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Giovedì, 19 Aprile 2018

Lo hanno affermato in parecchi durante la campagna elettorale e Luigi Di Maio lo ha ripetuto a nome dei “Cinque Stelle” anche dopo il 4 marzo.

Se si tiene conto della caduta delle ideologie – quelle che hanno partorito il nazionalismo, l’imperialismo, il comunismo, il nazional-socialismo e due guerre mondiali con montagne di cadaveri! – e del vuoto seguito a tale caduta, forse qualche ragione possono averla; tuttavia la distinzione, che risale alla Rivoluzione francese, a me pare che resista ancora ed è difficile sfuggire alla sua tagliola: l’affermazione, “noi non siamo né...  né...”, sembra dunque una trovata – come tante, del resto – per raccattare voti.

Semplificando e scendendo, poi, nel “particulare”, credo che certe leggi non possano farne a meno: esse infatti appartengono in modo esclusivo o “alla destra” o “alla sinistra”. Così, le ultime due “importanti” – “Unioni civili” o “simil-matrimoni” per gay (11-5-2016) e “Dat” o eutanasia (14-12-2017) – che i “Cinque Stelle”  hanno votato di slancio insieme agli ex comunisti del Partito Democratico e gli ex democristiani diluiti in esso, sono e restano “di sinistra” anche se vi hanno dato mano alcune volontarie confuse di Forza Italia, magari per apparire emancipate nei salotti borghesi che contano.

Domanda: come si fa a credere ai “Cinque Stelle” quando dicono “noi non siamo né di destra né di sinistra”?

È da credere invece che – stando al magma ideologico e imprevedibile in cui sono immersi – i “grillini”, avendone l’occasione e l’opportunità politica, voteranno  tutto ciò che contro Vita e Famiglia la Sinistra  non ha avuto tempo e modo di votare nella precedente disastrosa legislatura; ciò forse non avverrà se saranno costretti a venire a patti con la Lega e il Centro Destra, accadrà invece e sicuramente se si alleeranno con i resti dei post-comunisti e dei post-cattolici del Partito Democratico che sono stati i primi e più qualificati fautori di quelle due “leggi”. Questo non perché i “grillini” e i “sinistri” sono “brutti e cattivi” ma perché la loro filosofia è il “relativismo” (già nel 2005 il cardinale Ratzinger parlava di “dittatura del relativismo”!), cioè il pensiero più diffuso del nostro tempo “postmoderno”; esso rifiuta ogni religione, non ha principi stabili e modelli di riferimento che gli permettano di distingue il “bene” dal “male”, si evolve quindi di continuo (ciò che oggi è valido domani può non esserlo più), porta all’indifferentismo e, di conseguenza, al nichilismo e all’auto-distruzione della società. Qualcuno la chiama “filosofia del nulla”.

È il quadro che vediamo ogni giorno intorno a noi e i cui contorni divengono sempre più marcati: il disastro delle culle vuote o “inverno demografico”, aborti anche post-natale o infanticidi (oltre i 100 mila “legali” in Italia, ogni anno), tentativo di proibire l’obiezione di coscienza ai medici antiabortisti (l’Amministrazione Zingaretti della Regione Lazio ci aveva provato nel febbraio 2017 all’Ospedale San Camillo di Roma!), divorzio lampo, padri separati ridotti in miseria e a cui i giudici proibiscono perfino di vedere i figli,  bande sempre più pericolose  di minorenni diseducati e violenti, utero in affitto o compravendita del corpo delle donne e dei bambini con conseguente diritto negato ai figli di sapere chi sia il proprio vero padre, insegnamento e diffusione del gender nelle scuole per cancellare la differenza naturale tra il maschile e il femminile, “diritto” di adozione di bambini da parte di due uomini o di due donne, creazione di una famiglia “altra” cioè distruzione di quella vera (uomo-padre, donna-madre, figli), ammissione del “diritto di incesto”, già da qualcuno richiesto al Bundestag della “civile” Berlino nel nome dell’“amore” (“Il Giornale” 30-9-2014), “scarto” o  eutanasia dei vecchi ormai troppi e troppo costosi, legge contro l’“omofobia” o tentativo “democratico” di chiudere la bocca a colpi di Codice Penale a quelli che vogliamo opporci a tale deriva nichilista.

Tutto questo, da alcuni partiti, è salutato  come... “valore”!

Mi rendo ben conto che simili discorsi – toccati nella campagna elettorale solo da Lega e Fratelli d’Italia – possono aver detto poco o nulla ai molti che, specie nel Sud, per rabbia e disperazione, hanno votato “Cinque Stelle”; tuttavia resto fermamente convinto che, prima di ogni altro problema per quanto grave (disoccupazione, pensioni di fame, stipendi esorbitanti di parlamentari e magnati, caduta in basso della categoria dei politici, evasione fiscale, ruberie varie, fuga all’estero di giovani, “invasione” islamica, insicurezza diffusa…), quello più importante è la salvezza dall’autodistruzione morale, civile e fisica a cui – stando così le cose – è avviata la nostra società  neopagana: è l’attuale mancanza spirituale e culturale che produce la crisi materiale e non viceversa! Ne consegue che il cattolico, il protestante, l’ebreo, il musulmano, l’ “ateo devoto”, la persona di buona volontà, il padre di famiglia..., se vogliono invertire la tendenza, devono alzarsi in piedi e reagire e ritessere la tela dello spirito e della cultura che altri ha lacerato in tanti decenni; cominciando dall’“interiore homine”, cioè dalla propria persona, altrimenti sarà vano ogni sforzo!

Osservazioni a margine:

a)  la “mia” Sicilia, che ha votato in massa “Cinque Stelle”, non è nuova a simili “scattiàte” (“scattiàri” = scoppiare): negli ultimi 60 anni essa si è affidata anima e corpo a diversi protettori, da Milazzo ad Almirante, da Berlinguer a Berlusconi; ora è la volta del giovanissimo Di Maio…! A questo punto per la mia cara Isola non mi resta che pregare la Madonna dell’Itria, sua patrona, e le “santuzze”: Lucia di Siracusa, Agata di Catania e Rosalia di Palermo perché venga “scanzata” dalle male occasioni!

b) l’antifascismo riesumato a scoppio ritardato anche sotto la spinta del fu giornalone primo della classe, “la Repubblica”, si è rivelato controproducente per gli stessi riesumatori; esso, comunque, è una sorta di malattia infantile inguaribile di cui certe élites borghesi si servono per distrarre il povero prossimo dai problemi veri che gli gravano le spalle: il fascismo è morto ed è stato sepolto sotto le rovine dell’Italia sconfitta nel 1945; di esso si può parlare – bene o male – quanto si vuole ma in sede storica e chi dopo 73 anni (la vita di un uomo!) ne agita ancora il fantasma, è fuori della realtà

c) la corona del Rosario, mostrata da Matteo Salvini nel grande comizio di Milano, a me ha fatto del bene perché anch’io ne tengo una in tasca e con essa prego ogni giorno: fra tanti che si dicono cattolici e che non si soffiano il naso per timore di farsi scorgere, non posso che plaudire a un “giovine” che mostra – “opportune et importune” –  segni esterni della mia stessa religiosità popolare

d) i cari amici del “Popolo per la famiglia” hanno raccolto e disperso gratis al vento alcune centinaia di migliaia di voti, inutili per eleggere un loro candidato; utilissimi, invece, sarebbero stati per eleggerne una decina se fossero andati a partiti più consistenti  e che nei  programmi avevano la difesa di Vita e Famiglia: questi amici hanno alzato una bandiera che è anche la mia bandiera ma è accaduto che il loro legittimo desiderio di un ipotetico “ottimo” ha impedito il raggiungimento di un più sicuro… “buono”!

 

 

Nella biografia del Cavaliere scritta da Alan Friedman è lo stesso Berlusconi a evidenziare che Napolitano «continuava a insistere che dovessimo allinearci con gli altri in Europa», e che quindi la decisione era già presa, facendo pesare il suo ruolo di capo delle Forze armate. Interpretazione confermata al quotidiano Il Giornale dall'ex presidente del Senato, Renato Schifani, che sottolineò come a marzo 2011, Napolitano convocò un vertice riservato durante l'intervallo del Nabucco all'Opera di Roma, in cui rappresentò l'ultimatum di Sarkozy sulla partecipazione all'intervento in Libia sotto l'egida della Nato. «L'Italia non può rimanere fuori», disse Napolitano secondo Schifani.

Secondo il Giornale Il riluttante Berlusconi, che aveva firmato un trattato di amicizia con la Libia con il quale si poneva un argine all'immigrazione clandestina, fu costretto a venir meno alla parola e a concedere le basi per i bombardamenti. Napolitano ancor oggi non spiega. Eppure la crisi libica rappresentò il secondo tassello decisivo per completare il puzzle della demolizione del Cavaliere. Il primo fu la scissione di Gianfranco Fini, «sponsorizzata» dal Quirinale per indebolire l'ampia maggioranza del Pdl. 

Il secondo riferisce il Giornale fu l'utilizzo del ruolo di capo supremo delle Forze armate per costringere il presidente del Consiglio a cambiare, su pressione di Sarkozy, la politica estera sulla Libia danneggiando anche gli interessi delle aziende italiane lì impegnate. Il terzo e decisivo è noto: durante la speculazione anti-italiana sullo spread, l'allora capo dello Stato si accordò all'asse Sarkozy-Merkel per defenestrare il premier e insediare il governo Monti, cioè il «maresciallo Petain» targato Bruxelles. È notorio, infatti, che il Cav fosse restio ad assecondare i diktat di Berlino e di Parigi. Il silenzio di oggi, forse, vale più di tante parole.

Ora che Nicolas Sarkozy è gardé à vue lui, che con l'Eliseo ebbe molto più di un abboccamento in quel tragico 2011, non lascia spirare nemmeno un fiato.

Eppure Giorgio Napolitano come riferisce il Giornale ebbe un ruolo preponderante nella decisione italiana di supportare la coalizione Nato che eliminò Muhammar Gheddafi sette anni fa facendo piombare l'intera Libia nel caos. Quella stessa Libia che finanziò la campagna presidenziale di Sarkozy. Sui social ieri molti chiedevano all'ex presidente di spiegare, di motivare o, per lo meno, di fornire un dettaglio. Tra questi Francesco Storace che su Twitter ha scritto: «Nessuno che chieda scusa per i bombardamenti in Libia. Tangenti e guerra contro la sovranità nazionale».

Nel 2016 il presidente Usa, Barack Obama, dichiarò di essersi pentito di quell'operazione cui lo spinsero tanto il segretario di Stato, Hillary Clinton, quanto gli alleati Sarkozy e Cameron (ex premier britannico). Sarkozy «voleva vantarsi di tutti gli aerei abbattuti, nonostante il fatto che avessimo distrutto noi tutte le difese aeree», affermò Obama.

Qualche domanda scrive il quotidiano il Giornale non retorica aiuta a schiarirsi le idee. Nel quarantennio post-Sessantotto, un trentennio circa aveva visto la destra al potere. Lo stesso Sarkozy aveva partecipato alla campagna presidenziale dalla posizione privilegiata di ministro degli Interni, il duplice mandato di Mitterrand si situava fra un Pompidou-Giscard e un doppio Chirac. Ritenere «lo spirito del '68» il responsabile dei mali del Paese poteva essere un comodo artificio retorico, purché di questo si trattasse, non di altro. Sarkozy non lo capì perché dietro di lui non c'era un'ideologia e/o un pensiero, ma i suoi istinti e i suoi impulsi. Era mediocre e aspirava alla grandezza, si riteneva un uomo d'azione che disprezzava lo snobismo delle élites, ma non desiderava altro che da quelle élites essere accettato, «le president bling bling» ubriacato dal profumo e dal potere dei soldi.

Come riferisce il giornale vinse Sarkozy perché fingeva di essere tutto non essendo, appunto, niente. Di quel decennale interregno sarkozyano, noi italiani ricordiamo tre cose: il matrimonio con la nostra connazionale Carla Bruni, che faceva risuonare nei più anziani il memorabile calembour di Ennio Flaiano dedicato al romanzo di Françoise Sagan, Bonjour tristesse... 

Poi il sorrisetto derisorio scambiato con Angela Merkel a un vertice internazionale, a proposito della nostra credibilità economico-politica, infine il vergognoso sconquasso libico, non soltanto sotto il profilo bellico, ma per tutto quello che si è portato dietro a livello geopolitico. Adesso, ma il sospetto datava da allora, vengono fuori i finanziamenti elettorali, con relativa corruzione, per insabbiare i quali era necessario un intervento militare destabilizzatore e il tutto si ritorce contro chi lo incarnò, una nemesi degna del Dumas del Conte di Montecristo. Essere un parvenu della politica può aiutare, a patto di non abusarne, e la «tragedia di un uomo ridicolo» quale è stato in fondo Sarkozy aiuta a capirlo. Pensate all'enfasi anti-sessantottina di cui si servì per la scalata al potere.

C'è del fascino nel dire ogni cosa e il suo contrario». La citazione è di Dominique de Villepin, l'altro enfant prodige dell'epoca di Chirac, l'eterno rivale di Nicolas Sarkozy, più bello, più intelligente, più colto, ma ahimè politicamente meno abile, il che in politica nei tempi stretti vuol dire tutto, ma in quelli lunghi è eguale a niente. La parabola di Sarkò è durata poco più di un decennio, il 2004 in cui diventa ministro dell'Economia del governo Raffarin, il 2016 in cui fallisce nel tentativo di vincere le primarie del centro-destra per potersi ricandidare alle presidenziali. Tutto quello che è successo dopo, compreso lo stato di fermo che lo ha appena colpito con l'accusa di aver incassato soldi dal poi defunto leader libico Gheddafi, poco aggiunge e niente toglie a quella parabola. 

La democrazia permette l'ascesa di uomini ridicoli perché la sua forza consiste nello scaricarli di lì a non molto. Ciò che può sembrare una tragedia nel primo caso, diventa farsa nell'atto successivo. Nel 2007, quando Sarkozy divenne al secondo turno presidente della Repubblica con il 53% dei voti rispetto alla socialista Ségolène Royal, che pure aveva preso il 46%, ci fu, anche in Italia, soprattutto in Italia, chi gridò entusiasta al miracolo. 

Siamo un Paese che, come nel calcio, invoca sempre l'acquisto dello straniero e che, in politica, non l'azzecca mai. La «lezione francese», si scrisse allora, accreditava al piccolo e nervoso neo-inquilino dell'Eliseo una vera e propria rivoluzione: ricomposizione della destra, seduzione di parte della sinistra, un'iniezione di fiducia elettorale nei suoi connazionali. C'era del vero, ma come sempre parziale: il primo elemento aveva a che fare con l'impresentabilità lepenista, il secondo con una sinistra fin troppo seducibile, l'ultimo con la giovane età di tutti i contendenti alle presidenziali (nel primo turno c'era anche François Bayrou) e con il loro utilizzo della cosiddetta antipolitica, viscerale, compassionevole, qualunquista, comunque retorica nel suo essere antisistema

 

Qualcuno ha scritto che il 4 marzo non è stato sconfitto solo il Pd di Matteo Renzi ma anche i cattolici e non solo quelli che hanno votato per il Pd. I cattolici sconfitti sono  quelli dell'«idea fissa», quelli che per ogni decisione politica fanno riferimento agli omosessuali, e più o meno tutto quanto attiene alla sfera della sessualità e della riproduzione.

In pratica si tratta, non tanto della maggioranza dei cattolici che si limita a frequentare la messa, ma di quella minoranza rumorosa che sostiene sempre e comunque i «principi non negoziabili», che li brandisce in ogni circostanza anche durante le elezioni. Certo è buona cosa ribadire il rispetto della vita, della famiglia naturale, e non delle «famiglie», il matrimonio tra un uomo e una donna. Sono valori fondamentali, che vanno difesi, ma che da qualche tempo non attirano più gli elettori e non solo quelli italiani. Pertanto non sono decisivi per vincere le elezioni.

Il 14 marzo scorso Il Foglio ha chiesto a varie personalità il motivo dello scollamento tra la linea della chiesa e le scelte dell'elettorato cattolico. Tra le interviste prendo in considerazione quella del sociologo torinese Massimo Introvigne, sociologo e direttore del Cesnur(Centro Studi Nuove religioni). («Il voto delle periferie esistenziali», 14.3.18, Il Foglio)

Il professore per capire quello che è successo il 4 marzo, inizia con una premessa fondamentale: ricorda che in Italia soltanto il 17% dei cattolici frequenta la messa della domenica, mentre l'83% non la frequenta. E' un dato che merita grande attenzione. Introvigne, fa riferimento al viaggio che Papa Francesco ha fatto negli Stati Uniti nel 2015. Qui il Papa «ha cercato - senza successo, come dimostrano le resistenze dei vescovi che continuano ancora oggi – di spiegare all'episcopato americano che le 'guerre culturali' in tema di vita e di famiglia erano finite, che i vescovi le avevano perse e che si apriva una nuova fase nuova dove i temi della vita e della famiglia sarebbero stati una parte dell'impegno politico dei cattolici ma non la sola parte e forse neppure la prima. Attenzione: il Papa non diceva che combattere le 'guerre culturali' non fosse stato alto e nobile, diceva che si apriva una fase nuova».

Pertanto secondo Introvigne, l'elettore europeo, ma anche quello italiano, «anche se fa parte della minoranza che va a Messa o va a un culto protestante - non vota facendo anzitutto l’esame del sangue ai partiti su aborto e omosessuali. In realtà non vota neppure sull’accoglienza ai rifugiati o il ragionevole sostegno agli immigrati – rifugiati e immigrati sono categorie diverse ma è difficile spiegarlo agli elettori – e l’“idea fissa” cosiddetta “immigrazionista” è solo la versione di sinistra dell’“idea fissa” su gay e aborto della destra. Vota perché si sente, - continua Introvigne - per citare ancora Papa Francesco, imprigionato in una di quelle periferie esistenziali che non sono necessariamente territori fisici ed esistono anche al centro delle città, e non si riferiscono solo alla povertà materiale ma anche all’insicurezza e alla solitudine».

A questo punto l'elettore cattolico, quando, «decide per chi votare il reddito di cittadinanza è più importante dell’aborto, e anche per molti che votano Lega la sicurezza e l’alleggerimento della pressione fiscale sono più importanti del no al matrimonio omosessuale o dei rosari di Salvini».

E se i cattolici ora sono irrilevanti in politica, per il sociologo, l'irrilevanza è stata coltivata da loro stessi, che si sono preoccupati soltanto del «puro potere e poltrone, ovvero rimanendo chiusi nel ghetto dell’”idea fissa”, perdendo il contatto con la stragrande maggioranza della popolazione per cui i primi problemi sono arrivare a fine mese e, anche per chi ci arriva comodamente, evitare di farsi aggredire per strada e sfuggire alla narrativa deprimente che alimenta la sensazione di solitudine anche in mezzo alla più rumorosa delle folle».
Anche se paradossalmente su questi temi, i cattolici, «avrebbero tantissimo da dire e che milioni di persone (come sa chi non si fa distrarre da certi blog) considerano Papa Francesco un punto di riferimento più autorevole di qualunque politico».

Vorrei ricordare al professore Introvigne che l'irrilevanza nella società civile dei valori non negoziabili, a me è capitato sperimentarla qualche decennio prima, già negli anni '90, nel messinese quando cercavo di animare socialmente e politicamente il territorio. Alla fine degli incontri contro l'aborto e in difesa della famiglia, non mancava l'amministratore di turno che mi ricordava certe priorità del territorio: quasi sempre su tutto c'era il lavoro.

Comunque sia per il direttore del Cesnur ci possono ancora essere ambienti «dove tutti votano chiedendo ai candidati primo, che cosa pensano dei gay, e secondo, che cosa pensano dell’aborto. Ci sono anche ambienti opposti, più piccoli, per cui accogliere tutti gli immigrati è l’unico dogma sopravvissuto. Sono ambienti che esistono e fino a qualche anno fa si poteva anche immaginate di esportarne le idee in un ambito più vasto e vincere qualche elezione, almeno regionale». Ma oggi il mondo è diverso, da come lo si vede all'interno del mondo cattolico, dell'associazionismo e di certi «stanzoni» dell'idea fissa. Sull'esperienza politica del «Popolo della famiglia» di Adinolfi, si povrebbe scrivere molto. Il PdF è l'esempio più significativo di quelli che si sono rinchiusi nel ghetto delle idea fissa, illudendosi di far breccia nell'elettorato soltanto con il tema della famiglia. Ma come abbiamo visto le priorità degli italiani erano ben altre.

Anche se questi temi possono avere la loro rilevanza in un contesto politico diverso, lo sostiene Marco Invernizzi, infatti, «La Lega ha incontrato anche il consenso di molti cattolici, particolarmente di quelli attenti a mettere la famiglia (uomo, donna, figli) al centro della società e a richiedere politiche concrete diverse dal mero assistenzialismo per favorire una inversione di tendenza che affronti il più grande problema politico italiano di oggi: l’“inverno demografico” che sta portando la nazione al suicidio». (Marco Invernizzi, “La Lega e il futuro dell'Italia”, 14.3.18 in alleanzacattolica.org)

 

Tuttavia anche Invernizzi è consapevole che «soprattutto oggi in epoca di relativismo e di dominio del pensiero debole, le elezioni si vincono sui grandi temi della sicurezza, della disoccupazione e della diminuzione della pressione fiscale».

Però per un partito che voglia durare ha bisogno di « fondarsi su princìpi solidi e proporre una narrazione che tenga unito almeno un pezzo base dell’elettorato, il cosiddetto “zoccolo duro”». E per quanto riguarda la Lega, si auspica che diventi un partito federalista «senza essere divisivo, può applicare i princìpi della solidarietà e della sussidiarietà che sono patrimonio della dottrina sociale cristiana raccogliendo il consenso dei ceti più deboli senza cadere nel pauperismo ma senza disprezzare il risparmio e lo sviluppo delle diverse componenti della società».

In conclusione, «I cattolici possono tornare a contare?». Si domanda Introvigne, «Sì, nella misura realistica del loro essere minoranza, se aprono la finestra, escono dallo stanzone e anzi magari abbattono la finestra e il muro che li rinchiude (ancora, più o meno il contrario della famosa “Opzione Benedetto”). Parafrasando Marx, ormai non hanno più nulla da perdere, tranne le catene dell’“idea fissa” che si sono messe da soli».

 

 

 

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