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Giovedì, 05 Dicembre 2019

Un nuovo museo a Firenze. Una nuova mostra dedicata ai Medici con opere, reliquie, curiosità provenienti da collezioni private, quindi per lo più “mai viste”. E un modo più contemporaneo di rapportare storia e arte, coniugando oggetti reali e immagini virtuali in un unico percorso espositivo.

Tutto questo, e molto altro, è il nuovo Museo de’ Medici di Firenze, aperto a metà dello scorso giugno in via dei Servi, a metà strada tra la Cattedrale e la Basilica della Santissima Annunziata.

Nella mission della neonata istituzione c’è anche l’organizzazione di mostre temporanee e infatti domani 26 novembre 2019 apre al pubblico la prima “Cosimo I. Spolveri di un grande affresco” e proseguirà fino al 24 marzo 2020, data scelta per ricordare la fine dell'anno fiorentino il giorno della vigilia dell’Annunziata.

Curata dall’antiquario e esperto della Dinastia Medici, Alberto Bruschi, l'esposizione presenta una selezione di opere e oggetti provenienti da collezioni private, quindi non musealizzati, e perciò d’interesse ancor maggiore.

In tutto si tratta di una quindicina di pezzi tra dipinti, reliquie, curiosità manoscritti, medaglie, libri a stampa e oggetti di vario genere che hanno come denominatore comune la figura di Cosimo I nel 500° anniversario della sua nascita.

Una delle opere più importanti esposte è il quadro-bozzetto preparatorio di Jacopo Ligozzi per il dipinto su lavagna nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze, dal titolo Bonifacio VIII riceve gli ambasciatori fiorentini, che l’artista terminò nel 1592 e il cui disegno è oggi conservato nel Gabinetto disegni e stampe degli Uffizi. La scena doveva illustrare il momento in cui papa Bonifacio VIII nel 1295, vedendosi attorniato dagli ambasciatori fiorentini che gli rendevano omaggio, esclamò che i fiorentini erano il quinto elemento della Terra, alludendo ovviamente ai quattro elementi costitutivi del cosmo della filosofia presocratica. Solo che Ligozzi pose sul fondo dell’immagine la personificazione della Toscana al centro, affiancata invece che dai quattro elementi,  dai quattro continenti, considerando, dunque, anche l'America.

Da non dimenticare il Ritratto di Cosimo I attribuito all’Allori e due reliquie di Pio V, il Papa che incoronò Granduca Toscana nel 1569 Cosimo I, ovvero il Guanto della mano destra di San Pio V con il quale benedisse le truppe della Battaglia di Lepanto e donato a Marcantonio Colonna e poi una Pantofola, una di quelle che Cosimo dovette baciare il giorno della sua incoronazione granducale. Questa infatti rappresentò il momento di maggior importanza della politica cosimiana in quanto assicurò legittimamente il potere alla famiglia Medici per altri due secoli.

Nel percorso espositivo si potranno ammirare anche due manoscritti (Provanze de Quarti di tutti i Cavalieri di S. Stefano Fiorentini dalla Fondazione della Religione sino a’oggi - Il tutto estratto da Libri della Cancelleria di Pisa e Origine, e Descendenza della Real Casa de Medici), uno spartito (Per le Cantore - Cavalieri di S. Stefano), alcuni libri a stampa, e ben quattro medaglie della settecentesca Serie Medicea, opera di Antonio Selvi, raffiguranti Cosimo I, Eleonora di Toledo, Camilla Martelli e il “misterioso” Don Fagoro (che in realtà era Don Pedricco, figlio del Granduca e di Eleonora, morto a meno di un anno di età, ma raffigurato dall’incisore come un giovinetto di almeno 15 anni e in armatura).

Completano la mostra 20 litografie su tela dei Granduchi e consorti del XVII e XVIII secolo, un Piombo per reggere la staffa di un elemento architettonico con stemma mediceo, il Ricamo dell'affresco perduto di Porta Romana Bando della fine della Repubblica Fiorentina e una placchetta che riporta la Legge sopra il vestire, Ornamenti, & altre Pompe delli Huomini, & Donne della Città, & contado di Fiorenza del 1568.

Aperto non a caso nell’anno che celebra i 500 anni trascorsi dalla nascita di Cosimo I e di Caterina de’ Medici, il nuovo Museo de’ Medici si sviluppa sul piano nobile di un antico palazzo che fu confiscato dalla famiglia Taddei a metà del XVI secolo da Cosimo I de' Medici per essere donato al consigliere segreto Sforza Almeni. Non solo Cosimo I e Eleonora di Toledo camminarono in queste stanze, ma anche artisti come Bartolomeo Ammannati e Giorgio Vasari, incaricati di decorare il palazzo di Sforza Almeni che, dopo aver ricevuto così tanta ricchezza, dal Granduca fu anche tragicamente ucciso!

Il progetto del Museo de’ Medici è frutto di una startup giovanile ideata da Samuele Lastrucci, giovane direttore d'orchestra che con la propria famiglia condivide una passione sfrenata per la Dinastia Medici, ed è sostenuto da una fitta rete di partnership: Polistampa, Paolo Penko, Tamara Pasquinucci, Massimo Poli, Hologriffe, Castello di Querceto, Tenuta di Grignano, Tenuta di Artimino, Tenuta Sette Ponti, Le Vie dei Medici, Circolo Numismatico Mediceo, Associazione Modellismo e Storia, Associazione Firenze Alchemica.

Oggi lo stesso palazzo che trasuda storia da ogni angolo, è la location di un nuovo museo dedicato alla Dinastia Medici che si dipana in varie sale.

Infatti coniugando elementi reali e virtuali, il neonato Museo de’ Medici racconta la storia della famiglia che guidò il Granducato di Toscana per circa tre secoli attraverso sale tematiche, mostre temporanee, eventi, una libreria specializzata, incontri, presentazioni editoriali e conferenze. Di particolare interesse per il visitatore appare l’opportunità di poter ammirare opere d’arte e oggetti – per lo più reliquie e cimeli - provenienti da collezioni private, non musealizzati e quindi pressoché invisibili.

La prima sala, tematica, è dedicata alla genealogia, è un vero ritratto della famiglia Medici narrato attraverso un suggestivo cinema olografico.

Dalla famiglia al territorio: la stanza che segue racconta la nascita del granducato, le ville medicee, la flotta dei Cavalieri di Santo Stefano e un grande diorama illustra la famosa battaglia di Anghiari che “salvò” il Rinascimento.

Il museo continua poi in una grande sala dedicata al mecenatismo artistico, caratteristica peculiare della dinastia. Oltre alla galleria di pittura virtuale e una preziosissima collezione di monete originali dal XV al XVIII secolo, ritratti a incisione dei granduchi, qui si può ammirare una straordinaria scultura di Giovanni Battista Foggini ritraente Ferdinando II ed è particolarmente interessante l'installazione interattiva che consente di ascoltare la musica che accompagnava la vita dei Medici, dall'invenzione fiorentina dell'Opera a quella del pianoforte, che allora si chiamava “fortepiano”.

La sala seguente è invece dedicata al costume: le principesse medicee erano gli indiscussi arbitri del gusto! Inoltre, nello stesso ambiente si possono ammirare, tra le altre meraviglie, anche alcune statue per banchetti su modelli del Giambologna, realmente fuse nello zucchero.

L'ultima grande sala è dedicata alle scienze: i Medici fondarono la prima accademia scientifica al mondo e furono i più convinti sostenitori di Galileo Galilei. Nella stanza è conservata una collezione storica di animali imbalsamati, una serie di minerali e alambicchi legati all'alchimia, un modello del telescopio con il quale Galilei scoprì i pianeti medicei e persino un documento originale del papa che condannò l'astronomo pisano.

A tutto ciò si aggiunge, vero “gioiello” del museo, la piccola sala originariamente utilizzata come cappella palatina dallo Sforza Almeni, che conserva ancora oggi un prezioso soffitto affrescato del XVI secolo.

Infine, la "stanza del tesoro" dove è possibile ammirare la più fedele ricostruzione tridimensionale al mondo della corona granducale oggi perduta; la sala fu interamente affrescata nel XVIII secolo.

Prima dell'uscita, il visitatore transiterà in una sorta di “cantinetta” dove è possibile conoscere e acquistare i vini preferiti dei Medici, tutelati dallo specifico Bando emesso da Cosimo III già nel 1716.

 

Dopo il successo dell’ultima edizione, domenica 17 novembre torna l’appuntamento della Regione Lazio con la Giornata di apertura straordinaria delle Dimore storiche per offrire a tutti l’opportunità di visitare gratuitamente l’immenso patrimonio di dimore, ville, parchi e giardini storici del territorio, decine di luoghi di grande fascino e incanto che arricchiscono tutte le province del Lazio.

Con la Rete delle Dimore storiche, la Regione Lazio ha avviato un grande progetto di valorizzazione dello straordinario patrimonio storico, paesaggistico e architettonico dei propri territori per costruire e sviluppare un nuovo modello di turismo sostenibile e competitivo. Dal 2017, anno della sua nascita, la Rete continua ad allargarsi: ad oggi sono 137 i siti coinvolti tra castelli e complessi architettonici, monasteri, chiese e conventi, palazzi e dimore storiche, parchi e casali. Luoghi straordinari, capolavori dell’arte e dell’architettura spesso poco conosciuti dal pubblico.

“Un patrimonio di bellezza che la Regione Lazio sostiene non soltanto grazie allo stanziamento di importanti risorse per opere di recupero e manutenzione, ma anche attraverso progetti di promozione come le Giornate di apertura straordinaria delle Dimore Storiche, iniziativa che ha riscontrato sin da subito il favore del pubblico, facendo registrare nel corso dell’ultima apertura straordinaria, dal 25 al 28 aprile, ben 40.000 visitatori. Domenica 17 novembre sarà possibile visitare gratuitamente 70 siti nelle 5 province del Lazio, una ricchezza immensa a disposizione di cittadini e turisti”, spiega il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.

L’iniziativa è realizzata con il supporto di Lazio Innova e la collaborazione di I.R.Vi.T. – Istituto Regionale Ville Tuscolane, l’Associazione Dimore Storiche Italiane e l’Associazione Parchi e Giardini d’Italia.
Tra i nuovi siti aderenti alla rete delle Dimore Storiche del Lazio, domenica 17 saranno aperti al pubblico:

In provincia di Roma, il complesso di Villa Versaglia a Formello, fatto costruire nel 1665 dal Cardinale Flavio Chigi come residenza estiva, che comprende la villa principale, la torre, la cappella, il casino, gli alloggiamenti dei pastori e un magazzino per gli agrumi; il Forte San Gallo costruito intorno al 1501-1503 per volontà di Papa Alessandro VI e del figlio Cesare Borgia per difendere Nettuno, all'epoca considerata "granaio del Lazio", dagli attacchi da mare. Oggi l'edificio, di proprietà comunale, ospita convegni e mostre d'arte; il Castello Brancaccio di Roviano, nato per motivi difensivi, ampliato dai Colonna tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento e oggi sede del Museo della Civiltà Contadina Valle dell'Aniene; il Torrione risalente alla seconda metà del XV secolo e i Giardini, tipico esempio di modificazioni e risistemazioni urbane avvenute a partire dal XVI secolo (già Ruderi del Fortilizio Orsini) di Anguillara Sabazia;

in provincia di Frosinone la medioevale Casa Barnekow di Anagni caratterizzata da affreschi e lapidi a decorazione della sua facciata, un documento unico della simbologia alchemica ed esoterica;
in provincia di Latina il Castello Medievale di Itri che sorge sulla cima del colle sant'Angelo, lungo il percorso dell'antica via Appia;

in provincia di Viterbo Palazzo Farnese di Latera che fa parte del complesso edilizio comprendente anche la Chiesa di S. Clemente, il campanile e la sacrestia e alcuni ex uffici comunali; Palazzo Scoppola Iacopini di Montefiascone menzionato fin dalla prima metà del XVII secolo come stazione di posta per i viaggiatori che percorrevano la via Cassia dove, nel 1798, sostò anche Papa Pio VI durante il suo viaggio in Francia, la Chiesa di Santa Croce con un affresco di scuola umbro-senese della metà del XV secolo e il Palazzo Comunale costruito fra il 1552 e i primi del 700, entrambi a Valentano, e la Commenda dei Cavalieri dell’Ordine di Malta, la chiesa più antica della Tuscia il cui nucleo originario risale a prima del XIII secolo.

in provincia di Rieti, il Castello Pinci di Castel San Pietro, nel comune di Poggio Mirteto (di cui si hanno notizie storiche fin dagli inizi dell’anno 1000) i cui lavori di ampliamento del 1600 furono rappresentati da Caravaggio nell’unico suo paesaggio a noi pervenuto: lo sfondo del Sacrificio d’Isacco, oggi agli Uffizi; l’Abbazia di San Salvatore Maggiore a Concerviano, uno dei più antichi e suggestivi monumenti della provincia, prestigiosa testimonianza dell'Ordine Benedettino e l'incantevole Abbazia dei Santi Quirico e Giulitta a Micigliano, fondata sempre dai Benedettini nella prima metà del X secolo, che nel suo esterno esibisce ancora l'antico assetto fortificato con elementi di architettura romanica.

 Di seguito tutte le dimore storiche aperte il 17 novembre.

 A Roma saranno visitabili: il Casale delle Vignacce (dalle 10 alle 16), un edificio seicentesco costruito su una villa rustica romana; il Castrum Boccea (dalle 10 alle 13), uno dei più antichi castelli suburbani dell’area laziale; il Villino Spalletti Trivelli (viste guidate alle 11.30 e alle 13).

 Nella provincia di Roma, Anguillara Sabazia con il torrione e i giardini, già Palazzo Orsini (dalle 11 alle 17); Palazzo Chigi (dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18) e il Villino Volterra (dalle 10 alle 15 con una visita ogni 30 minuti) ad Ariccia; Rocca Colonna a Castel Nuovo di Porto (dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 17 alle 19); il maestoso Castello Theodoli di Ciciliano (dalle 10 alle 17 con una visita ogni 30 minuti); il Castello Abbaziale dei Monaci di San Paolo a Civitella San Paolo (dalle 10 alle 13 con una visita ogni 30 minuti); Villa Versaglia a Formello (con visite ogni ora dalle 10 alle 16); il Parco dell’Ombrellino e il Parco Monumentale di Villa Torlonia di Frascati; il Castello Colonna, il Ninfeo del Bramante e l’Acquedotto Rinascimentale del Parco degli Elcini di Genazzano (dalle 10 alle 12 e dalle 14.30 alle 18); Torre Flavia sulla spiaggia di Ladispoli; Castello del Gallo a Mandela (dalle 11 alle 15);  la Mola di Monte Gelato a Mazzano Romano (dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 17); l’antico borgo fantasma di Monterano (con visite ogni ora dalle 10 alle 17); Forte San Gallo a Nettuno (dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15.00 alle 19); il Palazzo Colonna-Marcucci di Olevano Romano (con visite alle 10, alle 13, alle 15 e alle 18); Palazzo Barberini a Palestrina (dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 16); Castello Savelli Torlonia a Palombara Sabina (dalle 10 alle 18); il Nucleo Aulico di Pomezia; la Villa del Cardinale a Rocca di Papa (dalle 11.30 alle 13.30); Castello Brancaccio, sede del Museo della civiltà contadina, di Roviano (dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18 con una visita ogni ora); la Casa Gotica di Tivoli (dalle 11 alle 18,30 con una visita ogni ora); il Palazzo Doria-Pamphilj di Valmontone (dalle 9.30 alle 13 e dalle 15.30 alle 19.30); il Castello Borghese di Vivaro Romano (dalle 9.30 alle 13 e dalle 15.15 alle 16.30); Palazzo Rospigliosi a Zagarolo (dalle 10.30 alle 12 e dalle 15.30 alle 18).

 L’I.R.Vi.T – Istituto Regionale Ville Tuscolane aderisce alla Giornata delle Dimore Storiche con Villa Falconieri a Frascati, dove sono in programma visite guidate gratuite alle Sale con dipinti dal XVI al XVIII secolo (ore 10 e 12, prenotazione sul sito internet) e Villa Torlonia parco pubblico della cittadina, aperto come consuetudine. Saranno visitabili, inoltre, Villa Mondragone a Monte Porzio Catone dove, alle 10.30, sarà presentato al pubblico il Fondo librario Devoti (in programma anche visite guidate gratuite con ingresso libero e senza prenotazione ogni ora a partire dalle 11.30 e alle 14) e Villa Grazioli a Grottaferrata con visite gratuite e senza prenotazione alle Sale affrescate e alla Galleria del Pannini (ogni mezz’ora dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 14 alle 15.30).

Nella provincia di Frosinone da segnalare: ad Anagni la Casa Madre della Congregazione delle Suore Cistercensi della carità (due visite alle 11.30 e alle 14.30), che è stata la casa-fortezza dei papi, Casa Barnekow (dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 20) e la Badia Santa Maria della Gloria (dalle 10 alle 13 con una visita ogni ora); Palazzo Visocchi ad Atina (dalle 11 alle 13 e dalle 15 alle 17); la Rocca Janula di Cassino (dalle 9.30 alle 18); la Casa Museo Ada e Giuseppe Marchetti (dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18) di Fumone; il Castello Succorte a Fontana Liri (dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 17); la Casa Lawrence di Picinisco (dalle 10 alle 22); il Complesso del Convento di san Francesco di Roccasecca (dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 16).

Nel territorio di Latina: a Cisterna di Latina il Giardino di Ninfa (dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16) con prenotazione obbligatoria e il Palazzo Caetani (dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 17.30); a Formia il Teatro Romano “Gliu’ Canciegl’” (dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18), il Cisternone Ipogeo (dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19), l’Area Archeologica del Porticciolo di Caposele (dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18), la Torre di Castellone (dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18); il Castello Medievale di Itri (dalle 10 alle 18.30); la Torre di Scauri (dalle 10 alle 13) e il Castello Ducale Caracciolo Carafa di Minturno (dalle 16 alle 19); il Castello delle Querce nel Parco dei Monti Aurunci; il Castello Caetani di Sermoneta (dalle 10 alle 11.30 e dalle 14 alle 15 su prenotazione).

Nella provincia di Rieti: l’Abbazia di San Salvatore Maggiore a Concerviano (dalle 11 alle 12.30), l’Abbazia SS. Quirico e Giulitta a Micigliano (dalle 11 alle 17); il Castello Pinci di Castel San Pietro, nel comune di Poggio Mirteto (dalle 11 alle 13 e dalle 15 alle 18) e il Castello Orsini a Montenero Sabino (dalle 10 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 17.30).

 Nella provincia di Viterbo: il Bosco Monumentale del Sasseto e Giardino Cahen d’Anvers ad Acquapendente (dalle 10.30 alle 14); la Ex Chiesa di San Sebastiano del XVI secolo a Canepina (con visite alle 9 alle 13 alle 16 e alle 21); l’Antica città di Castro a Ischia di Castro (con visite su richiesta); Palazzo Farnese a Latera (dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18); la Rocca dei Papi (dalle 9 alle 13 e dalle 14.30 alle 17.30) e il Palazzo Scoppola Iacopini (dalle 10 alle 16) di Montefiscone; il Parco di Villa Altieri di Oriolo Romano (dalle 9 alle 18); il Castello di Proceno (dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 14 alle 17); Villa Savorelli a Sutri (dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 16); Villa Bruschi Falgari a Tarquinia (dalle 10 alle 16); la Chiesa di Santa Croce e il Palazzo Comunale di Valentano (dalle 10 alle 13); il Castello Ruspoli (dalle 10 alle 13 e dalle 14.30 alle 17.00) e la Commenda dei Cavalieri dell’Ordine di Malta (dalle 11 alle 13) a Vignanello e il Giardino di Prato Giardino a Viterbo (dalle 8 alle 19).

Inaugura sabato 9 novembre alle 17.30 nelle sale al secondo piano di Palazzo Pigorini a Parma la mostra Emilio Scanavino. Genesi delle forme a cura di Cristina Casero ed Elisabetta Longari, realizzata in collaborazione con l’Archivio Emilio Scanavino e il sostegno del Comune di Parma. La rassegna offre una lettura inedita dell'opera di Emilio Scanavino (Genova, 1922–1986), artista che è stato protagonista della stagione italiana della pittura informale negli anni Cinquanta, aggiornando poi i suoi modi nei decenni seguenti lungo una traiettoria personale e coerente.

L'esposizione presenta – accanto a dipinti, ceramiche e sculture – più di cento fotografie scattate dallo stesso Scanavino, una produzione interessante e sostanzialmente inedita, conservata presso l'archivio dell'artista. Intorno a questo nucleo di immagini è costruita, con un taglio innovativo, la mostra, che chiarisce quindi come la pratica fotografica sia stata parte integrante, sin dalla fine degli anni Cinquanta, della ricerca dell'autore. Dal confronto tra gli scatti e la produzione artistica si evidenzia anche l'affermarsi di un differente modo di concepire l'immagine pittorica o scultorea da parte di Scanavino, che affermava «a me piace fotografare. Ma non cerco belle immagini, mi piace andare in giro e ritrarre lo scheletro della natura, certi buchi, certi solchi che i secoli hanno scavato nelle montagne. I detriti che si accumulano nei luoghi dove la nostra civiltà industriale raccoglie le sue scorie mi raccontano cose incredibili».

Nelle sue fotografie, infatti, Scanavino immortala brani di realtà - corde, innesti, insetti, muri, nodi, pietre -, tutti elementi che qui diventano forme primarie, archetipi, il cui senso va oltre il loro significato letterale. Come evidenzia una delle due curatrici, Elisabetta Longari, “la fotografia aiuta Scanavino a leggere con evidenza il carattere particolare della materia, ne capta la qualità, la struttura segreta”, e quindi il motivo per cui egli ricorre a questo strumento espressivo è “la conoscenza, la più profonda e diretta possibile. La fotografia in questo quadro si rivela un ottimo strumento d’indagine, l’obiettivo è un occhio ravvicinato cui non sfugge nulla, o comunque che sa cogliere ciò che l'occhio umano non afferra”. L'artista, dunque, assegna alla fotografia un ruolo fondamentale nel processo di genesi delle forme del suo immaginario, non fondato soltanto sulla sua invenzione, sulla sua immaginazione, ma capace di trarre forza anche da quella ricognizione sulla realtà che egli compie anche attraverso il mezzo fotografico.

Il fondamentale rapporto tra l'immagine fotografica e la produzione pittorica e scultorea di Scanavino, insieme all’analisi del linguaggio fotografico dell'autore, sono indagati nel catalogo della mostra, un volume edito da Magonza Editore, che presenta la produzione fotografica dell'autore, sinora poco conosciuta. I saggi delle due curatrici approfondiscono diversi aspetti: Cristina Casero si concentra più propriamente sull’analisi del linguaggio fotografico e sulle relazioni dell’artista con il clima culturale e il contesto espositivo a lui contemporaneo; Elisabetta Longari cerca, basandosi principalmente sui libri, come anche sui carteggi presenti nell’archivio del pittore, di tracciare una possibile mappa culturale del suo approccio alla fotografia e all’arte.

Emilio Scanavino (Genova, 1922 – Milano, 1986), conseguito il diploma artistico, nel 1942 si iscrive alla Facoltà di Architettura dell’Università di Milano, ma interrompe gli studi a seguito della chiamata alle armi. Nel 1947 Scanavino si reca per la prima volta a Parigi dove soggiorna qualche tempo e, accanto ai critici, incontra i poeti e gli artisti, Edouard Jaguer, Wols, Camille Bryen. L’esperienza parigina si rivelerà fondamentale nel suo percorso stilistico, in particolare per gli echi del postcubismo che assimila e interpreta in chiave personale fin dal 1948, quando espone alla Galleria l’Isola di Genova. Nel 1950 alla XXV Biennale di Venezia espone Soliloquio musicale e suscita l’attenzione della critica. Sarà invitato alla Biennale di Venezia anche nel 1954, nel 1958 e nel 1960 con una sala personale. Nel 1951, in occasione di una mostra personale alla londinese Galérie Apollinaire, trascorre un periodo a Londra, dove viene profondamente colpito dall’opera di Bacon, Sutherland e Matta. Dal 1968 lavora sempre di più a Calice Ligure, avendovi stabilito una comunità artistica, specialmente dedita alle attività artigianali e alla ceramica. Alla sua opera sono state dedicate mostre personali presso la Kunsthalle di Darmstadt (1973), Palazzo Grassi di Venezia (1973) e Palazzo Reale di Milano (1974).

La Galleria Borghese dedica in questo autunno a Roma una grande mostra monografica a Luigi Valadier, il più celebre orafo, argentiere e bronzista italiano del suo tempo.

Motivo ispiratore dell’esposizione, curata dalla direttrice Anna Coliva, è il profondo lega­me tra i Borghese e Valadier, di cui sono state riunite una novantina opere – sculture sacre e arredi liturgici, argenti profani, bronzi, arredi da tavola, metalli dorati con marmi e pietre dure, disegni – nelle sale del Museo, creando un’occa­sione unica e difficilmente ripetibile per conoscere e studiare la sua vastissima produzione. Luigi Valadier fu infatti un genius loci della Villa, tra le menti più brillanti e creative al servizio del principe Marcantonio e del progetto di ricon­figurazione dell’edificio affidato all’architetto Antonio Asprucci. Concesse da importanti istituzioni internazionali e da collezioni private, le opere in mostra costituiscono un insieme straordinario con casi di assolu­ta eccezionalità come le monumentali lampade d’argento per il santuario di Santiago de Compostela, partite da Roma nel 1764 e mai più rientrate prima di questa occasione né mai prestate in precedenza, che saranno esposte a una distanza molto ravvicinata rispetto alla loro posizione ordinaria. Anche l’im­ponente bronzo del San Giovanni Battista dal Battistero San Giovanni in Fonte al Laterano, restaurato in occasione della mostra, è esposto per la prima volta al di fuori della sua nicchia e visibile nelle sue parti usualmente nascoste.

Nel percorso espositivo sono presenti tutte le tipologie e le tecniche artisti­che con cui si è misurato il grande artista, e la varietà è illustrata da una grande quantità di oggetti per ciascuna tipologia. Si susseguono opere sacre come il servizio per pontificale del Cardinal Orsini da Muro Lucano e come le statue di santi dall’altare della cattedrale di Monreale; bronzi come le grandi riproduzio­ni di statue antiche realizzate da Valadier per sovrani e principi europei, prove­nienti dal Louvre; i preziosi oggetti di arredo, dai servizi da tavola agli orologi e ai bronzetti, fino al mirabile sostegno in marmi, bronzo e cristallo di rocca del cammeo di Augusto, eseguito per il Museo Sacro e Profano in Vaticano; le straordinarie invenzioni dei deser, trionfali centrotavola, come quello ordinato dal Balì di Breteuil e poi venduto a Caterina II di Russia, oggi a San Pietroburgo, o la ricostruzione del tempio di Iside a Pompei per Maria Carolina d’Austria, dal Museo di Capodimonte.

Una sezione importante è dedicata ai disegni, strumento fondamentale per comprendere l’evolversi del procedimento creativo di Valadier dall’ideazione alla realizzazione dell’opera. La sezione include il prezioso album della Pina­coteca Comunale di Faenza, che viene per la prima volta interamente catalo­gato e pubblicato in occasione della mostra, del quale è visibile una selezione di disegni attraverso riproduzioni digitali. I disegni offrono anche, spesso, la testimonianza di opere oggi disperse, ed è il caso del servizio in argento dorato realizzato per i Borghese, che vediamo qui riunito eccezionalmente nei pochi oggetti giunti fino a noi.

Luigi Valadier nasce nel 1726 da Andrea, argentiere francese stabilitosi po­chi anni prima a Roma, dove aveva raggiunto notevole fama. Erede nel 1759 dell’attività del padre, Luigi si afferma presto per l’innovazione della sua arte. Egli è l’interprete per eccellenza di quel momento cruciale del Settecento dal quale sono scaturiti i valori della modernità fondati sullo studio e sulla cono­scenza della civiltà antica squisitamente romana. Una conoscenza che Valadier trasmette come gusto, come diffusione evocativa dell’erudizione archeologi­ca, e che traduce quegli ideali di moralità e austerità propri al mondo antico e romano nella concretezza dei materiali di massima preziosità con cui esaudiva la richiesta di fasto abitativo dei nuovi committenti. Risalgono già al 1759 i primi lavori eseguiti per i Borghese: il rifacimento del­la cappella di famiglia in Santa Maria Maggiore e di quella del SS. Sacramento in Laterano. Da quel momento l’artista presta la sua opera per la famiglia per oltre un venticinquennio, fino alla sua morte avvenuta nel 1785.

Il lavoro di Valadier qualifica infatti le grandi imprese decorative e di rinno­vamento del Palazzo di città e della Palazzina presso Porta Pinciana volute dal principe Marcantonio IV Borghese. Il Museo custodisce capolavori dell’artista come l’Erma di Bacco e la coppia di Tavoli dodecagonali; suoi sono inoltre i pre­ziosi dettagli ornamentali che qualificano il camino della Sala XVI della Galle­ria e le quattro colonne in granito e bronzo dorato ora esposte nella Sala XIV. Se la committenza Borghese costituisce il filo conduttore dell’attività di ­Valadier, il rango e il numero dei committenti rivelano lo straordinario suc­cesso della sua carriera, evidenziando la vastità, l’originalità e l’impronta in­ternazionale della sua produzione, che la mostra rappresenta con splendide testimonianze. Oltre alle opere la mostra accoglierà due totem multimediali dedicati ai Luoghi di Luigi Valadier a Roma, attraverso i quali sarà possibile ripercorrere siti, chiese, palazzi e ambienti significativi per la vita, la produzione e la sto­ria dell’artista. Un invito a trasferire questo percorso virtuale nella realtà, per comprendere meglio quel Valadier romano, artista nella più splendida e mo­derna Villa di delizie della città eterna e allo stesso tempo regista di un gusto internazionale che da Roma partiva per diffondere uno stile ricercato e imitato in tutta Europa.

 

La Pala di San Marco è stata eseguita tra il 1438 e il 1443 per l’altare maggiore della chiesa di San Marco. Nel 1438 Cosimo e Lorenzo de’ Medici ottengono il patronato della cappella maggiore della chiesa, che decidono di rinnovare affidandosi all’opera di Michelozzo. Commissionano poi a Fra’ Angelico da Fiesole, per il nuovo altar maggiore – dedicato al santo titolare e ai santi Cosma e Damiano – una nuova e grandiosa tavola d’altare. La maestosa tavola doveva costituire il momento culminante della committenza medicea, a mostrare con magnificenza l’impegno profuso dai Medici per la chiesa e il convento di San Marco. 

In questa circostanza fu deciso di rimuovere il trittico di Lorenzo di Niccolò, firmato e datato 1402, che venne destinato al convento di San Domenico di Cortona, dove ancora oggi si trova. Commissionata dai due fratelli Cosimo e Lorenzo dei Medici, la vide ultimata il solo Cosimo: il fratello Lorenzo morì appena quarantacinquenne il 23 settembre 1440, e di ciò resta probabilmente traccia proprio nell'attitudine dei due santi protettori dei Medici: mentre Cosma guarda lo spettatore invitandolo con il gesto della mano ad ammirare con devozione la scena, Damiano è di spalle, prostrato per invocare la misericordia divina e l'intercessione di Maria. La pala venne completata prima dell'Epifania del 1443, quando la chiesa e l'altare maggiore furono consacrati alla presenza del papa Eugenio IV e di tutto il collegio cardinalizio. La Pala di San Marco era una complessa macchina lignea che si elevava sull’altare a circa tre metri e mezzo di altezza ed era formata da almeno ventisei dipinti, tra santi dei pilastrini, scomparti della predella e la pala centrale vera e propria. Se ne sono conservati diciotto, collocati in nove musei diversi. La tavola centrale, quadrata, era incastonata fra alti pilastri decorati di tavolette con santi, solidamente impiantata sulla predella a gradino, con otto storie dei santi Cosma e Damiano. 

La composizione della tavola centrale raffigura una Sacra Conversazione, al cui centro si trovano la Madonna col Bambino in trono fra otto angeli e otto santi. Davanti al trono, situato su un basamento con due scalini d’accesso, gli angeli e i santi sono suddivisi in due gruppi. Si possono riconoscere da sinistra san Lorenzo, che saluta il fedele che si avvicina all’altare con la mano alzata, (è il protettore di Lorenzo, fratello di Cosimo), san Giovanni Evangelista (protettore di Giovanni di Bicci, padre di Cosimo), san Marco, cui è dedicata la chiesa, che mostra il suo vangelo a Giovanni. Dall’altra parte del trono, san Domenico, il fondatore dell’Ordine, che guarda Francesco d’Assisi, il quale a sua volta, insieme a san Pietro martire, si rivolge alla Vergine e al Bambino. Nella predella si snoda il vivace racconto della vita dei santi Cosma e Damiano. Il Museo di San Marco conserva solo due scomparti degli otto che componevano la predella. Le possibili ricostruzioni dell’aspetto finale della complessa macchina sono numerose e spesso attendibili, ma a oggi è estremamente difficile immaginare con certezza l’aspetto complessivo della pala, dopo il suo smembramento e la perdita della carpenteria che la articolava e la racchiudeva. L’attuale struttura di allestimento museale non intende proporre alcuna ipotesi ricostruttiva. 

“Col ritorno della Pala di San Marco nella Sala dell’Ospizio" dichiara il Direttore del Polo Museale della Toscana Stefano Casciu, si ricostituisce al completo nel Museo di San Marco quell’insieme unico al mondo di opere su tavola del Beato Angelico che, insieme coi suoi affreschi realizzati per il convento domenicano, ed in particolare quelli celeberrimi delle celle, rende questo museo tra i più affascinanti ed amati di Firenze. La Pala di San Marco è un testo fondante della pittura del Rinascimento fiorentino. Lo splendido restauro realizzato dall’Opificio delle Pietre Dure ha riportato i suoi valori spaziali e lo splendore delle superfici pittoriche e delle mirabolanti dorature ai massimi livelli possibili, considerati i gravi danni subiti nel passato. Un ritorno che contribuisce in modo speciale alle celebrazioni dei 150 anni della fondazione del Museo.” " Il restauro della Pala di San Marco - afferma il Soprintendente dell'OPD Marco Ciatti - ha costituito una sfida complessa per la gravità dei problemi conservativi presenti sia nel supporto ligneo, sia sulla superficie pittorica. E' stato perciò affrontato e risolto come un progetto di ricerca con soluzioni innovative per entrambi gli aspetti, così da consentirci di conseguire non solo il restauro dell'opera, ma anche di avere messo a punto nuove metodiche di intervento. 

Secondo la volontà di disseminazione propria dell'OPD è previsto un volume di studi nella nostra collana che uscirà nella prossima primavera." Al termine della presentazione una nuova ottima notizia per il Museo di San Marco: Stefano Casciu e Simonetta Brandolini D'Adda hanno annunciato che i Friends of Florence finanzieranno il restauro di un'altra opera del Museo e i lavori per il nuovo completo allestimento della Sala dell'Ospizio, attesi da tempo. La Sala, con il ritorno del Giudizio Universale e della Pala di San Marco, presenta oggi tutte le sue preziose e celebri opere nuovamente riunite, eccezionalmente affiancate dall' "illustre ospite" del Museo del Prado, l’Annunciazione di Robert Campin in dialogo con l'Annunciazione del tabernacolo del Beato Angelico. Le iniziative per i 150 anni del Museo proseguiranno a fine ottobre con un'inedita installazione di arte contemporanea in alcune delle celle più celebri e significative del museo. 

 

 

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