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Sabato, 19 Agosto 2017

Lunedì scorso, dopo una lunga malattia, purtroppo si è spen­to l'attore Nicola Di Gioia, caratterista di pluriennale esperienza e stuntman in tantissimi film, nell'arco di una brillante carri­era.
Egli è noto al grande pubblico anche per la sua consolidata  pre­senza nel programma televisivo "Stracult" e per le diverse partecipazioni ai film di Carlo Verdone.
Ricoverato da tempo presso l'Ospedale San Giovanni di Roma, ci ha lasciato all’­età di 73 anni, pone­ndo fine alle tante sofferenze, affrontate con coraggio e Fede.
Conosciuto e stimato da tutti nell'ambi­ente del Cinema e non solo, personaggio assolutamente eclett­ico e creativo,  viv­eva a Roma sin dalla tenera età, pur ess­endo nato ad Andria (Bari) il 13 maggio 1944; con la sua mor­te si chiude un'altra importante pagina della nostra cinemat­ografia.
I suoi inizi risalg­ono agli anni '60, periodo d'oro per il Cinema italiano; proprio in quei glor­iosi anni  egli comincia a frequenta­re gli studi di Cine­città, come egli ste­sso più volte mi ha raccontato, sottolin­eando con la sua pro­verbiale  simpatia le iniziali difficoltà per accedervi, tan­to da essere costret­to a scavalcare i mu­ri perimetrali,  pur di entrare nella co­siddetta "fabbrica dei sogni", che tanto lo affascinava.
In quegli anni Roma è in assoluto la location idea­le per film storici e kolossal di produz­ioni americane, tanto che Nicola parteci­pa con figurazioni o piccoli ruoli in "S­odoma e Gomorra", "B­arabba" e poco dopo in "Cleopatra", con protagonista d'eccezione  la celebre coppia Burto­n/Taylor.
Nel lungo persorso artistico Nicola Di Gioia ha saputo farsi apprezzare dal Cin­ema italiano anche per le notevoli quali­tà di caratterista e lo ricordemo per i suoi singolari ed in­triganti ruoli in un rilevante numero di film, dove nella me­nte di ognuno rimarrà  impressa la sua particolare voce.
Ino­ltre, sempre nell'ambito del Cinema, si è occupato di organizzazi­one, casting ed altr­o.
Stamane nella Chiesa di San Giorgio Martire (Acilia) hanno avuto luogo i funerali solenni, ai quali hanno presenziato con commozione la sua numerosa famiglia, oltre a parenti, conoscenti e tanti colleghi di lavoro e giornalisti.
Tutti noi custodire­mo il ricordo di Nic­ola con affetto, per il suo inconfondibi­le sguardo, per la sua infinita generosi­tà e per quanto ha saputo dare al Cinema con sincera passione.
La Redazione del Corriere del Sud si unisce al cordoglio della famiglia Di Gioia.

Ciao papà, ora sei di nuovo libero di volare": con un post su facebook, poche parole ed un cuoricino, Elisabetta Villaggio saluta il papà. Il messaggio è accompagnato da una foto in bianco e nero che ritrae Paolo Villaggio da giovane insieme ai figli. 

E' stato il re della risata, un grande". A ricordare Paolo Villaggio, scomparso alcune ore fa in una clinica a Roma, è stato Ricky Tognazzi. Lasciando la clinica di Collina Fleming, l'attore ha aggiunto: "Per il cinema italiano ha rappresentato un modello di rottura della canonica commedia all'italiana. Riusciva a raccontare le cose vere - ha continuato - in modo molto sardonico e sincero". Ricky Tognazzi ha poi ricordato il forte legame che Paolo Villaggio aveva con il padre. "E' stato il migliore amico di papà si volevano molto bene''

La camera ardente sarà allestita probabilmente mercoledì mattina in Campidoglio - hanno detto i figli - e in queste ore si stanno stabilendo i dettagli. A seguire dovrebbe esserci una cerimonia laica, nel pomeriggio o la sera, alla Casa del Cinema di Roma.  "Se devo avere un funerale in chiesa - confidava scherzando Villaggio ai figli - lo voglio a San Pietro". Genovese purosangue, Villaggio è stato scrittore e autore, protagonista di una stagione storica dell'intrattenimento, tra grande schermo, radio e tv. Ha dato il volto a mille personaggi entrati nell'immaginario collettivo, primo fra tutti il ragionier Ugo Fantozzi

L'attore si è spento questa mattina alle 6 all'età di 84 anni. Era ricoverato dai primi di giugno nella clinica privata Paideia di Roma dopo essere stato seguito anche dal policlinico Gemelli. L'attore è morto per complicanze del diabete "che ha curato poco e male", hanno spiegato i figli. 

Villaggio, nato a Genova nel 1932, trascorre un’infanzia difficile e povera a causa delle difficoltà che la famiglia ha affrontato durante il secondo conflitto mondiale. In un’intervista rilasciata a Repubblica ha raccontato un episodio del 1941 che lo ha toccato personalmente quando si trovava a scuola insieme a suo fratello gemello: “A un certo punto avvertimmo sopra la testa come il rumore clamoroso di un treno. Era una salva da 381 mm che la marina britannica aveva sparato dal largo di Portofino. Solo che sbagliò bersaglio. La bomba centrò il quartiere dove eravamo tutti noi, devastando case e persone. Uscimmo, io e mio fratello, tenendoci per mano. Lo spettacolo era terribile. Vedemmo i cadaveri di due donne e un mulo morto. La notte non riuscimmo a prendere sonno. Fu la prima volta che sentimmo nostro padre imprecare contro la guerra”.

Negli anni ’60 trova lavoro come impiegato in un’azienda pubblica, la Cosider, collegata all’Iri. È qui che prende spunto per inventare il ragionier Ugo Fantozzi che, nella vita reale, era un uomo con i baffi che si chiamava Bianchi e che aveva un ufficio in un sottoscala. “Il mio primo incontro con lui – racconterà poi Villaggio - si è svolto in una stanzetta, in questo sottoscala che gli avevano assegnato come ufficio. Quel giorno gli ho dato la mano dicendogli: ‘Permette?’. Lui si è alzato. Gli ho chiesto: ‘Ma perché si alza?’. E Bianchi-Fantozzi: ‘Credevo che volesse ballare’”.

Giandomenico Fracchia, l’altro famoso personaggio, lavorava insieme a lui all’Italsider e, in realtà si chiamava Verdina. Era“un uomo fisicamente mostruoso. Non brutto. Un tipo amaro. Calosce, ombrello. Uno che si incavolava da matti. Che non sopportava le ingiustizie. Urlava, imprecava”, rivelerà, in seguito, il comico genovese descrivendolo come un uomo pronto a battagliare, a parole, col capo ma, nei fatti, mai pronto ad esporsi fino in fondo. “Fracchia e Fantozzi sono due impiegati limite. Fracchia è uno che si incavola, mentre Fantozzi è uno che prende la vita come viene. Insomma sono i due aspetti della mia persona”, ammetterà Villaggio.

La sua carriera artistica inizia nel teatro con la compagnia goliardica Mario Baistrocchi e prosegue al Derby di Milano dove conosce il duo comico Cochi e Renato. Alla fine degli ‘60 finalmente viene notato da Maurizio Costanzo e debutta in radio col programma ‘Il sabato del Villaggio’. Nel febbraio del 1968, esordisce sulla Rai conducendo il programma ‘Quelli della domenica’ dove acquisisce notorietà con i personaggi comici del prestigiatore tedesco, il professor Kranz, e del già citato Giandomenico Fracchia

pugni e baci, botte e abbracci: Paolo Villaggio se li prese tutti, dal mondo della messa in scena ha avuto principalmente i pugni e le botte, ma come artista, nella vita vera, ha preso i baci e gli abbracci. Noi tutti nutriamo un naturale affetto per questo attore e scrittore genovese basso e tarchiato che, grazie al suo carattere riservato e allo stesso tempo a una vena umoristica satirico-grottesca, è riuscito a farci identificare nei personaggi da lui creati raggiungendo un enorme successo. 

Ma come è accaduto? Quando, nonostante sentissimo un incomprimibile rabbia (sì, anche noi li abbiamo chiamati "merdacce" di fronte alle loro non-reazioni) per omuncoli come Giandomenico Fracchia e Ugo Fantozzi, abbiamo cominciato a sentirci fratelli di questi impiegati d'azienda che non avevano imparato niente dal proletariato degli Anni Sessanta? Separati dall'ideologia, attaccati morbosamente al proprio lavoro e solo a tratti animati da uno spirito ribelle che li rende incredibilmente solari ai nostri occhi (quante volte abbiamo sospirato dopo le loro angherie un clamoroso "finalmente!"), questi inetti stipendiati non sono precipitati nel buco nero degli Anni di Piombo e hanno cominciato a farci ridere con le loro disavventure dalla metà degli Anni Settanta fino alla fine degli Anni Novanta. Tutto merito di Villaggio che, da buon osservatore, svelto di parola e di penna e forte di fascino, ha fatto scandire loro sentenze come «Per me... la corazzata Kotiomkin... è una cagata pazzesca!!!», arrivando a occupare la fabbrica con uno spirito d'assalto mai visto o scrivendo nel cielo insulti contro i suoi superiori... 

Villaggio, dopo la fine della guerra, frequenta il liceo classico, poi si diede a giurisprudenza, mentre suo fratello gemello, Piero, morto nel 2014, era professore di analisi algebrica alla Normale di Pisa. Finiti gli studi, nel 1954, conosce Maura Albites che diventerà sua moglie e che darà alla luce due figli, Elisabetta e Pierfrancesco. Dal punto di vista lavorativo inizia la sua carriera artistica sulle navi da crociera. “Non ero disposto a far divertire gli altri. Volevo divertirmi io, ma non mi riusciva e comunicavo la mia insoddisfazione ai passeggeri. Fortunatamente ogni tanto ne individuavo qualcuno che aveva lo spirito dell’animatore, lo raccattavo e mi salvavo”, ha raccontato così i suoi cinque anni da animatore, durante i quali ha conosciuto uno dei suoi più grandi amici: Fabrizio De Andrè. Di lui Villaggio dirà: “Era una persona molto sensibile e ovviamente quando si è molto amici, soprattutto d'infanzia, si parla della morte come di un fatto lontano, del tutto improbabile. Adesso che invece la cosa è accaduta e quando stava per succedere, non abbiamo mai avuto più il coraggio, negli ultimi due mesi, né di incontrarci, né di parlare della cosa, perché – spiegherà - questa volta non era un gioco, non era letteratura, era la terribile realtà

La carriera cinematografica di Villaggio, però, era iniziata negli anni ’70 con registi come Mario Monicelli e Vittorio Gassman e raggiunge il suo apice negli anni ’90 quando arrivano i primi riconoscimenti. Per il film ‘La voce della luna’ di Federico Fellini vince il David di Donatello come miglior attore protagonista, nel ’92 arriva il Leone d’Oro alla carriera e, nel 1994, il nastro d’argento come miglior attore protagonista per Il segreto del bosco di Ermanno Olmi. Nel 2009 arriva anche il David alla carriera. Negli anni 2000 abbandona il personaggio di Ugo Fantozzi e, a poco a poco, lascia il mondo dello spettacolo per dedicarsi alla scrittura e nel 2016 esce la sua ultima opera Fantozzi l'audiolibro inedito. Muore il 3 luglio 2017 dopo alcuni giorni di ricovero trascorsi al Gemelli di Roma. Ad annunciarlo la figlia Elisabetta su Facebook dove, su una foto del padre giovanissimo, scrive:"Ciao papà ora sei di nuovo libero di volare".

A Roma presso la Ca­sa del Cinema (Villa Borghese) dal 22 al 24 giugno 2017 avrà luogo un evento ass­olutamente straordin­ario, il Primo Festi­val del Cinema Azerb­aigiano.
Nel corso di questa I edizione, che ver­rà inaugurata nella splendida location giovedì 22 giugno alle ore 21.00, il Fest­ival presenterà al pubblico sette  lungo­metraggi e due docum­entari.
Segnerà l'inizio de­lla rassegna la proi­ezione del Film "Ali e Nino", tratto dal­l'omonimo romanzo, caposaldo della lette­ratura azerbaigiana, dello scrittore aze­rbaigiano Essad Bey, sepolto proprio in Italia, a Positano.
Il film, che vanta un cast internaziona­le, tra cui l'attore italiano Riccardo Scamarcio, è stato di­retto dal premio Osc­ar Asif Kapadia, con sceneggiatura di Ch­ristopher Hampton e produzione esecutiva di Leyla Aliyeva, Vice Presidente della Fondazione Heydar Aliyev.
Il 23 e 24 giugno saranno presentate le altre otto  opere, con temi che spaziano dalla storia alla realtà contemporanea dell'Azerbaigian.
Tutte le proiezioni saranno sottotitola­te in italiano.
La storia del Cinema in Azerbaigian nas­ce nel 1898, con una serie di documentari sulla storia dell'­industria petrolifera di Baku.
Ma la vera e propria industria cinemato­grafica prende vita nel 1915, con la pro­duzione di un primo lungometraggio. Nel 1923 viene fondato l'Ente Foto e Cinema dell'Azerbaigian. Du­rante l'epoca soviet­ica si è verificato uno sviluppo notevole del settore, sopra­ttutto tra gli anni '50 / '80, con titoli rimasti nel patrim­onio cinematografico del Paese. Dopo la conquista dell'indip­endenza, avvenuta nel 1991, la stessa in­dustria cinematograf­ica ha rispecchiato la nuova realtà dell­'Azerbaigian, con un cinema sempre più partecipe del contesto internazionale.
Attualmente in ques­to Paese la cinemato­grafia sta  vivendo un importante periodo di consolidamento.

Giunge alla seconda edizione il Festival di teatro e danza sul mito classico «L'Antico fa scena», patrocinato e sostenuto dal Miur e dall’Associazione Antropologia e Mondo Antico dell’Università di Siena e organizzato da Talea Teatro – Top Teatri Off Padova, che mercoledì 31 maggio e giovedì 1 giugno calcherà il palco naturale del Tempio di Nettuno del Parco Archeologico di Paestum (via Magna Grecia 917) offrendo un percorso teatrale dedicato all’epica latina che si snoda attraverso Virgilio con l'Eneide, Ovidio con le Metamorfosi e Lucrezio con il De Rerum Natura.

Il Festival, con la direzione artistica di Francesco Puccio e Claudia Lo Casto, è il prodotto del progetto di didattica e ricerca teatrale «L'Antico fa testo» che – nato nel 2010 nel Centro di Studi Antropologici sul mondo antico dell'Università di Siena da un’idea dello stesso Puccio, con la consulenza scientifica di Donatella Puliga (docente universitaria, responsabile del Laboratorio di ricerca sulla didattica dell’antico) – ogni anno organizza laboratori di formazione in numerosi istituti scolastici sul territorio nazionale e università italiane. Accanto ai percorsi formativi, le Compagnie professionali di «Talèa Teatro» e «Antico fa testo» portano avanti la riflessione sull’antropologia teatrale e sulla valorizzazione del patrimonio storico-artistico nazionale e, partendo da un'indagine sul mito, affronta i temi del mondo moderno consapevole del ruolo dell’antico nella contemporaneità.

Il Festival ha infatti un duplice volto: il 31 maggio e il 1 giugno, alle 15, andrà in scena Babel 017, azioni sceniche tratte dai laboratori scolastici diretti da Puccio e da Lo Casto nei licei «M. Minghetti» di Bologna e «De Filippis-Galdi» di Cava de' Tirreni; degli Istituti di istruzione superiore «Publio Virgilio Marone» di Mercato San Severino, «Antonio Rosmini» di Palma Campania e «Enea Silvio Piccolomini» di Siena; del convitto «Maria Luigia» di Parma e dell’Educandato statale «Agli Angeli» di Verona e interpretati dagli allievi; mentre il 1 giugno, alle 11, le Compagnie «Antico fa testo» e «Talèa Teatro» metteranno in scena All'ombra di Enea, scritto e diretto da Francesco Puccio.

La partecipazione al Festival è gratuita per chi acquista il biglietto d’ingresso al Parco Archeologico.

Il Festival è realizzato con il sostegno del Miur, nell'ambito delle attività di Associazione Antropologia e Mondo Antico, Centro AMA – Università di Siena.

Grande successo, venerdì sera, al Teatro Massimo di Palermo per la Seconda Sinfonia di Mahler “Resurrezione” che ha celebrato i 120 anni dall’inaugurazione del Teatro, avvenuta il 16 maggio 1897, e i venti anni dalla sua riapertura del 12 maggio 1997. Ovazioni e applausi per il direttore Gabriele Ferro, per l’Orchestra e il Coro del Teatro Massimo, per il soprano Rachel Harnisch e il mezzosoprano Marianna Pizzolato. Al termine del concerto, Gabriele Ferro (che è direttore musicale del Teatro) ha parlando al pubblico: “è incredibile pensare che i palermitani siano stati ventitré anni senza il loro teatro, dobbiamo pensare con gratitudine a chi lo ha riaperto”. Presenti i protagonisti della riapertura, in testa il sindaco Leoluca Orlando e il vicesindaco Emilio Arcuri.

Sold out la Sala, folla davanti al maxischermo in piazza che ha trasmesso il concerto in diretta, a migliaia hanno seguito la diretta sulla web tv del Teatro e sul sito del Comune di Palermo. “Abbiamo voluto che questa fosse una festa di tutti e per tutti – dice il sovrintendente Francesco Giambrone – perché vogliamo che questo sia un teatro inclusivo e non elitario, che sia la casa di tutti i palermitani”.

Tra gli spettatori, Sua Altezza Reale Maria Gabriella di Savoia e una delegazione proveniente da Ginevra di rappresentanti dell’alta finanza e del mondo culturale internazionale. Il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, ha inviato un messaggio in cui evoca “i ventitré anni di buio e inspiegabile silenzio” della chiusura del Teatro. “Il Massimo – scrive - rappresenta uno dei simboli più significativi della città, un pezzo imprescindibile della sua identità. La sua storia si intreccia con quella di Palermo, è il racconto nelle diverse stagioni che hanno attraversato una città dal fascino straordinario, costituendo un prezioso presidio intellettuale e civile. Un Teatro che con le sue maestranze tiene alta la grande tradizione dell’opera lirica, della musica e della danza del nostro Paese. Questa doppia ricorrenza si rivela ancor più significativa in un tempo di rinnovati fermenti culturali con Palermo che si prepara a vivere il 2018 da protagonista, come Capitale italiana della Cultura”.

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