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Edizione N. 18

31 dicembre 2011

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Storia

L'olocausto dei cattolici in Spagna

Storia

1.nazionalisti

 

E’ prossimo ad uscire nelle sale italiane il film "There be Dragons", ambientato nella Spagna della seconda Repubblica (1931-39). Racconta la storia di due compagni di giochi, uno che diventa prete e poi santo, Josemaría Escrivá, fondatore dell'Opus Dei, l'altro, il giovane “Manolo”, che si macchia invece di orrendi crimini, dalla parte dei Rojos, durante la guerra civile combattuta in quegli anni fra anarco-comunisti e franchisti.

Ne parliamo con un esperto, Mons. Vitaliano Mattioli.

D. Quale fu la spinta che condusse miliziani rivoluzionari come “Manolo” a compiere crimini orribili nei confronti dei cristiani?

R. Purtroppo non ho visto il film. Tuttavia posso dire in linea generica che molti protagonisti della rivoluzione sono stati manipolati dalla propaganda massonica e comunista che faceva vedere la Chiesa come la vera nemica del progresso. Di fatto in questo periodo della Spagna si sono assommate tutte le teorie marxiste e massoniche che hanno fatto corpo comune per infondere nell’animo degli spagnoli un forte odio contro la Chiesa.

D. Come insegna anche san Josemaría, la Chiesa non è né mai sarà un partito, né una fazione o gruppo d’interesse. Come si spiega allora l’appoggio esplicito dell’episcopato spagnolo all’esercito franchista?

R. L’Episcopato spagnolo, fin dall’inizio della seconda Repubblica (1931), pur non approvando la sua linea politica ha appoggiato la nuova linea sperando in tal modo di riuscire ad equilibrare e frenare l’ideologia anti-religiosa. Purtroppo, non essendoci riuscito, ha appoggiato l’intervento di Franco per porre fine a quella tremenda persecuzione che ha fatto una mostruosa carneficina dei cristiani. Se Franco non fosse intervenuto, probabilmente in Spagna non sarebbe sopravvissuto nessun cristiano.

D. Anche nell’attuale “dittatura del relativismo” proliferano e sono esaltati i "dragons" dell'odio e dell'egoismo: ne vede similitudini con quelli che hanno condotto agli eccidi del 1931-39?

R. Certamente. Si possono vedere due situazioni. Una cruenta, nei Paesi a regime dittatoriale o con sistema religioso che si confonde con lo Stato; oppure, il che è peggio, con una persecuzione incruenta ma combattendo, mettendo in minoranza e fuori legge tutto ciò che sa di cultura cattolica.

D. Nel suo libro del 2000 sulla guerra civile spagnola lei ci tiene a sottolineare come essa fu scatenata da massoni e comunisti, nonostante la Chiesa cercò in ogni modo di evitare qualsiasi scontro con le autorità anticlericali della Repubblica. Secondo il suo parere quest’ultimo fu un atteggiamento giusto?

R. Certamente. La Chiesa, come è successo con i regimi comunisti e totalitari di destra (classico il comportamento con il nazionalsocialismo) si sforza sempre di evitare scontri, a rischio di apparire ingenua. La Chiesa cerca sempre la concordia. Solo quando avverte che tutti i tentativi pacifici non possono riuscire, allora cerca di salvare il salvabile.

D. Quando si capì che la Repubblica voleva far piazza pulita della Chiesa?

R. Praticamente quasi dall’inizio. Il partito socialista, PSOE (che è l’attuale partito di Zapatero), arrivato al potere scoprì subito le carte e le sue vere intenzioni.

D. Come si spiega la massiccia campagna di persecuzioni in un Paese profondamente cattolico come la Spagna degli anni Trenta?

R. Questo è un punto interessante. Una delle cause consistette nella mancanza di vera conoscenza della ideologia comunista. I cattolici si cullarono in un pericoloso irenismo. Inoltre, vi fu un desiderio irrazionale di ricambio politico che condusse a dare la precedenza alla soluzione delle problematiche economiche e sociali senza pensare ai profondi risvolti religiosi che sarebbero derivati dall’ascesa dei partiti di sinistra. Da questo punto di vista, si può fare un paragone con le cause della vittoria di Zapatero. Da non dimenticare poi, ora come allora, l’influsso indiretto della Massoneria, che non appare esternamente, ma che contribuisce in tutti i modi a creare una mentalità ed un clima favorevole a quelle forze politiche che hanno come programma di perseguitare la Chiesa.

D. Perché la Santa Sede non riuscì a fermare il massacro dei cattolici durante la prima Repubblica spagnola?

R. La Santa Sede non intervenne all’inizio in quanto non c’erano notizie certe sulla terribile realtà. Solo quando se ne rese scientificamente conto, non esitò ad elogiare Franco per il suo intervento.

D. Hanno suscitato sorprese i documenti vaticani resi pubblici nel 2006 riguardanti la storia della Chiesa in Spagna negli anni Trenta?

R. Per chi sta addentro alla storia, no. Probabilmente per coloro che non ne avevano una profonda conoscenza penso hanno molto contribuito a farli rendere conto della realtà ed a meglio comprendere l’atteggiamento della Chiesa spagnola e della Santa Sede in quel periodo.

D. Qual era la situazione della Chiesa durante la seconda Repubblica spagnola, e quale quella durante la guerra civile?

R. Purtroppo la seconda Repubblica non trovò un clero ben formato nel suo insieme. Anche la stessa Gerarchia all’inizio non avendo una idea chiara sulla situazione, non si trovò del tutto unita. Durante la guerra civile recuperò questa unità d’intenti e vide l’alzamiento del Generale Franco in chiave provvidenziale. Purtroppo fuori della Spagna, non tutti i sacerdoti e laici cattolici la pensarono nello stesso modo.

D. Storici come Vicente Cárcel Ortí hanno parlato di “olocausto di sacerdoti, religiosi e cattolici” tra il 1936 e il 1939. Ritiene corretta questa definizione?

R. Purtroppo è profondamente vera. Si è trattato di un vero olocausto, anche se questo termine non piace a tutti.

1.Suore di clausura arrestate dai miliziani rossi

 

 

Chi è Monsignor Vitaliano Mattioli

Monsignor Vitaliano Mattioli è nato nel 1938 a Roma. Dopo aver frequentato gli studi classici, ha studiato filosofia e diritto canonico presso la prestigiosa “Pontificia Università Lateranense”, dove ha conseguito anche il dottorato in teologia. In seguito all'ordinazione sacerdotale - avvenuta il 10 marzo 1963 a Roma - per diversi anni è stato professore di Teologia Morale e Bioetica presso la “Pontificia Università Urbaniana”, nonché vicepreside del “Pontificio Istituto Sant'Apollinare”. La sua attività di docente e pedagogo lo ha visto a lungo impegnato quale redattore della rivista mensile di cultura e pratica ecclesiastica Palestra del clero (fondata nel 1921) con dei fortunati saggi su una serie di personalità anti-cristiane e al tempo stesso espressive di una Weltanschauung radicalmente alternativa e pseudo-religiosa, come il filosofo materialista tedesco Karl Marx (1818-1883) e l'ideologo della rivoluzione russa Vladimir Il'ič Ul'janov, detto 'Lenin' (1870-1924). Sono state però le minuziose ricerche d'archivio – costantemente controcorrente – e gli studi di carattere storico a dargli notorietà, da Gli ebrei e la Chiesa: 1933-1945 (Mursia, 1997) a Rilettura di una conquista (Marietti, 1998), fino al recente L'eredità di Pio XII (Fede & Cultura, 2008), oltre al best-seller Massoneria e comunismo contro la Chiesa in Spagna (1931-1939) (Effedieffe, 2000) sulla drammatica persecuzione anarco-comunista patita da migliaia di cattolici spagnoli nel corso degli anni Trenta, prima dell'alzamiento capeggiato dal generale Francisco Franco (1892-1975). Attualmente svolge il suo intenso ministero in Brasile, dove tiene conferenze e seminari presso la “Pontificia Università Cattolica 'Rainha do Sertão'” di Quixadá (stato del Cearà) e nella “Università Federale de Minas Gerais” (stato del Sudeste) a Belo Horizonte. Vanta inoltre al suo attivo diversi volumi di carattere divulgativo su argomenti di bioetica e spiritualità, oltre a numerosi saggi di livello specialistico pubblicati su riviste sia italiane che brasiliane.

Omar Ebrahime


 

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13 Marzo 1861 l'ultima bandiera borbonica in Sicilia

Storia

Sembra uno scioglilingua, ma è quello che è accaduto 150 anni fa con la conquista del Sud da parte dei cosiddetti garibaldini e fuoriusciti dell'esercito sardo-piemontese. Lo scrive Franz Riccobono, nell'introduzione al libretto, La Real Cittadella di Messina, sottotitolo: 13 Marzo 1861 l'ultima bandiera borbonica in Sicilia, di Nino Aquila e Tommaso Romano, edito da Thule di Palermo (www.edizionethule.it). I ruoli sono stati ribaltati, “chi avrebbe ragionevolmente dovuto vincere la battaglia ha ufficialmente e sostanzialmente perso, chi non avrebbe potuto neanche sperare nella vittoria in pratica vinse”.

Aquila e Romano, partendo dall'ultimo baluardo borbonico della Cittadella di Messina, raccontano senza reticenze le modalità politiche e militari che hanno portato alla fine del Regno delle Due Sicilie. Così nella ricorrenza del centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia oltre a ricordare l'impresa dei Mille, “sarà bene dar voce alla parte borbonica per ristabilire finalmente la verità su episodi ineludibili di una storia, comunque, comune”.

Il libro dopo i testi di Aquila e Romano, presenta una selezione del “Diario” di Luigi Gaeta, 2 tenente, aiutante di campo del maresciallo Gennaro Fergola in Messina, comandante supremo della reale Cittadella di Messina. “Senza beceri propositi di revisionismo fine a se stesso, ma nell'intendimento di offrire ulteriore 'nuovo' (...risalente a 150 anni fa!...) contributo alla storiografia risorgimentale, assieme a Tommaso Romano, abbiamo deciso di ridare alle stampe – almeno in parte – il testo redatto da Luigi Gaeta”. Per Nino Aquila occorre conoscere ogni dettaglio della “vera Storia”, di quei giorni, soltanto così forse si potrà sperare che prima o poi si possa pervenire alla soluzione delle sperequazioni e delle incomprensioni che esistono fra le varie regioni d'Italia.

Un particolare mi ha colpito del diario quando Gaeta racconta la vicenda della battaglia di Milazzo, il Colonnello Ferdinando Beneventano Del Bosco, comandante del Castello di Milazzo, chiede rinforzi al generale Clary e questi glieli nega, perché ormai aveva deciso di tradire il proprio Re, il Gaeta scrive: “perché almeno non si scaglionano de' battaglioni fino a Spadafora e a Scala, i quali in brevissimo tempo potrebbero accorrere in soccorso della brigata di Milazzo, minacciata da forze superiori?” Sono esternazioni, perplessità riguardo al comportamento delle massime autorità militari a cui sono affidate le sorti del Regno delle Due Sicilie. Ormai sono diversi i testi dove esplicitamente si parla di compravendita dei generali borbonici da parte di Garibaldi che era sbarcato in Sicilia con tanto oro donato dalla massoneria inglese e da quella francese.

Aquila racconta dei generali borbonici Francesco Landi, Ferdinando Lanza, che dovevano fermare Garibaldi a Calatafimi e a Palermo, di Tommaso Clary letteralmente comprati per non far combattere i propri eserciti e poi della tragica scomparsa di Ippolito Nievo, plausibilmente legata ad una criminale volontà di far sparire i documenti amministrativi riferentesi alla spedizione dei Mille. Così “la corruttibilità di militari e funzionari borbonici, a 150 anni dagli eventi, appare come un fatto incontrovertibile e determinante per l'andamento degli episodi bellici”. E a questo punto forse “non sarebbe opportuno ridimensionare l'entità delle vittorie sul campo ottenute da Garibaldi – almeno per quanto riguarda la campagna in Sicilia – e dare una più circoscritta rilevanza al mito che attorno al suo nome è stato, in buona parte artatamente costruito?”

Perfino al Giro d'Italia, a Rai Sport 1, il giornalista sportivo (?) Bartoletti da Messina, ha lanciato un breve documentario celebrativo di Garibaldi che tra tante altre cose, offendeva la Chiesa e Pio IX.

Del tradimento ne parla anche il professore Romano, c'è stata un'intera classe dirigente locale in Sicilia e nel meridione, ad abbandonare la monarchia borbonica. Cedettero il Regno senza colpo ferire, tranne qualche battaglia come Milazzo. “Garibaldi e i suoi, a cominciare da Bixio, lasciarono una scia di sangue e vendetta sul suolo siciliano e fra il popolo che, non certo in modo maggioritario, aveva creduto nell'illusione per i contadini della cessione delle terre e in una non meglio definita libertà e giustizia sociale”.

Con l'unificazione, il Sud ha perso molto, dal crollo socioeconomico, alla cancellazione del tessuto identitario, fino ai suoi figli costretti a milioni ad emigrare e a lasciare che la criminalità e la mafia, il malgoverno, la facessero drammaticamente da padroni. Per Tommaso Romano è fondamentale rileggere la storia, quella veritiera, senza obliare le sue pagine. Ma questo purtroppo accade ancora oggi nonostante siamo nel pieno delle “celebrazioni”, che secondo Romano, non coinvolgono altro che una casta minoritaria, pregne di retorica patriottarda.

Una buona occasione per conoscere gli eroi sconfitti e quei luoghi simbolo come la Real Cittadella di Messina sicuramente hanno contribuito i tre giorni di manifestazioni dall'11 al 13 marzo scorso a Messina: Una gloriosa pagina del nostro passato volutamente cancellata dalla storia ufficiale!”, organizzate da numerose associazioni siciliane con il patrocinio del Comune di Messina. Rilevante il convegno nel salone delle bandiere di Palazzo Zanca, con la presentazione del libro di Aquila e Romano, infine il giorno dopo con la S. Messa in suffragio dei caduti presieduta dal Rev. do Don Vincenzo Castiglione Cappellano Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio e subito dopo al Bastione S. Stefano della Real Cittadella con la commemorazione dei fatti d’arme, la scopertura di una lapide celebrativa e deposizione di una corona d’alloro.

Molti siciliani ma anche messinesi ignorano la storia centenaria della Cittadella di questi eroi sconfitti dalla storia, umili e fedeli soldati asserragliati in una sorta di limbo, quasi un deserto dei Tartari di buzzatiana memoria, quale per l'appunto furono soldati e ufficiali fedeli della Real Cittadella di Messina, che resistettero per nove mesi a garibaldini e piemontesi e che il generale Cialdini non volle concedere l'onore delle armi, al valoroso e invitto maresciallo Gennaro Fergola. “Era il 13 Marzo 1861, - si legge nella presentazione della manifestazione messinese - a quattro giorni dalla proclamazione a Torino del Regno d’Italia, quando dalla Cittadella veniva ammainata la candida bandiera duosiciliana.

La fortezza messinese rappresentò, insieme con quelle di Gaeta e di Civitella del Tronto, l’estrema resistenza del millenario Regno delle Due Sicilie, dove i nostri soldati pur sapendo della inutilità di ogni sforzo cercarono di difendere la Patria esprimendo la propria fedeltà al Re Francesco II di Borbone. Questi uomini dimostrarono con le loro gesta eroiche e con i 47 caduti sugli spalti che il soldato duosiciliano sapeva combattere e morire per un ideale in contrapposizione ai tanti tradimenti e vili defezioni che portarono alla caduta del Regno. Una gloriosa pagina del nostro passato volutamente cancellata dalla storiografia ufficiale come la stessa Real Cittadella, testimone inesorabile dei fatti, che ancora oggi versa nel totale abbandono”.

 

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Quando Gheddafi piaceva tanto ai generali USA

Storia

Cane furioso, pazzo, sanguinario, assassino. A Washington descrivono così il colonnello Gheddafi, ma alla vigilia della guerra contro la Libia erano tanti gli ufficiali delle forze armate USA a tessere le lodi del leader africano. Era stato persino creato un canale diretto con la famiglia del rais, tanto che il 7 febbraio 2011 - una settimana prima che scoppiasse la rivolta nel paese - il più giovane rampollo di casa Gheddafi, Khamis, veniva ospitato dalla Air Force Academy del Colorado, l’esclusivo centro di formazione dell’aeronautica militare statunitense. “La visita, autorizzata dal Dipartimento di Stato, è stata organizzata da AECOM, società operante nel settore delle infrastrutture con grossi interessi in Libia”, rivela l’agenzia Associated Press. “Nel corso della sua visita, Khamis Gheddafi è stato ricevuto dal decano dell’accademia, generale Dana Born, e dal vice-intendente, colonnello Tamra Rank. Era pure prevista una tappa presso l’accademia militare di West Point (New York), ma il portavoce Francis J. DiMaro Jr. ha negato che essa abbia avuto luogo”.

Rientrato in Libia, il figlio ventisettenne del rais si sarebbe distinto alla guida di una delle brigate inviate a Zawiyah, cittadina a quaranta chilometri da Tripoli, per sedare la rivolta delle forze ribelli. Per le agenzie di stampa occidentali il blitz di sarebbe concluso nel sangue con decine e decine di morti.

Prima del tour di Khamis Gheddafi nelle scuole di guerra USA, erano stati i leader delle forze armate a stelle e strisce a recarsi in Libia ad omaggiare i capi del governo. Nel maggio 2010, ad esempio, il general maggiore William B. Garrett III, comandante al tempo di US Army Africa (la forza di terra per le operazioni nel continente nero ospitata a Vicenza), aveva raggiunto Tripoli per avviare una partnership duratura con l’esercito libico. “I tempi sono cambiati e devono cambiare le nostre relazioni”, dichiarava per l’occasione il generale che oggi guida l’intervento USA in Iraq. “La buona volontà della Libia ad aprire il dialogo con l’esercito statunitense è importante per far crescere la cooperazione regionale. Le discussioni a Tripoli di US Army Africa segnano un passo in vista di un lavoro con i militari libici. Oggi abbiamo una migliore conoscenza degli obiettivi da raggiungere e potremo lavorare insieme in vista della sicurezza, della stabilità e della pace in nord Africa…”. Meta-chiave della visita del generale Garrett, il quartier generale di North African Regional Capability (NARC), il comando della brigata per l’Africa settentrionale facente parte dell’African Standby Force, la forza di pronto intervento e stabilizzazione dell’Unione africana. Al capo delle unità meccanizzate dell’esercito libico, generale Ahmid Auwn, direttore esecutivo NARC, William B. Garrett prometteva l’impegno di US Army Africa a trasformare la brigata nordafricana “in una forza in grado di interagire con le altre forze di stabilizzazione regionale per operazioni a sostegno della pace”.

Il tour del generale USA si concludeva presso la sede del comitato nazionale per la cooperazione tecnica e l’alta scuola di formazione ufficiali libica, dove – come riporta la nota emessa dal comando USA di Vicenza – “ci si è soffermati sull’importanza della standardizzazione delle attrezzature e degli armamenti e sull’addestramento dei futuri leader militari”. “La visita di Garrett – prosegue la nota – segue l’incontro del comitato per la cooperazione militare che si è tenuto a Tripoli a fine febbraio, nel quale i delegati delle forze armate di Libia e Stati Uniti d’America hanno discusso temi d’interesse comune e programmato i prossimi eventi, tra i quali la visita di ufficiali libici alle scuole dell’esercito USA per partecipare a incontri sulla sicurezza delle frontiere e condurre attività congiunte nel settore medico ed elicotteristico”.

Un primo riavvicinamento tra Washington e Tripoli dopo decenni di forti ostilità era avvenuto nel gennaio 2006 quando tre società statunitensi, la ConocoPhillips e la Marathon Oil Corp. di Houston e la Amerada Hess Corp. di New York, avevano ottenuto dalla compagnia petrolifera statale libica l’autorizzazione a riprendere la ricerca e la produzione di idrocarburi nella regione di Waha, in cambio del versamento di 1,83 miliardi di dollari. Dopo l’affare fu riattivato il canale politico-diplomatico e nel settembre del 2008, l’allora segretaria di Stato, Consolezza Rice, si recava a Tripoli per la prima visita ufficiale USA in Libia dopo quella del 1953 di John Foster Dulles. “Questo viaggio segna un nuovo capitolo nella storia delle relazioni tra le due nazioni”, spiegava il vice segretario per gli affari in Medio oriente, David Welch. “La normalizzazione consentirà l’espansione della cooperazione bilaterale in numerose aree, come l’istruzione, la cultura, il commercio, la scienza e la tecnologia, la sicurezza e i diritti umani”. Poi le parole di sincero apprezzamento per l’onnipotente leader della repubblica della Giamahiria. “Io ho incontrate diverse volte il colonnello Gheddafi” dichiarava Welch. “È un uomo di grande personalità ed esperienza. È importante riconoscere che Gheddafi ha assunto alcune decisioni che hanno realmente cambiato lo stato delle cose. La Libia ha iniziato a riconoscere l’isolamento impostole per il suo coinvolgimento in passato in atti di terrorismo. Ha deciso inoltre di rinunciare alle armi di distruzione di massa e ai mezzi per produrle. Ciò è stato verificato dagli Stati Uniti e da altri paesi”.

Tre mesi dopo la storica visita a Tripoli di Condolezza Rice, USA e Libia firmavano un memorandum of understanding per l’avvio di programmi di addestramento congiunto e sviluppo dei sistemi d’arma. Nel marzo 2009, ufficiali della marina militare libica venivano ospitati a bordo della portaerei a propulsione nucleare USS Eisenhower in navigazione nelle acque del Mediterraneo per assistere ai decolli e agli atterraggio dei velivoli imbarcati. Il mese successivo, era un team dell’US Air Force ad essere invitato ad un meeting operativo nello scalo che ospitava gli aerei da trasporto C-130 delle forze armate libiche. Nel maggio 2009, la motovedetta Boutweel della US Coast Guard approdava nel porto di Tobruq: si trattava della prima visita in Libia di un’unità militare statunitense dopo quarant’anni. Sotto il comando delle forze navali USA in Europa e Africa (Napoli), l’imbarcazione era impegnata in attività di pattugliamento, interdizione e lotta alla pirateria nelle acque del Corno d’Africa e del Golfo Persico. Durante la sosta a Tobruq, sulla Boutweel venivano ospitati ufficiali libici per dei breafing sulla ricerca e i salvataggi marittimi, il controllo dei sistemi di sicurezza navali e l’uso dei mezzi d’identificazione automatica.

Da annoverare infine le cordiali relazioni dei militari libici con US Africom, il comando per le operazioni nel continente africano istituito dal Pentagono. Nel settembre 2009, una delegazione ad alto livello composta dai colonnelli Mustafa Washahi, Mohamed Abdelgane e Mohamed Algale veniva ricevuta nel quartier generale di Stoccarda (Germania) dal comandante in capo di Africom, generale William E. Ward, dal viceammiraglio Robert T. Moeller, responsabile per le operazioni militari, e dall’ambasciatore Tonu Holmes, coordinatore delle attività civili-militari. Gli ufficiali libici venivano pure invitati nella base aerea di Ramstein, sede del comando delle forze aree USA in Europa ed Africa, negli studi dell’emittente radiotelevisiva delle forze armate AFN-Europe di Mannheim e nella redazione del quotidiano Stars and Stripes di Kaiserslautern. Il generale William E. Ward avrebbe ricambiato il viaggio di cortesia recandosi in due occasioni a Tripoli. “Ho avuto un incontro cordiale ed amichevole con il colonnello Gheddafi con cui ho parlato del Comando USA per l’Africa”, racconterà Ward ai cronisti di Al Musallh, l’organo ufficiale delle forze armate libiche. “Sono molto contento di aver avuto il modo di trascorrere del tempo con lui per parlare di cose importanti. Abbiamo discusso su questioni relative alla sicurezza in Africa e su come possiamo lavorare insieme per raggiungere i comuni obiettivi della pace e della stabilità. Noi possiamo sostenere questi sforzi in settori come l’addestramento militare e la fornitura limitata di equipaggiamento per far crescere le capacità operative libiche”. Per il generale Ward, Tripoli potrebbe giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo delle brigate d’intervento dell’Unione africana, a cui il Dipartimento di Stato e della Difesa hanno destinato un apposito programma di assistenza, affidandone la gestione ad US Africom. “Penso che il Colonnello sia stato felice di ascoltarmi e che alla fine della conversazione abbia apprezzato le informazioni che gli ho fornito sugli obiettivi e le aspirazioni del nostro comando”, ricordava Ward su Al Musallh. Ancora uno stregone corteggiato dall’Impero.

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