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Lunedì, 01 Maggio 2017

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Inaugurata ieri sera al Teatro Naselli di Comiso la seconda tappa della collettiva d’arte “Oblivion”, organizzata dall’associazione culturale MPGArt di Vittoria e curata da Melissan Gurrieri e Giovanna La Cava, che nelle scorse settimane era stata allestita all’Antica Centrale Elettrica di Vittoria. “Oblivion” racconta l’arte della dimenticanza attraverso le opere di 38 artisti di tutto il mondo, scegliendo diverse espressioni che parlano il linguaggio comune della bellezza e dell’interiorità.

L’arte che si collega alla sfera privata divenendo occasione di rinascita spirituale, un oblio che riporta ai sentimenti veri e alle emozioni ripercorrendo con questa mostra percorsi che collegano esteriorità e intimità.

Una missione che “Oblivion” fa anche attraverso la narrazione, con la presentazione del libro “Trilogia dell’Altrove”, opera prima dell’avvocato palermitano Marco Ricca, domani, domenica 30 aprile, alle 19.00. Tre racconti che stupiranno il lettore, il cui filo rosso è il tema del viaggio: catartico, reale, onirico, di ritorno, persino mistico. Un’opera che unisce la prosa lirica ad una fitta descrizione, per una narrazione che non segue un ritmo costante: ora più calma, ora più incisiva, la lettura offre una continua sorpresa al lettore, spinto, come si legge nell’introduzione curata da Marika Usenza, ad “aguzzare l'ingegno per mettere insieme pezzi di un mosaico senza indugiare nell'ammirazione della singola tessera”.

Una trilogia dal genere letterario misto, un romanzo in cui il motivo dell'investigazione, della ricerca si intreccia con quello psicologico, per un doppio momento di scrittura: quello lirico, poetico, delle parti riflessive che fermano il tempo del racconto e quello portante della narrazione, per un genere letterario misto in cui il motivo dell'investigazione, della ricerca si intreccia con il romanzo psicologico.

Fra i diversi personaggi un ruolo determinante ha la figura della guida, quasi sostitutiva a quella genitoriale, che traluce in alcuni personaggi, come il professore Martorana e Teodoro Claude. E poi c’è la “madre”, archetipo che ritorna sotto varie vesti: ora è la terra natale, ora è la natura, ora è l'arte stessa. Essenziali poi in tutto il percorso le ricche descrizioni di tutto ciò che compone le pagine del libro, i paesaggi, i personaggi, gli stessi oggetti che accolgono nel loro mondo surreale il lettore, per un appuntamento con la letteratura che è anche percorso di introspezione.

Gli artisti che espongono all’interno della collettiva sono: Salvo Barone, Arturo Barbante, Sandro Bracchitta, Momò Calascibetta, Carmelo Candiano, Salvo Catania Zingali, Bartolomeo Conciauro, Naire Feo, Sergio Fiorentino, Giovanna Gennaro, Franco Iacono, Paolo Greco, Sebastiano Messina, Fabio Modica, Michele Nigro, Alida Pardo, Giuseppe Pizzenti, Francesco Rinzivillo, Piero Roccasalvo Rub e Giovanni Stella, Anita Le Sech, Ay Bm, Dariusz Romanowski, Fiorenza Gurrieri, Giovanna Giaquinta, Irene Pouliassi, Jason B Bernard, Luca Scarpa, Marco Lando, Margarita Henriksson, Natasha Van Budman, Rebecca Key, Sarbast Ahmad Mustafa, Sara Spizzichino, Sara Vacchi, Simon Kloss, Sthephanie Mercedes e Victor Alaluf. L’iniziativa gode del patrocinio del Libero consorzio comunale (già Provincia regionale di Ragusa), del Comune di Comiso, del Comune di Vittoria, e del supporto di Siriac, M.P. Trade, Marimaserre, C.F. Farruggio, Nuova Sud Imballaggi.

Dall’8 aprile al 18 giugno 2017, i Musei di Palazzo dei Pio di Carpi ospitano la mostra Alla corte del Re di Francia che indaga lo stretto rapporto, non solo politico, che, agli inizi del Cinquecento, s’instaurò tra Alberto Pio, signore di Carpi e i re francesi Luigi XII e Francesco I.

L’esposizione, curata da Manuela Rossi, oltre a ricostruire, attraverso documenti e lettere, la vicenda storica e politica intercorsa tra le due corti, presenterà una serie di quaranta tra dipinti, disegni, sculture, boiserie e molto altro, in grado di dare conto degli apporti culturali e artistici che artisti quali Riccardo da Carpi, Francesco Donella, i Cibelli e le maestranze carpigiane seppero portare ai cantieri della cattedrale fortezza di Albi e dei castelli di Fontainebleau e Gaillon e allo sviluppo del Rinascimento francese.

 

La rassegna, ideata e prodotta dal Comune di Carpi – Musei di Palazzo dei Pio, col contributo di BPER - Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Blumarine, Fondazione Cassa Risparmio di Carpi, CMB, Assicoop-Unipol Assicurazioni, si svolge su un unico binario di andata e ritorno tra l’Emilia Romagna e la Francia; si tratta di un viaggio che conduce a scambi reciproci di modelli e forme, dalla Francia a Carpi e da Carpi alla Francia, lungo un intero trentennio, che inizia nel 1505, ovvero con la prima missione diplomatica di Alberto Pio, come ambasciatore del duca di Mantova, e che si conclude con l’esilio francese del Pio dopo il 1527 e la sua morte nel gennaio del 1531 a Parigi, nella casa di rue Saint-Antoine.

 

Il percorso espositivo che si compone per capitoli narrativi tra di loro autonomi, inizia con una galleria di ritratti dei principali protagonisti di questa vicenda. Dipinti, medaglie, preziose scatole in cuoio, provenienti dai Musei civici di Pavia, dal Louvre e dal Musée di Ecouen riconsegnano ai visitatori le sembianze di Alberto Pio, di Luigi XII e della moglie Anna di Bretagna, di Francesco I e di Charles II d’Amboise che, durante il dominio francese in nord Italia, invitò Leonardo da Vinci a Milano.

 

Quindi si analizza il viaggio delle maestranze e degli artisti carpigiani che, tra 1505 e 1508, partirono alla volta della Francia, al seguito di Alberto Pio. Si tratta, in particolare, di un intagliatore, Riccardo da Carpi, che realizza nel castello di Gaillon (Bassa Normandia) le boiserie della cappella alta e di un’equipe di pittori guidati da Francesco Donella “de Carpo” che decorano la cattedrale di Santa Cecilia ad Albi, nel sud ovest della Francia, con uno spettacolare ciclo di affreschi.

 

Negli stessi anni, a Parigi, nella colonia di intagliatori italiani che vivono a Saint Germain des Prés, i documenti restituiscono nomi di artisti di origine carpigiana. Tra questi vi è sicuramente Gasparo Cibelli, che da Parigi nel 1515 invia la statua della Madonna Assunta per la Collegiata - ora conservata nella Cattedrale di Carpi - e che lascia in Francia un nipote, Francesco Scibec da Carpi che si ritrova come chef menuisier per le boiserie e i soffitti lignei dell’ala di Francesco I a Fontainebleau.

 

Palazzo dei Pio non si presenta solo come il contenitore della mostra, ma diventa esso stesso contenuto dei temi trattati. Qui, infatti, si potrà visitare l’appartamento “francese” decorato con un ciclo pittorico che omaggiava i potenti alleati francesi (e milanesi) del signore di Carpi, in vista del soggiorno di Charles d’Amboise: la sala dei Cervi, la Camera dei Re (o degli Stemmi), la sala dei Gigli costituiscono un unicum nella residenza del Pio.

 

L’esposizione si chiude con la sezione che ripercorre gli anni successivi al 1527 quando, Alberto Pio perduta Carpi, passata agli Estensi, a causa della sconfitta dei suoi alleati francesi nella battaglia di Pavia, fuggì in Francia, ospite del re Francesco I.

A Parigi, Alberto coltivò i suoi studi e acquisì un ruolo importantissimo nell’accogliere gli artisti italiani che lavoreranno a Fontainebleau, tra cui il carpigiano Scibec e Giovan Francesco Rustici che, nel 1535, realizzerà il monumento funebre in bronzo di Alberto Pio, oggi al Museo del Louvre. Questa sezione è dedicata all’intervento di Francesco Scibec da Carpi a Fontainebleau, con la realizzazione delle boiserie della galleria di Francesco I, e ai disegni di Rosso Fiorentino, del Primaticcio e di Nicolò dell’Abate.

Per la prima volta in terra marchigiana, l’esposizione presenta 24 opere realizzate da due tra i più riconosciuti maestri della scultura ceramica contemporanea.

La rassegna riveste un importante significato di rinascita culturale e artistica della regione: inizialmente prevista per novembre scorso, era stata rimandata a causa dei terribili eventi sismici.

Cosi dal 25 marzo al 24 settembre 2017, la Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno, ospita la mostra Bertozzi & Casoni. Minimi Avanzi, che presenta 24 opere di diversi formati, realizzate dai due dei più importanti e riconosciuti maestri della scultura ceramica contemporanea, cui si aggiunge un’installazione inedita di grandi dimensioni, creata appositamente per gli spazi del museo, che dialogherà con i suoi luoghi ricchi di storia e con i capolavori d’arte antica in esso conservati.La rassegna, curata da Stefano Papetti, Elisa Mori, Giorgia Berardinelli e Silvia Bartolini, è la prima personale del duo in terra marchigiana, riveste inoltre un importante significato di rinascita culturale e turistica per tutta la regione. 

Prevista originariamente per lo scorso 26 novembre, l’inaugurazione dovette subire uno spostamento a causa dei terribili eventi sismici che colpirono le Marche e in particolare le province di Ascoli Piceno e Macerata. A quattro mesi di distanza, l’esposizione si ripresenta ora con lo stesso progetto espositivo. Bertozzi & Casoni. Minimi Avanzi affronta alcuni temi cari ai due artisti, primo fra tutti, quello del cibo in tutte le sue declinazioni - avanzi di banchetti, rifiuti, lattine, rimasugli, pattumiere -, oltre a fiori, farfalle, animali, giornali, ed elementi della vita quotidiana che, sapientemente smembrati e riassemblati, compongono le insolite nature morte realizzate in ceramica policroma che li hanno resi celebri. 
Un ulteriore collegamento con il territorio è dato dal fatto che il capoluogo marchigiano vanta una lunga e importante tradizione con quell’arte ceramica che Bertozzi & Casoni hanno saputo reinterpretare all’interno del panorama dell’arte contemporanea: la ceramica policroma, infatti, costituisce il loro medium privilegiato per garantire una riproduzione che il più delle volte supera la realtà, mentre l’immaginario pesca nel quotidiano, tra oggetti che vengono recuperati giusto nel momento in cui diventano scarti, rifiuti, con evidente riferimento alla società dei consumi.

Ne risultano opere costantemente in bilico tra surrealismo compositivo e iperrealismo formale, in cui la vanitas e la caducità del mondo organico si collegano a quei sentimenti di disgusto e orrore che proiettano il pubblico nel mondo dell’usa e getta e della futilità del materialismo moderno; ma attraverso la ceramica Bertozzi & Casoni restituiscono agli oggetti nuova esistenza, donando loro una sorta di nuova vita “eterna”. Essi, infatti, sottratti alla deperibilità, acquisiscono una nuova valenza che è quella della godibilità estetica.

Lo spettatore, dunque, di fronte ai rifiuti della società trasformati in mirabolanti sculture, che difficilmente è possibile cogliere per intero ad un primo sguardo, ne scopre l’orrore e la bellezza, ed è sollecitato a più riprese, tra lo stupore e il turbamento, a indugiare nell’osservazione dei minimi particolari lasciandosi sedurre da opere in cui si fondono passato e presente, artificio e realtà.La mostra è accompagnata da un catalogo stampato da Artelito (Camerino), curato da Stefano Papetti, Elisa Mori, Giorgia Berardinelli, Silvia Bartolini, con un testo di Marco Senaldi. Bertozzi & Casoni. Minimi Avanzi nasce da un’idea dell’Associazione culturale Verticale d’Arte ed è promossa e organizzata da quest’ultima in collaborazione con i Musei Civici di Ascoli Piceno, col patrocinio del MiBACT - Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, della Regione Marche, della Provincia di Ascoli Piceno, del Comune di Ascoli Piceno, dell’Associazione Italiana Città della Ceramica, della Fondazione Marche Cultura, di Marche Social Media Team.

Bertozzi & Casoni è una società fondata nel 1980 a Imola da Giampaolo Bertozzi (Borgo Tossignano, Bologna, 1957) e da Stefano Dal Monte Casoni (Lugo di Romagna, Ravenna, 1961). 

La loro prima formazione artistica avviene all'Istituto Statale d'Arte per la Ceramica di Faenza in un clima dominato da un post-informale “freddo” allora in voga. Di maggiore interesse, per loro, sono invece le sculture figurative di Angelo Biancini, con il quale Bertozzi collabora nello studio all'interno della scuola, l'arte decorativa di Gianna Boschi e il radicalismo concettuale di Alfonso Leoni. 

Appena terminati gli studi, Bertozzi e Casoni frequentano l'Accademia di Belle Arti di Bologna, fondano una società e partecipano alle manifestazioni che tentano di mettere a fuoco i protagonisti e le ragioni di una “nuova ceramica”.

Abilità esecutiva e distaccata ironia caratterizzano già le loro prime creazioni in sottile maiolica policroma. Importante è la collaborazione (1985-1990) con la Cooperativa Ceramica di Imola dove lavorano come ricercatori nel Centro Sperimentazioni e Ricerche sulla Ceramica. Nel 1987 e 1988 collaborano con “K International Ceramics Magazine” di cui realizzano anche le immagini di copertina. Negli anni Ottanta il virtuosismo esecutivo raggiunge nuovi apici tra opere scultoree, intersezioni con il design e realizzazioni di opere di affermati artisti italiani ed europei: Arman e Alessandro Mendini, tra gli altri.

Nel 1990 creano fontane e grandi sculture per un intervento urbano a Tama, un nuovo quartiere di Tokyo. Del 1993 è il grande pannello Ditelo con i fiori collocato su una parete esterna dell'Ospedale Civile di Imola. Negli anni Novanta emerge nel loro lavoro un aspetto maggiormente concettuale e radicale: la ceramica assume dimensioni sempre maggiori fino a sconfinare nell'iperbole linguistica e realizzativa. 

La critica e le più importanti gallerie d'arte nazionali e internazionali si interessano al loro lavoro. Le loro sculture - simboliche, irridenti e pervase da sensi di attrazione nei confronti di quanto è caduco, transitorio, peribile e in disfacimento - sono diventate icone internazionalmente riconosciute di una, non solo contemporanea, condizione umana. L'ironia corrosiva delle loro opere è sempre controbilanciata da un inossidabile perfezionismo esecutivo. Tra surrealismo compositivo e iperrealismo formale, Bertozzi e Casoni indagano i rifiuti della società contemporanea non escludendo quelli culturali: da quelli del passato a quelli delle tendenze artistiche più vicine. Icone quali la Brillo box passata al vaglio della Pop Art o le lattine di Merda d'artista di Piero Manzoni trovano, in una raffinata versione ceramica che ne indaga l'obsolescenza e il degrado, sia i segni di un tempo irrimediabilmente trascorso sia un congelamento in assetti che, per converso, li affidano a destini davvero immortali. 

Dal 2000, Bertozzi e Casoni abbandonano l'uso della maiolica per privilegiare, in una sorta di epopea del trash, una più ampia serie di tecniche e di materiali ceramici di derivazione industriale, variandone i processi e le composizioni.

La fisica presenza degli oggetti e delle figure messi in rappresentazione attrae per complessità ideativa ed ellittici riferimenti, la suggestione aumenta con la scoperta del materiale utilizzato e della perfetta mimesi raggiunta e, infine, emergono le implicazioni formali, anche pittoriche, di opere prepotentemente figurative ma, in fondo, concettuali e astratte. Una versione contemporanea del tema della vanitas che ha visto grandi maestri del passato comprimere nello spazio di una tela fulgidi fiori, frutta, cibi e simbolici animali. Allusioni a una impermanenza (memento mori) che Bertozzi e Casoni, maestri del dubbio e del “forse” ribaltano in una ricerca di bellezza; una bellezza rinvenibile anche nell’oggetto più negletto e martoriato. Virtù di un’arte che, con ironia, “rifacendo” nobilita. 

Tra le preziose opere custodite spiccano per importanza il Piviale del XIII secolo, di manifattura inglese, donato nel 1288 al Duomo di Ascoli da Papa Niccolò IV, i dipinti di Carlo Crivelli (i due trittici di Valle Castellana XV sec.), Cola dell’Amatrice (La salita al Calvario,1527), Tiziano (San Francesco riceve le stigmate, XVI sec.), Guido Reni (Annunciazione, 1575), Strozzi, De Ferrari, Magnasco, Mancini, Morelli, Palizzi e Pellizza da Volpedo (Passeggiata amorosa, 1901). Le opere sono ambientate in splendide sale, ammobiliate con rare consolles, poltrone, specchiere e cassettoni del XVIII e XIX secolo che, con i preziosi tendaggi e i lampadari di Murano, ricreano l’atmosfera e la suggestione di un palazzo aristocratico.

Il Cristo di Michelangelo, la meravigliosa scultura lignea che l’artista scolpì come segno di gratitudine per gli Agostiniani che lo avevano ospitato fra la primavera del 1493 e l’autunno del 1494, da ora in poi sarà visibile in Santo Spirito al centro della sagrestia.

L’operazione è stata realizzata grazie al contributo della Fondazione non profit Friends of Florence, con il nulla-osta della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato e con la supervisione tecnica dell’Opificio delle Pietre Dure.

“Siamo felici di contribuire alla valorizzazione del Crocifisso di Michelangelo e al miglioramento della fruizione della sagrestia di Santo Spirito - Così sottolinea Simonetta Brandolini d’Adda Presidente di Friends of Florence - La nostra attenzione all’artista è da sempre alta, molti dei nostri donatori hanno a cuore la conservazione delle sue opere e questa sensibilità non fa che alimentare il lavoro di tutela e valorizzazione dell’arte del grande maestro che sosteniamo da anni con progetti importanti e manutenzione costante alla Galleria dell’Accademia e recentemente anche a Casa Buonarroti. Il quartiere di Santo Spirito, con la sua straordinaria basilica, rappresenta per noi un luogo amico da proteggere e da far vivere nel rispetto della comunità dell’Oltrarno e delle tante opere d’arte che vi si trovano. Il nostro impegno nella Chiesa di Santo Spirito è iniziato con il restauro della Pala Nerli di Filippino Lippi e poi continuato con l’Annunciazione di Pietro del Donzello. 

Adesso siamo entrati in Sacrestia, nella Cappella Barbadori, per rendere ancora più fruibile questo Cristo così sereno e sublime, opera di Michelangelo giovanissimo. Un progetto che ha suscitato l’interesse di tanti nostri donatori che vivono in tutto il mondo e che hanno scelto di partecipare con le loro donazioni al sostegno di uno dei capolavori di questo mirabile artista. Dal 1998 Friends of Florence lavora a fianco delle istituzioni e degli enti per far si che questo importante patrimonio, possa essere salvaguardato per il futuro. Perciò ringrazio a nome di tutta la nostra fondazione Padre Giuseppe Pagano, energetico priore di Santo Spirito, che si è prodigato affinché questo progetto si realizzasse, il Dott. Andrea Pessina, Direttore della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato,  il Dott.  Daniele Rapino funzionario della medesima Soprintendenza per il quartiere di Santo Spirito, L’Opificio delle Pietre Dure nelle persone di Laura Speranza, Direttrice del settore restauro scultura lignea e policroma e il restauratore Peter Stiberc per la supervisione tecnica, l’Ing. Leonardo Paolini e l’Arch. Luigi Cuppellini per il progetto e la consulenza e la ditta Arteria per le operazioni di movimentazione dell’opera.”

Il Crocifisso di Michelangelo posto oggi al centro della sacrestia della chiesa di  S. Spirito, capolavoro dell’architettura rinascimentale voluto da Lorenzo il Magnifico e progettato da Giuliano da Sangallo richiamando nella pianta ottagonale la  sacralità del Battistero fiorentino, magnifica ulteriormente la potenza espressiva della scultura e consente al visitatore di apprezzare i multiformi punti di vista che essa offre - Spiega il Dott. Daniele Rapino Funzionario della Soprintendenza per il quartiere di Santo Spirito che così ha continuato - Nel contempo la scelta della nuova collocazione permette la visione dell’opera dalla chiesa, recuperando il dialogo con la stessa per la quale era stata concepita.

La comunità agostiniana di Santo Spirito, dopo un lungo e attento discernimento, ha accolto di buon grado l'idea di poter collocare il Crocifisso di Michelangelo al centro della Sacrestia del Sangallo perché i visitatori possano, oltre che ammirarne la bellezza scultorea, fermarsi a contemplare con più incisività il messaggio dell'artista: la vittoria della vita sulla morte, dando speranza alle negatività del mondo. Se, come diceva Sant'Agostino, Cristo è bello anche sulla croce, ciò esprime la grande forza della VITA. – Ha spiegato Padre Giuseppe Pagano, Priore di Santo Spirito che prosegue sottolineando - la maggiore visibilità di questa opera, inserita in un percorso che può far entrare i visitatori dentro un luogo che per secoli ha accolto e si è aperto alle grandi menti del periodo dell'Umanesimo, può far ben sperare che ancora oggi possa esprimere la forza di un pensiero e di una spiritualità come quella agostiniana che desidera e può ancora dire tanto all'uomo moderno. Per questo non si tratta solo di accogliere per far visitare in modo "arido", ma di dare ancora oggi dei contenuti che possano nutrire la mente ed il cuore.

Promotori:

Comunità Agostiniana di Santo Spirito

Donatori:

Fondazione non profit Friends of Florence

Autorizzazione e Alta Sorveglianza alle operazioni di movimentazione e valorizzazione:

Dott. Andrea Pessina Direttore Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato

Dott. Daniele Rapino Rapino funzionario Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato

Progetto:

Ing. Leonardo Paolini

Consulenza all’allestimento:

Arch. Luigi Cuppellini

Supervisione tecnica:

Laura Speranza Direttore Settore restauro scultura lignea policroma Opificio delle Pietre Dure di Firenze

Peter Hans Stiberc Assistente tecnico settore restauro scultura lignea policroma Opificio delle Pietre Dure di Firenze 

Movimentazione:

Arteria srl

Documentazione fotografica:

 

 

Albino Todeschini

Nato nel 1978 sull’isola di Chios, in Grecia, Stratis Vogiatzis ha studiato Economia e Scienze politiche all’Università di Salonicco e Antropologia Sociale ad Amsterdam, dove si è laureato con una tesi sull’infanzia e la violenza politica. Ha lavorato come insegnante in Palestina, come educatore nelle comunità zingare alla periferia di Salonicco e come ricercatore per una ONG di Nuova Delhi. Come fotografo freelance ha realizzato lavori commissionati in vari Paesi del mondo, tra cui Turchia, India, Vietnam, Tanzania, Kosovo, Marocco, Messico e Iran.

Dal 2005 ha deciso di dedicarsi a progetti sociali a lungo-termine. Dopo la sua partecipazione alla Photo Biennale di Salonicco nel 2010 il suo lavoro è stato presentato in una serie di mostre in giro per il mondo (New York, Washington DC, Istanbul, Torino, Trieste, Parigi, Stoccolma). Nel 2011 ha cominciato a produrre film documentari con i quali ha partecipato a vari festival internazionali.  Attualmente lavora alla realizzazione del Caravan Project, un viaggio a bordo di un camper nelle aree più remote della Grecia con lo scopo di documentare e svelare personaggi e storie personali di un mondo che sta scomparendo (www.caravanproject). Nel 2014 è stato selezionato trai i 24 artisti che hanno rappresentato la Grecia alla grande mostra Nautilus, organizzata al Bozar di Bruxelles in occasione dell’apertura del semestre di Presidenza Greca all’UE.

Il fotografo greco Stratis Vogiatzis è un artista di talento, un giovane appassionato, un sognatore, dedito alla sua arte e determinato a lottare per i valori in cui crede. Le sue opere vengono presentate per la prima volta a Milano dalla Fondazione Ellenica di Cultura e da COCO-MAT, azienda innovativa greca, che ospiterà presso il suo showroom milanese 15 fotografie della collezione Inner World – Memorie Sospese. Un progetto fotografico realizzato tra il 2007 e il 2010 nei Villaggi del mastice dell’isola di Chios.

Dopo aver lavorato in diversi paesi del mondo, Stratis Vogiatzis torna alla sua amata terra e rivisita i luoghi della sua infanzia. Con la macchina fotografica cattura un pezzo della cultura popolare dell’Egeo, scopre e ci rivela il mondo nascosto dei cosiddetti “Mastihohoria” di Chios: 24 borghi medievali che sono diventati ricchi e famosi grazie alla coltivazione di un piccolo albero che “lacrima” una resina profumata, ampiamente utilizzata dal 14° secolo. Ma, in epoca recente, il commercio del mastice perde la sua importanza, gli abitanti migrano e interi villaggi rimangono vuoti. Case, bar, negozi, cantine, scuole diventano luoghi dimenticati di una cultura popolare, luoghi sospesi nel tempo e nella memoria collettiva. Stratis usa la sua sensibilità e il suo talento per esplorarli senza invadenza; coglie l'anima delle persone che li hanno popolati, intuisce il senso della loro vita, gestisce magistralmente la luce, le ombre, il vento, i profumi della sua patria. Col rispetto di un pellegrino il fotografo entra nei luoghi abbandonati e racconta i loro “paesaggi interiori”.  

La figura umana è completamente assente negli scatti, ma dietro ogni assenza si avverte una presenza forte: oggetti abbandonati, tracce evidenti di semplice vita quotidiana, segni indelebili che tradiscono abitudini e raccontano tradizioni, cose lasciate come se all’improvviso qualcuno potesse tornare... La polvere che li ricopre è un monito all’effimera condizione dell’esistenza. Le immagini sono sobrie ed essenziali, mai pretenziose, quasi dipinti popolari, dai colori sgargianti e con dettagli così sorprendenti da creare un’intensa atmosfera emotiva. Sono scenari al limite tra memoria e realtà, che diventano testimonianze di un passato recente, un documento storico di vita vissuta e nello stesso tempo l’introspezione dell’artista nella propria identità

Lungo i secoli la produzione e il monopolio della Mastiha ha avuto un ruolo fondamentale allo sviluppo e l’economia dell’isola di Chios. Intorno alla coltivazione di circa due milioni di arbusti, sono nati, nel sud dell’isola, 24 insediamenti, i cosiddetti Mastihohoria. La creazione degli insediamenti risale al periodo bizantino, ma durante il dominio Genovese hanno preso la loro forma definitiva. Si tratta di villaggi fortificati, costruiti lontano dal mare, per proteggere gli abitanti dalle incursioni dei pirati che infestavano l'Egeo durante il Medioevo. I Mastihohoria fanno parte del patrimonio culturale della Grecia e sono: Agios Georgios, Armolia, Vavyloi, Vessa, Vouno, Elata, Exo Didyma, Tholopotami, Thymiana, Kalamoti, Kallimasia, Kataraktis, Koini, Lithi, Mesa Didyma, Mesta, Myrmingi, Nenita, Nehori, Olympi, Pagida, Patrikia, Pyrgi e Flatsia.

La pianta della Mastiha è un arbusto (Pistacia lentiscus) dal tronco grigio, rigoglioso e sempreverde. Come pianta fa parte della macchia mediterranea ma solo sull'isola di Chios, e in particolare nella parte sud, viene coltivata una speciale varietà dell’albero, il mastihodendro, dal quale si estrae la resina naturale profumata. Il sole, le precipitazioni minime e il terreno calcareo creano una magica combinazione, un ambiente singolare dove fiorisce questa unica specie vegetale. Molti tentativi sono stati fatti per impiantare il mastihodendro in altre parti del mondo, ma senza successo. La resina si ottiene con il “ricamo”, l’incisione con uno strumento appuntito che fa lacrimare l’albero. Le lacrime cristallizzate pulite e lavate sono il prodotto prezioso e profumato che ha fatto la fortuna dell’isola.

La Mastiha di Chios è conosciuta dai tempi antichi, sia per il particolare aroma, sia per le sue proprietà medicinali e curative. Gli antichi Egizi la usavano per l’imbalsamazione dei morti. I medici greci e romani come Ippocrate, Galeno e Dioscurides, conoscevano i suoi benefici sulla salute. E grandi storici come Erodoto, Diodoro il Siculo e Plinio, ne citano i diversi modi d’uso nel mondo antico. Le donne dell’aristocrazia romana usavano stuzzicadenti in legno di Mastiha per tenere l’alito fresco, mente gli imperatori romani ne aromatizzavano il vino. Durante il periodo Bizantino questo prodotto divenne uno dei generi di esportazione di lusso che portava ingenti somme nelle casse dello Stato. Ma il commercio sistematico iniziò con l’occupazione dell’isola dai Genovesi (1346-1566) i quali estesero la compravendita della preziosa resina, portandola ai grandi mercati dell’Est e dell’Ovest. La Mastiha diventò famosa e viaggiò lungo le rotte commerciali dell’epoca: Alexandria, Damasco, Bursa, Yerevan, Bagdad, Cipro, Odessa, Venezia, Pisa, Firenze, Trieste, Marsiglia, Londra… Nel periodo dell’impero Ottomano, che ha seguito quello Genovese, l’isola acquisì speciali privilegi di autonomia concessi dal Sultano grazie alla produzione della Mastiha che veniva utilizzata per la preparazione di una gomma da masticare molto apprezzata dalle 300 donne del harem. Nel mondo arabo veniva utilizzata, oltre che per la preparazione di dolci e di cibi, anche per produrre una medicina per l’ulcera. Dopo la prima guerra mondiale, a causa dell’uscita sul mercato di nuovi prodotti chimici che hanno sostituito la Mastiha, la produzione è diminuita e i Mastihohoria sono stati parzialmente abbandonati.

Oggi, la ricerca scientifica conferma le proprietà medicinali di questa resina, già storicamente registrate. La Mastiha ha proprietà anti-ossidanti, anti-batteriche e antinfiammatorie, presenta effetti benefici nei disturbi dell'apparato digerente, contribuisce all’equilibrio del sistema gastrointestinale, all'igiene orale, aiuta alla guarigione delle ferite e alla rigenerazione della pelle. Accanto al suo uso tradizionale come la naturale gomma da masticare e come spezia per aromatizzare cibi e dolci, la Mastiha di Chios viene usata come ingrediente attivo in vari preparati farmaceutici e in cosmesi per prodotti per la cura del viso e del corpo. Oggi viene esportata in tutto il mondo in una vasta gamma di prodotti come dolci, gelati, gomme da masticare, caramelle, bibite, tè, caffè, latte, liquori, superalcolici, vino, integratori alimentari, prodotti per l'igiene orale, fili dentali e chirurgici, medicazioni, saponi, cosmetici, candele profumate, oli essenziali, vernici coloranti, adesivi e resine. Negli ultimi anni, grazie al rinnovato interesse verso i prodotti naturali e alla creazione della "Cooperativa Produttori della Mastiha" si è avuta una ripresa del commercio e un considerevole aumento della produzione. La Mastiha di Chios è protetta dall'Unione Europea come prodotto di Denominazione di Origine Protetta (DOP).

 

PRINCIPALI MOSTRE

Caravan Project – Another World is here, eventi itineranti in varie località greche, 2015 - 2016

Uomini del mare. I pescatori del mediterraneo-Sala Dogana, Palazzo Ducale, Genova, 2014

Inner World, Rosphoto-San Pietroburgo, Luglio-Agosto 2014

Nautilus – Navigating Greece, Bozar-Brussels, Gennaio 2014

People of the Sea, Beirut Souks-Beirut, Gennaio 2014

People of the Sea, Photomed-Marsiglia, Maggio 2013

Inner World, Consolato Greco ad Ankara, Gennaio 2012

Inner World, DEPO-Istanbul, Dicembre 2011

Topos, Mostra collettiva a Torino e Trieste, Ottobre 2010-Febbraio 2011

Unreal Steps, Centro Culturale-Stockholm, Novembre 2010

Inner World, Chelsea Hotel-New York, Maggio 2010

Inner World, Ambasciata Greca-Washington DC, Giugno 2010

Inner World, Thessaloniki Photobiennale-Salonicco, Aprile 2010

Inner World, Citrus-Chios, Agosto 2009

Athletes with Disabilities, Beijing Sports Hall, Marzo 2009

Foundation Maria Tsakos-Montevideo, Uruguay, Maggio 2008

 

PUBBLICAZIONI

Meditteranean Seafood Odyssey, 2014/ The Caravan Project, 2014/ People of the sea, 2013/ Inner World, 2009/ From Athens to Beijing, 2008/ Chios, 2006/ Kosovo: Refugees Returning Home, 2003

 

FILM

Sculpting Land, 2014/ The Forest of Gold, 2014/ Man at Home, 2014/ Suspended People,2014/ Paporias, 2014/ Black Land, 2013/ The Blind Fisherman, 2011

 

 

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