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Martedì, 01 Dicembre 2020

C’è una pagina di Storia del primo Novecento completamente sconosciuta, si tratta della resistenza del popolo polacco all’avanzata degli eserciti bolscevichi russi del 1920. Una storia che viene proposta nell’ultimo numero dalla rivista Cristianità. La Rivoluzione bolscevica guidata da Lenin, dopo aver conquistato la Russia, già nel novembre 1918 il Consiglio dei Commissari del Popolo (il governo bolscevico), aveva preso la decisione di portare la Rivoluzione in Europa e nel mondo. Due anni dopo a Smolensk, il 10 marzo 1920, ci fu una riunione dei capi dell’Armata Rossa e dei commissari comunisti, fra cui anche il segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, “Stalin”. In quell’occasione fu deciso di attaccare la Polonia e poi tutta l’Europa.

Nell’estate del 1920, l’Armata Rossa avanza minacciosamente verso Varsavia. Di fronte a questa drammatica situazione è la Chiesa polacca a mobilitarsi a invitare il popolo alla resistenza. I vescovi si rivolgono al Papa Benedetto XV chiedendo preghiere e benedizioni per la Polonia minacciata dai bolscevichi. “La lettera dei vescovi di tutto il mondo, del mese di luglio, è di grande importanza, perché analizza l’ideologia che i comunisti volevano imporre all’Europa e al mondo con le armi già soltanto tre anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre”. (Wlodzimierz Redzioch, “Quando la Polonia salvò l’Europa dal comunismo”, luglio-agosto 2020, n.404, Cristianità)

In quell’occasione i vescovi chiariscono che il bolscevismo non intendeva conquistare solo la Polonia, ma tutto il mondo. “Oggi tutto è già preparato per la conquista del mondo. Le schiere organizzate in tutti i paesi aspettano soltanto la parola d’ordine per iniziare la battaglia; dappertutto si preparano continuamente scioperi per paralizzare la vita organica delle nazioni”.

I vescovi volevano far capire che la Polonia era rimasta l’ultimo baluardo che impediva la marcia trionfale del bolscevismo su tutta l’Europa. La Chiesa era consapevole che il bolscevismo era il primo nemico, perché “porta nel suo petto un cuore pieno di d’odio. Il suo odio si rivolge prima di tutto contro il Cristianesimo, del quale è la vera negazione: si rivolge contro la croce di Cristo e contro la sua Chiesa […]”.

In questa situazione la Chiesa polacca svolge un ruolo determinante. La gente dopo l’appello si arruola massicciamente nell’esercito. Anche i sacerdoti sono al fianco dei soldati polacchi, uno di loro è diventato un eroe, don Ignacy Skorupka, cappellano del 236° reggimento di fanteria, don Skorupka, partecipa alla battaglia di Varsavia sempre con la talare, si ritrova da solo a comandare circa duecentocinquanta soldati: “con la croce in mano (come il cappuccino Marco d’Aviano a Vienna nel 1683) come unica arma guida i giovani volontari al contrattacco contro le linee nemiche e muore in combattimento”.

Tuttavia, parlando della battaglia di Varsavia bisogna nominare l’artefice della vittoria polacca, il maresciallo Jozef Klemens Pilsudski (1867-1935), un grande statista che si rende conto della natura della battaglia in corso. Di fronte a due milioni di bolscevichi elabora un piano rischioso quanto geniale, perché non previsto dai comandanti russi. Esce fuori dalla capitale e attacca il fronte scoperto dell’Armata bolscevica, che sorpresa da questo audace attacco, si ritira, perdendo terreno e viene sconfitta senza potersi riorganizzare. In questo modo Pilsudski consegue la vittoria passata alla storia come “il miracolo della Vistola”.

A questo punto l’intervento della rivista pone una interessante domanda: come mai il papa Pio XI ha voluto decorare la propria cappella privata nella nuova residenza di Castel Gandolfo con i quadri attinenti la storia della Polonia con il Miracolo sulla Vistola che raffigura il valoroso don Skorupka mentre, con la croce in mano, guida i soldati all’attacco?

Redzioch fa intendere che il motivo è dovuto al fatto che Pio XI, aveva legami stretti con la Polonia, è stato visitatore apostolico, poi nunzio, infine nominato arcivescovo consacrato proprio a Varsavia con la partecipazione del popolo polacco, Per questo motivo, mons. Ratti, poi Pio XI, si sentiva “un vescovo polacco”.

Tra l’altro nell’estate del 1920 con i bolscevichi a pochi chilometri da Varsavia, mons. Ratti svolge un ruolo importantissimo. È l’unico diplomatico che non lascia la capitale polacca, mentre tutto il corpo diplomatico fugge spaventato. “Mons. Ratti partecipa alle preghiere organizzate durante la battaglia sulla Vistola. Compie anche un gesto molto coraggioso e simbolico, che solleva il morale dei combattenti: si reca a Radzymin, a nord-est di Varsavia, sulla linea del fronte, per far sentire la propria vicinanza ai soldati”. Il monsignore era consapevole che in quella battaglia si stava decidendo le sorti dell’intera Europa, di fronte a un nemico spietato.

Successivamente da Papa, non dimenticherà mai la Polonia, che rimarrà sempre nel suo cuore. Soprattutto “quell’epico scontro fra i bolscevichi russi e i polacchi, che salvarono l’Europa dal comunismo e di cui fu testimone oculare”.

Comunque, Benedetto XV invierà un’epistola, “Cum de Polonia”, l’8 settembre, per la cessazione delle ostilità, indirizzata al cardinale Aleksander Kakowski, arcivescovo di Varsavia e a tutti gli altri vescovi della Polonia. Pertanto ricordando il centesimo anniversario del Miracolo della Vistola, Redzioch pubblica l’importante e poco conosciuta lettera del Papa Benedetto XV.

A cento anni di distanza anche Papa Francesco, ha inteso ricordare ai fedeli polacchi “il centenario della storica vittoria dell’esercito polacco, chiamata ‘Miracolo sulla Vistola’, che i vostri avi attribuirono all’intervento di Maria”.

Nel dibattito sull'identità nazionale italiana sembra mancare un “tassello”, assai importante ai fini esplicativi del processo di formazione della nazione italiana. Questo“tassello” è il fenomeno dell'Insorgenza anti-giacobina e anti-napoleonica che si verificò pressoché ovunque in Italia, in concomitanza di tempo e di luogo con l'invasione rivoluzionaria francese alla fine del secolo XVIII.

Ma che cos'é l'Insorgenza? Si tratta delle insurrezioni delle popolazioni italiane tra il 1792 e il 1815 contro gli eserciti invasori francesi di Napoleone. Sono rivolte popolari di cui non ci è stata trasmessa la memoria, per la “cultura ufficiale” non esistono, (sono come pagine strappate) quando si è costretti a parlarne, si marchiano come reazioni di “masse fanatiche”, di “plebaglia criminale”, o di“briganti”, sostanzialmente rivolte strumentalizzate dal clero e dalla nobiltà.

Questa è l'unica versione passata finora nelle nostre scuole italiane, ma grazie a valenti studiosi, ricercatori, da qualche decennio si è riusciti a “bucare” quell'omertà che da tempo li circondava. Senza ombra di dubbio tra questi studiosi, si può ascrivere Giovanni Cantoni che nel saggio introduttivo del 1972 al libro, «Rivoluzione e Controrivoluzione», del professore Plinio Correa de Oliveira, amplificando quello che aveva scritto lo storico Niccolò Rodolico scriveva: «Quando i reggitori della repubblica di San Marco, tremanti di paura alle minacce francesi, strappavano le gloriose insegne del leone alato, e supplicavano la pace, i contadini del Veronese gridavano 'Viva San Marco' e morivano per esso in quelle Pasque  che rinnovarono i Vespri [...]». La citazione continua, facendo riferimento alle altre insorgenze in tutta la penisola. Pertanto per Cantoni il vero popolo italiano è  «rappresentato dai 'branda' piemontesi e dai lazzari meridionali, dai montanari valtellinesi e dai 'Viva Maria' aretini, dagli animatori delle Pasque veronesi e da quelli delle resistenze sull'Appennino emiliano, il popolo italiano prova il suo attaccamento alla tradizione religiosa e civile e la sua avversione alla Rivoluzione».  Così da questo momento è iniziato lo studio di ricerca su queste insurrezioni e sono nate opere storiche significative, ma soprattutto è nato un Istituto per la Storia delle Insorgenze (I.S.IN.), successivamente si è aggiunto per l'Identità Nazionale, con lo scopo di studiare e diffondere esclusivamente la conoscenza delle insorgenze popolari contro-rivoluzionarie, manifestatesi in Italia tra il 1796 e il 1815. L'Istituto insieme ad Alleanza Cattolica hanno organizzato due importanti convegni a Milano, nel 1996 e poi nel 1997, per rilanciare lo studio delle insorgenze anti-giacobine in Italia.

La Rivoluzione dopo aver conquistato la Francia attraverso il Terrore dei Giacobini, il Direttorio, subentrato a quest'ultimi, cercò di esportare “le nuove idee” rivoluzionarie a tutto il resto dell'Europa. Sostanzialmente con la scusa di liberare i “popoli fratelli”, per vent'anni hanno fatto la guerra a tutta l'Europa, causando cinque milioni di morti, per creare delle “Repubbliche sorelle”, loro che si erano proclamati contro la guerra.

Naturalmente il popolo più fratello di tutti, bisognoso di essere “liberato”, non poteva che essere quello italiano (per ovvie ragioni geografiche, di razza e cultura) pertanto occorreva iniziare la grande conquista in nome della fraternità rivoluzionaria.

Il 9 aprile 1796 al comando dell'Arméé d'Italia, Napoleone entra in Italia e conquista il Piemonte, poi la Lombardia, imponendo ovunque contributi di guerra, dando inizio a quella che può essere considerata la più grande depredazione della terra italiana che la Storia ricordi. Oltre alla ghigliottina, alle campagne di guerra napoleoniche, «la rivoluzione d'oltralpe e il suo 'fulmine di guerra' meriterebbero di essere associati anche a un'altra immagine, quella dei rapinatori d'arte, dovuta alle sistematiche spoliazioni delle nazioni vinte che venivano deliberatamente umiliate nel loro patrimonio artistico-devozionale, strappato ai luoghi di culto profani, e negli oggetti asportati dalle collezioni private delle famiglie nobili dell'Ancien Règime». (Marco Albera, “I furti d'arte. Napoleone e la nascita del Louvre”, in Cristianità, n. 261-262, genn.-febbraio 1997). Napoleone capì subito il valore e il prestigio che potevano avere le arti e le scienze per un regime politico. Ecco perchè alle “conquiste artistiche” seguirono quelle militari; per dare una parvenza di legalità, Napoleone escogitò il sistema geniale di includere le opere d'arte tra le clausole dei trattati di pace e di farle rientrare addirittura come contributi di guerra.

Gli eserciti francesi occupano l'intera penisola, tranne la Sicilia, infatti qui non si registra nessun fatto di insorgenza popolare controrivoluzionaria. Gli eserciti francesi furono accolti soltanto da una esigua minoranza di giacobini italiani, che Cantoni chiama, «invertebrati, fantasticatori e corrotti dai “lumi”». La restante maggioranza del popolo italiano non accettò la “liberazione” che offriva la “sorella” repubblica francese.

A questo punto accade qualcosa che nella Storia dell'Italia non si era mai visto. Scrive Rino Cammilleri: «I popoli d'Europa, cioè i civili e la gente comune, si sollevarono contro i Francesi[...]». Occorre precisare che in passato le guerre hanno riguardato solo i militari e si risolvevano con qualche cambiamento dinastico. «Gli italiani per esempio, erano abituati a vedere sui troni degli stati in cui erano politicamente divisi dinastie spagnole, austriache, francesi. Ma, per il popolo, di fatto non cambiava niente. Il nuovo re, o duca, o principe era giudicato solo sulle capacità amministrative; se il benessere era garantito e le particolarità dei popoli rispettate, nessuno aveva da ridire». (Rino Cammilleri, “Fregati dalla scuola”, Effedieffe 1997)

I nuovi invasori erano diversi dagli altri, questi saccheggiavano e profanavano le chiese, violentavano le monache, arruolavano con la forza i giovani, rappresaglie, fucilazioni indiscriminate, rubavano gli oggetti sacri e le opere d'arte, dichiaravano guerra alla Chiesa di Roma, volevano costruire un mondo nuovo, distruggendo il passato.

Per questo motivo gli italiani insorgono uniti e compatti per difendere le loro patrie, i loro ideali, la loro Religione, i loro sovrani, le loro cose, la loro civiltà, aggredita da un esercito invasore, spalleggiato da un gruppo minoritario di italiani che condividevano le idee folli dei francesi giacobini.

A questo proposito la storiografia liberale ha invertito i ruoli: «i collaborazionisti come Ugo Foscolo e traditori come Vincenzo Monti sono stati chiamati 'patrioti', mentre eroi come il mitico Fra' Diavolo furono definiti 'briganti'. L'epopea di popolo del Sanfedismo, che quasi senza versare sangue riconquistò il Regno di Napoli, venne etichettata come 'masse fanatiche'. Insomma - scrive Cammilleri – il 'popolo' è buono se plaude all'invasore francese; è 'plebe fanatizzata' se insorge per difendere la religione dei suoi padri [...]». (Ibidem)

A questo punto passiamo alla descrizione dei fatti, naturalmente cerco di evidenziare quelli più importanti. In Lombardia a Pavia e a Binasco, qui si ha la prima vera e propria insorgenza contro l'invasore, migliaia di contadini, operai, artigiani riempiono le strade della città prendendo il controllo, al loro comando un umile capomastro Natale Barbieri. Abbattuto l'albero della libertà, al grido di “Viva l'imperatore”, danno la caccia ai francesi. Ma ben presto gli insorti furono schiacciati dall'esercito francese che si abbandona al saccheggio della città con inaudita violenza, i capi della rivolta furono fucilati. In Piemonte da segnalare la rivolta dei contadini piemontesi guidati dal maggiore imperiale milanese Branda de' Lucioni (1744-1803), il quale riesce a costituire un’armata cattolica — l’Ordinata Massa Cristiana — e a liberare Torino dai franco-giacobini. Oltre a quella di Branda, altre masse cristiane si formarono a Novara, Biella, Ivrea, Santhià, Chivasso.

Altre insorgenze significative si sono svolte in Romagna a Lugo, dove i commissari francesi avevano razziato oro e denaro e proceduto anche alla requisizione del busto di sant'Ilario, patrono locale. Il 30 giugno scoppia la rivolta violenta. Mentre l'alto clero invita ad arrendersi, duecento insorti tendono un'imboscata a una colonna di soldati francesi, ma dopo una prima avanzata, gli insorgenti furono sconfitti, sul campo morirono un migliaio di lughesi. Altra insorgenza significativa è qualla della repubblica di Venezia. Il governo non sa cosa fare di fronte all'avanzare di Napoleone, sono i contadini guidati dal generale Antonio Maffei, al grido di “Viva san Marco” a resistere ai francesi. Ma anche questa rivolta fu sedata nel sangue.

Occorre precisare che purtroppo l'insorgenza popolare non è riuscita quasi mai a raggiungere vittorie definitive, tranne quella del cardinale Ruffo, proprio per il suo carattere effimero, per la mancanza di un'élite qualificata, che ne prendesse la testa dello spontaneismo popolare.

Rivolte popolari si ebbero nella repubblica di Genova, il popolo stanco dei soprusi francesi si scatena per le vie, facchini, carbonai, bettolieri, ingaggiano battaglia con i giacobini italiani e francesi. Un'altra insurrezione di una certa importanza si ebbe in Toscana, partì da Arezzo, al grido di, “Viva Maria”, gli aretini considerarono “Generalissima” delle loro truppe (che arrivarono a contare circa 38 mila uomini), l'immagine miracolosa della Vergine del Conforto.

Gli insorti il 7 luglio 1799, guidati da Lorenzo Mari, vecchio ufficiale dei dragoni di Toscana e da Wyndham, fanno il loro ingresso a Firenze. Anche nella Toscana occidentale i francesi ovunque vengono battuti. Livorno, Perugia, vengono liberate.

Arezzo, in quanto centro militare ed economico dell’insorgenza, diventa la capitale effettiva del Granducato. I francesi vengono inseguiti fino alle porte di Roma.

Ma i francesi successivamente ritornano e si registra «La resistenza tentata dal marchese Albergotti, il 17 ottobre, in un contesto profondamente mutato rispetto a quello dell'anno precedente, risulta vana e i francesi si vendicano di Arezzo, rimasta sola. Gli insorgenti aretini scrivono le pagine più belle dell'epopea del Viva Maria, combattendo eroicamente contro l'invasore, a cui vengono inflitte notevoli perdite. Il giorno dopo, spezzate le ultime resistenze, i francesi compiono uno sfrenato saccheggio, che prosegue nei giorni successivi [...]». (Giuliano Mignini, “Il Viva Maria”, 7.7.2020 alleanzacattolica.org)

Nella primavera del 1809, scoccava la scintilla della grande insurrezione popolare anti-napoleonica destinata a incendiare il Tirolo per due lunghi anni. Sotto la guida di un intelligente e valoroso popolano della Val Passiria, Andreas Hofer, si sollevarono non soltanto le valli di lingua tedesca ma anche quelle trentine e la rivolta divampò nelle valli Giudicarie, in Val di Non, nella Val di Sole, nelle valli di Fiemme e di Fassa, fino a contagiare il Bellunese. Anche qui la rivolta si concluse dopo epiche battaglie con l'arresto e la fucilazione a Mantova dell'eroe tirolese.

Probabilmente l'insurrezione più celebre, si accende nel 1799 a Napoli, nel Regno delle due Sicilie, il re Ferdinando abbandona la città di fronte all'esercito rivoluzionario francese, a opporre resistenza è il popolo napoletano, i cosiddetti Lazzari. I francesi dovettero impegnarsi molto per domare la resistenza e soltanto dopo tre giornate il generale Championnet può annunciare la vittoria, elogiando, tra l'altro, l'eroismo dei lazzari, che hanno lasciato sul campo ben 10 mila morti. Viene proclamata la Repubblica, i rivoluzionari giacobini locali, i “patrioti”, si facevano chiamare, si accorgono subito di essere estranei alla popolazione.

I “patrioti” imbevuti di ideologie utopiche, credevano nella magica virtù della “libertà”, venerando il regime repubblicano come infallibile e con una carattere quasi religioso. Sono convinti che basta promulgare alcune leggi per realizzare sistematicamente la felicità dei popoli. Pertanto scoprono, «com'era accaduto ai loro colleghi francesi, che il popolo reale non era il 'popolo' da essi idealizzato: pertanto, paralizzati tra il seducente miraggio di un popolo mitico e il terrore di una «plebe» concreta, decretano che questa era corrotta e occorreva costringerla alla «virtù». (Francesco Pappalardo, “1799: La Crociata della Santa Fede”, in Quaderni di Cristianità, n.3, inverno 1985)

Ironicamente possiamo scrivere che secondo gli intellettuali giacobini, era un popolo ignorante, rozzo, che deve ancora essere istruito e quindi bisogna costringerlo alla “libertà” rivoluzionaria. In pochi aderiranno alla nuova Repubblica; gli occupanti non fanno nulla per attirarsi simpatie, ovunque impongono tasse, taglieggiano gli inermi, rubano opere d'arte, perseguitano monaci, abusano delle donne e di religiose, incendiano edifici sacri, fanno scempio delle spoglie dei santi e organizzano mascherate con sacri arredi e manifestazioni contro la Religione.

L'8 febbraio 1799, il cardinale Fabrizio Ruffo, sbarca in Calabria con pochi uomini per organizzare la Controrivoluzione. «Ha con sé soltanto pochi compagni e una grande bandiera di seta bianca con lo stemma reale da una parte e la Croce dall'altra, su cui stava scritto il celebre motto: 'In hoc signo vinces'».

Ben presto il cardinale raccoglie migliaia di volontari provenienti di ogni ceto sociale, nasce l'Armata Reale della Santa Fede, molto si è scritto contro questo esercito composito, certamente non si può negare che alcuni vi aderiscono per desiderio di bottino o di vendetta personale, ma sicuramente la gran parte di volontari erano animati dalla devozione religiosa e monarchica.

Il 13 giugno 1799, l'Armata fa il suo ingresso trionfale nella capitale, «la festa dura poco. Il popolo minuto, che non aveva dimenticato i tradimenti, la sconfitta, le brutalità, i saccheggi, si vendica ferocemente dei suoi nemici. Fabrizio Ruffo cerca di arginare la guerra civile, ma poco manca che egli stesso sia imprigionato; a nulla valgono neppure le sue proteste contro la proditoria violazione, da parte dell’ammiraglio inglese Nelson, della convenzione conclusa con i vinti». (Ibidem)

Comunque sia i fatti di quei giorni che condussero alla condanna in massa dei giacobini napoletani, merita ben altro spazio, la storiografia di parte attribuisce la morte dei cosiddetti “patrioti” come Eleonora Fonseca Pimental, al cardinale Ruffo , ma basta guardare con serietà ai fatti, non si può negare che il cardinale fu l'unico a fare qualcosa per salvare i giacobini.

Tuttavia, ben presto il cardinale fu messo da parte, e la «restaurazione è ridotta a un’operazione di polizia e la monarchia ripropone il suo dominio assoluto, incapace di comprendere la necessità di una vasta opera di formazione dottrinale e contro-rivoluzionaria della classe dirigente e di messa in guardia della popolazione contro la penetrazione settaria».

Per concludere la pagina storica dell'Insorgenza italiana, nel 1799 i francesi dovettero abbandonare l'Italia, anche sotto la spinta dell'esercito russo-austriaco. La restaurazione durò poco, Napoleone, riconquista l'Italia e Pio VII venne incarcerato e deportato prima a Savona poi in Francia.

Il tema delle insorgenze merita qualche approfondimento sui protagonisti (le Masse cristiane) e sulle tre correnti storiografiche che hanno trattato l'argomento, lo faremo in seguito.

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Ho appreso la notizia della scomparsa di Jocelyne Khoueiry mentre ero in vacanza in Sicilia e subito il mio pensiero va a quegli anni novanta, quando l'ho conosciuta a Milano in occasione delle due conferenze organizzate dal Comitato per la Libertà e l'Indipendenza del Libano e da Alleanza Cattolica. Una donna straordinaria, che a starle accanto ti colpiva per la forza del suo ordinario eroico.

Jocelyne, è morta a Jbeil (Byblos) il 31 luglio, dopo una lunga malattia, presso il Centro ospedaliero universitario Notre Dame des Secours, dell’Ordine Libanese Maronita. I funerali si sono svolti il 2 agosto nella chiesa Saint-Siméon di Ghosta, presieduti da S.E. Mons. Antoine Nabil Andari, vescovo ausiliare dell’eparchia di Joubbé, Sarba e Jounieh – sede propria del Patriarca di Antiochia dei Maroniti. Al rito funebre ha partecipato un gran numero di fedeli, all’interno e all’esterno della chiesa – in ragione delle restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria del COVID-19 –, e fra di essi numerosi sacerdoti e religiosi, nonché personalità del mondo istituzionale e politico: fra costoro, Amine Gemayel, presidente della Repubblica Libanese nel 1982-1988; il deputato Roger Azaz in rappresentanza del Capo dello Stato, Michel Aoun; il leader politico e militare della resistenza cristiana in Libano, Fouad Abou Nader; il parlamentare Samy Gemayel, attuale presidente del partito Kataeb.

Jocelyne mi piace ricordarla come una novella Giovanna d'Arco del Libano, aveva vent'anni quando scoppiò quella che fu chiamata sommariamente “guerra civile”, prese le armi per difendere la libertà del Libano, minata dai fedayn palestinesi.

«Il conflitto la plasmò e cambiò, facendole vivere la fede in profondità. Di grande spiritualità mariana, fondò movimenti laicali cattolici in difesa della vita e della famiglia. Il 31 luglio ha perso l’ultima battaglia in questo mondo, ma certamente ha vinto, in Cielo, il premio più bello. Jocelyne Khoueiry, 64 anni, si è spenta, dopo lunga malattia, nell’ospedale Notre-Dame de Secours di Jbeil, portandosi dietro un pezzo di Libano che i più non conoscono senza sapere cosa si perdono». ( Marco Respinti, “Jocelyne, l’eroina che difese la libertà del Libano”, 3.8.2020,  La Nuova Bussola Quotidiana)

Era nata a Beirut nel 1955 e la leggenda vuole che sia stata addirittura la prima combattente di quella sanguinosa guerra del Libano iniziata nel 1975. Una guerra, che gli osservatori equilibrati hanno definito,“per procura”, altro che guerra civile. Sostanzialmente è stato una guerra di invasione, una guerra di annientamento. Sicuramente non è stata la “guerra di tutti contro tutti”, come amavano scrivere allora, la gran parte dei mass media. Non è stato, «il solito suk levantino dove non si capisce nulla e tribù contrapposte di semiselvaggi sventagliano raffiche di mitra a casaccio, ma la guerra di una nazione, cioè di una comunità di uomini per nascita e per destino, che si è difesa per preservare la propria identità, e che, preservandola, ha difeso le libertà fondamentali di tutti». (Ibidem)

Un profilo biografico di Jocelyne Khoueiry, è stato fatto anche da Pierluigi Zoccatelli (In memoriam di Jocelyn Khoueiry 1955-20220, in alleanzacattolica.org). Ripercorrere la storia del Libano contemporaneo, significa intrecciare la vita della Khoueiry con «le vicende del Paese dei cedri e nelle sue complesse sfaccettature geopolitiche, belliche e socio-religiose. Non a caso la vita di Jocelyne è già stata oggetto di una biografia in due edizioni – la prima del 2005 e la seconda, rivista e aumentata, del 2015 – per opera delle giornaliste e scrittrici francesi Nathalie Duplan e Valérie Raulin (Jocelyne Khoueiry l’indomptable, Le Passeur, Parigi 2015), di cui esiste pure una traduzione italiana (Il cedro e la croce. Jocelyne Khoueiry, una donna in prima linea, Marietti, Milano 2008)». Tra l'altro nel 1988 questa grande figlia del Libano diventa anche oggetto di un documentario, La Tueuse, diretto dalla regista Jocelyne Saab, sua connazionale, per il francese Canal+.

Quando, nell’aprile 1975, scoppia la guerra, Jocelyne imbraccia il fucile automatico perché a quel punto non c’è altro da fare. I nemici sono assetati di sangue, non risparmiano nessuno e qualcuno deve agire. I fedayn palestinesi, accolti dal Libano generoso, avevano oramai creato uno Stato dentro lo Stato, sovvertendo il Paese dall’interno.

«Jocelyne Khoueiry si appassiona alle vicende politiche della sua nazione sin dagli anni del liceo, quando s’iscrive alle scuole superiori presso l’istituto di Chahrouri ad Achrafieh (Beirut Est), dove inizia a frequentare le attività politiche del Kataeb – le Falangi Libanesi, fondate nel 1936 da Pierre Gemayel (1905-1984) –, contrassegnate dal motto del movimento: “Dio, Patria, Famiglia”. Già iscritta nel corso di giornalismo presso l’Università Libanese – terminerà il ciclo di laurea nel 1978 –, nel 1975 sopraggiunge l’inizio di quella che sarà chiamata La guerra in Libano (1975-1990), ciò che spingerà Jocelyne ad arruolarsi nelle milizie del Kataeb, assieme a molti giovani cattolici libanesi, per prendere parte alla difesa della comunità cristiana, minacciata nella propria esistenza e libertà».

La nostra eroina è entrata nella “leggenda” con una celebre battaglia, chiamata “degli hotel”. Insieme a sei ragazze difende un edificio strategico a Beirut nella piazza dei Martiri, riuscendo nella notte del 6 maggio 1976, a neutralizzare in quella circostanza un attacco di almeno un centinaio di miliziani palestinesi. Jocelyne ne abbatte il capo  e così i fedayn sbandano e si ritirano.

In questa fase della sua vita, Jocelyne si rende particolarmente celebre come capo (raïsseh) delle combattenti, da autentica comandante qual era, un tale compito Jocelyne lo aveva reclamato e se lo era visto attribuire in prima istanza, nel 1980, durante un importante incontro a quattr’occhi con il capo politico e militare della resistenza cristiana libanese – sheikh Bachir Gemayel (1947-1982), Jocelyne arriverà a comandarne più di mille combattenti. Bashir oltre al comando militare, le affidò il compito di occuparsi della formazione morale e valoriale delle militanti libanesi. «Come ricorderà lei stessa in un’intervista del 1989: “Proprio nel 1980, con le altre donne che dirigevano con me il settore femminile delle Forze Libanesi, mi sono resa conto che il nostro cristianesimo era inadeguato, spesso una semplice indicazione di appartenenza, e che eravamo lontane dal vivere la fede, la speranza e la carità evangeliche come devono farlo autentiche fedeli della Chiesa cattolica. Abbiamo così scoperto una dimensione che andava oltre sia l’aspetto nazionale che quello militare della nostra lotta, cioè abbiamo messo a fuoco una Verità con la maiuscola: una Verità che certamente contiene tutto quanto avevamo fatto fino ad allora, ma pure lo oltrepassa. In sostanza, abbiamo capito che la storia ha un senso e che Gesù Cristo è il Signore della storia e quindi la dirige con la sua Provvidenza e con il suo Amore” (Marco Invernizzi, Per un Libano al servizio della Chiesa,  Cristianità, anno XVII, n. 167-168, marzo-aprile 1989, pp. 15-16)».

Assassinato Bashir, cambiate le condizioni, nel 1986 Jocelyne capisce che è davvero venuto il momento di proseguire la battaglia con altre armi. La guerra l’ha forgiata, cambiata, plasmata, facendole vivere la fede fino in fondo.

«Così, il 31 maggio 1988 – nella festa della Visitazione della Beata Vergine Maria –, assieme a quaranta responsabili femminili della resistenza, Jocelyne Khoueiry si è dimessa dallo Stato Maggiore delle Forze Libanesi per dare inizio a una nuova forma di apostolato nella società libanese, fondando il movimento laicale femminile cattolico La Libanaise – Femme du 31 Mai, con lo scopo “di servire il Libano alla luce dell’insegnamento della Chiesa cattolica e di formare la donna perché assuma e svolga correttamente il suo ruolo nella Chiesa e nella società” (Per un Libano al servizio della Chiesa, cit., p. 16).

In virtù della profonda sintonia nel tipo di apostolato e vocazione all’impegno culturale e politico, Alleanza Cattolica – che sin dagli anni 1970 seguiva con partecipazione i destini della resistenza cristiana in Libano (cfr. Giovanni Cantoni [1938-2020] Il martirio di Bashir Gemayel e il risveglio del Libano cattolico, Cristianità, anno X, n. 90, ottobre 1982, pp. 1-3) – incontrerà ben presto il movimento fondato da Jocelyne Khoueiry, sicché per un intero trimestre, da ottobre a dicembre del 1989, ella e alcune sue militanti furono invitate in Italia per condurre una tournée di conferenze nell’intera penisola, in una vasta pluralità di incontri e conferenze pubbliche promosse da Alleanza Cattolica e realizzate grazie alla collaborazione di diverse realtà ecclesiali e associative (cfr. Testimonianza per il Libano, Cristianità, anno XVIII, n. 178, febbraio 1990, pp. 15-18).

La collaborazione feconda tra Alleanza Cattolica e Jocelyne Khoueiry e la

La Libanaise – Femme du 31 Mai, durerà anche negli anni immediatamente successivi.

La generosità nell’impegno socio-culturale e di apostolato di Jocelyne Khoueiry, anche come fondatrice d’iniziative e associazioni, non terminava qui. Nel 1995, dopo la lettura e meditazione dell’enciclica Evangelium Vitae sul valore e l’inviolabilità della vita umana, percependo l’urgenza del tema, dà vita all’associazione “Oui à la vie”, per risvegliare le coscienze sul senso morale della vita; l’associazione sarà ben presto incorporata nella Commissione episcopale per la famiglia e la vita dell’Assemblea dei Patriarchi e Vescovi cattolici del Libano.

Ancora, nel 2000 sarà la fondatrice del Centre Jean-Paul II, finalizzato a opere di servizio sociale e per il dialogo culturale. Ma la sua azione non si esauriva nella molteplicità di attività nella madre patria, non da ultimo in virtù di varie responsabilità da lei ricoperte presso la Santa Sede: nel 2010 partecipa ai lavori dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, nel 2014 è relatrice all’Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, e nello stesso anno è chiamata a fare parte in qualità di membro del Pontificio Consiglio per i Laici.

Della speciale vocazione della Khoueiry  ha voluto parlare il Patriarca dei Maroniti, cardinale Béchara Boutros Raï O.M.M., nell’orazione funebre che è stata letta durante la funzione di commiato del 2 agosto. “il porporato ha insistito non sul percorso da combattente di Jocelyne Khoueiry, ma sul suo cammino di fedele che l’ha condotta, con la stessa passione, quasi cinque anni fa, al conseguimento di un dottorato in teologia all’università dello Spirito Santo a Kaslik. Lasciando da parte gli anni 1975-1979, dove faceva parte delle ‘forze regolari’ del partito in guerra del Kataeb, e gli anni 1980-1985, quando si è unita alle Forze Libanesi (FL) e ha profuso ogni sforzo per ‘evangelizzarle’, tanto che un ex miliziano convertito di nome Assaad Chaftari l’ha paragonata a una ‘pastorale militare’, il patriarca ha parlato di ‘conversione radicale della vita’, caratterizzata da un incrollabile attaccamento all’Eucaristia e alla Vergine Maria”.

Interessante il racconto finale di Zoccatelli sulla veglia funebre delle suore carmelitane di clausura, del monastero del Carmelo della Théotokos e dell’Unità nel villaggio di Harissa, nel distretto di Kesrouan,  rimaste sole con l’amica e figlia spirituale di tanti decenni, colte da ispirazione, mettono il loro mantello di monache di clausura sul corpo di Jocelyne, considerandola una di loro, dopo averla incoronata di fiori e incensata. «Sicché sul monte ad Harissa, dove a poche centinaia di metri dal Carmelo sorge l’imponente santuario di Nostra Signora del Libano – patrona e protettrice del Paese dei cedri –, Jocelyne Khoueiry ha coronato il suo desiderio spirituale più intimo, e può ora contemplare il Volto di Dio, sotto il manto della Vergine del Carmelo, della Regina Libani, che lei ha intensamente amato e pregato per sé e la sua così tanto amata nazione, e che a noi rimane d’implorare, per la nostra personale salvezza, e per la rinascita del Libano».

 

“Come ti chiami? Luigi Carlo Capeto.

Quanti anni hai? 8, sono cittadino della repubblica francese.

Tuo padre si chiamava? Luigi Capeto.

Di professione? Fu re, tiranno e pervertito.

Perché è morto? Per volontà del popolo.

Chi era tua madre? Maria Antonietta d’Austria.

Di professione? Regina e sgualdrina.

Perché è morta? Per volontà del popolo.

Cosa vuoi dirci in loro memoria. Che sputo sulle loro tombe”

 

Questo il drammatico interrogatorio che conclude la prima parte del film La primula rossa del 1982 e mostra il piccolo prigioniero, il delfino di Francia nelle mani dei suoi aguzzini costretto ad infangare il nome dei suoi genitori. Il suo calvario inizia il 13 agosto del 1792 quando con la sua famiglia viene imprigionato e dopo la morte dei genitori (21 gennaio, il Re Luigi XVI e il 16 ottobre 1793 la Regina Maria Antonietta) diviene Re di diritto e affidato alle cure della famiglia materna. Affidamento che viene revocato il 3 luglio e inizia così una lunga agonia fatta di angherie, torture fisiche e psicologiche per mano di una coppia di sans-culotte, un ciabattino, Antoine Simon e una donna delle pulizie, Marie-Jeanne. È proprio Simon che, nel dialogo del film, fa le domande al piccolo Re Luigi XVII. Nel gennaio del 1794 Simon deve lasciare l’incarico e, dopo la morte di Robespierre avvenuta nel luglio del 1794 si riesce a vedere lo stato dei prigionieri nella Torre, ma è troppo tardi, il piccolo muore di stenti l’8 giugno dell’anno successivo. Il medico che fa l’autopsia, porta via il cuore reale che passa di mano in mano: dal medico ad uno studente di medicina, dall’arcivescovo di Parigi alla famiglia Orleans, poi i Borbone spagnoli. Infine il duca di Beauffremont che ne diviene proprietario e lo conserva nella basilica di Saint Denis. Un confronto col dna dei capelli materni conferma che quel piccolo cuore appartiene a l “enfant du Temple”, il piccolo re del quale pochi si ricordano e ancora meno ricordano il giorno della sua morte a soli dieci anni.

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