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Martedì, 09 Agosto 2022

Una pagina della nostra storia che ha modificato radicalmente il panorama partitico e politico della fine del secolo scorso. In un momento che vedeva la fine dell’impero sovietico e il crollo del comunismo, almeno di quello europeo e con esso la fine, nominale, dei partiti comunisti, “Mani pulite” smantella i partiti che, almeno in parte, si erano opposti al comunismo. Su Il Foglio del 18 febbraio il direttore Claudio Cerasa, commentando una lettera, traccia un sintetico bilancio parlando del pool di magistrati che dettero il via a quella pagina storica e si chiede: “Chi c’era nel pool? C’era Antonio Di Pietro poi candidato col centrosinistra. C’era Gerardo D’Ambrosio, divenuto poi senatore del Pd. C’era Gherardo Colombo, indicato nel 2012 dal Pd nel cda della Rai e oggi a capo della commissione per la legalità del Comune di Milano (centrosinistra). C’era Francesco Saverio Borrelli, che nel 2017 sostenne la candidatura di Walter Veltroni alla guida del Pd. C’era Francesco Greco, che ieri un sindaco del Pd, Roberto Gualtieri, ha scelto come consulente della legalità del comune di Roma.” Queste “coincidenze” chiariscono una pagina di storia poco chiara? Lo chiediamo a Roberto Pertici,  docente di Storia contemporanea all’Università di Bergamo.

“Effettivamente ci sono aspetti ancora poco chiari in tutta questa storia, nei suoi meccanismi e nelle sue connessioni internazionali. Nessun paese occidentale ha vissuto una crisi di sistema di queste dimensioni, paragonabile solamente a quanto accaduto nei paesi comunisti dopo la caduta del Muro di Berlino.

Cosa è stato veramente “Mani pulite”?

“Un pool di magistrati che ha spazzato via il Partito Socialista, la Democrazia Cristiana, il Partito Repubblicano, quello Socialdemocratico e quello Liberale : cioè le forze che avevano innervato la vita politica della Prima Repubblica. Una serie di partiti storici, che corrispondevano alle grandi correnti ideali della storia italiana dell’ultimo secolo”.

Forse perché il sistema di finanziamento ai partiti vedeva la corruzione in primo piano.  Ma esistevano partiti veramente puliti?

“Per partiti di quel tipo i costi della politica erano molto alti: non solo nel momento delle frequenti campagne elettorali, ma nella loro vita quotidiana (stampa, strutture edilizie, iniziative pubbliche, funzionari di partito). Al tempo stesso, essi svolgevano un ruolo di raccordo fra cittadini e Stato che fu per alcuni decenni di grande importanza, tanto che nel 1974 fu votata una legge che prevedeva un finanziamento pubblico a loro favore (la cosiddetta legge Piccoli). Ma essa evidentemente non bastò, perché da parte dei partiti continuò il ricorso a finanziamenti illeciti, in buona parte ricavati da tangenti sulle commesse pubbliche.  Questa prassi era comune a tutti i partiti, anche se in misura diversa, in relazione al loro peso specifico nei meccanismi del potere. Ne era parzialmente fuori il Partito Comunista per il semplice fatto che aveva ricevuto da sempre finanziamenti cospicui da parte dell’Unione Sovietica. Il libro di Valerio Riva L’oro di Mosca pubblicato nel 1999, fornisce delle cifre piuttosto impressionanti: nel 1978 e nel 1979 si parla ancora di 4 milioni di dollari e il flusso continuò fino agli ultimi anni attraverso diversi canali. Una volta finito il comunismo, il capitalismo italiano, che aveva sempre dovuto pagare queste tangenti, insieme ad alcuni ambienti internazionali, ritenne che era l’ora di farla finita con questo sistema. Altre volte si erano aperte grandi inchieste sulla corruzione, ma sempre erano state insabbiate. Nei mesi di “Mani Pulite” si creò un legame rocambolesco tra una parte della magistratura e alcuni grandi giornali, che facevano riferimento ad alcuni settori dello Stato e a poteri economici e finanziari, per azzerare la classe politica”.

Qual era il loro progetto?

“Su questo la discussione storiografica è ancora molto aperta. Questi ambienti economici e finanziari hanno sempre avuto bisogno di un “partito regime”: il grande centro “liberale” dopo l’unità d’Italia, il fascismo per vent’anni, la Democrazia Cristiana per cinquanta. Un partito affidabile, che gestisca lo Stato e li lasci liberi di fare i loro affari senza preoccuparsi più di tanto della dialettica politica: insomma garantisca stabilità. Io credo che questa nuova forza l’avessero identificata nel partito successore del Partito Comunista, il Pds poi Ds: gli ex comunisti, che intanto si stavano convertendo con grande e disinvolta rapidità all’economia di mercato, che cercavano di dare prova di affidabilità alle istituzioni europee e agli ambienti atlantici, furono ritenuti interlocutori degni di considerazione, per il loro (si diceva) senso dello Stato e per la loro fama di buoni e onesti amministratori. Dopo la bufera giudiziaria, poi, non avevano più rivali”.

Ma qualcosa è andato storto.

Ci fu chi, come Giuliano Urbani, cominciò a chiedersi a chi si sarebbe rivolta quella parte del paese (probabilmente maggioritaria) rimasta sostanzialmente senza rappresentanza politica. Sembra che costoro si siano rivolti prima a Mario Segni, allora sulla cresta dell’onda, per proporgli di capitanare un’aggregazione di forze, fra cui inevitabilmente ci sarebbero dovute essere anche Alleanza Nazionale e la Lega di Bossi. Segni non riuscì a superare la pregiudiziale antifascista e il suo quarto d’ora inesorabilmente passò. Gianni Agnelli, a cui pure alcuni si erano rivolti, non aveva certo voglia di confondersi con la politica, ma fece il nome di Berlusconi: “Lui forse è uomo capace di farle, le cose che chiedete”. La storia successiva è fin troppo nota: Berlusconi “scese in campo” e, inaspettatamente, vinse le elezioni del ‘94.

Ma il Centro destra non diventò mai il “partito regime” e Berlusconi non divenne mai un uomo dei “poteri forti”.

“Certo. Il famoso avviso di garanzia anticipato dal Corriere della Sera fece cadere dopo pochi mesi il primo governo Berlusconi. Qualche anno dopo, in un pubblico dibattito alla Versiliana a Marina di Pietrasanta, chiesi a Paolo Mieli, l’allora direttore del Corriere, se lo avrebbe rifatto. “Forse non lo rifarei più, ma a quel tempo per noi fu una scoop troppo grosso”.

Dopo trent’anni si può dire che il Pci/Pds/Ds/Pd, che non era riuscito nell’intento di bloccare la discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994, si appresti ora a diventare il nuovo partito regime?

“Difficile dare una risposta precisa.  Se, nonostante l’evidente appoggio degli ambienti che contano e la poca consistenza dei suoi avversari, Il PD non è riuscito finora è diventarlo del tutto, è stato per  i suoi limiti, per le divisioni che lo percorrono, per la debolezza dei suoi leader.

 

Ad ogni tornata elettorale che siano amministrative o politiche, spunta puntuale la domanda: come mai i cattolici non incidono, non si fanno sentire? Perché non fondano un partito? Il tema è stato affrontato in modo articolato sulla rivista bimestrale, Cristianità, dallo storico del movimento cattolico, Marco Invernizzi, che da trent’anni conduce una trasmissione, “La Voce del Magistero”, a Radio Maria.

La questione di un partito cattolico nasce, con l’intento di far “uscire da una pluriennare situazione di subalternità culturale e politica dei cattolici stessi”. (Marco Invernizzi, “Cattolici e urne. Il problema politico dei cattolici italiani”, luglio-agosto 2021, n. 410, Cristianità) Ma prima di dare una risposta a questa domanda, bisogna rispondere a un’altra: i cattolici hanno il diritto di costruire una società ispirata al Vangelo? La risposta è affermativa: i cattolici hanno il diritto-dovere di costruire una ‘società a misura d’uomo e secondo il piano di Dio’. Anche se questo comporta talvolta compromettersi con il potere temporale.

Invernizzi per consolidare la sua risposta ripercorre sinteticamente la storia dei cristiani partendo da lontano, dall’Editto di Milano nel 313, voluto dall’imperatore Costantino, che ha dato la libertà religiosa ai cristiani, facendo cessare le persecuzioni. Per poi giungere alla nascita della società cristiana, (la cristianità romano-germanica) attraverso l’evangelizzazione dei popoli europei. 

È un lungo processo di inculturazione della fede, osteggiato da quegli intellettuali che sostengono che era meglio testimoniare il Vangelo, senza compromettere la purezza iniziale del cristianesimo. Un’idea che si è presentata dopo il Concilio Vaticano II.

Ma san Paolo VI si è pronunciato sull’argomento, denunciando certi improvvisati maestri, che considerano inautentico, superato, invalido, tutto il passato storico della Chiesa, in particolare quello Post-tridentino. “È indubbio – scrive Invernizzi – che la storia della cristianità offra tanti episodi di corruzione e di contro-testimonianza che possono non solo non edificare ma addirittura diventare occasione di scandalo e quindi di possibile allontanamento dalla fede”. A fronte di certi dubbi, però, occorre ammettere che la penetrazione del cristianesimo nella cultura ha favorito la conversione religiosa della gran parte degli abitanti dell’Europa e questo ha permesso il lento e progressivo superamento della schiavitù, della poligamia e della violenza nelle relazioni sociali. Inoltre, con il cristianesimo sono migliorate le condizioni dei poveri, la dignità della donna nella vita pubblica e familiare, il riconoscimento dell’uguaglianza in dignità di tutti gli uomini.

Tuttavia, la contestazione della cosiddetta “Chiesa costantiniana”, cioè la scelta dei cattolici di entrare nella vita politica dell’Impero e di cercare di costruire una civiltà cristiana, una “cristianità”, si è particolarmente manifestata nella metà del secolo XX, con la condanna della cosiddetta “ideologia della cristianità”, da parte di intellettuali e di teologi cattolici.

Invernizzi fa riferimento all’evento epocale del 1789, la Rivoluzione francese, che inaugurava un mondo “nuovo”, dove i cattolici diventano una parte della società e devono adeguarsi a questa nuova situazione. Non più una maggioranza come nell’epoca costantiniana. Seguono le varie tappe che hanno visto le difficili scelte dei cattolici nella politica, soprattutto in un’epoca caratterizzata dal rifiuto della religione, in particolare quella cattolica. Il Papa emerito Benedetto XVI, nell’intervista al giornalista tedesco Peter Seewald così legge gli eventi: “La scristianizzazione dell’Europa progredisce, l’elemento cristiano scompare sempre più dal tessuto della società. Di conseguenza la Chiesa deve trovare una nuova forma di presenza, deve cambiare il suo modo di presentarsi […]”.

Ora vediamo come i cattolici hanno risposto, dopo le rivoluzioni liberali e la nascita degli Stati nazionali ostili alla Chiesa in Europa, ai capovolgimenti epocali del secolo XIX. Una prima risposta è stata il “Non expedit”, i cattolici, per protesta, rifiutano di partecipare alle competizioni elettorali. “Ne eletti né elettori”, diceva il giornalista cattolico don Giacomo Margotti. Successivamente con L’Unione Elettorale Cattolica Italiana (UECI) e il Patto Gentiloni (1913), i cattolici partecipano alla competizione elettorale, portando in Parlamento 228 deputati.

Con la Prima Guerra Mondiale, nasce il Partito Popolare, di don Luigi Sturzo. Quindi la Democrazia Cristiana, dopo la II Guerra Mondiale. Segue la vittoria della DC del 18 aprile 1948, grazie ai Comitati Civici di Luigi Gedda, che però vengono quasi subito “silenziati”, dall’egemonia del partito di De Gasperi.

Invernizzi conclude il “viaggio” storico dei cattolici in politica con gli anni dell’alternanza di Berlusconi-Prodi, sottolineando l’operato mirabile del presidente della Conferenza Episcopale Camillo Ruini, che è il vero protagonista della presenza pubblica, culturale e non solo politica, dei cattolici italiani. Invernizzi, sottolinea che la sua strategia ha trovato maggiore udienza nelle fila del centro-destra, molto più sensibile ad accogliere nel proprio programma politico quei principi, definiti da Papa Benedetto XVI, “principi non negoziabili”. Quantomeno a non favorire derive laicistiche in tema di vita innocente, famiglia e libertà di educazione.

Il risultato che fino a quando ha governato il Centrodestra non abbiamo avuto leggi come quella sulla cosiddetta “omofobia”, sulla legalizzazione dell’eutanasia, sull’allargamento del “diritto” d’aborto. Altro dato importante è che negli anni del cosiddetto “berlusconismo”, sono stati eletti nel centro-destra “alcuni parlamentari esplicitamente cattolici che si batteranno con successo per bloccare o rallentare leggi particolarmente ostili ai ‘principi non negoziabili’”.

Tuttavia, nonostante questa politica di contenimento, lo straordinario magistero di San Giovanni Paolo II, di papa Benedetto XVI, l’intelligente tentativo di mons. Ruini, il processo di secolarizzazione non si è fermato. Per Invernizzi paradossalmente le cose per i cattolici, sono andate meglio negli anni successivi al 1993, quando con Tangentopoli, sparisce, la DC. Infatti, prima con il partito di ispirazione cristiana al governo, sono stati approvati con i referendum il divorzio e l’aborto. Intanto questa approvazione ha certificato che i cattolici italiani sono diventati una minoranza, oggi ancora di più, per lo studioso torinese Franco Garelli, dovremmo essere il 20 per cento della popolazione.

Pertanto, per un eventuale partito, un contenitore politico, che possa far valere il rispetto della vita, famiglia e libertà di educazione a livello politico, potrebbe raccogliere un 10 per cento della popolazione – la metà dei cattolici praticanti – e di pochi altri disponibili a difendere questi principi.

Pertanto, per Invernizzi, “una minoranza deve anzitutto preoccuparsi di sopravvivere, custodendo la memoria della propria identità, e quindi ‘uscire’ dal proprio perimetro, ‘contagiare’ gli altri, cioè essenzialmente svolgere due azioni: coltivare la propria identità e portarla in partibus infidelium […]”. Mentre sul piano politico i cattolici devono contribuire alla realizzazione del bene comune, difendendo e diffondendo i “principi non negoziabili”.

Le comunità cristiane dei primi secoli IV e V, riuscirono prima a sopravvivere, poi a “contagiare” i pagani.

In conclusione, oggi è difficile trovare il giusto atteggiamento, “sia sul piano dell’apostolato culturale, sia sul versante politico: siamo infatti di fronte a un ‘mondo in frantumi’ e composto da persone ferite, alle quali serve anzitutto qualcuno che sappia piegarsi su di esse per aiutarle a riconoscere dove stanno la verità e la salvezza. Occorre cominciare dalle persone così come sono, non come vorremmo che fossero, individuando in ciascuna un punto di partenza, un ‘coagulo’, da cui partire, proponendo loro la verità che salva in un linguaggio comprensibile e attraverso la propria testimonianza di vita”.

Patrimoniale sì o patrimoniale no? Questo pare essere il problema oggi all’ordine del giorno. Il Governo dice naturalmente che non la metterà, e ha ragione: c’è già infatti, non occorre metterla, se del caso si tenta solo di aumentarla.

Il gettito dei tributi gravanti sul comparto immobiliare (dettagliatamente descritto, e documentato, sul giornale Confedilizia notizie in diffusione) ascende oggi a 51 miliardi di euro l’anno. Una somma che si è raddoppiata di punto in bianco e al cui aumento ha dato un colpo importante (mortale per molte imprese) il Governo Monti, 10 anni fa. I 51 miliardi sono così divisi: 9 di tributi reddituali (Irpef, addizionale regionale Irpef, addizionale comunale Irpef, Ires, cedolare secca); 22 di tributi patrimoniali (Imu); 9 di tributi indiretti sui trasferimenti (Iva, imposta di registro, imposta di bollo, imposte ipotecarie e catastali, imposta sulle successioni e donazioni); 1 di tributi indiretti sulle locazioni (imposta di registro, imposta di bollo); 10 di altri tributi (Tari, tributo provinciale per l’ambiente, contributi ai Consorzi di bonifica).

Come detto, un colpo decisivo a questa patrimoniale l’ha data Monti, e fra Draghi e Monti c’è solo, di differente, il cognome. Entrambi sono stati i rappresentanti di banche d’affari statunitensi, il cui unico scopo è sempre stato (ed è tutt’ora) quello di diminuire il “vizio” italiano di investire nel mattone (così, hanno trasformato la casa da aspirazione, tipica nostra, in incubo) e quello di costringere i risparmiatori del nostro Paese ad investire nei titoli finanziari. Il risultato è stato in gran parte ottenuto, le proporzioni tra i due investimenti sono state praticamente invertite, ma banche d’affari e istituti finanziari e monetari newyorchesi (considerati erroneamente terzi, ma invece partecipati – e diretti – dalle banche d’affari), non ne hanno ancora a sufficienza e – con l’appoggio dei giornaloni, sempre per la stessa ragione e sempre dagli stessi motivi condizionati – anche ora che Draghi ha fatto il suo compitino (come lo aveva fatto Monti) hanno sempre nel mirino l’Italia e gli italiani. Il gioco è, anch’esso, ben conosciuto e già ripetutamente propalato: scovare gli immobili “nascosti”, procedere ad un “corretto classamento”, scoprire i terreni edificabili (ma chi mai edifica, oggi?) risultanti al Catasto agricoli. Tutte storie che fanno solo sorridere, i competenti. Se questi fossero i veri motivi della sceneggiata catastale in corso di questi tempi, ci sono molteplici strumenti nella nostra legislazione già ben presenti, per rivedere il classamento così come i quadri di classificazione e così via. Quanto poi ai terreni edificabili (per i quali si paga un’Imu straordinaria, perfino se sono teoricamente edificabili solo ad iniziativa pubblica) i Comuni sono pieni di proprietari di fondi rustici in fila a chiedere, senza essere accontentati, di eliminare “l’edificabilità” dei loro terreni. La propaganda governativa è talmente distante dal vero (altro che l’ottocentesca distinzione, e divisione, Stato/Paese…) che fa perfino compassione!

Come per i valori catastali. Già, un Catasto patrimoniale è in sé, a fini tributari senza senso e di per sé, sempre surrettiziamente espropriativo (nei Paesi civili, come la Germania, se il Fisco colpisce un bene oltre il reddito che esso produce – l’inizio dell’esproprio – la cosa è di per sé considerata una iniquità e una illegittimità). Erano patrimoniali, infatti, i catasti preunitari. Con lo Stato unitario, la classe politica liberale introdusse un Catasto reddituale (e in quello rustico, più annualmente si produceva, più si guadagnava e meno si pagava, perché voleva dire che si erano messi a coltivazione terreni già incolti). Questa era onestà e cura di perseguire i progressi e il bene della comunità. Oggi, pur di far cassa, siamo tornati indietro di quasi 200 anni: Draghi conferma e potenzia il sistema patrimoniale, dicendo comunque – bontà sua – che i nuovi estimi partiranno solo fra 5 anni. Certo, prima di allora il nuovo Catasto non sarà pronto…

E’ la prova stessa che il Catasto che si prepara, più per i nostri figli che per noi, è un Catasto che aumenterà le imposte. Se no, parliamoci chiaro, perché dovrebbero rifarlo? E perché patrimoniale? Perché se fosse reddituale, oltre che giusto sarebbe anche tale da non comportare l’assunzione clientelare – come certo si farà – di nuovi dipendenti dell’Agenzia delle entrate (perché è essa paradossalmente, che eliminerà le iniquità …) per fare il nuovo Catasto. Infatti, basterebbe che i proprietari di immobili fossero tenuti a dichiarare il loro reddito – come era nello storico periodo liberale –, sotto comminatoria di sanzioni penali. Il valore di un bene, invero, è sempre opinabile (come invece non è il reddito incassato) e si può quindi farlo stabilire, alla bella e meglio, da un algoritmo, magari anche non rendendo nota (come si prevederà di fare) la formula di questo strumento risalente alla Bagdad dal 500 d.C. … Ma tant’è, questo dell’algoritmo è diventato un mantra dal quale il Fisco non vuole demordere. Per la ragione detta.

C’è però una carta vincente (contro la nuova patrimoniale aggiuntiva che si vuole varare), che i tassatori infatti non accetteranno mai. Se davvero – come sostengono i giornaloni – l’attuale valore catastale è di gran lunga inferiore al valore di mercato, il Fisco ha un modo semplicissimo per dimostrare di aver ragione: si impegni ad acquistare gli immobili al valore che sarà stabilito nel nuovo Catasto! Non lo farà mai.

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