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Mercoledì, 26 Gennaio 2022

“La consegna del brevetto di Incursore della Marina Militare e del tipico basco verde che fin dalle origini ne contraddistingue gli appartenenti, rappresentano per i sette militari del 72° corso ‘Axios’, non solo il meritato compimento di un percorso selettivo e formativo di eccezionali difficoltà e severità – capace di mettere a dura prova fisico, mente, tenacia e perseveranza dei pochi che riescono a intraprenderlo e, ancor meno, terminarlo – ma soprattutto l’agognato ingresso ufficiale in una selezionatissima elite di professionisti, da sempre sinonimo per antonomasia del concetto di ‘forze speciali’.” – ha evidenziato il Sottosegretario alla Difesa, Stefania Pucciarelli, nel corso del suo intervento in occasione dell’odierna cerimonia di consegna del basco verde ai neo-Incursori della Marina Militare che hanno completato il 72° corso ordinario, svoltasi presso la storica sede del Comando Raggruppamento Subacquei ed Incursori Teseo Tesei, noto anche come COMSUBIN, in località Le Grazie di Portovenere (SP).

“L’aver superato le durissime quattro fasi – combattimento terrestre, combattimento in acqua, fase anfibia, condotta di operazioni complesse – caratterizzanti questo processo formativo altamente sfidante per il corpo e la mente – ha proseguito Pucciarelli – apre la strada ad una carriera estremamente entusiasmante nelle Forze Speciali della Marina: componente abilitante nel più ampio complesso capacitivo multidimensionale e multidisciplinare della Forze Armata, nonché nel contesto interforze nazionale di settore, la cui esclusività è ampiamente riconosciuta anche a livello internazionale.

Entrare a far parte del Gruppo Operativo Incursori – il GOI – significa appartenere ad una gloriosa Componente della militarità nazionale, erede di straordinarie capacità ideative e di luminose gesta eroiche che nobilitano lo spirito di servizio della Marina e l’italianità.

Parliamo di una risorsa altamente operativa formata da straordinari professionisti che nel corso degli anni sono stati impiegati nelle aree più critiche, conducendo in maniera encomiabile operazioni speciali in difesa degli interessi nazionali nella gestione di situazioni di crisi, in Italia e all’estero. Questi successi sono frutto degli elevati standard selettivi e formativi uniti all’intenso addestramento che la Marina Militare applica ai suoi Incursori per assicurare al Paese uno strumento sempre operativamente adeguato ai nuovi scenari internazionali.

Ai sette neo-brevettati del 72° corso Incursori rinnovo plauso e ammirazione, con l’invito a mantenere sempre alta, nel corso della loro lunga ed entusiasmante carriera, la determinazione e la passione che li ha portati a superare questa difficile selezione.” – ha concluso il Sottosegretario Pucciarelli.

Come previsto dal programma della visita a Roma della delegazione ecumenica finlandese, si è celebrata la Messa di Sant'Enrico nella Basilica di Santa Maria Sopra Minerva. Il vescovo luterano di Oulu Jukka Keskitalo ha officiato, ed il vescovo emerito cattolico di Finlandia Teemu Sippo SCJ ha tenuto l’omelia; ha letto un testo l'ambasciatore finlandese presso la Santa Sede, Kalle Kankaanpää mentre la pastora Sámi di Inari, Mari Valjakka, ha letto una epistola in Sámi, la lingua lappone. Interventi, durante la celebrazione, accompagnata da canti liturgici del coro Voces di Oulu del parroco di Inari, Tuomo Huusko ed altri sacerdoti. Nella cappella di sant’Enrico, che nella basilica è dedicata agli eventi liturgici ecumenici, una bandiera finlandese fronteggiava un busto del santo, vescovo martire, protettore di Finlandia.

La suggestiva celebrazione ha avuto quest’anno una particolarità storica: per la prima volta è risuonata la lingua lappone in una celebrazione liturgica ecumenica il che è tanto più significativo se si aggiunge al contenuto dell’incontro che, in precedenza, la delegazione aveva avuto con Papa Francesco, incontro nel quale il vescovo luterano aveva informato il Papa sulle traversie dell’unico popolo autoctono d’Europa, il lappone o Sámi . Nella circostanza, il Papa  aveva sottolineato che insieme si cammina “rapidi e solerti” , nei “tanti percorsi di carità che, mentre ci avvicinano al Signore, presente nei poveri e nei bisognosi, ci uniscono tra di noi”. Francesco non nasconde anche le fatiche per i “traguardi che sembrano ancora lontani e difficili da raggiungere”, quando sopraggiunge stanchezza e scoraggiamento. Si è dimostrato attento e sensibile alle informazioni sulle vicende tristi del popolo lappone, esposte da vescovo Keskitalo che ha ricordato l’esigenza che anche la chiesa faccia opera di penitenza nei confronti di quel popolo come di tanti altri popoli indigeni. In un intervento a latere, nel notiziario vaticano  la pastora Valjakka aveva precisato che “il popolo Sámi  è un popolo che è stato emarginato in Finlandia e la storia delle relazioni tra il popolo Sami e la chiesa locale non è sempre stata senza problemi, perché c'è stato il tentativo di assimilarci alla cultura dominante. C'è stato un tempo in cui non potevamo usare la nostra lingua e neanche mostrare i segni della nostra cultura. In questo momento abbiamo iniziato un processo chiamato “verità e riconciliazione”. E’ un tempo in cui le persone Sami possono raccontare le loro esperienze, quello che hanno sofferto, provato e anche da qui iniziare un cammino di riconciliazione. Sarà un processo molto lungo e anche molto duro ma spero che ci sia la possibilità per comprendersi meglio l'uno con l'altro, per comprenderci meglio. Il fatto di essere donna e che di provenire da un gruppo di minoranza all'interno della stessa minoranza Sámi , fa sì che mi ritrovi, non dico tutti i giorni ma forse ogni secondo del giorno, a lottare contro i mulini a vento. Ma l’essere qui, avere la possibilità di incontrare Papa Francesco e anche di poter parlare e scambiare opinioni con i cattolici che lavorano all'interno della Finlandia e che sono anche loro a contatto con gruppi di minoranza, mi dà la sensazione che forse questi mulini a vento non siano così forti, così potenti”. La prima traduzione in lingua Sámi  della Bibbia era stata donata al Papa, e dono analogo, a fine della Messa ecumenica, la pastora ha offerto ad una sua conterranea Sámi  che vive a Roma da molti anni, Annikki Sarre, in qualche modo esponente in Italia di quel popolo piccolo ma tenace. A latere della messa in santa Maria sopra Minerva, è trapelata la possibilità che entro l’estate venga nominato il nuovo vescovo cattolico di Finlandia, forse finlandese, che dovrebbe occupare il seggio lasciato vuoto per dimissioni, nel 2019, dal vescovo emerito Sippo. Monsignor Sippo rimase vittima di un grave incidente che ha molto influito sulle sue condizioni di salute successive, motivo per il quale dovette lasciare il servizio attivo, put contribuendo sempre, con il suo impegno e dedizione, alle esigenze della sua diocesi. Sippo è stato il primo vescovo di nazionalità finlandese e il suo successore potrebbe essere un suo connazionale. Attualmente la diocesi è retta da un amministratore apostolico, l’italiano don Marco Pasinato.

La Messa, fonte FB frati domenicani Santa Maria sopra Minerva:  https://fb.watch/aEcGyoANAe/

 

È stato il Primo Ministro greco Kyriakos Mitsotakis a ricevere dalle mani dell’Assessore ai Beni Culturali della Sicilia Alberto Samonà il frammento del fregio del Partenone che dal 1820 e sino a pochi giorni fa, era custodito al Museo Archeologico Salinas di Palermo. Alla cerimonia, svoltasi il 10 gennaio alle 13 (ora greca) al Museo dell'Acropoli di Atene, accanto al Premier Mitsotakis e all’Assessore Samonà, che ha rappresentato il Governo Musumeci, erano presenti la Ministra greca della Cultura e dello Sport, Lina Mendoni e i direttori del museo di provenienza del reperto,  Caterina Greco per il Museo Archeologico Regionale “A. Salinas” di Palermo e Nikolaos Stampolidis, Direttore del Museo dell'Acropoli di Atene che già da oggi lo espone, ricongiunto al fregio di provenienza.

La forte ufficialità e solennità che il Governo Greco ha voluto dare alla cerimonia testimonia l'altissimo valore simbolico che il ritorno in Grecia di questo reperto assume a livello nazionale e internazionale.

Su invito del Governo Greco, erano presenti anche i rappresentati della Stampa Internazionale accredita in Grecia.

Nelle prossime settimane arriverà in Sicilia un’importante statua acefala di Atena, databile alla fine del V sec. a.C. che sarà esposta proprio al Museo archeologico regionale Salinas di Palermo.

Commentando questo importante momento, l’Assessore Regionale dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana, Alberto Samonà, ha affermato: “Il ritorno in Grecia di questo frammento appartenente al fregio orientale del Partenone rappresenta per noi non un momento conclusivo ma l'inizio di un nuovo rapporto con la Repubblica Greca che ci fa essere orgogliosi e consapevoli che stiamo scrivendo insieme una nuova pagina di storia: le iniziative in comune che nasceranno tra il nostro Museo Archeologico Regionale Antonio Salinas diretto da Caterina Greco e il prestigioso Museo dell'Acropoli di Atene diretto da Nikolaos Stampolidis parlano la lingua di questo futuro:  oggi costruiamo insieme una nuova Europa della Cultura, che affonda le proprie radici nella nostra storia e nella comune identità mediterranea e che guarda al futuro”.

È un accordo culturale di straordinaria importanza internazionale quello che la Sicilia ha sottoscritto con la Grecia, che prevede il trasferimento ad Atene del frammento di una lastra appartenente al fregio orientale del Partenone, attualmente custodito nel Museo archeologico regionale A. Salinas di Palermo. Si tratta del cosiddetto “Reperto Fagan”, frammento in marmo pentelico che raffigura il piede o della Dea Peitho o di Artemide (Dea della Caccia) seduta in trono. Un gesto, voluto dall’assessore regionale dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana, Alberto Samonà, condiviso con la Ministra greca della Cultura e dello Sport, Lina Mendoni, che per la cultura ellenica ha un valore fortemente simbolico: la Sicilia, in questo modo, fa, infatti, da apripista sul tema ritorno in Grecia dei reperti dei Partenone, dando il proprio contributo determinante al dibattito in corso da tempo a livello mondiale.

L’accordo, nato dalla proficua interlocuzione fra il Governo regionale – con l’assessore Samonà – e il Governo di Atene – con la Ministra Mendoni – è stato siglato dal Museo Archeologico Regionale “A. Salinas” di Palermo e dal Museo dell'Acropoli di Atene, ai sensi dell'articolo 67 del nostro Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, che prevede il trasferimento pluriennale e lo scambio di reperti archeologici tra le due prestigiose istituzioni museali, rispettivamente dirette da Caterina Greco e da Nikolaos Stampolidis.

Sottoscritto secondo la legge italiana, l’accordo prevede che per un periodo di 4 anni, rinnovabile una sola volta, il Salinas trasferisca al Museo dell’Acropoli di Atene il frammento appartenente al Partenone, attualmente conservato a Palermo perché parte della collezione archeologica del console inglese Robert Fagan, acquistata dalla Regia Università di Palermo nel 1820. In cambio, da Atene arriveranno a Palermo due importantissimi reperti delle collezioni del Museo dell'Acropoli, ciascuno per un periodo di quattro anni: si tratta di un'importante statua acefala di Atena, databile alla fine del V secolo a.C., e di un’anfora geometrica della prima metà dell'VIII secolo a.C. Un'intesa che prevede anche l'organizzazione di iniziative in comune che saranno realizzate in partnership dai due musei su temi d'interesse culturale di respiro internazionale.


La volontà della Sicilia, in realtà, è quella di un ritorno in Grecia a tempo indeterminato del reperto. A questo proposito, la Regione Siciliana, oltre a promuovere l’accordo culturale di valorizzazione reciproca fra le due realtà museali, ha chiesto al Ministero della Cultura della Repubblica Italiana un percorso che porti al felice esito di questa possibilità: la pratica è stata già incardinata ed è attualmente in discussione in seno al “Comitato per il recupero e la restituzione dei Beni Culturali” istituito presso il Ministero.

Il ritorno ad Atene del frammento conferma quel sentimento di fratellanza culturale che lega Sicilia e Grecia, nel riconoscimento delle comuni radici mediterranee e degli antichissimi e profondi legami tra i due Paesi. L’accordo sottoscritto rappresenta, infatti, un sigillo d’eccezione per quella koinè mediterranea che, iniziata al tempo della Grecia classica con le sue colonie nell’Italia meridionale e in Sicilia, ancora oggi connota gli intimi legami culturali tra l’Italia e la Repubblica Greca. Un accordo, che giunge al termine dell’anno in cui si è celebrato l’anniversario dell’avvio della lotta per l’indipendenza della Grecia e a poco più di tre mesi di distanza dalla Decisione del 29 settembre 2021 con cui la Commissione Intergovernativa dell’UNESCO per la Promozione della Restituzione dei Beni Culturali ai Paesi d’Origine (ICPRCP) ha richiamato “il Regno Unito affinché riconsideri la sua posizione e proceda in un dialogo in buona fede con la Grecia” che fin dal 1984 ha richiesto la restituzione delle sculture del Partenone, tuttora conservate presso il British Museum di Londra.

“Il ritorno ad Atene di questo importante reperto del Partenone – sottolinea l’Assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà – va nella direzione della costruzione di un’Europa della Cultura che affonda le proprie radici nella nostra storia e nella nostra identità: quell’Europa dei popoli che ci vede profondamente uniti alla Grecia, in quanto entrambi portatori di valori antichi e universali. E del resto, le molteplici e pregnanti testimonianze della cultura greca presenti in Sicilia sono la conferma di un legame antico e profondo. Grazie al governo Musumeci, la Sicilia torna al centro di una dimensione mediterranea, in cui il futuro comune passa per il dialogo e le relazioni con i Paesi che si affacciano sul “Mare nostrum”. L’accordo di collaborazione con il Museo dell’Acropoli di Atene ci permetterà, inoltre, di porre in essere iniziative culturali comuni di grande spessore e rilevanza internazionale che daranno la giusta visibilità alla nostra Regione”.

“Vorrei esprimere – sottolinea la ministra della Cultura e dello Sport della Repubblica Greca, Lina Mendoni – la mia più profonda gratitudine alla Giunta Regionale Siciliana e al suo Presidente Nello Musumeci, nonché all’Assessore Regionale ai Beni Culturali e dell’Identità della Sicilia Alberto Samonà. La nostra collaborazione affinché il frammento del Fregio Orientale del Partenone, oggi custodito presso il Museo Archeologico Regionale “A. Salinas” di Palermo, possa essere esposto per un lungo periodo presso il Museo dell’Acropoli insieme al proprio naturale contesto, è stata impeccabile e costruttiva. Soprattutto, desidero qui esprimere la mia gratitudine per gli instancabili e sistematici sforzi del Governo Siciliano e dell’Assessore Alberto Samonà per aver intrapreso la procedura verso l’accordo legale ai sensi del Codice dei Beni Culturali della Repubblica Italiana, affinché questo frammento possa ritornare definitivamente ad Atene. Dal novembre del 2020, quando sono iniziate le discussioni tra di noi, fino ad oggi, – prosegue la ministra Mendoni – l’Assessore Samonà ha sempre dichiarato in ogni modo il suo amore per la Grecia e per la sua Cultura. Nel complesso, l’intenzione e l’aspirazione del Governo Siciliano di rimpatriare definitivamente il Fregio palermitano ad Atene, non fa altro che riconfermare e rinsaldare ancora di più i legami culturali e di fratellanza di lunga data delle due regioni, nonché il riconoscimento di fatto di una comune identità mediterranea. In questo contesto, il Ministero della Cultura e dello Sport ellenico inizia con grande piacere la sua collaborazione con il Museo archeologico regionale “A. Salinas” di Palermo, non solo per l’esposizione presso di esso di importanti antichità provenienti dal Museo dell’Acropoli, ma anche per azioni e iniziative generali future. Con questo gesto, il Governo della Sicilia indica la via per il definitivo ritorno delle Sculture del Partenone ad Atene, la città che le ha create”.

“Desidero esprimere la massima soddisfazione – aggiunge Caterina Greco, Direttore del Museo Archeologico Regionale A. Salinas – per il raggiungimento di un obiettivo che mi ero posta fin dal mio arrivo al museo Salinas, due anni fa. Riportare ad Atene il frammento del fregio del Partenone che solo nel 1893 Walter Amelung riconobbe come un originale attico a torto confuso tra i marmi recuperati dal Fagan durante i suoi scavi a Tindari del 1808, significa infatti non soltanto restituire alla Grecia un pezzetto della sua più illustre storia archeologica, ma anche illuminare di nuova luce la vicenda complessa e affascinante del collezionismo ottocentesco, che contraddistingue i nostri più antichi musei e di cui la testimonianza della presenza a Palermo della “lastra Fagan” rappresenta un episodio tra i più intriganti”.

“L’approdo del Fregio palermitano presso il Museo dell’Acropoli – sottolinea il direttore del Museo dell’Acropoli di Atene, Nikolaos Stampolidis – risulta estremamente importante soprattutto per il modo in cui il Governo della Regione Siciliana, oggi guidato da Presidente Nello Musumeci, ha voluto rendere possibile il ricongiungimento del Fregio Fagan con quelli conservati presso il Museo dell’Acropoli. Questo gesto già di per sé tanto significativo, viene ulteriormente intensificato dalla volontà da parte del Governo Regionale Siciliano, qui rappresentato dall’Assessore alla Cultura ed ai Beni dell’Identità Siciliana Alberto Samonà, che ha voluto, all’interno di un rapporto di fratellanza e di comuni radici culturali che uniscono la Sicilia con l’Ellade, intraprendere presso il Ministero della Cultura italiano la procedura intergovernativa di sdemanializzazione del Fregio palermitano, affinché esso possa rimanere definitivamente sine die ad Atene, presso il Museo dell’Acropoli suo luogo naturale. In tal modo sarà la nostra amatissima sorella Sicilia ad aprire la strada ed a indicare la via per la restituzione alla Grecia anche per gli altri Fregi partenonici custoditi oggi presso altre città europee e soprattutto a Londra ed al Britisch Museum. Questa volontà, che rappresenta un fulgido esempio di civiltà e fratellanza per tutti i popoli, si sposa anche in un felicissimo ed emblematico connubio culturale con la decisione del 29 settembre 2021 espressa dall’Unesco nei riguardi del ritorno in Grecia delle sculture che si trovano presso il Museo londinese”.

Il reperto archeologico, giunto all’inizio del XIX secolo nelle mani del console inglese Robert Fagan in circostanze non del tutto chiarite, alla morte di questi fu lasciato in eredità alla moglie che, successivamente, lo vendette tra il 1818 e il 1820 al Regio Museo dell’Università di Palermo, di cui il Museo Archeologico Regionale “Antonino Salinas” è l’odierno epigono.
Già in passato si sono avute interlocuzioni volte al ritorno ad Atene del frammento del fregio del Partenone e in particolare tra il 2002 e il 2003, in occasione della visita di Stato in Grecia del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e in vista della realizzazione delle Olimpiadi ad Atene del 2004, fu aperto il dibattito sulla “restituzione” del manufatto. E ancora nel 2008, in occasione dell’inaugurazione del Nuovo Museo dell’Acropoli di Atene, si ripresero le trattative tra il Ministero Ellenico della Cultura e il Ministero Italiano dei Beni Culturali, attraverso la mediazione dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che si era detto favorevole al ritorno del frammento in Grecia; ma anche in quell’occasione si raggiunse solo il risultato di prestare il frammento del Partenone ad Atene per un anno e mezzo, dal settembre 2008 al marzo 2010. Dopo il suo ritorno in Sicilia, negli anni successivi sulla vicenda della riconsegna permanente del reperto calò un velo e non se ne parlò più, se non riservatamente fra gli addetti ai lavori.

Per questa ragione, l’accordo sottoscritto tra i due musei coglie oggi un risultato di estrema rilevanza: perché dimostra concretamente la volontà della Sicilia di procedere sulla strada intrapresa, favorendo il definitivo ritorno ad Atene del frammento del fregio partenonico; e perché suggella la stretta collaborazione culturale tra due prestigiose istituzioni museali, entrambe di lunga ed antica tradizione.

La statua, alta cm 60 e in marmo pentelico, raffigura la dea Atena vestita con un peplo segnato da una cintura portata sulla vita. Indossa un’egida stretta disposta trasversalmente sul petto, originariamente decorata con una gòrgone al centro, andata perduta. La figura sostiene il peso del proprio corpo sulla gamba destra, mentre con il braccio sinistro si appoggia probabilmente ad una lancia; la posa flessuosa e la resa morbida e avvolgente dell’abbigliamento sono tipiche dello stile attico dell’ultimo venticinquennio del V secolo a.C., influenzato dai modelli partenonici (c.d. “Stilericco”).

L’anfora (1961 ΝΑΚ 196), integra e di grandi dimensioni (alt. cm 41,5), è un importante esemplare della categoria della ceramica geometrica, una produzione caratteristica delle fabbriche ateniesi della prima età arcaica, che segna l’emergere di Atene fra le varie polis della Grecia. Si tratta di un’anfora utilizzata come cinerario, rinvenuta nel 1961 nella tomba 5 scoperta presso le pendici meridionali dell’acropoli, e rappresenta una vaso tipico del Geometrico Medio II, con corpo ovoide, alto collo svasato che termina con l’orlo rivolto verso l’esterno, e due piccole anse verticali sulla spalla. La decorazione, in gran parte a vernice nera, comprende sul collo una fascia recante un meandro delineato tra strisce orizzontali, mentre sulla pancia del vaso è dipinto un grande riquadro metopale con triangoli allineati; la parte inferiore del corpo e le anse sono decorate con sottili strisce parallele. La forma e lo stile inconfondibile, tipico di questa fase della ceramica attica, ne denotano la cronologia molto antica, risalente alla prima metà dell’VIII sec. a.C. (800-760 a. C.): un periodo, cioè, in cui non era ancora iniziata la colonizzazione greca della Sicilia, da cui solo successivamente derivò l’afflusso di materiali greci nella nostra isola.

L’arrivo in Sicilia di questi due significativi reperti delle collezioni del Museo dell’Acropoli, segna un decisivo cambio di passo nelle relazioni culturali tra la Sicilia e la Grecia, improntato alla piena pariteticità degli scambi culturali e a un reciproco rapporto di collaborazione che prevede anche lo sviluppo di iniziative comuni quali mostre, conferenze, ricerche scientifiche. È, infatti, la prima volta che dal famoso museo ateniese giungono in Sicilia e al Salinas, per un’esposizione di lungo periodo, testimonianze originali della storia della città che ha profondamente segnato, con la sua arte, l’intera cultura occidentale.

Fonte :  Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana – Museo A. Salinas in collaborazione con Studio ESSECI.

 

 

 

Un annuncio di gioia per la Chiesa di Pompei e per i devoti della Madonna del Rosario.

Questa mattina Papa Francesco ha ricevuto in udienza il Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, autorizzando la promulgazione del Decreto riguardante le virtù eroiche di Monsignor Francesco Saverio Toppi, religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e Arcivescovo-Prelato di Pompei dal 1990 al 2001, al quale da oggi, con la decisione del Santo Padre, è riconosciuto il titolo di Venerabile.

Il 2 aprile 2014, nel settimo anniversario della morte del Prelato che ha lasciato un ricordo indelebile nella memoria dei devoti della Madonna di Pompei, fu introdotta la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione che si concluse il 13 ottobre 2016. L’iter è poi proseguito presso la Congregazione delle Cause dei Santi fino a quest’odierno importante passo verso l’ascesa del Servo di Dio all’onore degli altari.

Nato a Brusciano (NA) il 26 giugno 1925, Vincenzo (questo era il suo nome di battesimo) Toppi, all’età di quindici anni, il 2 ottobre 1940, divenne novizio cappuccino con il nome di fra Francesco Saverio. Dopo il periodo di formazione, il 7 luglio 1946, emise la solenne professione religiosa e il 29 giugno 1948 fu ordinato sacerdote. Nel luglio 1959, appena trentaquattrenne, padre Francesco Saverio fu eletto Ministro Provinciale dei Cappuccini di Napoli, ruolo che rivestì ancora per ben due volte, nel ’62 e nel ’65. Nel suo ministero di guida dei frati si affidò totalmente allo Spirito Santo. Da autentico figlio di San Francesco d’Assisi, il suo programma per la Provincia religiosa era incentrato sul primato della vita interiore attraverso la preghiera, la mortificazione e l’osservanza della Regola. Nel 1971 fu nominato Provinciale dei Cappuccini di Palermo e restò in carica fino al 1976, quando fu eletto Definitore Generale dell’Ordine. Nell’agosto 1983 fu nominato Superiore della comunità cappuccina e Maestro dei chierici a Nola.

San Giovanni Paolo II, il 13 ottobre 1990, lo nominò Arcivescovo Prelato di Pompei e Delegato Pontificio del Santuario fondato dal Beato Bartolo Longo. Il 7 dicembre 1990, a Pompei, con l’Ordinazione Episcopale ebbe inizio il servizio pastorale nella città mariana, che durò fino al 7 aprile 2001. Furono anni intensi di preghiera e predicazione nei quali Monsignor Toppi fu buon Pastore per i pompeiani e per i pellegrini che ebbero occasione di ascoltare la sua parola calda e dallo stile autenticamente francescano. «La sua anima intera – ricordò l’Arcivescovo Prelato, Monsignor Tommaso Caputo, in occasione dell’apertura dell’inchiesta diocesana – passava in quella della folla per farla crescere, amare, sperare con lui. La sua parola si impregnava di tale tenerezza, dolcezza soave e penetrante unzione che era impossibile rimanere freddi ascoltandolo. Si percepiva non semplicemente il predicatore, ma un’anima tutta imbevuta di fede e di amore. Si aveva l’impressione di essere alla presenza di una delle grandi figure bibliche che parlavano agli uomini il linguaggio dei profeti». L’amore per la Madonna lo contraddistinse in tutta la sua esistenza ed è proprio alla Vergine che Monsignor Toppi si rivolse nel comporre la “Preghiera della Chiesa di Pompei”, recitata ancora oggi, quotidianamente, in Santuario. «O Maria – scrisse tra l’altro in quell’orazione, mirabile sintesi dei carismi della Chiesa pompeiana – ottienici col tuo Rosario di contemplare, vivere e irradiare nel mondo intero il Mistero di Cristo Gesù e la Grazia della Comunione Trinitaria. Vergine Orante! Insegnaci a pregare, ad accogliere e meditare la Parola di Dio. Fa’ che con i Misteri del Rosario impariamo a contemplare ed a stupirci dinanzi alle meraviglie che opera il Signore. Aiutaci a vivere il Vangelo della carità con gli ultimi e gli emarginati, con i poveri e i sofferenti. Che la Chiesa sia un cuor solo e un’anima sola... Madre della Chiesa e dell’umanità! Comunicaci lo slancio missionario del tuo Cuore per la nuova evangelizzazione e spingici per le strade del mondo a gridare il Vangelo con la vita sulle orme del Beato Bartolo Longo». La sua opera pastorale a Pompei si contraddistinse ugualmente per la premura che egli ebbe per le opere di carità fondate dal Beato Bartolo Longo a sollievo di tante povertà, in particolare a servizio di orfani e figli dei carcerati.

Al termine del suo mandato episcopale, dopo due anni trascorsi ancora a Pompei, dove poté godere anche dell’Anno del Rosario (2002 – 2003), voluto da San Giovanni Paolo II per il rilancio di questa preghiera proprio nel segno del carisma della città mariana, si trasferì nel convento dei frati Cappuccini a Nola, dove si spense il 2 aprile 2007.

Ebbe numerosi incontri con persone di profonda interiorità e santità di vita, che ne influenzarono il cammino spirituale. In particolare fu significativo il suo incontro con San Pio da Pietrelcina e con la Serva di Dio Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari. Di quest’ultima condivise la spiritualità dell’unità, coniugandola armonicamente con la sua spiritualità francescana. Di innumerevoli anime fu direttore spirituale. Spiccano tra esse Silvestra Tirri, laica, docente, totalmente immersa nel Mistero della Trinità, e la Serva di Dio Nina Lanza, anche lei di Brusciano, terziaria francescana. Il Diario di Monsignor Toppi contiene pagine di altissimo livello mistico, pregne di un’esperienza di Dio che lo portò talvolta – com’egli stesso dice – a “toccare il cielo”, non senza profonde prove interiori che lo purificarono e lo condussero ai vertici della comunione con Dio.

La Chiesa di Pompei, nel ricordo costante del novello Venerabile, eleva un’incessante preghiera al Signore affinché conceda di vedere presto annoverato tra i Beati questo fedele discepolo di San Francesco così devoto alla Madonna del Rosario da aver scelto di riposare nella cripta del Santuario per fare – come scrisse – «da piedistallo al trono della Santissima Vergine».

 

Si resta sbalorditi di fronte alla impudenza ormai senza limiti dei “signori” e delle “signore” che da Bruxelles e da Strasburgo comandano l’Europa: confusi e incapaci di fronte ai veri problemi che ci assillano (pandemia cinese, migranti, profughi, povertà in aumento, spopolamento mai visto prima per mancanza di nascite, violenze…), sanno partorire (29-XI-2021) solo la bella idea di cancellare il Natale insieme ai nomi cristiani come quello di Maria e ciò – dicono – per non urtare chi professa altre religioni o non ne professa nessuna!

Visto che il giorno dopo hanno fatto precipitosa marcia indietro e chiesto perfino scusa, la loro sembra essere stata un’azione sprovveduta come di “sciacqua-lattughe”, direi con parole colorate del nostro Sud. Infatti, tutti i giornali non hanno potuto che parlarne male; sul “Corriere” (30-XI-2021) con ironia e sarcasmo c’era scritto: “vietato offendere le donne che non si chiamano Maria!”; alcuni ne hanno riportato la notizia in prima pagina e con titoli in grande rilievo (1-XII-2021) come “Il Giornale”: “Vittoria, l’Europa torna cristiana” e “Libero”: “Retromarcia dell’Europa. Il Natale batte la Sinistra”; la super-laicista “Repubblica” (1-XII-2021), preoccupata, ha ammonito la sua Sinistra a “non regalare il Natale a Salvini e a Meloni”. La reazione, dunque, c’è stata, nonostante il neopaganesimo diffuso in gran parte della società moderna; ciò prova che il Natale è ancora sentito non solo per la corsa ai regali di folle agitate nei supermercati ma anche perché il suo stesso semplice nome evoca e provoca sentimenti “religiosi” che ci riportano al nostro essere persone: la fanciullezza, i nonni, le preghiere con la mamma, le “ciaramelle” pascoliane, il presepe, insomma a ciò che resta di un mondo magari immaginato più buono e perfino più bello che c’è nascosto in ognuno di noi e che riaffiora in occasioni precise. 

Attenzione: premesso che il mio giudizio vale il classico “zero-virgola”, mi permetto di dire, però, che è meglio non suonare le trombe trionfali dell’Aida per questa “piccola” vittoria del buon senso perché mi pare strano che persone diabolicamente intelligenti, come di sicuro sono lor signori che presiedono il sinedrio a Bruxelles e a Strasburgo, abbiano potuto commettere a cuor leggero uno strafalcione così marchiano. Penso, quindi, che non di errore si sia trattato ma di un normale sondaggio per misurare quanto di residuo cristiano e ordinato resta ancora nel nostro popolo dopo l’accelerata corruzione avvenuta in mezzo secolo dal “1968” in poi; ma potrebbe essere anche il consueto stratagemma dei “tre passi avanti e uno/due indietro”: quando, infatti, la Rivoluzione incontra un ostacolo imprevisto lungo la sua marcia di distruzione dei valori tradizionali e cristiani, allora è costretta a segnare il passo, a fare una “retromarcia” magari apparente e, talora, a recitare la parte della vittima, ma è per prepararsi meglio con azioni future più efficaci nella speranza di schiacciare finalmente il Cristianesimo cancellando la sua e nostra Storia.

Resto, comunque, perplesso nel valutare un atto che molti hanno giudicato come un autentico autogol. Tenuto conto che, avvicinandosi il Natale, ci sono sempre alcuni cialtroni, servitori più o meno consapevoli di quelle “massonerie” (anni fa perfino un prete non celebrò messa in una scuola cattolica per non “urtare sensibilità diverse”!), che lo vorrebbero abolire o trasformare in “festa della luce” ma che, poi, perdono regolarmente la partita, mi chiedo perché ogni anno ci riprovano e tornano all’attacco. Quale che sia la risposta alla mia domanda, una cosa mi sembra certa: gli intellettuali pensanti, che dall’alto della “piramide” presiedono a queste manovre ormai non più oscure, odiano la Religione cattolica, la sua Dottrina, il Cristianesimo, la sua e nostra Storia e, se potessero, ci chiuderebbero anche le chiese; troppo buono “Avvenire” (30-XI-2021) che, a proposito della sparata contro il Natale da parte dell’Unione Europea scrive “Intenzioni buone, effetti discutibili”; no, gli “effetti” sono cattivi perché anche le “intenzioni” sono cattive, e c’è poco o niente da discutere. Questi signori, poi, all’odio ideologico aggiungono anche lo strapotere di una enorme quantità di denaro con cui comprano tutta la propaganda che vogliono (tv, pubblicità, giornali, film, case editrici…) tanto da ammaestrare a loro immagine e somiglianza la cosiddetta opinione pubblica che conta. Così molti sprovveduti, talvolta anche bravi frequentatori di chiese, sono indotti a rinnegare le loro radici e la loro identità di cristiani e di italiani, a spogliarsi “nudi” e ridursi a “niente” credendo in tal modo di facilitare il “dialogo” – ecco la parola magica! – con gli altri e magari accattivarsene la benevolenza; occorre, però, dire che molti di questi “altri” – soprattutto se islamici – si rifiuteranno, giustamente secondo me, di dialogare col “niente” che la cultura dell’Occidente gli offre: disordine morale civile e fisico, droga, sfascio della famiglia, odio della maternità e della vita, movida notturna, discoteca, alcool, volgarità, negazione della propria storia… C’è da aspettarsi da parte loro solo indifferenza e disprezzo se non, forse, qualcosa di peggio. Se qualcuno in Europa pensa di corrompere l’Islam cangiando il Buon Natale in buone feste o abolire il nomi cristiani di Maria, Giovanni, Giuseppe... o mettere gli asterischi (che buffonata!) ai vocaboli per non definire il sesso delle persone, come sembra vogliano fare i soloni di Bruxelles, vuol dire che non conosce l’Islam; se poi, tra i buoni fratelli battezzati, si pensa di convertirlo alla nostra fede, magari invitando con applauso gli imam nelle chiese, ricordo che non ci riuscì neppure uno più grande di noi, Francesco d’Assisi, che per tal motivo era partito con la Crociata.

Ad ogni modo, godiamoci questa “vittoria” piccola ma  significativa pensando, però, che quelli di Bruxelles, lautamente stipendiati, appena possibile torneranno all’attacco e imponendo  perfino multe e sanzioni ai nostri Governi se non si piegheranno ai loro voleri, come sta capitando a Polonia e Ungheria e non per i filo-spinati ai loro confini: certo non era questa l’Europa preconizzata – anni 40/50 – dai “padri” De Gasperi, Adenauer e Schumann, guarda caso, tutti e tre cattolici dichiarati!

Concludo ricordando a chi in passato a scuola –  io ero insegnante – voleva trasformare il Natale in festa della luce magari da celebrarsi in Gennaio, che già un po’ prima di lui la liturgia cattolica parlava proprio di Luce: così in una  “lezione” della Notte di Natale si cantava in latino e gregoriano Populus enim qui ambulabat in tenebris vidit lucem magnam / habitantibus in regione umbrae mortis lux horta est eis (il popolo che brancolava nelle tenebre vide una grande luce, agli abitanti nella regione dell’ombra di morte è sorta la luce); e ancora, nell’ “Introito” della “Seconda Messa all’Aurora” del 25 Dicembre si leggeva Lux fulgebit hodie super nos quia natus est nobis Dominus (la luce splenderà oggi su noi perché ci è nato il Signore)... Pertanto al collega professorino, saccente e “primo della classe”, o al preside o al consiglio di genitori e docenti post-sessantottini politicizzati, qualora venisse l’uzzolo della festa della luce, suggerisco di desistere e, semmai, di scendere a giocare coi fanti [lasciando] stare i santi perché rischiano la bocciatura come gli alunni negligenti che non hanno studiato: infatti arriverebbero in ritardo di secoli, anzi sarebbero fuori tempo massimo, per dirla in termini ciclistici perché la liturgia attinge da Isaia il quale parlava di LUCE e la riferiva  al Bambino di Betlemme, nientemeno, 740 anni avanti che Egli nascesse, un po’ prima degli “ignoranti” politici, professorini, presidi, etc. etc. che oggi vorrebbero abolire il Natale e il nome di Maria!

 

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