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Sabato, 16 Dicembre 2017

In primis, noi diciamo che bisogna partire dalla domanda delle imprese e da lì le scuole, a tutti i livelli, devono costruire le risposte, co-progettando percorsi formativi, ad hoc, con le stesse aziende, senza dimenticarsi che una percentuale delle posizioni lavorative che esistono, oggi, domani saranno da cambiare, in quanto, obsolete. Ma c’è di più. Le imprese che sapranno orientare e progettare con le scuole, innescheranno, a nostro modesto avviso, un meccanismo positivo di “alleanza” per una formazione di competenze. Ancora, sono le stesse aziende dove le nuove generazioni aspireranno ad andare a lavorare. Tutto questo noi lo diciamo, in quanto, molte aziende quando offrono una posizione lavorativa riscontrano un “disallineamento” tra le skills (leggi: abilità) possedute dai potenziali giovani candidati e le competenze chieste per quel tipo di lavoro. Peraltro, va detto, pure, che ognuno nella ricerca del suo lavoro, deve seguire le sue inclinazioni ma è, anche giusto, che sia consapevole di ciò che chiedono le imprese. In tal senso, in Puglia, qualcosa si sta muovendo: la Regione ha stanziato 20milioni di euro per favorire il diritto all’alta formazione dei giovani laureati, nell’abito del Progetto “Pass laureati”, Voucher per la formazione post-universitaria, che tende a favorire e sostenere il diritto all’Alta Formazione, facilitando le scelte individuali di soggetti meritevoli che vogliono frequentare master in Italia e all’estero. E dulcis in fundo, sempre in Puglia, a Lecce, ad EcoteKne, sede dell’Università del Salento, si sono svolti centinaia di colloqui tra studenti ed imprese, per la ricerca di posti di lavoro, con il grande obiettivo delle rispettive assunzioni, nelle imprese presenti.

La riforma Renzi delle banche popolari nel 2015, con le pesanti conseguenze che ha provocato e che ancora si stanno scontando, è oggetto dello studio Siamo molto popolari, che Corrado Sforza Fogliani, presidente dell’Assopopolari (l’Associazione che raggruppa le banche popolari) e vicepresidente dell’Abi (l’Associazione bancaria italiana), ha scritto per Rubbettino. Definire il volume uno “studio”, appunto, e non un “pamphlet”, come altri potrebbe inquadrarlo, significa rendere contezza di una ricerca che, pur nei toni polemici e nell’asprezza del linguaggio, serba l’intenzione di documentare passo dopo passo le tesi sostenute, che del resto si fondano su fatti precisi, per i quali le ampie appendici forniscono utili riscontri.

Le banche popolari svolgono, dall’Ottocento, una funzione precisa all’interno del credito: rispondere alle esigenze del territorio, grazie alla diretta conoscenza di eventi e persone, di tradizioni e di prospettive, sociali economiche politiche, nei centri ove operano. La loro concorrenza giova a chi, piccoli imprenditori in particolare, abbia bisogno di trovare un credito che i maggiori istituti possono negargli o proporgli a condizioni che non è in grado di rispettare. Questa funzione rischia ora di venir meno: il mercato italiano del credito sta incamminandosi a finire fagocitato da poche, pochissime grandi banche.

A seguito della riforma Renzi, con il connesso obbligo di quotazione per le maggiori popolari, i proprietari veri sono diventati i fondi d’investimento esteri, europei ma non solo. Gli antichi proprietari, in buona sostanza i risparmiatori, sono stati messi in un angolo dalla penetrazione della finanza internazionale. Si è così snaturata la storia delle popolari, sorte per volontà di uomini del mondo liberale postunitario, pensosi delle necessità dei ceti medi, ma altresì attenti a operare per le classi meno abbienti, che andavano allora costituendo istituti solidali, quali le mutue operaie.

Sforza rifà la storia delle popolari, non tacendo le difficoltà frapposte dal fascismo che non ne tollerava l’indipendenza. Oggi l’Assopopolari raggruppa 52 banche associate, 186 società finanziarie e strumentali: in totale, un milione di soci, sei milioni di clienti, 48 mila dipendenti e 270 miliardi di euro in attivo. Un simile patrimonio, storico e creditizio, corre pesanti pericoli. La grande finanza e i maggiori istituti non apprezzano la concorrenza di un piccolo mondo, antico quanto a storia però moderno quanto a iniziative e attività: mediamente, le popolari hanno una miglior patrimonializzazione e subiscono minori sofferenze. Il pensiero unico – della finanza, della burocrazia ministeriale, delle autorità, del mondo della comunicazione – esalta le concentrazioni e spinge alle fusioni, nel tentativo di persuadere che piccolo o medio sia brutto e soltanto grande sia bello.

Sforza Fogliani non tace taluni esempi di mala gestio fra le popolari, ma un onesto raffronto con gli altri settori bancari giova anche sotto tale aspetto, perché altrove si riscontrano esempi ben peggiori e gravi. Tuttavia singoli episodi sono ingigantiti dai giornaloni per gettare discredito, contribuendo così a un fenomeno che va accelerandosi, in danno del mercato: l’oligopolio bancario.

 

In primis, diciamo che le imprese artigiane giovanili, in Puglia, sono 8.302; stiamo parlando di un territorio che mantiene la propria vocazione imprenditoriale, la propensione a mettersi, in proprio, in gioco, a scommettere su talento e passione. A questo punto, per dovere di cronaca, dobbiamo, anche, dire che non mancano gli ostacoli che rallentano o fermano, proprio, la tanto agognata ripresa economica: la burocrazia, la tassazione, le infrastrutture ed alcuni servizi pubblici. Tuttavia, in particolare, nel Salento, Confartigianato, dopo aver dedicato una giornata al valore della rappresentanza e dei servizi alle imprese, affermando la centralità all’associazionismo, come “antidoto” alla desertificazione imprenditoriale dei giovani artigiani, ha coinvolto, in una azione attiva di sostegno, anche, i sindaci, presenti, disponibili, a condividere, con l’associazione, un percorso, tramite investimenti finanziari, sulla fiducia e la valorizzazione, dei giovani artigiani. In conclusione, a nostro modesto avviso, diciamo che fare questo “gioco di squadra”, da parte di Confartigianato salentino, per giovani artigiani e imprese, insieme per il futuro, che credono nei propri territori, può essere, un esempio, di “trampolino di lancio”, a più vasto raggio, per tutti i giovani artigiani pugliesi e, dell’intero, Mezzogiorno.

Istituto Grandi Marchi e Nomisma Wine Monitor presentano oggi i risultati di una ricerca sul consumo dei fine wines negli Stati Uniti. Accanto ai dati su import e vendite che mostrano un’evidente tendenza al consumo di vini di “alta qualità”, lo studio ha condotto un’indagine su 2.400 consumatori di vino dei 4 Stati federali maggiori importatori di vino italiano (New York, Florida, New Jersey, California) al fine di comprendere, da un lato, i fattori che definiscono un “fine wine” e i modelli che guidano il consumo di questi vini, dall’altro il posizionamento del nostro paese in questo segmento attraverso l’identificazione di perception e reputation dei “fine wine” italiani presso lo stesso consumatore statunitense.

“I dati che abbiamo raccolto indicano la via maestra al vino italiano:  la tendenza positiva deve ricordarci di lavorare con grande determinazione ed efficacia alla ricerca del corretto posizionamento di pregio per il nostro prodotto, lavorando sempre più per la crescita del valore perché i volumi discendano da un corretto approccio al valore e non da una logica di price competition” afferma il Presidente Mastroberardino. “Il primato sui volumi non può essere un tema da celebrare a prescindere, dato che i volumi senza il valore portano allo sgretolamento della filiera per mancanza di capacità di remunerare gli investimenti effettuati”.

Gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato al mondo per consumi di vino e dalle potenzialità di crescita ancora rilevanti. Nel corso degli ultimi dieci anni, i consumi sono aumentati a volume del 28% arrivando a 32 milioni di ettolitri; nonostante ciò pesano ancora per appena il 10% sul consumo totale di bevande alcooliche (per l’80% si tratta di birra). Inoltre, il 44% di tutti i consumi di vino si concentrano in appena 5 Stati: New York, California, New Jersey, Texas e Florida.

Circa un terzo dei consumi statunitensi di vino si riferisce a prodotti d’importazione. Anche in questo caso si evince nel decennio una significativa crescita delle importazioni pari al 33%, arrivando ad un valore di circa 5,5 miliardi di dollari. Rispetto alle principali tipologie di vino importato, la quota dell’Italia è passata dal 31% al 34% nel caso dei vini fermi imbottigliati e dal 13% al 32% nel caso degli spumanti.

“Gli Stati Uniti al pari di molti altri mercati internazionali stanno vivendo una rilevante fase di “premiumisation” dei consumi di vino” dichiara Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor. “Basti pensare che, nel corso dell’ultimo quinquennio, il prezzo dei vini fermi imbottigliati importati negli USA è cresciuto di quasi il 10%, passando da 5,32 $/litro ai 5,82 $/litro del 2017, così come, nel corso dell’ultimo anno, le vendite di vini fermi nel canale off-trade con prezzo superiore a 20 $ a bottiglia sono cresciute di quasi l’8%, contro il 2,4% dei vini con prezzo inferiore”.

La ricerca mette in evidenza come l’Italia, in questo contesto, abbia un enorme vantaggio competitivo rispetto ad altri paesi importatori dato dal fatto che il nostro paese gode di una reputazione molto elevata presso il consumatore americano. Il vino italiano piace soprattutto quando rispecchia il nostro stile, cioè l’Italian style, che è collegato, secondo gli intervistati, ai concetti di bellezza, moda e lusso.

E in effetti, il posizionamento dell’Italia nelle fasce “premium” in termini di quota sulle vendite nel canale off-trade è tra i più alti in riferimento ai vini di importazione. Nel caso dei vini rossi fermi, a fronte di una incidenza complessiva del 7% sulle vendite totali, la quota di mercato supera l’8% in tutte le fasce di prezzo superiori ai 20 $ a bottiglia; ma non solo: arriva a superare il 10% nella fascia di prezzo da 31 $ e oltre. A questo proposito è interessante evidenziare come, in virtù di questo “alto” posizionamento, il prezzo medio dei vini rossi italiani venduti nell’off-trade è in linea a quello dei rossi francesi (12,3 $ vs 12,4 $). Anche nel caso dei vini bianchi fermi a fronte di un’incidenza sulle vendite della tipologia del 13%, la relativa quota di mercato arriva al 42% nella fascia 20 – 24,99$ a bottiglia.

Tra i diversi risultati emersi, la survey ha messo in luce

·       come il 54% dei consumatori di vino americani dichiara di preferire vini di produttori noti, famosi; questa quota cresce fino al 67% tra i “frequent user”, tra coloro cioè che consumano vino almeno una volta a settimana;

·       che il vino viene scelto soprattutto in base al brand (il 18% indica questo fattore come principale criterio di acquisto), e che l’importanza del brand aumenta fino al 26% tra i criteri di scelta dei “fine wines”;

·       che il “fine wine” ideale per il consumatore americano è quello prodotto da un’azienda ben consolidata e con esperienza;

·       che il binomio “fine wine” e “Made in Italy” riscuote grande successo negli Stati Uniti: 1/3 dei consumatori di vino indica «Italia» quando pensa ai produttori di vini di alta qualità;

·       che Barolo, Amarone e Brunello di Montalcino i “fine wine” italiani più citati spontaneamente, così come Piemonte e Toscana sono le regioni che vengono più spesso ricordate, seguite da Veneto e Sicilia.

Dunque, reputation molto elevata per i vini italiani. Questo deve essere il punto di partenza per lanciare la sfida del valore ai produttori italiani tutti.

In primis, noi diciamo che, in questi tempi, di industria 4.0, anche, gran parte del lavoro, deve essere di quarta generazione. Vediamo perché. Secondo la Commissione lavoro del Senato, il 44% degli occupati dovrà cambiare mansione, entro il 2024, per effetto, dell’innovazione ed i mutamenti tecnologici. In tal senso, Confindustria ha lanciato un allarme:” Oltre un quinto delle imprese non riesce a trovare i profili professionali di cui ha bisogno”. Pertanto, per risolvere questo scompenso tra le (s)qualifiche dei lavoratori ed i fabbisogni delle imprese, già qualche soluzione viene suggerita dalla Commissione lavoro del Senato: “Potenziare i servizi di orientamento nelle scuole e nelle università, con uffici di placement collegati con le imprese del territorio, diritto alla formazione continua e all’aggiornamento delle competenze”. A questo punto, per la prima volta, dopo molti anni, nel progetto di bilancio che il Governo ha predisposto, per il 2018, torna ad essere presente, una certa attenzione ai problemi economici del Mezzogiorno. Di questo vediamo alcuni segnali positivi: gli incentivi, ovvero, l’eliminazione degli oneri sociali, per i giovani assunti, dalle imprese meridionali; peraltro, va detto, senza mezzi termini, che dagli ultimi dati Istat, risulta che i giovani al Sud, sono più precari; poi, la presenza di fondi, per le medie e piccole imprese, che prendano iniziative nel Mezzogiorno. E dulcis in fundo, ancora, in termini di agevolazioni alle imprese, per ricerca e innovazione, nel Sud, in particolare, la Regione Puglia ha pubblicato la graduatoria provvisoria del bando Innolabs (Leggi: ricerca e innovazione): sono 43 i progetti innovativi finanziati con, quasi 20milioni di euro(19.960.544), i fondi che consentiranno di realizzarli.

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