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Sabato, 15 Dicembre 2018

In occasione del centenario dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il Centro Culturale Cattolico San Benedetto, propone una Mostra fotografica all’attenzione della cittadinanza e del pubblico. Per l'occasione è stato pubblicato un volume, «La Grande Guerra. Politica, Chiesa, Nazioni», edito da Lindau (2014), uno strumento di tipo divulgativo e nello stesso tempo di alta qualità sotto il profilo scientifico, che consenta una viva riscoperta di ciò che storicamente ricordiamo, unitamente ad uno stimolante approfondimento circa le implicazioni e le conseguenze che ha avuto sul mondo di ieri e su cosa può dire a noi oggi.

Leggo dal sito del Centro Culturale (cccsanbenedetto.wordpress.com) che la mostra si potrà vedere presso la Scuola Secondaria di 1° grado, “A. Ronchetti” de l'Istituto Comprensivo Vanzago-Pogliano Milanese, dal 12 al 15 novembre.

Il testo consiste in una serie di schede di alcuni studiosi, curate da Luca e Paolo Tanduo, che formano una ricerca di studi accurata e sintetica sulla guerra. Il testo è un'opera collettiva di Enzo Fumagalli, Filippo Peschiera, Riccardo Pezzoli, Filippo Spanò, Manuela Stelluti Scala, Silvia Rines, Ambrogio Tanduo. «Studi, mostre, convegni vengono organizzati in tutta Europa per ricordare i 100 anni della Grande Guerra - scrive Don Giulio Zagheni -  Il presente volume e la mostra a esso collegata si inseriscono in questo cammino e ripercorrono alcune tappe del tragico conflitto, leggendolo dal particolare punto di vista della Chiesa e degli eventi italiani».

Le conseguenze della Grande Guerra sono impressionanti, secondo don Zagheni: 10 milioni di morti, 21 milioni di feriti e dispersi; l'annientamento degli imperi austro-ungarico e zarista; la rivoluzione russa (1917-1920); la guerra civile spagnola (1936-1939); la guerra civile in Italia tra fascisti e antifascisti; la guerra nella ex Jugoslavia; la seconda guerra mondiale, con 50 milioni di morti. Pertanto i due colpi sparati a Sarajevo, non provocarono soltanto lo scoppio della guerra, ma sancirono il crollo della civiltà europea e un mutamento profondo nella vita di tutti i Paesi del continente.

In questa prima grande guerra, vincitori e vinti uscirono dal conflitto sconvolti su tutti i piani, da quello economico e ideologico, a quello politico e sociale. I grandi studiosi come Furet, Nolte la chiamano la «la guerra civile mondiale».

Si inizia con le ragioni del conflitto; si parte dal 1905, con numerosi interventi che posero le basi per lo scoppio del conflitto. Il testo focalizza l'attenzione sui motivi culturali come la diffusione di una certa «'statolatria', che dava alla guerra un'assurda cornice romantica, anestetizzando la paura e sacralizzando la morte». Infatti, «la cultura giocò un ruolo fondamentale nel sostenere il conflitto soprattutto in Francia e in Germania dove gli  intellettuali giustificarono la scelta nazionale». Bergson parlò di «lotta della civiltà contro le barbarie». Ma anche gli intellettuali tedeschi pensavano di avere una missione civilizzatrice. In pratica ogni parte era convinta di combattere una guerra giusta. «In Italia, intellettuali e giornalisti, tra cui personalità come Gabriele D'Annunzio e il direttore del Corriere della Sera, Luigi Albertini, riuscirono a convincere un paese sostanzialmente neutralista alla causa irredentista e interventista».

Subito dopo, si passa ai protagonisti di quegli anni terribili: Francesco Giuseppe, lo zar Nicola II, il Kaiser Guglielmo II e poi i primi ministri degli Alleati francesi , inglesi, italiani. Da pagina 26 a pagina 38, il libro si ferma sul movimento cattolico, sui cattolici di fronte allo scoppio della guerra. I cattolici di fronte allo Stato liberale, si erano divisi tra intransigenti e transigenti, venivano dagli anni del non expedit; di non partecipazione alle competizioni elettorali. Poi nel 1913 con il Patto Gentiloni, per la prima volta parteciparono cogliendo un ottimo risultato. Intanto nasce il Partito Popolare di don Luigi Sturzo, che avrà un certo ruolo durante la guerra. A questo punto di fronte alla guerra, i cattolici si dividono in interventisti e neutralisti. L'interventismo era appoggiato da varie forze politiche e culturali: i nazionalisti, i repubblicani, alcuni socialisti riformisti, i sindacalisti rivoluzionari, come Mussolini, direttore del “Popolo d'Italia”, poi i liberali non giolittiani, la massoneria italiana e molti giornali. Nel 1915, ci sono state le «radiose giornate», del 16, 20, 24 maggio, a favore della guerra.

A Roma, D'Annunzio richiamava il mito della Roma dei Cesari a favore della causa interventista. D'Annunzio nella sua oratoria, usava anche simbolismi sacri e paganeggianti. Poi c'erano le posizioni neutraliste dei cattolici intransigenti, quindi a favore dell'Austria che consideravano un baluardo contro i nemici dell'Europa cristiana. Per questi la massoneria era a favore della guerra con lo scopo di distruggere l'impero austriaco, ultimo residuo di quel Sacro Romano Impero. Tra i neutralisti, il libro, si sofferma su Filippo Meda che si ispirava alla dottrina della Chiesa, rifiutando la deriva materialista socialista.

Le nuove tecnologie, ampliavano il potere distruttivo degli armamenti,  modificarono sensibilmente il modo di condurre la guerra. Il testo, dettagliatamente, riporta i numeri delle varie forze armate in campo. Nella marina hanno un grande peso le corazzate. La prima super-corazzata fu la Queen Elizabeth. Un grande ruolo nella Grande Guerra l'ha avuto l'aviazione. L'aereo è stato uno delle grandi novità della Prima Guerra mondiale. «Il volo comportava rischi notevoli perché gli apparecchi erano poco sicuri e per questa ragione era fondamentale la bravura dei piloti, i 'cavalieri del cielo', costretti a volare senza paracadute, perché ingombrante». Leggendari sono stati alcuni aviatori come il tedesco barone rosso, Manfred von Richthofen o il nostro Francesco Baracca.

La caratteristica principale della Grande Guerra, è stata la guerra di trincea, tra i reticolati. Il conflitto doveva essere veloce, ben presto si è trasformato in una guerra di posizione dominata dalle trincee con reticolati. In questo tipo di guerra il protagonista diventa, «il logoramento fisico e psichico, lo stress, la presenza continua della morte, ebbe un grande impatto sui soldati. I campi di battaglia erano caratterizzati dalla presenza di ostacoli passivi, filo spinato, lavori di fortificazione campale, trinceramenti di vario tipo, ricoveri, osservatori, camminamenti».

A terra venivano utilizzate le mitragliatrici che falcidiavano il nemico. Nel primo giorno dell'offensiva sulla Somme, gli inglesi nel 1916, persero 20.000 soldati, uccisi in gran parte dal fuoco automatico dei mitraglieri avversari. Poi sono stati utilizzati i gas, i primi furono i francesi e non i tedeschi.

Per la prima volta viene utilizzato il carro armato, furono gli inglesi a costruirlo per primi. Il testo riporta brevemente le grandi battaglie che hanno causato le gratuite carneficine di milioni di uomini. A Verdun morirono 300 mila soldati francesi e 300 mila soldati tedeschi. La guerra di trincea portò a sanguinosi scontri per la conquista di pochi metri.

Sul fronte italiano ci furono dodici grandi battaglie contro l'esercito austro-ungarico, che provocarono tra italiani e austro-tedeschi 410 mila morti. Altra caratteristica furono i bombardamenti delle città. Lo spiegavo ai ragazzini più grandi delle elementari come la Guerra era cambiata. Ormai era totale, per la prima volta anche i civili erano coinvolti, combattevano tutti, non solo i soldati. Ecco i bombardamenti delle città indifese, la Santa Sede, il Papa Benedetto XV deplorava tali bombardamenti. La Chiesa ha sempre protestato per i morti civili e la distruzione dei monumenti e dei tesori d'arte e cultura.

Il testo curato dal Centro Culturale S. Benedetto, sottolinea la tregua di Natale del 1914, quando ancora la perdita di umanità non aveva fatto presa nei belligeranti.

Il testo dà conto della cosiddetta «guerra bianca», quella parte di conflitto che ebbe come teatro le cime e i ghiacciai dell'Ortles-Cevedale e dell'Adamello, dove i nostri alpini si scontrarono con i Kaiserjager. Qui il testo brevemente accenna agli episodi, alle leggendarie imprese degli alpini. Una guerra che si svolse tra i 2000 e i 3000 metri, per cui i soldati furono falcidiati più dalle slavine, dal gelo che dalle mitraglie.

Naturalmente si menziona la situazione degli italiani del Trentino, divisi tra quelli favorevoli agli austriaci e chi invece con il governo italiano.

A questo proposito diventa difficile il ruolo assunto dai tanti sacerdoti, diventati nel frattempo cappellani, vicini alle truppe di combattimento, a pagina 74, c'è una scheda, dove viene affrontato l'argomento, prendendo in esame il caso di padre Semeria, che euforicamente ha aderito agli ideali nazionalistici, della Patria in combattimento. Ma ben presto ha dovuto ricredersi, venendo a contatto con le varie carneficine.

La Chiesa, la Santa Sede era da sempre neutrale. Papa Benedetto XV, è passato alla storia per la celebre frase dell'inutile strage, dando un giudizio estremamente negativo della guerra che si stava combattendo.

Il Santo Padre in un articolo dell'Osservatore Romano, intitolato «La Chiesa e i suoi ministri nelle amarezze dell'ora presente», chiariva la missione propria del sacerdote in guerra. Riferendosi ai sacerdoti, il papa scriveva, «[...] non dimenticheranno mai che, al di sopra delle aspirazioni anche legittime del sentimento patriottico, è da porsi costantemente l'interesse generale della Chiesa e dell'umanità, ricordando sempre di essere ministri di Colui, che anche nel mezzo agli spasmi della sua passione, non aveva parole di amarezza e di odio per i suoi carnefici, e moriva perdonando ai propri nemici».

Il testo sporadicamente fa riferimento a quei vescovi che si trovano coinvolti in prima persona nella guerra, come quello di Padova, di Trento, di Vicenza. Non è stato facile per loro mettere in atto le direttive della Santa Sede. Nel testo si fa solo qualche accenno alla persecuzione o quantomeno all'ostracismo che hanno subito tanti sacerdoti, religiosi, da parte dell'amministrazione statale italiana, che spesso li vedeva come disfattisti, antipatrioti.

Il testo si sofferma sulla difficile diplomazia vaticana per scongiurare la guerra. In particolare si guarda alla corrispondenza del papa con l'imperatore Carlo d'Asburgo, che tentò in tutti i modi di salvare, senza riuscirci , l'Austria-Ungheria, ma soprattutto di fare la pace. Sull'eroica figura di Carlo I° d'Austria, il libro dedica una scheda, per evidenziare il suo impegno per la pace.

Inoltre si evidenzia l'impegno della Chiesa cattolica per le numerose popolazioni che a causa della guerra stavano letteralmente morendo di fame, sui tanti profughi, sballottati da un fronte all'altro. Il papa, i religiosi erano sempre vicini ai loro bisogni.

Benedetto XV si spese molto per risolvere la questione dei prigionieri di guerra, per la loro assistenza. Nel libro si ricorda la vergognosa posizione del governo italiano, che praticamente ha abbandonato i propri soldati prigionieri, non firmando il trattato di Berna sui prigionieri. Mi riferisco allo scambio dei prigionieri tra italiani ed austriaci. Sonnino e Diaz temevano l'aumentare del disfattismo e delle diserzioni.  Qui si dovrebbe ricordare l'odiosa fucilazione di tanti poveri soldati italiani da parte delle squadre di carabinieri, obbligati a svolgere quel ruolo tanto odioso di fucilare chi disertava o aveva paura di combattere. Ricordo la mia recensione al prezioso testo di Monticone e Forcella, «Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale», edizioni Laterza (2014).

Il testo si chiude con le schede che riguardano il dopoguerra. Interessante quella sulla Russia e la profezia di Fatima, e quella sull'eccidio degli Armeni. Almeno 1 milione e 400 mila armeni massacrati dai Giovani Turchi, tra deportazioni di massa e vari assassini.

Il testo si limita ad osservare i fatti e gli avvenimenti della Grande Guerra, qua e là fa qualche considerazione politica, forse bisognava essere un poco più critici sul Governo italiano, sul ruolo degli intellettuali, di certi partiti, della massoneria e soprattutto su certi ufficiali dell'esercito italiano che non hanno avuto un comportamento irreprensibile. Del resto nella presentazione del libro, si può leggere che in questi studiosi, «nella loro ricerca prevale piuttosto l'esame ragionato delle diverse visioni che si contrapposero, l'analisi delle sensibilità, delle idee e delle esperienze che si fronteggiarono, e spesso si scontrarono, anche e soprattutto in campo cattolico».

 

 

L'intensa l'attività di apertura al contesto internazionale del Conservatorio di Firenze registra un nuovo e importante traguardo. Giovedì 8 e venerdì 9 novembre gli oltre 30 membri dell'Orchestra del Cherubini diretta dal M° Paolo Ponziano Ciardi già responsabile dell'Ufficio Relazioni Internazionali dell'Istituto, saranno ospiti della Fujairah Fine Arts Academy negli Emirati Arabi Uniti, unico Conservatorio del mondo arabo oltre quello de Il Cairo. 

La tradizione e l’esperienza ultracentenaria del Cherubini vengono quindi messe a disposizione di una nuova struttura in rapida crescita che ha scelto il Conservatorio fiorentino come interlocutore per crescere e sviluppare la formazione musicale ad alto livello negli Emirati Arabi Uniti. Le due istituzioni firmeranno il prossimo 8 novembre a Fujairah, alla presenza di Sua Altezza lo Sceicco Mohammad bin Hamad Al Sharqi, del Presidente del Conservatorio Cherubini di Firenze, Pasquale Maiorano, congiuntamente ai rispettivi direttori delle due istituzioni Paolo Zampini, per Firenze, ed Ali Obadi Al Hefaiti per Fujairah, una convenzione per la collaborazione delle istituzioni nel campo della formazione, di ampio respiro, ma che prevede oltre agli scambi di docenti e studenti, anche interessanti aperture al mondo della musica araba e viceversa. 

Un progetto ambizioso, suggerito da Francesco Cappelletti dell'Ufficio Relazioni Internazionali del Cherubini, che intende far toccare due realtà profondamente diverse le cui distanze si annullano sotto il segno della musica di alto livello. A margine dell’evento della firma dell’8 novembre l’Orchestra del Conservatorio sotto la guida del M°Paolo Ponziano Ciardi, si esibirà in un programma dalle interessanti sfaccettature con musiche tradizionali arabe ed occidentali, dove prenderanno parte anche il pianista Aldo Dotto ed il direttore AliObadi all’Oud (strumento tradizionale arabo). Il 9 novembre l’orchestra sarà infine ospite dell’auditorium del Ministero della Cultura in Fujairah, per un concerto sinfonico in cui si esibiranno la violinista Daria Nechaeva ed il M° Paolo Zampini, con un omaggio al nome di Cherubini, del quale verrà eseguita la celebre Sinfonia in Re.  

 

 

E' una domanda che viene posta fin dal 13 marzo 2013, giorno della sua elezione al pontificato. Sulla stampa, ma soprattutto sui social, da tempo ci si interroga sulla linea politica religiosa di Papa Francesco. Da parte ultra-tradizionalista, innumerevoli sono i post che attaccano la sua persona.

In pratica viene accusato di voler distruggere la Chiesa, di favorire l’aborto e la distruzione della famiglia, di odiare i cattolici, di sfruttare i poveri per farsi bello. Dal lato opposto, i progressisti lo esaltano come un rivoluzionario che sta abolendo tutti quei principi che ostacolano il dialogo col mondo, vedi quelli di morale sessuale, del matrimonio. Anche se ultimamente sembra che venga criticato anche da questa sponda, perché non ha fatto quella rivoluzione tanto auspicata. Infatti per il sociologo Massimo Introvigne quella progressista è la «prima di quattro diverse opposizioni, di cui si parla pochissimo, è quella “da sinistra”, che considera Francesco un falso riformatore. Nel mese di marzo 2018, quando il Papa ha celebrato i cinque anni di pontificato, il “New York Times”, il “Times” di Londra e “Le Monde” a Parigi hanno pubblicato articoli di autori diversi ma molto simili tra loro. Tutti accusavano Francesco di avere deluso le aspettative. Alla fine, spiegavano, la Chiesa è rimasta quella di sempre, senza donne sacerdote, senza abolizione del celibato dei preti, senza un’apertura all’aborto, e senza che nelle parrocchie cattoliche, come avviene in alcune comunità protestanti, si celebrino matrimoni omosessuali». (M. Introvigne, «Vaticano. Ecco i nemici di Francesco» 30.8.18, Il Mattino)

In questi anni di pontificato Papa Francesco è stato indicato, soprattutto dalle frange tradizionaliste, come responsabile diretto di ogni evento negativo: dai preti pedofili all'abbandono delle vocazioni. I toni sono alti, insulti, espressioni inaccettabili, parole e giudizi che travalicano la normale e corretta critica, infamanti strumentalizzazioni e falsificazioni del suo pensiero. Qualcuno addirittura ha parlato di «guerra civile» tra cattolici.

«Papa Benedetto XVI diceva che chi opera per dividere e contrapporre la Chiesa e i suoi membri di fatto opera per cercare di distruggerla. Questo è quello che appare osservando i risultati del documento diffuso dell’ex nunzio negli Stati Uniti d’America, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, pochi giorni dopo la sua pubblicazione, il 26 agosto. Pensato e scritto con ogni evidenza per nuocere al regnante Pontefice, fino al punto di chiederne le dimissioni, il documento di fatto colpisce più pesantemente i due predecessori, Benedetto XVI e san Giovanni Paolo II (1920-2005)». (M. Invernizzi, «Cum Petro», 31.8.18, in Alleanzacattolica.org).

Comunque per ora tralascio la questione Viganò e da semplice fedele peccatore,  tento di fare un po' di chiarezza, sul cosiddetto progressismo di Papa Francesco, cercando così di rispondere, soprattutto, alle deliranti accuse degli ultratradizionalisti.

Propongo alcuni testi pubblicati, tra l'altro, a ridosso della sua elezione. Allora, forse erano più forti i pregiudizi, gli stereotipi che lo volevano far apparire un papa progressista. Invece sono convinto che Papa Francesco, come ho già scritto in altre occasioni, è in linea col magistero dei suoi predecessori.

Del resto ogni volta che viene eletto un nuovo papa, inevitabilmente si accende il dibattito sulla sua identità: è conservatore, è  progressista. Per rimanere ai pontefici che ho conosciuto, è capitato sia con San Giovanni XXIII, col beato Paolo VI, con San Giovanni Paolo II, e infine con lo stesso Papa Benedetto XVI. Forse, perfino San Pio X, è stato per certi versi un papa “progressista”, o almeno riformista, basti pensare quando ha permesso ai bambini di 7 anni di accedere alla santa comunione.

Pertanto sono convinto che ogni pontefice soprattutto all'inizio, nei primi anni è sempre un innovatore, anche se poi sostanzialmente rimane sempre un conservatore, soprattutto sulla dottrina.

Per l'occasione sono andato a rileggermi un discorso del 1990, fatto a Rimini, dall'allora cardinale Joseph Ratzinger all'XI Meeting per l'amicizia tra i popoli, «Una Compagnia sempre riformanda», naturalmente la compagnia era la Chiesa; in questo discorso, poi diventato documento, il Papa emerito, spiega l'essenza della vera riforma. «La reformatio, quella che è necessaria in ogni tempo, non consiste nel fatto che noi possiamo rimodellarci sempre di nuovo la 'nostra' Chiesa come più ci piace, che noi possiamo inventarla, bensì nel fatto che noi spazziamo via sempre nuovamente le nostre proprie costruzioni di sostegno, in favore della luce prossima che viene dall'alto [...]».

Nell'opera di riforma, Ratzinger diceva, parafrasando san Bonaventura, bisogna fare come lo scultore che non fa qualcosa, ma fa una ablatio, «che consiste nell'eliminare; nel togliere via ciò che è inautentico». E trattando del modello guida per la riforma ecclesiale, Ratzinger affermava, che certamente abbiamo bisogno di nuove strutture umane di sostegno per poter parlare ed operare in ogni epoca storica. Bisogna avere chiaro però che «esse invecchiano, rischiano di presentarsi come la cosa più essenziale, e distolgono così lo sguardo da quanto è veramente essenziale. Per questo esse devono sempre di nuovo venir portate via, come impalcature divenute superflue. Pertanto per il cardinale, «Riforma è sempre nuovamente una ablatio: un togliere via, affinché divenga visibile la nobilis forma, il volto della Sposa e insieme con esso anche il volto dello Sposo stesso, il Signore vivente».

Subito dopo l'elezione di papa Francesco, sono stati in tanti a raccontare la sua vita da vescovo, da cardinale di Buenos Aires. Tutti hanno scritto che era un pastore venuto «dalla fine del mondo», che con gli atti, i gesti, le parole è stato capace di toccare il cuore e la mente di uomini e donne, di credenti e non credenti.

In «Aprite la mente al vostro cuore», pubblicato da Rizzoli (2013) Il Papa rivela la profondità della sua vita spirituale e ci guida, in quattro meditazioni, all'incontro con Gesù, al mistero della manifestazione di Dio nel mondo, al futuro della Chiesa, carico di sfide eccezionali, infine alla dimensione quotidiana della vita di cui non dobbiamo vergognarci. E' un testo presentato dall'arcivescovo di Santa Fè, Josè Maria Arancedo. Dove si presenta raccolti alcuni scritti di Papa Francesco prima di diventare papa. In questi scritti si può apprezzare la ricca tradizione «ignaziana» dell'autore. Scritti improntati al cammino di rinnovamento spirituale e al dinamismo missionario della Chiesa.

Nella I parte sul tema della fede, Bergoglio per annunciare il Vangelo, invita al discernimento, e fa riferimento continuo alla «Evangelii Nuntiandi» del beato Paolo VI. La nostra fede è rivoluzionaria, combattiva, il cui spirito battagliero va messo al servizio della Chiesa. Fra le tentazioni più gravi c'è quella di allontanarsi dal contatto col Signore e quella della consapevolezza della sconfitta. «Nessuno può intraprendere una battaglia se già in partenza non è sicuro del proprio trionfo. Chi inizia senza fiducia ha già perso in anticipo metà della lotta. Il trionfo cristiano è sempre una croce che è al tempo stesso vessillo di vittoria[...]». Più avanti nelle riflessioni Bergoglio ci invita ad essere realisti: «si conosce ciò per cui si lotta e, nella misura in cui non si sa per che cosa si combatta, si è destinati a essere sconfitti. I primi evangelizzatori fecero conoscere agli Indios d'America contro che cosa dovevano combattere. L'impegno dei pastori non deve tralasciare questo aspetto della fede: aiutare il prossimo a sapere contro che cosa occorre lottare».

Interessanti le riflessioni sulla Croce e il «senso belligerante della vita»:«la croce è la 'battaglia finale' di Gesù: in essa sta la sua vittoria definitiva. Alla luce della guerra di Dio combattuta sulla croce, possiamo approfondire la dottrina sul tema del senso belligerante della nostra vita affidata al Signore […] L'impegno dei pastori, come quello dei fedeli, sarà sempre assediato dalla tentazione di rinunciare alla lotta, o dissimularla, o indugiare nel 'perché' dobbiamo batterci, nel 'quando' e nel 'come'...».

E riferendosi ai tanti uomini e donne che hanno perso la fede, non sapendo lottare, perché «hanno confuso la battaglia con la baraonda! E quanti, in mezzo al polverone quotidiano, non hanno saputo riconoscere chi era il nemico e hanno finito per ferirsi tra loro! Altri, per timore di battersi e in cerca di una pace fasulla, hanno immolato la propria vita sugli altari di un irenismo tanto infecondo quanto inefficace». Quanta attualità troviamo in queste parole. Pertanto Bergoglio ci invitava a chiedere al Signore, «la grazia di addentrarci nella dimensione belligerante della vita apostolica; grazia che ci libera dall'inconcludente atteggiamento infantile che ci porta a 'giocare con la pace' come con la guerra. Intuire la dimensione belligerante della vita apostolica implica riconoscere che, nel nostro cuore, se vogliamo servire Dio, deve esserci la lotta, intesa come ricerca della croce in quanto unico luogo teologico di vittoria[...]». Quindi per Bergoglio con «la croce non si può negoziare, non si può dialogare: o la si abbraccia o la si rifiuta[...]».

In un altro volumetto, «Non fatevi rubare la speranza», curato da Mondadori (2013), troviamo delle riflessioni già pubblicate in Argentina nel 1992, sulla preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza.

In questo ricchissimo testo di riflessioni Jorge Mario Bergoglio, si ritrova il suo stile comunicativo denso di colore e di concretezza sulle questioni centrali del suo messaggio di pastore della Chiesa. Per quanto riguarda la politica si sente la necessità di superare la crisi della postmodernità, sconfiggendo sia l'individualismo che il totalitarismo. La preoccupazione più pressante per Bergoglio è l'«orientamento esistenziale del cristiano, che deve tornare a caricare su di sé le sofferenze del prossimo: 'avvicinarsi a ogni carne dolente' senza timore[...]».

In una riflessione su Gesù sacerdote, il cardinale, ci esorta «a rinnegare qualunque forma di 'quiete' paralizzante. Ci viene chiesto di 'correre' con coraggio», verso la testimonianza di Nostro Signore Gesù Cristo.

Mariano Fazio, sacerdote argentino, che conosce molto bene Papa Francesco, nel volumetto, «Con Papa Francesco», sottotitolo: 'Le chiavi del suo pensiero', Edizioni Ares (2013), al terzo capitolo spiega cosa significa, uscire verso le periferie esistenziali. Bergoglio fa riferimento all'immagine evangelica del Buon Pastore, che lascia le novantanove pecore e va alla ricerca di quella perduta. Invece «oggi abbiamo una pecora nell'ovile e bisogna andare in cerca delle novantanove che sono uscite o che non sono mai state nel recinto. Rimanere in uno stato di conservazione di quel che abbiamo, disinteressandosi dei lontani, che in cuor loro ci stanno aspettando, sarebbe cadere in una Chiesa autoreferenziale, che si chiude in sé stessa e non è fedele al comando del Signore di andare fino alla fine del mondo predicando il Vangelo».

La Chiesa oggi deve cambiare modello culturale, sistema di evangelizzazione, non può aspettare con le porte aperte che la gente si avvicini. Una volta questo sistema funzionava, oggi non più. «Nella situazione attuale la Chiesa deve trasformare le proprie strutture e modalità pastorali, orientandole in modo che siano missionarie – afferma il cardinale Bergoglio -  Non possiamo rimanere ancorati a uno stile 'clientelare', in attesa passiva che arrivi 'il cliente', il fedele, bensì avere strutture che ci consentano di andare dove hanno bisogno di noi, dove sta la gente, dove si trovano quanti, pur desiderandolo,  non si avvicinerebbero a strutture e forme antiquate che non corrispondono alle loro aspettative, né alle loro sensibilità – continuava Bergoglio – Dobbiamo studiare, in maniera molto creativa, come renderci presenti nei vari ambienti della società [...]».

In pratica occorre passare da una «Chiesa che 'regolamenta la fede' a una Chiesa che 'trasmette e agevola la fede'».

Il cardinale già allora dissuadeva i sacerdoti dal clericalizzare i laici, anche se lo chiedono loro. «Si tratta di una complicità sbagliata». Penso ad alcune parrocchie dove alcuni laici anche anziani 'vestiti di bianco' monopolizzano il servizio ministrante. Per inculturare il Vangelo nella società, bisogna evitare che i laici si riducano soltanto all'ambito ecclesiale. Invece bisogna esortarli a «penetrare gli ambienti socio-culturali e fare di loro dei protagonisti della trasformazione della società alla luce del Vangelo». L'attuale Papa lo sostiene con forza: «i laici devono smettere di essere 'cristiani di sagrestia' in ciascuna delle loro parrocchie, e devono assumere un impegno nella costruzione della società politica, economica, lavorativa, culturale e ambientale».

Il cardinale Bergoglio ogni anno nel messaggio ai catechisti invitava ad uscire e incontrare la gente. «Dobbiamo uscire a parlare a questa gente della città, a quelli che abbiamo visto sui balconi […] anche se possiamo sembrare un po' pazzi, il messaggio del Vangelo è pazzia, dice san Paolo [...]».

A questo punto il cardinale ricorda tutti quei preti che hanno lavorato e lavorano con gli umili, con gli ultimi, in tutte le periferie del mondo. Non è un fenomeno nuovo: don Bosco, che lavorava con i bambini, i ragazzini di strada, suscitava sospetto nei vescovi. Per non parlare di don Cafasso, don Murialdo, don Orione.Tra l'altro tutti canonizzati dalla Chiesa. «Erano tipi d'avanguardia nel lavoro con i bisognosi e in qualche modo costrinsero le autorità ad accettare dei cambiamenti».

Tra gli esclusi, Bergoglio ha prestato una particolare attenzione ai bambini, in una omelia del 2004 ha pronunciato delle frasi molto forti: «Dobbiamo inoltrarci nel cuore di Dio e incominciare ad ascoltare la voce dei più deboli, questi bambini e adolescenti[...] Gli Erodi di oggi hanno molti volti, ma la realtà è la stessa: si uccidono i bambini, si uccide il loro sorriso, si uccide la loro speranza...sono carne da cannone». La questione dell'aborto, è una questione prereligiosa, è un problema scientifico. «Il diritto alla vita è il primo dei diritti umani. Abortire equivale a uccidere colui che no ha modi di difendersi».

In un incontro con i politici, Bergoglio, riprendendo Giovanni Paolo II, denunciava con parole forti la cultura della morte e le minacce contro la famiglia. E a proposito dell'aborto, diceva: «[...] sale il grido spento di tanti bambini non nati: questo genocidio quotidiano, silenzioso e protetto; sale anche il richiamo del moribondo abbandonato che chiede quella carezza tenera che non gli sa dare la cultura della morte».

Al capitolo quarto, si parla di fare memoria, per comprendere il presente e progettare il futuro. La sua immagine preferita del passato è quella di Enea «che esce da Troia portando sulle spalle l'anziano padre Anchise e dando la mano al figlio Ascanio. Enea fa suo il passato, la tradizione, il bagaglio di sapienza degli antenati, e la trasmette in forma creativa al figlio, che continuerà fedele alla tradizione ma senza conservatorismi statici e chiusi all'innovazione».

Parlando dei popoli indigeni del Chaco argentino, Bergoglio, rimase colpito da una risposta di un indio che le preghiere per lui erano «il catechismo. Era il catechismo di san Turibio di Mogrovejo. La memoria dei popoli non è un computer, bensì un cuore». Insomma in tutte le manifestazioni religiose del popolo fedele c'è un'esplosione spontanea della memoria collettiva. «In esse c'è tutto: lo spagnolo e l'indio, il missionario e il conquistatore, il popolamento spagnolo e il meticciato». E seguendo Giovanni Paolo II, Bergoglio afferma che «l'inculturazione è pertanto il processo attraverso il quale la fede si fa cultura». Una frase di Papa Wojtyla, ha segnato molto la vita di Bergoglio: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Inculturare non è un processo facile, «poiché non si devono in alcun modo diluire le caratteristiche e l'integrità del messaggio cristiano. Inculturare è incarnare il Vangelo nelle diverse culture, trasmettere valori, riconoscere i valori delle diverse culture, purificarli, evitare sincretismi».

Perfino nell'intervista tanto chiacchierata a padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, mi sembra che Papa Francesco dica cose di “sempre”. Io ho letto il volumetto edito dalla Rizzoli (2013): «Papa Francesco. La mia porta è sempre aperta. Conversazione con Antonio Spadaro». Un gesuita che intervista un altro gesuita. Questo libro svela il 'pensiero in movimento' di papa Francesco, scrive Spadaro. La sua formazione, la sua spiritualità, il suo rapporto con l'arte e la preghiera. «Ho bisogno di uscire per strada, di stare con la gente», dice papa Francesco.

Nel libro emerge il Papa gesuita, che svolge la sua missione alla luce della spiritualità ignaziana, che si aiuta sempre con il discernimento, per sentire le cose di Dio a partire dal suo 'punto di vista'. Ci vuole tempo per attuarlo.«Molti pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace». Pertanto per Spadaro, il discernimento 'è una chiave fondamentale per comprendere il modo in cui Papa Francesco vive il suo ministero radicato nella spiritualità alla quale si è formato'.

Parlando della Compagnia di Gesù, papa Bergoglio, dice che deve mettere sempre al centro Cristo e la Chiesa, e non se stessa. «La Compagnia deve avere sempre davanti a sé il Deus semper maior, la ricerca della gloria di Dio sempre maggiore, la Chiesa Vera Sposa di Cristo Nostro Signore, Cristo Re che ci conquista e al quale offriamo tutta la nostra persona e tutta la nostra fatica, anche se siamo vasi di argilla, inadeguati». E qui il Papa indica tutte le caratteristiche della Compagnia, facendo riferimento a S. Ignazio, ma soprattutto al beato Pietro Favre, sentendosi 'compagno di Gesù Cristo', come lo fu Ignazio.

Alla fine del I capitolo ci sono due stoccate “politiche” di Bergoglio: 'non sono né di destra, né di sinistra. Inoltre «le rigide caselle del progressismo e del conservatorismo appaiono obsolete: non reggono più».

Al capitolo II, sul tema Chiesa, occorre «sentire con la Chiesa», non solo con la sua parte gerarchica, ma anche col santo popolo di Dio. Interessante l'idea che dà papa Francesco della santità. Sono santi quelle donne pazienti che fanno crescere i figli, il papà che lavora e porta il pane a casa, gli ammalati, i preti anziani, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Penso agli ospizi dove curano gli anziani.

«La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hjpomonè, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell'andare avanti, giorno per giorno. Questa è la santità della Iglesia militante di cui parla anche sant'Ignazio. Questa è stata la santità dei miei genitori: di mio papà, di mia mamma, di mia nonna Rosa che mi ha fatto tanto bene».

Non dobbiamo ridurre la Chiesa a un nido protetto dalla nostra mediocrità, a una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate.

E poi la definizione tanto citata, La Chiesa? E' un ospedale da campo...«la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. E' inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite...E bisogna cominciare dal basso». Certamente è un'immagine fortissima, che contiene in sé anche la percezione drammatica che il mondo vive una condizione bellica con morti e feriti.

Qui Papa Francesco è veramente straordinario nelle sue riflessioni, poi, facendo riferimento al passato, dice: «La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: 'Gesù Cristo ti ha salvato!'». Poi invita i ministri di Dio ad essere misericordiosi. Per il Papa, «non si può curare un malato se non partiamo da ciò che è sano».

I confessori non devono essere né troppo rigoristi, né troppo lassisti. «Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente 'questo non è peccato' o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate».

Il Papa invita i ministri del Vangelo a cambiare atteggiamento. Questa è la vera riforma. «I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato».

Qui il Papa poi fa riferimento alle situazioni complesse, come i divorziati, gli omosessuali. Invita i preti al discernimento, caso per caso: condannare l'errore e non la persona. «Il confessionale non è una sala di tortura, ma il luogo della misericordia nel quale il Signore ci stimola a fare meglio che possiamo». Il Papa avvia un altro ragionamento importante sui cosiddetti principi non negoziabili. Non possiamo insistere nel parlare solo di aborto, omosessualità, metodi contraccettivi. Del resto il parere della Chiesa ormai si sa, non è necessario parlarne in continuazione.

«Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L'annuncio di tipo missionario si concentra sull'essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus».

Secondo Papa Francesco però, «accompagnare l'uomo non significa affatto adattarsi allo spirito del mondo. Bergoglio si scaglia violentemente contro la 'mondanità spirituale', che viene prima di quella etica. Vede la trappola dell'individualismo, del relativismo, del secolarismo. Accompagnare non significa né adattarsi né cedere, ma sostenere».

Pertanto secondo papa Francesco, «dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l'edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. E' da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Il Papa scende nei particolari, sui contenuti che deve avere una buona omelia. Si comincia dall'annuncio della salvezza, poi si può fare catechesi, infine si può tirare anche una conseguenza morale. Tuttavia oggi la Chiesa deve avere le «porte aperte», deve cercare l'incontro, uscire per strada, di stare con la gente. Bisogna educare i giovani alla missione: «ad andare, a essere callejeros de la fe (girovaghi della fede). Così ha fatto gesù con i suoi discepoli: non li ha tenuti attaccati a sé come una chioccia con i suoi pulcini; li ha inviati! Non possiamo restare chiusi nella parrocchia, nelle nostre comunità [...]Spingiamo i giovani affinché escano».

Occorre privilegiare una pastorale partendo dalla periferia. «Stare in periferia aiuta a vedere e capire meglio, a fare un'analisi più corretta della realtà, rifuggendo dal centralismo e da approcci ideologici». Il concetto di Chiesa che Papa Francesco ha delineato nell'intervista è certamente in sintonia con i suoi predecessori, e con il Concilio, non vedo nessuna rottura.

Infine per quanto riguarda le curiosità che riguardano il primo Papa latinoamericano, ho letto, «Il Vaticano secondo Francesco», di Massimo Franco, Mondadori (2014) e «Così è Francesco. Un gesuita in Vaticano», di Caroline Pigozzi e Henri Madelin, Sonzogno (2014).

Massimo Franco tra le tante curiosità su papa Francesco ne individua alcune come il primo pontefice figlio di una megalopoli, Buenos Aires, che ha vissuto in anticipo i problemi con i quali sono chiamati oggi a fare i conti la Chiesa cattolica e il mondo globalizzato. Per lui però la novità più grossa è che questo papa rivoluzionario oltre ad essere argentino, gesuita e “globale”, ha un'altra caratteristica: è un “estraneo” in Vaticano. Infatti per Franco, «l'elemento spiazzante è che si tratta di un autentico 'straniero' per la mentalità della Curia romana, eletto dopo il trauma della rinuncia di Benedetto XVI. Il compito affidatogli è di smantellare la corte pontificia e una numenklatura ecclesiastica spesso troppo autoreferenziale – secondo Franco – il suo viaggio da Buenos Aires a Casa Santa Marta, l'ex lazzaretto all'interno del Vaticano dove ha deciso di abitare, segna un epocale cambio di mentalità».

Naturalmente l'editorialista del Corriere, usa toni giornalistici, per descrivere i movimenti del nuovo Pontefice. Praticamente per lui Santa Marta diventa il luogo simbolo della rivoluzione di Bergoglio. La metafora di un nuovo inizio nella Chiesa cattolica. Si riparte da Santa Marta per un ritorno della Chiesa alle origini. «Un'austerità generale credo sia necessaria per tutti noi che viviamo al servizio della Chiesa», afferma papa Francesco. Pare che Francesco usi questa roccaforte, secondo Franco, «per sradicare una mentalità fatta di senso di impunità, carrierismo, lobbismo di ogni tipo, corruzione, avidità di denaro».

Anche il libro intervista di Caroline Pigozzi, nota vaticanista e Henri Madelin, tra i più autorevoli gesuiti, vogliono presentarci il nuovo Papa, come un uomo carismatico e sorprendente sia in pubblico che in privato. Il libro vuole essere un'opera chiave per penetrare la personalità di questo Papa venuto dalla fine del mondo. Anche la Pigozzi sottolinea la questione della scelta di Santa Marta. «Per condurre una vita conforme alla semplicità del Vangelo, il vicario di Cristo non vuole dare l'impressione di vivere in un museo. La maestosità di questi palazzi, l'imponenza degli arredi, l'altezza degli ammirevoli soffitti, la ricchezza delle figure allegoriche dipinte dai più grandi artisti del Rinascimento, la bellezza insolente e la magnificenza della Sala Clementina[...]». Il Papa teme di essere tagliato fuori dal mondo esterno. Per questo si è rifiutato di vivere al terzo piano del Vaticano, «non potrei mai vivere da solo in quel palazzo».

Un'altra tradizione secolare interrotta rispetto ai predecessori è quella di non trascorrere le vacanze a Castel Gandolfo, sulle colline che dominano il lago Albano. Per viaggiare sceglie una modesta utilitaria al posto di una limousine con i vetri oscurati e tutti i confort.

Tuttavia nel capitolo 5, «Un Papa politico e mediatico», la Pigozzi è convinta che oltre ad alcune modifiche nella curia, «sul piano dottrinale dovrebbero esserci pochi cambiamenti perché il nuovo successore di Pietro è legato alla tradizione. Sulle questioni morali – l'interruzione della gravidanza, la contraccezione e l'omosessualità – non modificherà di molto la linea e resterà di certo fedele agli orientamenti dei suoi predecessori».

In occasione delle Giornate Europee del Patrimonio Culturale, sabato 22 e domenica 23 settembre, l’Associazione Bova Life, in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, con l’Ambasciata Greca in Italia, e con il coordinamento scientifico del Professore Louis Godart, organizza il convegno internazionale dal titolo “Grecia, Magna Grecia, Europa”, per rendere omaggio alle radici greche e magno greche dell’Europa e ai suoi valori fondanti.

Con il Professore Louis Godart, archeologo e filologo di fama mondiale, membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei e già Consigliere per la Conservazione del Patrimonio Artistico presso la Presidenza della Repubblica Italiana, saranno presenti l’Ambasciatrice Greca in Italia, Tasia Athanasiou, e illustri accademici e studiosi italiani e greci.

“Dal II° millennio a.C. già ai tempi delle precolonizzazione minoica e micenea, fino all’età classica e bizantina, - spiega il Professore Godart – la Magna Grecia e la Calabria hanno avuto un rapporto privilegiato con l’Ellade, accogliendo chi proveniva dalle terre greche e recependo i valori della classicità (centralità dell’Uomo nella storia e democrazia) per trasmetterli all’Europa e al mondo. Il Convegno ‘Grecia, Magna Grecia, Europa’ intende illustrare alcune delle pagine più illuminanti di questo rapporto privilegiato. Ribadire questi concetti – prosegue Godart - e dimostrare che rimangono uno dei pilastri della nostra cultura europea mi pare fondamentale anche per arginare i tentativi aberranti che mirano a sconvolgere la costruzione europea faticosamente edificata dai padri fondatori all'indomani della seconda guerra mondiale”.

Il Convegno si svolgerà sabato 22 pomeriggio dalle 15:30 a Reggio Calabria, presso la sede del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, e domenica mattina dalle 10:00 a Bova, presso lo Spazio Cultura.

La prima giornata di lavori, oltre ai saluti del Presidente del Consiglio Regionale della Calabria, Nicola Irto, del Sindaco di Roghudi, Pierpaolo Zavettieri, e del padrone di casa, il Direttore del Museo Archeologico, Carmelo Malacrino, vedrà gli interventi del Professore Godart e degli illustri ospiti greci: l’Ambasciatrice Greca d’Italia, Tasia Athanasiou, e la Direttrice del Museo Bizantino e Cristiano di Atene, Katerina Dellaporta. Sempre sabato è prevista la relazione del Pofessore Filippo Avilia, dell’Università IULM di Milano, dal titolo “La navigazione in Magna Grecia: tra navi e geoarcheologia. Nuovi dati sul porto dell'antica Parthenope”.

Domenica mattina i relatori si sposteranno a Bova per concludere il convegno nell’antica capitale dell’area grecanica della Calabria. Con i saluti del Sindaco di Bova, Santo Casile, nella seconda giornata si segnalano, in particolare, gli interventi del Professore Pasquale Amato, dell’Università per stranieri di Reggio Calabria, su “Le pòleis calabresi della Magna Grecia e il loro prezioso contributo alla cultura del Mondo Ellenico”, e del Professore Giuseppe Caridi, dell’Università degli studi di Messina, dal titolo “Calabria e Mezzogiorno dalla fine dell'età bizantina alla dominazione spagnola”.

Ad esprimere soddisfazione per questa iniziativa, particolarmente significativa, è il presidente di Bova Life Saverio Micheletta. “Siamo orgogliosi di partecipare attivamente alle ‘Giornate Europee del Patrimonio Culturale’ attraverso un convegno di grande spessore accademico. E’ un onore ospitare nella nostra terra l’Ambasciatore di Grecia in Italia, Tasia Athanasiou, il Professore Godart e gli altri illustri studiosi che daranno prestigio a tutta la Calabria. La nostra Associazione nasce proprio per affermare e promuovere l’identità storica e culturale di Bova, dell'aerea grecanica e della Calabria: vogliamo rendere omaggio alle nostre radici, proiettandole nel futuro in una dimensione sempre più internazionale. Con questo convegno - conclude il presidente Micheletta – facciamo un importante passo avanti proprio in questa direzione”.

Sabato 22 settembre - Reggio Calabria, Museo Archeologico Nazionale

Ore 15:30  Apertura dei lavori con i saluti di

  • Luca Micheletta - Segretario Generale, Associazione culturale Bova Life
  • Nicola Irto - Presidente del Consiglio Regionale della Calabria
  • Pierpaolo Zavettieri - Sindaco di Roghudi (Area Grecanica della Calabria)
  • Tasia Athanasiou - Ambasciatore di Grecia in Italia
  • Carmelo Malacrino - Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria

Ore 16:30  Katerina P. Dellaporta - Direttrice del Museo Bizantino e Cristiano di Atene

La cultura Bizantina attraverso il Museo Bizantino e Cristiano di Atene.

Ore 17:00  Louis Godart - Accademia Nazionale dei Lincei

Dalla Grecia alla Magna Grecia: i valori della classicità.

Ore 17:30  Filippo Avilia - Università IULM di Milano

La navigazione in Magna Grecia: tra navi e geoarcheologia. Nuovi dati sul porto dell'antica Parthenope.

A seguire: dibattito e visita del museo.

Modera: Giorgio Neri (ANSA)

Domenica 23 settembre - Bova, Spazio Cultura (via Rimembranze)

Ore 10:00  Saluti di

  • Luca Micheletta - Segretario Generale dell’Associazione Bova Life
  • Santo Casile - Sindaco di Bova
  • Tasia Athanasiou - Ambasciatore di Grecia in Italia

Ore 10:30  Apertura dei lavori: Louis Godart - Accademia Nazionale dei Lincei

Ore 11:00  Pasquale Amato - Università per stranieri di Reggio Calabria

Le pòleis calabresi della Magna Grecia e il loro prezioso contributo alla cultura del Mondo Ellenico.

Ore 11:30  Giuseppe Caridi - Università degli studi di Messina

Calabria e Mezzogiorno dalla fine dell'età bizantina alla dominazione spagnola.

 

 

Nate come difesa dall’esterno e poi inglobate nel tessuto cittadino, le Mura Aureliane accompagnano con la loro imponenza strade, scorci e orizzonti della città. Con gli oltre 12 km lungo i quali ancora si sviluppano, sono il più grande monumento della Roma imperiale e la cinta muraria urbana più lunga, antica e meglio conservata della storia. Eppure, nonostante tutti questi primati, spesso rimangono inosservate. Come primo passo di un percorso di valorizzazione, per documentare e tradurre in suggestive immagini un monumento troppo spesso invisibile, la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale, a distanza di oltre un secolo dalle storiche campagne fotografiche otto-novecentesche, ha commissionato la prima campagna fotografica integrale sull’intero percorso delle mura, anche nei punti non accessibili al pubblico.

Tra settembre e dicembre del 2017, il fotografo romano Andrea Jemolo, maestro noto e apprezzato per la sua esperienza trentennale nel campo della fotografia di arte e di architettura, ha documentato la cinta muraria scegliendo di scattare con una macchina Sinar a lastre 10x12 cm. Grazie alla possibilità di decentramento, in grado di correggere le linee prospettiche che si restringono verso l'alto, e grazie a lunghi tempi di posa, Jemolo ha ottenuto immagini ad altissima definizione che raccontano e documentano le Mura Aureliane e il loro palinsesto di storie e di trasformazioni.

Al Museo dell’Ara Pacis dal 20 giugno al 9 settembre 2018 è esposta una selezione di 77 fotografie a colori in grande formato nella mostra “Walls. Le mura di Roma. Fotografie di Andrea Jemolo” promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ideata da Claudio Parisi Presicce e curata da Federica Pirani e Orietta Rossini. L'organizzazione della mostra è di Zètema Progetto Cultura. Il catalogo è a cura dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani.

Partendo da Porta del Popolo, passando per Villa Dominici e dalle porte Metronia, Latina, San Sebastiano, il percorso per immagini arriva fino all’ultimo tratto visibile dal Ponte dell’Industria. In ogni foto Jemolo racconta l’unicità di un pezzo di storia e di vita quotidiana. Alcuni tratti di mura si stagliano ancora solenni e solitari, altri sono stati inglobati dalla vita cittadina fatta di palazzi, cimiteri, cantieri, officine e grandi direttrici viarie, di altri tratti tenta continuamente di reimpossessarsi la natura, con arbusti, piante e rampicanti. In alcune foto, scattate all’esterno dei bastioni, si colgono le diverse tecniche utilizzate nel corso dei secoli: dai mattoni in laterizio, al tufo, ai materiali di reimpiego in marmo, mentre altre raccontano il “dentro” le mura, con scorci di camminamenti, porte, torri. In una delle torri, la numero XXXIX in via Campania, è ancora possibile ammirare lo Studio Randone, uno dei tanti luoghi di lavoro e incontro di artisti ospitato all’interno delle mura tra fine ‘800 e inizi ‘900.

Volevo che le mura, nella loro dimensione, articolazioni e materia, si imponessero con la loro propria forza. Perché ciò potesse avvenire – spiega Andrea Jemolo - avevo però

bisogno di un contesto cromaticamente neutro, di qui la scelta di fotografare nelle giornate nuvolose. Raccontare un monumento lungo 13 chilometri è stato un processo arduo giocato sul controllo assoluto del rapporto tra manufatto e luce.

In un ideale confronto con le immagini realizzate da Jemolo, in mostra si possono ammirare anche circa 50 fotografie storiche selezionate dal fondo Parker, custodito presso il Museo di Roma, e 17 fotografie storiche anch’esse provenienti dall’Archivio Fotografico del Museo di Roma. Le prime sono stampe all’albumina realizzate da Carlo Baldassarre Simelli (1811 - post 1877), uno degli abili fotografi selezionati dall'archeologo inglese John Henry Parker per realizzare la sua raccolta di immagini sulla città.  Durante i suoi soggiorni a Roma, tra il 1864 e il 1877, Parker arrivò a raccogliere un preziosissimo patrimonio di oltre 3.300 immagini, di cui gran parte dei negativi sono andati distrutti in un incendio, tranne alcuni oggi conservati presso l'Accademia Americana e il Gabinetto Fotografico Nazionale-ICCD. I positivi originali, invece, si conservano, oltre che nell’Archivio Fotografico del Museo di Roma, alla Scuola Britannica di Roma e all'Istituto Archeologico Germanico. Gli scatti raffigurano importanti costruzioni del mondo romano: si passa dalla Porta Ostiense all’Arco di Dolabella, da Porta Metronia alle Mura del Castro Pretorio, da Porta Maggiore alla Porta Asinara, dall’Anfiteatro Castrense all’acquedotto Claudio.

La realizzazione di strutture difensive in antico aveva un ruolo identitario importante: le comunità si riconoscevano e si sentivano strettamente legate alla porzione di territorio cinto dalle mura;  così, dal solco tracciato da Romolo alle Mura Serviane, fu certamente anche per Roma, che in più di una circostanza sentì il bisogno di dotarsi di un perimetro di cinta. Le Mura Aureliane rappresentano l’ultimo di questi progetti, che, proprio in quanto più recente, conserva la sua originale imponenza. A progettarle ed avviarne il cantiere fu l’imperatore Aureliano nel III secolo d.C., per rispondere all’esigenza di difendere Roma dagli attacchi dei barbari. Coprivano un tracciato di circa 19 km, raggiungevano un'altezza di circa 6,50 metri e uno spessore di 3,50 e ogni 30 metri massicce torri quadrate scandivano il tracciato. La tecnica edilizia utilizzata fu l’opera laterizia con materiali recuperati e tegole spezzate così come furono riutilizzati alcuni edifici presenti lungo il percorso, ad esempio i Castra Praetoria e le arcate dell'Acquedotto Claudio.

 

Da allora le Mura Aureliane sono state trasformate continuamente: nel V secolo con l’imperatore Onorio, che rinforzò e innalzò l’intera struttura; nel VI secolo per la guerra greco gotica e nel corso dei secoli successivi a opera di diversi papi con interventi di restauro testimoniati dai numerosi stemmi apposti lungo la cinta muraria,  finché, nel 1847, papa Pio IX decise di consegnarle all’amministrazione capitolina. Le mura continuarono a funzionare come cinta daziaria fino agli inizi del XX secolo e subirono ulteriori trasformazioni dovute al riassetto urbano e alla costruzione di nuove strade. Pur trasformandosi continuamente, hanno mantenuto un loro ruolo all’interno della vita della città, ospitando, ad esempio, studi d’artista e giardini, ma la loro funzione si è andata via via perdendo nel corso degli ultimi 50 anni.

 

E oggi, come ha scritto Marco Lodoli nel suo testo per il catalogo della mostra: le mura stanno ancora lì, meravigliose, sconfitte, poetiche nella loro possente resa, e il romano quasi non ci fa più caso, come se quel serpentone fosse parte di un paesaggio eterno e indifferente, una ruga del tempo, una malinconia abituale (…). Poche opere al mondo sono altrettanto grandiose e malinconiche, altrettanto tragiche e belle, capaci di insegnare tante cose o forse una cosa sola, ma decisiva: che dalla vita non ci si difende.

In mostra sono presenti anche circa cinquanta antiche fotografie selezionate dal fondo Parker: si tratta di stampe all’albumina realizzate da Carlo Baldassarre Simelli (1811- post 1877), uno tra gli abili fotografi selezionati da Parker per realizzare la sua raccolta.

L'archeologo inglese John Henry Parker fece eseguire a più riprese tra il 1864 e il 1877, da fotografi professionisti, durante i suoi soggiorni a Roma, una raccolta fotografica di oltre 3.300 immagini sulla città e sui suoi dintorni che porta il suo nome. Gran parte degli antichi negativi è andata distrutta in un incendio, tranne alcuni, oggi presso l'Accademia Americana e al Gabinetto Fotografico Nazionale-ICCD, mentre i positivi originali si conservano, oltre che nell’Archivio Fotografico del Museo di Roma, alla Scuola Britannica di Roma e all'Istituto Archeologico Germanico.

Le immagini raffigurano importanti costruzioni del mondo romano: dalla Porta Ostiense, all’Arco di Dolabella, da Porta Metronia alle Mura del Castro Pretorio, da Porta Maggiore a Porta Asinaria, dall’Anfiteatro Castrense all’acquedotto Claudio, per stabilire un ideale confronto con le immagini di oggi realizzate da Andrea Jemolo.

Le mura di una città costituiscono una preziosa testimonianza della sua storia. In particolare le Mura Aureliane, variamente restaurate nel corso dei secoli, sono ancora oggi uno dei più imponenti monumenti di Roma e costituiscono la più estesa e meglio conservata fortificazione del mondo classico.

La realizzazione di strutture difensive è legata alla storia di Roma fin dalle sue origini; le fonti antiche ricordano infatti in varie occasioni l’esistenza di mura intorno alla città, a cominciare dal muro di Romolo, il cui percorso intorno al Palatino era stato definito dal famoso solco, e dai successivi ampliamenti realizzati già in età regia, soprattutto con Servio Tullio. 

Tito Livio narra poi che nel 378 a.C., a seguito dell'occupazione gallica del 390 a.C., un nuovo muro venne costruito a protezione della città, realizzato saxo quadrato (cioè in blocchi squadrati)Queste mura di IV secolo (di cui si conservano vari tratti nella città moderna, comunemente definiti “Mura Serviane”) erano lunghe in totale 11 km e comprendevano una superficie di 426 ettari, la più ampia fra quelle della stessa epoca conservate in Italia.
Nel III sec. d.C., di fronte alla minaccia di invasioni delle popolazioni barbare provenienti dal nord Europa, anche se ancora lontane da Roma, l’imperatore Aureliano (270-275 d.C.) decise di promuovere la costruzione di una nuova più ampia cinta di fortificazioni, che sostituisse le vecchie mura repubblicane ormai fuori uso, sommerse e sorpassate dalla grande espansione della città imperiale.

Lungo il tracciato della fortificazione, che si sviluppava per circa 19 km, vennero realizzate porte in corrispondenza degli assi stradali preesistenti. Nella scelta del percorso da seguire si tenne conto di fattori topografici e strategici, in considerazione della morfologia dei luoghi e della presenza di edifici più antichi.

Le mura di Aureliano raggiungevano un'altezza di circa 6,50 metri e uno spessore di 3,50 metri con un cammino di ronda scoperto alla sommità riparato da un muro con merli alti 0,60 metri, posti ogni 3 metri. Massicce torri quadrate, fornite di una camera coperta utilizzata per la postazione delle macchine belliche e di una terrazza scoperta raggiungibile per mezzo di scale, scandivano il tracciato ogni 30 metri. La tecnica edilizia utilizzata fu l’opera laterizia con materiali recuperati e tegole spezzate.

Questa nuova cinta difensiva riutilizzò molti edifici che si trovavano lungo il percorso, alcuni dei quali di grandi dimensioni quali i Castra Praetoria, le arcate dell'Acquedotto Claudio, l'Anfiteatro Castrense, il muro di sostruzione degli Horti degli Acilii sul Pincio e la Piramide di Caio Cestio.

Tra il 401 e il 403 d.C. l’imperatore Onorio avviò un generale rifacimento delle mura. L’intera struttura difensiva fu rinforzata, innalzando di un piano sia i camminamenti sia le torri. Il precedente cammino di ronda fu trasformato in una galleria a volta, sopra la quale fu creato un altro camminamento scoperto e protetto da un muro merlato. Nelle torri fu realizzata, al posto della terrazza della fase precedente, una seconda camera di manovra per le macchine belliche, coperta da un tetto a quattro falde.  

Ulteriori interventi vennero realizzati nel corso del VI secolo, al tempo della guerra greco gotica.
Numerosi stemmi apposti sul circuito, che continuava a segnare fortemente il paesaggio di Roma, costituendone il limite difensivo e amministrativo, ricordano i vari e successivi restauri effettuati dai papi, che costruirono anche nuovi tratti di mura a difesa del Vaticano. Nel 1847 il Papa Pio IX con motu proprio le consegnò all’amministrazione del Comune di Roma; dopo l’unità d’Italia e la proclamazione di Roma capitale nel 1870 le Mura continuarono a funzionare come cinta daziaria fino agli inizi del XX secolo.

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