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Venerdì, 28 Aprile 2017

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Fabio Curto ovvero l'Ulisse di Acri o ancor meglio il Bronzo della Sila visto che Odisseo veniva dal mare mentre il musicista in questione proviene dalla montuosa Acheruntia.

L'artista dalla voce "riconoscibile, particolare, personale" per dirla con il coach del team Facchinetti, presenta il nuovo singolo, Via Da Qua (Marasco Comunicazione/Believe Digital) scritto dallo stesso cantautore, prodotto e arrangiato da Simone Bertolotti presso WhiteStudio 2.0, in radio e disponibile dal 14 aprile in digital download e su tutte le piattaforme streaming.

A Fabio Curto, con l'occasione, rivolgiamo alcune domande.

Pensi che sia il pezzo giusto per importi al grande pubblico dopo aver acquisito il titolo di primo della classe anzi del talent che ti ha rivelato?

E' una domanda che ho rivolto a me stesso. E mi son dato una risposta positiva. E' un pezzo che mi rappresenta al meglio. L'ho scelto fra diversi altri in quanto mi raffigura di piu' come musicista. La mia ironia in questo caso la sento piu' diretta. E poi si tratta del primo brano in italiano dopo vari in inglese, anche nel periodo post talent in cui ho fatto forse una trentina di live, vere e proprie sfide, molto significative e formative per me. Col produttore Simone Bertolotti ci abbiamo ragionato su, e ci e' parsa una scelta opportuna, fra l'altro estiva, e sottolineo rappresentativa di cio' che sono oggi.

Il singolo ha sonorita' pop folk, che derivano anche dall'uso di strumenti come bouzouki irlandese e tammorra, che sembrano fatta apposta per far meglio risaltare il timbro della tua voce.

Sono generi che ascolto sin da bambino, e da musicista ho scritto in inglese melodie blues, folk e pop come un fatto spontaneo. Cosa avvenuta anche con Via Da Qua. La scelta degli strumenti per il singolo e' stata la classica ciliegina sulla torta col bouzuki irlandese che ricorda la battente e che con le percussioni della tammorra mi portano dentro boschi, mi fa vedere ruscelli, magari quelli della Sila. Credo nelle influenze celtiche sul mondo popolare musicale mediterraneo. E questi suoni mi fanno sentire a casa. La mia casa dovunque.

Prima dell'edizione che ti ha visto vincitore, la terza di The Voice Of Italy, avevamo visto trionfare Ehaida Dani e Suor Cristina che per motivi diversi non si puo' dire abbiano tratto decisivi vantaggi dalla selezione, oltre alla visibilita'. Ma secondo te, i Talents, oltre a fare curriculum, ed al contratto discografico, che spinta danno nel far decollare un artista?

Di certo fanno vedere quello che un artista puo' dare. Occorre anche esser fortunati, come nel mio caso, che con chitarra e voce ho potuto esprimermi al meglio.

Dopo quella magica edizione del 2015 hai mantenuto rapporti con gli organizzatori del format? E per caso hai conosciuto Tanya Borgese, di Polistena, che ha partecipato alla finale del 2016 di The Voice nel Team della Carra'?

A dire il vero non c'e' stata occasione anche se ho mantenuto rapporti con Roby e Francesco, coi quali ci sono tuttora legami sinceri.

In musica penso che possa valere il detto "dimmi chi interpreti e ti diro' chi sei". Bene, nel tuo repertorio abbiamo visto il Battisti di Emozioni e il Jimmy Fontana di Il mondo, ma anche il Cat Stevens di Father and Son e il Leonard Cohen di Alleluja.

A primo acchitto potrebbe emergere una certa difficolta' a individuarti come artista nazionale o internazionale. Riflettendoci bene, specie dopo aver sentito il nuovo singolo, mi pare che la tua proposta sia il risultato di una sintesi, in un guado mediano fra Jeff Buckley/Springsteen e Ligabue. Insomma un musicista stilisticamente "bilingue" che si e' costruito un proprio linguaggio, fatto di questo mix inter(no)nazionale...

E' che grandi autori come Eddie Vedder e Bruce Springsteen sono stati i primi a trasmettermi qualcosa con il canto. Spesso viene associato il mio timbro vocale a Springsteen ma con lui ho pure altre affinita', la natura dei testi, il richiamo ad alcun valori comuni, la gente comune, agli umili.

Tu canti Via Da Qua, Via dalla citta'. C'e' anche una difesa dell'ambiente? Ti senti insomma un po' ragazzo della via Gluck?

No. Giocavo in mezzo ai vicoli e c'erano poche macchine quindici anni fa ad Acri dove i bambini non giocano piu' a pallone per strada. Ed ho vissuto un mondo che in pochi anni e' cambiato molto. Ma Via Da Qua non e' una condanna delle citta' che offrono comunque occasione di confronto e di arricchimento. E' un invito, una spinta ad andare oltre. Senza eccessi. Vico diceva che l'umanita' arriva a un punto in cui a volte fa un passo troppo lungo e si porta fin troppo avanti. Occorrerebbe maggior saggezza e sapersi fermare al momento giusto.

Questa risposta mi fa pensare all'addio alle scene dei Pooh...

Credo che molti di noi arrivano a un punto in cui si pensa di aver dato abbastanza.

Accettano di ritirarsi dalla scena. Loro col cinquantennale hanno fatto una splendida cosa. Un bel segnale. Quello di fare ancora una festa insieme.

Un po' come col concerto che hai tenuto ad Acri con Roby e Francesco Facchinetti ospiti. Segnalaci un tuo prossimo appuntamento.

Il 23 aprile a Cavallerizzo di Cerzeto . Ma con una band di 6/7 elementi. Per un inizio tour in cui vorrei divertirmi e far divertire. Un po' di sana leggerezza non guasta mai.

Rino Gaetano. Sergio Cammariere. Certamente. Ma nella serie A canora del Crotonese mettiamoci anche un oriundo, il nonno rock Steven Tyler, al secolo Steven Victor dei Tallarico di Cotronei, leader degli Aerosmith. Il motivo e' semplice. La rivista Rolling Stone lo ha incluso fra i 100 migliori vocalist di tutti i tempi! Eppoi 150 milioni di dischi, dei quali 66 nei soli U.S.A, biglietto da visita con ampie credenziali che lo ha portato con la sua band nella Rock and Roll Hall Of Fame sin dal 2001. Ed ora anche RAI 5 gli ha dedicato un corposo approfondimento nella serie Rock Legends appena andato in onda e rintacciabile sul portale RAI.

L'episodio sugli Aerosmith contiene interviste ai giornalisti John Aizlewood, Danielle Perry, Will Hodkinson e Camilla Pia, assomma rari materiali d'archivio, riprende aneddoti, riporta i video musicali di I Don't Want To Miss A Thing e Janies Got A Gun, ripercorre per tracce la storia della band. Il cui frontman, che per la cronaca e' il padre di Liv Tyler, viene raccontato con dovizia di particolari, dipinto, senza peli sulla lingua, come un ribelle indocile, specie nel rapporto spesso conflittuale con il chitarrista Joe Perry.  La somiglianza di Tyler con Mick Jagger e' impressionante ma e' solo fisico/energica, anche se il gruppo nelle fasi blues di una carriera quarantennale, nata nel 1970, e' stato assimilato agli Stones. In effetti la collocazione e' fra hard rock e heavy metal con uno sguardo ai Led Zeppelin e, da parte del chitarrista solista, a Jeff Beck. Poi nei '90 c'e' stata una parentesi grunge senza dimenticare gli esordi underground come garage band. Il meglio del sound Aerosmith comunque si ritrova in quella sorta di "emorock" emotivo/melodico in cui la voce di Tyler sviluppa appieno le possibilita' in estensione e interpretazione. Senza cuore, dice Steven citando Tony Bennett, non c'e' arte. E il caso piu' eclatante e' il brano I Don't Want To Miss A Thing, dal film Armageddon, del 1998. 

Nel documentario RAI si da poi conto dei loro alti e bassi, di una "sopravvivenza" artistica che ha del prodigioso, e che si spiega da una parte con la solidita' delle comuni basi musicali, dall'altra con la capacita' camaleontica di esserci, nel momento giusto, e fare tendenza.

Come quando ripubblicarono il boogie rock Walk This Way in versione hip hop, in piena era punk. O con l'azzeccato album Vacation Club, il piu' venduto degli eighties.

Poi tutto il resto pare puro gossip, scioglimenti e reunion, chiacchiere da cortile, divergenze e  tensioni fra i "gemelli tossici"che fanno parte piu' della cronaca che della storia.

Rimane il fatto che il fascinoso Tyler si diverte e fa divertire ancora pur mantenendo una didascalica eleganza nelle proprie canzoni pop/rock passionali, giocose ... e imprevedibili. Il segreto e' non sapere mai cosa inventarsi dopo. Quasi come nel jazz!

Quest'anno, a Sanremo, e' tornata Dalida.

Il film biografico sulla cantante nata in Egitto nel 1933 da genitori calabresi di Serrastretta, Pietro e Giuseppina Gigliotti, e' stato infatti presentato all'Ariston nel corso della serata iniziale del Festival.

Poi la pellicola, per concessione della Pathe', e' andata in onda in prima tv mercoldi 15 sul Primo Canale RAI.

Iolanda Gigliotti, questo il nome di battesimo dell'artista, e'

personaggio che ancora oggi interessa e fa discutere.

A partire dal suo legame con Luigi Tenco, del quale si sono appena celebrati i 50 anni dalla morte mentre si ricordano i 30 di Dalida.

Ma e' tutta la sua biografia, costellata, si, di successi, da Bang Bang a Bambino (Guaglione), da Come prima (Tu me donnes) a Quelli eran giorni, da Dan Dan Dan a Laissez moi danser, a Gigi l'amoroso, ma anche dalla depressione che l'avrebbe portata al suicidio nel 1987, al terzo disperato tentativo, quello riuscito, a 54 anni, nel 1987.

Ma chi era veramente Dalida?

Un contributo a chiarire alcuni aspetti della biografia lo fornisce il lavoro cinematografico in questione che si avvale della firma di Lisa Azuelos e della interpretazione di una straordinaria Sveva Alviti nel ruolo della protagonista.

Una donna fragile, intimamente sola, sentimentalmente irrisolta. Non Diva.

Dalla voce unica, mix di ruvidezza mediterranea e melodicita'

bohémienne derivante dal dna italo/franco/egiziano, distante dagli arrembanti rock e yeye dei '60 ma aperta verso la discomusic sul finire dei '70.

E soprattutto in grado di comunicare all'esterno il pathos dell'anima anche ai benpensanti piu accaniti che mal digerivano la sua liberta'

comportamentale, i flirt successivi alla separazione col primo marito, il produttore discografico Lucien Morisse (Jean Paul Rouve), in una liaison durata pochi mesi.

Probabile che gia' da bambina a Il Cairo alcuni eventi, come l'arresto del padre, le avessero causato dei traumi poi riverberati durante la crescita. Il racconto che ne fa il fratello Orlando (Riccardo

Scamarcio) e' un viatico a tale deduzione. Ed il marito dal canto suo accenna a un possibile sdoppiamento fra Iolanda e Dalida, fra la donna e l'interprete. Il centro della narrazione sul percorso di vita si ha comunque quando, da Eddie Barclay (il produttore e' interpretato da Vincent Perez) si porta a Sanremo nel 1967, a fianco a Luigi Tenco, che nel film e' Alessandro Borghi. La bocciatura del brano nella gara targata Gianni Ravera (Nico Max Tedeschi) e' un nuovo choc.

E il Ciao Amore Ciao di Tenco si trasforma in un tragico addio alla vita del cantautore.

Questo passaggio, tuttavia, e' sfocato, fors'anche perché le nebbie che avvolgono la vicenda del cantautore non ne consentono ancora oggi una ricostruzione del tutto certa. Il film prosegue per episodi, pagine distaccate un fitto diario. Fra le varie relazioni di Dalida, a quella intessuta con il giovane Lucio (Brenno Placido) viene riservato uno spazio ampio, a rimarcare la continua ricerca di amore di Dalida, che si infrangera' di fronte ad una gravidanza inattesa e non voluta.

Eppoi ecco il capitolo del viaggio in India, per placare il proprio travaglio spirituale.

Il ritorno all'Olimpia, dopo la prima volta nel 1956, suggella l'evoluzione esistenzialista delle sue canzoni beneficiate da milioni di dischi venduti nel mondo.

Ed ancora la si vede davanti al pubblico in visibilio alla Carnegie Hall, in piena Febbre del sabato sera mentre, nel privato, naufraga il rapporto con Richard Chanfray (Nicholas Duvauchelle) durato dal 1972 al 1981.

Un dramma crudo, non agiografico, dove la Musica appare vera compagna di Dalida in una vita vissuta Avec Le Temp. Fino alla fine.

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