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Sabato, 27 Febbraio 2021

Dal 1° marzo 2021 torna accessibile al pubblico il Mausoleo di Augusto, una delle più imponenti opere architettoniche della romanità e il più grande sepolcro circolare del mondo antico. Già dal prossimo 21 dicembre si potrà prenotare in anticipo la visita al monumento, chiuso dal 2007 per la partenza delle indagini archeologiche preliminari alla realizzazione del grande progetto di recupero e restauro eseguito da Roma Capitale. L’intervento di musealizzazione in corso è finanziato grazie all’atto di mecenatismo della Fondazione TIM.
 
L’iniziativa è stata presentata venerdì, 18 dicembre dalla Sindaca di Roma Virginia Raggi, dal Presidente della Fondazione TIM Salvatore Rossi, dal Vicesindaco di Roma con delega alla Crescita culturale Luca Bergamo, dalla Soprintendente speciale di Roma Daniela Porro e dalla Sovrintendente Capitolina Maria Vittoria Marini Clarelli.
 
“A pochi giorni dal Natale facciamo un regalo ai romani e ai cittadini di tutto il mondo. Dal prossimo primo marzo sarà riaperto al pubblico il Mausoleo di Augusto, un capolavoro dell’antica Roma, un tesoro di inestimabile valore che rinasce in tutto il suo splendore. Abbiamo pensato a un’iniziativa speciale: potrà essere visitato gratuitamente da tutti fino al 21 aprile, giorno in cui si celebra il “Natale” di Roma, e per farlo sarà possibile prenotare la visita online da lunedì. Per i residenti a Roma l’ingresso resterà gratuito per tutto il 2021. Torneremo a scoprire uno dei patrimoni storici dell’umanità. Un obiettivo raggiunto grazie a un proficuo lavoro di squadra, soprattutto, grazie al sostegno e all’atto di mecenatismo della Fondazione Tim. Una testimonianza significativa dell’efficacia e della lungimiranza della collaborazione tra pubblico e privato. Nel caso specifico una grande azienda italiana che ha investito nella cura e valorizzazione dell’immenso patrimonio architettonico, archeologico e storico della nostra città. Una ricchezza che dobbiamo proiettare nel futuro, preservare e tutelare”, dichiara la Sindaca di Roma Virginia Raggi.
 
“E’ motivo di orgoglio e soddisfazione essere al fianco di Roma Capitale in questo importante progetto per il recupero e la valorizzazione del Mausoleo di Augusto, uno dei luoghi simbolo della città e patrimonio archeologico mondiale. Da subito abbiamo ritenuto che fosse importante sostenere l’iniziativa per ridare vita ad uno dei siti più visitati al mondo. Il nostro contributo risponde infatti all’esigenza di promuovere il modello di partecipazione privato a supporto del pubblico nell’interesse della collettività con il duplice obiettivo di valorizzare il patrimonio del Paese, diffondere l’arte e la cultura”, dichiara Salvatore Rossi, Presidente Fondazione TIM.
 
“Dopo 14 anni, a marzo prossimo il Mausoleo di Augusto sarà nuovamente visitabile. E’ l’esito del delicato lavoro condotto dalla Sovrintendenza Capitolina, grazie a un importantissimo atto di mecenatismo della Fondazione TIM e a fondi di Roma Capitale. E’ un lavoro che continuerà ancora con altri interventi rilevanti che i visitatori potranno seguire e capire, formandosi così una chiara idea della complessità di interventi sul patrimonio culturale, delle altissime competenze necessarie e del valore che restituiscono alla comunità. In primavera grazie alla collaborazione tra Fondazione TIM e Sovrintendenza i visitatori potranno inoltre navigare attraverso la storia del Mausoleo grazie alle possibilità offerte dalle tecnologie multimediali. L’apertura del Mausoleo ha un significato ancora ulteriore perché si collega all’impegno della Sovrintendenza grazie a cui sono partiti i lavori nella piazza Augusto Imperatore, che dovrebbero concludersi per questa prima fase a dicembre 2021. Ringrazio coloro che hanno messo intelligenza e impegno per questo risultato, davvero emblematico, di cui penso si debba essere tutti felici e orgogliosi”, dichiara il Vicesindaco con delega alla Crescita culturale, Luca Bergamo.
 
“Il Mibact, attraverso la Soprintendenza Speciale di Roma, è sempre stato presente in questa operazione di recupero, nell’ambito dei compiti di tutela con la valutazione e condivisione dei progetti del restauro dell’edificio. Un ruolo svolto in chiave propositiva, finalizzato alla valorizzazione di importanti reperti e alla piena restituzione alla città del mausoleo di Augusto, anche grazie alla risistemazione della piazza di fronte all’ingresso del monumento attesa da tempo”, dichiara Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma.


 
“Il Mausoleo di Augusto, monumento chiave nel passaggio dalla Roma repubblicana a quella imperiale, è l’esempio forse più eloquente del riuso, della reinterpretazione e della riscoperta delle vestigia antiche nella storia della città. Divenuto fortilizio durante il Medioevo, giardino all’italiana nel Rinascimento, arena per tori e bufale nell’età del Grand Tour, auditorium nei primi decenni del Novecento, fu recuperato in chiave politica nel Ventennio. Per tutte queste fasi l’attuale restauro, con gli studi che lo hanno accompagnato, ha fornito nuovi, importanti elementi di conoscenza”, afferma la Sovrintendente Capitolina Maria Vittoria Marini Clarelli.
 
Le visite, della durata di circa 50 minuti, si svolgeranno dal martedì alla domenica dalle ore 9 alle ore 16 (ultimo ingresso alle 15). Saranno completamente gratuite per tutti dal 1° marzo al 21 aprile 2021 con prenotazione obbligatoria sul sito www.mausoleodiaugusto.it
Dal 22 aprile, e per tutto il 2021, l’accesso resterà sempre gratuito per i residenti a Roma.
 
A partire dal 21 aprile 2021 la visita al Mausoleo sarà arricchita con contenuti digitali, in realtà virtuale e aumentata, in collaborazione con la Fondazione TIM. I servizi museali saranno gestiti da Zètema Progetto Cultura.
 
Dopo la prima fase di restauro conservativo terminata nel 2019 e realizzata mediante un finanziamento pubblico di 4.275.000 euro (di cui 2 milioni versati dal Mibact e 2.275.000 da Roma Capitale), è attualmente in corso la fase di valorizzazione del monumento, finanziata dalla Fondazione TIM con un atto di mecenatismo.
 
I lavori, diretti dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, permetteranno di realizzare un itinerario museale completo che racconterà le varie fasi storiche del Mausoleo, affiancato da un percorso privo di barriere architettoniche e accessibile a tutti, in concomitanza con i lavori di sistemazione di Piazza Augusto Imperatore, avviati a maggio 2020.
 
Grazie agli interventi di restauro del Mausoleo realizzati finora, con la sistemazione di numerose concamerazioni interne e l’avvio dell’allestimento del percorso museale, è possibile anticipare a marzo 2021 la fruizione del monumento rispetto ai termini previsti per il completamento delle opere di musealizzazione. Anche con il cantiere in corso, il pubblico potrà quindi effettuare una visita dell’area centrale e accedere agli spazi in sicurezza.


 

Sabato scorso proprio nel giorno dedicato alla Madonna di Guadalupe ho finito di leggere il libro, “Una Storia unica. Da Saragozza a Guadalupe”, di Angela Pellicciari, Edizioni Cantagalli (2019). Chissà se è un segnale che viene dall’alto.

Sicuramente la storia raccontata dalla scrittrice marchigiana è nel segno della Vergine Maria Madre di Dio.

In poche pagine (centocinquanta) l’autrice riesce a sintetizzare una grande storia, probabilmente unica. Si tratta della liberazione della Spagna, dal dominio musulmano, per la difesa con eroismo di un grande patrimonio di fede, di cultura e di civiltà ereditate dall’epoca romana.

 In un’epoca come l’attuale, molto “suscettibile” in tema di rapporti con l’islam, il libro di Angela Pellicciari decisamente non può non accendere qualche curiosità o polemica. “Se si pensa che la riconquista sia il frutto di arcaismo, superstizione, intolleranza e povertà, inevitabilmente si finisce col ritenere che la Spagna musulmana fosse un modello di tolleranza, apertura culturale, modernità e ricchezza […] il disprezzo per la storia della cattolica Spagna rende incomprensibili due fatti rilevanti, quanto unici, che restano senza spiegazione:

– come mai la Spagna ha saputo non solo mantenere la fede sotto l’occupazione musulmana (anche la Grecia e l’Armenia l’hanno fatto) ma anche, caso unico al mondo, è stata capace di liberarsi dal giogo islamico;

– come mai la Spagna è riuscita in pochissimo tempo a evangelizzare e latinizzare un intero continente».

La risposta a questi interrogativi si trova nel libro della Pellicciari: la forza della Spagna cattolica fu davvero la fede. Non la violenza, non il sopruso, non l’avidità, non la brama di potere e di proselitismo, come invece si sono rassegnati a pensare anche molti cattolici. E pensare che all’epoca (1496, a riconquista appena ultimata) fu il Papa in persona a «gratificare i sovrani spagnoli con un titolo prestigioso, mai utilizzato fino ad allora», quello di “Re Cattolici”, ricorda la Pellicciari.

La Pellicciari inizia da un episodio, frutto della tradizione. Nei primi anni quaranta dell’epoca cristiana, la Vergine Maria appare su una colonna a Giacomo presso Saragozza. Da qui nasce l’immagine venerata attraverso i secoli, la Vergin del Pilar, patrona della Spagna.

Il primo a parlarne di questo miracolo è Isidoro di Siviglia; tuttavia, il miracolo per eccellenza da collegare alla Vergine della Colonna, è quello capitato a un contadino che aveva subito l’amputazione di una gamba, miracolosamente riavuta dalla Madonna.

Il libro affronta i vari passaggi della difficile riconquista dei cristiani spagnoli del proprio territorio occupato dagli eserciti musulmani, a partire dal regno delle Asturie, dalla sperduta grotta di Covadonga (Grotta di Nostra Signora). Da qui inizia la reqonquista, del territorio spagnolo.

I re e le regine a cominciare da Alfonso I, che guidarono questa riconquista sono ricordati “chi come santo, chi come giusto, chi come casto, chi come cattolico. Perché il regno delle Asturie nasce fin dall’inizio in difesa della fede e delle virtù che da questa scaturiscono”. Questi sovrani che difendono la fede cristiana hanno il diritto e dovere della riconquista. Anche perché hanno la protezione celeste, per mezzo di S. Giacomo che riposa nel “campus stellae”, a Compostella.

Il primo a sperimentare l’efficacia di questa protezione del santo patrono è il re Ramiro I delle Asturie. Da allora il grido di guerra degli spagnoli contro i mori sarà: “Santiago y cierra! Espana!”. Santiago Matamoros, Giacomo uccisore dei mori. Intanto, Oviedo diventa la capitale religiosa e politica dell’intera Spagna. E se nelle Asturie “è tutto un fervore di fede, di ricostruzione, di ripopolamento, di strenua difesa della libertà, nell’emirato di Cordoba è tempo di martirio. Schiacciati dall’oppressione del governo musulmano, i cristiani danno testimonianza nell’unico modo che è loro concesso: col sangue”. La Pellicciari racconta della decapitazione di un sacerdote, Perfecto, che nell’850 ha osato sfidare i musulmani, definendo Maometto, un falso profeta. Dopo di lui, altri 49 cristiani, hanno affrontato con coraggio il martirio.

Per la riconquista della Spagna ci sono voluti settecento e ottantuno anni. In questi lunghi secoli succede di tutto, scrive la Pellicciari. “Il fronte cristiano che si scompone e ricompone e il mondo musulmano che attraversa periodi di grande decadenza e lotte intestine per poi tornare a riprendere vigore con nuove dinastie”.

In questo lungo periodo si susseguono personaggi e battaglie di grande valore simbolico. A cominciare della riconquista di Toledo, l’antica capitale, con le eroiche gesta di Rodrigo Diaz, El Cid Campeador, l’uomo valoroso per antonomasia, intrepido, libero, fedele, forte, che segna l’immaginario collettivo spagnolo attraverso l’epica narrazione delle sue gesta nel poema “El Cantar de mio Cid”.

Inoltre, la storica segnala che in questo periodo, nasce in Spagna, la prima specie di parlamento, nato proprio nel 1188, quando Alfonso IX istituisce le Cortes di Leon, un prototipo di parlamento.

Intanto, il Portogallo diventato regno indipendente, inizia le spedizioni sul mare, alla scoperta di nuove terre. Una delle personalità a distinguersi è Enrico il Navigatore.

Ritornando alla Spagna, alla sua riconquista, si tratta di una storia che vale la pena raccontare per Angela Pellicciari. La Chiesa è al centro di questa riconquista, un’impresa incredibile, resa possibile soltanto dalla fede, non certo dalla superiorità militare o dal calcolo di convenienza. Scrive la Pellicciari raccontando la riconquista:

«La Castiglia si forma così: vescovi e monaci, contadini-soldati liberi, città romane ripopolate, roccaforti costruite a presidio del territorio, con la chiesa sempre al centro. Un reticolo di fede, di interessi, di imprese, di attività, che si organizzano per ripopolare, difendere, estendere il territorio strappato ai mori e riguadagnato a Cristo. Per riconquistare la Spagna. Per tornare a vivere liberi, ritrovando la bellezza della cultura romano-cristiana». Tutto questo può accadere grazie all’opera grandiosa di due sovrani, giovani e belli: Isabella e Ferdinando. Due sovrani che hanno saputo amministrare e rendere grande la Spagna, ma anche che hanno saputo dare l’impulso a riformare la Chiesa. Quando ci sarà tempo dovrò presentare l’impareggiabile studio di Jean Dumont, “La regina diffamata”, (SEI, 2003), “Santa o diabolica?” La verità su Isabella la Cattolica, un libro che smonta “la leggenda nera” sulla sovrana di Spagna.

Comunque sia per la Pellicciari, gli spagnoli applicano gli stessi metodi della riconquista alla conquista delle Indie. Infatti, «Non si capisce la conquista senza la riconquista. Perché gli spagnoli applicano in entrambi i casi un modello consolidato: si comportano nella conquista delle Indie come al tempo della riconquista quando c’era da ripopolare i territori sottratti ai mori. Appena si prende possesso di un posto gli si dà un nome, si traccia un minimo di pianta del futuro centro abitato, si costruisce la chiesa, il municipio, la piazza e, intorno, le strade e le case».

Un’altra sorpresa offerta dal libro della Pellicciari è il continuo riferimento al legame tra fede e ragione contenuto nelle Istruzioni inviate ai conquistadores dalla regina Isabella, per la quale l’autrice ha un debole evidente.

«Per rendere possibile e facilitare il superamento dell’arretratezza culturale degli indios, Ferdinando ed Isabella promuovono il matrimonio fra indiani e cristiani: “Che alcuni cristiani si sposino con alcune donne indie, e le donne cristiane con alcuni indios in modo che gli uni e gli altri si aiutino e si insegnino a vicenda, così da conoscere sia la nostra religione sia come lavorare le terre e condurre le proprietà in modo che gli indios e le indie possano vivere come uomini e donne dotati di ragione”. Il diffuso meticciato scaturito dalle indicazioni della corona dà origine a una nuova civiltà, la civiltà indio-latina, con la sua marcata, allegra e vivace originalità, sia artistica che artigianale».

La Pellicciari spiega come i cattolici spagnoli difesero, anche con le armi, anche con la «guerra giusta», le popolazioni indie più deboli dalle altre tribù che le attaccavano, le schiavizzavano, le mangiavano.

«La descrizione delle atrocità commesse in nome degli dèi è così spaventosa che, per capire la rapidità e la stessa possibilità della conquista, vale la pena di leggere alcuni brani dei racconti che ci hanno tramandato gli esterrefatti soldati e religiosi spagnoli. Il soldato Bernal Díaz del Castillo così racconta i primi tempi dell’esplorazione dello Yucatan nel 1517: in un’isoletta “abbiamo trovato due case ben lavorate, davanti ad ogni casa c’erano alcuni gradini da cui si accedeva a degli altari, su quegli altari c’erano idoli di figure malvagie, che erano i loro dèi. Lì in quella notte erano stati sacrificati 5 indios, i cui petti erano stati squarciati, le braccia e le gambe tagliate, le pareti delle case erano piene di sangue”.

Poco lontano da lì, altro orrore. Durante una ricognizione nelle vicinanze di Tenochtitlán i soldati si imbattono in “templi in cui erano stati sacrificati uomini e ragazzi, e le pareti e gli altari dei loro idoli erano pieni di sangue, e i cuori offerti agli idoli; hanno anche trovato i coltelli di selce con cui aprono i corpi per estrarne il cuore. Pedro de Alvarado ha detto che tutti quei corpi erano senza braccia e senza gambe, e che gli indios hanno spiegato che li avevano tagliati per mangiarseli; i nostri soldati sono rimasti inorriditi da tanta crudeltà. E smettiamo di parlare di tanto sacrificio, perché da lì in poi in ogni città non abbiamo trovato altro”».

Secondo la Pellicciari la colonizzazione per i re cattolici di Spagna significava liberazione attraverso l’evangelizzazione. Tanto è vero che il divieto di ridurre in schiavitù gli indios da parte dei sovrani iberici anticipò di trent’anni la condanna della pratica da parte dei papi.

«A maggior ragione Isabella è fermissima contro la mentalità schiavista che rischia di affermarsi nelle nuove provincie sulla scia delle idee e del comportamento di Colombo. Anche se oggi è difficile crederlo, Isabella ordina, sì, la colonizzazione di territori enormi e lontani, ma la sua motivazione principale è l’evangelizzazione. Isabella desidera e, per quanto può, ordina che il Vangelo sia predicato nelle Indie e che ciò avvenga in condizioni di libertà».

In conclusione il testo descrive la straordinaria vicenda dell’apparizione a Juan Diego Cuauhtlatoatzin (letteralmente “aquila che parla”) della Madonna a Guadalupe e della costruzione del santuario. La Pellicciari lascia intendere concludendo il libro, l’apparizione della Madonna potrebbe apparirebbe fuori contesto se non fosse che in quel 1531 «l’adesione al cristianesimo da parte degli indiani è entusiasta. Gli indios hanno sete della dottrina cristiana e fanno chilometri per ascoltare le prediche dei loro catechisti».

La Vergine è apparsa il 12 dicembre 1531, col volto di colore bruno come gli indios (la si chiamerà morenita), con le mani giunte sul petto leggermente rigonfio perché incinta dei suoi figli americani. “Gli spagnoli – scrive Pellicciari – hanno ragione: hanno davvero portato la regina del cielo e suo figlio”.

L’ultima appendice del volume è proprio la ricostruzione del caso stesa in forma quasi poetica dall’azteco Antonio Valeriano. Altra bella sorpresa. E un utile ripasso per ex scolari male indottrinati.

 

C’è una pagina di Storia del primo Novecento completamente sconosciuta, si tratta della resistenza del popolo polacco all’avanzata degli eserciti bolscevichi russi del 1920. Una storia che viene proposta nell’ultimo numero dalla rivista Cristianità. La Rivoluzione bolscevica guidata da Lenin, dopo aver conquistato la Russia, già nel novembre 1918 il Consiglio dei Commissari del Popolo (il governo bolscevico), aveva preso la decisione di portare la Rivoluzione in Europa e nel mondo. Due anni dopo a Smolensk, il 10 marzo 1920, ci fu una riunione dei capi dell’Armata Rossa e dei commissari comunisti, fra cui anche il segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, “Stalin”. In quell’occasione fu deciso di attaccare la Polonia e poi tutta l’Europa.

Nell’estate del 1920, l’Armata Rossa avanza minacciosamente verso Varsavia. Di fronte a questa drammatica situazione è la Chiesa polacca a mobilitarsi a invitare il popolo alla resistenza. I vescovi si rivolgono al Papa Benedetto XV chiedendo preghiere e benedizioni per la Polonia minacciata dai bolscevichi. “La lettera dei vescovi di tutto il mondo, del mese di luglio, è di grande importanza, perché analizza l’ideologia che i comunisti volevano imporre all’Europa e al mondo con le armi già soltanto tre anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre”. (Wlodzimierz Redzioch, “Quando la Polonia salvò l’Europa dal comunismo”, luglio-agosto 2020, n.404, Cristianità)

In quell’occasione i vescovi chiariscono che il bolscevismo non intendeva conquistare solo la Polonia, ma tutto il mondo. “Oggi tutto è già preparato per la conquista del mondo. Le schiere organizzate in tutti i paesi aspettano soltanto la parola d’ordine per iniziare la battaglia; dappertutto si preparano continuamente scioperi per paralizzare la vita organica delle nazioni”.

I vescovi volevano far capire che la Polonia era rimasta l’ultimo baluardo che impediva la marcia trionfale del bolscevismo su tutta l’Europa. La Chiesa era consapevole che il bolscevismo era il primo nemico, perché “porta nel suo petto un cuore pieno di d’odio. Il suo odio si rivolge prima di tutto contro il Cristianesimo, del quale è la vera negazione: si rivolge contro la croce di Cristo e contro la sua Chiesa […]”.

In questa situazione la Chiesa polacca svolge un ruolo determinante. La gente dopo l’appello si arruola massicciamente nell’esercito. Anche i sacerdoti sono al fianco dei soldati polacchi, uno di loro è diventato un eroe, don Ignacy Skorupka, cappellano del 236° reggimento di fanteria, don Skorupka, partecipa alla battaglia di Varsavia sempre con la talare, si ritrova da solo a comandare circa duecentocinquanta soldati: “con la croce in mano (come il cappuccino Marco d’Aviano a Vienna nel 1683) come unica arma guida i giovani volontari al contrattacco contro le linee nemiche e muore in combattimento”.

Tuttavia, parlando della battaglia di Varsavia bisogna nominare l’artefice della vittoria polacca, il maresciallo Jozef Klemens Pilsudski (1867-1935), un grande statista che si rende conto della natura della battaglia in corso. Di fronte a due milioni di bolscevichi elabora un piano rischioso quanto geniale, perché non previsto dai comandanti russi. Esce fuori dalla capitale e attacca il fronte scoperto dell’Armata bolscevica, che sorpresa da questo audace attacco, si ritira, perdendo terreno e viene sconfitta senza potersi riorganizzare. In questo modo Pilsudski consegue la vittoria passata alla storia come “il miracolo della Vistola”.

A questo punto l’intervento della rivista pone una interessante domanda: come mai il papa Pio XI ha voluto decorare la propria cappella privata nella nuova residenza di Castel Gandolfo con i quadri attinenti la storia della Polonia con il Miracolo sulla Vistola che raffigura il valoroso don Skorupka mentre, con la croce in mano, guida i soldati all’attacco?

Redzioch fa intendere che il motivo è dovuto al fatto che Pio XI, aveva legami stretti con la Polonia, è stato visitatore apostolico, poi nunzio, infine nominato arcivescovo consacrato proprio a Varsavia con la partecipazione del popolo polacco, Per questo motivo, mons. Ratti, poi Pio XI, si sentiva “un vescovo polacco”.

Tra l’altro nell’estate del 1920 con i bolscevichi a pochi chilometri da Varsavia, mons. Ratti svolge un ruolo importantissimo. È l’unico diplomatico che non lascia la capitale polacca, mentre tutto il corpo diplomatico fugge spaventato. “Mons. Ratti partecipa alle preghiere organizzate durante la battaglia sulla Vistola. Compie anche un gesto molto coraggioso e simbolico, che solleva il morale dei combattenti: si reca a Radzymin, a nord-est di Varsavia, sulla linea del fronte, per far sentire la propria vicinanza ai soldati”. Il monsignore era consapevole che in quella battaglia si stava decidendo le sorti dell’intera Europa, di fronte a un nemico spietato.

Successivamente da Papa, non dimenticherà mai la Polonia, che rimarrà sempre nel suo cuore. Soprattutto “quell’epico scontro fra i bolscevichi russi e i polacchi, che salvarono l’Europa dal comunismo e di cui fu testimone oculare”.

Comunque, Benedetto XV invierà un’epistola, “Cum de Polonia”, l’8 settembre, per la cessazione delle ostilità, indirizzata al cardinale Aleksander Kakowski, arcivescovo di Varsavia e a tutti gli altri vescovi della Polonia. Pertanto ricordando il centesimo anniversario del Miracolo della Vistola, Redzioch pubblica l’importante e poco conosciuta lettera del Papa Benedetto XV.

A cento anni di distanza anche Papa Francesco, ha inteso ricordare ai fedeli polacchi “il centenario della storica vittoria dell’esercito polacco, chiamata ‘Miracolo sulla Vistola’, che i vostri avi attribuirono all’intervento di Maria”.

Sta fecendo discutere il presepe allestito in Piazza S. Pietro. L’opera è un dono della città di Castelli (Teramo) centro famoso da secoli per le sue ceramiche. Il presepe è stato realizzato tra il 1965 e il 1975 dai docenti e alunni dell’Istituto d’arte “F.A. Grue”. Nella sua interezza è composto da 54 grandi statue, tra cui figurano anche un islamico, un rabbino ebreo, un astronauta e persino un boia (in riferimento alla pena di morte) ma solo alcune figure sono esposte a San Pietro.

Si tratta di un’opera moderna, che probabilmente non è stata apprezzata, visto che in rete, si stanno manifestando diverse critiche. Sulla pagina di Vatican news, si leggono solo commenti negativi, peraltro identificandoli con il pontificato di papa Francesco.

Probabilmente e non scrivo altro, sarebbe stato apprezzabile un presepe in linea con la tradizione. Tuttavia, papa Francesco l’anno scorso ha dedicato una splendida lettera apostolica la “Admirabile signum”, sul valore del presepe, firmata proprio presso la grotta, al Santuario di Greccio, dove nel Natale del 1223 S. Francesco organizzò la prima rappresentazione della Natività.

In un’epoca come quella contemporanea, dove la secolarizzazione e gli eccessi del politicamente corretto ci hanno ormai abituato a notizie sui simboli cristiani della Natività proibiti nei luoghi pubblici, papa Francesco intende “sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe” e “la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze”. Il papa esprime l’augurio che “questa pratica non venga mai meno” e che “possa essere riscoperta e rivitalizzata” là dove fosse caduta in disuso. E’ una pratica che si impara da bambini, quando i genitori e i nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine.

La lettera apostolica del papa contiene una ricostruzione storica di quanto avvenne nella notte del 1223 nella valle del reatino. Il Poverello d’Assisi, scrive Francesco, con l’invenzione del presepe realizza “una grande opera di evangelizzazione” capace di arrivare fino ai nostri giorni “come una genuina forma per riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità”.

La lettera apostolica passa poi ad analizzare il significato dei singoli segni che compongono generalmente la rappresentazione della Natività. Naturalmente nel documento non mancano i riferimenti alla salvaguardia del creato e la predilezione per i poveri irrompono anche in questa bella tradizione e lo testimonia la collocazione delle “montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori” e delle “statuine simboliche (...) di mendicanti e di gente che non conosce altra abbondanza se non quella del cuore”. “I poveri sono i privilegiati di questo mistero e, spesso, coloro che maggiormente riescono a riconoscere la presenza di Dio in mezzo a noi”, mentre “il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Il papa nel presepe fa spazio a figure che non hanno relazione con i racconti evangelici.

Tuttavia, il presepe riporta alla mente l’attesa per il suo allestimento negli anni dell’infanzia e dunque alla famiglia, ovvero il luogo privilegiato per la trasmissione della fede. Per papa Francesco, “Non è importante come si allestisce il presepe,- scrive papa Francesco -  può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita”.

In conclusione, il presepe è parte integrante del “processo di trasmissione di fede” che Francesco definisce dolce e al tempo stesso esigente. Questa bella tradizione che il papa a Greccio invita a non abbandonare ma, al contrario, a rilanciare laddove non più utilizzata, favorisce la nostra presa di coscienza nel credere che “Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria”.

Pertanto, non allestire il presepe nelle scuole a Natale è la negazione della nostra identità e il suicidio della nostra cultura cristiana, dei nostri valori e il rifiuto delle nostre radici. La sensibilità che ci porta ad assumere comportamenti rispettosi dell’altrui diversità, non può prescindere dal rispettare, anzitutto, noi stessi, e dal fatto che comunque il rispetto deve essere reciproco.

Da qualche anno si ripete il solito stupido e ridicolo disegno di cancellare le nostre tradizioni natalizie, in particolare quello più caratteristico: il presepe. Non mancano presidi o insegnanti che con una grande dose provocatoria, impediscono ai propri studenti anche a quelli non cattolici, di poter conoscere quel messaggio universale di pace che è il Santo Natale. Per la verità a cancellare totalmente il Natale ci aveva pensato Erode, con il suo metodo radicale, ora ci provano in tanti modi i fautori del “multiculturalismo”, della “libertà”, della “democrazia”, alla fine la scusa è quella di non “offendere” lo “zero-virgola” di alunni islamici presenti nelle scuole.

Tuttavia, il problema, in verità non viene creato da chi ha altre fedi religiose, ma da quei laicisti che non ne hanno affatto e usano come alibi il rispetto dei non-cristiani e la paura degli attentati terroristici.

Anche se c'è qualche inaspettato buon segnale da parte di “laici, come Vittorio Sgarbi che in una trasmissione proclama l’umanità nuova nata da quel Bambino e augura “Buon Natale a tutti voi che non siete nati il giorno in cui è nato Gesù Cristo, ma dovete a Gesù Cristo la vostra libertà, la bellezza, l’indipendenza della donna, tutto…”

In pratica cancellando le nostre tradizioni natalizie stiamo censurando il nostro modo

di essere e di vivere, pensando di educare i nostri ragazzi alla tolleranza. Di questo passo arriveremo ad abolire Dante, Manzoni, i dipinti dei grandi artisti, i musei, le chiese ricche di statue e di affreschi, città intere che in ogni edificio, non solo religioso ma anche pubblico, parlano di fede. Finiremo per censurarli tutti, ma così certamente non saremo più colti, più intelligenti, né più accoglienti, soltanto più aridi e infelici.

Tempo fa un dirigente scolastico si chiedeva: "Che senso ha togliere o negare ai bambini il gusto di una tradizione popolare, segno di una bimillenaria cultura, di diffusione planetaria, radicata nel sentimento, nell’arte, nella letteratura, nella storia, nella vita di ogni ceto sociale e specialmente in un paese come il nostro? Quante forme di cultura radicano nelle varie religioni e da esse traggono la loro specificità ed essenza, persino quando, nel tempo, si discostano dai loro significati originari? Perché pensare che non debbano aver spazio a scuola, se di culture si tratta? ".

 Inoltre il dirigente scolastico precisava che “il presepio non è un precetto religioso; non è un atto liturgico; non è un fatto propagandistico, e nemmeno un atto di culto, per quanto di ovvia ispirazione religiosa, "ma in quanto tradizione popolare è un fatto 'culturale'. E la cultura non si nasconde alla vista, non offende e non si occulta: si spiega. Si aiuta a capirla, a interpretarla. Il che non significa imporla. Senza chiusure per la cultura altrui, ma soprattutto senza imbarazzo, e tanto meno vergogna, per la propria”.

Allora quali sono i motivi per cui occorre spogliarsi delle nostre tradizioni, dei nostri segni? Forse per favorire il “dialogo” (parola-talismano dell'Occidente liquido) con i lontani, in questo caso, gli islamici? Non credo che riusciamo a dialogare meglio rendendoci nudi, attaccandoci a “niente”, soprattutto di fronte al credente in Maometto, erede consapevole di una grande religione come l'islam. Anzi è probabile che ci disprezzerà perchè ci siamo spogliati della nostra fede, della nostra cultura. E' una pia illusione credere che gli islamici si possano convertire alla nostra cultura occidentale, impregnata di relativismo religioso, libertà sessuale, edonismo, aborto, disordine familiare, omosessualismo, ideologia del gender e tanto altro. O forse pensiamo di corrompere o di integrare i musulmani, con il sex-shopping olandese, o il “nulla” dei Paesi del Nord Europa, ex protestanti, che ormai si sono adagiati su un paganesimo vissuto. 

Non sarà forse che il problema siamo noi e non i diversi? E' proprio così “Siamo noi che non sappiamo rendere ragione del bimbo nella mangiatoria”, scriveva l'informatore parrocchiale di Santa Maria delle Grazie al Naviglio in Milano.

Probabilmente siamo un popolo che non ha più nulla da raccontare che non ha qualcosa di caro da difendere. Peraltro, solo un popolo sa essere accogliente, altrimenti si diventa solo tolleranti. Essere tolleranti non è positivo, si tollera qualcosa che si sopporta a fatica, qualcosa che potrebbe essere spiacevole, dannosa, mal sopportata. Infatti, “si tollera chi ci sta vicino, sino a quando non ci dà troppo fastidio. Invece, il cristianesimo ci educa ad accogliere”. Naturalmente, però, chi accoglie l'altro deve amare le sue differenze, per quello che è, ma nello stesso tempo non si deve vergognare di se stesso. Dunque, no alla tolleranza, si al rispetto degli altri.

Ma poi questi passi indietro, che dovremmo fare noi cristiani, non potrebbero essere un'offesa nei confronti di tantissimi martiri cristiani, non solo del passato, ma soprattutto di oggi, che continuano ad essere “trucidati perseguitati proprio perché hanno avuto il coraggio di non fare passi indietro?”. “Siamo proprio sicuri che questa spasmodica ricerca di tranquillità serva alla causa della pace?” Sono alcune domande poste ai lettori, qualche anno fa da La Nuova Bussola quotidiana.

Forse sarebbe opportuno che molti cattolici rileggessero alcuni significativi passi del Vangelo, incominciando con quello di Matteo: “non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.. Chi ama il padre a la madre più di me non è degno di me”?

 Altro passo: “Guardatevi dagli uomini perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro ed ai pagani”; Oppure, “sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma chi persevererà fino alla fine sarà salvato»; “chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli...”.

E che dire infine, di quel “birichino di San Paolo, che ci invita ad annunciare Cristo in modo «opportuno», ma se occorre anche in modo «inopportuno?

 

 

Nel dibattito sull'identità nazionale italiana sembra mancare un “tassello”, assai importante ai fini esplicativi del processo di formazione della nazione italiana. Questo“tassello” è il fenomeno dell'Insorgenza anti-giacobina e anti-napoleonica che si verificò pressoché ovunque in Italia, in concomitanza di tempo e di luogo con l'invasione rivoluzionaria francese alla fine del secolo XVIII.

Ma che cos'é l'Insorgenza? Si tratta delle insurrezioni delle popolazioni italiane tra il 1792 e il 1815 contro gli eserciti invasori francesi di Napoleone. Sono rivolte popolari di cui non ci è stata trasmessa la memoria, per la “cultura ufficiale” non esistono, (sono come pagine strappate) quando si è costretti a parlarne, si marchiano come reazioni di “masse fanatiche”, di “plebaglia criminale”, o di“briganti”, sostanzialmente rivolte strumentalizzate dal clero e dalla nobiltà.

Questa è l'unica versione passata finora nelle nostre scuole italiane, ma grazie a valenti studiosi, ricercatori, da qualche decennio si è riusciti a “bucare” quell'omertà che da tempo li circondava. Senza ombra di dubbio tra questi studiosi, si può ascrivere Giovanni Cantoni che nel saggio introduttivo del 1972 al libro, «Rivoluzione e Controrivoluzione», del professore Plinio Correa de Oliveira, amplificando quello che aveva scritto lo storico Niccolò Rodolico scriveva: «Quando i reggitori della repubblica di San Marco, tremanti di paura alle minacce francesi, strappavano le gloriose insegne del leone alato, e supplicavano la pace, i contadini del Veronese gridavano 'Viva San Marco' e morivano per esso in quelle Pasque  che rinnovarono i Vespri [...]». La citazione continua, facendo riferimento alle altre insorgenze in tutta la penisola. Pertanto per Cantoni il vero popolo italiano è  «rappresentato dai 'branda' piemontesi e dai lazzari meridionali, dai montanari valtellinesi e dai 'Viva Maria' aretini, dagli animatori delle Pasque veronesi e da quelli delle resistenze sull'Appennino emiliano, il popolo italiano prova il suo attaccamento alla tradizione religiosa e civile e la sua avversione alla Rivoluzione».  Così da questo momento è iniziato lo studio di ricerca su queste insurrezioni e sono nate opere storiche significative, ma soprattutto è nato un Istituto per la Storia delle Insorgenze (I.S.IN.), successivamente si è aggiunto per l'Identità Nazionale, con lo scopo di studiare e diffondere esclusivamente la conoscenza delle insorgenze popolari contro-rivoluzionarie, manifestatesi in Italia tra il 1796 e il 1815. L'Istituto insieme ad Alleanza Cattolica hanno organizzato due importanti convegni a Milano, nel 1996 e poi nel 1997, per rilanciare lo studio delle insorgenze anti-giacobine in Italia.

La Rivoluzione dopo aver conquistato la Francia attraverso il Terrore dei Giacobini, il Direttorio, subentrato a quest'ultimi, cercò di esportare “le nuove idee” rivoluzionarie a tutto il resto dell'Europa. Sostanzialmente con la scusa di liberare i “popoli fratelli”, per vent'anni hanno fatto la guerra a tutta l'Europa, causando cinque milioni di morti, per creare delle “Repubbliche sorelle”, loro che si erano proclamati contro la guerra.

Naturalmente il popolo più fratello di tutti, bisognoso di essere “liberato”, non poteva che essere quello italiano (per ovvie ragioni geografiche, di razza e cultura) pertanto occorreva iniziare la grande conquista in nome della fraternità rivoluzionaria.

Il 9 aprile 1796 al comando dell'Arméé d'Italia, Napoleone entra in Italia e conquista il Piemonte, poi la Lombardia, imponendo ovunque contributi di guerra, dando inizio a quella che può essere considerata la più grande depredazione della terra italiana che la Storia ricordi. Oltre alla ghigliottina, alle campagne di guerra napoleoniche, «la rivoluzione d'oltralpe e il suo 'fulmine di guerra' meriterebbero di essere associati anche a un'altra immagine, quella dei rapinatori d'arte, dovuta alle sistematiche spoliazioni delle nazioni vinte che venivano deliberatamente umiliate nel loro patrimonio artistico-devozionale, strappato ai luoghi di culto profani, e negli oggetti asportati dalle collezioni private delle famiglie nobili dell'Ancien Règime». (Marco Albera, “I furti d'arte. Napoleone e la nascita del Louvre”, in Cristianità, n. 261-262, genn.-febbraio 1997). Napoleone capì subito il valore e il prestigio che potevano avere le arti e le scienze per un regime politico. Ecco perchè alle “conquiste artistiche” seguirono quelle militari; per dare una parvenza di legalità, Napoleone escogitò il sistema geniale di includere le opere d'arte tra le clausole dei trattati di pace e di farle rientrare addirittura come contributi di guerra.

Gli eserciti francesi occupano l'intera penisola, tranne la Sicilia, infatti qui non si registra nessun fatto di insorgenza popolare controrivoluzionaria. Gli eserciti francesi furono accolti soltanto da una esigua minoranza di giacobini italiani, che Cantoni chiama, «invertebrati, fantasticatori e corrotti dai “lumi”». La restante maggioranza del popolo italiano non accettò la “liberazione” che offriva la “sorella” repubblica francese.

A questo punto accade qualcosa che nella Storia dell'Italia non si era mai visto. Scrive Rino Cammilleri: «I popoli d'Europa, cioè i civili e la gente comune, si sollevarono contro i Francesi[...]». Occorre precisare che in passato le guerre hanno riguardato solo i militari e si risolvevano con qualche cambiamento dinastico. «Gli italiani per esempio, erano abituati a vedere sui troni degli stati in cui erano politicamente divisi dinastie spagnole, austriache, francesi. Ma, per il popolo, di fatto non cambiava niente. Il nuovo re, o duca, o principe era giudicato solo sulle capacità amministrative; se il benessere era garantito e le particolarità dei popoli rispettate, nessuno aveva da ridire». (Rino Cammilleri, “Fregati dalla scuola”, Effedieffe 1997)

I nuovi invasori erano diversi dagli altri, questi saccheggiavano e profanavano le chiese, violentavano le monache, arruolavano con la forza i giovani, rappresaglie, fucilazioni indiscriminate, rubavano gli oggetti sacri e le opere d'arte, dichiaravano guerra alla Chiesa di Roma, volevano costruire un mondo nuovo, distruggendo il passato.

Per questo motivo gli italiani insorgono uniti e compatti per difendere le loro patrie, i loro ideali, la loro Religione, i loro sovrani, le loro cose, la loro civiltà, aggredita da un esercito invasore, spalleggiato da un gruppo minoritario di italiani che condividevano le idee folli dei francesi giacobini.

A questo proposito la storiografia liberale ha invertito i ruoli: «i collaborazionisti come Ugo Foscolo e traditori come Vincenzo Monti sono stati chiamati 'patrioti', mentre eroi come il mitico Fra' Diavolo furono definiti 'briganti'. L'epopea di popolo del Sanfedismo, che quasi senza versare sangue riconquistò il Regno di Napoli, venne etichettata come 'masse fanatiche'. Insomma - scrive Cammilleri – il 'popolo' è buono se plaude all'invasore francese; è 'plebe fanatizzata' se insorge per difendere la religione dei suoi padri [...]». (Ibidem)

A questo punto passiamo alla descrizione dei fatti, naturalmente cerco di evidenziare quelli più importanti. In Lombardia a Pavia e a Binasco, qui si ha la prima vera e propria insorgenza contro l'invasore, migliaia di contadini, operai, artigiani riempiono le strade della città prendendo il controllo, al loro comando un umile capomastro Natale Barbieri. Abbattuto l'albero della libertà, al grido di “Viva l'imperatore”, danno la caccia ai francesi. Ma ben presto gli insorti furono schiacciati dall'esercito francese che si abbandona al saccheggio della città con inaudita violenza, i capi della rivolta furono fucilati. In Piemonte da segnalare la rivolta dei contadini piemontesi guidati dal maggiore imperiale milanese Branda de' Lucioni (1744-1803), il quale riesce a costituire un’armata cattolica — l’Ordinata Massa Cristiana — e a liberare Torino dai franco-giacobini. Oltre a quella di Branda, altre masse cristiane si formarono a Novara, Biella, Ivrea, Santhià, Chivasso.

Altre insorgenze significative si sono svolte in Romagna a Lugo, dove i commissari francesi avevano razziato oro e denaro e proceduto anche alla requisizione del busto di sant'Ilario, patrono locale. Il 30 giugno scoppia la rivolta violenta. Mentre l'alto clero invita ad arrendersi, duecento insorti tendono un'imboscata a una colonna di soldati francesi, ma dopo una prima avanzata, gli insorgenti furono sconfitti, sul campo morirono un migliaio di lughesi. Altra insorgenza significativa è qualla della repubblica di Venezia. Il governo non sa cosa fare di fronte all'avanzare di Napoleone, sono i contadini guidati dal generale Antonio Maffei, al grido di “Viva san Marco” a resistere ai francesi. Ma anche questa rivolta fu sedata nel sangue.

Occorre precisare che purtroppo l'insorgenza popolare non è riuscita quasi mai a raggiungere vittorie definitive, tranne quella del cardinale Ruffo, proprio per il suo carattere effimero, per la mancanza di un'élite qualificata, che ne prendesse la testa dello spontaneismo popolare.

Rivolte popolari si ebbero nella repubblica di Genova, il popolo stanco dei soprusi francesi si scatena per le vie, facchini, carbonai, bettolieri, ingaggiano battaglia con i giacobini italiani e francesi. Un'altra insurrezione di una certa importanza si ebbe in Toscana, partì da Arezzo, al grido di, “Viva Maria”, gli aretini considerarono “Generalissima” delle loro truppe (che arrivarono a contare circa 38 mila uomini), l'immagine miracolosa della Vergine del Conforto.

Gli insorti il 7 luglio 1799, guidati da Lorenzo Mari, vecchio ufficiale dei dragoni di Toscana e da Wyndham, fanno il loro ingresso a Firenze. Anche nella Toscana occidentale i francesi ovunque vengono battuti. Livorno, Perugia, vengono liberate.

Arezzo, in quanto centro militare ed economico dell’insorgenza, diventa la capitale effettiva del Granducato. I francesi vengono inseguiti fino alle porte di Roma.

Ma i francesi successivamente ritornano e si registra «La resistenza tentata dal marchese Albergotti, il 17 ottobre, in un contesto profondamente mutato rispetto a quello dell'anno precedente, risulta vana e i francesi si vendicano di Arezzo, rimasta sola. Gli insorgenti aretini scrivono le pagine più belle dell'epopea del Viva Maria, combattendo eroicamente contro l'invasore, a cui vengono inflitte notevoli perdite. Il giorno dopo, spezzate le ultime resistenze, i francesi compiono uno sfrenato saccheggio, che prosegue nei giorni successivi [...]». (Giuliano Mignini, “Il Viva Maria”, 7.7.2020 alleanzacattolica.org)

Nella primavera del 1809, scoccava la scintilla della grande insurrezione popolare anti-napoleonica destinata a incendiare il Tirolo per due lunghi anni. Sotto la guida di un intelligente e valoroso popolano della Val Passiria, Andreas Hofer, si sollevarono non soltanto le valli di lingua tedesca ma anche quelle trentine e la rivolta divampò nelle valli Giudicarie, in Val di Non, nella Val di Sole, nelle valli di Fiemme e di Fassa, fino a contagiare il Bellunese. Anche qui la rivolta si concluse dopo epiche battaglie con l'arresto e la fucilazione a Mantova dell'eroe tirolese.

Probabilmente l'insurrezione più celebre, si accende nel 1799 a Napoli, nel Regno delle due Sicilie, il re Ferdinando abbandona la città di fronte all'esercito rivoluzionario francese, a opporre resistenza è il popolo napoletano, i cosiddetti Lazzari. I francesi dovettero impegnarsi molto per domare la resistenza e soltanto dopo tre giornate il generale Championnet può annunciare la vittoria, elogiando, tra l'altro, l'eroismo dei lazzari, che hanno lasciato sul campo ben 10 mila morti. Viene proclamata la Repubblica, i rivoluzionari giacobini locali, i “patrioti”, si facevano chiamare, si accorgono subito di essere estranei alla popolazione.

I “patrioti” imbevuti di ideologie utopiche, credevano nella magica virtù della “libertà”, venerando il regime repubblicano come infallibile e con una carattere quasi religioso. Sono convinti che basta promulgare alcune leggi per realizzare sistematicamente la felicità dei popoli. Pertanto scoprono, «com'era accaduto ai loro colleghi francesi, che il popolo reale non era il 'popolo' da essi idealizzato: pertanto, paralizzati tra il seducente miraggio di un popolo mitico e il terrore di una «plebe» concreta, decretano che questa era corrotta e occorreva costringerla alla «virtù». (Francesco Pappalardo, “1799: La Crociata della Santa Fede”, in Quaderni di Cristianità, n.3, inverno 1985)

Ironicamente possiamo scrivere che secondo gli intellettuali giacobini, era un popolo ignorante, rozzo, che deve ancora essere istruito e quindi bisogna costringerlo alla “libertà” rivoluzionaria. In pochi aderiranno alla nuova Repubblica; gli occupanti non fanno nulla per attirarsi simpatie, ovunque impongono tasse, taglieggiano gli inermi, rubano opere d'arte, perseguitano monaci, abusano delle donne e di religiose, incendiano edifici sacri, fanno scempio delle spoglie dei santi e organizzano mascherate con sacri arredi e manifestazioni contro la Religione.

L'8 febbraio 1799, il cardinale Fabrizio Ruffo, sbarca in Calabria con pochi uomini per organizzare la Controrivoluzione. «Ha con sé soltanto pochi compagni e una grande bandiera di seta bianca con lo stemma reale da una parte e la Croce dall'altra, su cui stava scritto il celebre motto: 'In hoc signo vinces'».

Ben presto il cardinale raccoglie migliaia di volontari provenienti di ogni ceto sociale, nasce l'Armata Reale della Santa Fede, molto si è scritto contro questo esercito composito, certamente non si può negare che alcuni vi aderiscono per desiderio di bottino o di vendetta personale, ma sicuramente la gran parte di volontari erano animati dalla devozione religiosa e monarchica.

Il 13 giugno 1799, l'Armata fa il suo ingresso trionfale nella capitale, «la festa dura poco. Il popolo minuto, che non aveva dimenticato i tradimenti, la sconfitta, le brutalità, i saccheggi, si vendica ferocemente dei suoi nemici. Fabrizio Ruffo cerca di arginare la guerra civile, ma poco manca che egli stesso sia imprigionato; a nulla valgono neppure le sue proteste contro la proditoria violazione, da parte dell’ammiraglio inglese Nelson, della convenzione conclusa con i vinti». (Ibidem)

Comunque sia i fatti di quei giorni che condussero alla condanna in massa dei giacobini napoletani, merita ben altro spazio, la storiografia di parte attribuisce la morte dei cosiddetti “patrioti” come Eleonora Fonseca Pimental, al cardinale Ruffo , ma basta guardare con serietà ai fatti, non si può negare che il cardinale fu l'unico a fare qualcosa per salvare i giacobini.

Tuttavia, ben presto il cardinale fu messo da parte, e la «restaurazione è ridotta a un’operazione di polizia e la monarchia ripropone il suo dominio assoluto, incapace di comprendere la necessità di una vasta opera di formazione dottrinale e contro-rivoluzionaria della classe dirigente e di messa in guardia della popolazione contro la penetrazione settaria».

Per concludere la pagina storica dell'Insorgenza italiana, nel 1799 i francesi dovettero abbandonare l'Italia, anche sotto la spinta dell'esercito russo-austriaco. La restaurazione durò poco, Napoleone, riconquista l'Italia e Pio VII venne incarcerato e deportato prima a Savona poi in Francia.

Il tema delle insorgenze merita qualche approfondimento sui protagonisti (le Masse cristiane) e sulle tre correnti storiografiche che hanno trattato l'argomento, lo faremo in seguito.

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