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Mercoledì, 28 Giugno 2017

Dopo aver vinto la XIII edizione del “Premio internazionale di scultura Edgardo Mannucci (2016), che ha premiato come vincitrice la Sua opera “Stanze”, Leonardo Cannistrà - pittore e scultore di Fossato Serralta (Catanzaro)- ritorna in primo piano mostrando la bellezza della sua arte e proponendo una mostra personale intitolata “Forme dell’Effimero”.

La mostra, che sarà inaugurata il 27 maggio nel Palazzo dei Priori di Arcevia (Ancona) e che durerà fino al 3 luglio, nasce da una personale ricerca dell’artista sulla precarietà contemporanea.

Pluripremiato a livello nazionale ed internazionale, Leonardo ha conseguito i suoi studi presso l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, conseguendo le Lauree di I e di II Livello in pittura. Prossimo ad una seconda specialistica in scultura, l’artista calabrese lavora da mesi ad un progetto di tesi strutturato su una personale che si terrà in Calabria.

Dopo la sua partecipazione al Premio internazionale “Edgardo Mannucci”, l’artista è stato impegnato in diversi festival, residenze, simposi e mostre sia personali che collettive.

Oltre ai diversi eventi che lo hanno visto protagonista nell’ultimo anno, Leonardo ha partecipato a due esperienze di residenza all’Estero: la prima, l’Internazionale Enclave Land Art in Spagna, e la seconda in Francia, che lo ha visto soggiornare tramite una borsa di studio Erasmus a Brehemont, piccolo paese nella Valle della Loira, e che si è conclusa con una personale che -come confida lo stesso Cannistrà- ha segnato la ricerca artistica del pittore e scultore anche in senso stilistico.

Raccontando le emozioni e gli insegnamenti personali e professionali che queste partecipazioni hanno lasciato in eredità e in che modo lo hanno visto crescere professionalmente, l’artista rivela:

<< Personalmente quello che mi gratifica di più sono le soddisfazioni acquisite attraverso l’esperienza e il mettermi sempre in gioco. Quando la competizione è sana, non può che portare benefici in tutti i sensi, dandoti la possibilità di crescere artisticamente e di ampliare la tua rete di conoscenze. Ho incontrato molti artisti, attraverso residenze e simposi, con i quali ho instaurato un ottimo rapporto di amicizia e stima reciproca. Queste esperienze danno veramente tanto, perché hai l’opportunità di misurarti con altri professionisti e di approfondire conoscenze, perfezionare tecniche e colmare lacune, che difficilmente riusciresti ad affinare da solo. Oltretutto sei costretto a contare solo su te stesso e di conseguenza lavori anche sull’autostima, un fattore che è veramente difficile mantenere alto nel nostro campo. Credo che esperienze del genere siano fondamentali per il percorso artistico e che vadano assolutamente fatte>>

Forme dell’effimero, ‘effimero’, cioè che ‘dura un giorno solo’, che cosa significa per Lei ‘effimero’?

<< La fragilità della vita in tutte le sue sfaccettature e allo stesso tempo la determinazione con cui l’uomo affronta, giorno dopo giorno, una serie di avvenimenti che ne determineranno -e a volte ne stravolgeranno - il suo percorso di vita, pur sapendo che prima o poi questa avrà una fine, mi ha sempre suscitato un forte interesse; tuttavia, è proprio la brevità della vita che la rende bella e preziosa, proprio come il fiore che sboccia e dopo poche ore appassisce. Da qui anche la scelta dei materiali che vado ad adoperare: la cera, il pane, le ossa, sono tutti materiali con cui riesco a creare un dialogo e già di per sé sintetizzano il concetto che voglio esprimere sia nella pittura che nella scultura. Quest’ultima mi ha insegnato ad apprezzare la materia, a darle particolari attenzioni e a scoprirne le forze nascoste>>.

Dove ha trovato l’ispirazione per creare le Sue opere rappresentate durante la personale ‘Forme dell’Effimero’?

<<La personale è composta sia da sculture che da pitture, dal momento che la mia ricerca è comune. Nella pittura - tuttavia -tendo a focalizzarmi di più sulla fragilità del corpo a livello fisiologico, anche per questo prediligo figure anziane, fragili, vulnerabili e decadenti. L’anziano mi affascina per tanti aspetti: nasconde una saggezza e una consapevolezza data dall’età, è uno scrigno di conoscenze, ha avuto la forza di percorrere la sua strada per un’intera vita ma il tempo lo ha reso fragile e prezioso come un bicchiere di cristallo. E’ particolarmente sensibile, forse perché prossimo alla morte, e ha quell’alone di malinconia che cattura la mia attenzione. La mia è un’indagine sull’identità, con un continuo interesse per la fisiognomica e un’ossessiva ricerca del particolare deforme, grazie ai quali riesco a svelare l’io dell’individuo, portando alla luce la sua parte più inconscia. Nella scultura il confine tra vita e morte è ancor più labile, le mie sculture si presentano senza filtri, crude e a volte provocatorie. Utilizzo spesso le ossa, in particolare il cranio di capra, forse perché ne ho a disposizione molti visto il posto dove abito>>.

Alla richiesta di raccontare le sue opere, l’artista risponde:

 <<Le mie opere si raccontano da sole, credo che sia fondamentale per un’opera d’arte avere una voce propria. Le parole sono sempre troppo riduttive a confronto con le emozioni.

Mi avvalgo di varie tecniche, queste per me sono solo un mezzo per raggiungere un risultato che soddisfi le mie aspettative. Quello che conta veramente è il concetto e il modo in cui riesco ad esprimerlo. Essere poliedrico e polimaterico è stato il mio punto di forza perché mi ha permesso, nel corso del percorso artistico, di adoperare un’infinità di materiali e di prendere dimestichezza e confidenza con molteplici tecniche. Allo stesso tempo, questo è stato anche il punto debole -se così vogliamo definirlo- perché lavorare con più tecniche ha reso più difficile la ‘riconoscibilità dell’artista’ che, almeno nel mercato dell’arte, è fondamentale. Tuttavia, da qualche anno, credo di aver trovato un mio stile, qualcosa a cui tengo e nulla di forzato: figure anziane che si animano attraverso l’accostamento di bianchi opachi e un neri materici, i primi dati dalla cera e i secondi dal bitume o dal carbone, con rari e piccoli accenni di foglia oro, un gioco di forze che si compensano a vicenda. Questa ricerca stilistica è nata attraverso una tecnica digitale, che successivamente ho trasposto sia in pittura che in scultura. In ogni caso, non ho mai ostentato nella ricerca di uno stile che mi rappresentasse perché sapevo che sarebbe maturato con il tempo, e così è stato>>.

L’artista catanzarese ha tanti progetti per il futuro, primo fra tutti una residenza in Trentino a Stenico, dove andrà a realizzare un’opera con materiali recuperati in loco, e la conclusione del suo progetto di tesi.

Quale messaggio spera che le Sue opere trasmettano durante la personale “Forme dell’Effimero”? 

<<Non ho nessuna pretesa, spero solo che le mie opere possano suscitare forti emozioni nel fruitore, positive o negative, belle o brutte per me conta poco. L’importante è comunicare, lasciare un segno, dire quel che si pensa. L’arte, una volta che la si è resa pubblica, non è più tua. Di conseguenza, non puoi aspettarti che tutti gli diano il significato per la quale l’opera è nata. Ogni persona ha un modo diverso di interagire con l’arte, stabilito da molti fattori ed esperienze personali che costituiscono quella determinata persona. Più di una volta mi è capitato di ricevere, da parte del fruitore, una chiave di lettura dell’opera del tutto differente dalla mia, e spesso anche più interessante. In un mondo in cui siamo prigionieri dell’omologazione, è bello che sia proprio l’arte a dare la piena libertà di espressione e di lettura>>.

Oltre al Premio “Edgardo Mannucci”, Leonardo Cannistrà è tra i vincitori di “Essere politico” -concorso promosso dalla Fondazione Fotografia Modena, ha ricevuto il Diploma d’Onore con Menzione d’Encomio nella sezione Pittura al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti, collocandosi tra i finalisti del Premio Cascella e ha vinto il "Prix CartoonSEA - Premio Nazionale di umorismo e satira Cartoon SEA 2017, che lo vedrà tra i giudici della nuova edizione.

I ritratti della Gens Giulio Claudia appartenenti alla Fondazione Sorgente Group entreranno nella storia degli studi archeologici. Dal 17 maggio le loro copie in gesso fanno parte di un nuovo allestimento del Museo dell’Ara Pacis promosso da  Roma CapitaleAssessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura,  dove andranno a completare la serie già esposta dal 2006. Il progetto è stato finanziato interamente dalla Fondazione Sorgente Group, Istituzione per l’Arte e la Cultura, senza finalità di lucro istituita nel 2007 grazie al sostegno economico del Gruppo finanziario Sorgente Group con lo scopo di valorizzare, promuovere e divulgare tutte le espressioni della cultura e dell’arte appartenenti al nostro patrimonio culturale.

Il progetto, che riunisce per la prima volta la famiglia di Augusto, è una preziosa opportunità di presentare un apparato iconografico e documentario inedito e un’imperdibile occasione di partnership pubblico/privato per la valorizzazione del nostro patrimonio artistico.

La serie viene completata con sei calchi provenienti dalla Fondazione Sorgente Group: si inizia con Marcello, il nipote preferito di Augusto, assente dalla sequenza dei volti imperiali del Museo; si prosegue con i ritratti di Gaio e Lucio Cesari; si aggiungono, inoltre, i volti di Antonia Minore, di Germanico e diGaio adulto. In particolare, il ritratto di Marcello è considerato il migliore esemplare del volto del giovane principe.

La famiglia di Augusto, il primo grande imperatore di Roma, si può dire dunque ricongiunta. Marcello, figlio di Ottavia, l’amata sorella di Augusto, era stato adottato e designato come erede, per poi morire in giovane età. Gaio e Lucio Cesari sono i figli che Giulia, unica figlia di  Augusto, ebbe da Marco Agrippa: furono adottati dopo la morte di Marcello e designati alla successione, ma entrambi morirono prematuramente. I due ritratti di Gaio e Lucio, che rappresentano i personaggi da giovani, ci restituiscono un’impressione di grande freschezza. Di Gaio Cesare sarà esposto anche un secondo ritratto da adulto. Chiudono la serie Antonia Minore, la figlia di Marco Antonio e Ottavia, raffigurata come divinizzata con corona imperiale, e suo figlio Germanico, adottato da Tiberio per volere di Augusto. Nessuno di questi Principi è mai arrivato alla successione.

Il progetto, voluto dalla Vicepresidente della Fondazione Sorgente Group, Paola Mainetti, è stato coordinato dalla curatrice per l’Archeologia della Fondazione, Valentina Nicolucci, con la direzione scientifica della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. La Fondazione ha colto con grande interesse la possibilità di mettere a disposizione del Museo dell’Ara Pacis i ritratti della dinastia Giulio Claudia, realizzandone copie perfette. È un riconoscimento al valore della sua collezione ma anche la giusta occasione per mostrarli al mondo e raccontarne la storia.

I volti dei principi della Fondazione Sorgente Group hanno ricevuto in questi anni il consenso e il plauso degli studiosi grazie ad importanti esposizioni. Marcello è stato esposto in mostra per la prima volta nel 2008 nella sede di Palazzo Massimo. Successivamente, oltre a Marcello, anche i due ritratti di Gaio e Lucio sono stati esposti alle Scuderie del Quirinale nel 2013, in occasione della mostra Augusto. A marzo 2014 i tre volti hanno poi fatto parte dell’edizione parigina della Mostra “Moi, Auguste, Empereur de Rome”, al Réunion des Musées Nationaux – Grand Palais.

Inaugurata ieri sera al Teatro Naselli di Comiso la seconda tappa della collettiva d’arte “Oblivion”, organizzata dall’associazione culturale MPGArt di Vittoria e curata da Melissan Gurrieri e Giovanna La Cava, che nelle scorse settimane era stata allestita all’Antica Centrale Elettrica di Vittoria. “Oblivion” racconta l’arte della dimenticanza attraverso le opere di 38 artisti di tutto il mondo, scegliendo diverse espressioni che parlano il linguaggio comune della bellezza e dell’interiorità.

L’arte che si collega alla sfera privata divenendo occasione di rinascita spirituale, un oblio che riporta ai sentimenti veri e alle emozioni ripercorrendo con questa mostra percorsi che collegano esteriorità e intimità.

Una missione che “Oblivion” fa anche attraverso la narrazione, con la presentazione del libro “Trilogia dell’Altrove”, opera prima dell’avvocato palermitano Marco Ricca, domani, domenica 30 aprile, alle 19.00. Tre racconti che stupiranno il lettore, il cui filo rosso è il tema del viaggio: catartico, reale, onirico, di ritorno, persino mistico. Un’opera che unisce la prosa lirica ad una fitta descrizione, per una narrazione che non segue un ritmo costante: ora più calma, ora più incisiva, la lettura offre una continua sorpresa al lettore, spinto, come si legge nell’introduzione curata da Marika Usenza, ad “aguzzare l'ingegno per mettere insieme pezzi di un mosaico senza indugiare nell'ammirazione della singola tessera”.

Una trilogia dal genere letterario misto, un romanzo in cui il motivo dell'investigazione, della ricerca si intreccia con quello psicologico, per un doppio momento di scrittura: quello lirico, poetico, delle parti riflessive che fermano il tempo del racconto e quello portante della narrazione, per un genere letterario misto in cui il motivo dell'investigazione, della ricerca si intreccia con il romanzo psicologico.

Fra i diversi personaggi un ruolo determinante ha la figura della guida, quasi sostitutiva a quella genitoriale, che traluce in alcuni personaggi, come il professore Martorana e Teodoro Claude. E poi c’è la “madre”, archetipo che ritorna sotto varie vesti: ora è la terra natale, ora è la natura, ora è l'arte stessa. Essenziali poi in tutto il percorso le ricche descrizioni di tutto ciò che compone le pagine del libro, i paesaggi, i personaggi, gli stessi oggetti che accolgono nel loro mondo surreale il lettore, per un appuntamento con la letteratura che è anche percorso di introspezione.

Gli artisti che espongono all’interno della collettiva sono: Salvo Barone, Arturo Barbante, Sandro Bracchitta, Momò Calascibetta, Carmelo Candiano, Salvo Catania Zingali, Bartolomeo Conciauro, Naire Feo, Sergio Fiorentino, Giovanna Gennaro, Franco Iacono, Paolo Greco, Sebastiano Messina, Fabio Modica, Michele Nigro, Alida Pardo, Giuseppe Pizzenti, Francesco Rinzivillo, Piero Roccasalvo Rub e Giovanni Stella, Anita Le Sech, Ay Bm, Dariusz Romanowski, Fiorenza Gurrieri, Giovanna Giaquinta, Irene Pouliassi, Jason B Bernard, Luca Scarpa, Marco Lando, Margarita Henriksson, Natasha Van Budman, Rebecca Key, Sarbast Ahmad Mustafa, Sara Spizzichino, Sara Vacchi, Simon Kloss, Sthephanie Mercedes e Victor Alaluf. L’iniziativa gode del patrocinio del Libero consorzio comunale (già Provincia regionale di Ragusa), del Comune di Comiso, del Comune di Vittoria, e del supporto di Siriac, M.P. Trade, Marimaserre, C.F. Farruggio, Nuova Sud Imballaggi.

Un gruppo di corrispondenti della stampa estera a Roma ha di recente visitato la mostra “Dilectissimo fratri Caesario Symmachus. Tra Arlese Roma: le reliquie di San Cesario, tesoro della Gallia paleocristiana” e ha potuto visionare alcuni inediti restauri in corso di importanti opere in marmo e carta presso il Museo Pio Cristiano.

Legami storici, forti e antichi, tra la francese Arles e Roma hanno indotto i Musei Vaticani ‒ e in particolare il Reparto di Antichità Cristiane – e il Musée départemental Arles antique a ideare e allestire negli spazi vaticani del Museo Pio Cristiano, fino al 25 giugno 2017, questa piccola ma preziosa mostra che già dal titolo intende evocare il forte dialogo e i rapporti di vicinanza tra la città provenzale e l’Urbs sin dall’epoca paleocristiana.

L’esposizione, la prima ad essere inaugurata da Barbara Jatta, nuovo direttore dei Musei del Papa, vede la curatela di Umberto Utro, responsabile della Collezione di Antichità Cristiane, dell’assistente di reparto Alessandro Vella, e di Claude Sintès, direttore del Museo Dipartimentale di Arles Antica.

La mostra, che inaugura una proficua collaborazione scientifica tra le due istituzioni culturali, intende sottolinearne anche l’importante valenza simbolica tributando un omaggio proprio a Cesario, vescovo di Arles all’inizio del VI secolo, grande umanista, grande santo, grande erudito che a suo tempo fu ricevuto a Ravenna dal re Teodorico e a Roma dal Papa Simmaco.

Le cinque sezioni in cui si articola l’esposizione pongono a confronto, in una sorta di “dialogo tra collezioni d’arte”, le reliquie di San Cesario e le testimonianze del suo culto ‒ tutte di provenienza arlesiana e provenzale ‒ con opere provenienti dalle raccolte vaticane, a parte una collana in oro con monogramma cristologico oggi al Museo Nazionale Romano. È esposto anche un preziosissimo codice d’età carolingia (un prestito eccezionale della Biblioteca Apostolica Vaticana) che riporta il testo della lettera che papa Simmaco scrisse a Cesario e il cui incipit ha ispirato il titolo della stessa mostra.

 

Info utili

Mostra: «Dilectissimo fratri Caesario Symmachus». Tra Arles e Roma: le reliquie di san Cesario, tesoro della Gallia paleocristiana
Luogo: Museo Pio Cristiano, Musei Vaticani
Durata: 24 marzo - 25 giugno 2017
Biglietto: gratuito e incluso nel biglietto d’ingresso ai Musei 
Orario: segue quello dei Musei (ore 9.00 - 16.00 con chiusura alle ore 18.00)
N.B.: Ingresso gratuito ai Musei Vaticani e alla mostra ogni ultima domenica del mese. 
Orario: 9.00-14.00, ultimo ingresso alle ore 12.30

 

Dall’8 aprile al 18 giugno 2017, i Musei di Palazzo dei Pio di Carpi ospitano la mostra Alla corte del Re di Francia che indaga lo stretto rapporto, non solo politico, che, agli inizi del Cinquecento, s’instaurò tra Alberto Pio, signore di Carpi e i re francesi Luigi XII e Francesco I.

L’esposizione, curata da Manuela Rossi, oltre a ricostruire, attraverso documenti e lettere, la vicenda storica e politica intercorsa tra le due corti, presenterà una serie di quaranta tra dipinti, disegni, sculture, boiserie e molto altro, in grado di dare conto degli apporti culturali e artistici che artisti quali Riccardo da Carpi, Francesco Donella, i Cibelli e le maestranze carpigiane seppero portare ai cantieri della cattedrale fortezza di Albi e dei castelli di Fontainebleau e Gaillon e allo sviluppo del Rinascimento francese.

 

La rassegna, ideata e prodotta dal Comune di Carpi – Musei di Palazzo dei Pio, col contributo di BPER - Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Blumarine, Fondazione Cassa Risparmio di Carpi, CMB, Assicoop-Unipol Assicurazioni, si svolge su un unico binario di andata e ritorno tra l’Emilia Romagna e la Francia; si tratta di un viaggio che conduce a scambi reciproci di modelli e forme, dalla Francia a Carpi e da Carpi alla Francia, lungo un intero trentennio, che inizia nel 1505, ovvero con la prima missione diplomatica di Alberto Pio, come ambasciatore del duca di Mantova, e che si conclude con l’esilio francese del Pio dopo il 1527 e la sua morte nel gennaio del 1531 a Parigi, nella casa di rue Saint-Antoine.

 

Il percorso espositivo che si compone per capitoli narrativi tra di loro autonomi, inizia con una galleria di ritratti dei principali protagonisti di questa vicenda. Dipinti, medaglie, preziose scatole in cuoio, provenienti dai Musei civici di Pavia, dal Louvre e dal Musée di Ecouen riconsegnano ai visitatori le sembianze di Alberto Pio, di Luigi XII e della moglie Anna di Bretagna, di Francesco I e di Charles II d’Amboise che, durante il dominio francese in nord Italia, invitò Leonardo da Vinci a Milano.

 

Quindi si analizza il viaggio delle maestranze e degli artisti carpigiani che, tra 1505 e 1508, partirono alla volta della Francia, al seguito di Alberto Pio. Si tratta, in particolare, di un intagliatore, Riccardo da Carpi, che realizza nel castello di Gaillon (Bassa Normandia) le boiserie della cappella alta e di un’equipe di pittori guidati da Francesco Donella “de Carpo” che decorano la cattedrale di Santa Cecilia ad Albi, nel sud ovest della Francia, con uno spettacolare ciclo di affreschi.

 

Negli stessi anni, a Parigi, nella colonia di intagliatori italiani che vivono a Saint Germain des Prés, i documenti restituiscono nomi di artisti di origine carpigiana. Tra questi vi è sicuramente Gasparo Cibelli, che da Parigi nel 1515 invia la statua della Madonna Assunta per la Collegiata - ora conservata nella Cattedrale di Carpi - e che lascia in Francia un nipote, Francesco Scibec da Carpi che si ritrova come chef menuisier per le boiserie e i soffitti lignei dell’ala di Francesco I a Fontainebleau.

 

Palazzo dei Pio non si presenta solo come il contenitore della mostra, ma diventa esso stesso contenuto dei temi trattati. Qui, infatti, si potrà visitare l’appartamento “francese” decorato con un ciclo pittorico che omaggiava i potenti alleati francesi (e milanesi) del signore di Carpi, in vista del soggiorno di Charles d’Amboise: la sala dei Cervi, la Camera dei Re (o degli Stemmi), la sala dei Gigli costituiscono un unicum nella residenza del Pio.

 

L’esposizione si chiude con la sezione che ripercorre gli anni successivi al 1527 quando, Alberto Pio perduta Carpi, passata agli Estensi, a causa della sconfitta dei suoi alleati francesi nella battaglia di Pavia, fuggì in Francia, ospite del re Francesco I.

A Parigi, Alberto coltivò i suoi studi e acquisì un ruolo importantissimo nell’accogliere gli artisti italiani che lavoreranno a Fontainebleau, tra cui il carpigiano Scibec e Giovan Francesco Rustici che, nel 1535, realizzerà il monumento funebre in bronzo di Alberto Pio, oggi al Museo del Louvre. Questa sezione è dedicata all’intervento di Francesco Scibec da Carpi a Fontainebleau, con la realizzazione delle boiserie della galleria di Francesco I, e ai disegni di Rosso Fiorentino, del Primaticcio e di Nicolò dell’Abate.

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