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Giovedì, 29 Giugno 2017

La centrale nucleare di Chernobyl è stata colpita dall'attacco hacker. Lo riporta il sito ucraino Kromadske. Secondo l'Agenzia nazionale per la gestione della zona contaminata, i sistemi interni tecnici della centrale "funzionano regolarmente" e invece sono "parzialmente fuori uso" quelli che monitorano "i livelli di radiazione". Il sito della centrale elettrica è inoltre inaccessibile

Dopo Russia e Ucraina un attacco hacker sta colpendo società in tutto il mondo. Lo scrive la Bbc online, precisando che anche l'agenzia pubblicitaria britannica Wpp risulta tra le società colpite. L'Associated Press cita tra queste anche il colosso dei trasporti marittimi Moller-Maersk. "Un attacco hacker senza precedenti ha colpito l'Ucraina ma i nostri specialisti informatici fanno il loro lavoro e proteggono le infrastrutture cruciali. I sistemi vitali non sono stati danneggiati, l'attacco verrà respinto e i responsabili saranno individuati". Così su Facebook il premier ucraino Volodomyr Groysman.

Secondo l agenzia Ansa Il sito della Rosneft, colosso petrolifero russo, è irraggiungibile e nella metropolitana di Kiev non si possono effettuare pagamenti elettronici. Nell'aeroporto di Borispil, in Ucraina, si registrano ritardi ai voli. In Russia, oltre a Bashneft e Rosneft, anche Mars e Nivea sono coinvolte.

Il virus responsabile - secondo la società di cyber sicurezza Group-IB - sarebbe 'Petya' e non 'WannaCry'.

"Credo non ci sia nessun dubbio che dietro a questi 'giochetti' ci sia la Russia perché questa è la manifestazione di una guerra ibrida". Così il consigliere del ministro dell'Interno ucraino Zoryan Shkiriak a 112 Ucraina parlando dell'attacco hacker che ha colpito oggi l'Ucraina (e la Russia, ndr).

Stando ad altri media, la portavoce dell'SBU - i servizi di sicurezza di Kiev - avrebbe detto che all'interno dell'agenzia si suppone che gli attacchi siano partiti dalla Russia o dai territori occupati del Donbass

"Credo non ci sia nessun dubbio che dietro a questi 'giochetti' ci sia la Russia perché questa è la manifestazione di una guerra ibrida". Così il consigliere del ministro dell'Interno ucraino Zoryan Shkiriak a 112 Ucraina parlando dell'attacco hacker che ha colpito oggi l'Ucraina (e la Russia, ndr). Stando ad altri media, la portavoce dell'SBU - i servizi di sicurezza di Kiev - avrebbe detto che all'interno dell'agenzia si suppone che gli attacchi siano partiti dalla Russia o dai territori occupati del Donbass.

Che cosa deve preoccupare maggiormente gli europei oggi: la “Brexit”, l'elezione di Donald Trump, la crisi dei migranti, le posizioni della Russia di Putin, il terrorismo jihadista? Era una domanda che il Corriere della Sera, qualche mese fa, aveva posto in una intervista a Federica Mogherini, alto rappresentante dell'Unione Europea (UE). la Mogherini, una delle cariche più significative della Commissione Europea, ha risposto con estrema chiarezza, il problema maggiore dell'Europa è, “La mancanza di fiducia in noi stessi”. L'esponente politico evidenziava che i rappresentanti politici internazionali, nonostante tutto gli hanno sempre sottolineato la grande forza, la salute e la potenza dell'Europa. Cosa che purtroppo noi europei, ancora non riusciamo a cogliere.“Siamo labili di nervi”, e soffriamo di “una vera crisi di identità, di mancanza di consapevolezza”. Pertanto secondo la Mogherini, “Se non conosci la tua forza, rischi di non usarla e ciò potrebbe alla lunga minare le basi della nostra potenza”.

Parole forti che sembrerebbero pronunciate da quei politici euroscettici come Farage, Wilders, Orban o Le Pen. Per Alfredo Mantovano, la risposta della Mogherini,“è una diagnosi drammaticamente vera: perché è vero che l'Europa ha al proprio interno ricchezze di ogni tipo, finanziarie, economiche e culturali, e potenzialità come nessun altro continente al mondo”.(Alfredo Mantovano, “Europa: vincere la crisi di identità”, in Cristianità, n. 384,marzo-aprile 2017)

Evidentemente però se sei “labile di nervi” e vivi “una vera crisi di identità, di mancanza di consapevolezza”, di questa ricchezza non sai cosa fartene.

Pertanto i sintomi e gli effetti di questa crisi di nervi e di identità sono che l'Europa non è in grado di adottare politiche più adeguate per affrontare e combattere il terrorismo, vive alla giornata, e di fronte ai numerosi attacchi subiti sul proprio territorio li vive come una rassegnata routine.

L'Europa,“va in paranoia”, quando la Turchia fa uscire il 15 per cento dei profughi che tratteneva sul proprio territorio. Scrive Mantovano:“E tu, colosso con più di mezzo miliardo di abitanti […] entri in crisi per appena 350.000 migranti, che non riesci poi neanche a ripartire in modo proporzionato sul tuo territorio. Quando il piccolo Libano, con circa quattro milioni e mezzo di abitanti, ha accolto negli ultimi cinque anni oltre un milione di profughi”.

Altra questione grave è che il nostro continente non mette al mondo più figli, quindi non ha futuro. Praticamente sta attraversando la più grande crisi demografica della sua storia, infatti,“Prima ancora che per il terrorismo, per i migranti, per la volatilità dei mercati finanziari, la crisi dell'Europa è demografica, con tratti particolarmente preoccupanti per Stati come l'Italia”.

Papa Francesco in occasione dei Trattati di Roma, il 24 marzo scorso, ricordava ai capi di governo dell'UE, che compete a loro,“discernere le strade della speranza”. Tuttavia secondo Mantovano l'Europa su queste ed altre voci produce soltanto interventi contraddittori, come le critiche nei confronti della politica del neo-presidente americano Donald Trump, sulla questione immigrazione, che poi sono identiche a quelle adottate da Obama.

La diagnosi della crisi strutturale dell'Europa non basta, per Mantovano occorre, capire perchè siamo giunti a questo punto e soprattutto bisogna tentare di studiare quali sono le possibili vie d'uscita. Chiunque voglia salvare l'Europa, non può interrogarsi su questo. Non è interesse solo dei cattolici, anche se a noi dovrebbe interessare maggiormente, visto che il subcontinente europeo non sarebbe diventato così ricco senza il cristianesimo. Del resto sono decenni che la Chiesa con il suo Magistero, attraverso documenti chiari e illuminanti, ci spiega le ragioni della crisi dell'Europa.

Come uscirne?”, si chiede Mantovano. Certamente non ci si può accontentare“di assistere alla sterile dialettica che vede contrapposti da un lato i difensori 'a prescindere' dei trattati comunitari e della loro applicazione”, come fa Emmanuel Macron. Ma neanche come fanno “dall'altro lato i ripetitori di slogan tanto altisonanti quanto distanti dalla complessità del reale”.

Mantovano che è stato sottosegretario agli Interni e gli è capitato di sostituire il ministro dell'interno al Consiglio dei ministri europei, il cosiddetto GAI. Conosce bene tutte le difficoltà strutturali esistenti della politica dell'UE. Intanto evidenzia, “lo scarso peso della politica nelle decisioni”, in particolare, quelle scelte politiche maturate in ciascun singolo Stato, in riguardo ai singoli popoli. Altro fattore di grossa difficoltà è che elaborare le decisioni politiche di 28 Stati, presenta grossi problemi. Un confronto politico è materialmente impossibile. Praticamente Mantovano, facendo riferimento alla sua esperienza del 2011, quando allora, ancora, gli Stati membri dell'Ue erano 15, “ogni giro di tavolo prevedeva interventi non superiori a tre minuti a testa, pur su questioni importanti e controverse”.

Il quadro diventa ancora più complicato, perché c'è in vigore“il criterio della unanimità, in virtù del quale Malta o Cipro o il Lussemburgo sono in grado di paralizzare l'intera Unione in caso di disaccordo”. In pratica in queste sedi non ci sono quasi mai le condizioni e il tempo materiale per arrivare a far emergere ed elaborare scelte politiche condivise. Il risultato è che si arriva ad approvare piattaforme predefinite nelle sedi tecniche. Alla fine per Mantovano, le scelte effettive sono operate“in larga parte dalle burocrazie europee, che hanno modalità di cooptazione, luoghi di formazione e codici culturali certamente ostili all'identità europea, non senza collegamenti stabili con le principali lobby presenti e operanti a Bruxelles, ma distanti dal sentire dei popoli”.

Sostanzialmente si ignora, quello che ha affermato Papa Francesco, sempre nella circostanza ricordata sopra: “L'Europa è una famiglia di popoli e - come ogni buona famiglia – ci sono suscettibilità differenti”. Certamente l'Europa, non è invece, “un insieme di regole da osservare[...] un prontuario di protocolli e procedure da seguire”.

Pertanto alla fine può accadere che ci si accontenti di sottoscrivere documenti generici, preparati da tecnici, che non forniscono nessuna reale soluzione ai vari problemi sollevati. Si pensi alla quantità di Consigli europei dei ministri e dei primi ministri dedicati all'immigrazione e ai risultati deludenti. A questo punto alcuni Stati, e quindi i loro popoli, si sentono posti ai margini, dell'Unione e soprattutto i loro problemi non vengono risolti. Ecco perché spuntano fuori i cosiddetti “populismi”, che non sono altro che “reazioni, talora sbagliate nel merito, quasi sempre inadeguate, all'assenza di opzioni politiche di fronte a reali emergenze quotidiane”.

Praticamente al cittadino europeo appena“gli viene concessa la possibilità di votare, a prescindere dal merito, utilizza la scheda per allontanarsi il più possibile dall'orientamento egemone che percepisce come una imposizione”. Ecco spiegato in parte il voto della Brexit, il successo mancato per poco del referendum sull'immigrazione in Ungheria, e poi quello dell'ampia vittoria del “No” al referendum costituzionale in Italia. Infine in questo senso va vista l'avanzata dei partiti che vengono qualificati “populisti”. Chi orienta il proprio voto in questa direzione, sicuramente intende mandare un segnale a un'Europa “labile di nervi” e in “crisi di identità”.

Tuttavia Mantovano lo ribadisce con forza,“la risposta non può essere la demonizzazione della reazione: deve essere l'approfondimento delle sue cause”. Pertanto, “oggi l'etichetta 'populista' viene usata come avveniva quarant'anni fa con l'etichetta 'fascista': negli anni 1970 e 1980 nella gran parte dei casi era bollato come 'fascista' non il nostalgico del Ventennio mussoliniano, bensì chiunque non fosse in linea con il Progresso”. Sempre in quel periodo, “arbitro di decidere chi fosse allineato con la Storia oppure no era sul piano politico il vertice del PCI, il Partito Comunista Italiano, sul piano culturale l'élite a esso omogenea”. Mentre oggi chi rilascia la patente di “populismo”, sono altri soggetti, ma l'automatismo non cambia. Era un errore allora, è errore oggi.

Intanto Mantovano chiarisce cheil cosiddetto 'populismo' non è peraltro il regno dell'antipolitica; spesso é, al contrario, una domanda d'intervento della politica: posta in modo rozzo, non articolato, ma di maggiore, non di minore assunzione di responsabilità politica”. Praticamente, secondo l'autorevole magistrato pugliese, si tratta spesso di “una richiesta rivolta con rabbia alle classi dirigenti perché scelgano e non si limitino – quando va bene – alla mera gestione o all'amministrazione”.

Così come negli anni '70 e '80, la qualifica di “fascista” è stata progressivamente estesa a ogni tipo di opposizione al Progresso e ai suoi miti, “oggi si assiste a una sorta di dilatazione del riqualificato marchio d'infamia: in un primo momento erano 'populisti' i movimenti provenienti o dall'estrema destra o dall'estrema sinistra[...]”. In un secondo momento “populisti”, diventano tutti quelli che fanno riferimento al popolo per polemizzare contro le scelte antipopolari delle élite.

Praticamente ormai passa la tesi che riferirsi troppo al popolo è pericoloso. Per esempio l'ex premier britannico David William Cameron è stato costretto a dimettersi perchè ha fatto l'errore di consultare il popolo. Ha indetto un referendum che pensava di vincere, invece l'ha perso. Un destino analogo è toccato al nostro (si fa per dire) Matteo Renzi.

Mantovano sottolinea un grave errore delle nostre classi dirigenti, dell'élite europeista, questi sono convinti che“la crisi demografica del continente si affronta non riprendendo a procreare figli, e quindi sacrificandosi come famiglie ma anche contando su condizioni favorevoli in tale direzione, bensì ricorrendo all'immigrazione”. Secondo questi signori, gli immigrati potrebbero diventare “un “popolo di ricambio”, con maggiori energie fisiche, pronto a fare per noi e al nostro posto i lavori più umili, e magari anche a pagarci le pensioni con contributi che versa”. Naturalmente la realtà non è così, anche “se cantiamo le lodi del multiculturalismo, i popoli non risultano facilmente intercambiabili”.

A questo punto il servizio pubblicato dalla rivista Cristianità, continua facendo riferimento all'Italia, dove abbiamo un record: “l'indice di natalità più basso in assoluto”. Nel 2016 si sono registrati più morti che nascite. Una cosa simile non è successa neanche alla fine della Prima o della Seconda Guerra Mondiale.

L'Italia ha un altro record, l'indebitamento pubblico più elevato, pari oggi al 133 per cento del prodotto interno lordo, con conseguenze perverse, non mi chiedete altro, fatevelo spiegare dagli economisti, cosa significa. Inoltre, l'Italia ha un territorio geograficamente molto più esposto di altri sul fronte dell'immigrazione. Se non cambia qualcosa, quello che abbiamo visto finora, è solo l'inizio.

In Italia è avvenuto una specie di shopping, non dei nostri prodotti, ma delle nostre aziende.

Inoltre c'è da registrare che il peso politico dell'Italia, a livello internazionale è calato notevolmente. La svolta si è avuta nel conflitto della guerra in Libia del 2011 con la caduta del regime di Mu'ammar Gheddafi.

Inoltre per Mantovano c'è un altro rischio che l'Italia corre, oltre allo shopping da oltre-confine delle proprie aziende, c'è quello che resta della nostra rappresentanza politica, perlomeno si profila una sorta di franchising.

Infine Mantovano ritorna sulla vittoria del “No” nel referendum costituzionale. E' stata una grande vittoria popolare, visto il grande spiegamento di forze e di propaganda a sostegno del “Si”. A questo punto l'esponente di Alleanza Cattolica si domanda: “che cosa se ne fa di questa vittoria”, “Come si 'capitalizza' il successo?”. Per Mantovano occorre dire qualcosa a quei due o quattro milioni di votanti. Soprattutto a quei cattolici che si sono spesi per il “No”. “'Capitalizzare' il voto del 4 dicembre 2016 significa anzitutto dare continuità ai ragionamenti che abbiamo sviluppato durante la campagna referendaria: durante la quale le ragioni del “no” non erano all'insegna della difesa della 'Costituzione più bella del mondo'”.

Per Mantovano, ma anche il professore Massimo Gandolfini, presidente di “Difendiamo i nostri figli”, adesso bisogna passare al contrattacco,“va illustrata qual è la riforma che preferiamo: è il momento di lanciare una campagna culturale e politica in questa direzione”. E le ragioni per intervenire sulla Costituzione Italiana ce ne sono tante. Tra queste ne citiamo qualcuna quella di ribadire la difesa della vita dal concepimento fino alla morte. La definizione chiara del matrimonio tra un uomo e una donna, e della vera famiglia.

Perchè non proporre una piattaforma costituzionale per la Famiglia? Per una riforma agganciata alle esigenze reali delle famiglie italiane. E perchè non far diventare questa piattaforma un discrimine per orientare il consenso alle forze politiche che si presenteranno alle prossime elezioni? E magari proporre a ciascuna forza politica di farla propria.

Mosca sostiene che in un raid vicino a Raqqa il 28 maggio. "Secondo le informazioni che si stanno verificando attraverso diversi canali", nel sobborgo a sud di Raqqa "era presente anche il leader dell'Isis Ibrahim Abu-Bakr Al Baghdadi, che e' stato eliminato inseguito al raid", fa sapere il ministero della Difesa russo, citato dal sito online della tv del dicastero, 'Zvezda'.

La Coalizione internazionale anti-Isis a guida Usa afferma di non poter confermare notizie della possibile uccisione del leader dello 'Stato islamico' Abu Bakr al Baghdadi in raid militari russi in Siria. In una email inviata all'Associated Press, il colonnello Ryan Dillon, portavoce della Coalizione, ha scritto: "Per il momento non possiamo confermare queste notizie

L'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) solleva dubbi sulla ricostruzione fornita dalla Russia circa la presunta uccisione del leader dell'Isis Abu Bakr al Baghdadi in un raid aereo nel nord della Siria. "Sembra che ai russi siano arrivate informazioni non accurate", afferma sul profilo Facebook dell'Ondus il suo direttore Rami Abderrahman

Ucciso in raid aerei, ferito e paralizzato, in fuga tra Mosul e Raqqa: le notizie mai confermate che da anni si rincorrono sulla sorte del capo dell'Isis, Abu Bakr al Baghdadi, hanno contribuito a renderlo una figura leggendaria. L'ultima notizia in ordine di tempo è arrivata stamattina dal ministero della Difesa russo che ha comunicato di avere probabilmente ucciso al Baghdadi in un raid aereo il 28 maggio scorso nel sobborgo a sud di Raqqa. L'ultima immagine verificata che si ha di al Baghdadi risale ormai a quasi tre anni fa, quando proclamo' la nascita del 'Califfato' dalla moschea Al Nouri di Mosul. 

Baghdadi nasce da una famiglia sunnita nel 1971 a Samarra, in Iraq, citta' simbolo dello sciismo. Il nome al secolo e' Awwad al Badri.

L'epiteto attuale e' composto dal nome di uno dei primi quattro califfi dell'Islam con l'aggiunta dell'origine geografica della citta' dove e' cresciuto: Baghdad. Nel 2003, durante l'invasione anglo-americana dell'Iraq, Awwad, allora trentaduenne, forma un gruppuscolo armato e si unisce alle formazioni jihadiste. Nel 2005 finisce nelle mani dei soldati americani e passa quattro anni in una prigione nel sud di Baghdad, per venire poi rilasciato.

Quando il 18 aprile del 2010 l'allora capo dello Stato islamico dell'Iraq, Abu Omar al Baghdadi, viene ucciso, i vertici della piattaforma nominano responsabile del gruppo Abu Bakr, da poco tornato in liberta'. Un mese dopo, il 16 maggio, e' proprio il nuovo leader ad annunciare la sua alleanza con al Qaida, guidata da Ayman al Zawahiri. Ma subito dopo Al Baghdadi comincia a sfidare l'autorita' del medico egiziano, successore di Osama bin Laden (ucciso nel 2011) e rintanato sulle montagne tra Pakistan e Afghanistan. 

Con l'inasprirsi della guerra siriana nel 2013 e con il ritiro di gran parte delle truppe governative di Damasco dal nord e dall'est siriano, gli uomini di Baghdadi risalgono facilmente l'Eufrate e prendono Raqqa senza colpo ferire, proprio come e' successo poi con Mosul, la seconda città dell'Iraq, caduta nel giugno 2014. Nell'aprile del 2013 Baghdadi - su cui gli Usa hanno messo una taglia di 25 milioni di dollari - rompe con al Qaida.

Forte di successi militari ancora inspiegabili contro eserciti descritti come i più potenti della regione, il credito di Baghdadi conquista ormai i cuori di migliaia di giovani disadattati di mezzo mondo in cerca di una ragione per vivere e morire

Al Baghdadi era presente a una riunione dei leader del gruppo terroristico vicino a Raqqa presa di mira dai jet militari russi. Lo riferisce il ministero della Difesa russo. "In seguito ai bombardamenti dei Su-35 e dei Su-34 - riporta - sono stati uccisi comandanti di alto livello dei gruppi terroristici che facevano parte del cosiddetto Consiglio militare dell'Isis, nonché circa 30 comandanti di campo di medio rango e fino a 300 miliziani addetti alla loro sicurezza personale". Il raid - spiega il dicastero - è avvenuto dopo che i russi avevano avuto conferma dai droni del luogo in cui avveniva il vertice. L'incontro - secondo le informazioni ottenute dal ministero della Difesa russo - era stato convocato per discutere un piano di uscita dei terroristi da Raqqa attraverso il "corridoio meridionale".

"Per il momento io non ho la conferma al 100% di questa informazione": lo ha detto il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov riferendosi all'annuncio da parte del ministero della Difesa di Mosca della possibile uccisione del leader dell'Isis Ibrahim Abu-Bakr Al Baghdadi in un raid russo vicino Raqqa. "Tutti gli esempi di azioni simili per l'eliminazione di un leader dei gruppi terroristici - ha aggiunto Lavrov, citato da Ria Novosti - sono sempre stati presentati con parecchio entusiasmo, ma poi, lo si sa per esperienza, queste strutture hanno ripristinato la loro capacità combattiva. Continua per ora l'attività di queste strutture: dell'Isis, di al Qaida e delle sue numerose incarnazioni".

Il leader del sedicente Stato islamico è stato dato per morto diverse volte in passato. L'ultima risale a pochi giorni fa, l'11 giugno, quando la televisione di Stato siriana ha riferito che il 'Califfo' era rimasto ucciso in un raid sulla città di Raqqa il giorno prima, e cioè il 10 giugno. La notizia della tv di Damasco non ha poi ricevuto altre conferme.

Come ogni anno, nel periodo estivo si intensifica lo sforzo operativo della Guardia Costiera volto a garantire la corretta fruizione del mare e uno svolgimento in sicurezza delle attività ludiche e ricreative ad esso collegate. Sicurezza e serenità, legalità e divertimento: sono questi alcuni dei concetti chiave dell’operazione “Mare Sicuro 2017”, operazione che ogni estate viene attuata dalla Guardia Costiera e che, fino al 17 settembre, vedrà impiegati circa 3.000 uomini e donne, oltre 300 mezzi navali e 15 mezzi aerei lungo tutti gli 8.000 chilometri di coste del Paese, nonché sul Lago di Garda e sul Lago Maggiore.

Un’operazione condotta nel segno della “trasversalità”, quale sintesi del lavoro e dello sforzo che il Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera compie nell’ambito delle proprie funzioni e dei compiti legati agli usi civili e produttivi del mare, tra i quali – in primis – la salvaguardia della vita umana in mare, oltre alla sicurezza della navigazione, alla tutela dell’ambiente marino e costiero, ai controlli sulla pesca e sull’intera filiera ittica.

Così, i milioni di turisti italiani e stranieri che nel periodo estivo trascorrono le vacanze lungo le coste del Paese, troveranno nella Guardia Costiera il riferimento a garanzia della propria sicurezza. L’operazione “Mare Sicuro” ha registrato, al termine dell’estate 2016, il soccorso ad oltre 3.500 persone e 700 unità, con quasi 50.000 controlli sulle imbarcazioni da diporto.

L’ingente afflusso turistico richiede un’attenzione ancora maggiore verso l’ecosistema marino e costiero: sarà attuato il massimo sforzo possibile per garantire il rispetto dell’ambiente. Durante l’estate 2016 sono stati 57.000 i controlli effettuati sul demanio marittimo, ai quali si sono aggiunti anche gli oltre 3.000 controlli nelle Aree Marine Protette.

Non meno importante è l’intensificazione dei controlli su tutta la filiera ittica: il prodotto ittico italiano, bene primario per qualità e quantità, continuerà ad essere costantemente monitorato, controllato e garantito. La Guardia Costiera, con “Mare Sicuro 2017”, si impegna, infatti, anche ad assicurare la gestione sostenibile della risorsa ittica, il controllo della filiera di commercializzazione del pescato e la tutela del consumatore; è quanto attestato dai risultati conseguiti nell’analogo periodo estivo 2016, con oltre 20.000 controlli in materia.

L’impegno rafforzato della Guardia Costiera mira così ad assicurare rapidi interventi di soccorso in favore di bagnanti, diportisti e subacquei e a garantire controlli più intensi su tutte le attività svolte in mare, per prevenire condotte illecite, pericolose per le persone, per il patrimonio ambientale, per l’ecosistema marino e per le risorse ittiche.

 

La polizia francese sta intervenendo per rispondere a un presunto allarme a Parigi nei pressi della cattedrale di Notre Dame, dopo voci che parlano di colpi di arma da fuoco e di panico fra i presenti.

Gli agenti hanno sparato su un uomo sulla spianata davanti alla cattedrale parigina di Notre-Dame che, secondo le prime informazioni, avrebbe tentato un'aggressione a colpi di martello nei confronti di un agente della polizia municipale. Il quartiere è stato isolato.

Nuova perquisizione  in un quartiere vicino alle abitazioni di due dei jihadisti che hanno realizzato il sanguinoso attacco di sabato sera a Londra. La polizia e' entrata in azione a Ilford, circa tre chilometri a nord di Barking, nell'est di Londra dove vivevano almeno due dei terroristi del London Bridge. Almeno una dozzina di bombe Molotov sono state trovate nel furgone usato dai tre jihadisti. Secondo il giornalista dell'emittente Martin Brunt, la polizia ha trovato nel veicolo "quelle che sembravano essere bottiglie piene di un liquido incolore con stracci" al posto dei tappi: "Chiaramente sembravano essere cocktail Molotov".

La prima vittima ad essere identificata è stata la canadese Christine Archibald, detta "Chrissy". La ragazza lavorava in un ospizio per senzatetto prima del trasferimento in Europa per raggiungere il fidanzato. E' invece disperso un cittadino spagnolo di 39 anni: Ignacio Echeverria, residente a Londra, secondo la testimonianza di un amico, ha affrontato uno dei terroristi armati di coltello a Borough Market, prendendo la difesa di una donna che era stata ferita.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nella prima reazioni in pubblico agli attacchi di Londra, ha sottolineato la sua "determinazione, piu' forte che mai, a proteggere gli Stati Uniti e i suoi alleati da un nemico codardo che ha dichiarato guerra alla vita innocente, da troppo tempo".

Ancora una volta la pista dell'intelligence rimanda all'Italia, terra di passaggio sin dagli attentati al Teatro Bataclan di Parigi e all'aeroporto "Zaventem" di Bruxelles. L'identità di Youssef Zaghba è stata segretata fino all'ultimo perché le indagini portano dritto nel Belpaese. I genitori del terzo terrorista di Londra (lui marocchino, lei italiana) avevano vissuto insieme in Marocco. Quando si sono separati, la madre è rientrata in Italia ed è andata a vivere nella provincia di Bologna. Secondo la ricostruzione del Corriere della Sera, Youssef Zaghba sarebbe passato "più volte" per Bologna finché nel marzo 2016 è stato denunciato per terrorismo internazionale. Sul suo cellulare, come rivela Reppublica erano state trovati inni allo Stato islamico. Dal momento che aveva un passaporto italiano, non era stato possibile espellerlo ma era stato comunque inserito nelle liste dei foreign fighter e l'informazione era stata, poi, passata ai servizi inglesi.

Intanto Youssef Zaghba, identificato come il terzo terrorista dell'attacco di Londra, fu fermato a marzo 2016 all'aeroporto di Bologna, città da cui stava per prendere un volo diretto a Istanbul. Il ventenne era italo-marocchino e aveva con sé solo un piccolo zaino, il passaporto e un biglietto di sola andata: circostanze sospette, che insieme alla rotta aerea per la Turchia, ne fecero disporre il fermo per accertamenti. Fu contattata la madre, che risiederebbe tutt'ora nella provincia del capoluogo emiliano.

Come rivela il Corriere, infatti, il giovane è nato a Fez nel gennaio 1995 da padre marocchino, allora sposato con una donna italiana. La coppia, che viveva in Marocco, si era poi separata e la donna era tornata a vivere in provincia di Bologna.

Proprio il suo legame con l Italia avrebbe portato la polizia britannica a non rivelare fino ad ora il suo nome. Youssef, infatti, sarebbe passato spesso nel nostro Paese per andare dalla madre. Ma anche per sfruttare le sue origini per unirsi all'Isis: già il 15 marzo 2016 fu fermato all'aeroporto di Bologna mentre cercava di imbarcarsi zaino in spalla e biglietto di sola andata - su un volo per Istanbul, da dove poi voleva raggiungere la Siria per combattere insieme al Califfato. Alla madre aveva raccontato che sarebbe andato a Roma.

Quando è stato fermato si era agitato e sul suo telefono erano stati trovati immagini e video di matrice islamica, anche se non inneggianti al jihadismo. Inizialmente denunciato per terrorismo internazionale, era stato prosciolto da ogni accusa, ma era stato iscritto nel registro dei sospetti "foreign fighter" negli archivi internazionali.

Era quindi ben noto all'intelligence italiana, che ultimamente aveva segnalato i suoi spostamenti sia alle autorità marocchine che a quelle britanniche, dal momento che lavorava in un ristorante di Londra.

Accanto a Khuram Shazad Butt, nel documentario di Channel 4, c'è tra gli altri anche Mohammed Shamsuddin, un predicatore radicale che vive di sussidi statali. In più di un'occasione aveva elogiato pubblicamente il supporto di Khuram Shazad Butt alla causa dello Stato islamico

Nel documentrio di Channel 4 è visibile anche Abu Haleema, un imam di origine pachistana che di lavoro fa l'autista dei pullman. Arrestato nel 2015, con l'accusa di simpatizzare per i tagliagole dello Stato islamico, era stat rilasciato nel giro di pochissime settimane. In quell'occasione, però, le autorità gli avevano ritirato il passaporto.Come costruisce il quotidiano Italiano Il Giornale , Haleema potrebbe essere il punto di congiunzione tra l'attentato di Westminster avvenuto lo scorso 22 marzo e l'attacco sul London Bridge di sabato sera. "L'imam - fanno sapere fonti vicine ai servizi inglesi - avrebbe infatti fornito nozioni di integralismo a Khalid Masood, l'assassino a bordo della Hyundai Tucson grigia".

Theresa May si aspetta una revisione dell'operato di polizia e servizi segreti dopo le polemiche sulle falle dell'anti-terrorismo. La premier britannica lo ha detto nel corso di un'intervista a Sky News affermando che auspica venga fatto come nel caso dell'attacco di Manchester, rispetto al quale l'MI5 ha avviato un'inchiesta interna per fare luce su possibili errori nella prevenzione della strage.

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