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Domenica, 25 Agosto 2019

La rivolta del popolo in Ungheria del 1956, è un evento che fa ormai parte dell'immaginario collettivo, evento che per la verità, mi ha da sempre sedotto. Per certi versi la mia esperienza politica adolescenziale è iniziata leggendo qua e là qualche brandello di storia su questo tema. Per questo ho acquistato subito il testo su quei fatti che ho trovato nel solito outlet milanese dei Navigli. Si tratta di «La crepa nel muro: Ungheria 1956». Sono le relazioni di un Convegno organizzato a Milano l'8 e 9 novembre 1996, dalla Fondazione Ugo Spirito e Luni Editrice, con il patrocinio della Regione Lombardia, del Consolato della Repubblica di Ungheria a Milano e del Ministero della Cultura ed Educazione della Repubblica di Ungheria. Il convegno è dedicato al quarantesimo anniversario della rivolta del popolo ungherese contro l'invasione sovietica con i carri armati dell'armata rossa. Viene definita dallo storico Enzo Bettiza, la prima e unica rivoluzione nazionale, popolare, anticomunista e antitotalitaria del XX secolo.

Presentati dallo storico Francesco Perfetti, ci sono gli interventi di studiosi di elevato livello scientifico e testimoni autorevoli, che ebbero l'opportunità di trovarsi sul luogo degli avvenimenti. «La sanguinosa prova di forza, - afferma Perfetti nell'apertura dei lavori - che accompagnò lo svolgimento dei fatti dell'ottobre 1956, ebbe conseguenze disastrose, a livello di immagine, per l'Unione Sovietica e per i partiti comunisti, provocando crisi di coscienza in molti adepti di quei partiti e causando fughe e trasmigrazioni dalle loro file. In un certo senso, fu, davvero, la prima “crepa nel muro”, in senso figurato, di protezione del comunismo, anche se, invero, prima ancora che a Budapest, si erano avute le sollevazioni degli operai di Poznan e le imponenti manifestazioni contro il regime polacco appoggiate dalla Chiesa cattolica [...]».

Le relazioni del convegno non raccontano i fatti in sé della rivolta, dovrei leggermi il testo di Enzo Bettiza, «1956. Budapest: i giorni della rivoluzione», pubblicato da Mondadori (2006) Prometto di presentarlo a breve. Il Convegno racconta l'impatto che quei fatti ebbero nella cultura, nella storia, probabilmente anche nel costume del nostro paese. I fatti di Ungheria incisero direttamente nella vita e nelle scelte di molte persone, in particolare degli esponenti comunisti. Durante il saluto, l'assessore alla Trasparenza e Cultura della Regione Lombardia, Marzio Tremaglia, affermava: «In Ungheria non si vedeva l'idea comunista, si vedevano i carri armati veri, non l'idea astratta di una presenza, di un qualche ente ideologico, si vedevano effettivamente dei carri armati che sparavano non sui capitalisti d'Ungheria, non su qualche nemico, ma su persone in carne ed ossa [...]».

L'intervento di Aldo Santamaria, della rivoluzione ungherese focalizza la figura contraddittoria di Imre Nagy, suo malgrado, lui comunista, divenuto protagonista e capo della rivolta. «Imre Nagy morì sul patibolo perchè, chiamato dal suo popolo alla guida del Paese, volle tentare di dare al popolo la dignità di una esistenza più umana e alla nazione la sovranità da tempo perduta». Circondato da uomini turpi, manovratori amorali, alla fine trovò i carri armati dell'esercito sovietico nelle strade di Budapest. Fu per certi versi «un riformista smarrito nella giungla del bolscevismo», così lo definì Francois Fejto, uno dei maggiori studiosi delle vicende politiche del dopoguerra nelle democrazie popolari. Santamaria in estrema sintesi cerca di descrivere il piano politico di Nagy, un progetto basato sull'esaltazione della storia e la cultura ungherese. Santamaria ricorda come il 23 ottobre 1956, il vertice del partito comunista si rivolse a lui, per far placare la rivolta popolare. In particolare la rivolta era composta dagli operai, artigiani, impiegati, gli ntellettuali del “Circolo Petofi”, dai studenti.

Gli insorti andarono a prendere Imre Nagy a casa e lo spinsero sul balcone del palazzo del Parlamento incitandolo a parlare alla folla a conclusione del corteo nelle strade di Budapest. Nagy rivolse un paterno invito alla calma e di avere fiducia nel comitato centrale del partito comunista. Fino alla fine cercò di essere leale con il suo partito, ma il popolo chiedeva ben altro, non poteva avere fiducia in un partito che non aveva mai dato benessere, giustizia e libertà.

Ancora Fejto scriverà: «mai una rivoluzione avrebbe dovuto avere un capo meno rivoluzionario». Fu nominato primo ministro, capo del governo dai comunisti, perchè così avevano deciso a Mosca. Così si cercava di placare la sommossa popolare che infuriava nel Paese. Ben presto Nagy si trovò solo, a fronteggiare i carri armati che erano pronti a mettere ordine in Ungheria.

A questo punto era inutile fare riferimento alla sua “carismatica” influenza sul popolo magiaro, non c'era più nulla da fare. «Cominciarono allora, non solo a Budapest ma anche in varie zone del Paese, quelle due settimane di grande esaltazione e di sangue, di eroismi e d'infamie. E quando, messa a ferro e fuoco dai carri armati dell'esercito sovietico una città così carica di storia, così ricca di testimonianze, messo in ginocchio un popolo già a lungo perseguitato e oppresso, si arrivò ai 'giorni della vendetta' nei confronti di coloro che, in vario modo, avevano contribuito a tenere vivo nell'animo della gente il desiderio di libertà, i cortili delle carceri di Budapest si popolarono di forche e d'impiccati».

Tutto questo secondo Santamaria è successo «grazie anche al disinteresse generale di un mondo a cui importava più la sopravvivenza dei sistemi che quella degli individui, più l'intoccabilità degli equilibri politici internazionali che l'esistenza di uomini di grande onestà intellettuale e spirituale come Imre Nagy,[...]».

Domenico Caccamo, nel suo intervento tratta degli orientamenti storiografici dell'ottobre ungherese. Anche lui cerca di dare un giudizio sulla complessa figura di Nagy, e soprattutto sul movimento rivoluzionario artefice dell'insorgenza ungherese. Per Caccamo, nell'ottobre-novembre 1956, «l'opposizione comunista non ha suscitato la lotta armata, ma ne è stata travolta, e gli intellettuali riformatori non sono stati i protagonisti, ma gli spettatori dell'insurrezione [...]lo scoppio della rivoluzione li ha colti non sulle barricate, ma nei corridoi di un Comitato centrale ormai paralizzato [...]».

Per Caccamo, secondo dati statistici, l'80 e il 90% dei combattenti era composta da giovani operai, gli studenti rappresentavano una bassa percentuale.

Infatti per alcuni storici, gli eventi ungheresi non furono una rivoluzione  preparata e organizzata dall'alto, ma fu invece una insurrezione spontanea e istintiva, un reale movimento delle masse, unite dall'odio comune contro il vecchi regime. Peraltro gli intellettuali si unirono agli insorti solo in un secondo momento.

«In realtà Nagy – scrive Caccamo - ed il suo gruppo furono sorpresi dallo scoppio dell'insurrezione popolare: nella società ungherese era venuto a maturazione un processo di 'cospirazione tacita montante', con la partecipazione ativa di diversi gruppi e interessi».

Lo storico Giorgio Petracchi, invita a ripensare il 1956 ungherese, dopo il crollo del Muro e la fine dell'Urss. «Non basta celebrare una data simbolica, e dolorosa, alla coscienza europea; ne è sufficiente, anche se necessario, riandare alle radici del confronto ideologico che ha caratterizzato la storia dell'Europa e del mondo dopo il secondo dopoguerra»

Un impegno importante potrebbe essere secondo Petracchi, rispondere alla domanda posta da Francois Fejto: «perchè di tutte le nazioni dell'Europa centrale soltanto l'Ungheria ha dato origine 'alla prima – e unica – rivoluzione nazionale e popolare antitotalitaria in Europa?».

Una risposta convincente a questa domanda l'ha data un filosofo, E. M. Cioran: «Chi si rivolta, chi insorge? Raramente le schiavo, ma quasi sempre l'oppressore divenuto schiavo. Gli ungheresi conoscono da vicino la tirannide per averla esercitata con una competenza incomparabile [...]Appunto perchè nel passato seppero così bene far la parte dei padroni, gli ungheresi erano ai nostri tempi, meno disposti di qualsiasi altra nazione dell'Europa centrale a sopportare al schiavitù».

La relazione di Massimo de Leonardis mira ad inquadrare la rivolta d'Ungheria nel contesto dei rapporti Est-Ovest durante la guerra fredda e in particolare per l'atteggiamento tenuto dagli Usa. Del resto De Leonardis utilizza l'ampia  documentazione delle Foreign Relations of the Unites States (Frus), per la sua analisi parte dallo “spirito di Ginevra”, che ha segnato la politica internazionale di quel periodo, in particolare i rapporti tra Urss e Stati Uniti.

De Leonardis offre un attento esame del comportamento americano alla vigilia, durante e dopo la rivolta. Appare abbastanza confuso ed esitante il comportamento  degli americani, che per la verità discutevano sulle possibilità di staccare dal blocco sovietico qualche Paese più o meno vulnerabile. Poi pare che la legazione americana a Budapest si sia convinta che proprio l'Ungheria offriva qualche possibilità di liberarsi dall'influenza sovietica. Anche perchè c'erano seri contrasti all'interno dei comunisti magiari.

Tuttavia secondo De Leonardis, si ha la sensazione che gli americani siano stati colti di sorpresa dai drammatici sviluppi della rivoluzione ungherese. Gli stessi americani hanno ammesso l'inerzia e l'impreparazione ad affrontare gli avvenimenti dell'ottobre-novembre 1956.

La legazione diplomatica americana a Budapest fu direttamente coinvolta dalle migliaia di dimostranti raccolti davanti ai suoi cancelli, che invocavano aiuto e reclamavano il ritiro dei sovietici. I rivoltosi chiedevano armi, aiuti, assistenza. La domanda più frequente tra i rivoltosi era: «cosa sta facendo per noi l'America in questo momento?»

L'ambasciatore Allen Dulles in quei giorni caldi aveva un bel da fare. Chiedeva al suo governo, al presidente Eisenhower dei chiarimenti. Poi c'era anche l'ONU, che doveva decidere cosa fare. Tutti aspettavano senza intervenire. Comunque sia il maggior rappresentante del mondo occidentale non sapeva cosa fare. L'unico che intervenne prontamente fu il Sommo Pontefice Pio XII, caso eccezionale, in pochi giorni, il papa produsse ben tre encicliche: la Luctuosissimi Eventus del 28 ottobre, la Laetamur Admodum del 1 novembre e la Datis Nuperrime del 5 novembre e poi con un ulteriore messaggio del 10 novembre al clero d tutto il mondo.

La situazione in Ungheria evolveva in maniera rapida. «In meno di dieci giorni – scrive de Leonardis – dunque si passò da una crisi nel regime ad una crisi del regime e Nagy smise il ruolo pompiere della rivolta nominato con il consenso dell'Urss per fare via via proprie le richieste degli insorti, tra i quali dominavano ormai gli anticomunisti più decisi, che vedevano i lro ideali incarnati soprattutto nel cardinale Jozsef Mindszenty, liberato il 30 ottobre dalla prigionia da reparti dell'esercito ungherese e accolto a Budapest in trionfo dalla folla, mentre sfilava una parata militare in suo onore».

Il cardinale parlando alla radio il 3 novembre, ribadì la neutralità dell'Ungheria e la sua volontà di vivere in pace ed amicizia con tutti i suoi vicini, compresa l'Urss.

«Di fronte a questa rivolta che diventava controrivoluzione, il governo americano rimase a rimorchio degli eventi, distratto poi dalla concomitante crisi di Suez, esplosa il 29 con l'attacco israeliano all'Egitto, seguito due giorni dopo dall'intervento militare anglo-francese, che, come si esprime il curatore della raccolta dei documenti diplomatici americani, rapidamente ecclissò la rivolta ungherese e divenne il principale oggetto di preoccupazione per i dirigenti degli Stati Uniti, oltre naturalmente alle elezioni presidenziali, fissate per il 6 novembre».

In quei giorni qualcuno scrisse il petrolio era più importante dei magiari.

Dall'Ungheria partirono diverse richieste di aiuto, anche dall'Italia, si segnala il pressante invito al presidente Eisenhower, dell'ambasciatore in Italia Clare Boothe Luce.

Quarant'anni dopo in una intervista, il portavoce di Imre Nagy, Miklos Vasarhely giudicava il comportamento degli Stati Uniti, perfido: «mentre attraverso Radio Europa Libera ci incitavano a lottare, il segretario di Stato dichiarava di non essere strategicamente interessati all'Ungheria. Gli Usa si opposero a discutere il nostro problema all'ONU, anche contro il parere di altri governi amici, come quello italiano».

Estremamente interessante ho trovato la relazione di Edgardo Sogno, ed ho capito il perchè i comunisti lo odiassero tanto.

«In tutto il corso della lunga notte totalitaria europea, di destra e di sinistra che va dal 1917 al 1989, fatta, nell'ordine di nascita, di comunismo, fascismo e nazismo, la rivolta ungherese rappresenta uno dei soprassalti di riscossa più limpidi e di maggior rilievo». L'Europa poteva esibire questa epopea d'onore e di riscatto, facendone il simbolo della sua redenzione storica dai suoi crimini e dalle sue vergogne. Il moto ungherese, ha rigettato in assoluto il comunismo e non solo lo stalinismo, sono stati per Sogno, “i dieci giorni di sangue e di speranza”.

Sogno denuncia il conformismo degli storici, dei saggisti, delle riviste, dei giornali, «nessuno ha sentito l'esigenza di denunciarne la causa, di proclamarne la responsabilità».

Eppure per il liberale Sogno «chiunque abbia in qualche modo partecipato a quegli eventi e vissuto quel dramma dalla parte giusta, prima di qualsiasi altra testimonianza ha il dovere di gridare in faccia a tutti costoro: voi tacete per viltà perchè viviamo tuttora immersi in sacche condizionanti di socialismo reale, perché la sinistra tanto in Italia quanto in Ungheria (come del resto in Europa Orientale) non si è ancora sbarazzata del cancro comunista».

Edgardo Sogno ha esperienza diretta dei fatti ungheresi, dopo la repressione sanguinaria dei sovietici, partecipò a Vienna all'espatrio e l'assistenza ai profughi ungheresi. In questa relazione racconta come contribuì a fare arrivare in Italia, diversi profughi, 250 esponenti e dirigenti dell'insurrezione. Tra questi c'è il maggiore Jankovich. Si potrebbero scrivere volumi in riguardo all'insurrezione popolare del '56 in Ungheria. Poco è stato fatto, per ora secondo i dati forniti dall'attuale governo ungherese, gli insorti caduti in combattimento sarebbero 2.500, passati per le armi nella repressione 400, incarcerati 50.000, fuggiti all'estero 200.000. Enzo Bettiza, nel suo libro parla almeno di 15 mila morti ungheresi, a cui si aggiungono 5 mila sovietici.

Sogno racconta quegli anni di battaglie politiche prima della rivolta in Ungheria, eravamo i soli a non credere alla distensione, alla destalinizzazione, al pacifismo del comunismo sovietico. La maggioranza degli osservatori e dei politici occidentali, invece ci credevano.

Il volume pubblica anche gli atti della tavola rotonda, che è seguita dopo il convegno, “La sinistra, gli intellettuali e l'Ungheria”, prendono parte autorevoli personalità come Enzo Bettiza, Pasquale Chessa, Sandro Curzi, Piero Melograni, l'ambasciatore Sergio Romano, Giovanni Russo, Massimo De Leonardis. E' interessante perchè in questo dibattito tra gli studiosi, emerge la difficile posizione del Partito comunista italiano, quella di Palmiro Togliatti e di tutti gli altri esponenti della sinistra italiana. «Per quanto riguarda l'Italia – afferma Bettiza – dobbiamo dire che il 1956 vide il Partito comunista italiano schierato in maniera drastica, definitiva, a fianco dei carri armati sovietici». Il motivo secondo Bettiza è che entrava in gioco, «anche il pensiero e le preoccupazioni personali di Togliatti, sia per quanto concerneva la stabilità del cosiddetto campo socialista internazionale, sia soprattutto per quanto riguardava la stessa stabilità sua, di Togliatti, ai vertici del comunismo italiano; stabilità profondamente scossa dal rapporto Cruscev al XX Congresso, che incriminando praticamente Stalin per delitti da diritto comune, coinvolgeva colui che nei tempi cominternisti, Togliatti, fu anch'egli uno dei responsabili diretti delle purghe e, fra l'altro, responsabile diretto della distruzione fisica della dirigenza del Partito comunista polacco,dei rifugiati dirigenti polacchi a Mosca».

Schierarsi, in quel momento, a fianco dei carri armati sovietici, «significasse dare un contributo alla ristalinizzazione del sistema comunista europeo e internazionale e quindi, con la ristanilizzazione, ridare stabilità alla propria leadership ai vertici del Partito comunista italiano».

Era una posizione che non poteva che provocare all'interno del partito o ai suoi margini, fra gli intellettuali, delle perplessità, dei dubbi e dei contrasti. Infatti tanti sono quelli che abbandonarono il partito per il forte disagio provocato dalla violenza esercitata sul popolo ungherese. Bettiza cita il libro di Federigo Argentieri, “La rivoluzione calunniata”, che ha raccontato meglio di lui questi contrasti nel mondo comunista italiano.

Pietro Melograni inizia il suo intervento facendo riferimento al documento (centouno firmatari) che condannava l'intervento sovietico in Ungheria. Anche qui profondi contrasti, alcuni dopo aver subito forti pressioni dal partito si dissociarono.

Sul comportamento e la composizione di questi 101 dissidenti si sofferma poi Russo. Accanto a quelli che avevano capito, anche se in ritardo, della non democraticità del regime comunista, vi erano quelli, che volevano un regime ancora più comunista e cioè un “vero comunismo”.

 Il professore Melograni da ex comunista, racconta dei retroscena interessanti su Togliatti che in quel momento seppe usare il mito dell'Unione Sovietica, dell'armata rossa. Era troppo importante, un bisogno essenziale. Togliatti, afferma Melograni, «era a conoscenza degli aspetti tragici del comunismo in Unione Sovietica, per averne sofferto lui stesso. Ritengo che, negli anni delle purghe, Togliatti non abbia mai convocato il Comitato centrale del PCI nell'Unione Sovietica proprio per salvarlo dalle persecuzioni staliniane. Se i membri del Comitato centrale si fossero riuniti anche una sola volta a Mosca, avrebbero rischiato di essere fisicamente eliminati così come era accaduto ad altri Comitati centrali dei partiti stranieri, nonché agli stessi Zinovev, Kanienev, Trotzkij e così via». Addirittura secondo Melograni, «E' probabile che la forza del mito sovietico in Italia, dopo la seconda guerra mondiale, sorprendesse anche lo stesso segretario del Partito comunista». Aggiunge Melograni, «il segretario del PCI agiva con molta freddezza e doppiezza. Non appena gli fu possibile, nel 1944, abbandonò probabilmente con molta gioia l'Unione Sovietica per far ritorno in Italia […] Conosceva molto bene la realtà sovietica ma non rivelò mai pubblicamente gli orrori di questa realtà».

Togliatti era consapevole della divisione dell'Europa in zone di influenza e sapeva perfettamente che gli americani non sarebbero mai intervenuti in favore degli insorti ungheresi.

Del forte disagio nell'intellighenzia comunista italiana ne parla anche l'ex ambasciatore Sergio Romano. Con molta ironia si domanda sul perchè questi intellettuali non avessero capito come agivano i sovietici. Che tipo di cultura avessero se improvvisamente scoprirono nel 1956 di avere a che fare con un mondo in cui non si riconoscevano? Certamente, «Togliatti non poteva certamente essere sorpreso dagli avvenimenti del 56 e continuò per la sua strada e questo, in un certo senso, comportava una forte dose di coerenza politica [...]». Mentre per quanto riguarda gli intellettuali, il fatto che fossero sorpresi o sconcertati dalla violenza sovietica in Ungheria, questo non si è mai riusciti a capire.

Ritornando a Togliatti, Giovanni Russo, sostiene, come risulta dai documenti che il Migliore contribuì in modo decisivo, «al processo e alla condanna a morte di Nagy sostenendo il carattere 'assolutamente controrivoluzionario' del governo nato dallo spontaneo moto di liberazione degli operai e degli studenti e intellettuali ungheresi contro lo stalinismo». Addirittura secondo De Leonardis, pare che Togliatti, abbia incitato i sovietici alla repressione degli insorti magiari.

Interessante l'intervento di de Leonardis che ci tiene a precisare che lui non deve rompere con nessun passato, perchè non è mai stato di sinistra, quindi non deve fare nessun pentimento o autocritica. Il suo modello è il cardinale Mindzenty, che nel suo discorso dopo la scarcerazione ha dichiarato di essere rimasto con le stesse convinzioni di prima la carcerazione, nonostante le brutali pressioni del regime.

Tuttavia De Leonardis è abbastanza polemico sulle conversioni ad orologeria dei leaders o intellettuali comunisti. Spesso queste conversioni sono state effettuate quando era ormai impossibile evitarle. O addirittura quando l'ordine veniva da Mosca. «Si continua ad accusare il popolo tedesco dicendo che non poteva non sapere dei crimini nazisti. - afferma De Leonardis - Sarebbe ora di chiedere conto ai comunisti (post o neo) perchè si sono sempre accorti dei crimini del socialismo reale solo quando arrivava il contrordine da Mosca. I processi a cavallo degli anni '40 e '50, i moti di Berlino est nel 1953, l'Ungheria nel 1956, il muro di Berlino, la Cecoslovacchia nel 1968, i processi ai dissidenti sovietici, il genocidio praticato da Pol Pot in Cambogia, il colpo di stato di Jaruzelski in Polonia, l'invasione dell'Afghanistan: nulla di tutto questo, per limitarci agli eventi più clamorosi, indusse il PCI a rompere i legami con Mosca, che furono sciolti, abbandonando il nome comunista (subito però rivendicato da altri), solo quando crollò 'l'impero del male'».

E soprattutto De Leonardis oltre a non credere al valore dell'autocritica e al pentimento degli ex comunisti. Non ha mai visto la riabilitazione dell'avversario anticomunista ed il riconoscimento delle sue ragioni di allora. Se non fanno questo rischiano di passare addirittura come “anticomunisti”, continuando a mantenere ai margini politici i veri anticomunisti.

Sarebbe importante continuare ma devo fermarmi, ritorneremo a parlarne la prossima volta.

 

 

Anche quest'anno in occasione della Giornata del Ricordo, ho inteso ricordarla  leggendo un libro. Il testo è scritto da Gaetano La Perna, «Pola - Istria - Fiume, 1943-1945. La lenta agonia di un lembo d'Italia», pubblicato dalla casa editrice Mursia nel 1993 (478 pagine , comprese le appendici)

Il libro è un contributo storico, costruito con competenza e determinazione, ben documentato con precise descrizioni, con riferimenti a fonti precise e serie. Non vorrei esagerare, ma credo di aver letto il libro più completo su questo argomento. Anche se non è facile uno studio completo ed esaustivo sul groviglio di quegli avvenimenti storici. L'autore ne è consapevole, infatti scrive: «l'elenco delle foibe istriane fin qui nominate, nelle quali furono fatti precipitare i corpi martoriati di tanti infelici, non è certamente completo [..] Studi e ricerche per giungere alla compilazione di elenchi ufficiali, completi e attendibili, delle foibe, delle cave, delle fosse comuni usate nei vari periodi dagli slavi come tombe, non risulta che siano mai stati fatti in modo sistematico [...]a tutt'oggi - scrive La Perna - non sono noti – almeno a carattere ufficiale – elenchi nominativi completi di tutte le vittime del genocidio slavo […] le ragioni sono diverse e possono essere fatte risalire, oltre che alle difficoltà insite in un tale tipo di ricerca, a svariate cause spesso legate alla travagliata storia di quelle contrade, alle vicende belliche e postbelliche, alle soluzioni politiche che hanno coinvolto in pratica l'intero territorio in questione».

Peraltro per lo studioso non facile un censimento completo delle vittime e i luoghi del loro martirio. Si incontrano diverse difficoltà, spesso sono andati dispersi le documentazione, i verbali delle commissioni giudiziarie e poi sono andate distrutte le sedi giudiziarie. Di facile reperibilità sono le fonti che appartengono alla pubblicistica fascista del tempo, che, per ovvie ragioni di propaganda, sfruttò gli eccidi compiuti dai comunisti slavi. Naturalmente questi documenti non sempre possono essere considerati del tutto attendibili e vanno presi perciò con la dovuta cautela. La stessa cosa si può scrivere, per quanto riguarda la pubblicistica comunista, soprattutto quella slava. «gli slavi hanno fatto sparire con cura e in modo sistematico ogni traccia che avrebbe potuto, anche solo indirettamente, suffragare l'infamante accusa a loro carico di genocidio degli italiani».

Del genocidio degli italiani nella Venezia Giulia e nella Dalmazia sopratutto dopo l'esodo, «si sono occupati gli esuli giuliani e le loro associazioni che hanno raccolto, in modo lodevole ma spesso occasionale e frammentario, testimonianze, memorie, ricordi, reperti fotografici, dati anagrafici delle persone uccise o scomparse, curando anche, in tempi diversi, la pubblicazione di monografie e di elenchi, non completi, di vittime e di dispersi». La Perna, lui stesso costretto all'esilio, evidenzia che queste fonti hanno il grosso inconveniente di essere sparse in una serie di archivi, poco noti, ad associazioni, unioni e famiglie degli esuli.

Tuttavia nel testo troviamo diverse citazioni di queste fonti, a cominciare dagli studi di Paolo De Franceschi, Gianni Bartoli, padre Falminio Rocchi, Antonio Pitamiz e tanti altri.

Comunque sia la ricerca del professore La Perna, rimane molto valida, perché lascia parlare i fatti, le testimonianze, i documenti e restituisce alla storia quella verità che nessun stravolgimento politico-ideologico potrà mai condizionare. E' un lavoro  serio, documentato, scritto con onestà e obiettività. Almeno per quanto riguarda il territorio di Pola, Fiume e l'Istria.

Il testo riesce a descrivere fatti che hanno visto coinvolti centinaia, migliaia di uomini e donne, a volte con meticolosa precisione. Possiamo ridurre a quattro gruppi, movimenti politici, che si contendono il territorio istriano a partire dall'armistizio dell'8 settembre del 43 fino al 1945. I primi due protagonisti, sono italiani: i fascisti con il rinnovato Partito fascista e i comunisti del PCI, che entrambi, bene o male lottano per mantenere l'italianità del territorio; gli altri due sono stranieri: i tedeschi nazisti e i comunisti sloveni e croati, entrambi mirano all'occupazione del territorio e quindi ad inglobarlo nel loro progetto espansionistico.

In mezzo a questa lotta spietata, si trova la popolazione per la maggior parte italiana, che deve subire ogni tipo di sopruso.

Con la caduta di Mussolini e del Fascismo, in poche ore il regime scompare e nessuno tenta di fare qualcosa per salvarlo. Con l'armistizio dell'8 settembre, tutti pensano che la guerra sia finita. Scompare ogni forma di autorità, l'incertezza del domani induce molti a dare l'assalto ai magazzini di generi alimentari. Furono prese di mira le caserme, i depositi e gli accantonamenti militari, gli uffici statali ormai abbandonati, dei quali vennero asportati mobili e suppellettili di ogni genere. I saccheggi scrive La Perna iniziarono subito il 9 settembre e continuarono nei giorni successivi. Naturalmente il professore fa riferimento ai centri dell'Istria, in particolare Pola e Fiume.

«Abbandonate le caserme e gli insediamenti militari, marinai e soldati iniziarono la frenetica ricerca di un abito civile; molti si misero in viaggio verso Trieste con mezzi di fortuna ed anche a piedi». Furono circa trentamila i militari italiani che rimasti a Pola, una volta occupata dai nazisti, «ai militari italiani, dopo il disarmo, i nazisti posero, in alternativa, tre condizioni: combattere al loro fianco, collaborare come lavoratori, farsi internare in Germania». La maggior parte scelse l'internamento e subito furono fatti partire.

Le truppe tedesche del Reich avevano un progetto ambizioso sui territori italiani dell'Istria, della Venezia Giulia, la Dalmazia. Miravano ad inglobarli  per fare la grande Germania. Hanno iniziato subito a trattare gli italiani come sudditi, in mezzo ad altri popoli. Anzi gli italiani, più di altri, subiscono limitazioni, condizionamenti, restrizioni. Diventano minoranze, c'è un'atmosfera di aperta ostilità verso tutto quanto è  italiano. Si arrivò a distruggere i monumenti patriottici come quello di Nazario Sauro.

A capo del progetto nazista c'era il commissario austriaco Friedrich Alois Rainer, che ha avuto questo incarico direttamente da Hitler  per tedeschizzare quei territori. La Perna descrive minuziosamente il disegno nazista, conosciuto come il «Nuovo Ordine», dove in previsione doveva risorgere la vecchia Austria nei territori della tramontata monarchia asburgica. Ma alla Venezia Giulia e alla Dalmazia guardavano con chiare mire espansionistiche anche i miliziani comunisti slavi di Tito, soprattutto quelli sloveni e croati.

La Perna nota nel libro che la tendenza all'espansione territoriale ai danni dell'Italia «fu una costante comune a tutti i movimenti politici e militari che negli anni del secondo conflitto mondiale operarono dentro e fuori la vicina Jugoslavia: agli ustascia di Pavelic, ai 'domobranci' sloveni e ai cetnici 'legali' che collaborarono tutti con i nazisti; ai partigiani comunisti di Tito, ai cetnici di Draza Mihajlovic[...] Di là dalle ideologie politiche che li separavano e dall'odio ancestrale che divide da sempre i serbi dai croati, tutti avanzarono rivendicazioni territoriali. Sotto qualunque bandiera, su tutto e su tutti, fu il nazionalismo panslavista che ebbe il sopravvento e che costrinse lo stesso PCJ, al compromesso – pertanto secondo La Perna – in qualunque modo la guerra si fosse conclusa, i confini orientali d'Italia erano già allora molto minacciati e, forse, anche irrimediabilmente compromessi».

Con queste premesse non poteva che finire male per quelle terre e soprattutto per la maggioranza degli italiani che vi abitava.

L'amministrazione Rainer si scontrava anche con i fascisti, che spesso venivano umiliati dalle sue prese di posizione. Ormai i fascisti, scrive La Perna dovevano abituarsi alll'idea che la Venezia Giulia non apparteneva né alla Repubblica Sociale Italiana, né all'Italia. Rainer lavorava nella prospettiva di una definitiva annessione del «Litorale Adriatico» al Grande Reich tedesco.

Nel IV capitolo La Perna si occupa dell'antifascismo in Istria e a Fiume e la penetrazione slava in questi territori.

Il testo di La Perna fa riferimento alla storia passata di questi territori, cita il Trattato di pace di Versailles, che ha scontentato i vari nazionalismi, in particolare quello italiano e slavo. Molto spazio viene riservato al nascente Partito comunista d'Italia, in particolare la federazione di Trieste, che con gravi crisi di coscienze, si schierò apertamente a favore delle rivendicazioni nazionalistiche delle minoranze slave. Infatti La Perna, racconta come diversi esponenti comunisti italiani avversavano le tesi slave, contrapponendo le complesse e complicate esigenze della lotta di classe, l'autodeterminazione dei popoli a quelle nazionali e sociali.

Il giudizio sulle altre forze politiche è negativo, i partiti tradizionali sembravano incerti, indecisi sulle questioni più importanti. Pertanto, «ampi spazi politici vennero in tal modo lasciati ai gruppi nazionalistici nei quali il nascente fascismo troverà fertile terreno per svilupparsi e per costruire in breve tempo il suo successo».

Il fascismo si oppose con fermezza al bolscevismo comunista e alle spinte espansionistiche del revanscismo slavo. Ricevendo il consenso di larghi strati della piccola e media borghesia, dei gruppi patriottici e di tutti quelli che intendevano difendere l'identità nazionale.

La Perna non nasconde i difficili rapporti tra le istituzioni fasciste con le minoranze slave e con gli antifascisti. «L'opposizione ideologica al regime fu sempre e dovunque duramente repressa, da qualunque parte provenisse, senza nessuna discriminante. Nessuno sfuggì a questa regola e tutti gli antifascisti istriani furono indistintamente perseguitati, non costituendo differenza alcuna la loro appartenenza all'uno o all'altro gruppo etnico, ad una o ad altra classe sociale, ad uno o ad altro partito, movimento o associazione. La repressione fu dura e indiscriminata, sorretta dalla logica del 'chi non è con noi, è contro di noi' comune a tutti i regimi dittatoriali nei quali nessun'altra ideologia al di fuori di quella dominante ha diritto di cittadinanza».

Lo scoppio della II guerra mondiale e soprattutto con le prime sconfitte dell'Asse, ha risvegliato gli attivisti comunisti. Il libro descrive tutti i passaggi della scesa in campo delle cellule comuniste e dei vari rivoluzionari che si organizzarono per le prossime battaglie. L'autore fa riferimento a diverse fonti più o meno attendibili. Elenca gruppi e sopratutto una marea di nomi, soprannomi, dei capi partigiani che a poco a poco si riorganizzano. «L'inizio del movimento di penetrazione verso Fiume e l'Istria interna – per La Perna – da parte di agitatori e attivisti comunisti, provenienti dalla Croazia, può essere fatto risalire alla fine del 1941[...]».

A questo proposito La Perna avverte che le autorità istituzionali, gli esponenti fascisti, la stampa di regime, non aveva la percezione di quello che stava maturando in quei territori. «Il Corriere Istriano», in un articolo del 17 settembre del '43, peccava di superficialità, di leggerezza e tanta parzialità, nell'affrontare l'argomento del ribellismo slavo. Nell'editoriale si concludeva ottimisticamente che era questione di tempo, poi tutto sarebbe ritornato alla normalità. Non avevano capito che quelle azioni andavano inserite in un disegno di vasta portata, diretto dalle centrali operative del PCJ. L'azione di guerriglia dei miliziani comunisti, secondo La Perna, «veniva svolta già da parecchi mesi dagli attivisti e dai propagandisti slavi, sfuggì per lo più all'attenzione degli uffici responsabili dell'ordine e della sicurezza o fu presa in considerazione assai tardivamente […] venne del tutto sottovalutata la sottile azione politica e propagandistica condotta dal clero di origine slava […]». Inoltre, continua La Perna, ben pochi, furono quelli che dovevano controllare la provincia istriana, ad avere «le idee chiare sulla consistenza e sulla portata di quel movimento che, in costante e progressiva crescita fin dai primi mesi del '43, sfocerà subito dopo l'8 settembre nel fenomeno del ribellismo armato».

Senza dubbio furono gravi le disattenzioni su quello che stava accadendo, sul deterioramento delle istituzioni statuali, l'armistizio non basta di certo a giustificare il crollo improvviso. «[...] le responsabilità di chi avrebbe dovuto interpretare, comprendere e provvedere e invece nulla fece sono enormi e non si possono che sommare a quelle derivanti dai tanti errori di giudizio, di valutazione, d'inefficienza, di miopia d'insensibilità politica compiuti dall'amministrazione italiana fin dall'inizio dell'attività di governo in quelle terre dopo la tanto attesa e sospirata redenzione».

Inizia la cosiddetta guerra di popolo del maresciallo Tito contro l'occupazione nazifascista. Una guerra che diventa una occasione irripetibile per la riaffermazione di quelle rivendicazioni, da sempre sostenute a gran voce dal nazionalismo slavo, sulle terre Giulie, sulla Dalmazia e sulle isole della costa orientale dell'Adriatico.

Tito è stato abile comandante, è riuscito a far accantonare vecchi rancori e odi aviti tra croati, serbi, macedoni e montenegrini. Il maresciallo ha offerto a questi popoli slavi, attraverso la lotta armata, il riscatto economico, politico e sociale. E superando tutte le differenze ideologiche, attraverso il Partito Comunista della Jugoslavia (PCJ), si è saputo presentare come l'unico coagulo unificante, imponendo un'unica guida militare e politica del movimento nazionale e popolare di liberazione.

Naturalmente oltre ai compromessi, il PCJ di Tito per far trionfare la sua linea politica revanscista, ha eliminato tutti i possibili oppositori interni con lucidità e freddezza tutta balcanica. La strategia di conquista dei partiti comunisti croati e sloveni era molto simile. Entrare subito in tutti i territori rivendicati con i propri attivisti politicamente preparati, e col pretesto della comune lotta al nazifascismo, bisognava avvicinare e poi organizzare tutti gli antifascisti, in particolare il Pci. Inoltre, occorreva al più presto, assumere «il diretto controllo, non solo per poter avere la direzione della lotta armata, ma soprattutto per poter imporre la soluzione finale del problema nazionale che prevedeva l'annessione alla futura Jugoslavia di tutti i territori rivendicati».

Era arrivato il momento, la propaganda martellante e capillare, lo si ripeteva in continuazione: «per le genti dell'Istria di origine slava stava arrivando il grande momento della vendetta, della rivincita, del riscatto nazionale e sociale; i padroni non sarebbero stati più gli italiani, fascisti e sfruttatori […] la giustizia popolare sarebbe stata inflessibile con tutti i traditori e i nemici del popolo[...]».

Il testo di La Perna dà molto spazio ai contrasti dei comunisti italiani, con quelli slavi, vengono pubblicate lettere, interventi di singoli esponenti e di gruppo. Si fanno riferimenti a diversi documenti. A questo proposito un quadro abbastanza dettagliato dello stato di relazioni tra la federazione regionale giuliana del PCI, di cui era segretario Luigi Frausin, e il PCS lo si può trovare in un lungo rapporto steso nel gennaio del 1944 da Giordano Pratolongo, «Oreste» per la direzione del PCI.

Nella relazione i comunisti italiani elencano i motivi di divergenze nei riguardi dei comunisti slavi. E' presente sempre l'obiettivo categorico nazionalista dei PC slavi. Dove si aggiunge anche il futuro di Trieste e della Venezia Giulia.

Per far passare il progetto revanscista, i comunisti slavi non si fermano davanti a nulla, eliminano anche i compagni italiani che non si piegano alla loro politica come l'uccisione di Giovanni Zol della brigata triestina. Peraltro secondo La Perna, molti partigiani italiani caddero nelle mani naziste, dopo essere stati traditi dai miliziani slavi. Per La Perna questo non deve stupire, si tratta della doppiezza tipicamente balcanica

Comunque sia i comunisti italiani erano sempre propensi che tutte le questioni territoriali si dovevano risolvere soltanto alla fine del conflitto, solo dopo essersi liberati dal nazifascismo. Tuttavia nella primavera del '44 ci fu la svolta filo slava della direzione triestina del PC, e La Perna, racconta quello che è successo, si dà conto di una lettera riservatissima, che doveva essere diffusa a tutte le federazioni, del torinese Vincenzo Bianco, detto «Vittorio», che era il responsabile del PCI dell'Alta Italia, dove si sosteneva i progetti espansionistici dei croati e sloveni, inoltre si sottolineava la necessità di porre subito tutte le formazioni partigiane italiane sotto il comando slavo e si accettava l'annessione di Trieste e del Litorale alla Slovenia come un inevitabile fatto storico.

In questo contesto La Perna si occupa anche della posizione della Chiesa cattolica presente nel territorio. Mi ha sorpreso in particolare, il comportamento dei sacerdoti slavi, che appoggiavano apertamente le forze comuniste slave, addirittura sono arrivati ad odiare i confratelli italiani. Questi sacerdoti erano aperti sostenitori delle tesi annessionistiche slovene e croate.

La Perna nel libro sostiene che i seminari giuliani erano diventati «delle vere e proprie fucine antitaliane e centri motori del movimento revanscista e nazionalista panslavo». La Perna fa un elenco di questi sacerdoti, seguendo delle relazioni militari e di polizia sul clero slavo, che aveva preso esplicita posizione contro l'italianità.

Scrive a questo proposito La Perna, «fu attraverso le canoniche e le sagrestie delle parrocchie rette da sacerdoti di origine slava che nei primi anni Venti passò gran parte dell'emigrazione diretta soprattutto verso la Croazia; e fu con l'aiuto di questi religiosi che, dopo l'occupazione italo-tedesca della Jugoslavia nel '41, fu favorito il ritorno e il reinserimento in Istria di molti di quegli emigrati, parecchi dei quali erano veri e propri agenti del PC sloveno e croato».

Il clero slavo secondo La Perna, dopo qualche perplessità iniziale, per via dell'ideologia atea, solidarizzò con il MPL diretto dai comunisti, anzi spesso si trovano religiosi all'interno dei diversi Comitati di Liberazione e nei fronti unici popolari. Alcuni di questi hanno perso la vita negli scontri con i nazisti. Questa alleanza singolare tra clero slavo e marxisti sciovinisti, continua ancora oggi a sollevare non poche perplessità e interrogativi, destinati forse a restare senza risposta, fra gli studiosi di quelle vicende storiche. «In realtà, non è per nulla agevole – scrive La Perna - comprendere quali condizioni vennero allora maturando e quali considerazioni prevalsero tra coloro che resero possibile la convivenza politica dell'ideologia cristiana e cattolica con quella marxista-leninista dei comunisti, decisamente materialista ed atea».

Inoltre altre considerazioni alquanto inquietanti sono che questo clero, tutto sommato era sottoposto ai vescovi diocesani e alle gerarchie della Curia romana.  Infine ancora più inquietante e del tutto inspiegabile è quell'«atteggiamento di avversione profonda nutrito da questi sacerdoti verso altri religiosi e laici cattolici, quelli italiani, che pur erano nati ed erano vissuti in quelle stesse terre abitate dalle genti slave. E la cosa – insiste La Perna - appare ancor più difficile da comprendere se si considera che di tale ostilità, di tale malanimo assai somigliante all'odio, vennero gratificati senza eccezione tutti gli italiani, compresi quelli che con il fascismo nulla ebbero da spartire. Come annunziatori del messaggio evangelico questi religiosi furono indubbiamente testimoni assai poco credibili».

Pertanto dopo queste considerazioni non è difficile comprendere l'odio razziale dei miliziani comunisti che portò a quel tipo di massacri di uomini e donne nelle foibe istriane.

Il V capitolo si occupa delle conseguenze dell'armistizio. Il libro evidenzia nel gruppo nazionale italiano uno stato di crisi e di abbandono. Accanto ai timori, alle incertezze e alle preoccupazioni più immediatamente legate alla guerra, andò diffondendosi tra gli italiani della regione una precisa sensazione di isolamento accompagnata da un profondo senso di smarrimento, ma anche di impotenza. In pratica gli italiani si sentirono abbandonati.

La Perna descrive con precisione la strategia delle varie occupazioni del territorio ad opera delle unità partigiane croate, rinforzate da elementi locali e il conseguente insediamento «in nome del popolo» dei poteri civili che avvennero in una situazione di assoluto vuoto di potere e di istituzioni. Del resto non c'era più nessuna autorità costituita, nessun potere civile, militare o politico che poteva fare resistenza. C'era una situazione di totale sbandamento, militari che scappavano, che abbandonavano i reparti, ovunque regnava il disordine e la confusione. In tempi brevi, senza ricorrere all'uso delle armi, senza dover vincere nessuna resistenza, i partigiani comunisti slavi occupano tutto quello che c'era di occupare e si impossessano di armi ed equipaggiamenti di ogni tipo.

Ecco perchè per La Perna non si può assolutamente parlare di nessuna insurrezione, di ribellione collettiva, di sommossa popolare, come ha poi sostenuto la storiografia slava di orientamento comunista. Certo in quei momenti l'unico popolo che partecipò fu quello appartenente al gruppo etnico slavo. «La popolazione italiana restò completamente estranea a tutto questo e se partecipò in qualche modo a quegli avvenimenti fu piuttosto come spettatrice attonita e sbigottita e, poco dopo, soprattutto vittima della nuova situazione venutasi a creare».

Sempre La Perna sottolinea come gli slavi dell'Istria, abilmente manipolati dai tanti agitatori, istigati dalla propaganda, si diedero al libero sfogo agli antichi odi ed alle passioni lungamente represse contro la popolazione italiana. In nome della «giustizia popolare» furono compiute numerose vendette personali, regolati vecchi torti subiti. Ovunque si svolse lo stesso cerimoniale: «dopo essersi accertati che la zona fosse del tutto libera da insidie, a bordo di corriere e di autovetture requisite e di automezzi già in dotazione all'esercito italiano, i miliziani slavi facevano il loro ingresso nelle località, agitando bandiere dai colori croati, a volte cantando inni e qualche volta sparando in aria. Armati fino ai denti, essi prendevano immediato possesso del luogo 'in nome del popolo', occupando tutti gli edifici pubblici e militari esistenti: dal piccolo ufficio postale alla residenza municipale, dalla caserma dei carabinieri a quella della guardia di finanza[...]la popolazione veniva invitata in modo molto spiccio a partecipare all'immancabile comizio durante il quale prendevano la parola il responsabile militare e il commissario politico. Nei discorsi si celebrava la 'grande vittoria' riportata, si esaltavano il Movimento popolare di liberazione, le forze partigiane, i partiti comunisti della Jugoslavia e della Croazia, l'Unione Sovietica, l'Armata Rossa e gli Alleati».

In quei giorni l'Istria fu sommersa da una marea di tricolori croati, rispetto ai quali la presenza delle bandiere rosse fu ben poca cosa. I tricolori italiani, furono fatti ritirare in tutta fretta.

Subito dopo l'8 settembre iniziarono i primi arresti e le prime esecuzioni. «Tutta la penisola occupata dagli slavi visse in quel periodo giornate terribili. Subito dopo l'insediamento delle nuove autorità iniziarono infatti le operazioni di polizia con fermi, perquisizioni, confische, interrogatori, arresti che si susseguirono, quasi senza soluzione di continuità, fino ai primi giorni di ottobre, quando sopraggiunsero in forze i tedeschi. Furono presi di mira gerarchi e militanti fascisti, podestà, segretari e messi comunali, levatrici e uffici postali, veterinari e medici condotti, ufficiali e sotto ufficiali delle diverse forze armate[...]». La Perna ci tiene a precisare che «gli arresti non avvennero mai con maniere brutali; anzi, con sottile perfidia, il più delle volte vennero fatti passare come misure provvisorie, al fine di effettuare normali accertamenti, o preventive, volte cioè a tutelare le stesse persone arrestate da possibili azioni violente di carattere privato ai loro danni».

Le persone arrestate vennero concentrate tutte nelle stesse zone, rinchiuse in delle celle sotterranee del castello cinquecentesco di Pisino. Altre ad Albona in una caserma isolata. Quasi sempre ai familiari fu tenuto nascosto il luogo di detenzione dei deportati. In questi centri di raccolta, commissari e ufficiali croati, coadiuvati da elementi locali di origine slava, accusavano questi poveretti di delitti assurdi e cavillosi erano i capi d'imputazione, furono sottoposti a lunghi ed estenuanti interrogatori, infliggendo loro umiliazioni, angherie e maltrattamenti di ogni genere. Nella stragrande maggioranza gli inquisiti non avevano commesso nulla di cui essere incolpati. L'unica colpa era quella di appartenere al gruppo nazionale italiano e di sentirsi italiani per lingua, per cultura e per tradizioni.

Davanti ai «tribunali del popolo», agli accusati non fu concessa alcuna garanzia a tutela dei propri diritti per cui nessun prigioniero ebbe la possibilità di interpellare neppure un avvocato d'ufficio. Nell'ultima decade di settembre il tribunale del popolo lavorò a pieno ritmo e l'attività dei giudici slavi fu intensissima con un altissimo numero di condanne.

La Perna racconta il supplizio dei condannati, le barbare modalità di uccisione dei condannati, ormai tante volte descritti dagli studiosi. L'altra sera abbiamo visto tutti con la fiction «Red Land» (Rosso Istria), mandata in onda da Rai 3, come venivano uccisi gli uomini e le donne, finalmente dopo settant'anni anche le foibe arrivano al grande pubblico televisivo. La Perna nel libro fa i nomi degli aguzzini tristemente famosi in tutta l'Istria per l'eliminazione fisica degli italiani, tra di essi non possono essere dimenticati Ivan Motika, il principale giudice di Pisino. Beletich, detto «drago», Tonca Surian, Ciro Raner. Giusto Massarotto, i fratelli Stemberga, Giovanni Colich, detto «il gobo», Rade Poropat, Gioacchino Rakovac e tanti altri. Tutti o quasi nomi che già avevo avuto modo di conoscere negli anni '90, quando ancora erano poche le pubblicazioni sulle foibe.

Il testo di la Perna da l'elenco delle varie foibe e il recupero delle salme più o meno identificate. Il numero delle vittime non è stato mai possibile averlo con una certa precisione. La Perna, per quanto riguarda l'Istria, e soltanto il periodo del dopo armistizio, il mese del terrore, tenendo conto del recupero dalle foibe, conta complessivamente 750 vittime. Poi ci sono quelle degli altri territori, del dopo '45. Gli storici orientativamente contano dalle 10 alle 20mila vittime. Il testo di La Perna, pubblica delle appendici, dove troviamo elenchi delle foibe e soprattutto nella 3a  appendice si pubblica i nomi, in ordine alfabetico, del genocidio degli italiani ai confini orientali dal settembre 1943 al maggio 1945 e oltre. Si tratta di nominativi di militari civili uccisi o scomparsi. Un elenco che parte da pagina 357 fino a pagina 451. L'elenco è un minuzioso e paziente lavoro che dura da anni e che non può essere considerato definitivo. In tutto sono 6.335. 2.493 appartengono a militari, a pagina 369, c'è il nome di Bruno Domenico, carabiniere a Rovigno (Pola), ucciso il 16 settembre 1943, originario di Mandanici (Me); si potrebbero fare altri nomi, come il vicebrigadiere della Guardia di Finanza,Tommaso La Spada, ucciso a Trieste nel maggio del '45, originario di S. Filippo del Mela (Me); i civili sono in tutto 3.842, compresi 39 religiosi.

Chi poteva salvare gli italiani in quel momento storico? Si chiede La Perna. In quel momento c'erano i tedeschi e i fascisti. E qui paradossalmente l'autore del libro fa intendere che la grande paura suscitata dall'avanzare delle idee rivoluzionarie, ispirate ai soviet della Russia, gran parte della popolazione italiana si convinse che il risorto fascismo potesse costituire un valido rimedio contro i disordini, scioperi e violenze di quei giorni. I fascisti repubblicani furono gli unici che dichiararono apertamente di voler combattere in difesa dell'identità di quelle terre. Anche se poi vedremo tutto questo non portò nessun giovamento agli italiani e alla loro causa, anzi finì per comprometterla ulteriormente.

Questa era la realtà in quei territori che durò fino al '45 e per La Perna, la reazione degli italiani non fu adeguata, anche perchè mancò una valida guida ideale ed un concreto aiuto materiale nella difesa dei loro giusti diritti etnici e nazionali. Su questi aspetti probabilmente non si è riflettuto abbastanza.     

 

 

Ci avevano detto che a Roma nel 1870 il Papa-Re Pio IX, prima di lasciarsi invadere dall'esercito italiano aveva ordinato, di fare soltanto una difesa simbolica. Invece non è proprio così, l'ho “scoperto”, leggendo il documentato volume del giornalista Antonio Di Pierro, «L'ultimo giorno del Papa Re. 20 settembre 1870: la breccia di Porta Pia», Mondadori (2007). Altro che difesa simbolica, quel martedì mattino del 20 settembre  1870 a Roma, si è combattuta una vera e propria battaglia tra i pontifici e l'esercito regio di Vittorio Emanuele.

Vediamo di entrare dentro al testo del giornalista romano. Roma è circondata da cinque divisioni militari, formata da 50 mila soldati italiani. Mentre la città del Papa Pio IX difesa da 11 mila uomini in armi, pronta a resistere. Ed effettivamente hanno resistito per ben 5 ore, dalle 5,05 fino alle 10,10, quando si è aperta la breccia a Porta Pia.

Il libro nonostante le 326 pagine, note comprese, fa una cronaca dettagliata, ora per ora e in presa diretta, della giornata cruciale per i destini dell'Italia e della Chiesa cattolica. E per seguire questa cronaca il testo offre, sia nella prima che nell'ultima pagina una pianta di Roma, dove si possono individuare i movimenti delle truppe dell'esercito italiano. Inoltre alla fine del libro c'è una guida ai «principali luoghi della Breccia», ma per seguire i momenti, i vari spostamenti delle truppe; però serviva una cartina topografica della città e forse anche una buona dose di cultura militare.

Il testo di Di Pierro, è scritto con una coniugazione dei verbi al presente, è come se chi scrive è testimone diretto di quanto sta accadendo. «E questo contribuisce a ricostruire meglio il mosaico degli avvenimenti anche minuti, lo stato d'animo degli assediati e degli assedianti, il travaglio del papa attaccato così duramente da un re cattolico (Vittorio Emanuele II), il disincanto dei romani, il terrore della nobiltà nera chiusa nei suoi lussuosi palazzi, la gioia dei patrioti che vedevano coronare il sogno vagheggiato da Cavour, da Garibaldi, da Mazzini e dai tanti protagonisti del Risorgimento italiano».

Tuttavia anche per scrivere questo libro, il metodo è sempre lo stesso, utilizzare le fonti negli archivi e nelle biblioteche e così pare che abbia fatto Di Pierro, vista la bibliografia finale pubblicata.

La conquista di Roma, che stanno facendo le truppe italiane, è una strana guerra non dichiarata, un esito che sembrerebbe scontato, viste le forze in campo. La prima ed unica guerra che finora l'ex Regno di Sardegna ha combattuto è stata quattro anni fa a Custoza e l'ha persa pesantemente. Tra l'altro negli anni precedenti, l'esercito piemontese non aveva dato prove esaltanti.

Ce la farà adesso contro il debole Stato Pontificio a conquistare Roma? Pare di sì. Secondo il ministro Visconti Venosta, probabilmente nessuna potenza sarebbe scesa in campo per difendere il papa. Tuttavia come scrive Di Pierro questa guerra, «doveva essere morbida, non doveva dare occasioni alla comunità cattolica – più di quante non ne offra di per sé un attacco armato al capo supremo della Chiesa – di montare uno scandalo internazionale». Ecco perché Raffaele Cadorna, il comandante generale, quello che non ha esitato di bombardare Palermo nella rivolta del “Settemezzo”, era contrario alla partecipazione alla guerra della “testa calda” di Nino Bixio, nel frattempo diventato generale dell'esercito sabaudo.

Tutto è pronto per la battaglia, l'esercito del Re Vittorio è schierato per l'attacco, tutte le porte di Roma, da quella del Popolo a San Giovanni è ormai interamente presidiato dall'esercito italiano. Occupate anche villa Borghese e villa Albani. L'artiglieria è pronta. I cannoni sono puntati contro Roma in attesa dell'ordine dell'attacco. Ma paradossalmente «i primi a far parlare le armi sono i pontifici. E la prima vittima della giornata è un artigliere italiano, il caporale Michele Plazzoli». Peraltro dalla “cronaca”, del giorno prima si apprende che nei pressi di porta Maggiore, c'è stata battaglia, con morti e feriti, addirittura i pontifici hanno fatto anche un prigioniero, il fante Giuseppe Spagnolo.

Di Pierro riporta la notizia di un altro prigioniero, un giovane ufficiale dell'esercito sabaudo, che il Papa in persona ha ordinato di liberare, motivando la liberazione con delle curiose parole: «Per isbaglio quel giovane ufficiale è entrato in Roma, ingannato dai suoi sensi, dal suo orientamento; egli è l'immagine del governo italiano[...]».

Pertanto Di Pierro può scrivere: «Chi prevedeva una resistenza puramente simbolica dell'esercito di Pio IX ora comincia a ricredersi. E a mettere in dubbio che il proposito del pontefice – come qualcuno sostiene – sia di arrendersi presto, giusto il tempo di certificare di fronte alle diplomazie europee che la santa Sede è vittima di un'aggressione militare e cede solo per evitare un inutile bagno di sangue[...]». Doveva essere così ma la battaglia provocata dagli zuavi ai Tre Archi e a Villa Patrizi, «farebbero pensare a un esercito che vuole combattere e resistere il più a lungo possibile».

Infatti secondo Di Pierro, riferendosi al comandante generale Hermann Kanzler «il vero sogno del pro-ministro pontificio, che nel 1867 aveva sconfitto Garibaldi a Mentana, era quello di coprirsi di gloria piegando in campo aperto l'odiato Bixio [...]». Praticamente Kanzler voleva combattere, non ci sta a fare una resistenza simbolica, aveva provato ad esporre la sua strategia al Pontefice, che avrebbe troncato la discussione esclamando: «Vi chiediamo di cedere, non di morire, che è quanto dire un sacrificio maggiore».

Ritorniamo alla battaglia, poco prima delle 5,10, la fucileria papalina ha rotto la quiete del mattino. «Diverso era il piano d'azione degli italiani, che, colti di sorpresa, in un primo momento nemmeno hanno risposto ai tiri nemici». I primi a sparare sono stati gli zuavi della squadra comandata dal tenente Paolo Van de Kerkhove. Seguo quello che scrive Di Pierro: «un vero e proprio inferno di fuoco si è abbattuto sulla 5a batteria causando subito gravi perdite». Ci sono morti e feriti, il giornalista fa i nomi.

 «Tra i soldati del re è il caos». Ma alle 5,15, iniziano le cannonate da parte della 13a Divisione del generale Ferrero. «E, in rapida successione, lungo quasi tutto il fronte delle mura Aureliane, entrano in azione le micidiali artiglierie dei due fronti contrapposti tra nuvole di fumo, boati da far tremare, proiettili e granate che volano da una parte all'altra portando morte e distruzione». A questo proposito sono interessanti le riflessioni del dottore Alessandro Ceccarelli, capo del servizio chirurgico del Santo Spirito, che segnala le capacità distruttive delle armi negli ultimi anni. L'arte della guerra è cambiata, così sono terribili gli strumenti di cui essa si serve. Interessante e raccapricciante la descrizione che fa il dottore sulle fratture, sulle ferite che provocano i nuovi proiettili. E ancora il dottore non aveva conosciuto l'evoluzione delle armi nella prima guerra mondiale.

In pratica in successione nel testo Di Pierro, passo dopo passo riporta i vari passaggi della battaglia. Le incursioni, gli spostamenti, gli assalti, i ripiegamenti e soprattutto la gran massa di fuoco che converge sui grossi muri, tra le varie porte, soprattutto quella di Pia e Salara, dove sono concentrati 52 cannoni dell'esercito regio.

I fronti della battaglia sono tanti, si spara dappertutto, sul versante destro del Tevere e quello sinistro.

Mentre si combatte il Papa Pio IX è nel suo studio. Le cannonate fanno tremare non solo i vetri, ma le pareti, il pavimento, la sua scrivania. Il libro descrive con molta precisione tutta la macchina burocratica vaticana, le stanze, gli uffici, i nomi dei prelati che si trovano vicino al papa. «Le stanze e i punti strategici dei palazzi vaticani brulicano inoltre di soldati e ufficiali che per compito istituzionale sono destinati alla difesa della persona del pontefice e alla rappresentanza d'onore, suddivisi in tre corpi speciali: la guardia nobile, la guardia palatina e la guardia svizzera».

Questi corpi speciali erano disposti a tutto, sorvegliavano i punti strategici anche se non avevano ricevuto ordini precisi sul da farsi in caso di assedio della cittadella del Papa. Intanto mentre infuria la battaglia, sotto le cannonate, alle ore 7,15, il papa celebra la Messa, alla presenza del corpo diplomatico, in una atmosfera surreale.

La guerra continua e lascia sul terreno altri morti, altri feriti. Lo scontro ha acquistato maggiore intensità su tutti i fronti. Ma il fronte principale è a porta Pia, è qui che si giocano le sorti della guerra, il futuro dello Stato Pontificio, il destino di Pio IX e del suo governo. Verso le 8 per una falsa notizia i pontifici cominciano a ritirarsi, ma una volta compreso l'errore, riprendono le posizioni.

Lo scontro si fa sempre più aspro, c'è da registrare che nonostante i combattimenti, nelle strade ci sono curiosi, amici, parenti dei combattenti. Può capitare che le donne cercano i mariti che stanno combattendo, soprattutto quelli di parte pontificia.

Il papa finito di celebrare la Messa, parla al corpo diplomatico, sono in 17, impettiti nelle loro uniformi d'alta rappresentanza. Il Papa è amareggiato. Nessuno è sceso in campo per difenderlo, nemmeno le grandi famiglie, delusione nei confronti dei romani assediati. Rivolgendosi agli aggressori dice: «Non è il fiore della società che accompagna gli italiani quando assale il padre dei cattolici».

Alle 9,05 i vertici militari pontifici, valutando con molto realismo che ogni ulteriore resistenza sarebbe vana, decidono per la resa immediata. Si ordina di mostrare la bandiera bianca su S. Pietro. Ma alle 10 si combatte ancora. Gli zuavi hanno grande voglia di combattere, o almeno di rinviare il più possibile il momento umiliante della resa.

Fermare la macchina della guerra non è semplice, fare arrivare a tutti l'ordine di resa non è semplice. Alcune postazioni in questi momenti drammatici non trovano neanche una bandiera bianca, ci si affanna a trovare qualcosa che assomigli.

Alle ore 10,10, il primo militare dell'esercito regio, il sottotenente Federico Cocito del 12° Battaglione bersaglieri, raggiunge il ciglio della breccia della porta. Mentre verso porta Maggiore, l'ultimo ad arrendersi è il maggiore Castella e siamo alle 10,55.

Alle truppe zuave non rimane che ritirarsi in Vaticano, per evitare di cadere prigionieri degli italiani. «I soldati sono stanchi, molti di loro covano rancore per la bruciante sconfitta, quasi tutti nutrono sentimenti di disprezzo nei confronti del popolo romano che non ha mosso un dito per difendere il Santo Padre dall'ingiustificato attacco nemico». Per la verità per certi versi neanche l'esercito regio ha simpatia per il popolo romano, capita che qualche ufficiale, rimproveri certi scalmanati che inveiscono contro inermi soldati pontifici. “dovevate reagire prima contro i papalini, non ora, che c'è la copertura dell'esercito italiano”.

Comunque sia per Di Pierro, la Roma papalina ha deluso i soldati italiani, che si aspettavano una città diversa. «Ai militari dell'esercito regio arrivati fin qui ancora non è apparso nulla della tanto decantata maestosità della città eterna: piuttosto hanno sentito una diffusa puzza di cavolo bollito, predominante su altri e variegati cattivi odori, e hanno potuto constatare con i propri occhi che la sporcizia è veramente tanta ed è disseminata dappertutto».

A questo Di Pierro non fa che citare alcuni celebri viaggiatori che emettono dei giudizi su Roma abbastanza negativi. Il testo descrive dettagliatamente la vita sociale dei romani, dei ceti popolari, in particolare il loro sistema abitativo. Il francese, Paul Desmarie, definisce Roma: la patria dei mendicanti. E qui la storia si ripete, sembra Macron oggi.

Dal XII capitolo il testo fa la cronaca delle trattative di pace, mentre l'esercito occupa la città, spuntano le prime bandiere tricolori. Il giornalista Ugo Pesci, esiliato, ora entra in città insieme ai soldati, anche Nino Costa, esule, ritornato per guidare un governo provvisorio dei romani. Il testo accenna al caso Mortara, che il fratello Riccardo vuole “liberare” dalla segregazione in Vaticano, ma questi rifiuta la liberazione.

Nascono i primi presìdi rivoluzionari, manifestanti, i cosiddetti patrioti, esuli che ritornano. C'è il rischio di scontri con i papalini. Ad un certo punto Di Pierro si pone la domanda: ma chi è questa gente che se ne va in giro a ingiuriare e ad assaltare i soldati del papa? Non è facile rispondere, per alcuni sono i patrioti romani che hanno subito le angherie dello Stato pontificio, per altri, invece sono agenti al soldo del governo italiano, mestieranti dell'anarchia, gente che viene da fuori.

In questi momenti, come in tutte le guerre, ci sono i regolamenti di conti, e poi quelli che saltano sul carro del vincitore.        

Alle ora 14 sembra che ancora la città è fuori controllo, si riscontrano incursioni di gruppi armati, pontifici che improvvisano barricate, sparatorie. La città è ancora in preda all'anarchia. «Nelle zone franche può succedere di tutto: anche che scoppi una vera e propria battaglia. Come per esempio, intorno al Campidoglio».

Intanto a Villa Albani, dove risiede il generale Cadorna, si tratta per le condizioni della resa. Il generale non accetta, nelle condizioni poste dal Papa, la parola “violenza”. Ma alla fine si arriva a una mediazione. Alle ore 17,30, si firma l'intesa. Al Papa rimane il piccolo territorio, della cittadella del Vaticano, il rione Borgo.

I militari pontifici, deposte le armi vengono condotti a Civitavecchia, i 4.800 stranieri instradati ai loro paesi. I 4.500 italiani inviati in diverse località come prigionieri di guerra.

I numeri di questa guerra inutile: 48 morti e 132 feriti tra gli italiani, 20 morti e 49 feriti tra i pontifici. Certo non sono elevati come per altre guerre, ma se il re Vittorio e suoi generali non avessero aggredito un piccolo stato inerme, riconosciuto da tutte le diplomazie del mondo, potevano essere evitati.

 

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