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Giovedì, 15 Novembre 2018

L’Inviata Speciale dell’UNHCR Angelina Jolie ha sollecitato oggi l’urgente entrata in vigore di un cessate il fuoco nello Yemen e l’identificazione di una soluzione duratura al conflitto. Jolie ha accolto con favore la recente discussione sulla fine delle ostilità e ha invitato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, attraverso un lavoro congiunto con i paesi della Regione, a concordare una soluzione al conflitto e a tutelare le leggi internazionali sulla protezione dei civili. Ha fatto appello ad una maggiore comprensione della normativa sulla protezione dei rifugiati e all’impegno di tutti i paesi nel fare la loro parte per alleviare la sofferenza umana nello Yemen.

Jolie è attualmente in visita nella Corea del Sud, che al momento ospita centinaia di yemeniti fuggiti dal conflitto.

Jolie ha affermato: “E’ vergognosa la lentezza con la quale, in quanto comunità internazionale, abbiamo agito per cercare di porre fine alla crisi nello Yemen. Siamo stati testimoni del deterioramento della situazione ad un punto tale che lo Yemen è ora sull’orlo di una carestia provocata dall’uomo, ed è afflitto dalla peggiore epidemia di colera del mondo degli ultimi decenni. Quando i conflitti raggiungono livelli simili, molte persone non hanno altra scelta che fuggire, se vogliono avere qualche possibilità di sopravvivenza. L’unico modo per consentire ai rifugiati di tornare a casa e per ridurne il numero totale a livello globale, è di porre fine ai conflitti stessi. Mi auguro che ci sia una maggiore comprensione delle realtà umane che costringono le persone alla fuga, dei rigidi criteri giuridici e del processo attraverso il quale l’UNHCR, in collaborazione con le autorità nazionali, riconosce lo status di rifugiato, e della responsabilità che tutti noi abbiamo di sostenere i rifugiati fino al momento in cui non sarà loro possibile tornare a casa. Senza una risposta globale basata sul diritto internazionale e sulla responsabilità collettiva, a lungo termine si rischia un ulteriore aumento dell’instabilità e dell’insicurezza, con un conseguente impatto negativo su tutti i paesi”. 

Angelina Jolie si trova attualmente in Corea del Sud in veste di Inviata Speciale dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, per promuovere il sostegno ai rifugiati a livello globale, che è ora di vitale importanza. La sua visita a Seoul segue quella dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Filippo Grandi, tenutasi il 23-24 ottobre.

Nel suo incontro con il Ministro della giustizia sudcoreano Park Sang-ki, a capo del ministero responsabile per le politiche interne sui rifugiati, Jolie ha espresso apprezzamento per gli sforzi compiuti dalla Corea del Sud per aiutare i circa 500 yemeniti sbarcati a maggio sull’isola turistica di Jeju. Jolie ha riconosciuto l’importanza degli approfonditi controlli e procedure in vigore, nonché degli sforzi finalizzati ad assicurare protezione fino al momento in cui i rifugiati non potranno fare ritorno in sicurezza al loro paese di origine. Jolie ha altresì espresso il desiderio dell’UNHCR di lavorare a più stretto contatto con le autorità coreane per il rafforzamento del sistema di asilo.

Angelina Jolie ha trasmesso i ringraziamenti dell’UNHCR al popolo della Corea del Sud per il sostegno offerto ai rifugiati in tutto il mondo. In Corea del Sud il settore privato sta donando milioni, per la maggior parte provenienti da circa 230.000 generosi donatori individuali, a dimostrazione del forte senso di solidarietà dei sudcoreani nei confronti dei rifugiati e dell’UNHCR. Jolie ha sottolineato come la Corea del Sud, che è riuscita a superare guerra ed esodi, e in quanto una delle principali economie a livello mondiale, abbia il potenziale per svolgere un importante ruolo di leadership nella Regione. Jolie ha inoltre accolto con favore i recenti sforzi della Corea del Sud per raggiungere la pace nella penisola coreana.

A Seoul, l’Inviata Speciale ha incontrato anche l’attore sudcoreano e Ambasciatore di Buona Volontà dell’UNHCR, Jung Woo-sung, con il quale ha discusso delle recenti preoccupazioni espresse a livello pubblico in Corea per l’arrivo dei rifugiati yemeniti a Jeju, così come delle rispettive missioni per conto dell’UNHCR. Jolie è stata Ambasciatrice di Buona Volontà dell’UNHCR dal 2001 al 2012, prima di essere nominata Inviata Speciale per l’organizzazione. Jung è diventato Ambasciatore di Buona Volontà dell’UNHCR per la Corea nel 2015.

 


“Ma come può essere terapeutico, civile, o semplicemente umano un atto che sopprime la vita innocente e inerme nel suo sbocciare? Io mi domando: è giusto far fuori una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema?” (da “Avvenire”, 11-X-2018).

Col presente “foglietto”, per prima cosa voglio rendere omaggio al Papa, ringraziarlo per ciò che ha detto e, poi, aggiungere alcune piccole, personali  considerazioni.

1) Intanto sono contento che c’è ancora qualcuno al mondo capace di chiamare le cose col proprio nome usando parole chiare e comprensibili a tutti; sono convinto che tale chiarezza oggi sia prerogativa solo della Chiesa perché – nonostante la confusione e i peccati, talora gravi, di suoi chierici – rimane ormai l’unica “agenzia” credibile sulla “piazza” dove attingere un po’ di Verità; le altre (partiti, conventicole di intellettuali, televisioni, giornali…) spesso spargono dubbi e spacciano ideologie di terza mano.

2) Non mi meraviglio che i difensori dell’aborto siano rimasti spiazzati e stupiti e alcuni abbiano reagito con stizza e rabbia: costoro, infatti, erano fermi alla famosa frase di Francesco (28-VII-2013) “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?” che, mutilata della premessa, può essere interpretata e strascicata come e dove fa  più comodo; così pensavano che il Papa e la Chiesa nel frattempo avessero ammorbidito il “non occides” del 5º Comandamento, una materia in cui non c’è posto per i “ni” e i “so” ma netta e luminosa distinzione, stante l’ammonimento del Maestro: “sia invece il vostro parlare «Sì, sì», «No, no»; il di più viene dal  Maligno” (Mt. 5, 27)

3) Stupore, stizza e rabbia provengono dalla cultura relativista, ormai universale, che non fa distinguere più il bene dal male e tenta di conciliare perfino concetti per loro natura  inconciliabili; di conseguenza, i seguaci del relativismo sono costretti a  inventarsi pure una lingua  liquida ed equivoca (la “neo-lingua” di Orwell) in cui le parole sfumano e si smussano per nascondere la realtà delle cose e magari confondere i “poveri” come me; in tal modo esse – le parole – sembrano dire una cosa ma ne significano un’altra come, ad es., quelle – “tutela della maternità” – scritte nel titolo della famigerata “legge” 194, una “tutela” che in Italia dal 1978 ha prodotto qualcosa come...sei milioni di aborti legali! All’anima della “tutela”! Se non fosse una tragedia  verrebbe perfino da ridere. Ecco perché questo “mondo”, ormai disabituato alla chiarezza, non può comprendere ed accettare parole chiare, così ricorre all’insulto e  chiama “spietato” il Papa (v. un tale su “Libero”, 11-X-2018).

4) L’“insulto” ai Papi non è nuovo; infatti – esempio tra tantissimi – un po’ di anni fa, durante le guerre e le violenze seguite alla dittatura comunista di Tito in Iugoslavia, San Giovanni Paolo II aveva esortato con una lettera le donne di Serayevo a non abortire ché le chiese e le “caritas” avrebbero adottato i bambini nati con padri sconosciuti, si scatenò contro il grande Papa Polacco un tiro a segno che non trascrivo nei particolari per ragioni di spazio. Ma non sono nuove neanche le parole di Francesco; così, infatti, sull’aereo nel ritorno dal Messico (2016) rispose ad una giornalista: “L’aborto non è un male minore. È un crimine[…]. È un male assoluto” (“La Repubblica”, 11-X-2018); e nel luglio di quest’anno, ricevendo il Forum delle famiglie: “nel secolo scorso il mondo si è scandalizzato per quello che facevano i nazisti. Oggi facciamo lo stesso ma coi guanti bianchi” (ibidem).

5) Chi vuole l’educazione sessuale nelle scuole magari per distribuire pillole contraccettive come rimedio sicuro all’aborto, pronuncia una menzogna e commette una colpa di cui dovrebbe rendere conto a Dio e alla società. La colpa: quella, gravissima, di diseducare i giovani alla disciplina e all’autocontrollo e di incentivarli al disordine fisico e mentale, insegnando loro che si può usare in qualsiasi modo il proprio corpo e, peggio, il corpo degli altri; qualcuno a tal proposito parla di “diritti insaziabili” che hanno prodotto l’attuale  disastro educativo che tutti vediamo  a cominciare dalle scuole medie. La menzogna: non è vero che la pillola sia rimedio all’aborto, infatti in Inghilterra e in Svezia, nazioni in testa alle classifiche per educazione sessuale e contraccezione chimica, sono proprio quelle con più alto tasso di abortività (“Avvenire”, 11-X-2018).

6) Le anime belle che si sono sdegnate per l’uso del vocabolo “sicario” da parte di Francesco, o ignorano o fingono di ignorare la “meccanica” di certi aborti: il coltello affilato (il bisturi) che aggredisce il corpicino...e questo che si ritrae per difendersi e per sfuggirgli…, e poi i “pezzi”  raschiati e gettati nella discarica…(devo continuare nella descrizione…per magari farmi dare del “terrorista psicologico”...?) Forse questi signori non conoscono il “protocollo” (altra parola incolore e inodore, anch’essa orwelliana) del cosiddetto “aborto post-natale”, cioè l’uccisione del bambino nato per sbaglio, cosa già in atto in alcune nazioni “civili” e neo-pagane del Nord Europa da cui noi “mediterranei incivili” dovremmo prendere esempio.

Un suggerimento. Il cattolico, il protestante, l’ebreo, il musulmano, l’uomo dabbene anche agnostico che volesse reagire alla rovinosa deriva nichilista attuale, è giusto che sappia che essa non è un fungo nato improvviso dopo una pioggia di fine estate, ma frutto di un lungo processo. Inizia dapprima “in interiore homine”, con le tendenze e le passioni nella persona singola a causa dell’orgoglio – “il non tollerare di non essere Dio!” diceva Sartre – e della sensualità, insomma dal rifiuto dei Dieci Comandamenti e della Legge Naturale; tale processo individuale, poi, fomentato da giornali, film, tv, libri, musica, canzoni, cattivi maestri…, trapassa nelle abitudini collettive e diventa assuefazione, abitudine e costume sociale, quindi, giunto a maturazione, pretende che lo Stato gli apponga il timbro della legalità; così ciò che in passato era ritenuto universalmente riprovevole e da sempre classificato come male non solo viene permesso ma codificato dalla maestà della legge, anzi esaltato come “conquista civile”, cioè diventa bene: la “dittatura del relativismo” (Card. Ratzinger, 2005), infine, lo impone a tutti! Dal 1968 con la cosiddetta “rivoluzione culturale” questo processo ha subito  l’accelerazione che ognuno ha potuto vedere. Esso è finanziato da “massonerie” mondiali, da potentati economici e agenzie internazionali facenti capo anche all’ONU e che dispongono di ingenti somme di denaro magari negate ai  popoli poveri del “terzo mondo” che non si piegano ai loro ordini. Infine, come caudatari di tali “potenze”, intervengono i politici e magistrati nostrani gonfiati a cui, a turno, la Democrazia concede il potere superumano di cancellare costumi, tradizioni e ordini secolari a colpi di leggine e sentenze, cioè il compito di concludere il “processo” e poi sparire nell’anonimato: resta il danno che questi minuscoli esecutori hanno prodotto ed è enorme!

La persona ordinata che vuole reagire, possiede, comunque, un’arma che potrebbe rivelarsi efficace: il voto. Prima di concederlo, è bene che si informi sul candidato e i suoi trascorsi, le parole pronunciate o scritte in passato da costui e lo costringa a dichiararsi sul diritto alla Vita ché da questo discendono a grappoli tutti gli altri “diritti”. Le pensioni, il reddito di cittadinanza, l’economia, le finanziarie, i diktat di Bruxelles all’Italia, lo spred, il pil, i migranti “sequestrati” sulla nave – nonostante il gran baccano che ne fanno le tv – vengono dopo!

 

I Carabinieri del Reparto Operativo del Comando Tutela Patrimonio Culturale (TPC) durante una complessa attività d’indagine durata più di un anno, coordinata dalla Procura della Repubblica di Salerno, ha sequestrato 37 opere d’arte di epoca compresa tra il XVI e XX sec., tra cui spiccano per importanza cinque pale d’altare sottratte da due chiese della provincia de L’Aquila, chiuse al culto perché dichiarate inagibili a seguito del sisma del 2009.

Il gruppo criminale, effettuava furti di pregevoli opere d’arte che poi andavano ad arricchire l’arredo di alcune ville di lusso della costiera amalfitana, accrescendo il loro fascino per i turisti stranieri, che ne beneficiavano nei loro soggiorni di vacanza.

L’operazione, avviata a settembre 2017, s’inquadra nel novero delle attività preventive e repressive attuate dal Comando TPC e, in particolare, in quelle info-operative svolte sul mercato clandestino di beni d’arte, che hanno permesso di acquisire elementi su imprenditori che avevano, nella loro disponibilità, numerosi beni di natura antiquariale di probabile provenienza furtiva. Gli ulteriori approfondimenti investigativi, coordinati della Procura della Repubblica di Salerno, hanno consentito di identificare sia personaggi dediti alla ricettazione di opere d’arte antica, sia collezionisti, pronti ad acquistare beni culturali senza verificarne, pur di ampliare la loro raccolta, la lecita provenienza. Le successive perquisizioni e la comparazione delle immagini dei beni rinvenuti con quelli censiti nella Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti, gestita dal Comando TPC, hanno confermato la corrispondenza di 37 opere, permettendo di risalire a 16 furti perpetrati, negli ultimi 20 anni, in varie province italiane e di denunciare svariate persone a piede libero.

Questo importante recupero consentirà, di rendere nuovamente fruibile al pubblico opere d’arte di inestimabile valore storico, artistico e devozionale, tra cui si evidenziano, per importanza, le cinque pale d’altare risalenti al XVII-XVIII sec., che verranno consegnate durante la cerimonia. 

A fronte del rapido peggioramento della crisi umanitaria nello Yemen, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha intensificato gli sforzi per garantire a decine di migliaia di yemeniti sfollati un accesso immediato agli aiuti in denaro. In un Paese in cui tre yemeniti su quattro necessitano di una qualche forma di aiuto e protezione e dove i prezzi dei prodotti alimentari e del carburante sono aumentati rispettivamente del 25 e del 45 per cento solo quest’anno, tale assistenza è fondamentale per le famiglie più vulnerabili, contribuendo a provvedere alle loro pressanti necessità fin quando non potranno fare ritorno a casa.

Le attuali condizioni di pre-carestia e l’epidemia di colera scoppiata nel Paese vanno ad aggiungersi al disastroso impatto provocato dal conflitto, che si è tradotto in massicci flussi migratori forzati e in un numero crescente di vittime civili. È dunque fondamentale che le attività salvavita che garantiscono, tra le altre cose, protezione e strutture ricettive di emergenza, siano condotte e finanziate parallelamente a programmi alimentari, sanitari ed educativi.

Oltre due terzi dei circa 2.7 milioni di sfollati interni (Internally Displaced People-IDPs) vivono lontani dalle proprie abitazioni da oltre due anni. Molti di loro sono fuggiti in zone più sicure del Paese e hanno ormai esaurito tutte le risorse a loro disposizione. Al fine di soddisfare le esigenze più immediate e rafforzare la loro capacità di adattamento, l’UNHCR fornisce assistenza in denaro alle famiglie più vulnerabili.

Solo nel mese di ottobre, l’UNHCR ha distribuito aiuti in denaro a oltre 22.000 famiglie vulnerabili (circa 150.000 persone) in 14 dei governatorati maggiormente colpiti dalla crisi. Le famiglie che hanno beneficiato di questa assistenza sono fuggite ai combattimenti verso aree considerate sicure, o hanno fatto ritorno alle proprie case, trovandole spesso danneggiate o distrutte. Anche molte delle comunità vulnerabili che ospitano gli sfollati interni stanno lottando per la sopravvivenza.

I fondi vengono distribuiti in seguito ad approfondite valutazioni delle esigenze famigliari condotte dai partner dell’UNHCR che operano in tutto il Paese, spesso in aree difficili da raggiungere. Le famiglie selezionate ricevono il denaro per far fronte ai loro bisogni di protezione immediata, ad esempio cure mediche salvavita o sussidi che aiutano le famiglie a evitare gli sfratti e garantiscono loro una sistemazione. Gli aiuti giovano all’economia del luogo, poiché le famiglie acquistano beni essenziali nei negozi locali e pagano i servizi.

Grazie alla collaborazione con la banca Al-Amal, l’UNHCR distribuisce gli aiuti in denaro direttamente attraverso il cosiddetto sistema Hawala, che è operativo e affidabile nonostante il conflitto nello Yemen. Dopo la valutazione, un messaggio SMS comunica alle famiglie gli aiuti a cui hanno diritto. I beneficiari possono quindi ritirare il denaro presso una filiale qualsiasi del Paese. Ciò consente all’UNHCR di fornire assistenza alle famiglie in aree isolate e difficili da raggiungere. L’assistenza in denaro è il modo economicamente più efficiente per offrire una forma di supporto flessibile e dignitosa. Coloro che ne beneficiano affermano che tale sostegno consente loro di evitare di ricorrere a meccanismi di risposta dettati dalla disperazione, come il lavoro minorile e i matrimoni forzati. L’UNHCR e i suoi partner forniscono anche servizi di protezione quali consulenza psico-sociale e assistenza legale, oltre a distribuire beni di prima necessità a sfollati vulnerabili.

A causa del protrarsi della crisi umanitaria, e della terribile situazione economica nello Yemen, l’assistenza in denaro dell’UNHCR è un sostegno vitale per molte famiglie. Ad oggi, nel corso dell’anno, l’UNHCR ha distribuito aiuti finanziari per circa 33 milioni di dollari USA. L’obiettivo è arrivare a distribuire oltre 41 milioni di dollari USA entro la fine dell’anno. In totale si calcola che nel 2018 saranno 700.000 gli sfollati interni, i rimpatriati e le comunità di accoglienza colpite dai conflitti e altri 130.000 rifugiati e richiedenti asilo in tutto lo Yemen a beneficiare di tale assistenza.

 

 

 

Bombe contro gli studenti, decine di ragazzi in fuga falciati dai proiettili sparati da uno studente. I loro corpi restano a terra, c'è chi urla e si lamenta, chi chiede aiuto. Almeno 18 persone sono morte e altre 70 sono rimaste ferite in un attacco che riporta all'incubo terrorismo in Crimea. La strage è avvenuta all'istituto politecnico di Kerch, sulle penisola affacciata sul Mar Nero. Lo hanno reso noto le autorità sanitarie della penisola, citate dall'agenzia di stampa Tass

Il killer si chiamava Vladislav Roslyakov, 18 anni, iscritto al politecnico. Molti lo descrivono uno studente normale, ma con un tarlo per la "grandezza della Russia"  e un'ammirazione maniacale per le politiche di Putin, con l'annessione della Crimea. Da una prima ricostruzione avrebbe messo circa 4 ordigni sparsi per l'università che sono esplosi in circa 7 minuti.L'attacco contro l'Istituto di Kerch è stato portato a termine da uno studente iscritto al quarto anno dello stesso istituto e che in seguito si è tolto la vita, ha reso noto il governatore della regione, Sergei Aksyonov precisando che il suo corpo è stato ritrovato nella biblioteca del secondo piano. Una modalità di attacco che ricorda quella di Breivik in Norvegia. 

Viene studiata» la possibilità che la strage al Politecnico in Crimea sia la conseguenza di «un atto terroristico»: lo ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, precisando che Putin è stato informato dell'accaduto ed esprime le sue condoglianze ai familiari delle vittime.

All'istituto di Kerch sarebbero entrati in azione uomini mascherati e armati di mitra, che sarebbero usciti dai bagni proprio nel momento dello scoppio. Lo affermano due testimoni oculari a RT. «Ce n'erano veramente tanti, ma non posso dire quanti», ha detto uno dei testimoni.

Almeno 18 persone sono morte e altre 40 sono rimaste ferite in un attacco questa mattina nella mensa del Politecnico di Kerch, in Crimea. Lo ha annunciato il governatore della Crimea Sergei Aksyonov secondo quanto riportato dall'agenzia Itartass. Il bilancio delle vittime è in corso di verifica.

Un alto funzionario russo in Crimea ha reso noto che l'autore dell'attacco al college era uno studente che poi si è ucciso. La maggior parte dei feriti sono adolescenti, lo riportano i media russi.

"Il sospetto assalitore si è sparato. Era al quarto anno dell'istituto professionale di Kerch. Il suo corpo è stato trovato in biblioteca al secondo piano", ha riferito il leader della Crimea Sergei Aksyonov in tv, senza dare il nome. Lo studente che ha compiuto la strage si chiamava Vladislav Roslyakov e aveva 18 anni. Lo ha detto il comitato investigativo, secondo quanto riportato da Russia Today.

Lo ha reso noto il leader regionale della Crimea, Serghei Aksyonov che lo studente era un residente del posto, la città di Kerc, dove si trova l'istituto politecnico attaccato e ha agito da solo.

E' entrato con un fucile ed ha aperto il fuoco. Tutte le vittime - 17, più l'attentatore - sono morte in seguito a ferite da arma da fuoco. Lo hanno reso noto gli inquirenti, sottolineando di avere le immagini del ragazzo che spara e poi si uccide con la stessa arma. In precedenza gli investigatori avevano parlato di un ordigno esplosivo.

L'attacco al college in Crimea non è più considerato dagli inquirenti un attacco terroristico ma sarà indagato come "omicidio". Lo riferiscono fonti investigative riportate da Russia Today.

"Oltre 200 militari del distretto militare del sud e circa 10 mezzi pesanti sono stati inviati a Kerch su ordine del comandante delle forze armate del distretto per aiutare i servizi di emergenza della città a ripulire le macerie provate dall'esplosione".

Uno studente dell'istituto di Kerch dove è avvenuta l'esplosione, Semion Gavrilov, ha raccontato che al politecnico "un viso familiare ha iniziato a sparare agli studenti, sembra sia uno dei nostri compagni". Lo riporta Meduza. Stando ad altri media russi, come Lenta e la radio Govorit Moskva, gli assalitori "potrebbero essere due" e le esplosioni "quattro" e non una, come precedentemente riportato. Ma si tratta di informazioni non confermate a livello ufficiale.

Sono circolate su Telegram, pubblicate dal canale televisivo Mesh, le prime immagini del giovane killer. Il video tratto dalle telecamere di sicurezza mostra un ragazzo biondo, con i capelli corti e una felpa nera col cappuccio che tiene in mano un grosso fucile.

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