Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Domenica, 15 Settembre 2019

Ad Hannam il progetto I l…

Set 04, 2019 Hits:313 Crotone

La Madonna di Czestokowa …

Ago 30, 2019 Hits:452 Crotone

Magna Grecia film Festiva…

Ago 23, 2019 Hits:620 Crotone

Prestigioso incarico all’…

Lug 24, 2019 Hits:1498 Crotone

La Biblioteca Frassati co…

Lug 24, 2019 Hits:1378 Crotone

Taormina Film Fest: il ma…

Lug 08, 2019 Hits:5000 Crotone

A Nicole Kidman il "…

Lug 02, 2019 Hits:1770 Crotone

 

Raccontare il martirio, o le persecuzioni dei cristiani fa bene, lo sostiene il giornalista americano Rod Dreher nel suo libro “L'opzione Benedetto” (San Paolo, 2018). Riportare «le storie di uomini e donne coraggiosi che patirono tormenti fisici e morirono piuttosto che tradire Cristo […] Questi martiri sono dei nostri e hanno lezioni importanti da insegnarci – lezioni che abbiamo un disperato bisogno di ascoltare». E se fa bene sentire le storie del martirio passato, figuriamoci di quello che riguarda il nostro tempo che stiamo vivendo. Anche se per la verità, sentire parlare di martirio non è adatto all'euforia ottimistica di certi ambienti cattolici. Infatti non sentirsi bersaglio come in tanti Paesi del mondo, «può renderci pigri, più propensi a ignorare che in molte parti del mondo dichiarare la propria religione è un atto di coraggio, che può portare alla morte», scrive Barbara Serra di Al Jazeera English, nella prefazione all'ottimo e documentato libro di don Luigi Ginami, «Dove i cristiani muoiono», pubblicato da San Paolo (2018).

Don Luigi è presidente della Fondazione Santina Onlus, che cura progetti di adozione a distanza e realizzazioni in ogni parte del mondo. In questa veste ha raccolto le testimonianze dirette e uniche di uomini e donne in quattro diverse missioni compiute in Kenya, poi in Iraq e in Palestina. Anche don Luigi è convinto che sia importante raccontare la vita dei cristiani sofferenti e perseguitati oggi. «Questi viaggi di solidarietà mi fanno aprire la porta e uscire fuori. E fuori ti accorgi che la gente vive il Calvario». Anche se poi il sacerdote aggiunge una profonda riflessione che vale per lui, ma anche per tutti noi che viviamo in Occidente. «Parliamo si, del Calvario di Gesù, ma nel frattempo ci costruiamo una bella stanza piena di cose che ci rendono la vita comoda».

Don Ginami inizia il suo viaggio in Kenya il 16-23 febbraio 2017 a Dadaab, presso il più grande campo profughi dell'ONU del mondo (circa 360.000 persone). Qui ci sono profughi della vicina Somalia, del Sudan, del Sud Sudan e dell'Uganda. Il sacerdote insieme ai suoi collaboratori, ascolta storie e raccoglie testimonianze. Il campo di Dadaab, «accoglie vittime di violenze fisiche e psicologiche, di stupri di massa, di mutilazioni genitali femminili legate alla cultura tribale – scrive padre Gigi – accoglie persone che hanno gli occhi sbarrati dal dolore, che nel loro corpo portano orribili segni di tortura: tagli, bruciature, ossa rotte in più parti, cicatrici sulle mani, sui fianchi, sulla schiena, sulle gambe, sulla pancia».

In questa realtà di terrore e di dolore, c'è un fatto incontestabile: gli uomini e le donne più perseguitate sono i cristiani, che sono visti con odio da una parte consistente del mondo musulmano. Di conseguenza, «essere cristiano a Dadaab significa essere doppiamente perseguitato: a motivo della guerra, o delle guerre tribali, e a motivo dell'odio religioso». Su 360.000 profughi, il 9% è cristiano, si tratta di una minoranza che non dovrebbe fare paura a nessuno, invece muoversi nel campo, per un cristiano è rischioso. Don Gigi, racconta la testimonianza di dolore di Gladis, cristiana del Sud Sudan, quando era studente, ogni volta che entrava in classe, i musulmani imponevano la preghiera coranica. Una volta si è rifiutata e la misero in prigione, torturandola. «Mi ponevano davanti un foglio sul quale dovevo sottoscrivere l'abiura del cristianesimo». La donna si è rifiuta e per questo è stata picchiata e stuprata più volte dai soldati. Un'altra storia significativa è quella di Antoine, il catechista fiero di essere cristiano. Per questo ha rischiato di morire, è stato investito da una motocicletta, gli hanno rotto tutte le ossa, passando sul suo corpo per ben tre volte. Secondo Antoine, in questo campo Al Shabaab, l'organizzazione terroristica islamista, ha programmato l'uccisione dei 148 studenti all'Università di Garissa.

Ecco il 2° viaggio di don Gigi a Garissa, dove c'è stato il massacro dei giovani studenti cristiani, il 2 aprile 2015.

Per il sacerdote quei poveri studenti uccisi barbaramente dall'odio islamista sono dei veri e propri martiri. Nel libro si racconta dettagliatamente l'emozionante pellegrinaggio del religioso presso i locali dell'università del Kenya. Don Luigi entra nei particolari della macabra esecuzione dei poveri ragazzi. Nelle aule, nelle stanze, ancora si possono trovare i suppellettili utilizzati dai ragazzi martiri. Nei visitatori cresce la commozione, gli occhi sono pieni di lacrime. Tocca a don Luigi celebrare la prima messa dopo la strage. «Oggi torna - scrive don Gigi - a scorrere il sangue, in quest'aula, ma è il sangue presente in un calice e, in virtù dell'eucarestia che celebro, ci rende presente il sangue di Gesù e il suo sacrificio».

Tuttavia don Gigi assicura i lettori che «la fede cristiana deve ripartire da Garissa come in passato ripartì da Roma, come altri luoghi in cui si massacrano i cristiani, è un faro di luce per tutti noi. La terribile debolezza di 148 ragazzi proclama la granitica fede in Dio e nella sua parola e proclama il fatto che i cristiani reagiscono al martirio porgendo l'altra guancia, che i cristiani perdonano chi spappola i loro crani, che i seguaci di Gesù sono pazzi fino al gesto supremo dell'amore per i loro nemici».

Il libro si sofferma sui particolari dell'esecuzione dei studenti, la maggior parte di loro sono stati giustiziati, nel dormitorio Elgon B e qui che gli uomini di Al Shabaab, armati con fucili pesanti, li hanno uccisi, perlopiù tramite decapitazione (si tagliava la carotide, far uscire fiumi di sangue e solo dopo staccare violentemente la testa). Lo ha raccontato un professore cattolico sfuggito alla strage.

Ma i giovani a Garissa non morivano solo sgozzati, ma anche con «proiettili a espansione: un terribile modo di uccidere, teso semplicemente ad ammazzare, ma soprattutto a sfigurare i martiri. […] La munizione a espansione causa la frantumazione della scatola cranica in mille pezzi». Si tratti dei fucili d'assalto AK47. Interessante il racconto di uno studente cristiano Nicholas, si è salvato perchè ricordava a memoria una sura del Corano, imparata da suo zio. Infatti i jihadisti invitavano gli studenti a recitare a memoria un brano del Corano, chi faceva scena muta era freddato.

Don Gigi è riuscito ad avere quattro bossoli vuoti, probabilmente hanno ucciso i poveri studenti. Con profonda emozione, don Gigi custodisce accuratamente questi oggetti, trattandoli alla stregua delle “reliquie”. Negli altri viaggi ne raccoglie altre , soprattutto quando visita la Piana di Ninive.

A questo punto il sacerdote si domanda come rendere concreti i volti di questi ragazzi, che meritano di essere ricordati come sono ricordati i tanti martiri della Chiesa primitiva, delle grandi persecuzioni al tempo dei romani. Ecco viene trovato un sms di Janet, una ragazza innamorata di 22 anni, che prima di morire scrive al proprio ragazzo: “Amore, stanno venendo per noi, siamo i prossimi, dove è l'esercito che ci aiuti? Stiamo per essere uccisi. Se non dovessimo più vederci amore sappi che ti amo tanto. Ciao e prega per noi...Dio ci aiuti!”. Un piccolo poema d'amore struggente. Una dichiarazione d'amore, di una splendida e bella ragazza di 22 anni, davanti all'odio implacabile degli aguzzini islamisti. Una morte orrenda, ma «Quelle parole, quel semplice testamento di una vita nel suo sbocciare,- per il sacerdote bergamasco -  riservano un posto d'onore a Dio e io penso che Dio, il 2 aprile 2015, abbia riservato un posto d'onore alla sua Janet e ogni tanto mi trovo a invocarla, a chiederle il suo aiuto e la sua forza».

Questa ragazzina fragile e spaventata, morta per il Signore è semplicemente un gigante. «Del resto - scrive don Ginami – tutti i martiri e testimoni nella storia della Chiesa sono stati fragili e deboli, ma con la loro vita hanno saputo gridare che “Quando sono debole è allora che sono forte”».

E' proprio in questi particolari, entrando nella vita di questi martiri, che si ha la conferma che conoscerli, a noi cristiani fa tanto bene, e se poi ci capita di toccare qualche frammento che appartiene a loro, questo diventa «un potente farmaco contro la vita dissipata che tutti viviamo in Europa». Pertanto, «toccare con mano il loro sangue, accarezzarmi con il loro sangue la fronte mi rende partecipe della loro storia».

Avvicinandoci ai martiri di Garissa, non possiamo che baciare fisicamente il Vangelo di Giovanni, quando dice: “Verrà l'ora in cui vi uccideranno ed uccidendovi penseranno di rendere gloria a Dio” (GV 16,2)

Il viaggio di don Ginami continua in Iraq, nella città devastata di Mosul, qui racconta gli orrori della guerra degli uomini neri di Daesh, il cosiddetto stato islamico dell'Isis.

Anche qui il religioso constata che si muore per Gesù e allora è meglio scappare, come stanno facendo i cristiani in tutto il Medio Oriente.

In Iraq, il sacerdote ascolta i racconti del terrore islamista, in particolare quello dei bambini. In un campo di rifugiati dell'UNCHR, Al Dawidiya Refugee Camp, si affida al racconto di Nasren, una ragazzina yazida. «In Europa nessuno immagina cosa provi un piccolo iracheno, cosa provi una ragazzina di soli undici anni davanti alla follia! Quanti piccoli hanno devastato, quei criminali, con il loro terrore?».

Qui don Luigi apre una parentesi medica sui risvolti patologici delle violenze brutali subite dai piccoli, dai bambini, sui disturbi post-traumatici da stress. E a proposito dell'etnia yazida, don Gigi evidenzia la violenza che si è abbattuta sulle donne rese schiave.

Interessante il racconto del religioso nella sua avventura in città a Mosul, accompagnato da Ivan, un giovane cristiano, munito di pistola, pronto a utilizzarla. Il sacerdote è consapevole che per poter visitare i quartieri pericolosi della città è necessario girare armati. A Mosul non ci sono più cristiani, sono fuggiti, quando la città è stata occupata dall'Isis. Colpiscono le numerose scritte farneticanti dei jihadisti sui muri delle case ma anche nelle chiese profanate.

Abbastanza surreale e da brividi la santa Messa che padre Ginami celebra in una chiesa diroccata di Mosul, praticamente si trovano soli in tre. E' la prima messa che si celebra qui dalla liberazione dall'Isis. A Mosul che si sente il rumore della guerra. Il viaggio nella Piana di Ninive diventa un vero pellegrinaggio tra i villaggi abbandonati dai cristiani. «E' stato un pellegrinaggio di tristezza e di riflessione. Un momento di revisione profonda in paesi devastati dai serpenti velenosi di Daesh». Per certi versi il sacerdote ha descritto una specie di geografia dell'orrore, anche qui raccoglie e li porta a casa frammenti di croci, pezzi di statue di madonne. «Il valore materiale di questi ricordi è nullo, ma il loro potere spirituale è terribile: sono reliquie davanti alle quali pregare con intensità».

A questo punto don Ginami si interroga: ma perchè il mondo perseguita i cristiani? Probabilmente la risposta sta nel Vangelo: «il mondo odia i cristiani per la stessa ragione per cui ha odiato Gesù, perchè Lui ha portato la luce di Dio e il mondo preferisce le tenebre per nascondere le sue opere malvage».

A don Gigi vengono in mente le parole di Papa Francesco, nell'Angelus del 26 dicembre 2016, nel giorno di santo Stefano: «Anche oggi la Chiesa, per rendere testimonianza alla luce e alla verità, sperimenta in diversi luoghi dure persecuzioni, fino alla suprema prova del martirio […] io vi dico una cosa, i martiri di oggi sono in numero maggiore rispetto a quelli dei primi secoli [...]».

Il testo del sacerdote si conclude con l'esperienza nel cuore dei conflitti medio-orientale, nella Striscia di Gaza, in Palestina. La città rappresenta un mosaico di orrore. Anche qui, tra le contese di Hamas e al Fatah si racconta l'estrema difficoltà di vivere da cristiani.

Parata di stelle, sull’Isola Tiberina, per la II edizione del "Premio Luciano Martino - La Camera d'oro" che si è svolta a Roma lo scorso 25 luglio 2019.
Nella piazzetta gremita di gente, erano presenti anche Carlotta Bolognini, figlia e nipote d’Arte e Gabriella Giorgelli, ovvero gli occhi più verdi e trasparenti del cinema italiano, musa di Fellini che ha premiato un elegante Lando Buzzanca, tra i mostri sacri del grande schermo che hanno impreziosito il parterre del Premio Luciano Martino, organizzato da Olga Bisera sua ultima compagna, ideato insieme a Luca Pallanch  e Steve Della Casa e coordinato da Anita Madaluni e Francesca Piggianelli.
Una carrellata di nomi che, visti uno di fianco all’altro, hanno calamitato il folto pubblico accorso sull’Isola Tiberina nella più nostalgica delle  atmosfere di Cinecittà.
Una serata aperta da Daniela Cecchini e condotta in tandem con Ottavia Fusco Squitieri, coppia artistica oramai collaudata sin dalla passata edizione, affiancata dall’intramontabile charme della madrina Barbara Bouchet.
Un evento nato  per omaggiare la geniale figura del regista-produttore Luciano Martino, padre della commedia sexy italiana, rappresentato da una originale scultura ideata e realizzata da Mauro D’Amico e Mario Fiaschetti. 
Il Premio Luciano Martino nel corso della serata ha assegnato diverse Targhe d’Oro: dalle mani di Isabel Russinova ad Andrea Paris e Matteo Rovere come Migliori Produttori; da Martine Brochard a Fulvio Lucisano come Produttore Emerito ed infine da Elisabetta Pellini a Simone Isola come Produttore Emergente.
Ed ancora,  riconoscimenti particolari a due colonne del grande schermo come George Hilton, spentosi purtroppo tre giorni dopo l'evento, al quale è stata assegnata la Targa d’Oro alla Carriera, consegnata da  Antonella Salvucci e ritirata dalla sua amica Carlotta Bolognini e Targa d’Oro per il Contributo al Cinema italiano consegnata da una abbronzatissima ed  affascinante Gabriella Giorgelli a un Lando Buzzanca emozionatissimo e sempre charmant, presente all’evento con il figlio Massimiliano.
Esordio ed originale novità di questa seconda edizione, che ogni anno sarà assegnato ad un artista amante della nostra Settima Arte: il Premio Fan Internazionale del Cinema Italiano, dedicato a Drena De Niro e ritirato da Barbara Bouchet.
Presenti, oltre a una parte del Comitato artistico del Premio, come Antonella Lualdi con la figlia Antonella Interlenghi, Pippo Franco e consorte, Saverio Vallone, Vassili Karis, tanti volti noti scorti fra i presenti: Enrique Del Pozo, Graziano Marraffa, Adriano Aragozzini, Lino Patruno, Alex Partexano, Igor Maltagliati, Antonio Giuliani, Marcos Vinicius, Maria Cristina Moglia,Vassili Karis, Franco Micalizzi, Elisabetta Pellini, Daniel Camargo, Nicola Trambusti, Conny Caracciolo. E tanti, tanti altri.
Soddisfazione per  Giorgio e Joanna Ginori ed anche per Sabina Massetti dell’ANICA e per il CSC - Centro Sperimentale di Cinematografia: i due enti hanno concesso il loro patrocinio all'evento.
Quindi, passione per il cinema, amarcord e tanto pubblico hanno caratterizzato questa II edizione del Premio dedicato allo straordinario cineasta Luciano Martino.

Da diverso tempo i carabinieri come gli agenti di polizia devono fare i conti con i malviventi che girano indisturbati per Roma.
Mario Cerciello, 35 anni, vicebrigadiere dei carabinieri ha trovato la morte dopo aver subito otto coltellate sferrate dalla mano assassina di due rapinatori nordafricani.  
Non è la prima volta che un uomo in divisa viene aggredito con così tanta violenza. Adesso nella Capitale è caccia ai due nordafricani che senza scrupoli hanno ucciso a coltellate un militare che ha cercato di restituire a una signora quello che i due ladri le avevano tolto. Durissima infine la reazione di Salvini: "Caccia all’uomo a Roma, per fermare il bastardo che stanotte ha ucciso un Carabiniere a coltellate. Sono sicuro che lo prenderanno, e che pagherà fino in fondo la sua violenza: lavori forzati in carcere finché campa".  

Cosi la notte di Roma si è sporcata di sangue e ha lasciato a terra un militare morto mentre svolgeva il suo lavoro. Tutto comincia con uno scippo. La vittima dopo aver subito il furto ha chiamato il suo numero di cellulare. Al telefono hanno risposto i due balordi che avevano commesso la rapina. I due, secondo le ricostruzioni, hanno tentato di estorcere una somma di denaro alla vittima. E così i due balordi danno appuntamento per lo scambio: soldi in cambio del borsello scippato. Ma all'incontro si presentano due carabinieri. I due militari infatti sono immediatamente intervenuti dopo aver visto lo scambio tra la vittima dello scippo e i due malviventi. Da qui è nata una violentissima colluttazione. Uno dei due rapinatori ha estratto un coltello per darsi alla fuga.Ma prima di fuggire ha accoltellato i due carabinieri con estrema violenza. Il primo, la vittima, si è accasciato a terra. Il secondo, seppur ferito, ha tentato invano di fermare i malviventi. Dopo qualche istante è arrivata una ambulanza e un'altra pattuglia

I due sono stati trasportati di corsa al Santo Spirito di Roma. Ma per Mario Cerciello non c'è stato nulla da fare. È stato colpito per otto volte e uno dei fendenti ha colpito il torace, vicino al cuore. Dopo aver appreso la notizia è arrivata la reazione del ministro della Difesa, Elisabetta Trenta: "Mi stringo in un forte abbraccio alla moglie e alla mamma del vice brigadiere Mario Cerciello e all’Arma dei carabinieri. Chiedo tolleranza zero per i delinquenti autori del vile atto".

Intanto bacchetta la Francia, Carlo Nordio, l’ex procuratore aggiunto di Venezia alla serata di presentazione del suo libro organizzata a Marcon (Venezia), nell’auditoriom Oriana Fallaci, dal sindaco Matteo Romanello.

Nordio: "La Francia ci dà lezioni di moralità: da che pulpito" La Francia che ci dà lezioni di moralità, ha fatto strazio di tutte le norme minime di umanità...

E infatti durante la presentazione del suo libro Nordio non si è risparmiato. Con un richiamo anche alla vicenda della Sea Watch di cui ancora in questi giorni ne seguiamo le tristi evoluzioni. “La vicenda della Sea Watch – ha detto l’ex magistrato – è quasi surreale. Ma si sarebbe risolta in modo molto semplice, perché quando una nave di bandiera soccorre i naufraghi sarebbe stato sufficiente dire al comandante di raccogliere lui le domande di protezione internazionale. Se le avesse raccolte la capitana Carola Rackete, sarebbe stata competente l’Olanda. E non ho capito perché non l’abbiano preso in considerazione. Forse le cose ovvie sono troppo difficili da mettere in pratica. La troppa luce abbaglia diceva Pascal”.  

Il libro “La stagione dell’indulgenza e i suoi frutti avvelenati. Il cittadino tra sfiducia e paura” racconta con chiarezza ed efficacia maestrali la stagione che stiamo vivendo. Quella dell’indulgenza che è, spiega Nordio, “quella del pressapochismo, dell’incompetenza, dell’indifferenza”. E i suoi frutti avvelenati sono: ”sfiducia, insicurezza, corruzione, illegalità diffusa”.

Come riferisce il quotidiano il Giornale : “Essendo uscito – per limiti di età – dalla magistratura – dice Nordio – sono più libero di esprimere giudizi che un tempo sarebbero stati improrpi. Non ho nessun vincolo se non i miei pregiudizi”.
“In questi anni poi – continua Nordio – è accaduto che il regolamento di Dublino è stato applicato alla lettera e qualche volta è stato disapplicato. Se i naufraghi sono stati raccolti in territorio francese dovevano portarli a Marsiglia. Ma pare che il governo Renzi abbia ceduto sul fatto che tutti i migranti possano essere portati in Italia. Una cosa gravissima”.

“Da quando è stato siglato l’ accordo di Dublino, nel 2003,continua il quotidiano Italiano, le cose sono cambiate e allora è necessario allora rivederlo. Ognuno lo interpreta come gli pare. La Francia ci dà lezioni di moralità, ma ha fatto strazio di tutte le norme minime di umanità. In un qualsiasi Paese normale il fatto che arrivino poliziotti armati di un altro Stato sarebbe atto di guerra. 

 

Invece qui in questo pasticcio totale ognuno interpreta Dublino come gli pare e secondo il proprio tornaconto. Noi abbiamo il dovere di assistenza ma non quello di accogliere tutti i migranti. Ma queste cose andrebbero gestite in modo istituzionale e serio prima in Parlamento e poi in Europa. Non è accaduto con Renzi e rischia di non accadere nemmeno con questo Governo. Con il caso della Sea Watch poteva scapparci il morto. E ora una vicenda del genere non si può liquidare così, con una esimente che non esiste al mondo. Se si diffonde l’idea che chi salva i migranti andando contro le nostre motovedette fa bene, allora lo stato di diritto può andare a farsi benedire. Ecco l’indulgenza”.

Già e allora eccola l’indulgenza di cui parla Nordio nel proprio libro edito Guerini e Associati. “Nel cittadino cresce una sorta di indefinita inquietudine – si legge dalle prime pagine – un atteggiamento comprensibile vista l’inerzia indulgente dello Stato, ma pericoloso perché in democrazia la rassegnazione costituisce anticamera del fallimento e, Dio non voglia, di un regime autoritario”.

 

 

«Gli indiziati sono stati individuati e interrogati dai magistrati nel rispetto della legge». Così il procuratore aggiunto di Roma, Michele Prestipino, durante la conferenza stampa sul caso dell'omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega. «Gli interrogatori sono stati effettuati con tutte le garanzie difensive - spiega -, alla presenza dei difensori, dell'interprete e previa lettura di tutti gli avvisi di garanzia previsti dalla legge. Gli interrogatori sono stati anche registrati».

Accerteremo i fatti «senza alcun pregiudizio e con il rigore già dimostrato da questa procura in altre analoghe vicende». Lo ha detto il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino nella conferenza stampa sull'omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega in merito alla foto di Natale Hjorth bendato e ammanettato. «La procura - ha aggiunto - ha già avviato le indagini per accertare quanto accaduto, per consentire la più adeguata qualificazione giuridica e per individuare tutte le responsabilità».

«Stop presunte ombre e misteri». «Vorrei esprimere disappunto e dispiacere per le ombre e i presunti misteri che sono stati sollevati e diffusi in merito a questa vicenda». Lo ha detto il comandante provinciale dei carabinieri di Roma, Francesco Gargaro, nella conferenza stampa sull'omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega. «La ricostruzione attenta e scrupolosa ha dimostrato la correttezza e regolarità di questo intervento - ha sottolineato -, analogo e ricorrente nella città di Roma».

L'arma che ha colpito per 11 volte Mario Rega Corciello è a "lama fissa lunga 18 centimetri tipo 'Trench knife' Ka-Bar Camillus con lama brunita modello marines con impugnatura di anelli di cuoio ingrassato e pomolo in metallo brunito".

A riportarlo è il Gip nell'ordinanza che ha disposto la custodia cautelare in carcere per Finnegan Lee Elder e Gabriel Christian Natale Hjorth, accusato dell'omicidio del carabiniere a Roma. Le carte  hanno chiarito alcuni punti su quanto successo quella notte e aperto nuovi interrogativi .

Di certo c'è l'arma del delitto, ritrovata dai militari nel contro soffitto dell'hotel di lusso dove i due presunti assassini si sono rifugiati dopo i fatti. A utilizzarlo, si legge nell'ordinanza, è stato lo statunitense Finnegan Lee Elder. Mentre a nasconderlo sarebbe stato Natale, perché "preoccupato per il mio amico".

Si tratta di un coltello per combattimenti corpo a corpo, in dotazione ai marines statunitensi sin dal 1942, quando prese il posto dei vecchi pugnali da trincea in bronzo o in lega della Prima guerra mondiale, ritenuti ormai inadeguati. Per trovarne alcune foto basta andare su internet e viene venduto anche su Amazon. A produrlo per prima fu la Camillus Cultery di New York, che ne sfornò più di un milione.

Durante la guerra, i militari Usa preferivano portarsi da casa un coltello piuttosto che uitilizzare quelli in dotazione. E così la Difesa americana decise di cambiare fornitura. Così si arrivò al pugnale Ka-bar, considerato più maneggevole, multiuso (sia in combattimento che per altri utilizzi) e con una lama robusta.

Il nome del coltello deriva da una lettera inviata da un cacciatore alla Camillus per per tessere le lodi dell'arma con cui era riuscito a uccidere un orso che lo aveva aggredito. Tra le poche parole ancora leggibili nella lettera, per l'appunto, 'k a b ar' da 'kill a bear': uccidere un orso. Ora il termine Ka-Bar viene utilizzato per indicare genericamente il tipo di coltello, indipendentemente dall'azienda che lo produce.

Intanto Eliana Frontini che ha scritto un post indecente su facebook sulla morte del Carabieniere si è scusata, ma rischia comunque il posto di lavoro al liceo Pascal di Romentino, in provincia di Novara.

E ora la docente si difende e sostiene di non avere scritto lei quella frase brutale e senza rispetto nei confronti della vittima e della sua famiglia. "Io ho 50 anni, non sono mai stata una 'testa calda', ho alle mie spalle trent'anni di lavoro. Guardate per favore il mio curriculum e decidete se è la stesa persona che poteva scrivere quel post", la tesi, snocciolata all'Adnkronos, dall'insegnante piemontese.

Dunque, la prof continua così: "Io ho sempre sostenuto di non aver scritto quel post e per fortuna chi lo ha scritto ha telefonato a un giornalista assumendosi tutte le responsabilità. Purtroppo i media sono molto veloci, se le cose fossero andate più lentamente questa gogna mediatica si sarebbe potuta risparmiare".

"Ho alle mie spalle trent'anni di lavoro, prima in municipio e poi a scuola, senza la minima macchia. Da quasi trent'anni sono presidente di seggio nominata dalla corte d'Appello di Torino. Mai assenze sul posto di lavoro, mai parlato di politica o di argomenti sconvenienti in classe.

Intanto nomi sbagliati, topografie impazzite: ad aumentare il caos nell'inchiesta sulla morte del carabiniere Mario Cerciello Rega arriva ieri l'ordinanza di custodia in carcere spiccata dal giudice Chiara Gallo nei confronti di Gabriel Natale Hjorth e di Finnegan Elder, i due giovani americani accusati di omicidio volontario

In una sua ricostruzione il quotidiano il Giornale costruisce cosa potra essere successo la notte che e morto il vice Brigadiere : una ordinanza piena di incongruenze, in cui è impossibile distinguere i lapsus figli della fretta dalle reali incertezze su come siano andati i fatti. Basti pensare che a pagina 3 si dice che gli americani danno appuntamento al derubato, Sergio Brugiatelli «in via Belli», cioè a Trastevere, mentre l'incontro avviene a Prati. Anche a pagina 4, quando si racconta l'aggressione, si dice che Cerciello e il suo collega di pattuglia Andrea Varriale «lasciano Brugiatelli nei pressi dell'auto di servizio in sosta presso via Belli»; invece due pagine dopo Brugiatelli dice di essere stato lasciato dietro piazza Cavour, e infatti sente chiaramente le urla seguite all'uccisione di Cerciello.

Insomma, secondo il quotidiano un pasticcio sintomatico del caos in cui si muove l'inchiesta. La sciatteria degli atti amplifica le incongruenze vere, i tanti dettagli che non collimano, i buchi neri. Ieri ne salta fuori un altro. Si scopre che Varriale già alle 01,19 si era trovato faccia a faccia con Brugiatelli, in piazza Mastai, convocato per dare la caccia a uno spacciatore che era scappato. Verosimilmente si tratta di Italo Pompei, lo stesso che tira agli americani il «bidone» a base di tachipirina che innesca tutto il dramma. Domanda inevitabile: dov'è in quel momento Cerciello? Perchè viene precettato solo Varriale, inferiore in grado, e lui no? Per quello che se ne sa finora, i due carabinieri erano di pattuglia insieme, in un servizio anticrimine a Trastevere. Ma qual era la catena di comando? A convocare Varriale in piazza Mastai è il maresciallo Sansone, suo superiore gerarchico della stazione di piazza Farnese. Invece a precettare Varriale e Cerciello un'ora dopo per tendere la trappola agli americani - che risulterà fatale al vicebrigadiere - è la centrale operativa del Nucleo radiomobile. Perché? La risposta ufficiale è: serviva ovviamente personale in abiti civili. Ma dal verbale di Pompei si scopre che altri carabinieri in abiti civili erano già entrati in scena due ore prima: in piazza Mastai «giungeva un motociclo di colore nero con due persone che si qualificavano come appartenenti all'arma dei Carabinieri», quindi evidentemente non erano in divisa. Che fine fanno i due in moto nella fase successiva? Perché al loro posto devono subentrare Cerciello e Varriale?

Il racconto di Varriale come scrive il giornale della fase finale solleva anche domande sulle modalità operative. Alle 2,30 Brugiatelli ha parlato in presenza sua e di Cerciello, col telefono in vivavoce, con i due americani, dandosi appuntamento in via Cesi, sotto il loro hotel, per lo scambio borsello-soldi. I due carabinieri fanno salire l'uomo sull'auto civetta con loro, ma posteggiano a duecento metri di distanza dal luogo dell'incontro: lasciano Brugiatelli accanto all'auto e proseguono a piedi. Perché non lo portano con loro, perché non mandano lui coprendogli le spalle? Così facendo rinunciano alla chance, apparentemente ovvia, di lasciare che Brugiatelli consegni i soldi e di intervenire dopo arrestando i ricattatori in flagranza; rischiano addirittura di non riconoscere gli americani (Varriale dirà di averli individuati solo per «l'atteggiamento guardingo e sospettoso»), o che loro si allontanino.

Tutto,come scrive il Giornale, riporta alla domanda: perché proprio la coppia Cerciello-Varriale fu incaricata, o si incaricò, di sbrigare la parte finale della pratica, la più delicata e come si è visto la più pericolosa ? Se c'è un non detto, in questa vicenda, ci sono almeno due persone in grado di portarlo alla luce. Uno è Brugiatelli, questa improbabile figura di mezzano di spacciatori che di Trastevere, delle sue dinamiche di sbirri e di soffiate, sa molto. L'altro è Varriale, il compagno di pattuglia di Cerciello, quello che ne ha tamponato le ferite mentre agonizzava sull'asfalto. Chi sarà, dei due, a fare un po' più di luce  ?

 

Il mondo della musica si mobilità per far luce sui fatti di Bibbiano. Diversi volti noti della musica italiana chiedono la verità su quei bambini tolti ai gentiori per essere poi affidati (nel silenzio più assoluto) ad altre coppie.

La prima voce ad alzarsi in questo senso è stata quella di Laura Pausini. Proprio la cantante romagnola ha voluto lanciare un appello molto chiaro: "Ho appena letto un articolo e sono senza parole, senza fiato, piena di rabbia nei miei pugni. Mi sento incazzata, fragile, impotente".

E ancora: "Ho deciso di cercare questa storia, perché una mia fan mi ha scritto pregandomi di informarmi. Non ne sapevo nulla. Non posso credere che abbia dovuto cercare questa vicenda, perché sì, quando sono in tour sono spesso distratta dall’attualità e dalla cronaca ma questa notizia è uno scandalo. Cosa si può fare? Come possiamo aiutare?". 

Adesso su questa vicenda come sottolinea il Giornale  è intervenuto anche Nek che con un post sui social ha chiesto la verità su quanto accaduto a Bibbiano. Il cantante non usa giri di parole e anche lui dai social lancia un appello che ha fatto in poche ore il giro del web: "Sono un uomo e sono un papà. È inconcepibile che non si parli dell’agghiacciante vicenda di #bibbiano Penso a mia figlia e alla possibilità che mi venga sottratta senza reali motivazioni solo per abuso di potere e interesse economico. È proprio così. Ci sono intere famiglie distrutte, vite di bambini di padri e di madri rovinate per sempre...e non se ne parla. Ci vuole giustizia!!".

Insomma la storia dei bimbi di Bibbiano grazie anche ai messaggi dei volti noti dello spettacolo tenta di rompere il muro del silenzio che diversi organi di stampo hanno creato attorno a questa vicenda. E c'è da giurare che l'appello di Nek non resterà isolato e non sarà certo l'ultimo. Altri cantanti sono pronti a chiedere la verità e a dar voce ad una vicenda su cui è importante tenere alta l'attenzione. Perché non parlate dell’inchiesta di Bibbiano sui bambini strappati alle famiglie? È questa la richiesta che da qualche settimana ci state facendo ovunque, praticamente sotto ogni post che viene pubblicato sui nostri canali social. A volte in modo garbato, altre meno, spesso come vera e propria accusa. Il “perché non parlate di Bibbiano”, in effetti, nelle ultime settimane è diventato il principale oggetto di polemica nei confronti dei mezzi di informazione, accusati di aver nascosto la rilevanza e la portata dell’inchiesta che riguarda l’affidamento dei minori in alcuni comuni della Val D’Enza. 

Ecco, noi del Post un giornale on line, intendiamo il lavoro come servizio al lettore, una scelta che ci porta a considerare del tutto legittima la richiesta di approfondimento e discussione intorno alla vicenda di Bibbiano. Una vicenda che tocca nel profondo la sensibilità delle persone, perché porta alla ribalta mediatica un vero e proprio incubo per ogni genitore: un sistema criminale che attenterebbe alla sicurezza dei nostri figli, un gruppo di persone che, con la complicità o il silenzio delle istituzioni, rappresenterebbe una minaccia potenziale per ogni famiglia, un sistema in grado di fabbricare calunnie e condanne infamanti per ogni persona perbene. Anche per questo, oltre al “normale” lavoro di cronaca, abbiamo deciso di trattare in modo più approfondito la vicenda, cercando di restituire nel modo più chiaro e veritiero quelli che sono i riscontri delle indagini e quello che è il contesto che si è venuto a determinare in queste settimane. Così, dalla cronaca all’analisi dell’ordinanza, fino agli approfondimenti video, abbiamo cercato scrive il post e stiamo cercando di fare quello che riteniamo essere la parte più importante del nostro lavoro: fornire ai lettori le informazioni necessarie per capire, conoscere e interpretare i fatti

Secondo gli investigatori, come sottolinea il Post alcuni bambini sarebbero stati sottratti alle famiglie sulla base di dichiarazioni e relazioni manipolate, per poi essere affidati ad amici e conoscenti dei soggetti coinvolti, che ricevevano la somma mensile prevista in questi casi dalla legge. Ma la vicenda è più complessa e non tutti gli aspetti sono ancora stati chiariti. Per questo abbiamo provato a fare il punto riepilogando la storia dall’inizio.

Lo scandalo degli affidamenti illeciti come sottolinea TPI un giornale on line è scoppiato lo scorso 27 giugno, quando il gip Luca Ramponi ha emanato un’ordinanza che disponeva una serie di misure cautelari eseguite dai carabinieri di Reggio Emilia.

Ma le indagini sono iniziate circa un anno prima, dopo che la procura ha notato un “aumento esponenziale anomalo delle segnalazioni di abusi sessuali su minori provenienti dal Servizio Sociale dell’Unione dei Comuni della Val D’Enza ( un consorzio di comuni che condividono la gestione di molti servizi, ndr)” e dei conseguenti provvedimenti di allontanamento dalle famiglie.

L’obiettivo di tali manipolazioni era di “dipingere il nucleo famigliare originario come connivente (almeno se non complice o peggio) con il presunto adulto abusante, e a supportare in modo subdolo e artificioso indizi o aggravare quelli esistenti, nascondendo elementi indicatori di possibili spiegazioni alternative ai segnali o comportamenti dei minori”.

I bambini secondo tpi venivano quindi condotti presso “La Cura”, una struttura pubblica di Bibbiano nata come un centro di sostegno per i minori vittime di violenza e abuso sessuale

 

L’inchiesta si basa soprattutto sulle intercettazioni raccolte dagli investigatori negli scorsi mesi, che dimostrerebbero come gli psicologi e gli assistenti sociali avrebbero manipolato i bambini in modo da convincerli di aver subito abusi che non avevano subito. Negli atti riportati dai giornali si legge che si sarebbero verificate anche manipolazioni indirette con atti contraffatti, frasi riportate in modo errato e attribuite ai bambini e almeno un disegno “corretto” da uno degli psicologi per avvalorare la tesi degli abusi subiti. 

 

Bisogna ricordare, scrive il post però, che tutti questi argomenti sono stati presentati dall’accusa, che non possono essere valutati in modo indipendente, che sono stati almeno in parte già smentiti e non possono essere considerati “prove” (perché siano tali dovranno essere sottoposti a contraddittorio, durante il processo). Inoltre riguardano contesti molto delicati, che possono essere complicati da capire per chi non si occupi di psicoterapia e di abusi su minori.

Secondo l’accusa sarebbe stata Anghinolfi a gestire il presunto sistema illecito di affidamento, obbligando gli operatori sociali dell’Unione a redigere verbali falsi che attestassero violenze nei confronti dei minori, maltrattamenti e scarsa igiene nelle abitazioni, il tutto per screditare i genitori naturali e ottenere il decreto di allontanamento dei minori. In seguito, secondo gli investigatori, Anghinolfi avrebbe fatto in modo che i bambini venissero affidati a coppie da lei conosciute personalmente.

Tra i bambini come sottolineano i quotidiani ce ne sarebbe uno dato in affidamento a Daniela Bedogni e Fadia Bassmaji, una coppia omosessuale unitasi civilmente nel 2018. Il Resto del Carlino scrive che Anghinolfi avrebbe conosciuto personalmente le due donne, e che con Bassmaji avrebbe anche avuto una relazione sentimentale. Dalle carte dell’ordinanza, riportate da Fanpage, la bambina data in affido alla coppia sarebbe stata, tra tutti i bimbi monitorati dalle indagini, quella «con meno problematiche e totalmente estranea a situazioni di abuso sessuale».

L’indagine è iniziata nell’estate del 2018, quando gli investigatori hanno detto di essersi insospettiti a fronte delle molte denunce dai servizi sociali contro genitori accusati di aver compiuto violenze nei confronti dei propri figli. Al centro dell’indagine ci sono i servizi sociali dell’Unione Val d’Enza, un consorzio di sette comuni che condividono la gestione di molti servizi. Secondo i pubblici ministeri di Reggio Emilia, gli psicologi e gli assistenti sociali coinvolti nell’indagine volevano guadagnare sfruttando l’affidamento dei bambini: a questo scopo avrebbero falsificato documenti e manipolato le dichiarazioni dei bambini in modo che emergessero situazioni di abusi e violenze in famiglia – che in realtà non sarebbero mai avvenute –  tali da giustificare il loro affido ad altri nuclei familiari.  

I minori venivano poi mandati in una struttura pubblica di Bibbiano, “La Cura”, nata come un centro di sostegno per i minori vittime di violenza e abuso sessuale, che era stata data in gestione a una onlus di Moncalieri, “Hansel e Gretel”, un centro privato specializzato in abusi su minori gestito da Claudio Foti e da sua moglie, entrambi indagati. Foti è considerato uno dei principali esperti in Italia di lavoro con bambini vittime di abusi, è autore di diversi testi e ha formato decine di altri psicoterapeuti. Secondo le accuse, una volta al centro i bambini sarebbero stati sottoposti a sedute di psicoterapia e gli psicologi avrebbero ricevuto dal comune compensi di circa 135 euro a seduta, «a fronte della media di 60-70 euro e nonostante il fatto che l’Asl potesse farsi carico gratuitamente del servizio». Il danno economico per l’Asl di Reggio Emilia e per l’Unione, secondo le indagini, sarebbe quantificabile in 200mila euro.  

Lo scorso 27 giugno i carabinieri di Reggio Emilia hanno messo agli arresti domiciliari 6 persone e hanno notificato misure cautelari ad altre 10 persone nell’ambito di un’inchiesta su un presunto traffico di minori nel comune di Bibbiano. L’indagine, chiamata “Angeli e Demoni”, riguarda un presunto sistema illecito di gestione dei minori in affido nel comune, che si sarebbe sorretto sulla manipolazione delle testimonianze dei bambini da parte di assistenti sociali e psicologi. Nell’ordinanza del giudice delle indagini preliminari Luca Ramponi si legge che gli indagati sono accusati a vario titolo di frode processuale, depistaggio, maltrattamenti su minori, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione, abuso d’ufficio, peculato d’uso e lesioni gravissime. Secondo l’accusa, alcuni funzionari pubblici, assistenti sociali e psicologi avrebbero fatto parte di un’organizzazione criminale volta a togliere bambini a famiglie in difficoltà e affidarli, dietro pagamento, a famiglie di amici o conoscenti. Ma ci sono ancora moltissime cose poco chiare e che non sappiamo, e alcuni aspetti di questa vicenda sono stati già ampiamente ridimensionati: insomma, è ancora molto presto per farsi un’idea su quello che è successo a Bibbiano.

Come ricostruisce il sito "Valigia Blu", dalle intercettazioni telefoniche sarebbe emerso come apparentemente tutto iniziasse con una segnalazione di elementi che potevano far pensare che ci fossero stati abusi sessuali o maltrattamenti (come una frase riportata da un bambino ai maestri di scuola o una denuncia di un parente): potevano essere anche «comportamenti interpretabili, e di fatto interpretati puntualmente dagli assistenti sociali e psicologi indagati in termini di erotizzazione precoce», si legge nell’ordinanza. In seguito venivano inviate segnalazioni e relazioni all’Autorità Giudiziaria Minorile e alla Procura della Repubblica del tribunale di Reggio Emilia, che spesso erano stilate in modo da manipolare le reali dichiarazioni dei bambini. Questo però bastava per ottenere l’allontanamento dei bambini.

Tra i principali indagati ci sono la dirigente dei servizi sociali dell’Unione Val D’Enza, Federica Anghinolfi, e l’assistente sociale Francesco Monopoli, entrambi agli arresti domiciliari, che avrebbero gestito tutto il sistema di affido illecito dei bambini. Tra gli altri arrestati ci sono inoltre Foti e la moglie, Nadia Bologni, anche lei psicoterapeuta, e il sindaco di Bibbiano, Andrea Carletti, che però è accusato solo di abuso d’ufficio e falso, e non è coinvolto in crimini contro i minori. Nell’inchiesta sono indagati anche gli ex sindaci di Montecchio Emilia e Cavriago, Paolo Colli e Paolo Burani, in carica all’epoca dei fatti. Domenica il Corriere della Sera ha scritto che i casi di affido su cui sono in corso verifiche sono diventati complessivamente settanta.

Foti è accusato di aver manipolato la testimonianza di una ragazza durante le sedute di psicoterapia, e di abuso d’ufficio in concorso perché sarebbe stato consapevole che le sedute dovevano essere bandite con un concorso e non affidate direttamente: per lui gli arresti domiciliari sono stati successivamente revocati, ed è stato disposto l’obbligo di dimora a Pinerolo.

Diversi giornali riportano inoltre che – secondo il gip, ed è una delle cose da leggere con la maggior cautela vista la facilità con cui arriva a delle conclusioni – le due donne avrebbero «imposto un orientamento sessuale» alla bambina, vietandole di portare i capelli sciolti che sarebbero stati un «richiamo appetibile per i maschietti»; il gip parla di un «comportamento ideologicamente e ossessivamente orientato» da parte delle due donne. Dalle intercettazioni emergerebbe anche che le due donne avrebbero cercato di instillare nella bambina l’idea che il padre naturale avesse abusato di lei.

Fanpage riporta anche le testimonianze di alcune operatrici sociali che sarebbero state costrette da Anghinolfi a manipolare i propri accertamenti per far risultare che ci fossero stati abusi sessuali anche quando questi non si erano realmente verificati: «Loro tenevano in mente prevalentemente l’obiettivo “abuso sessuale” e tutto ruotava attorno a tale obiettivo e su di esso ci veniva richiesto di orientare i nostri accertamenti, anche quando vi erano versioni alternative su cui lavorare e da approfondire», dice una delle assistenti di Anghinolfi nelle carte dell’inchiesta. Secondo quanto scrive Fanpage, inoltre, chi provava a ribellarsi veniva anche accusato di essere un “collaborazionista dei pedofili”.

Uno dei dettagli più ripresi dalle intercettazioni riportate nell’ordinanza – e poi rivelatosi infondato – è quello dell’elettroshock, una terapia basata sull’uso di scariche elettriche molto rara e che si può eseguire solo in pochi casi, che sembrava essere stata usata sui bambini per manipolare i loro ricordi. Nelle prime ore dopo la notizia degli arresti, i giornali avevano scritto con molta enfasi che gli psicologi durante le loro sedute con i bambini avrebbero utilizzato un apparecchio per trasmettere impulsi elettrici scoperto dagli investigatori , salvo poi correggersi nei giorni seguenti. L’apparecchio trovato dai carabinieri, infatti, non era un apparecchio per l’elettroshock e non serviva a trasmettere scariche elettriche ai pazienti: era invece un apparecchio usato nell’ambito della psicoterapia EMDR, una tecnica utilizzata e rispettata dalla comunità scientifica, che permette di mandare ai pazienti stimoli acustici e tattili. I “due fili” di cui hanno parlato i giornali non danno scosse elettriche ma sono collegati a due manopole che vibrano.

Oltre che sulla manipolazione delle testimonianze dei minori, l’inchiesta si occupa anche dell’affidamento dei servizi di psicoterapia da parte del comune di Bibbiano. Come riporta Valigia Blu, dalle carte emerge come il sindaco del comune, Andrea Carletti, del PD, sia indagato per concorso in abuso di ufficio per aver «omesso di effettuare una procedura a evidenza pubblica per l’affidamento del servizio di psicoterapia che aveva un importo superiore a 40mila euro», procurando intenzionalmente «un ingiusto vantaggio patrimoniale al centro studi Hansel e Gretel».

Il coinvolgimento del sindaco di Bibbiano in quest’inchiesta è diventato nei giorni scorsi anche un pretesto per alcuni partiti politici per accusare il PD – che il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio ha definito «il partito di Bibbiano» – ma, come evidenziato dagli investigatori, in realtà la sua posizione non ha nulla a che fare con l’affido dei minori.

Il procuratore di Reggio Emilia Marco Mescolini ha infatti specificato che che il sindaco non ha nessun ruolo in quella parte dell’inchiesta, e che gli «viene contestato di aver violato le norme sull’affidamento dei locali dove si svolgevano le sedute terapeutiche, ma non è coinvolto nei crimini contro i minori». Carletti, infatti, in concorso con Anghinolfi, nel 2016 avrebbe affidato la gestione del centro “La Cura” a Foti nonostante, come risulterebbe dalle carte dell’inchiesta, la referente del servizio di neuropsichiatria infantile della Asl di Montecchio Emilia avesse detto che non c’era bisogno di rivolgersi agli psicologi del centro Hansel e Gretel, specificando che nella Asl di Reggio Emilia c’erano figure professionali in grado di gestire i bambini segnalati dai servizi sociali.

Carletti, secondo i pm, avrebbe agito «pienamente consapevole della totale illiceità del sistema sopra descritto e dell’assenza di qualunque forma di procedura ad evidenza pubblica» e avrebbe anche sostenuto le attività del centro studi Hansel e Gretel invitando Foti e Bolognini, retribuiti, a convegni in cui era lui stesso relatore. Il procuratore Mescolini ha specificato però di non credere che ci sia stata una «copertura politica» da parte di Carletti nel caso degli affidi, e ha aggiunto che «sotto inchiesta non c’è il sistema dei servizi: sotto inchiesta ci sono delle persone».

Il M5S è stato il partito più attivo nel contestare al PD un presunto legame con la onlus Hansel e Gretel: nei giorni scorsi, però, è emerso come proprio i consiglieri regionali del M5S in Piemonte avessero fatto in passato una donazione di quasi 200mila euro che andò in parte anche alla onlus, che ha sede poco lontano da Torino.


A gestire la struttura era onlus di Moncalieri chiamata “Hansel e Gretel”: un centro privato gestito dallo psicoterapeuta Claudio Foti e da sua moglie Nadia Bolognini, che risultano entrambi indagati (Foti è stato scarcerato il 18 luglio e non è più agli arresti domiciliari, ma per lui è stato disposto l’obbligo di dimora a Pinerolo).

Qui i bambini venivano sottoposti a sedute da parte di psicoterapeuti privati, che venivano pagati circa 135 euro a seduta, “a fronte della media di 60-70 euro e nonostante il fatto che l’Asl potesse farsi carico gratuitamente del servizio”, con un conseguente danno economico per l’Asl e per l’Unione Val D’Enza di 200 mila euro.

 

 

 

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI