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Venerdì, 19 Gennaio 2018

Nello scorso mese di novembre i media internazionali davano il paese dei cedri sull’orlo di una nuova crisi. Titoli drammatici rappresentavano una realtà che dava l’impressione che il paese fosse sull’orlo di una nuova guerra civile con l’aggravante della presenza di un numero impressionante di profughi.  La crisi era comunque reale, un primo ministro che si dimette e praticamente è prigioniero in Arabia Saudita era qualcosa che non si era mai verificato anche nella travagliata storia del paese medio-orientale. Ma il Libano non è un paese arabo come gli altri, ha una forte e istituzionale presenza cristiana, è infatti cristiano maronita il Presidente della Repubblica e gli altri poteri sono suddivisi con gli sciti, il presidente del parlamento e i sunniti, il capo del governo. Una suddivisione dei poteri che ha garantito la convivenza tra cristiani e musulmani. Il gen. Michel Aoun, attuale Presidente della Repubblica,  è uomo di grande esperienza ben visto da tutti e che, col pieno appoggio delle gerarchie ecclesiali, ha risolto rapidamente la recente crisi salvando letteralmente il paese. Eletto il 31 ottobre 2016, dopo che il paese era stato per 29 mesi senza presidente, ha affrontato le crisi con decisione e equilibrio ed è riuscito a risolverla grazie alla visione politica e non solo che il gen. Aoun ha ed ha sempre avuto. Il Libano è il paese che è, proprio perché i cristiani sono parte integrante della società a livello politico e la loro visione del mondo, frutto anche  della Dottrina Sociale della Chiesa, non è estranea a questi risultati. Molti si possono scandalizzare vedendo Aoun, a d esempio,  legato a Hezbollah (sciti appoggiati da Teheran), ma nei territori dove questi sono in maggioranza, nessun cristiano e nessuna chiesa ha mai subito degli attentati. E non è poco. La realtà libanese è molto complessa e ha molto risentito della recente crisi medio orientale fosse solo per l’altissimo numero di profughi che sta ospitando in una percentuale che farebbe vergognare i paesi europei.

Tornando alla recente crisi molto interessante è il fatto che proprio negli stessi giorni il Patriarca di Antiochia del Maroniti, cardinale Bechara Boutros al-Rahi abbia compiuto una storica visita in Arabia saudita (13 e il 14 novembre) come riferito anche dall’Agenzia Fides del 15 novembre. Il viaggio potrebbe portare alla nascita di un centro interreligioso per il dialogo con sede in una chiesa  antica di 900 anni che verrebbe restaurata allo scopo. Da notare che il cardinale libanese è comparso in pubblico con la sua croce pettorale in bella vista nel paese dove non esiste libertà religiosa e poi si è recato in visita dal premier libanese Hariri. Tutte notizie che confermano la difficoltà di interpretare le vicende medio orientali in modo semplicistico.

E nel maggio del prossimo anno il Libano andrà alle urne per rinnovare il Parlamento, unico paese arabo dove la democrazia non è una malattia.

Sessantacinque anni dopo l'ultima visita di un presidente turco in Grecia, mentre Ankara vive uno dei momenti più difficili nei suoi rapporti con l'Ue e la Nato, Recep Tayyip Erdogan sbarca in un'Atene blindata. Una "storica" visita di due giorni con l'obiettivo di rilanciare la Turchia a Occidente, bilanciando le alleanze con Russia e Iran. Su molte questioni, da Cipro all'Egeo, le distanze restano. 

Ed Erdogan non ha perso l'occasione di lanciare una polemica sulle dispute storiche tra Ankara e Atene e ha auspicato un "aggiornamento" del trattato di Losanna del 1923, che definisce i confini tra i due Paesi, spesso contesi, e inquadra lo status della minoranza musulmana di origine turca, che sarebbe "discriminata". Parole a cui il presidente greco ha replicato escludendo qualsiasi "revisione" dell'accordo.

Il presidente greco Prokopis Pavlopoulos ha dichiarato che Atene non ha intenzione di rivedere i Trattati di Losanna del 1923, documento che definisce le relazioni greco-turche, come aveva ipotizzato più volte il capo di stato turco. "Questo trattato non è negoziabile per noi...non richiede né revisioni né aggiornamenti", ha dichiarato il capo di stato greco. In una occasione separata Tsipras ha scherzato sul fatto che altri nove Paese dovrebbero cessare di esistere se si rivedessero i trattati, tra questi anche il Giappone.

Ma Erdogan ha insisito che gli accordi possono essere "aggiornati" e ha denunciato che la Grecia non rispetta il trattato sul rispetto della minoranza musulmana nominando dei giuristi religiosi, noti come mufti, invece che consentire alle comunità locali di farlo. "Proteggere i diritti dei nostri compatrioti di etnia turca è una priorità altissima per noi", ha aggiunto il presidente turco.

Recep Tayyip Erdogan  domani si recherà in Tracia, nel nord-est, per incontrare la minoranza musulmana locale e partecipare alla preghiera islamica del venerdì nella Moschea Vecchia di Komotini. Imponenti le misure di sicurezza previste dalle autorità locali, compreso un divieto di manifestazioni oggi nel centro di Atene.

Il viaggio, che giunge in un periodo di forti tensioni di Ankara con l'Ue e la Nato, punta a sviluppare ulteriormente le relazioni bilaterali tra due Paesi ancora divisi da numerose contese geopolitiche. In un'intervista a una tv greca alla vigilia della visita, Erdogan ha peraltro sostenuto che il trattato di Losanna del 1923, che definisce i confini tra i due Paesi, dovrebbe essere "aggiornato", suscitando diverse polemiche.

Ma si pensa pure che potrebbero schermaglie a uso interno. Il Sultano con il premier greco, ha gettato le basi politiche per il Consiglio di cooperazione bilaterale di alto livello, che tra due mesi a Salonicco potrebbe dare il via a tre importanti progetti infrastrutturali comuni: un collegamento marittimo Smirne-Salonicco, l'alta velocità ferroviaria Istanbul-Salonicco e un ponte al confine sul fiume Evros. Un volano per rilanciare commercio e turismo, dopo il dimezzamento dell'interscambio negli ultimi 4 anni a 2,6 miliardi di dollari.

L'altro capitolo cruciale è quello dei rifugiati. L'accordo tra Bruxelles e Ankara del marzo 2016 resta il punto di riferimento, anche se Erdogan continua a denunciare le "promesse non mantenute" dell'Ue sul trasferimento dei fondi

Sono passati mesi dalla sentenza della Corte Suprema di Atene, che ha rifiutato l’estradizione degli otto presunti golpisti, ieri il ministro della Difesa, Fikri Isik, ha fatto appello al suo collega greco Panos Kammenos, perché le due nazioni si siedano al tavolo e discutano delle questioni irrisolte, che però sono tante e in qualche caso anche di difficile composizione, una fra tutte il ‘nodo Cipro’.

Panos Kammenos, il ministro della Difesa greco, pochi giorni fa aveva gettato da un elicottero una corona sull’isola di Imia, una delle 150 isole contese fra Grecia e Turchia. L’uomo, alla guida del Partito di destra nazionalista dei Greci Indipendenti (Anel), non è nuovo a gesti del genere e le sue posizioni nei confronti della Mezzaluna sono note a tutti, tanto in Grecia, quanto in Turchia e in Unione Europea.

In realtà, Atene e Ankara hanno più di un motivo per essere ai ferri corti. Non solo le dispute ormai ataviche, ma anche la recente decisione della Corte Suprema di tenersi in Grecia gli otto militari che la notte del fallito golpe hanno trovato rifugio nel Paese e che è suonata ad Ankara come una sorta di vendetta per i tanti problemi irrisolti fra le due nazioni.

Ma ci sono anche altre due motivazioni che meritano di essere ricordate. La prima è che la Grecia, prima o poi, potrebbe tornare comodo per più ampi disegni primo fra tutti il Turkish Stream, e il fatto che il premier di Atene, Alexis Tsipras, è in ottimi rapporti con il presidente russo, Vladimir Putin, novello amico ritrovato del Capo di Stato turco, Recep Tayyip Erdogan. Vi è poi da sottolineare che questo atteggiamento in realtà rispecchi una politica ben precisa del premier Yildirim, che alla condotta espansionistica e ‘neottomana’ del presidente Erdogan sta contrapponendo, almeno in politica estera, quella del pragmatismo e del senso di opportunità.

intanto In patria, la procura di Istanbul ha chiesto una condanna fino a 1 anno di carcere per "offese" alle vittime del golpe per la 18enne turca Itir Esen, miss Turchia per una notte lo scorso settembre. La giovane modella era stata privata della corona poche ore dopo averla ricevuta per un tweet sul fallito putsch del 15 luglio 2016, ritenuto "inaccettabile" dagli organizzatori. 

Dopo essere stata detronizzata, la giovane era stata denunciata da alcuni "veterani" del colpo di stato, che si erano ritenuti offesi dal post. Esen aveva negato ogni intento offensivo. I giudici dovranno decidere entro 15 giorni se incriminarla. "Ho avuto il ciclo la mattina del giorno dei martiri del 15 luglio. Lo celebro sanguinando come se fosse il sangue dei nostri martiri", aveva scritto Esen la scorsa estate nel post, poi cancellato, suscitando una bufera di polemiche sul web. La vicenda ha riportato al centro delle cronache il caso di un'altra ex miss Turchia, Merve Buyuksarac, condannata lo scorso anno a 14 mesi con pena sospesa per aver offeso, sempre sui social network, il presidente Recep Tayyip Erdogan.

Il commento all’immagine, su Facebook, recita: «Ho un sogno». Il fotomontaggio mostra Matteo Salvini, con un microfono lavalier tipico delle dirette televisive, imbavagliato davanti a un drappo delle Brigate Rosse. Ostaggio dei terroristi. 

"Incredibile. Questa è vera violenza. Non mi fanno paura, mi danno ancora più forza: andiamo a governare!" Così il segretario della Lega Matteo Salvini su Facebook dove ieri ha postato una foto di "vento ribelle" che ritrae Salvini imbavagliato davanti al simbolo delle brigate rosse con il commento "ho un sogno".

Il segretario della Lega specifica che il post è di «Vento ribelle», di domenica 3 dicembre. «Oggi stesso denunceremo l’autore — ha annunciato Salvini — e attendo reazioni scandalizzate come quelle dei giorni scorsi dove è stato detto tutto e il suo contrario su episodi di presunta violenza». E, riferendosi al dibattito aperto sulle fake news, oltre che sulle offese e le minacce che circolano in Rete, ha proseguito: 

"Sono altrettanto sicuro - prosegue il leader della Lega Matteo Salvini - che di fronte a tante inaccettabili minacce si aprirà anche un serio dibattito sulla violenza vera e non presunta. Ovviamente mi auguro che dopo tante chiacchiere su fake news e violenza, su Facebook partano indagini vere e approfondite sull'autore di questo gesto

«A nome mio e del Pd rivolgo piena solidarietà a Matteo Salvini per il violento quanto indegno post che è apparso su Facebook. Bavagli e ricordi di un sanguinario passato terroristico sono da condannare con forza» fa sapere in una nota Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Partito Democratico: « Le autorità facciano piena luce su un gesto grave, visto che il web non può e non deve essere terreno di caccia incontrastato per sostenitori di diversi estremismi». «Solidarietà all’amico Matteo Salvini. 

La violenza è sempre inaccettabile. Il web non può diventare un luogo di odio!» scrive su Twitter Giovanni Toti, presidente della regione Liguria e consigliere politico di Silvio Berlusconi. Francesco Pasquali, segretario regionale del Partito liberale del Lazio, pone l’accento su minacce che «non possono cadere nel vuoto» e ricorda come «nel nostro Paese la militanza politica ha avuto spesso un facile sodalizio con la violenza criminale. E le lapidi con i nomi di uomini caduti nei vigliacchi attentati delle Br sono lì a ricordarcelo. Nella speranza che quei tempi appartengano al nostro passato la politica deve sempre tenere la guardia alta».

Non è la prima volta che Salvini viene minacciato sui social network. Anche nelle piazze gli slogan e l'"accoglienza" che gli viene riservata da no global, centri sociali e antagonisti è sempre violentissima. "Sono altrettanto sicuro - prosegue - che di fronte a tante inaccettabili minacce si aprirà anche un serio dibattito sulla violenza vera e non presunta". A questo punto il leader della Lega Nord si augura che "dopo tante chiacchiere sulle fake news e la violenza su Facebook partano indagini vere e approfondite sull'autore di questo gesto".

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