici del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, rappresentanti del mondo accademico, degli enti museali e delle associazioni di categoria.  Saranno illustrate fra l’altro le “buone pratiche” delle restituzioni da parte della Danimarca del “Carro di Eretum” e da parte  della Germania del “Vaso di fiori” del pittore fiammingo Van Huysum, da poco tornato a Palazzo Pitti. Di quest’ultimo argomento ha trattato il direttore degli Uffizi Eike Schmidt.

La seconda giornata, caratterizzata da un taglio più pratico, sarà riservata agli esperti della magistratura e delle forze dell’ordine che, in vari Paesi, si occupano di tutela del patrimonio culturale.  

A tutti i lavori assisteranno gli studenti degli ultimi anni delle scuole di specializzazione, i media di settore e i frequentatori della Scuola Ufficiali Carabinieri.

Agli Uffizi fino alla fine di ottobre una mostra inedita con 140 opere tra arazzi, merletti, stoffe e addobbi.

La storia degli ebrei italiani osservata da una prospettiva inedita e cromaticamente caleidoscopica, quella dell’arte del tessuto: è Tutti i colori dell’Italia ebraica, grande mostra accolta dal 27 giugno al 27 ottobre nell’aula magliabechiana della Galleria degli Uffizi di Firenze. Circa 140 opere, tra arazzi, stoffe, addobbi, merletti, abiti, dipinti ed altri oggetti di uso religioso e quotidiano, presentano per la prima volta la storia degli ebrei italiani attraverso una delle arti meno conosciute, ossia la tessitura, che nel mondo ebraico ha sempre rivestito un ruolo fondamentale nell’abbellimento di case, palazzi e luoghi di culto. Ne emerge un ebraismo attento alla tradizione, ma anche gioioso, colorato, ricco di simboli. Si riconosce inoltre il carattere interculturale e internazionale di questo popolo, soprattutto grazie all’eccezionale varietà dei motivi sui tessuti, dove il colore spesso predomina in maniera stupefacente.

Si parte dai tempi antichi e si arriva fino alla moda del Novecento e all’imprenditoria tessile moderna, affrontando temi chiave quali il ruolo della scrittura come motivo decorativo, l’uso dei tessuti nelle sinagoghe, il ricamo come lavoro segreto, il ruolo della donna. Protagoniste già nella Bibbia, anche nei secoli recenti le stoffe hanno la capacità di esprimere l’anima del popolo ebraico attraverso capolavori assoluti, spesso provenienti dal vicino e dal più lontano Oriente con cui gli ebrei italiani entravano in contatto per legami familiari e per commerci: si veda la spettacolare tenda (la parokhet), di manifattura ottomana del primo quarto del XVI secolo, prestata dal Museo della Padova Ebraica.

Le diverse comunità ebraiche italiane, in osmosi con la società circostante con cui si confrontavano, finivano per acquisire linguaggi ed espressioni artistiche locali: nelle opere tessili provenienti da Livorno, Pisa, Genova e Venezia, ad esempio, è manifesta l’influenza del vicino Oriente, molto diversa da quanto vediamo in quelle romane, fiorentine o torinesi, che si confrontavano con il gusto dei poteri dominanti in Italia.

Nel percorso della mostra sarà possibile ammirare alcuni pezzi rarissimi, provenienti da musei e collezioni straniere, che conducono idealmente il visitatore attraverso le feste ebraiche: tra questi i frammenti ricamati provenienti dal Museum of Fine Arts di Cleveland, le due tende dal Jewish Museum di New York e dal Victoria and Albert Museum di Londra che insieme a quella di Firenze formano un trittico di arredi (per la prima volta riuniti insieme) simili per tecnica e simbologia.

Straordinario e unico è un cofanetto a niello della fine del Quattrocento proveniente dall’Israel Museum di Gerusalemme che, come una specie di computer ante litteram ad uso della padrona di casa, tiene il conto della biancheria che via via era consumata dai componenti della famiglia.

Dagli abiti – in particolare quelli femminili – spesso si ricavavano le stoffe preziose per confezionare paramenti e arredi sinagogali, dove talvolta è possibile individuare le linee delle vesti e il loro uso originario. Nel Ritratto del conte Giovanni Battista Vailetti di Fra Galgario, del 1720 (un prestito eccezionale dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia) il personaggio indossa una splendida marsina in prezioso broccato e nell’Allegoria dei cinque sensi di Sebastiano Ceccarini (1745), ad esempio, la veste della bambina è dello stesso tessuto della mappà Ambron realizzata a Roma nel 1791-92.

Splendidi i ricami, alcuni con ‘stemmi parlanti’ (gli ebrei non potevano ricevere un titolo nobiliare) entro fastose cornici barocche. Vere e proprie “pitture ad ago” che brillavano alle luci mobili delle candele e delle torce, in un trionfo di sete colorate, di fili d’oro e d’argento, sono opera delle abili mani delle donne che, pur rinchiuse tra le mura domestiche, esprimono una stupefacente inventiva e ampiezza di conoscenze.

Tra i tessuti più antichi in mostra, databili al Quattrocento, sono una tenda per l’armadio sacro proveniente dal Museo Ebraico di Roma, un’altra proveniente dalla Sinagoga di Pisa e un telo del ‘Parato della Badia Fiorentina’ che in origine ricopriva per le feste solenni tutte le pareti della chiesa. Sono tutti eseguiti in un velluto cesellato e tramato di fili d’oro nel motivo della ‘griccia’ – una melagrana su stelo ondulato – che è forse il disegno tessile più tipico del Rinascimento in Toscana.

Una scoperta sorprendente è l’Aron Ha Qodesh, un armadio sacro proveniente dalla più antica sinagoga di Pisa. Le decorazioni dipinte e le dorature del mobile, ora riscoperto come originale del XVI secolo, sono riemerse sotto le innumerevoli mani di tinta bianca che l’avevano deturpato.

Le sezioni tematiche della mostra giungono ai giorni nostri, passando attraverso il collezionismo tessile dell’Ottocento, di cui fu massimo esponente Giulio Franchetti, che ha donato la sua raccolta al Museo del Bargello, ma anche l’imprenditoria - in particolare di quella pratese con la famiglia Forti-Bemporad - e la creatività di alcune famose stiliste.

L’esposizione termina con un capolavoro assoluto, il merletto lungo otto metri disegnato da Lele Luzzati per il transatlantico Oceanic. È un collage di pezzi antichi e moderni che riproduce I fasti e le immagini della Commedia dell’Arte Italiana, in un medium inusitato, che unisce l’antica manualità a un’incredibile forza espressionista.

Come afferma il Direttore delle Gallerie degli Uffizi di Firenze Eike Schmidt: “è una rassegna di amplissimo respiro su un tema mai affrontato prima. Il visitatore rimarrà sorpreso dalla varietà e ricchezza degli oggetti esposti, che spaziano dai solenni parati liturgici ai doni diplomatici, dagli abiti ai ricami, dai ritratti al prêt-à-porter e molto altro: sono le fitte, preziose trame del popolo ebraico in Italia”.

La presidente della fondazione per il Museo Ebraico di Roma Alessandra Di Castro, commenta: “La produzione ebraica dei tessuti, come anche degli argenti e di altre tipologie di arti decorative, è intimamente legata alla storia dell’arte italiana in una dimensione più generale; ha risentito nei secoli dei cambiamenti di gusto della civiltà artistica italiana e a sua volta li ha determinati, influenzati. E per questa ragione la mostra riguarda tutti e accende le luci della ribalta su un patrimonio comune – incredibile per qualità e quantità – che va valorizzato, promosso, tutelato e soprattutto raccontato perché lo si conosca in tutta la sua ricchezza”.

Scrive Eike D. Schmidt Direttore delle Gallerie degli Uffizi  : Il rapporto tra il mondo ebraico e l’arte tessile ha origini millenarie e attraverso i secoli è stato alimentato da suggestioni bibliche, vocazioni cultuali e culturali, necessità contingenti e opportunità imprenditoriali. Lo riassume bene il titolo di questa mostra, a lungo progettata dai curatori e dal comitato scientifico, come ricorda nella sua introduzione Alessandra Di Castro.

Sacro e profano, storia di un popolo e cronaca familiare si intrecciano a disegnare trame – il gioco di parole è d’obbligo – che trovano il filo conduttore nella predilezione per questi manufatti, rivelandoci inoltre le ragioni per cui spesso gli ebrei ne furono e ne sono collezionisti esperti e studiosi competenti.

Sia in mostra che in catalogo le curatrici Dora Liscia Bemporad e Olga Melasecchi ci guidano alla scoperta del ruolo che i tessuti hanno avuto nella civiltà ebraica, tanto da essere protagonisti nei codici miniati medievali e rinascimentali, esaminati da Andreina Contessa, e nella liturgia, obbligatoriamente aniconica e viceversa portata a esaltare ogni dettaglio decorativo, astratto o naturalistico. Tra questi spicca la melagrana, simbolo di fertilità e abbondanza: il frutto portato a Mosè dagli esploratori di ritorno dalla Terra Promessa divenne motivo ornamentale comune su ogni sponda del Mediterraneo, crocevia di rotte commerciali, bacino di scambi e di legami familiari. Così avviene che tessuti esotici e tappeti mediorientali, studiati da Alberto Boralevi, compaiano di frequente negli arredi delle sinagoghe, annullando i confini e ampliando l’orizzonte a contaminazioni stilistiche dense di conseguenze.

Anche la parola scritta è forma e decorazione, ce lo ricorda Amedeo Spagnoletto, ed è protagonista di bordure o interi ricami. Un’arte intima, privata e silenziosa quest’ultima, alla quale si applicarono le donne delle comunità e i “modellari” – di cui scrive Doretta Davanzo Poli – specie

dopo che la bolla papale del 1555 legò gli ebrei al mestiere di straccivendoli, precludendo loro altre attività produttive.

Ma dopo secoli d’interdizione e separazione, questo percorso cronologico, la cui partenza è descritta in catalogo da Sergio Amedeo Terracina e Baruch Lampronti, nell’Ottocento cambia rotta.

I saggi di Mario Toscano, Daniela Degl’Innocenti, Giorgia Calò e Caterina Chiarelli ci raccontano una storia di orgogliosa emancipazione, di talento imprenditoriale e d’impegno civile. Per citare un esempio, ricordo la “città-fabbrica” che la famiglia ebraica Forti creò nella località La Briglia, a Vaiano di Prato: un modello di fusione sociale illuminato, che includeva una chiesa, un presidio medico, botteghe e perfino un teatro.

La mostra si spinge fino alla storia recente del design e della moda – in questo caso con due nomi che hanno fatto storia nel Novecento: Roberta di Camerino, al secolo Giuliana Coen, e Gigliola Curiel – mostrando risposte immediate e tecnicamente interessantissime alle tendenze avanguardiste.

Siamo dunque di fronte a una rassegna di amplissimo respiro su un tema mai affrontato prima in una grande mostra e che già da tempo meditavo di realizzare, finché gli Uffizi e un gruppo di specialisti d’eccezione lo hanno reso possibile. Il visitatore avrà un’occasione di conoscenza rara e rimarrà sorpreso dalla varietà e ricchezza degli oggetti esposti, spesso mai visti prima, che spaziano dai solenni parati liturgici ai doni diplomatici, dagli abiti ai ricami, dai ritratti al prêt-à-porter e molto altro: sono le fitte, preziose trame del popolo ebraico in Italia.

Nei giorni della canonizzazione di Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II, per onorare in qualche modo la sua poliedrica figura, non ho trovato di meglio che leggermi, una serie di libri, che avevo nella mia biblioteca, e poi di proporne il contenuto ai vari blog, siti internet dove collaboro da anni.

Studiando ho scoperto che il papa polacco, senza ombra di dubbio, può essere considerato il più grande uomo, un gigante del XX° secolo. Attenzione, non solo per le sue qualità e capacità religiose, in quanto pontefice e capo della Chiesa Cattolica, ma anche per le sue straordinarie attitudini politiche, sociologiche, psicologiche, filosofiche e storiche.

Tra l'altro leggendo i vari volumi, che ora ho pubblicato in un'opera collattanea nel mio blog personale, ho notato che la figura di Giovanni Paolo II ancora non è conosciuta o studiata abbastanza a cominciare dai cattolici. Prendiamo per esempio la sua visione socio-politica, quella che riguarda la dottrina sociale della Chiesa, quegli aspetti che lo hanno visto protagonista nelle battaglie sociali, culturali e politiche, prima da vescovo e poi da papa, nei confronti del totalitarismo socialcomunista in Polonia e poi in tutto l'Est europeo.

C'è un ottimo testo scritto da un giornalista francese Bernard Lecomte, «La verità prevarrà sempre sulla menzogna. Come papa Giovanni Paolo II ha sconfitto il comunismo», pubblicato da Mursia nel 1992. Questa pubblicazione, ormai non più riedita,  potrebbe essere un'ottima sintesi di come i popoli dell'est hanno riacquistato la libertà attraverso una rivoluzione silenziosa, guidata, per certi versi, dal papa slavo. «La sua elezione al soglio pontificio nell'ottobre del 1978 ha sconvolto la Ostpolitik del Vaticano e riportato la speranza a milioni di cattolici polacchi, cechi, ungheresi e ucraini. “Non temete, la Verità vincerà!” ha continuato a ripetere loro».

L'autore del libro, che ha seguito i viaggi del papa nell'Europa dell'Est, rivela i segreti di quella riconquista dei popoli dell'est europeo che hanno combattuto una battaglia non sanguinaria come quello polacco. Lecomte mette in luce come Giovanni Paolo II abbia galvanizzato quegli uomini e donne dell'Est e come con i suoi discorsi, ha sconvolto le società totalitarie, nonostante il tentativo di assassinarlo avvenuto nel 1981.

Il libro è un resoconto appassionato «del lungo pellegrinaggio dei popoli dell'Est europeo verso la libertà», con particolare riferimento ai vari protagonisti, i cosiddetti dissidenti che hanno lottato e spesso pagando con la loro vita, contro il totalitarismo comunista, quali Lech Walesa, Vaclav Havel, il cardinale Stefan Wyszynki e tanti altri.

Lecomte fa un'ottima sintesi dei vari passaggi della lotta, della resistenza pacifica di questo grande papa e per certi versi di tanti suoi figli spirituali, in particolare i polacchi. Al testo di Lecomte ho accennato nella serata di Rodì Milici del 31 luglio scorso quando ho presentato l'ottimo libro di Rod Dreher, «L'opzione Benedetto». Dreher ai cristiani suggerisce di riesaminare l'azione sociopolitica dei dissidenti cecoslovacchi durante la repressione comunista. Quell'esperienza dei dissidenti oggi può esserci utile.

C'è un filo rosso che accomuna i dissidenti dell'est, in particolare i polacchi e i cechi.

Lecomte indica in questa resistenza al sistema comunista il collante religioso, in particolare, quello cattolico, infatti, proprio nelle terre cattoliche i comunisti hanno subito una disfatta. Anche se per la verità, tra i dissidenti si trovano tante personalità non cattoliche e lontane dalle chiese. Infatti dopo l'elezione di Karol Wojtyla, «si osserva un fenomeno degno di nota: è essenzialmente nelle file degli uomini di fede in generale, senza distinzione confessionale, che appaiono i nuovi affossatori del totalitarismo, futuri eroi moderni dell'Europa liberata. Uomini e donne che non fanno mistero delle loro idee; che anzi manifestano apertamente, con rischio personale, le loro convinzioni religiose».

Questi oppositori hanno capito che di fronte a un regime dove l'ideologia domina la politica, non serve difendere una religione, una parrocchia in particolare. Ciò che ha senso, «è la difesa dell'uomo tutto intero: della dignità dell'uomo, dei suoi diritti, della sua identità». Infatti può osservare Doina Cornea, dissidente romena, «non è la mia adesione a una determinata opinione che mi ha valso la persecuzione da parte del potere, ma la mia adesione all'idea di verità in generale». Tra l'altro Lecomte scrive a proposito del sacerdote, martire Jerzy Popieluszko, assassinato dal regime comunista polacco, «se si fosse accontentato di difendere i diritti della Chiesa cattolica, non sarebbe stato assassinato».

E' la forza morale di questa gente ad attirare e impressionare le nuove generazioni dell'Europa orientale. «La purezza, la verità, il coraggio, non sono necessariamente valori evangelici per quelle popolazioni 'atee'; ma affascinano, attirano, compensano il deserto morale che caratterizza la maggior parte di quei paesi. In Russia, in Romania, il semplice fatto di dire a voce alta la verità è un atto insensato, uno scandalo politico, un inizio di ribellione».

Lecomte sottolinea come tanti “eroi”, combattenti, dissidenti, che hanno combattuto contro il totalitarismo comunista sono diventati credenti tardi. A questo proposito fa l'esempio di Aleksandr Solzenicyn, Vaclav Havel, in Polonia, Bronislav Geremek e Adam Michnik, ma poi si potrebbero fare tanti altri nomi.

Tuttavia che cosa unisce persone tanto diverse? Per Lecomte, sia Wojtyla, Walesa, Havel, Sacharov, Solzenicyn, «credono tutti nella vita, e nella vittoria dell'uomo. Sia che lo scrivano con la maiuscola o no».

Di fronte alla grande rivoluzione polacca, sembrano profetiche le parole di Nikita Kruscev: «tutto questo non sarebbe accaduto se si fossero fucilati in tempo un paio di scrittori». Sono tre gli uomini che hanno contribuito alla trasformazione della Polonia: Stefan Wyszynski, primate di Polonia, personificazione della resistenza al comunismo; Jerzy Turowicz, esponente di un piccolo gruppo di intellettuali cattolici indipendenti, raccolti sotto la sigla “Znak”; e Adam Michnik, geniale militante della “sinistra laica”, di cui promosse il collegamento con la Chiesa.

«Senza questi tre uomini, senza ciò che essi rappresentano, Karol Wojtyla non sarebbe diventato papa. E l'Europa dell'Est, senza dubbio, sarebbe ancora comunista».

Wyszynski era convinto che qualsiasi regime, anche il più feroce, prima o poi, deve scendere a patti con la società. Il cardinale Wyszynski, dopo anni di prigionia, redige nel maggio 1956, i Giuramenti di Jasna Gora e una “Grande Novena”, due esercizi spirituali, per preparare il millenario della Chiesa in Polonia. Per nove anni in tutte le parrocchie del paese i fedeli si mobilitano riproducendo l'icona della Madonna di Jasna Gora, organizzando pellegrinaggi, sessioni e ritiri. «Migliaia di villaggi, milioni di fedeli ascoltano, meditano, pregano, si organizzano, si raccolgono in una controsocietà tanto più dinamica quanto più il regime di Wladislaw Gomulka – dimenticando il “disgelo” - affonda nella paralisi e nel dogmatismo».

Si pensi allo sconforto dei rappresentanti sindacali comunisti, vedere ogni anno a partire dal 1972, oltre 150.000 minatori slesiani recarsi in pellegrinaggio alla Madonna di Piekary Slaskie. Infatti commentando l'ex primo segretario del POUP, Stanislaw Kania, poteva osservare: «La Chiesa aveva già oltrepassato la sfera spirituale, e si adoperava per rispondere alle richieste sociali della società, in particolare degli operai. Il risultato sarà il ritratto del papa appeso ai cancelli dei cantieri Lenin in sciopero, nell'agosto 1980».

C'è stato uno straordinario fervore spirituale in tutta la società polacca, guidata dal loro primate, ormai divenuto il simbolo della resistenza al potere ateo. Pertanto, «i giovani, gli intellettuali, gli operai, lo stesso clero rafforzano le loro convinzioni, affinano il senso morale, tengono viva la speranza».

Per certi versi «Wyszynski ha, letteralmente, arato il paese». E' stato lui a suscitare innumerevoli vocazioni, riaccese il desiderio dei sacramenti, diede vitalità straordinaria alla Chiesa. «Quest'impresa incredibile non poteva non avere conseguenze sociali e politiche; formò migliaia di laici, chiamati a fungere da nuove cinghie di trasmissione, ma anche di pastori, tra i quali figurava in prima linea Karol Wojtyla».

Eletto poi papa, sarà Giovanni paolo II il propulsore, l“amplificatore”, come lui stesso ribadì, di quel movimento irreprimibile, che aveva già visto nella sua diocesi di Cracovia. A questo punto il testo di Lecomte, sottolinea come nella società polacca si diffusa una sorta di società parallela a quella del regime comunista. All'epoca si diffondono le “università volanti”, destinate ad educare come sempre i più giovani alla resistenza “culturale”. Qui si incontrano storici laici come Geremek, Michnik, Lipski con i conferenzieri delle “parrocchie universitarie” e con altri professori dell'università di Lublino come Mazowiecki, Szczepanski, Wozniakowski. «Agli uni e agli altri – scrive Lecomte – interessano le stesse cose: difendere la verità, preservare il patrimonio culturale, preparare la vittoria dell'opposizione».

E tutto questo viene appoggiato dall'arcivescovo di Cracovia, cioè Wojtyla.

I comunisti polacchi sapevano di questo sostegno alle varie manifestazioni culturali, dove si riunivano centinaia di intellettuali, militanti, giovani. Un dirigente comunista, parlando di Wojtyla dice: «Nella sua diocesi l'arcivescovo organizzava conferenze scientifiche e culturali, campi estivi, ecc., che non si chiamavano 'università volanti' ma vi assomigliavano straordinariamente».

Il giornalista francese che conosce bene i “segreti” della società polacca, fa osservare che in Occidente, allora non si rendevano conto che praticamente in quel paese stava nascendo «un fronte antitotalitario che riuniva per la prima volta le forze vive dell'intellighenzia, cattolici e non cattolici, e che a poco a poco costituisce, come spiega Michnik, una 'società civile' alla Tocqueville».

Lecomte segnala un libro di Micnik, che esce nel 1977, dove per la prima volta si sostiene che l'alleanza tra la Chiesa e la sinistra, che sembrerebbero antitetici, è necessaria per evitare che «l'una e l'altra cadano nel tranello della collaborazione con il potere totalitario». Pertanto secondo Michnik, «senza questi due sostegni i comunisti non riusciranno mai ad allargare la loro base sociale e politica: rimarranno una minoranza che governa con la forza, dunque perpetuamente illegittima».

E' qui che il testo di Lecomte fa emergere l'analogia del lavoro dei dissidenti polacchi con quello che stanno portando avanti i dissidenti cecoslovacchi a Praga. Michnik aveva capito e non si stancherà mai di ripeterlo «che non è possibile vincere il comunismo aggrappandosi ai vecchi schemi di 'sinistra' e 'destra' che ancora esistono nella parte libera dell'Europa. Il vero spartiacque politico si situa ormai tra l'accettazione del totalitarismo e la lotta antitotalitaria, senza distinzioni di matrici»

Poi il testo di Lecomte ripercorre tutti i passaggi del papa polacco in particolare riguardo alla Polonia. E' una narrazione appassionante, a cominciare dal primo viaggio di Giovanni Paolo II. “Verrà non verrà?“, c'è stato un braccio di ferro con il regime, e nello stesso tempo con la stessa Unione Sovietica.

Il 2 giugno 1979 avvenne il grande evento, la Polonia si riveste di fiori multicolori, «a Varsavia le sole macchie grigie, lungo il percorso del papa, sono gli edifici del partito e del governo». Giovanni Paolo II, in piazza della Vittoria, divenuto uno spazio di libertà, calcando ogni parola, afferma: «Oggi, in questa piazza della Vittoria, nella capitale della Polonia, io domando insieme a voi tutti che Cristo non cessi di essere un libro sempre aperto sull'uomo, sulla sua dignità, sui suoi diritti! Un libro aperto sulla vita, per il domani, per il nostro avvenire, polacchi!».

La ruota della Storia si muove. Di giorno in giorno le folle aumentano, in particolare a Gniezno , culla del cristianesimo polacco e poi a Czestochowa, capitale del culto mariano, dove ricorda che la sola autorità cui devono obbedire i polacchi si chiama Maria vergine. E' la festa più bella della storia polacca.

Mentre il regime, la stampa, cercano in tutti i modi di nascondere con grandi sforbiciate le grandi manifestazioni popolari. Ma si può fare poco, dopo una settimana della presenza del papa, c'è un intero popolo che alza fieramente la testa. «Milioni di persone abituate da trent'anni a parlare schiettamente in famiglia, in piccoli gruppi, ma a tacere in pubblico, prendono coscienza del loro numero, della loro esistenza, della loro forza».

Con tutta franchezza Giovanni Paolo II, fece capire al suo popolo di essere una forza: «abbattè anzitutto un muro psicologico, facendo capire alla società che essa era una forza; e poi ispirò in modo durevole certi valori morali come la verità, l'uguaglianza dei cittadini, i diritti dell'individuo. Senza i quali l'agosto 1980 non ci sarebbe stato». Naturalmente tutto questo crea sconcerto nell'apparato del regime comunista polacco, ma anche negli altri regimi dell'est, anche perchè il papa a Gniezno aveva lanciato l'appello a tutti i popoli slavi per l'unità spirituale dell'Europa.

Poi arriva la grande rivoluzione di Solidarnosc: niente libertà senza la “solidarietà”. C'è tutto un dibattito culturale intorno a questo termine, scelto con determinazione dai vari esponenti del dissenso polacco. «Nie ma wolnosci bez solidarnosci», (non c'è libertà senza solidarietà). «Per quasi dieci anni questo slogan è stato scandito in Polonia in mille manifestazioni, scritto su mille muri, cucito su mille striscioni rossi e bianchi». A questo proposito sosteneva padre Josef Tischner, teologo, amico intimo del papa, «la prima reazione della gente di fronte al totalitarismo è la paura di stabilire legami gli uni con gli altri, la fuga nell'individualismo. La novità polacca è la scoperta dell'etica della solidarietà. Senza questo legame – che definisce la religione – non possono nascere né autogestione, né democrazia, né pluralismo». Pertanto la solidarietà è un legame indispensabile all'uomo nella società, un legame che manca nelle società totalitarie atee. Queste società tentano di spezzare il legame dell'uomo con Dio (re-ligio). I diritti umani derivano direttamente da questo diritto fondamentale. Una teologia, forse oscura in Occidente, ma chiarissima in Polonia, infatti, gli operai di Danzica, quando crearono il loro sindacato, spontaneamente lo battezzarono, Solidarnosc, “Solidarietà”.

Il regista Andrzej Wajda, nei suo film, mostra come le precedenti sollevazioni polacche erano fallite per mancanza di solidarietà, tra le varie categorie sociali. Ora era evidente il cambiamento, quando per esempio, arrivano ai Cantieri Lenin in sciopero, il 22 agosto 1980, Tadeusz Mazowiecki e Bronislaw Geremek, esponenti autorevoli dell'intellighenzia di Varsavia e poi tutti gli altri, perlopiù cattolici, sconosciuti a Walesa e subito “assunti” come esperti. Attraverso questo nuovo legame tra intellettuali, sacerdoti, operai, studenti, si crea una controsocietà, quella vera, non quella ideata dal potere comunista.

Il testo del giornalista francese narra tutti i passaggi straordinari della controrivoluzione non violenta del sindacato guidato da Lech Walesa. Lo stato di assedio del generale Jaruszelki, il carcere per i sindacalisti. Poi arriva il secondo e il terzo viaggio del papa, dove si rileva che ormai il popolo polacco è sulla strada della sua liberazione, un processo avviato che non potrà fermarsi. Il segno della vittoria è presente in ogni uomo e donna della Polonia.

Una vittoria raggiunta per mezzo della Verità: “la Verità vi farà liberi”, è la frase che più di ogni altra preferita dal santo padre, come lui stesso disse ad Andrè Frossard.

La Verità, in bocca aun papa dell'est, è un concetto che porta lontano. La verità in «quei paesi fondati sull'ideologia menzognera è diventata il valore più raro, e quindi più prezioso». Per un occidentale capire perchè tanta gente, scrittori, poeti, insegnanti, giornalisti, sacerdoti, lottasse per la verità, talvolta fino alla morte, non era facile. Giovanni Paolo II, non si accontenta di predicare la Verità come valore evangelico: ne fa un principio d'azione. «La Verità è indispensabile alla fiducia tra gli uomini in qualsiasi comunità, nella famiglia come nello Stato. E' la condizione di ogni dialogo sociale; e la prima premessa di ogni strategia antitotalitaria».

Col marxismo e il leninismo, il concetto di Verità, cambia, non è più quello della filosofia aristotelica, ma quello “che va nel senso presunto della Storia”, e che quindi può variare a secondo delle forze che determinano la verità. Verità è ciò che decide la numenklatura, i rappresentanti della classe operaia, i rivoluzionari professionisti.

Un altro concetto presente nella strategia del pontefice polacco, ben sviluppato nel libro è quello della “Storia nel cuore” di ogni cosa. «La Storia è il secondo pilastro del discorso di Giovanni Paolo II. Non è il culto gratuito del passato, che ha solo un limitato interesse: bensì la conoscenza e la coscienza di quel passato che costituisce un insieme organico di cultura, tradizioni, lingua, e fonda semplicemente l'identità dell'uomo».

Nella predica del Corpus Domini, l'arcivescovo Wojtyla esclama: «Noi non ci strapperemo dal nostro passato! Non lasceremo che il nostro passato ci sia strappato dall'anima! Esso costituisce anche oggi l'essenza della nostra identità. Noi vogliamo che la nostra gioventù conosca la verità e la storia della nostra nazione. […] Una nazione, per vivere, ha bisogno di conoscere la verità su se stessa. E ha diritto di accedere a questa verità».

I tre viaggi del papa in Polonia sono ricche di lezioni di storia. In ogni occasione Giovanni Paolo II cerca sempre di risuscitare la memoria collettiva. E proprio sul ricordo, sottolinea Lecomte, nacque il sindacato libero di Solidarnocs. Quando Walese andò a deporre i fiori sugli operai trucidati a Danzica dalla polizia comunista. «Senza il ricordo di quelle vittime che il potere voleva cancellare definitivamente dalla memoria nazionale, il sindacato Solidarnosc non sarebbe mai nato».

Non è un caso che i principali animatori dell'opposizione polacca siano degli storici che tra l'altro operavano nelle cosiddette “università volanti”.

Il partito comunista polacco era abile nel falsificare sistematicamente la storia, ma questo vale per tutta quella parte dell'Europa dell'est. In questi paesi i popoli sono stati defraudati di tutti i ricordi che stavano loro a cuore. Lecomte evidenzia magnificamente come sempre i dissidenti si sono mobilitati per commemorare, per ricordare, ne sono prova i vari samizdat, che hanno da sempre privilegiato il dibattito storico e le rivelazioni sul passato. «Sono stati perseguitati, braccati, condannati, – scrive Lecomte – perchè ogni giudizio indipendente sulla Storia era una minaccia per il regime [...]». Del resto Solzenicyn in Russia ha dedicato la sua opera principale, “La ruota rossa”, a ristabilire la verità sulla rivoluzione russa, mito fondatore del regime. Lo storico Jurij Afanasiev, che voleva far luce sul gulag e riabilitare le vittime dello stalinismo, affermava: «Se un regime teme la verità sulla propria storia, vuol dire che non è democratico, e quindi che è illegittimo. Sarà la verità storica a fondare la legittimità del regime sovietico».

Giovanni Paolo II più volte è stato promotore di commemorare anniversari, di ricordare la storia europea confiscata dal potere ideologico. Il motivo è perchè la storia è la matrice di una nazione. «Uno Stato che neghi, in nome dell'ideologia, questa o quella commemorazione, si priva delle proprie radici. “Se spezzi le tue catene ti liberi, se tagli le tue radici, muori”», amava ricordare Doina Cornea.

L'ultima parte del testo, il libro offre delle schede-sintesi dei vari passaggi della liberazione dai regimi comunisti dei vari popoli dell'est, iniziando dall'Ungheria per finire alla grande madre URSS del traghettatore Michail Gorbaciov, pellegrino suo malgrado in Vaticano. Per finire con la cara nazione della Lituania, della grande donna combattente Nijole Sadunaite.

Concludo, questo mio studio, lasciando la parola a Lecomte: «Un'ideologia, un regime politico, un sistema poliziesco si sono sfaldati in pochi mesi sotto gli occhi degli occidentali, e questo a loro sembra quasi normale. Ma chi prendeva sul serio il papa polacco, quando nell'ottobre del 1978 invitava gli Stati dell'Europa orientale a “spalancare le porte a Cristo?” Quando nel giugno 1979 diceva alle folle polacche che il comunismo era solo una parentesi storica? Quando nel dicembre 1981 si schierava con tutta la sua autorità apostolica in difesa di Solidarnosc?».

Il saggio del professore Giovanni Reale, «Radici culturali e spirituali dell'Europa. Per una rinascita dell'”uomo europeo”», Raffaello Cortina Editore (2003), è forse  il testo più completo che ho letto sulla storia culturale europea. Le ricche note e riferimenti bibliografici sono lì a testimoniarlo. Ricordo bene il professore Giovanni Reale, quando negli anni '70 frequentavo le sue lezioni di Storia della Filosofia Antica nelle affollate aule dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Anche il volume del professore Reale, nonostante l'età è straordinariamente attuale. Le sue riflessioni, frutto delle lezioni universitarie, sono utilissime per chi intende combattere la buona battaglia per una vera Europa che sappia tenere conto delle proprie radici culturali, religiose.

Il professore Reale al contrario di monsignor Fisichella si occupa della discussione del mancato riferimento nel Preambolo della Costituzione europea delle radici giudaico-cristiane del Continente. «l’Europa non è una realtà identificabile con un’ estensione territoriale, in quanto ha avuto e continuerà ad avere confini mobili e labili, e non può dunque essere confusa con una qualche “realtà geografica” […]. L’Europa dunque consiste in una realtà metageografica e meta nazionale»(p. 2-3).

Il professore propone cinque riflessioni, intesi come punti chiave, spesso ignorati, da cui ripartire per la rinascita dell'Europa.

1)per capire cos'è l'Europa bisogna comprendere a fondo quali siano state le sue radici culturali e spirituali; 2)oltre alla necessità di creare una “Costituzione europea”, si impone la necessità di ri-creare un nuovo “uomo europeo” con le conseguenze che tutto questo implica; 3)una Costituzione si può e si deve rinnovare e ricostruire, ma ciò può essere fatto in modo fecondo solo se si prepara spiritualmente il “costruttore”; 4) non è la Costituzione che crea il cittadino, ma, viceversa, è lo spirito del cittadino (e lo spirito dei suoi rappresentanti) che crea la Costituzione e la rende efficiente; 5) il recupero del valore dell'uomo come “persona” è impossibile se si distacca l'uomo da un Valore supremo da cui dipende.

Reale per dare forza al suo testo sull'idea di Europa e dell'uomo europeo, cita i più importanti pensatori non solo classici, ma anche contemporanei. Praticamente ne discute con i maggiori filosofi : Socrate, Platone, Aristotele, Agostino e Tommaso d’Aquino, anche – per citarne alcuni – con Søren Kierkegaard, Edmund Husserl, Max Scheler, Jan Patočka, Ernst Jünger, Oswald Spengler, Martin Heidegger, Hans Georg Gadamer, Edgar Morin, Giovanni Sartori e Maria Zambrano.

Il continente europeo si poggia su tre importanti e imprescindibili basamenti: la filosofia greca, il diritto romano e il cristianesimo, senza trascurare evidentemente tutti gli apporti delle popolazioni celtiche e germaniche. Essa infatti «è stata […] una “realtà spirituale”, un’ “idea”, bisogna riconoscere che, in primis et ante omina, essa è nata da radici culturali e spirituali ben precise»(p. 3)

Sostanzialmente il volume di Reale vuole affermare che «senza il Cristianesimo, l'Europa non sarebbe nata e, anzi, non sarebbero neppure pensabile». Addirittura come scrive il grande pensatore T.S. Eliot: «gli stessi scritti di Voltaire e di Nietzsche sarebbero impensabili e incomprensibili nell'ambito di una cultura diversa da quella cristiana».

Tuttavia il professore facendo riferimento alla bozza della Costituzione europea, rimane convinto che il problema di una vera rinascita dell'uomo europeo si potrà avere, «non nella carta costituzionale ma solo nell'animo e nel cuore dell'uomo, mediante l'”anamnesi” di quei fondamenti culturali e spirituali da cui l'Europa è nata, ma che via via sono caduti in oblio».

Pertanto Reale ci tiene a precisare che la sua posizione «è antitetica non solo a quella degli “euroscettici” e degli “eurocinici”, ma anche a quella degli europeisti molto dubbiosi, che mettono tra parentesi e sospendono il loro assenso e il loro impegno».

Il grande san Giovanni Paolo II nell'Esortazione apostolica del 28 giugno 2003, col titolo Ecclesia in Europa, mirabilmente chiarisce che, «l'Europa ha bisogno di un salto qualitativo nella presa di coscienza della nuova eredità spirituale. Tale spinta non le può venire che da un rinnovato ascolto del Vangelo di Cristo. Tocca a tutti i cristiani impegnarsi per soddisfare questa fame e sete di vita».

Per discutere d'Europa, Reale non può che rivolgersi alla sua tanto amata filosofia antica, alla Grecia, al primo vero filosofo, Socrate, e poi Platone che hanno scoperto, l'anima, quale nucleo fondamentale e caratterizzante dell'uomo. «La nozione 'cura dell'anima' costituisce quel forte legame morale che fin dalle origini ha prodotto l'unità spirituale dell'Europa».

Sarà poi il Cristianesimo, portatore dell'idea di un Dio personale, a fornire l'alimento per la formazione e lo sviluppo dell'idea d'Europa. In una ben documentata recensione al libro di Reale, il giovane professore Fazio, scrive: «Il pensiero greco si è – potremmo dire provvidenzialmente – coniugato con la religione cristiana, offrendo una visione dell’uomo e del mondo armonica, ovvero sapendo distinguere e coniugare il trascendente con l’immanente, così come lo spirituale e il temporale».(Daniele Fazio, “Un libro per conoscere (e amare) l'Europa, 21.5.19 in europamediterraneo.it).

Venuto meno il riferimento al Dio cristiano, è venuta meno l'inviolabilità della persona umana. «Eliminato Dio, si eliminano a poco a poco tutti i valori, con le conseguenze che ne derivano»(p. 99).

Tra le cause che hanno portato alla rottura tra lo spirito dell'Europa e la sua realizzazione concreta, per Reale occorre risalire alla rivoluzione scientifico-tecnica europea, sviluppatasi a partire dal XVII secolo. Questa rivoluzione ha prodotto delle conseguenze perverse che hanno eroso sia la mentalità filosofica greca che il cristianesimo, consegnando l’uomo nelle mani di un potere tecnocratico che, cancellando la memoria e l’attitudine contemplativa, disconosce la storia, la morale e in definitiva la dignità dell’uomo a favore del potere e del profitto e quindi di un’economia e di una politica che non servono più l’uomo.

Oggi la rivoluzione tecnologica delle macchine, in particolare, la “bomba informatica”, diventa il maggior avversario dello sguardo contemplativo dell'uomo sul mondo, che smarrendo se stesso, dimenticando l'attenzione alla sua anima. Le nuove tecnologie della comunicazione, progressivamente impoveriscono «la straordinaria potenzialità e ricchezza che la lingua ha dimostrato di avere mediante la cultura della scrittura».

Pertanto il professore Reale anticipatamente vede il pericolo della rivoluzione informatica, dove esce sconfitta, la “cultura della scrittura”. «Le giovani generazioni leggono sempre meno, e scrivono sempre peggio. Il libro perde di importanza: le biblioteche sono sostituite da nastroteche, videoteche...».

Nel libro c'è una severa critica di internet, certo l'informatica può offrire vantaggi alla comunicazione immediata, ma esistono le controindicazioni come «l'allontanamento sistematico dell'uomo dal senso della verità e dall'amore per essa, che finisce addirittura per 'esiliarlo' dalla stessa ragione conoscitiva del vero».

Per Reale, i nuovi strumenti della comunicazione producono un sovraccarico di informazioni che non siamo più in grado di assimilare, e provocano assuefazione e, indifferenza. Ostacolano le relazioni umane, invece di promuovere la comunicazione tra gli individui, li allontana gli uni dagli altri, creando una sorta di “isolamento” e determinando forme sempre più marcate di “individualismo”.

Pertanto internet invece di avvicinarti alle cose, ti allontana, abituandoti a una realtà “virtuale”. Reale in queste sue considerazioni cita i più importanti sociologi come Ferrarotti, Sartori, Karl Popper. Potremmo continuare con le più recenti e interessanti riflessioni della professoressa Paola Mastrocola.

Tuttavia Giovanni Reale non è pessimista, si può cambiare direzione. Esistono i mezzi per controllare e trasformare la crisi spirituale in cui si è cacciato l'Occidente europeo. Occorre che rinasca l’homo europeus, nella sua dimensione spirituale, etica e sociale. Occorre puntare sui giovani, colpiti dalla crisi, «i quali rifuggono dai grandi progetti, presi come sono dal demone dell'immediato ( vorrebbero avere tutto subito o comunque al più presto possibile)». Giovani sempre più sbandati, annoiati, in crisi depressiva, insomma, “malati di vuoto”.

Bisogna educare i giovani alla cultura che significa «ritornare alla genuinità della filosofia prima, allo sguardo contemplativo dell’orizzonte metafisico, per comprendere le cose nella loro essenza e ricavare da esse un orizzonte etico, in quanto la metafisica si preoccupa, tra le altre cose, di ciò che l’uomo è e non di ciò che l’uomo ha».

Occorre dare un'adeguata importanza alla cultura, ricordando il monito di Eugene Ionesco: «gli uomini politici non conoscono assolutamente l'importanza della cultura. Nel nostro mondo de spiritualizzato, la cultura è ancora l'ultima cosa che ci permette di superare il mondo quotidiano e di riunire gli uomini. La cultura unisce gli uomini, la politica li separa». Per Ionesco, soltanto l'arte e la filosofia «possono sviluppare il meglio che c'è in ciascuno di noi».

Per Reale in questa direzione dovrebbe orientarsi la scuola, «che per molti aspetti risulta essere la realtà più trascurata dai politici, nell'assurda convinzione, per lo più sottaciuta, che essa sia 'improduttiva'».

Non sono, infatti, le Costituzioni o i vari Trattati a creare un continente o uno Stato o un’unità politica, bensì gli uomini. E con la metafisica è necessario che torni la dimensione umanistico-cristiana che ha garantito un sistema di principi, scaturito da una dimensione religiosa ben precisa che ha di conseguenza favorito la considerazione del valore assoluto della persona. «Esattamente così in Europa è avvenuto - scrive Fazio - e la stessa sua nascita passa da questo crinale – tra i vari apporti: greco, ebraico, romano, cristiano e in certa misura anche islamico. Solo con queste armi culturali si potrà imbracciare il compito oggi più arduo che «consiste nel tentare di porre rimedio allo squilibrio sempre crescente fra il progresso tecnologico ed economico, da un lato, e il mancato progresso dell’uomo nelle dimensioni spirituale, etica e sociale, dall’altro» (p. 132).

Dunque non basta una elezione europea, anche se importante, per cambiare una visione del mondo. Tra l'altro siamo convinti che la salvezza non viene dalla politica; certamente per una buona politica occorre un sano impianto culturale. E non si tratta di ritornare a strutture socio-politiche del passato.

Riconoscere le radici culturali e spirituali dell'Europa porterà a conseguenze politiche ed economiche che si opporranno alle colonizzazioni ideologiche e dei mercati, mettendo al centro il valore dell’uomo come persona, essere razionale e creatura immagine e somiglianza di Dio.

Intervistato dal Der Spiegel, il filosofo Heidegger, affermava: «Ormai solo un Dio ci può salvare».

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