Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Venerdì, 19 Gennaio 2018

Il Rinascimento, come abbiamo visto, col suo umanesimo paganeggiante, stimolò quello spirito d’orgoglio e di autonomia, che dopo il peccato originale, ci caratterizza in quanto uomini e contro il quale, chi più, chi meno, tutti dobbiamo lottare. L’individualismo trionfò e contro i sani dettami della filosofia scolastica, vietava all’uomo di consegnarsi ad una qualsivoglia autorità a lui esterna. Questa fu una delle tante cause umane, che determinò quella Riforma ,che-non entro nel merito della questione teologica, la quale esula dagli scopi di questo articolo-, secondo il già ricordato storico  gesuita J. Lortz è la più grande catastrofe abbattutasi sulla Chiesa nell’intero corso della sua storia, fino ad oggi. Naturalmente, fu un evento di tale portata , da avere anche ripercussioni politiche e sociali: quelle che ci interessano in questo scritto. Il monaco agostiniano Martin Lutero (1483-1546), l’iniziatore della Riforma, da un punto di vista culturale non aveva conosciuto direttamente la Scolastica del duecento, di stampo tomista, ma non solo,  bensì quella decadente del trecento, quella occamista. L’occamismo come già visto in precedenza, ribaltò il rapporto tra intelligenza e volontà, persino in Dio stesso, del quale fu messa in particolare rilievo, l’Onnipotenza della Volontà, a scapito del Logos ordinante ed immutabile, in modo tale, che Egli avrebbe potuto cambiare, ad es., la morale e comandare, come giusto, anche l’omicidio …; la ragione umana, insomma, si riduceva a mera tecnica: l’uomo si salvava solo per mezzo della volontà. Lutero dall’occamismo ereditò una sfiducia nelle capacità della ragione umana, ma reagì “violentemente” al suo volontarismo: così, mentre umanesimo e occamismo sopravvalutavano l’azione dell’uomo nella salvezza, l’ex monaco agostiniano l’annullò, ponendo la “giustificazione”, unicamente nei meriti di Cristo, senza alcun concorso umano. Come notò argutamente Papa Benedetto XVI (2005-2013) nell’Enciclica Spe Salvi al par 7, Lutero, fra gli altri, mutò il termine greco usato nella Lettera agli Ebrei (elenchos), in riferimento alla fede, che ha valore oggettivo di prova, in Festsehen, che ha quello soggettivo di convinzione, dando il là definitivo al soggettivismo. Da lì il passo alla ribellione e al disgregarsi dell’Europa, fu breve. Certo, la Chiesa di Roma aveva le sue colpe, soprattutto negli uomini di curia. Lo storico Daniel Rops ha definito la Chiesa alla vigilia del Concilio di Trento,(1545) come «un cadavere in brandelli» . Lo scrittore cattolico più celebre, Vittorio Messori, descrivendo la situazione della Chiesa rinascimentale, ha affermato: «La Chiesa sembrava un infermo senza speranza, ormai allo stadio terminale, anche perché mancava di uomini: ce ne erano tanti, forse fin troppi, abili, talvolta abilissimi, in ogni specie di arte, nelle scienze, nella politica, nella diplomazia,magari nella guerra». Mancavano, in pratica, teologi e filosofi di rango, che non fossero semplici ripetitori del passato, dai quali si sarebbe dovuti ripartire. In questa situazione, la riforma luterana ,pur iniziata con la voglia e il desiderio di purificare la Chiesa dai suoi eccessi, ben presto si allontanò dall’ortodossia.  D’altronde, sempre seguendo qui il valido ragionamento di  Messori, la situazione morale della periferia della Chiesa non coincideva con quella romana, certamente meno evangelica; erano quelli, tra le altre cose, gli anni in cui operava il nepotismo di alcuni pontefici. Messori cita a sostegno, un’interessantissima considerazione di uno dei massimi avversari del cristianesimo, in particolare nella sua versione cattolica, Friedrich Nietzsche (1844-1900), che nella Gaia scienza, scrisse: «All’epoca della grande corruzione della Chiesa, essa era in Germania, pochissimo corrotta… relativamente parlando, nessun popolo fu mai più cristiano dei tedeschi all’epoca di Lutero; la loro cultura cristiana era giusto pronta per sbocciare in una centuplicata magnificenza di fioritura. Non mancava ancora che una sola notte: ma questa portò la tempesta che pose termine a tutto». Impressionante il mysterium iniquitatis, qui sicuramente all’opera… La chiesa, pur a “brandelli”  reagì splendidamente; le cronache di quei tempi ricordano, che il giorno d’apertura del tridentino, parteciparono alla processione inaugurale la “miseria” di 4 cardinali, 4arcivescovi, 21 vescovi e 5 padri generali di Ordini religiosi, su oltre 600, che ne avevano teoricamente diritto. Sui risultati raggiunti da quell’assise,ascoltiamo ancora Messori: «In una Chiesa dalla struttura umana esausta,corrotta, interessata più agli studi umanistici che a quelli biblici, più alla scienza e alla bellezza del mondo che alla stultitia crucis, in una Chiesa così, chi avrebbe immaginato che si nascondesse una tale sapienza teologica da definire con nettezza stupefacente(in fondo, per la prima volta) il cattolicesimo nella sua piena ortodossia?» Domanda questa, che può avere risposta solo nella fede nel Suo Signore, che promise con il non praevalebunt, l indefettibilità della Chiesa. Sul piano politico-sociale il Concilio di Trento (1545-1563) incise nel profondo sui paesi,che si mantennero fedeli a Roma. L’Europa divenne una sorta di “campo di battaglia”, per quelle che,indebitamente, furono definite guerre di religione. La realtà, infatti, ci parla di guerre per l’egemonia politica, che ebbero la religione a pretesto. Cattolici e protestanti si scontrarono,sì, ma spesso mischiati fra loro e non solo! La Francia, figlia primogenita della Chiesa, non esitò a schierarsi con la Germania protestante e con i Turchi (!), pur di interrompere l’egemonia politica dell’altrettanto cattolica Spagna di Carlo V(1500-1558). La Francia, non paga di ciò, ostacolò pure il tentativo degli Asburgo d’Austria, nel 600, e della stessa Spagna, di reprimere- anche per motivi economici- il calvinismo nei Paesi Bassi, specialmente nelle province Unite (Olanda), divenute, nel frattempo, la massima potenza economica in Europa. I protestanti, grazie all’aiuto economico/militare della cattolica Francia, riuscirono a sventare i progetti della casa reale austriaca. Dal 1618 al 1648 si combatté la guerra dei Trent’anni, al termine della quale, con la pace di Westfalia, si sancì ufficialmente la divisione dell’Europa tra cattolici e protestanti. Inoltre, fu esteso, a livello continentale, il principio sancito con la Pace di Augusta(1555), cuius regio eius religio, secondo il quale, i principi tedeschi avevano la potestà di scegliere la religione dei propri sudditi. A ben vedere, questo principio negava in radice, l’identità stessa delle comunità nate dalla Riforma, strutturatesi storicamente come Chiese della libertà. A meno di 30 anni dal suo’esordio, infatti, la Riforma fece svanire le libertà promesse. Si era passati, da una libera sottomissione al Papa, ad una forzata sottomissione al Principe. Questione nodale, questa, messa a fuoco,lucidamente, dal già citato J. Lortz: «Nella  pace di Augusta non solo i seguaci della Riforma acquistarono il diritto di organizzare la loro vita religiosa ed ecclesiastica secondo la loro coscienza, a differenza e in opposizione alla forma cattolica passata, ma al tempo stesso fu gravemente minata  la libertà di coscienza: il potere civile ottenne il diritto di disporre della coscienza dei sudditi». Possiamo rilevare, che fu messo in moto un meccanismo pericoloso, giunto fino a noi; negli ultimi anni, infatti, a livello legislativo, usando in modo distorto il diritto, si sta tentando di “silenziare” la coscienza, soprattutto sui temi di bioetica, di chi non si allinea alla Vulgata corrente, sedicente progressista ed orientata verso un’autodeterminazione assoluta dell’uomo.  La pace di Westfalia, peraltro, fu un grave colpo all’unità europea, così com’era stata fino ad allora. I singoli Stati,infatti, si configurarono sempre più come autonomi gli uni rispetto agli altri e,dunque, con una conflittualità reciproca,  potenzialmente, più accentuata; esattamente, quel che ci ha poi dimostrato la storia successiva.  La concezione del Sacro Romano Impero fu minata fin nelle fondamenta; nelle parole del filosofo W. Leibniz (1646-1716), esso era stato una sorta di «repubblica comune delle genti cristiane, di cui erano capi il pontefice per le cose sacre e per le temporali l’Imperatore». Una breve, ma efficace descrizione di quel che l’Impero ha rappresentato per la storia europea, la troviamo nelle parole dello scrittore tedesco, massacrato dai nazisti, F. Malleczewen (1884-1945): «E’ un sogno passato l’unità cristiana; è un ricordo il tempo in cui al signore imperiale del mondo visibile era affidato il compito di trovare nell’idea dell’antico impero e nell’invisibile la formula sacra della riconciliazione dei popoli e della pace sulla terra. Sapevamo che tale formula non esiste su questa terra insanguinata, ma pur sapendolo, la cercammo».

La distruzione dell’unità religiosa, all’interno stesso della civiltà europea, divenne ‒ secondo Lortz ‒ ,probabilmente, la causa più forte dell’attuale età ostile alla fede. Il moltiplicarsi, in seno all’unità cattolica, di svariate confessioni, che si richiamavano,ugualmente, al cristianesimo, infatti, fece sorgere il dubbio su quale potesse essere quella vera. Il discorso,ovviamente, deve proseguire.

 

Dopo aver letto i libri peraltro ben documentati di Lorenzo Del Boca, Aldo Cazzullo, “Plotone di esecuzione” di Forcella e Monticone o i 3 volumi sui Vescovi veneti curati da don Antonio Scottà, la voglia di commemorare o di celebrare, il 4 novembre, la vittoria più o meno “mutilata”della 1 Guerra mondiale viene decisamente meno. Certo ancora assistiamo a celebrazioni istituzionali (sindaci, assessori e varie autorità pubbliche) che si prestano ogni anno a questa vuota ritualità, lo fanno per inerzia, senza conoscere la vera storia della guerra. Tuttavia, festeggiare una mattanza come quella della 1 Guerra mondiale, è un po' troppo. Anzi bisogna chiedersi se è stata“un'impresa gloriosa o una carneficina insensata, voluta da cinici politicanti e condotta da ufficiali codardi e incapaci?” E se poi si vuole ricordare qualcosa, piuttosto dovremmo festeggiare quando la guerra finisce: il 3 novembre, come scrive Del Boca nel suo ultimo libro.

Del resto anche Cazzullo nel suo “La guerra dei nostri nonni”, edito da Mondadori (2014), dopo aver apprezzato che la guerra ha unito maggiormente l'Italia, facendogli fare il salto di qualità: non più un nome geografico, ma una nazione vera e propria. Ma nonostante la retorica, racconta le gravissime  responsabilità dei politici, dei nostri generali, affaristi, intellettuali, a cominciare da D'Annunzio che trascinarono il Paese in un grande massacro.“Per i futuristi, i vitalisti, i nazionalisti, - scrive Cazzullo - l'ingresso dell'Italia in guerra è una vittoria culturale. La loro linea violenta, sciovinista, superomista ha prevalso sulla prudenza di gran parte della nazione[...]”

La grande guerra del 15-18 fu una terribile carneficina, in cui persero la vita più di un milione di persone, tra militari e civili. Mentre in tutto il mondo, i morti furono 37 milioni: un’ecatombe che ha spazzato via quasi un’intera generazione.

Cazzullo consultando diversi testi racconta la Prima guerra mondiale vista attraverso gli occhi della gente comune che vi ha partecipato, senza addentrarsi eccessivamente nelle complesse vicende politiche in cui il nostro Paese venne coinvolto e senza le proiezioni tipiche dello storico, diventa in queste pagine un’incredibile e straziante avventura alla quale furono chiamati a partecipare migliaia di uomini, per lo più contadini, ignari del loro destino e delle sorti del mondo.

Fu una guerra di posizione, combattuta palmo a palmo nelle trincee del Carso, sui monti dell’Isonzo, a Caporetto. Un fronte caldissimo in cui il nemico austriaco era talmente vicino che nella notte se ne potevano ascoltare le voci e in cui, per l’avanzata di pochi metri, venivano sacrificati interi reggimenti. La testimonianza del tenente Salsa è agghiacciante: “il terreno conquistato era coperto di morti[...] non si poteva andare più oltre […] era un'ubriacatura. Coloro che confezionavano gli ordini li spedivano da lontano; e lo spettacolo della fanteria che avanzava, visto dal binocolo, doveva essere esaltante. Non erano con noi, i generali; il reticolato non l'avevano mai veduto. I nostri soldati si fecero ammazzare così a migliaia, eroicamente, in questi attacchi assurdi che si ripetevano ogni giorno, ogni ora, contro le stesse posizioni”.

I soldati al fronte hanno dovuto affrontare il freddo, il cattivo equipaggiamento, la fame, le scarse condizioni igieniche, le malattie letali come il tifo, il colera e influenza spagnola che non risparmiò certo quelli che erano rimasti a casa. Tutte queste malattie, sconvolsero le nostre truppe più della mitraglia e del gas usato dal nemico.

Il testo di Cazzullo mette in risalto il coraggio dei nostri soldati ma nello stesso tempo l'inettitudine, l'impreparazione, talvolta il sadismo dei nostri comandanti.

Nei racconti allucinati dei superstiti lo spavento e la disperazione è tale che molti dei soldati andavano incontro alla morte quasi fosse una liberazione. L’esercito italiano era fatto di contadini legati alla terra, che seppero difendere la loro terra e le loro montagne con grandissimo valore.

Cazzullo fa i nomi di quei comandanti sadici che impartivano ordini e magari non videro mai le linee nemiche e che decimarono i loro stessi uomini, come il generale Graziani da Bardolino, Verona. Tra il 23 e il 26 maggio 1917, va in giro con il moschetto a caccia di soldati che tornano indietro dall'assalto. Naturalmente Cadorna apprezza. “Si fucila a caso, con una spietatezza che indigna un testimone americano: Ernest Hemingway[...]”. Un reduce, Cesare De Simone racconta: “tutte le volte che c'era un attacco arrivavano i carabinieri[...] i loro ufficiali li facevano mettere dietro in fila dietro di noi e noi sapevamo che, quando sarebbe stata l'ora, avrebbero sparato addosso a chiunque si fosse attardato nei camminamenti invece di andare all'assalto”. Tutti i libri raccontano il crudele ruolo assunto dagli uomini della“Virgo Fidelis” nella 1 guerra mondiale.

Finché rimase al comando il generale Luigi Cadorna le licenze concesse ai soldati furono rare, mentre le punizioni esemplari per i disertori o i dissidenti furono frequentissime.  Numerose le testimonianze di fucilazioni di quanti si rifiutarono di obbedire ad ordini assurdi Solo con il passaggio al comando del generale Armando Diaz, dopo Caporetto, le condizioni dei soldati migliorarono leggermente.

Nelle pagine del testo, Cazzullo offre moltissimi, e tutti interessanti, punti di vista. Troviamo le testimonianze rinvenute nei diari dei soldati semplici, ma anche gli articoli apparsi sui giornali del tempo. Non mancano i racconti dei grandi poeti e scrittori italiani, tra cui Carlo Emilio Gadda e Giuseppe Ungaretti, che raccontarono con un linguaggio nuovo e impressionante la loro guerra. Senza l’enfasi dei Futuristi o del Vate D’Annunzio.

Tra le pagine più belle, quelle in apertura del libro. Si racconta la repressione violenta della rivolta di un reggimento di fanteria, decimato dal colonnello, che ordina di fucilare dieci soldati estratti a sorte e tra di loro addirittura due “complementi”, soldati giunti dopo la rivolta. E quando il povero disgraziato soldato bendato gli ricordava che lui non c'era quel giorno della rivolta e chiedeva di essere graziato, il colonnello paternamente risponde: “Figliolo, io non posso cercare tutti quelli che c'erano e che non c'erano. La nostra giustizia fa quello che può. Se tu sei innocente, Dio ne terrà conto. Confida in Dio”.

Il testo dà conto degli italiani d'Austria, dei Trentini e dei Giuliani, considerati traditori  traditori dagli Austriaci prima e dagli Italiani poi. Terribili le pagine in cui Cazzullo racconta gli stupri etnici … le nostre nonne subirono azioni atroci. Si è persa memoria dello “stupro del Friuli” e della “tragedia” cioè dei ”figli nati dalle violenze” così tanti “che si dovette aprire un orfanotrofio” per “gli orfani dei vivi”. Nessuno infatti voleva saperne di quei “piccoli tedeschi” bastardi.

Da buon giornalista, Cazzullo riesce a raccontare diversi particolari come quello dell'artigliere ventunenne di Viterbo, condannato a 22 mesi di carcere per aver detto a suo padre di riferire alla gente che la guerra è ingiusta, perché voluta da una minoranza di uomini.
Cazzullo ci fa sentire la voce di soldati, contadini, ufficiali nobili. E, forse per la prima volta, anche quella delle donne: crocerossine, prostitute, portatrici, persino spie alla Mata Hari.

Siamo cresciuti coi racconti di guerra dei nostri nonni, dei nostri zii, che ci raccontavano la Storia della gente comune, dei contadini, dei ragazzi del Sud, come ha ben scritto Lorenzo Del Boca, ne “Il sangue dei terroni”. E' la microstoria che viene raccontata dal libro di Cazzullo. La Grande Guerra non ha eroi. I protagonisti non sono re, imperatori, generali. Sono fanti contadini: i nostri nonni. Furono in molti a dover abbandonare le famiglie sotto le tende per recarsi al fronte. Magari scamparono alla Natura Matrigna, ma non al folle Cadorna.

Aldo Cazzullo racconta il conflitto ’15-18 sul fronte italiano, alternando storie di uomini e di donne: le storie delle nostre famiglie. Perché la guerra è l’inizio della libertà per le donne, che dimostrano di poter fare le stesse cose degli uomini: lavorare in fabbrica, guidare i tram, laurearsi, insegnare. Le vicende di crocerossine, prostitute, portatrici, spie, inviate di guerra, persino soldatesse in incognito, incrociano quelle di alpini, arditi, prigionieri, poeti in armi, grandi personaggi e altri sconosciuti.

Attraverso lettere, diari di guerra, testimonianze anche inedite, “La guerra dei nostri nonni” conduce nell’abisso del dolore: i mutilati al volto, di cui si è persa la memoria; le decimazioni di innocenti; l’«esercito dei folli», come il soldato che in manicomio proseguiva all’infinito il suo compito di contare i morti in trincea. Sono testimonianze di una sofferenza che oggi non riusciamo neppure a immaginare, sia le tante storie a lieto fine come quelle raccolte dall’autore su Facebook.

Per avere piena consapevolezza dell'inutile crudeltà di questa guerra e quindi per non festeggiarla, basterebbe leggere i 2 capitoli del libro di Cazzullo, che mi hanno maggiormente colpito, che riguardano gli effetti della guerra: i troppi mutilati (“i soldati senza più volto”) e i troppi malati mentali (“l'esercito dei matti”). L'Italia nella Grande Guerra ebbe un milione di feriti, (mutilati, storpi, senza occhi, senza mani, muti, sordi). All'inizio della guerra, tra i soldati schierati in prima linea, la percentuale dei feriti arrivò al 90%, “praticamente - secondo Cazzullo - tutti passarono attraverso il momento di terrore in cui si perde o si rischia di perdere una parte di sé”. Sostanzialmente bastarono i primi giorni per riempire gli ospedali militari di mutilati., naturalmente da nascondere con cura. Alcuni addirittura, perfino nel 1919, a guerra finita, per la loro mostruosa mutilazione, si impediva ai familiari di vederli o si faceva credere che fossero morti o dispersi.“Sui mutilati al viso è calato un lungo oblio, infranto dal documentario girato nel 2004 da Yervant Gianikian e Georg Trakl[...] i due cineasti hanno mostrato, grazie a immagini censurate per quasi novant'anni, le conseguenze umane e sociali della Grande Guerra”. Basterebbero queste sole immagini per rappresentare in maniera definitiva l'orrore indicibile della guerra.

Infine c'è il racconto dei cosiddetti “scemi di guerra”, Cazzullo riporta gli studi di una ricercatrice, Annacarla Valeriano, dell'università di Teramo. Questa donna, ha ritrovato le cartelle cliniche e le lettere dei fanti ricoverati nel manicomio della sua città e poi estendendolo a tutto il territorio nazionale. “Ne esce un martirologio straziante, che la Valeriano ha pubblicato dalla casa editrice Donzelli con un titolo tratto dalle annotazioni cliniche dell'epoca: 'Ammalò di testa'. Lo studio della Valeriano, rappresenta uno“una discesa agli inferi di una sofferenza immensa e dimenticata”. Cazzullo nel capitolo, riporta un'ampia antologia di casi di malessere significativo, soldati rimasti per sempre segnati dalla guerra. Peraltro vengono colpiti anche i familiari a casa, soprattutto, le donne, le mamme che aspettano il figlio o il marito.

“Le ferite o le mutilazioni mettono in dubbio la propria identità, il proprio ruolo sociale. Il fante tornato a casa non sa più chi è. La guerra è qualcosa più grande di lui. La tecnologia della morte lo sovrasta. Il nemico che uccide senza mai mostrarsi diventa un'ossessione. A volte i peggiori nemici sono gli ufficiali italiani: è lo Stato, tradizionalmente assente, che si manifesta in modo improvviso, con tutto il suo potere coercitivo e la sua ottusità al limite della crudeltà.

Pertanto concludo ancora con la domanda: tanta inutile crudeltà, tanta carneficina insensata, come è stata la guerra voluta da una minoranza degli italiani, merita essere festeggiata?

Il mese di Ottobre è ricco di ricorrenze storiche. Si ricorda, la rivoluzione bolscevica, ma anche quella ungherese del 1956, e poi soprattutto, per noi italiani, la disfatta di Caporetto. La ricorrenza del centenario della “disfatta” di Caporetto del 24 ottobre 1917 nella 1 guerra mondiale, ha suscitato diverse manifestazioni e celebrazioni, ma anche molte riflessioni sui media. La letteratura sulla 1 guerra mondiale è abbastanza vasta, ma su un argomento si trova poco, mi riferisco alla posizione della Chiesa, della Santa Sede, nei confronti del conflitto mondiale.

Essere cattolici più o meno militanti, ma soprattutto religiosi, in quel tempo non era facile. Da un lato c'era la difesa della Patria, dell'Italia, dall'altro, c'erano gli Imperi centrali, l'Austria. Infine, c'era il volto crudele della guerra da combattere, l”inutile strage”, come l'ha ben definita il Santo padre Benedetto XV. Fu difficile la posizione dei vertici della Chiesa, del Papa, dei vescovi. Benedetto XV, è stato abbastanza chiaro, aveva emanato chiare direttive, occorreva mantenere una posizione neutrale, al di sopra delle parti.

In questi giorni ho preso visione dei 3 volumi: “I Vescovi Veneti e la Santa Sede nella guerra 1915-1918”, a cura del sacerdote Antonio Scottà, Edizioni di Storia e Letteratura, (Roma 1991). Si potrebbe obiettare che si tratti di un tema specifico, sostanzialmente dovrebbe interessare gli specialisti. Non è così, i vescovi veneti, proprio perché presenti sul territorio, furono diretti testimoni,“per 41 mesi di una delle più terribili guerre della storia”. Scrive nell'introduzione don Antonio Scottà. “La possibilità, quindi, di rivedere quella tragedia, sulla base di una documentazione immediata, viva, ha una notevole rilevanza storica, perché da nessun'altra fonte sinora conosciuta come quella che qui viene riprodotta si ha modo di comprendere che cosa abbia significato quella guerra per le popolazioni del Veneto”.

Don Scottà ha fatto un gran lavoro di ricerca, beneficiando dell'apertura nel 1985, degli Archivi Vaticani, ha pubblicato le numerose lettere tra i vescovi veneti e la Santa Sede, proprio nel periodo della guerra. L'antologia, copre un vuoto storiografico. L'opera di don Antonio Scottà,“è di grande spessore storico e culturale”, scrive nella presentazione Gabriele De Rosa. Infatti per lo storico,“Queste lettere costituiscono, anzitutto,  una documentazione viva sulle vicende delle terre venete più esposte nella guerra: una documentazione di prima mano del ruolo primario, importantissimo svolto dal clero, dai parroci, dai cappellani, dai vescovi, in aiuto delle popolazioni[...]”.  All'inizio della guerra il Veneto italiano copre 11 diocesi e risale più o meno al tempo della Repubblica di Venezia. In questa raccolta di missive occupa un posto primario, il vescovo di Padova, monsignor Luigi Pellizzo. In questo numero rilevante di lettere, il vescovo rivela una straordinaria conoscenza degli avvenimenti bellici e politici, e per l'influenza da lui esercitata sul clero e sui fedeli durante il conflitto, in una delle diocesi più vaste e più devastanti della guerra. In particolare sono utili dopo la disfatta di Caporetto,“sembrano quasi un 'reportage' giornalistico per la loro immediatezza e concretezza”. Ecco perché il Papa “era perfettamente informato sull'accadere tumultuoso e catastrofico degli avvenimenti, meglio e più tempestivamente dello stesso comando supremo italiano”. E proprio “in quel momento l'espressione “inutile strage” - scrive Scottà - era quanto di più realistico si poteva dire della guerra, perchè il continuarla comportava, per tutte le parti, un rischio maggiore che quello di finirla in qualsiasi modo”.

Le lettere di monsignor Pellizzo, occupano gran parte del 1° volume, nel 2° e 3°,  in ordine di pubblicazione, riguardano quelle di monsignor Pietro La Fontaine, vescovo di Venezia. Ferdinando Rodolfi, vescovo di Vicenza, Sante Bartolomeo Bacilieri, vescovo di Verona, Andrea Giacinto Longhi, vescovo di Treviso, monsignor Francesco Isola, vescovo di Concordia, Giosuè Cattarossi, vescovo di Feltre e Belluno. Poi monsignor Rodolfo Caroli, Eugenio Beccegato, Anastasio Rossi, vescovo di Udine. Infine Celestino Endrici, arcivescovo di Trento, dove era particolarmente difficile mantenere imparzialità e neutralità, e monsignor Francesco Borgia Sedej. Arcivescovo di Gorizia. Occorre subito precisare che la maggior parte di loro essendo vescovi di confine, operanti nel territorio dove si svolgeva il conflitto armato, apparivano patriottici e decisamente prudenti. Tranne monsignor Isola che subì l'accusa di austricantismo, per questo nel 1918, subì la violenta aggressione da parte dei soldati italiani, che spogliarono la curia di ogni cosa.

Praticamente “dalle lettere dei vescovi si ricava che la chiesa in Veneto abbia costituito una specie di struttura parallela a quella dello Stato, robusta ed efficiente tanto da assumere funzioni di supplenza sul piano amministrativo e in certa misura anche politico, nei momenti cruciali della guerra”. Non è una esagerazione, basta leggere le lettere, per constatare come il clero, ma anche i cattolici stessi, non possono essere tacciati di non avere il senso dello Stato.

Praticamente la guerra ha messo a nudo “la fragilità del sistema amministrativo italiano ed in particolare l'inadeguatezza dei pubblici funzionari, sia sotto il profilo tecnico e professionale che, sopratutto, sotto quello delle responsabilità civili e morali”. Sono notorie le gravi carenze di coordinamento fra gli enti locali ed il governo centrale; le divergenze fra il decisionismo dei militari e la lentezza del parlamento. A tutto questo Scottà aggiunge anche l'acuirsi delle differenze sociali a causa della guerra. Pare che nei momenti più gravi, “sia in occasione degli sgomberi delle popolazioni, che nell'imminenza del pericolo dell'invasione, la maggioranza ed in certi casi la totalità dei cittadini di condizione agiata e degli impiegati dello stato, come anche sindaci e consiglieri comunali, o non si curò affatto della popolazione o fuggì verso posti più sicuri, con la pretesa di dare a quella fuga un'attestazione di patriottismo”. Attenzione, la Chiesa cattolica, “con la sua capillare organizzazione locale e con la dedizione incondizionata del clero”,  è stata l'unica ad essere sempre presente sul territorio. “Il referente locale, rispetto all'autorità civile e militare, divenne il parroco od il vescovo”. Pertanto, è proprio a lui che “ci si rivolge per quelle esigenze organizzative attinenti alla protezione, alla sicurezza, all'assistenza, all'informazione e così via”. Non sono rari i casi in cui i parroci, nominati o costretti a fungere da commissari prefettizi, sia dai comandi militari italiani, sia da quelli austro-tedeschi durante l'anno di occupazione.

Sono i vescovi che fanno conoscere alle autorità militari le preoccupazioni delle popolazioni, sono essi che protestano per le insensate requisizioni e per gli atti di saccheggio e devastazione perpetrati dalle truppe sbandate dopo Caporetto, dimostrando, ancora una volta, di essere l'unica autorità pubblica affidabile. Sono sempre i vescovi che si sono impegnati nella salvaguardia delle opere e dei monumenti artistici e culturali, mettendo in salvo diverse opere e beni. Inoltre dalle lettere dei vescovi emerge un grande impegno della Chiesa nei confronti del dramma del profugato. Sia nello sgombero che nell'accoglienza, ci sono sempre gli uomini di Chiesa in prima fila. Forti sono le critiche dei vescovi nei confronti delle autorità sia militari che civili, per l'approssimazione e la disorganizzazione con cui attuano tali operazioni. A quanto sembra non è cambiato nulla ai nostri giorni.

Nonostante tutto questo impegno della Chiesa, ci sono sempre le accuse di disfattismo, di spionaggio, di collaborazione con il nemico o, vagamente, di austriacantismo. Certo la Chiesa, la Santa Sede, all'inizio del conflitto, assunse una posizione decisamente neutrale, ha raccomandato sia ai vescovi che ai parroci“la massima cautela e prudenza nel parlare in pubblico ed in privato delle questioni attinenti la vita politica e la guerra”.

Sono numerosi i casi di singoli preti, religiosi incriminati, mandati in esilio perché ritenuti anti patriottici. In materia di pubblica sicurezza ci sono provvedimenti straordinari con divieti di pubbliche riunioni, processioni civili e religiose. Il divieto anche di accompagnamento del viatico ed il trasporto funebre. La stampa censurata completamente. La diffusione di notizie durante la guerra, era attinenza soltanto del comando supremo militare.

Secondo Scottà,“vi sono documentazioni che attestano l'intenzione di colpire sistematicamente il clero”, sin dall'inizio della guerra,“pervengono alla Segreteria di Stato informazioni su una premeditata offensiva promossa dalla massoneria contro il clero ed in particolare contro i cappellani militari”. Esistono circolari ministeriali inviati ai comandi militari “sulla sorveglianza nei confronti del clero e dei religiosi per l'azione pacifista che,  a giudizio del governo e dei comandi, tendeva ad rallentare lo spirito di resistenza dei soldati e della popolazione; ma dietro a detta azione si intravedeva una strumentalizzazione politica del governo asburgico per le sue supposte aderenze presso la chiesa cattolica”.

Con il decreto Sacchi dell'inizio Ottobre 1917, vari sacerdoti vennero incriminati. Nei mesi susseguenti Caporetto,“si avverte chiaramente nelle lettere dei vescovi il montare di quella 'insidiosa e raffinata campagna di calunnie e di odio' orchestrata contro Benedetto XV ed in pari tempo l'inasprirsi della 'persecuzione' contro il clero ed i vescovi, allo scopo di 'coglierli in fallo, di diffamarli, di trascinarli in giudizio'”.

Ritornando a prima dell'inizio della sanguinosa guerra, il Papa si è sempre prodigato per non farla scoppiare. A meno di un mese dell'entrata in guerra dell'Italia, nell'intervista rilasciata da Benedetto XV al giornalista francese Louis Latapie, pubblicata sul giornale“Liberté”, ed il giorno dopo, 22 giugno, in Italia sul “Corriere della Sera”, il papa illustra le ragioni della neutralità della Santa Sede e di quella, vanamente auspicata, della stessa Italia. L'intervista secondo Scottà, per il papa rappresenta la“necessità di prendere le distanze dallo stato italiano e dissipare eventuali sospetti di collusione morale o politica; l'esigenza di trovare nell'attenzione dell'opinione pubblica europea un fattore di maggiore sicurezza; la possibilità di muoversi con una propria libertà d'iniziativa che l'imparzialità o neutralità legittimava”.

Anche se l'atteggiamento della Santa Sede nei confronti dell'Impero Austro-Ungarico,  non era ostile, soprattutto sotto il pontificato di San Pio X, anzi non era un segreto che Papa Sarto nutriva simpatie nei confronti dell'Austria, che praticamente era rimasta l'unico grande Stato cattolico in Europa. Tuttavia,“Giacomo Della Chiesa – ovvero Benedetto XV – eredita dal suo predecessore una Santa Sede indiscutibilmente inclinata verso la pace e la più assoluta e doverosa imparzialità. Lo stesso non si poteva dire riguardo alla condotta di molti suoi membri, che palesemente si schieravano, con esasperato patriottismo e senso nazionalistico, a favore di un intervento italiano nel conflitto mondiale, per non parlare di veri e propri interventi di «guerriglia» da parte del clero di alcune nazioni in guerra”. (Caterina Ciriello, “Benedetto XV, la guerra e le posizioni dei vescovi italiani”, Anuario de Historia de la Iglesia, Vol.23 enero-diciembre 2014, Universidad de Navarra, Pamplona, Espana)

La Ciriello tra i religiosi che inneggiano al patriottismo ricorda padre Agostino Gemelli, allora medico e cappellano militare,“il quale manifestava in suoi diversi scritti la sua profonda indole patriottica e la sua inclinazione all’intervento italiano in guerra. Essa era tale da contraddire il suo sincero spirito francescano e da attirarsi le ire del p. Generale dell’Ordine, Serafino Cimino, il quale in una lettera molto confidenziale, lo rimproverò per un articolo da lui pubblicato il 25 agosto 1915, cioè pochissimi mesi dopo l’entrata in guerra italiana, facendogli presente non solo «la penosissima impressione fatta a molte persone di altissima autorità e rettissimo sentire», ma pure il suo personale sconcerto pregandolo in futuro di «essere molto più cauto nello scrivere ed anche nel parlare” (Ibidem)

Inoltre da ricordare,“Giovanni Semeria, barnabita, le cui prediche, più che di sapore evangelico, rigurgitavano di acceso nazionalismo con grande piacere dei politici italiani, ma con grave disappunto di Benedetto XV convinto del danno causato da Semeria alla politica neutralista della Santa Sede”.(Ibidem)

Il 4 agosto poi il segretario di Stato cardinale Pietro Gasparri, indirizza ai nunzi apostolici, una lettera dove si tutela la Santa Sede la propria identità spirituale e politica. In pratica,“l'imparzialità della Santa Sede, - scrive Scottà - è un'esigenza che scaturisce dall'essenza stessa del messaggio cristiano, incarnato nella figura di Gesù, principe della pace, salvatore degli uomini. A ciò si aggiunga la convinzione che la guerra non costituisse uno strumento valido per la risoluzione dei problemi degli stati e della comunità internazionale: non sul piano degli ordinamenti interni dei singoli paesi, non per la salvaguardia dei principi del diritto, non per le aspirazioni nazionali e neppure per le istanze sociali rivendicate dal nuovo protagonismo politico e civile delle masse operaie. Infine perché la guerra avrebbe prodotto solo danni incalcolabili, e fra questi anche l'illusione dell'eliminazione dell'avversario”.

Pertanto il Papa poteva dichiarare senza tema di smentita, essendo lui Padre comune a tutti, “una perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti”, “uno sforzo continuo di fare a tutti il maggior bene che da noi si potesse,[...] senza distinzione di nazionalità o di religione[...]”. Infine fare di tutto per affrettare la “fine di questa calamità”, per arrivare a “una pace giusta e duratura”.

La vigilanza della Santa Sede sui vescovi e sul clero e costante, già prima della guerra, e specialmente durante.“Mostra una certa tolleranza nei confronti di attestazioni patriottiche, ma insofferenza per espressioni o discorsi dai toni nazionalistici”.

Il 26 maggio 1915 la Segreteria di Stato inviava a tutti i vescovi delle direttive precise:“Allo scopo che tutti i Rev.mi Vescovi italiani seguano una stessa linea di condotta nella situazione creata dall’intervento dell’Italia nell’attuale conflitto, si indicano qui appresso alcune norme, alle quali i vescovi medesimi, nelle presenti difficili circostanze, avranno cura di uniformarsi: 1. Non devono pronunciarsi discorsi in occasione della partenza o dell’arrivo di truppe, dei funerali per i caduti in guerra o di simili avvenimenti e cerimonie pubbliche. 2. I Vescovi eviteranno in ogni eventualità di farsi iniziatori di pubbliche manifestazioni.

Per ciò, poi, che concerne l’esporre la bandiera nazionale, l’illuminare gli edifici

episcopali ecc... (nel caso che simili manifestazioni divenissero generali in tutta la città) non è loro vietato di farlo, ma si regoleranno secondo le circostanze, tenuto conto specialmente delle ubicazioni degli edifici stessi, i quali in alcune città trovansi molto in vista, in altre non lo sono. 3. Parimenti i Vescovi, ed in genere gli ecclesiastici non si faranno promotori di funerali per i caduti, di funzioni per rendimento di grazie ecc; ma se ne vengano richiesti, non si oppongano. Abbiano, tuttavia, presente che i Te Deum solenni debbono riservarsi per le vittorie decisive; come pure che a queste e simili funzioni non è opportuno che intervenga il vescovo, se può astenersene senza serio pericolo di gravi inconvenienti. 4. Quanto alla scelta della colletta pro=pace, che sinora è stata recitata, è l’altra Tempore belli, da alcuni ora proposta, è lasciato ai vescovi il determinarla per la rispettiva Diocesi”. Comunque sia, secondo lo storico Giampaolo Romanato,“è stato molto difficile per i vescovi e per la struttura ecclesiastica di base sottrarsi alle sirene nazionalistiche senza venir meno all'obbligo della solidarietà verso i combattenti, davanti alle continue richieste di benedizione delle truppe in partenza, di funerali solenni, che portavano a un coinvolgimento sempre maggiore della chiesa nel clima della guerra”.

Mentre per quanto riguarda l'atteggiamento della Santa Sede nei confronti delle organizzazioni cattoliche, in particolare nei confronti dell'”Unione Popolare fra i cattolici italiani”, che si era fatta contagiare dall'interventismo e dalla “frenesia del maggio radioso”. A questo proposito, il Papa interviene personalmente, è categoricamente sconfessa la posizione dell'associazione. Non ci può essere nessuna approvazione della “guerra che il popolo non vuole ad ogni costo”.

Concludiamo utilizzando le conclusioni della studiosa Caterina Ciriello, della Pontificia Università Urbaniana di Roma.

“La crudezza dell’evento bellico cambiò molte vite, insinuò sospetti, spaccò in due le comunità, la società intera. L’intento del papa fu quello di limitare il più possibile i danni della guerra ed assicurare ai fedeli la maggiore assistenza possibile. Molti vescovi furono solo pastori impegnati a curare il proprio gregge mettendo da parte i sentimenti patriottici; altri furono malvisti per la loro ostinazione ed inflessibilità nella celebrazione delle esequie ai soldati morti in guerra, causando non pochi problemi alla Santa Sede. Benedetto xv ebbe a che fare con pastori spesso ingenui e con altri fin troppo scaltri; a tutti però, da autentico padre – come si può vedere annotato nelle numerose lettere inviate ai prelati – consigliava prudenza e saggezza, rinuncia e sacrificio per il bene del popolo, dell’Italia e della Chiesa specialmente[...]”.

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI