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Martedì, 26 Marzo 2019

La corsa, le urla e quel disperato: "Ti amo!". Un bambino, uno dei 51 salvati dai carabinieri dalla follia del dirottatore, scappa via dallo scuola bus sulla strada di San Donato Milanese. Una voce che spunta fuori nel dramma di quella che poteva, e fortunatamente non lo è diventata, essere una strage assurda. Il bambino urla "Ti amo, io ti amo!". Una dichiarazione d'amore, strozzata dal pianto, registrata dal cellulare di un automobilista

E stata inviata questa mattina a tutti i prefetti dal capo di gabinetto del ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi. Nel documento si richiama alla puntuale applicazione della normativa vigente per il rilascio e il rinnovo delle licenze a coloro che guidano veicoli per il trasporto di persone. Non solo. È richiesta l'intensificazione dei controlli da parte delle Forze di Polizia. Oltre ai prefetti, destinatari della lettera sono i commissari di governo per le Province autonome di Trento e Bolzano, il presidente della giunta regionale della Valle d'Aosta, e per conoscenza il capo della Polizia, il comandante generale dell'Arma dei carabinieri, il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Nella lettera viene appunto richiamato l'episodio nel Milanese e sottolineato che "si impone che siano adottate tutte le dovute cautele e, in particolare, che sia sempre verificato, con il massimo rigore, il possesso e la permanente validità di tutti i documenti abilitativi necessari per lo svolgimento della suddetta attività". In questo senso i destinatari della circolare, "nelle more degli approfondimenti in corso finalizzati alla possibile revisione delle disposizioni legislative vigenti in materia", sono sollecitati a "richiamare l'attenzione dei sindaci, dei dirigenti scolastici e di ogni altra amministrazione pubblica affinchè, ogni qualvolta vengano affidati all'esterno i servizi in questione, siano espletati puntuali accertamenti sui requisiti del personale preposto alla guida, e assunte le iniziative più idonee per scongiurare il verificarsi di possibili azioni criminose o, comunque, illecite". E in proposito si segnala, innanzitutto, "la necessità di attivare le opportune interlocuzioni con gli Uffici provinciali della Motorizzazione Civile, in ragione delle specifiche competenze svolte con riferimento ai conducenti di veicoli stradali".

Intanto per la sinistra, soprattutto quella salottiera, gli immigrati non possono delinquere e se lo fanno in modo plateale diventano «italiani». Così Ousseynou Sy, l'immigrato che ha tentato di bruciare il bus che gli era stato affidato con dentro il suo carico umano, non è un senegalese con cittadinanza italiana ma un italiano casualmente nato altrove, pensando in questo modo di eludere il problema. Se Sy è un «italiano» il caso è chiuso, va archiviato come banale episodio di cronaca nera, per di più a lieto fine e quindi, come ha sostenuto in tv l'ex ministra del Pd Livia Turco «pure da comprendere». È già tanto che non provino ma ci siamo vicini - a ribaltare la realtà e sostenere che un italiano, Ousseynou Sy, ha provato ad abbrustolire figli di immigrati (quali erano la maggior parte dei giovani passeggeri).

Bisogna pero tornare indietro di 9 anni. Nel 2010 l'uomo ha aggredito una 17enne sul bus. Una ragazza torna a casa sul bus e incontra proprio l'autista "maledetto". Sy, come rirporta Repubblica, usa poche parole per convincere la 17enne a fidarsi di lui: "Ti porto a casa io alla fine del giro". Poi scatta l'incubo. L'uomo si avventa sulla ragazza e tenta un approccio sessuale. Le tocca il seno e i glutei. Arriva la denuncia. Il suo legale di allora tentò di minimizzare: "Meno di uno sfioramento".

Eppure Sy con una denuncia del genere alle spalle era alla guida di un autobus con a bordo 51 ragazzini delle scuole medie. Quella denuncia però nn rimase lettera morta. La denuncia si è trasformata in una condanna a un anno nel 2018 per violenza sessuale. Una vicenda che di fatto segna la vita privata della 17enne e di quella dell'autista. Da quella sentenza non si sarebbe più ripreso e dunque sono affiorati i primi segnali di squilibrio psicologico. 

Poi c'è un altro precedente inquietnate. L'uomo qualche tempo fa era stato fermato mentre si trovava alla guida di un auto. Dopo l'alcoltest il risultato: positivo. Condanna penale e multa da 680 euro. E sospensione della patente per sei mesi. Sy si mette in malattia e riesce a non perdere il lavoro: tutta colpa di omessi controlli che hanno permesso all'attentatore di rimettersi alla guida di un pullman e di incendiare il mezzo con i ragazzini a bordo. Il pm Greco contesta tra le varie accuse anche l'aggravante di terrorismo. Le fiamme sarebbero divampate con alcuni studenti ancora a bordo. Un attimo in più e avremmo pianto dei morti innocenti. Ora Sy è nel carcere dove è stato accolto con un lancio di uova e arance. L'incubo per i bimbi è finito. Per lui è appena cominciato...

Reagire agli imprevisti agendo al di fuori di schemi e automatismi.Scrive il quotidiano il Giornale immaginate se Osseynou Sy fosse entrato in azione su una superstrada dell'Ohio, della California o dell'Illinois. La Guardia Nazionale avrebbe isolato i dintorni, sul posto sarebbero intervenute le Swat - le unità speciali con blindati e mezzi militari - e il signor Sy sarebbe stato ridotto ad un colabrodo. Ma probabilmente l'epilogo sarebbe stato assai più infausto. Da noi sei normalissimi carabinieri usciti da anonime stazioni di periferia a bordo di comuni utilitarie hanno fatto il miracolo.

Ma non è stato un caso. Come non lo fu quello del 23 dicembre 2017 quando due giovani poliziotti in servizio a Sesto San Giovanni, individuarono, fermarono ed eliminarono il terrorista Anis Amri sfuggito, in Germania, ai più rigorosi controlli e trasformatosi nell'uomo più ricercato d'Europa. Ma qual'è il segreto? Come mai carabinieri e poliziotti malpagati, spesso denigrati, costretti a pagarsi da se divise ed attrezzature o a risparmiar benzina per non intaccare i bilanci di Stato mettono a segno azioni degne delle migliori teste di cuoio straniere? Uno degli elementi fondamentali è la capillare presenza sul territorio. Solo l'Italia vanta oltre 4500 stazioni territoriali dei Carabinieri guidate da rodati marescialli capaci di abbinare la conoscenza dei luoghi alla forza dell'esperienza.

Solo i loro carabinieri possono contare su un addestramento che abbina competenze di pubblica sicurezza, capacità investigative e tecniche militari. Ma a garantire il controllo del territorio contribuisce anche una Polizia presente e vigile anche in piccoli centri come Sesto San Giovanni. Un altro atout delle forze dell'ordine italiane è l'addestramento di base, sintesi delle esperienze maturate nel corso di oltre quarant'anni di lotta a criminalità organizzata e terrorismo. Due eredità che permettono anche ad agenti e carabinieri più giovani di reagire con prontezza.

Ma la vera eccellenza è un'italianissima capacità d'iniziativa. Sulla Paullese, come nella notte di Sesto San Giovanni, non c'era il tempo di elaborare piani e tattiche. Bisognava decidere mentre si agiva. Così hanno fatto il maresciallo Roberto Manucci e i cinque uomini che con tre macchine uscite dalla stazione di Paullo e Segrate si son messi sul tracce del pullman individuandolo e creando un artificioso ingorgo indispensabile a rallentarlo e fermarlo. Al successo ha contribuito anche la capacità tutta italiana di ricorrere alle armi solo in casi estremi. Quei sei carabinieri potevano cedere alla tentazione, assai più semplice e meno rischiosa, d'infilare un proiettile nella fronte del senegalese. Ma se il colpo non fosse stato fatale Sy avrebbe potuto appiccare le fiamme. Così per non mettere a repentaglio la vita dei bambini i sei carabinieri hanno messo a rischio le proprie avvicinandosi, parlandoci e distraendo il senegalese quanto serviva per garantire una via di fuga a insegnanti e studenti. Per farlo non hanno potuto affidarsi a mosse o tattiche preconfezionate.

In quei minuti decisivi hanno potuto contare solo sulla propria esperienza, sulla propria inventiva e sulla propria capacità d'improvvisazione. Se vi chiedete come mai i terroristi non riescono a colpire l'Italia o perché paesi come l'Iraq cerchino i Carabinieri per addestrare le proprie polizie la risposta è semplice. Ricordatevi del maresciallo Manucci e dei suoi uomini....

 

Altissima tensione tra la Mare Jonio e la Guardia di Finanza. Subito dopo le 7:00 di questa mattina la Guardia Costiera ha autorizzato un punto di fonda per la nave della ong italiana che ormai è arrivata davanti alle coste di Lampedusa con a bordo 49 migranti. 

La Guardia di Finanza però avrebbe negato al natante l'ingresso nelle acque territoriali. La nave avrebbe violato le regole e l'ordine della Gdf.

Da queste parole è nato un diverbio acceso con le fiamme gialle che ha portato ad un vero e proprio scontro via radio tra l'equipaggio della Mare Jonio e i militari. Il medico che si trova a bordo, Guido Di Stefano ha parlato della situazione a bordo: "I naufraghi a bordo continuano a vomitare nonostante le medicine, e ho difficoltà di farli uscire per andare al bagno perché é troppo pericoloso". Il Viminale comunque ha ribadito la sua linea: "I porti restano chiusi". E dunque si riapre il braccio di ferro durissimo tra Salvini e le ong.

Una sfida diretta all'Italia e a Matteo Salvini e con una tempistica quantomeno "sospetta", visto l'avvicinarsi del voto decisivo sulla questione Diciotti e sull'eventuale rinvio a giudizio del ministro dell'Interno.

"Nessun pericolo di affondamento né rischio di vita per le persone a bordo (come documentato da foto), nessun mare in tempesta. Ignorate le indicazioni della Guardia Costiera libica che stava per intervenire, scelta di navigare verso l’Italia e non Libia o Tunisia, mettendo a rischio la vita di chi c’è a bordo, ma soprattutto disobbedienza (per ben due volte) alla richiesta di non entrare nelle acque italiane della Guardia di Finanza", ha commentato il vicepremier, "Se un cittadino forza un posto di blocco stradale di polizia o carabinieri, viene arrestato. Conto che questo accada".

La nave, infatti, ha il "chiaro intento di voler portare in Italia immigrati clandestini". E lo confermano gli ordini a cui ha disobbedito. Dopo aver fatto salire a bordo i migranti (nonostante il mare non fosse mosso e non ci fosse nessun pericolo di affondamento del gommone), infatti, non ha rispettato le indicazioni della guardia costiera libica. Poi, pur essendo più vicina a Libia e Tunisia, si è diretta verso Lampedusa "sottoponendo gli immigrati a un viaggio più lungo". E peraltro senza avvisare Malta

Non hanno rispettato gli ordini - e le regole di ingaggio - e hanno soccorso i 49 migranti senza attendere l'arrivo della guardia costiera libica, poi per ben due volte non hanno spento i motori come intimato dalla Guardia di finanza.

Ma non sono le uniche violazioni del diritto del mare commesse dalla Mare Jonio, la nave della Ong italiana Mediterranea saving humans che da ieri sfida di nuovo l'Italia. Un tavolo permanente convocato al Viminale smaschera infatti il "piano", il modus operandi degli attivisti guidati dal no global Luca Casarini.

E così adesso la nave scortata da due unità militari si trova a circa 10 miglia nautiche da Lampedusa. A quanto pare il comandante avrebbe ignorato tutte le indicazioni delle fiamme gialle: "Abbiamo fatto presente che siamo in una situazione di emergenza con onde alte tre metri, 50 naufraghi a bordo oltre l'equipaggio. Dobbiamo mettere in sicurezza la vita delle persone per questo stiamo andando a ridossare verso l'isola di Lampedusa". Dopo aver messo l'ancora di fronte l'isolda di Lampedusa a bordo di Mediterranea è scattata l'ispezione della Guardia di Finanza  

Il caso della Mar Jonio rischia di essere ancora più complicato dei precedenti. Se con la Sea Watch e con la Aquarius, Salvini ha fatto pressioni sull’Unione europea e su quei Paesi, la cui bandiera sventolava sulle imbarcazioni cariche di clandestini, per sbloccare la situazione, ora con la nave della Mediterranea, che batte bandiera italiana, c’è il rischio (drammatico) di imbattersi nel solito azzeccagarbugli capace di appigliarsi a un qualche cavillo per aggirare la chiusura dei porti. Per spazzarli via, il governo dovrà tirar dritto sulla propria strada, infischiandosene di chi vuole piegarlo a politiche buoniste. Anche a costo di imbattersi in altri odiosi processi.

Nonostante Matteo Salvini abbia chiuso tutti i porti del Paese, ci sono ancora alcune organizzazioni non governative che provano a infrangere le leggi del mare andando a recuperare gli immigrati al largo della Libia per poi provare a scaricarli sulle nostre coste. Il salto di qualità è stato mettere in mare una nave battente bandiera italiana: la Mar Jonio della ong Mediterranea. A favorire quest’ultimo blitz sono state anche le continue ingerenze della magistratura nelle decisioni del Viminale.

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, ha infatti trovato un filmato, realizzato da Striscia la Notizia, in cui si vede il No Global che, durante una manifestazione, dice: "Metti sti c... di migranti davanti". Ovviamente il megafono è spento, ma le telecamere riescono a registrare tutto. Poco dopo però la magia: Casarini prende il microfono e afferma: "I fratelli migranti qua davanti con i loro cartelli".

Singolare il fatto che un'espressione così poco felice sia stata utilizzata durante un corteo in favore dei migranti. Del resto, la stessa Meloni chiosa così il video: "Un'altra bella dimostrazione dell'uso strumentale e interessato dei richiedenti asilo da parte di una sinistra razzista, agonizzante e al servizio del grande capitale. Che schifo!". E come darle torto?

Luca Casarini, 52 anni ancora da compiere, la vita da contestatore di Luca Casarini inizia da molto lontano, precisamente dalla fine degli anni Ottanta. Dopo essersi diplomato perito termotecnico a Padova, la passione per la politica lo spinge a iscriversi a Scienze Politiche. Ma il ragazzo non ha molto tempo per studiare e tra il 1990 e il 1993, fra un'occupazione e l'altra, dà solo sei esami.

Anche da imprenditore di se stesso, Casarini non ha cambiato le sue idee. E non dimentica gli amici. Come l'ideologo di alcuni movimenti della sinistra extraparlamentare Toni Negri, condannato a 12 anni di carcere per associazione sovversiva e concorso morale nella rapina di Argelato. Da privato cittadino, nel 2018, Casarini ha celebrato a Pantelleria - con tanto di fascia tricolore - il matrimonio della figlia di Negri, Nina, che ha sposato Marco. "Due amici carissimi. Sono stati loro a spiegarmi — aveva raccontato subito dopo la cerimonia a ottobre al Mattino di Padova — che un privato cittadino può sposare una coppia. E così l’ho fatto", riporta il Corriere della Sera. Fino all'ultima, pazza idea: la trasformazione di un rimorchiatore del 1971 in una nave di "ricerca e salvataggio": la Mare Jonio "Se siamo una Ong? No, piuttosto una piattaforma sociale. Questa nave deve diventare un simbolo. Se l’Italia e l’Europa chiudono i loro porti, chiameremo la popolazione a scendere in strada". E ora anche in mare. Il solito contestatore. Il solito Luca Casarini.  

Durante il G8 che Casarini inizia a occupare le prime pagine dei giornali. Come portavoce del gruppo dei "Disobbedienti" diventa subito tra i leader del movimento no-global. Nei giorni che portano alla tragica morte di Carlo Giuliani, Casarini è sempre in testa ai cortei che spesso e volentieri affrontano le forze dell'ordine. Lo scontro gli piace e non fa nulla per nasconderlo. Ma poi la bolla si sgonfia e, insieme al movimento no-global, anche la buona stella di Casarini comincia a tramontare. L'ex Disobbediente deve trovarsi un lavoro. Nel 2009, al Corriere della Sera, racconta di essersi trasferito a Palermo e di avere aperto una partita Iva: "Mi occupo di consulenza sul marketing e design pubblicitario". La politica, però, gli rimane nel sangue. Amico di Niki Vendola, nel 2014 gli strappa una candidatura nella lista di sinistra radicale L'altra Europa con Tsipras. Candidato nella circoscrizione Italia centrale, prende circa 10 mila voti. Non abbastanza per conquistare un seggio a Bruxelles, ma sufficienti per diventare - nel 2017 - segretario siciliano di Sinistra Italiana.  

L'educazione ricevuta nei centri sociali "Pedro" di Padova e "Rivolta" di Porto Marghera lo spinge nelle piazze delle principali città del Veneto. Casarini è sempre lì, lancia in resta e pronto ad usare le mani se necessario, contro la polizia e i "maledetti fascisti". Nel 1999 tenta il grande salto nelle istituzioni che tanto contesta, ma la sua candidatura a sindaco di Padova gli porta appena l'1,4% dei voti. Ma lui non demorde e alla fine non gli dispiace più di tanto: al dialogo istituzionale preferisce il megafono. La ricerca del compromesso non gli piace e alla difesa preferisce l'attacco. A cavallo tra anni '90 e 2000 Casarini guida una lunga serie di azioni di protesta: i suoi bersagli sono i centri di permanenza temporanea, la flessibilizzazione del lavoro, le guerre in Afghanistan e in Iraq, i Treni ad Alta Velocità e le basi militari americane in Italia, su tutte la "Dal Molin" di Vicenza.

Milioni di siriani continuano a soffrire a causa di violenza e distruzione in Siria, ha ricordato ieri l’Inviata Speciale dell’UNHCR Angelina Jolie, a compimento dell’ottavo anniversario del conflitto. Metà della popolazione siriana è stata costretta alla fuga dall’inizio della crisi a marzo 2011. Oltre 5,6 milioni di siriani vivono da rifugiati in tutta la regione e molti altri milioni sono sfollati interni.

L’Inviata Speciale Angelina Jolie ha dichiarato:“I miei pensieri vanno al popolo siriano in questo giorno in cui purtroppo registriamo un altro anno di conflitto devastante. In particolare, penso ai milioni di siriani che affrontano inaudite difficoltà vivendo da rifugiati nella regione e altrove, a tutte le famiglie sfollate all’interno del Paese, e a tutti coloro che hanno sofferto lesioni, traumi, fame e perdita di familiari.

Milioni di siriani non hanno avuto alcun ruolo nel conflitto ma convivono con le sue conseguenze. È impossibile descrivere la resilienza e la dignità delle famiglie siriane che ho conosciuto. Ogni rifugiato siriano con cui ho passato del tempo negli ultimi otto anni, giovani e anziani, ha affermato di non desiderare altro che la pace in Siria così da poter fare ritorno a casa in condizioni sicure. Alcuni hanno già cominciato a tornare – famiglie sfollate interne e, in numeri inferiori, rifugiati. È significativo che tali ritorni siano gestiti dai rifugiati stessi, sulla base di decisioni consapevoli, e non da strategie politiche. Parlare coi rifugiati e mettere le loro prospettive e le loro preoccupazioni al centro dei loro progetti futuri di ritorno è fondamentale, è una questione di rispetto dei loro diritti.

Intanto, il divario fra quello di cui hanno bisogno i rifugiati e gli sfollati interni siriani per sopravvivere e l’assistenza umanitaria effettivamente disponibile cresce giorno dopo giorno. Vi sono siriani all’interno del Paese che stanno tentando di ricostruirsi una vita senza avere il supporto necessario. Milioni di famiglie rifugiate siriane vivono al di sotto della soglia di povertà e si svegliano ogni mattina senza sapere se troveranno cibo o medicine per i propri figli, alle prese con i debiti accumulati in otto anni di esilio.
Donne e ragazze sono esposte a rischi ulteriori, fra cui quelli derivanti da opportunità di lavoro seriamente limitate e da forme di violenza sessuale e di genere quali matrimoni forzati e precoci, sfruttamento e abusi sessuali, e violenza domestica. I Paesi di accoglienza – Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto – hanno fatto moltissimo per aiutare i rifugiati, ma necessitano urgentemente di finanziamenti che permettano loro di continuare a sostenere milioni di rifugiati e di assistere le popolazioni locali che li accolgono, per affrontare le pressioni economiche e sociali cui sono sottoposti.

Fino a quando il conflitto continuerà e i siriani non potranno fare ritorno nelle proprie terre, il minimo che potremo fare è cercare di soddisfare queste loro urgenti esigenze umanitarie: ridurre al minimo le sofferenze umane e cercare di attenuare alcuni dei danni causati da questi otto anni persi a causa di un conflitto insensato. Questo è davvero il minimo che possiamo fare per un popolo che merita molto di più: il diritto di vivere in pace, sicurezza e dignità nel proprio Paese”.

Intanto oltre 5.000 venezuelani sono stati ricollocati dallo Stato settentrionale di Roraima, in Brasile, in altri 17 Stati all’interno del Paese, grazie a un innovativo programma di ricollocamento interno sostenuto dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, oltre che dalla società civile e da altre agenzie delle Nazioni Unite, quali OIM, UNFPA e UNDP.

Secondo i dati ufficiali, il Brasile ha accolto oltre 200.000 venezuelani a partire dal 2017. Di questi, circa 85.000 hanno presentato domanda di asilo, mentre permessi di soggiorno temporaneo sono stati concessi a circa 40.000 persone.

I venezuelani sono fuggiti da iperinflazione, carenza di beni di sostentamento e instabilità politica cercando rifugio in Brasile, per la maggior parte attraversando il confine di terra. I voli mirano a ridurre il flusso di persone nelle regioni di frontiera, dove molti venezuelani hanno vissuto per strada e in ostelli, con opportunità limitate.

Mercoledì 13 marzo, un volo dell’Aeronautica Brasiliana (FAB) è decollato da Boa Vista (la capitale dello Stato di Roraima, a circa 200 km dal confine col Venezuela) con a bordo 225 venezuelani. Rifugiati e migranti hanno scelto di andare in 13 diverse città brasiliane e il trasporto aereo è stato organizzato di conseguenza. Altri voli sono in programma nelle prossime settimane.

Il programma di ricollocamento volontario è iniziato ad aprile 2018 e ora coinvolge 50 diverse città in tutto il Brasile: è stato ideato per ridurre la pressione sulle comunità di accoglienza nelle regioni settentrionali del Brasile, dove rifugiati e migranti hanno continuato ad arrivare dal Venezuela, costretti a fuggire dal proprio Paese a causa delle difficoltà socio-economiche, delle violazioni dei diritti umani e della situazione politica.

L’UNHCR gioca un ruolo chiave nell’implementazione e nel coordinamento del programma brasiliano di ricollocamento interno, in particolare individuando i beneficiari aventi diritto fra i soggiornanti dei campi temporanei di Boa Vista e assicurandosi che le persone posseggano i documenti necessari per viaggiare.

Il programma di ricollocamento, realizzato in coordinamento con governo, società civile, partner privati e altre agenzie delle Nazioni Unite conformemente a quanto previsto dal Global Compact sui rifugiati, sta contribuendo a creare nuove opportunità di integrazione a livello locale per rifugiati e migranti venezuelani in altre aree del Brasile. Altre modalità prevedono il ricongiungimento familiare e un programma di opportunità professionali grazie al quale rifugiati e migranti nello Stato di Roraima sono preselezionati da compagnie private per poi essere assunti in altri Stati. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati sta assicurando assistenza ai partecipanti sostenendoli nella copertura degli affitti e delle spese domestiche.

Sparatoria stamattina a Utrecht in Olanda. Un uomo ha aperto il fuoco dentro un tram per poi fuggire, altri testimoni parlano di più aggressori. Il sindaco della città riferisce di 3 persone rimaste uccise, molti i feriti. 

Sono almeno tre i morti della sparatoria di Utrecht e 9 i feriti. Ad affermarlo il sindaco della cittadina olandese, Jan von Zanen. Molti i feriti. La polizia di Utrecht ha pubblicato su twitter la foto dell'uomo sospettato di aver sparato sul tram e chiede informazioni a chi lo abbia visto. Si tratta di Gokman Tanis, un uomo di 37 anni di origine turche 

il governo olandese ha innalzato il livello d'allerta anti terrorismo. In tutto il Paese è stata rafforzata la sicurezza negli aeroporti e negli edifici più importanti, considerati gli obiettivi sensibili. Il comune di Utrecht ha fermato tutti i veicoli su rotaia, mentre sono state chiuse scuole, università e moschee. Il comando della polizia della città, attraverso il profilo Twitter, ha esortato la popolazione a rimanere a casa poiché sarebbero possibili "nuovi attacchi" dopo quello in piazza 24 Ottobre.  

Un'unità del antiterrorismo olandese ha circondato l'edificio dove potrebbe trovarsi l'uomo che oggi ha sparato contro un tram, almeno secondo quanto riporta il canale olandese Nos News. Si tratta di una casa nella via Trumanlaan, a 700 metri di distanza dal luogo dell'attacco.

Un testimone della sparatoria , citato dai media locali, ha detto di aver sentito diversi colpi di arma da fuoco e di aver visto una donna a terra. Quando alcune persone si sono avvicinate per soccorrerla, secondo il racconto del testimone, si sono uditi altri colpi e i presunti soccorritori si sono subito allontanati dalla donna.

Sempre secondo quanto riferiscono media locali, l'autore della sparatoria è ancora in fuga. La polizia sta cercando una Renault Clio rossa. Secondo quanto riferito da alcuni testimoni al quotidiano olandese Algemeen Dagblad, ad aprire il fuoco potrebbero invece essere state diverse persone che si sarebbero poi date alla fuga.  

La polizia anti-terrorismo olandese ha alzato al massimo il livello d'allerta. La polizia ha anche chiesto a tutte le scuole della città di tenere le porte chiuse. Diramato l'allerta anche negli aeroporti e in altri edifici sensibili nei Paesi Bassi". Uomini della polizia pesantemente armati hanno circondato un edificio vicino al luogo della sparatoria.

L'allerta è stato diramato anche ad Amsterdam e Rotterdam. In quest'ultima città, scrive il sito Nos, è stata rafforzata la vigilanza nelle stazioni e nelle moschee.

I numeri della prima strage in diretta social della storia del terrorismo fanno paura. Non solo quelli delle vittime, 50 morti e più di trenta feriti, anche quelli dei fan della morte in streaming, mentre dall'Isis e dall'intera galassia jihadista arriva la promessa della vendetta contro i «crociati». Dopo il massacro 2.0, anche il fuoco incrociato - per ora solo di post - del terrorismo islamico arriva via internet.

In un messaggio del 15 marzo condiviso su Telegram gruppi affiliati ad Al Qaida parlano del massacro in Nuova Zelanda come di «guerra dei crociati» contro i musulmani e promettono di rispondere con il «linguaggio del sangue». Sul canale Telegram filo Isis Al-Asyaf Al Baghdadi, l'appello è «a versare il sangue dei crociati», mentre altri siti citati dal Site incitano ad attaccare «le chiese» in segno di reciprocità.  

Rahel, altro canale Telegram vicino al Califfato, posta una foto che mostra un fucile, una bandiera nera dell'Isis e una cintura suicida con vari messaggi scritti sopra secondo lo stesso schema usato dal killer Brenton Tarrant che aveva inciso sulle proprie armi i nomi degli 'eroì simbolo delle guerre contro i musulmani, da Poitiers a Lepanto: il re franco Carlo Martello, il doge Sebastiano Venier, l'ammiraglio veneziano Marco Antonio Bragadin scuoiato vivo dai musulmani. Tutti nomi scritti con il pennarello bianco sui due mitra imbracciati dall'uomo per la sua carneficina. «La vendetta arriverà presto», promettono ora i jihadisti, «avete aperto i cancelli dell'inferno sulla vostra isola». 

A due giorni dall'attacco alle moschee di Christchurch che il suprematista Brenton Tarrant ha trasmesso grazie alla video camera 'go prò montata sul casco, Facebook ha annunciato, attraverso la sua responsabile per la Nuova Zelanda Mia Garlick, che «nelle prime 24 ore, abbiamo rimosso 1,5 milioni di video dell'attacco in tutto il mondo, di cui oltre 1,2 milioni sono stati bloccati mentre venivano caricati».

Brenton Tarrant ha licenziato il suo avvocato e intende difendersi da solo davanti ai giudici. Lo riferisce il New Zealand Herald, sottolineando che ciò suscita il timore che Tarrant possa cercare di trasformare il processo in uno strumento per la propaganda suprematista. Richard Peters, l'avvocato d'ufficio che ha difeso Tarrant nella sua prima apparizione davanti ai giudici sabato, ha detto di aver saputo dal suo assistito gli ha detto di volere difendersi da solo d'ora in poi. Peters ha aggiunto che Tarrant gli è parso lucido e non mentalmente instabile, sebbene abbia convinzioni estremiste.

Intanto l'Isis ha pubblicato la fotografia dei documenti di un italiano, Lorenzo Orsetti, fiorentino, nato nel 1986, dichiarando di averlo ucciso durante una battaglia a Baghuz, in Siria. Orsetti sarebbe stato ucciso in un'imboscata. La notizia della morte è stata confermata da fonti di sicurezza italiane.

Orsetti combatteva nelle file delle milizie curde Ypg, legate al Pkk turco, contro i jihadisti dello 'Stato islamico'. Era stato di recente intervistato da media italiani come un combattente volontario italiano a fianco dei curdi contro l'Isis. 

"Mi dica cosa è successo... stavo sonnecchiando quando ho sentito il nome di Lorenzo e ho intravisto la sua fotografia al Tg3 della Toscana... Cos'è successo? E' da ieri che Lorenzo non risponde al telefono". Al telefono piange la signora Annalisa, mamma di Orsetti. Ancora non ha avuto notizie ufficiali e le chiede al primo giornalista che la chiama. "E' un anno e mezzo che è partito, voleva aiutare un popolo oppresso - aggiunge - ma io non dormo più". 

"Siamo orgogliosi di lui, della scelta che ha fatto - ha commentato il padre Alessandro - ma ora siamo distrutti dal dolore. Da un anno e mezzo, cioè da quando è partito, stavamo in angoscia, più contenti quando lo sentivamo al telefono, in ansia quando stavamo un periodo senza sentirlo".   

L'Isis ha diffuso la foto del cadavere di quello che viene descritto come "il crociato italiano Lorenzo Orsetti". L'immagine, pubblicata sui social network da Aamaq, piattaforma di notizie legata all'Isis, mostra il viso e parte del busto della vittima, a terra. Accanto al volto appaiono le punte di due scarponi militari, probabilmente indossati dai miliziani dell'Isis autori dell'immagine.

Orsetti si trovava a Baghuz, dove è in corso la battaglia contro le ultime sacche di resistenza dell'Isis: assieme al suo battaglione sarebbe caduto in un'imboscata e sarebbe rimasto ucciso nello scontro a fuoco. 

 

“La comunità ambientalista oggi è in lutto. Molti di quelli che hanno perso la vita erano in viaggio per venire a partecipare e sostenere l’Assemblea per l’Ambiente dell’Onu“: lo si legge in una dichiarazione dell’Agenzia per l’Ambiente dell’Onu di Nairobi, in riferimento all’incidente aereo in Etiopia. “Abbiamo perso funzionari dell’Onu, giovani delegati che venivano l’Assemblea, esperti scienziati, accademici ed altri partner“. “L’intera Assemblea onorerà la loro memoria con i nostri sforzi questa settimana“.  

Lutto al Palazzo delle Nazioni Unite a Ginevra per le vittime dell'aereo caduto in Etiopia tra le quali figurano molti rappresentanti dell'Onu. Le bandiere dei Paesi membri che sventolano fuori del palazzo sono state rimosse ed è rimasto solo il vessillo azzurro delle Nazioni Unite esposto a mezz'asta. Un minuto di silenzio è stato osservato in apertura dei lavori della quarantesima sessione del Consiglio dei diritti umani. Michael Moller, Direttore generale dell'Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra ha dichiarato che l'incidente aereo, costato la vita a 157 persone tra cui membri Onu e delegati in viaggio verso l'Assemblea Onu per l'ambiente a Nairobi, è stato ''uno choc profondo per tutti''. Moller ha dunque espresso ''solidarietà ai familiari delle vittime'' esortandoli ad avere ''forza e coraggio in questo difficile momento''

Persone speciali" , dicono di loro, con curriculum di tutto rispetto, lauree da 110 e lode e diverse esperienze appena trentennigià in diverse organizzazioni umanitarie in progetti di sviluppo nel "mondo povero".

Si chiamavano Maria, Virginia, le ragazze che, nei ricordi di chi le ha conosciute, vengono definite " Eccellenze italiane nella Cooperazione". Maria, dopo essersi laureata prima all'università di Roma Tre e poi alla Luiss in ' Relazioni internazionali, scienze politiche e governò con il massimo dei voti, aveva conseguito un master, è stata autrice di diverse pubblicazioni e anche consulente per l'associazione di studio, ricerca e internazionalizzazione in Eurasia e Africa. Poi ha svolto il volontariato con Medici Senza Frontiere e infine ha cominciato la sua avventura nel Wfp.

È forse per quella scelta di vita "un po' così", dedicata agli altri, in condizioni spesso difficili, dure, rischiose, a volte solitarie degli operatori umanitari, che la morte dei cooperanti italiani a bordo dell'aereo precipitato in Etiopia sta suscitando reazioni così sinceramente commosse.

Aveva già visto tutte le Meraviglie del mondo, le mancava solo Petra, l'Africa era la sua seconda casa e se chiudeva gli occhi anche un solo istante per immaginare il futuro, sognava di aprire un giorno una Onlus tutta sua. Virginia Chimenti, Vivi, viaggiava da quando era bambina. Prendere l'aereo per lei era come infilarsi nella metropolitana. 

Un po' come per tutta la sua famiglia, papà Claudio, che è professore universitario a L'Aquila, mamma Daniela, dentista di Corso Trieste e la sorella più grande Claudia, che lavora nell'ambito alberghiero, fare le valigie o mettersi uno zainetto sulle spalle era un'azione abitudinaria, scandita dalla grande mappa del pianeta appesa alla parete del corridoio di casa. Un giorno, per fare una sorpresa ad Alessandro, un compagno universitario trasferito in Cile, prese l'aereo e bussò alla sua porta. Vivi era così. E se è morta in un incidente aereo «non era lì per caso», ne sono sicuri tutti nella sua abitazione in zona Lanciani. «La sua eredità sta in quei viaggi e nella sua dedizione instancabile per specializzarsi in Economia e mettersi a disposizione degli altri, anche in quel viaggio, l'ultimo, come consulente finanziaria per il World Food Programme dell'Onu».  

Maria Pilar Buzzetti, 30 anni, e Virginia Chimenti, 26 anni, lavoravano per le Nazioni Unite, per il World Food Programm ( Wfp) per la precisione, l'Agenzia Onu che assiste circa 80 milioni di persone nel mondo, impegnata a combattere la fame, fornendo assistenza alimentare nelle emergenze...

La Procura di Roma ha aperto intanto un fascicolo di indagine in relazione alla morte degli italiani. Il procedimento, coordinato dal procuratore Giuseppe Pignatone, è al momento senza indagati e ipotesi di reato. Nello schianto, poco dopo il decollo da Addis Abeba, hanno perso la vita l'archeologo siciliano Sebastiano Tusa, il presidente dell'Ong Link 2007, Paolo Dieci, alcuni appartenenti a una onlus di Bergamo e due ragazze impegnate nel programma alimentare mondiale dell'Onu.  

Etiopia, è il giorno dopo il disastro aereo dell'Ethiopian Airlines: 157 le vittime, tra cui otto italiani. Intanto si continuano a cercare le cause della sciagura. Secondo i media internazionali, la tv di stato etiope ha reso noto che è stata ritrovata la scatola nera del Boeing. Recuperata anche la seconda scatola nera: i dispositivi trovati sono in particolare il "registratore di voce della cabina di pilotaggio ed il registratore digitale dei dati di volo". E arrivano i primi stop a terra dei Boeing 737 Max: oltre all'Ethiopian, decisione analoga dalla Cina e dall'Indonesia, così come da Cayman Airways. Si attiva l'agenzia europea sicurezza aerea (Easa) con un monitoraggio, 'ma è presto per decidere'. 

Ethiopian Airlines ha bloccato tutti gli aerei Boeing 737 Max, cioè quelli dello stesso modello precipitato ieri 6 minuti dopo il decollo. 'A seguito del tragico incidente del 10 marzo - si legge in un tweet della compagnia aerea - Ethiopian Airlines ha deciso di tenere a terra tutti i Boeing 737 Max. Non si conoscono ancora le cause della sciagura - prosegue la nota - e la decisione è presa in via precauzionale. La compagnia - conclude il comunicato - diffonderà ulteriori informazioni non appena disponibili' 

Mettete a terra quell'aereo finché non verranno effettuati tutti i controlli. L'allarme arriva dall'Associazione Nazionale Piloti (Anp) che ha chiesto all'Enac (Ente nazionale aviazione civile) di intervenire su tutte le compagnie italiane che hanno in uso il Boeing 737 Max 8. 

Il modello prodotto dalla società statunitense è finito nel mirino dopo l'incidente di ieri in Etiopia in cui sono morte 157 persone. Ed è il secondo schianto in pochi mesi con lo stesso tipo di aeromobile. Per questo i piloti hanno chiesto di intervenire su tutte le compagnie italiane che lo usano, mettendo a terra le macchine e facendo i controlli necessari.

Anche la Corea del Sud ha intanto lanciato una indagine "precauzionale" sul Boeing 737 Max 8. Un team di 4 tecnici ha visitato la Eastar Jet, compagnia locale low cost, avviando accertamenti sul pilota automatico e altri sistemi. L'esame finirà venerdì e non ci sono al momento piani per tenere a terra i B737 Max, riferisce l'agenzia Yonhap

E le compagnie aeree cinesi hanno ricevuto l'ordine di sospendere l'uso del Boeing 737 Max: lo riporta la rivista finanziaria Caijing, citando fonti vicine a dossier in merito alla mossa della Civil Aviation Administration of China, l'Authority di settore. 

Anche la Cayman Airways ha deciso di lasciare a terra temporaneamente i suoi due Boeing 737 Max 8. Il ceo del vettore caraibico Fabian Whorms ha spiegato che, anche se la causa del disastro non è ancora chiara, la sua compagnia ha comunque deciso questa misura cautelativa per "mettere la sicurezza dei nostri passeggeri e degli equipaggi al primo posto". La Cayman Airways è la compagnia di bandiera delle Isole Cayman, territorio britannico d'oltremare.  

Quello di ieri è il secondo incidente per il Boeing 737 Max 8, a cinque mesi da quello della Lion Air verificatosi in Indonesia, in cui persero la vita 189 persone. 

Dal canto suo l'Enac sottolnea come in Italia volino solo 3 aerei di questo tipo e tutti in uso alla compagnia Air Italy. "Dalle verifiche condotte, l'Enac conferma che il vettore italiano opera in piena osservanza delle prescrizioni operative emesse dal costruttore Boeing e approvate dalla Faa - Federal Aviation Administration, Ente americano certificatore dei velivoli Boeing, dopo un incidente analogo verificatosi in Indonesia nell'ottobre 2018 che aveva coinvolto un aeromobile Boeing 737 Max 8", ha spiegato l'ente, "Le prescrizioni riguardano sia la formazione dei piloti, sia l'aggiornamento dei manuali di volo. L'Enac, inoltre, è in contatto con la Easa - European Aviation Safety Agency, Agenzia europea per la sicurezza aerea, per le eventuali determinazioni europee in merito a tale tipologia di velivoli". 

Non è la prima volta che succede. Anche nel caso dell'aereo precipitato lo scorso 29 ottobre in Indonesia, l'incidente era avvenuto poco dopo il decollo e l'aereo, operato dalla Lion Air, era nuovo. Ma cosa c'è dietro a queste drammatiche stragi? Molto probabilmente l'incapacità dei piloti di gestire il nuovo software che corregge in fase di decollo l'assetto.

Il Boeing 737-800 Max della Ethiopian Airlines era nuovissimo ed era operativo da appena quattro mesi. Secondo quanto riferito dal ceo dell'Ethiopian Airlines, Tewolde Gebremariam, citato dal quotidiano keniora Daily Nation, l'ultimo controllo di manutenzione di routine sul velivolo era stato effettuato il 4 febbraio. Il capitano, Yared Getachew, aveva alle spalle più di ottomila ore di volo, mentre il co-pilota Ahmed Nur Mohammod, aveva invece 200 ore di volo. 

Uno stesso modello Boeing 737-800 Max della Lion Air era precipitato in mare cinque mesi fa con 190 persone a bordo al largo delle coste indonesiane. Il 6 novembre 2018 la Boeing aveva emesso un allarme su un software di controllo e con il quale si istruiva i piloti sulle procedure da adottare in caso di input errato da un sensore. Nel mirino ora finisce quel nuovo software che corregge in fase di decollo l'assetto del velivolo qualora l'angolo di salita non sia ottimale e rischi così di farlo andare in stallo. Il problema, secondo quanto ricostruito sin qui, sarebbe stato la mancata comunicazione ai piloti della Ethiopian Airlines che, in fase di decollo, avrebbero continuato a correggere l'intervento del software.

Stando alle indagini fatte in Indonesia negli ultimi cinque mesi, il Boeing 737 Max 8 avrebbe bisogno di motori più potenti, anche di dimensioni, per "tenere" tecnicamente l'angolo di attacco. Per ovviare a questo problema, come spiegato dall'esperto per la Sicurezza del Volo, Antonio Bordoni, ai microfoni di Uno Mattina, la casa costruttrice avrebbe messo a punto il nuovo sistema anti stallo che dovrebbe, appunto, aiutare i piloti correggendo automaticamente questa criticità e raddrizzando il muso del velivolo per recuperare portanza. 

Se chi guida l'aereo non è a conoscenza del software, appena vede i valori dell'altimetro instabili, si contrappone all'azione di correzione del software. Secondo gli operatori del settore, come riporta Leggo, il Boeing 737 Max avrebbe subito avuto fortuna sul mercato per "la facilità con cui i piloti potevano passare al nuovo modello con una formazione minima sulle differenze di allenamento e nessun tempo aggiuntivo per il simulatore".

Oltre alla mancata comunicazione del nuovo sistema anti stallo, l'incidente di ieri svela un altro possibile difetto. Il software dovrebbe correggere l'assetto in fase di decollo ma, come riporta anche Leggo, non sempre manca portanza sulle ali se l'aereo sale a velocità troppo bassa. Se la manovra viene fatta quando c'è vento contrario, infatti, la portanza è sufficiente anche se rallenta il velivolo. "L'algoritmo - si legge - considera solo la velocità di salita ma non la portanza istantanea che l'aereo trova durante la manovra". Lo scorso 7 novembre, in seguito alle indagini fatte sul Lion Air 737 Max caduto a Giacarta, era stata richiesta una revisione del manuale di volo. Da rivedere erano, appunto, le procedure operative che spiegavano come affrontare lo stabilizzatore fuori controllo.

L'agenzia europea per la sicurezza aerea (Easa) sta "monitorando da vicino" la situazione dopo l'incidente, ha detto un portavoce, secondo quanto riporta l'agenzia Bloomberg. E' troppo presto per fornire indicazioni alle compagnie europee, o per agire, ha detto il portavoce. L'Easa è in contatto con l'autorità americana Federal Aviation Administration (Faa) e con le autorità etiopi.

"L'Ente Nazionale per l'Aviazione Civile informa che gli aeromobili di questo modello nella flotta italiana sono 3, in uso alla compagnia Air Italy. Dalle verifiche condotte dall'Enac si conferma che il vettore italiano opera in piena osservanza delle prescrizioni operative" emesse dal costruttore Boeing e approvate dall'ente americano Federal Aviation Administration, dopo l'analogo incidente in Indonesia nell'ottobre 2018.

Il ministro dei trasporti dell'Indonesia ha ordinato alle compagnie locali di mettere a terra temporaneamente gli aerei Boeing 737 Max in possesso nelle loro flotte, riferisce l'agenzia Bloomberg. Il ministro ha stabilito che i velivoli B737 Max vengano lasciati a terra da domani, quando inizieranno le ispezioni e potranno tornare in servizio solo dopo la certificazione degli ispettori di volo. Dieci degli 11 velivoli in questione sono della Lion Airlines, il restante di Garuda Indonesia.

Otto italiani si trovavano sul Boeing 737 dell'Ethiopian Airlines precipitato in Etiopia. Nella lista passeggeri figura anche l'assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana Sebastiano Tusa, archeologo di fama internazionale, Sovrintendente del Mare della Regione. Tusa era diretto in Kenya, per un progetto dell'Unesco, dove era già stato nel Natale scorso insieme con la moglie, Valeria Patrizia Li Vigni, direttrice del Museo d'Arte contemporanea di Palazzo Riso a Palermo.

Tra le vittime anche tre componenti della ong bergamasca Africa Tremila: il presidente Carlo Spini - 75 anni, originario di Sansepolcro (Arezzo) e residente a Pistoia -, sua moglie, infermiera, Gabriella Vigiani e il tesoriere della onlus Matteo Ravasio. Morto anche Paolo Dieci, residente a Roma, presidente della ong Cisp e rete LinK 2007, un'associazione di coordinamento consortile che raggruppa importanti Organizzazioni Non Governative italiane, in particolare 14 ong: Cesvi, Cisp, Coopi, Cosv, Gvc, Icu, Intersos, Lvia, Medici con l'Africa Cuamm, Ccm, Elis, World Friendss, Ciai e Amref. Ci sono anche i nomi di Virginia Chimenti, funzionaria del World Food Programme dell'Onu, Rosemary Mumbi e Maria Pilar Buzzetti nella lista degli 8 italiani che erano a bordo: lo si apprende da fonti diplomatiche.

"Il mio profondo dolore per la tragedia dell'aereo dell'Ethiopian Airlines - scrive il vicepremier Luigi Di Maio -, in cui hanno perso la vita anche 8 nostri connazionali. Esprimo la mia vicinanza alle loro famiglie e alla Regione Sicilia per la perdita dell'assessore Sebastiano Tusa".

"Dolore e preghiera per tutte le vittime della tragedia aerea in Africa, siamo vicini ai famigliari e lo saremo anche in futuro", ha detto il ministro dell'Interno Matteo Salvini.

"Sono vicino alle famiglie delle vittime dell'incidente aereo in Etiopia, a pochi chilometri da Addis Abeba. Una terribile tragedia anche per il nostro Paese", scrive il presidente della Camera Roberto Fico.

"Il disastro aereo in Etiopia nel quale hanno perso la vita 157 persone tra cui 8 italiani è una tragedia che ci colpisce tutti. Esprimo il mio più vivo cordoglio - ha detto il presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati -, anche a nome del Senato, ai familiari delle vittime, molte delle quali in Africa per ragioni umanitarie. Partecipo al dolore della Regione Sicilia per la perdita dell'assessore Sebastiano Tusa".

Esprimo il più sincero cordoglio e profonda vicinanza ai familiari delle vittime - ha scritto su Facebook il ministro dei beni culturali Alberto Bonisoli - del terribile incidente aereo. Mi unisco al dolore di amici, parenti e congiunti dei nostri otto connazionali deceduti nell'impatto. Rivolgo a loro le mie più sentite condoglianze".

 

 

 

 

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