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Sabato, 20 Ottobre 2018

In occasione delle Giornate Europee del Patrimonio Culturale, sabato 22 e domenica 23 settembre, l’Associazione Bova Life, in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, con l’Ambasciata Greca in Italia, e con il coordinamento scientifico del Professore Louis Godart, organizza il convegno internazionale dal titolo “Grecia, Magna Grecia, Europa”, per rendere omaggio alle radici greche e magno greche dell’Europa e ai suoi valori fondanti.

Con il Professore Louis Godart, archeologo e filologo di fama mondiale, membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei e già Consigliere per la Conservazione del Patrimonio Artistico presso la Presidenza della Repubblica Italiana, saranno presenti l’Ambasciatrice Greca in Italia, Tasia Athanasiou, e illustri accademici e studiosi italiani e greci.

“Dal II° millennio a.C. già ai tempi delle precolonizzazione minoica e micenea, fino all’età classica e bizantina, - spiega il Professore Godart – la Magna Grecia e la Calabria hanno avuto un rapporto privilegiato con l’Ellade, accogliendo chi proveniva dalle terre greche e recependo i valori della classicità (centralità dell’Uomo nella storia e democrazia) per trasmetterli all’Europa e al mondo. Il Convegno ‘Grecia, Magna Grecia, Europa’ intende illustrare alcune delle pagine più illuminanti di questo rapporto privilegiato. Ribadire questi concetti – prosegue Godart - e dimostrare che rimangono uno dei pilastri della nostra cultura europea mi pare fondamentale anche per arginare i tentativi aberranti che mirano a sconvolgere la costruzione europea faticosamente edificata dai padri fondatori all'indomani della seconda guerra mondiale”.

Il Convegno si svolgerà sabato 22 pomeriggio dalle 15:30 a Reggio Calabria, presso la sede del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, e domenica mattina dalle 10:00 a Bova, presso lo Spazio Cultura.

La prima giornata di lavori, oltre ai saluti del Presidente del Consiglio Regionale della Calabria, Nicola Irto, del Sindaco di Roghudi, Pierpaolo Zavettieri, e del padrone di casa, il Direttore del Museo Archeologico, Carmelo Malacrino, vedrà gli interventi del Professore Godart e degli illustri ospiti greci: l’Ambasciatrice Greca d’Italia, Tasia Athanasiou, e la Direttrice del Museo Bizantino e Cristiano di Atene, Katerina Dellaporta. Sempre sabato è prevista la relazione del Pofessore Filippo Avilia, dell’Università IULM di Milano, dal titolo “La navigazione in Magna Grecia: tra navi e geoarcheologia. Nuovi dati sul porto dell'antica Parthenope”.

Domenica mattina i relatori si sposteranno a Bova per concludere il convegno nell’antica capitale dell’area grecanica della Calabria. Con i saluti del Sindaco di Bova, Santo Casile, nella seconda giornata si segnalano, in particolare, gli interventi del Professore Pasquale Amato, dell’Università per stranieri di Reggio Calabria, su “Le pòleis calabresi della Magna Grecia e il loro prezioso contributo alla cultura del Mondo Ellenico”, e del Professore Giuseppe Caridi, dell’Università degli studi di Messina, dal titolo “Calabria e Mezzogiorno dalla fine dell'età bizantina alla dominazione spagnola”.

Ad esprimere soddisfazione per questa iniziativa, particolarmente significativa, è il presidente di Bova Life Saverio Micheletta. “Siamo orgogliosi di partecipare attivamente alle ‘Giornate Europee del Patrimonio Culturale’ attraverso un convegno di grande spessore accademico. E’ un onore ospitare nella nostra terra l’Ambasciatore di Grecia in Italia, Tasia Athanasiou, il Professore Godart e gli altri illustri studiosi che daranno prestigio a tutta la Calabria. La nostra Associazione nasce proprio per affermare e promuovere l’identità storica e culturale di Bova, dell'aerea grecanica e della Calabria: vogliamo rendere omaggio alle nostre radici, proiettandole nel futuro in una dimensione sempre più internazionale. Con questo convegno - conclude il presidente Micheletta – facciamo un importante passo avanti proprio in questa direzione”.

Sabato 22 settembre - Reggio Calabria, Museo Archeologico Nazionale

Ore 15:30  Apertura dei lavori con i saluti di

  • Luca Micheletta - Segretario Generale, Associazione culturale Bova Life
  • Nicola Irto - Presidente del Consiglio Regionale della Calabria
  • Pierpaolo Zavettieri - Sindaco di Roghudi (Area Grecanica della Calabria)
  • Tasia Athanasiou - Ambasciatore di Grecia in Italia
  • Carmelo Malacrino - Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria

Ore 16:30  Katerina P. Dellaporta - Direttrice del Museo Bizantino e Cristiano di Atene

La cultura Bizantina attraverso il Museo Bizantino e Cristiano di Atene.

Ore 17:00  Louis Godart - Accademia Nazionale dei Lincei

Dalla Grecia alla Magna Grecia: i valori della classicità.

Ore 17:30  Filippo Avilia - Università IULM di Milano

La navigazione in Magna Grecia: tra navi e geoarcheologia. Nuovi dati sul porto dell'antica Parthenope.

A seguire: dibattito e visita del museo.

Modera: Giorgio Neri (ANSA)

Domenica 23 settembre - Bova, Spazio Cultura (via Rimembranze)

Ore 10:00  Saluti di

  • Luca Micheletta - Segretario Generale dell’Associazione Bova Life
  • Santo Casile - Sindaco di Bova
  • Tasia Athanasiou - Ambasciatore di Grecia in Italia

Ore 10:30  Apertura dei lavori: Louis Godart - Accademia Nazionale dei Lincei

Ore 11:00  Pasquale Amato - Università per stranieri di Reggio Calabria

Le pòleis calabresi della Magna Grecia e il loro prezioso contributo alla cultura del Mondo Ellenico.

Ore 11:30  Giuseppe Caridi - Università degli studi di Messina

Calabria e Mezzogiorno dalla fine dell'età bizantina alla dominazione spagnola.

 

 

E' una domanda che viene posta fin dal 13 marzo 2013, giorno della sua elezione al pontificato. Sulla stampa, ma soprattutto sui social, da tempo ci si interroga sulla linea politica religiosa di Papa Francesco. Da parte ultra-tradizionalista, innumerevoli sono i post che attaccano la sua persona.

In pratica viene accusato di voler distruggere la Chiesa, di favorire l’aborto e la distruzione della famiglia, di odiare i cattolici, di sfruttare i poveri per farsi bello. Dal lato opposto, i progressisti lo esaltano come un rivoluzionario che sta abolendo tutti quei principi che ostacolano il dialogo col mondo, vedi quelli di morale sessuale, del matrimonio. Anche se ultimamente sembra che venga criticato anche da questa sponda, perché non ha fatto quella rivoluzione tanto auspicata. Infatti per il sociologo Massimo Introvigne quella progressista è la «prima di quattro diverse opposizioni, di cui si parla pochissimo, è quella “da sinistra”, che considera Francesco un falso riformatore. Nel mese di marzo 2018, quando il Papa ha celebrato i cinque anni di pontificato, il “New York Times”, il “Times” di Londra e “Le Monde” a Parigi hanno pubblicato articoli di autori diversi ma molto simili tra loro. Tutti accusavano Francesco di avere deluso le aspettative. Alla fine, spiegavano, la Chiesa è rimasta quella di sempre, senza donne sacerdote, senza abolizione del celibato dei preti, senza un’apertura all’aborto, e senza che nelle parrocchie cattoliche, come avviene in alcune comunità protestanti, si celebrino matrimoni omosessuali». (M. Introvigne, «Vaticano. Ecco i nemici di Francesco» 30.8.18, Il Mattino)

In questi anni di pontificato Papa Francesco è stato indicato, soprattutto dalle frange tradizionaliste, come responsabile diretto di ogni evento negativo: dai preti pedofili all'abbandono delle vocazioni. I toni sono alti, insulti, espressioni inaccettabili, parole e giudizi che travalicano la normale e corretta critica, infamanti strumentalizzazioni e falsificazioni del suo pensiero. Qualcuno addirittura ha parlato di «guerra civile» tra cattolici.

«Papa Benedetto XVI diceva che chi opera per dividere e contrapporre la Chiesa e i suoi membri di fatto opera per cercare di distruggerla. Questo è quello che appare osservando i risultati del documento diffuso dell’ex nunzio negli Stati Uniti d’America, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, pochi giorni dopo la sua pubblicazione, il 26 agosto. Pensato e scritto con ogni evidenza per nuocere al regnante Pontefice, fino al punto di chiederne le dimissioni, il documento di fatto colpisce più pesantemente i due predecessori, Benedetto XVI e san Giovanni Paolo II (1920-2005)». (M. Invernizzi, «Cum Petro», 31.8.18, in Alleanzacattolica.org).

Comunque per ora tralascio la questione Viganò e da semplice fedele peccatore,  tento di fare un po' di chiarezza, sul cosiddetto progressismo di Papa Francesco, cercando così di rispondere, soprattutto, alle deliranti accuse degli ultratradizionalisti.

Propongo alcuni testi pubblicati, tra l'altro, a ridosso della sua elezione. Allora, forse erano più forti i pregiudizi, gli stereotipi che lo volevano far apparire un papa progressista. Invece sono convinto che Papa Francesco, come ho già scritto in altre occasioni, è in linea col magistero dei suoi predecessori.

Del resto ogni volta che viene eletto un nuovo papa, inevitabilmente si accende il dibattito sulla sua identità: è conservatore, è  progressista. Per rimanere ai pontefici che ho conosciuto, è capitato sia con San Giovanni XXIII, col beato Paolo VI, con San Giovanni Paolo II, e infine con lo stesso Papa Benedetto XVI. Forse, perfino San Pio X, è stato per certi versi un papa “progressista”, o almeno riformista, basti pensare quando ha permesso ai bambini di 7 anni di accedere alla santa comunione.

Pertanto sono convinto che ogni pontefice soprattutto all'inizio, nei primi anni è sempre un innovatore, anche se poi sostanzialmente rimane sempre un conservatore, soprattutto sulla dottrina.

Per l'occasione sono andato a rileggermi un discorso del 1990, fatto a Rimini, dall'allora cardinale Joseph Ratzinger all'XI Meeting per l'amicizia tra i popoli, «Una Compagnia sempre riformanda», naturalmente la compagnia era la Chiesa; in questo discorso, poi diventato documento, il Papa emerito, spiega l'essenza della vera riforma. «La reformatio, quella che è necessaria in ogni tempo, non consiste nel fatto che noi possiamo rimodellarci sempre di nuovo la 'nostra' Chiesa come più ci piace, che noi possiamo inventarla, bensì nel fatto che noi spazziamo via sempre nuovamente le nostre proprie costruzioni di sostegno, in favore della luce prossima che viene dall'alto [...]».

Nell'opera di riforma, Ratzinger diceva, parafrasando san Bonaventura, bisogna fare come lo scultore che non fa qualcosa, ma fa una ablatio, «che consiste nell'eliminare; nel togliere via ciò che è inautentico». E trattando del modello guida per la riforma ecclesiale, Ratzinger affermava, che certamente abbiamo bisogno di nuove strutture umane di sostegno per poter parlare ed operare in ogni epoca storica. Bisogna avere chiaro però che «esse invecchiano, rischiano di presentarsi come la cosa più essenziale, e distolgono così lo sguardo da quanto è veramente essenziale. Per questo esse devono sempre di nuovo venir portate via, come impalcature divenute superflue. Pertanto per il cardinale, «Riforma è sempre nuovamente una ablatio: un togliere via, affinché divenga visibile la nobilis forma, il volto della Sposa e insieme con esso anche il volto dello Sposo stesso, il Signore vivente».

Subito dopo l'elezione di papa Francesco, sono stati in tanti a raccontare la sua vita da vescovo, da cardinale di Buenos Aires. Tutti hanno scritto che era un pastore venuto «dalla fine del mondo», che con gli atti, i gesti, le parole è stato capace di toccare il cuore e la mente di uomini e donne, di credenti e non credenti.

In «Aprite la mente al vostro cuore», pubblicato da Rizzoli (2013) Il Papa rivela la profondità della sua vita spirituale e ci guida, in quattro meditazioni, all'incontro con Gesù, al mistero della manifestazione di Dio nel mondo, al futuro della Chiesa, carico di sfide eccezionali, infine alla dimensione quotidiana della vita di cui non dobbiamo vergognarci. E' un testo presentato dall'arcivescovo di Santa Fè, Josè Maria Arancedo. Dove si presenta raccolti alcuni scritti di Papa Francesco prima di diventare papa. In questi scritti si può apprezzare la ricca tradizione «ignaziana» dell'autore. Scritti improntati al cammino di rinnovamento spirituale e al dinamismo missionario della Chiesa.

Nella I parte sul tema della fede, Bergoglio per annunciare il Vangelo, invita al discernimento, e fa riferimento continuo alla «Evangelii Nuntiandi» del beato Paolo VI. La nostra fede è rivoluzionaria, combattiva, il cui spirito battagliero va messo al servizio della Chiesa. Fra le tentazioni più gravi c'è quella di allontanarsi dal contatto col Signore e quella della consapevolezza della sconfitta. «Nessuno può intraprendere una battaglia se già in partenza non è sicuro del proprio trionfo. Chi inizia senza fiducia ha già perso in anticipo metà della lotta. Il trionfo cristiano è sempre una croce che è al tempo stesso vessillo di vittoria[...]». Più avanti nelle riflessioni Bergoglio ci invita ad essere realisti: «si conosce ciò per cui si lotta e, nella misura in cui non si sa per che cosa si combatta, si è destinati a essere sconfitti. I primi evangelizzatori fecero conoscere agli Indios d'America contro che cosa dovevano combattere. L'impegno dei pastori non deve tralasciare questo aspetto della fede: aiutare il prossimo a sapere contro che cosa occorre lottare».

Interessanti le riflessioni sulla Croce e il «senso belligerante della vita»:«la croce è la 'battaglia finale' di Gesù: in essa sta la sua vittoria definitiva. Alla luce della guerra di Dio combattuta sulla croce, possiamo approfondire la dottrina sul tema del senso belligerante della nostra vita affidata al Signore […] L'impegno dei pastori, come quello dei fedeli, sarà sempre assediato dalla tentazione di rinunciare alla lotta, o dissimularla, o indugiare nel 'perché' dobbiamo batterci, nel 'quando' e nel 'come'...».

E riferendosi ai tanti uomini e donne che hanno perso la fede, non sapendo lottare, perché «hanno confuso la battaglia con la baraonda! E quanti, in mezzo al polverone quotidiano, non hanno saputo riconoscere chi era il nemico e hanno finito per ferirsi tra loro! Altri, per timore di battersi e in cerca di una pace fasulla, hanno immolato la propria vita sugli altari di un irenismo tanto infecondo quanto inefficace». Quanta attualità troviamo in queste parole. Pertanto Bergoglio ci invitava a chiedere al Signore, «la grazia di addentrarci nella dimensione belligerante della vita apostolica; grazia che ci libera dall'inconcludente atteggiamento infantile che ci porta a 'giocare con la pace' come con la guerra. Intuire la dimensione belligerante della vita apostolica implica riconoscere che, nel nostro cuore, se vogliamo servire Dio, deve esserci la lotta, intesa come ricerca della croce in quanto unico luogo teologico di vittoria[...]». Quindi per Bergoglio con «la croce non si può negoziare, non si può dialogare: o la si abbraccia o la si rifiuta[...]».

In un altro volumetto, «Non fatevi rubare la speranza», curato da Mondadori (2013), troviamo delle riflessioni già pubblicate in Argentina nel 1992, sulla preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza.

In questo ricchissimo testo di riflessioni Jorge Mario Bergoglio, si ritrova il suo stile comunicativo denso di colore e di concretezza sulle questioni centrali del suo messaggio di pastore della Chiesa. Per quanto riguarda la politica si sente la necessità di superare la crisi della postmodernità, sconfiggendo sia l'individualismo che il totalitarismo. La preoccupazione più pressante per Bergoglio è l'«orientamento esistenziale del cristiano, che deve tornare a caricare su di sé le sofferenze del prossimo: 'avvicinarsi a ogni carne dolente' senza timore[...]».

In una riflessione su Gesù sacerdote, il cardinale, ci esorta «a rinnegare qualunque forma di 'quiete' paralizzante. Ci viene chiesto di 'correre' con coraggio», verso la testimonianza di Nostro Signore Gesù Cristo.

Mariano Fazio, sacerdote argentino, che conosce molto bene Papa Francesco, nel volumetto, «Con Papa Francesco», sottotitolo: 'Le chiavi del suo pensiero', Edizioni Ares (2013), al terzo capitolo spiega cosa significa, uscire verso le periferie esistenziali. Bergoglio fa riferimento all'immagine evangelica del Buon Pastore, che lascia le novantanove pecore e va alla ricerca di quella perduta. Invece «oggi abbiamo una pecora nell'ovile e bisogna andare in cerca delle novantanove che sono uscite o che non sono mai state nel recinto. Rimanere in uno stato di conservazione di quel che abbiamo, disinteressandosi dei lontani, che in cuor loro ci stanno aspettando, sarebbe cadere in una Chiesa autoreferenziale, che si chiude in sé stessa e non è fedele al comando del Signore di andare fino alla fine del mondo predicando il Vangelo».

La Chiesa oggi deve cambiare modello culturale, sistema di evangelizzazione, non può aspettare con le porte aperte che la gente si avvicini. Una volta questo sistema funzionava, oggi non più. «Nella situazione attuale la Chiesa deve trasformare le proprie strutture e modalità pastorali, orientandole in modo che siano missionarie – afferma il cardinale Bergoglio -  Non possiamo rimanere ancorati a uno stile 'clientelare', in attesa passiva che arrivi 'il cliente', il fedele, bensì avere strutture che ci consentano di andare dove hanno bisogno di noi, dove sta la gente, dove si trovano quanti, pur desiderandolo,  non si avvicinerebbero a strutture e forme antiquate che non corrispondono alle loro aspettative, né alle loro sensibilità – continuava Bergoglio – Dobbiamo studiare, in maniera molto creativa, come renderci presenti nei vari ambienti della società [...]».

In pratica occorre passare da una «Chiesa che 'regolamenta la fede' a una Chiesa che 'trasmette e agevola la fede'».

Il cardinale già allora dissuadeva i sacerdoti dal clericalizzare i laici, anche se lo chiedono loro. «Si tratta di una complicità sbagliata». Penso ad alcune parrocchie dove alcuni laici anche anziani 'vestiti di bianco' monopolizzano il servizio ministrante. Per inculturare il Vangelo nella società, bisogna evitare che i laici si riducano soltanto all'ambito ecclesiale. Invece bisogna esortarli a «penetrare gli ambienti socio-culturali e fare di loro dei protagonisti della trasformazione della società alla luce del Vangelo». L'attuale Papa lo sostiene con forza: «i laici devono smettere di essere 'cristiani di sagrestia' in ciascuna delle loro parrocchie, e devono assumere un impegno nella costruzione della società politica, economica, lavorativa, culturale e ambientale».

Il cardinale Bergoglio ogni anno nel messaggio ai catechisti invitava ad uscire e incontrare la gente. «Dobbiamo uscire a parlare a questa gente della città, a quelli che abbiamo visto sui balconi […] anche se possiamo sembrare un po' pazzi, il messaggio del Vangelo è pazzia, dice san Paolo [...]».

A questo punto il cardinale ricorda tutti quei preti che hanno lavorato e lavorano con gli umili, con gli ultimi, in tutte le periferie del mondo. Non è un fenomeno nuovo: don Bosco, che lavorava con i bambini, i ragazzini di strada, suscitava sospetto nei vescovi. Per non parlare di don Cafasso, don Murialdo, don Orione.Tra l'altro tutti canonizzati dalla Chiesa. «Erano tipi d'avanguardia nel lavoro con i bisognosi e in qualche modo costrinsero le autorità ad accettare dei cambiamenti».

Tra gli esclusi, Bergoglio ha prestato una particolare attenzione ai bambini, in una omelia del 2004 ha pronunciato delle frasi molto forti: «Dobbiamo inoltrarci nel cuore di Dio e incominciare ad ascoltare la voce dei più deboli, questi bambini e adolescenti[...] Gli Erodi di oggi hanno molti volti, ma la realtà è la stessa: si uccidono i bambini, si uccide il loro sorriso, si uccide la loro speranza...sono carne da cannone». La questione dell'aborto, è una questione prereligiosa, è un problema scientifico. «Il diritto alla vita è il primo dei diritti umani. Abortire equivale a uccidere colui che no ha modi di difendersi».

In un incontro con i politici, Bergoglio, riprendendo Giovanni Paolo II, denunciava con parole forti la cultura della morte e le minacce contro la famiglia. E a proposito dell'aborto, diceva: «[...] sale il grido spento di tanti bambini non nati: questo genocidio quotidiano, silenzioso e protetto; sale anche il richiamo del moribondo abbandonato che chiede quella carezza tenera che non gli sa dare la cultura della morte».

Al capitolo quarto, si parla di fare memoria, per comprendere il presente e progettare il futuro. La sua immagine preferita del passato è quella di Enea «che esce da Troia portando sulle spalle l'anziano padre Anchise e dando la mano al figlio Ascanio. Enea fa suo il passato, la tradizione, il bagaglio di sapienza degli antenati, e la trasmette in forma creativa al figlio, che continuerà fedele alla tradizione ma senza conservatorismi statici e chiusi all'innovazione».

Parlando dei popoli indigeni del Chaco argentino, Bergoglio, rimase colpito da una risposta di un indio che le preghiere per lui erano «il catechismo. Era il catechismo di san Turibio di Mogrovejo. La memoria dei popoli non è un computer, bensì un cuore». Insomma in tutte le manifestazioni religiose del popolo fedele c'è un'esplosione spontanea della memoria collettiva. «In esse c'è tutto: lo spagnolo e l'indio, il missionario e il conquistatore, il popolamento spagnolo e il meticciato». E seguendo Giovanni Paolo II, Bergoglio afferma che «l'inculturazione è pertanto il processo attraverso il quale la fede si fa cultura». Una frase di Papa Wojtyla, ha segnato molto la vita di Bergoglio: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Inculturare non è un processo facile, «poiché non si devono in alcun modo diluire le caratteristiche e l'integrità del messaggio cristiano. Inculturare è incarnare il Vangelo nelle diverse culture, trasmettere valori, riconoscere i valori delle diverse culture, purificarli, evitare sincretismi».

Perfino nell'intervista tanto chiacchierata a padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, mi sembra che Papa Francesco dica cose di “sempre”. Io ho letto il volumetto edito dalla Rizzoli (2013): «Papa Francesco. La mia porta è sempre aperta. Conversazione con Antonio Spadaro». Un gesuita che intervista un altro gesuita. Questo libro svela il 'pensiero in movimento' di papa Francesco, scrive Spadaro. La sua formazione, la sua spiritualità, il suo rapporto con l'arte e la preghiera. «Ho bisogno di uscire per strada, di stare con la gente», dice papa Francesco.

Nel libro emerge il Papa gesuita, che svolge la sua missione alla luce della spiritualità ignaziana, che si aiuta sempre con il discernimento, per sentire le cose di Dio a partire dal suo 'punto di vista'. Ci vuole tempo per attuarlo.«Molti pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace». Pertanto per Spadaro, il discernimento 'è una chiave fondamentale per comprendere il modo in cui Papa Francesco vive il suo ministero radicato nella spiritualità alla quale si è formato'.

Parlando della Compagnia di Gesù, papa Bergoglio, dice che deve mettere sempre al centro Cristo e la Chiesa, e non se stessa. «La Compagnia deve avere sempre davanti a sé il Deus semper maior, la ricerca della gloria di Dio sempre maggiore, la Chiesa Vera Sposa di Cristo Nostro Signore, Cristo Re che ci conquista e al quale offriamo tutta la nostra persona e tutta la nostra fatica, anche se siamo vasi di argilla, inadeguati». E qui il Papa indica tutte le caratteristiche della Compagnia, facendo riferimento a S. Ignazio, ma soprattutto al beato Pietro Favre, sentendosi 'compagno di Gesù Cristo', come lo fu Ignazio.

Alla fine del I capitolo ci sono due stoccate “politiche” di Bergoglio: 'non sono né di destra, né di sinistra. Inoltre «le rigide caselle del progressismo e del conservatorismo appaiono obsolete: non reggono più».

Al capitolo II, sul tema Chiesa, occorre «sentire con la Chiesa», non solo con la sua parte gerarchica, ma anche col santo popolo di Dio. Interessante l'idea che dà papa Francesco della santità. Sono santi quelle donne pazienti che fanno crescere i figli, il papà che lavora e porta il pane a casa, gli ammalati, i preti anziani, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Penso agli ospizi dove curano gli anziani.

«La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hjpomonè, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell'andare avanti, giorno per giorno. Questa è la santità della Iglesia militante di cui parla anche sant'Ignazio. Questa è stata la santità dei miei genitori: di mio papà, di mia mamma, di mia nonna Rosa che mi ha fatto tanto bene».

Non dobbiamo ridurre la Chiesa a un nido protetto dalla nostra mediocrità, a una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate.

E poi la definizione tanto citata, La Chiesa? E' un ospedale da campo...«la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. E' inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite...E bisogna cominciare dal basso». Certamente è un'immagine fortissima, che contiene in sé anche la percezione drammatica che il mondo vive una condizione bellica con morti e feriti.

Qui Papa Francesco è veramente straordinario nelle sue riflessioni, poi, facendo riferimento al passato, dice: «La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: 'Gesù Cristo ti ha salvato!'». Poi invita i ministri di Dio ad essere misericordiosi. Per il Papa, «non si può curare un malato se non partiamo da ciò che è sano».

I confessori non devono essere né troppo rigoristi, né troppo lassisti. «Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente 'questo non è peccato' o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate».

Il Papa invita i ministri del Vangelo a cambiare atteggiamento. Questa è la vera riforma. «I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato».

Qui il Papa poi fa riferimento alle situazioni complesse, come i divorziati, gli omosessuali. Invita i preti al discernimento, caso per caso: condannare l'errore e non la persona. «Il confessionale non è una sala di tortura, ma il luogo della misericordia nel quale il Signore ci stimola a fare meglio che possiamo». Il Papa avvia un altro ragionamento importante sui cosiddetti principi non negoziabili. Non possiamo insistere nel parlare solo di aborto, omosessualità, metodi contraccettivi. Del resto il parere della Chiesa ormai si sa, non è necessario parlarne in continuazione.

«Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L'annuncio di tipo missionario si concentra sull'essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus».

Secondo Papa Francesco però, «accompagnare l'uomo non significa affatto adattarsi allo spirito del mondo. Bergoglio si scaglia violentemente contro la 'mondanità spirituale', che viene prima di quella etica. Vede la trappola dell'individualismo, del relativismo, del secolarismo. Accompagnare non significa né adattarsi né cedere, ma sostenere».

Pertanto secondo papa Francesco, «dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l'edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. E' da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

Il Papa scende nei particolari, sui contenuti che deve avere una buona omelia. Si comincia dall'annuncio della salvezza, poi si può fare catechesi, infine si può tirare anche una conseguenza morale. Tuttavia oggi la Chiesa deve avere le «porte aperte», deve cercare l'incontro, uscire per strada, di stare con la gente. Bisogna educare i giovani alla missione: «ad andare, a essere callejeros de la fe (girovaghi della fede). Così ha fatto gesù con i suoi discepoli: non li ha tenuti attaccati a sé come una chioccia con i suoi pulcini; li ha inviati! Non possiamo restare chiusi nella parrocchia, nelle nostre comunità [...]Spingiamo i giovani affinché escano».

Occorre privilegiare una pastorale partendo dalla periferia. «Stare in periferia aiuta a vedere e capire meglio, a fare un'analisi più corretta della realtà, rifuggendo dal centralismo e da approcci ideologici». Il concetto di Chiesa che Papa Francesco ha delineato nell'intervista è certamente in sintonia con i suoi predecessori, e con il Concilio, non vedo nessuna rottura.

Infine per quanto riguarda le curiosità che riguardano il primo Papa latinoamericano, ho letto, «Il Vaticano secondo Francesco», di Massimo Franco, Mondadori (2014) e «Così è Francesco. Un gesuita in Vaticano», di Caroline Pigozzi e Henri Madelin, Sonzogno (2014).

Massimo Franco tra le tante curiosità su papa Francesco ne individua alcune come il primo pontefice figlio di una megalopoli, Buenos Aires, che ha vissuto in anticipo i problemi con i quali sono chiamati oggi a fare i conti la Chiesa cattolica e il mondo globalizzato. Per lui però la novità più grossa è che questo papa rivoluzionario oltre ad essere argentino, gesuita e “globale”, ha un'altra caratteristica: è un “estraneo” in Vaticano. Infatti per Franco, «l'elemento spiazzante è che si tratta di un autentico 'straniero' per la mentalità della Curia romana, eletto dopo il trauma della rinuncia di Benedetto XVI. Il compito affidatogli è di smantellare la corte pontificia e una numenklatura ecclesiastica spesso troppo autoreferenziale – secondo Franco – il suo viaggio da Buenos Aires a Casa Santa Marta, l'ex lazzaretto all'interno del Vaticano dove ha deciso di abitare, segna un epocale cambio di mentalità».

Naturalmente l'editorialista del Corriere, usa toni giornalistici, per descrivere i movimenti del nuovo Pontefice. Praticamente per lui Santa Marta diventa il luogo simbolo della rivoluzione di Bergoglio. La metafora di un nuovo inizio nella Chiesa cattolica. Si riparte da Santa Marta per un ritorno della Chiesa alle origini. «Un'austerità generale credo sia necessaria per tutti noi che viviamo al servizio della Chiesa», afferma papa Francesco. Pare che Francesco usi questa roccaforte, secondo Franco, «per sradicare una mentalità fatta di senso di impunità, carrierismo, lobbismo di ogni tipo, corruzione, avidità di denaro».

Anche il libro intervista di Caroline Pigozzi, nota vaticanista e Henri Madelin, tra i più autorevoli gesuiti, vogliono presentarci il nuovo Papa, come un uomo carismatico e sorprendente sia in pubblico che in privato. Il libro vuole essere un'opera chiave per penetrare la personalità di questo Papa venuto dalla fine del mondo. Anche la Pigozzi sottolinea la questione della scelta di Santa Marta. «Per condurre una vita conforme alla semplicità del Vangelo, il vicario di Cristo non vuole dare l'impressione di vivere in un museo. La maestosità di questi palazzi, l'imponenza degli arredi, l'altezza degli ammirevoli soffitti, la ricchezza delle figure allegoriche dipinte dai più grandi artisti del Rinascimento, la bellezza insolente e la magnificenza della Sala Clementina[...]». Il Papa teme di essere tagliato fuori dal mondo esterno. Per questo si è rifiutato di vivere al terzo piano del Vaticano, «non potrei mai vivere da solo in quel palazzo».

Un'altra tradizione secolare interrotta rispetto ai predecessori è quella di non trascorrere le vacanze a Castel Gandolfo, sulle colline che dominano il lago Albano. Per viaggiare sceglie una modesta utilitaria al posto di una limousine con i vetri oscurati e tutti i confort.

Tuttavia nel capitolo 5, «Un Papa politico e mediatico», la Pigozzi è convinta che oltre ad alcune modifiche nella curia, «sul piano dottrinale dovrebbero esserci pochi cambiamenti perché il nuovo successore di Pietro è legato alla tradizione. Sulle questioni morali – l'interruzione della gravidanza, la contraccezione e l'omosessualità – non modificherà di molto la linea e resterà di certo fedele agli orientamenti dei suoi predecessori».

Il 12 giugno 2018, alle ore 18:00, in Roma, presso Palazzo Farnese, alla presenza del Comandante della Divisione Unità Specializzate Carabinieri, Generale di Divisione Claudio Vincelli, in rappresentanza del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, Generale di Corpo d’Armata Giovanni Nistri, il Generale di Brigata Fabrizio Parrulli, Comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (TPC), ha restituito all’Ambasciatore di Francia in Italia, S.E. dottor Christian Masset, una scultura lignea policroma del XVIII sec., raffigurante “Madonna con Bambino”, trafugata, nel giugno del 1979, dal Museo Statale “Maison Jean Jacques Rousseau” di Chambery (FR), nonché due importantissimi documenti archivistici del XIX sec., asportati, in data imprecisata, dall’Archivio Storico del Ministero della Difesa e dei Vecchi Combattenti di Parigi.

Le restituzioni sono il frutto di due diverse indagini condotte, rispettivamente dai Nuclei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Udine e di Monza.

La scultura è stata individuata, nell’ottobre del 2016, nel corso di un controllo effettuato dai militari del Nucleo TPC di Udine presso un negozio antiquario del capoluogo friulano. La successiva comparazione dell’immagine dell’opera, con quelle contenute nella Banca Dati dei Beni Culturali illecitamente sottratti, gestita dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, ha permesso di indentificarla con quella rubata, nel giugno del 1979, dalla facciata principale del Museo Statale “Maison Jean Jacques Rousseau” di Chambery, oggi denominato “Musée Savoisienne”. Alla luce del riscontro, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Udine ne ha disposto il sequestro.

Gli ulteriori sviluppi investigativi hanno consentito di accertare la buona fede dell’antiquario, il quale, appresa la provenienza illecita dell’opera, acquistata da una nota casa d’aste straniera, ha rinunciato alla proprietà permettendone la restituzione in favore dello Stato francese.

La seconda attività di recupero, è stata originata da una segnalazione, nel 2011, dell’allora Soprintendenza Archivistica per la Lombardia al Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Monza, riguardante la commercializzazione, attraverso una nota casa d’aste di Milano, di due documenti risalenti all’epoca napoleonica e relativi a comunicazioni del Ministro della Guerra Francese all’Imperatore.

Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, hanno permesso il sequestro dei rari documenti:

-        Rapporto del 12 aprile 1809, inviato dal Ministro della Guerra Henry-Jacques-Guillaume-Clarke (firma autografa del “Conte d’Hunebourg”) “A sa Majesté l’Empereur et Roi”, per informarlo dei costi da sostenere per un’operazione militare in Portogallo;

-        Rapporto del 3 giugno 1812, inviato dal Ministro della Guerra Henry-Jacques-Guillaume-Clarke (firma autografa “Duc de Feltre”) “A sa Majesté l’Empereur et Roi”, in cui si chiede l’autorizzazione a concedere un foglio di via per tornare in “sa patrie” a favore di un soldato del “Battallion Etranger”.

Gli ulteriori accertamenti hanno permesso di verificare che il mandatario a vendere aveva ereditato i beni, nel frattempo riconosciuti delle competenti Autorità d’oltralpe, ignaro del fatto che fossero di provenienza illecita.

La cerimonia odierna, non solo dimostra come la restituzione alle collettività dei preziosi materiali sottratti alla pubblica fruizione, garantisca la ricomposizione dei percorsi storici, culturali e sociali, altrimenti leggibili solo parzialmente, ma costituisce ulteriore prova della straordinaria collaborazione consolidatasi, nel corso degli anni, tra il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e l’omologo Servizio francese, Office Central de lutte contre le trafic des Biens Culturels, nonché della funzionalità del canale internazionale di cooperazione di polizia INTERPOL.

 

 

Nate come difesa dall’esterno e poi inglobate nel tessuto cittadino, le Mura Aureliane accompagnano con la loro imponenza strade, scorci e orizzonti della città. Con gli oltre 12 km lungo i quali ancora si sviluppano, sono il più grande monumento della Roma imperiale e la cinta muraria urbana più lunga, antica e meglio conservata della storia. Eppure, nonostante tutti questi primati, spesso rimangono inosservate. Come primo passo di un percorso di valorizzazione, per documentare e tradurre in suggestive immagini un monumento troppo spesso invisibile, la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale, a distanza di oltre un secolo dalle storiche campagne fotografiche otto-novecentesche, ha commissionato la prima campagna fotografica integrale sull’intero percorso delle mura, anche nei punti non accessibili al pubblico.

Tra settembre e dicembre del 2017, il fotografo romano Andrea Jemolo, maestro noto e apprezzato per la sua esperienza trentennale nel campo della fotografia di arte e di architettura, ha documentato la cinta muraria scegliendo di scattare con una macchina Sinar a lastre 10x12 cm. Grazie alla possibilità di decentramento, in grado di correggere le linee prospettiche che si restringono verso l'alto, e grazie a lunghi tempi di posa, Jemolo ha ottenuto immagini ad altissima definizione che raccontano e documentano le Mura Aureliane e il loro palinsesto di storie e di trasformazioni.

Al Museo dell’Ara Pacis dal 20 giugno al 9 settembre 2018 è esposta una selezione di 77 fotografie a colori in grande formato nella mostra “Walls. Le mura di Roma. Fotografie di Andrea Jemolo” promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, ideata da Claudio Parisi Presicce e curata da Federica Pirani e Orietta Rossini. L'organizzazione della mostra è di Zètema Progetto Cultura. Il catalogo è a cura dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani.

Partendo da Porta del Popolo, passando per Villa Dominici e dalle porte Metronia, Latina, San Sebastiano, il percorso per immagini arriva fino all’ultimo tratto visibile dal Ponte dell’Industria. In ogni foto Jemolo racconta l’unicità di un pezzo di storia e di vita quotidiana. Alcuni tratti di mura si stagliano ancora solenni e solitari, altri sono stati inglobati dalla vita cittadina fatta di palazzi, cimiteri, cantieri, officine e grandi direttrici viarie, di altri tratti tenta continuamente di reimpossessarsi la natura, con arbusti, piante e rampicanti. In alcune foto, scattate all’esterno dei bastioni, si colgono le diverse tecniche utilizzate nel corso dei secoli: dai mattoni in laterizio, al tufo, ai materiali di reimpiego in marmo, mentre altre raccontano il “dentro” le mura, con scorci di camminamenti, porte, torri. In una delle torri, la numero XXXIX in via Campania, è ancora possibile ammirare lo Studio Randone, uno dei tanti luoghi di lavoro e incontro di artisti ospitato all’interno delle mura tra fine ‘800 e inizi ‘900.

Volevo che le mura, nella loro dimensione, articolazioni e materia, si imponessero con la loro propria forza. Perché ciò potesse avvenire – spiega Andrea Jemolo - avevo però

bisogno di un contesto cromaticamente neutro, di qui la scelta di fotografare nelle giornate nuvolose. Raccontare un monumento lungo 13 chilometri è stato un processo arduo giocato sul controllo assoluto del rapporto tra manufatto e luce.

In un ideale confronto con le immagini realizzate da Jemolo, in mostra si possono ammirare anche circa 50 fotografie storiche selezionate dal fondo Parker, custodito presso il Museo di Roma, e 17 fotografie storiche anch’esse provenienti dall’Archivio Fotografico del Museo di Roma. Le prime sono stampe all’albumina realizzate da Carlo Baldassarre Simelli (1811 - post 1877), uno degli abili fotografi selezionati dall'archeologo inglese John Henry Parker per realizzare la sua raccolta di immagini sulla città.  Durante i suoi soggiorni a Roma, tra il 1864 e il 1877, Parker arrivò a raccogliere un preziosissimo patrimonio di oltre 3.300 immagini, di cui gran parte dei negativi sono andati distrutti in un incendio, tranne alcuni oggi conservati presso l'Accademia Americana e il Gabinetto Fotografico Nazionale-ICCD. I positivi originali, invece, si conservano, oltre che nell’Archivio Fotografico del Museo di Roma, alla Scuola Britannica di Roma e all'Istituto Archeologico Germanico. Gli scatti raffigurano importanti costruzioni del mondo romano: si passa dalla Porta Ostiense all’Arco di Dolabella, da Porta Metronia alle Mura del Castro Pretorio, da Porta Maggiore alla Porta Asinara, dall’Anfiteatro Castrense all’acquedotto Claudio.

La realizzazione di strutture difensive in antico aveva un ruolo identitario importante: le comunità si riconoscevano e si sentivano strettamente legate alla porzione di territorio cinto dalle mura;  così, dal solco tracciato da Romolo alle Mura Serviane, fu certamente anche per Roma, che in più di una circostanza sentì il bisogno di dotarsi di un perimetro di cinta. Le Mura Aureliane rappresentano l’ultimo di questi progetti, che, proprio in quanto più recente, conserva la sua originale imponenza. A progettarle ed avviarne il cantiere fu l’imperatore Aureliano nel III secolo d.C., per rispondere all’esigenza di difendere Roma dagli attacchi dei barbari. Coprivano un tracciato di circa 19 km, raggiungevano un'altezza di circa 6,50 metri e uno spessore di 3,50 e ogni 30 metri massicce torri quadrate scandivano il tracciato. La tecnica edilizia utilizzata fu l’opera laterizia con materiali recuperati e tegole spezzate così come furono riutilizzati alcuni edifici presenti lungo il percorso, ad esempio i Castra Praetoria e le arcate dell'Acquedotto Claudio.

 

Da allora le Mura Aureliane sono state trasformate continuamente: nel V secolo con l’imperatore Onorio, che rinforzò e innalzò l’intera struttura; nel VI secolo per la guerra greco gotica e nel corso dei secoli successivi a opera di diversi papi con interventi di restauro testimoniati dai numerosi stemmi apposti lungo la cinta muraria,  finché, nel 1847, papa Pio IX decise di consegnarle all’amministrazione capitolina. Le mura continuarono a funzionare come cinta daziaria fino agli inizi del XX secolo e subirono ulteriori trasformazioni dovute al riassetto urbano e alla costruzione di nuove strade. Pur trasformandosi continuamente, hanno mantenuto un loro ruolo all’interno della vita della città, ospitando, ad esempio, studi d’artista e giardini, ma la loro funzione si è andata via via perdendo nel corso degli ultimi 50 anni.

 

E oggi, come ha scritto Marco Lodoli nel suo testo per il catalogo della mostra: le mura stanno ancora lì, meravigliose, sconfitte, poetiche nella loro possente resa, e il romano quasi non ci fa più caso, come se quel serpentone fosse parte di un paesaggio eterno e indifferente, una ruga del tempo, una malinconia abituale (…). Poche opere al mondo sono altrettanto grandiose e malinconiche, altrettanto tragiche e belle, capaci di insegnare tante cose o forse una cosa sola, ma decisiva: che dalla vita non ci si difende.

In mostra sono presenti anche circa cinquanta antiche fotografie selezionate dal fondo Parker: si tratta di stampe all’albumina realizzate da Carlo Baldassarre Simelli (1811- post 1877), uno tra gli abili fotografi selezionati da Parker per realizzare la sua raccolta.

L'archeologo inglese John Henry Parker fece eseguire a più riprese tra il 1864 e il 1877, da fotografi professionisti, durante i suoi soggiorni a Roma, una raccolta fotografica di oltre 3.300 immagini sulla città e sui suoi dintorni che porta il suo nome. Gran parte degli antichi negativi è andata distrutta in un incendio, tranne alcuni, oggi presso l'Accademia Americana e al Gabinetto Fotografico Nazionale-ICCD, mentre i positivi originali si conservano, oltre che nell’Archivio Fotografico del Museo di Roma, alla Scuola Britannica di Roma e all'Istituto Archeologico Germanico.

Le immagini raffigurano importanti costruzioni del mondo romano: dalla Porta Ostiense, all’Arco di Dolabella, da Porta Metronia alle Mura del Castro Pretorio, da Porta Maggiore a Porta Asinaria, dall’Anfiteatro Castrense all’acquedotto Claudio, per stabilire un ideale confronto con le immagini di oggi realizzate da Andrea Jemolo.

Le mura di una città costituiscono una preziosa testimonianza della sua storia. In particolare le Mura Aureliane, variamente restaurate nel corso dei secoli, sono ancora oggi uno dei più imponenti monumenti di Roma e costituiscono la più estesa e meglio conservata fortificazione del mondo classico.

La realizzazione di strutture difensive è legata alla storia di Roma fin dalle sue origini; le fonti antiche ricordano infatti in varie occasioni l’esistenza di mura intorno alla città, a cominciare dal muro di Romolo, il cui percorso intorno al Palatino era stato definito dal famoso solco, e dai successivi ampliamenti realizzati già in età regia, soprattutto con Servio Tullio. 

Tito Livio narra poi che nel 378 a.C., a seguito dell'occupazione gallica del 390 a.C., un nuovo muro venne costruito a protezione della città, realizzato saxo quadrato (cioè in blocchi squadrati)Queste mura di IV secolo (di cui si conservano vari tratti nella città moderna, comunemente definiti “Mura Serviane”) erano lunghe in totale 11 km e comprendevano una superficie di 426 ettari, la più ampia fra quelle della stessa epoca conservate in Italia.
Nel III sec. d.C., di fronte alla minaccia di invasioni delle popolazioni barbare provenienti dal nord Europa, anche se ancora lontane da Roma, l’imperatore Aureliano (270-275 d.C.) decise di promuovere la costruzione di una nuova più ampia cinta di fortificazioni, che sostituisse le vecchie mura repubblicane ormai fuori uso, sommerse e sorpassate dalla grande espansione della città imperiale.

Lungo il tracciato della fortificazione, che si sviluppava per circa 19 km, vennero realizzate porte in corrispondenza degli assi stradali preesistenti. Nella scelta del percorso da seguire si tenne conto di fattori topografici e strategici, in considerazione della morfologia dei luoghi e della presenza di edifici più antichi.

Le mura di Aureliano raggiungevano un'altezza di circa 6,50 metri e uno spessore di 3,50 metri con un cammino di ronda scoperto alla sommità riparato da un muro con merli alti 0,60 metri, posti ogni 3 metri. Massicce torri quadrate, fornite di una camera coperta utilizzata per la postazione delle macchine belliche e di una terrazza scoperta raggiungibile per mezzo di scale, scandivano il tracciato ogni 30 metri. La tecnica edilizia utilizzata fu l’opera laterizia con materiali recuperati e tegole spezzate.

Questa nuova cinta difensiva riutilizzò molti edifici che si trovavano lungo il percorso, alcuni dei quali di grandi dimensioni quali i Castra Praetoria, le arcate dell'Acquedotto Claudio, l'Anfiteatro Castrense, il muro di sostruzione degli Horti degli Acilii sul Pincio e la Piramide di Caio Cestio.

Tra il 401 e il 403 d.C. l’imperatore Onorio avviò un generale rifacimento delle mura. L’intera struttura difensiva fu rinforzata, innalzando di un piano sia i camminamenti sia le torri. Il precedente cammino di ronda fu trasformato in una galleria a volta, sopra la quale fu creato un altro camminamento scoperto e protetto da un muro merlato. Nelle torri fu realizzata, al posto della terrazza della fase precedente, una seconda camera di manovra per le macchine belliche, coperta da un tetto a quattro falde.  

Ulteriori interventi vennero realizzati nel corso del VI secolo, al tempo della guerra greco gotica.
Numerosi stemmi apposti sul circuito, che continuava a segnare fortemente il paesaggio di Roma, costituendone il limite difensivo e amministrativo, ricordano i vari e successivi restauri effettuati dai papi, che costruirono anche nuovi tratti di mura a difesa del Vaticano. Nel 1847 il Papa Pio IX con motu proprio le consegnò all’amministrazione del Comune di Roma; dopo l’unità d’Italia e la proclamazione di Roma capitale nel 1870 le Mura continuarono a funzionare come cinta daziaria fino agli inizi del XX secolo.

Il direttore dell’Istituto Ellenico della Diplomazia Culturale Haris Koudounas, ospite del giornalista della stampa estera Giorgio Lambrinopulos, intervistato in esclusiva per il Corriere del Sud. L’intervista è dedicata alla prima presentazione dell’Istituto Ellenico della Diplomazia Culturale in Italia avvenuta sabato 10 maggio ore 10,00 presso il Museo Omero di Ancona.

Cosa è l’Istituto Ellenico della Diplomazia Culturale?

E’ una fondazione scientifica costituita ad Atene nel mese di Marzo 2017. Non governativa e senza fini di lucro, dove i suoi membri sono persone di grande levatura scientifica ed accademica, ispirati da una visione comune, che vogliono valorizzare il carattere culturale della Grecia con il sostegno e la collaborazione di personalità riconosciute nel campo delle scienze, lettere arti diplomazia. Con tante sedi nel territorio ellenico e altre tante all’estero ambisce di costruire il ponte del glorioso passato della Grecia culla della Civiltà, della filosofia e della democrazia con il presente, creando ogni giorno nuove possibilità di dialogo con le nuove generazioni. Non escludendo la prima e concentrandosi sulla seconda cerca di trovare attraverso i tantissimi settori della diplomazia culturale l’armonia e la sintesi di entrambe due epoche, l’antica e questa nostra attuale.

Come sarà svolta Cosa la giornata del 27 maggio presso il Museo Omero?

Nella prima parte dell’evento io come direttore dell’istituto per l’Italia ed il fondatore e presidente dell’istituto dr. Petros Kapsaskis che verrà da Londra – il 20 maggio è stata inaugurata la sede in Gran Bretagna dell’Istituto- presenteremo il nostro istituto.

Nella seconda parte avremo modo di captare i messaggi della diplomazia culturale. Avremo tre interventi con il titolo generale “Un viaggio nella diplomazia culturale”, e si affronterà il tema della Diplomazia dei Musei, della Diplomazia Economica e della Diplomazia del Mare.

Interverranno: Il Prof. Aldo Grassini, Presidente Museo Tattile Statale Omero; Il Dott. Gianfranco Iacobone, Vicepresidente dell’Accademia Marchigiana; Il Dott. Carlo Giacomini, Vicedirettore Archivio di Stato di Ancona. In questa occasione verrà presentata per la prima volta al pubblico, la riproduzione del più antico documento conservato presso l’Archivio di Stato di Ancona, vale a dire la Crisobolla, un privilegio rogato a Costantinopoli per la Communitas di Ancona che Andronico II Paleologo, Imperatore Bizantino, concesse alla città nel 1308. Al termine l’Orchestra giovanile Marche Sotto la direzione del Maestro Stefano Campolucci, l'orchestra si è esibita, oltre che nei maggiori centri della Regione, anche a Gerusalemme, Betlemme, Sarajevo, Mostar, Assisi, Varese, Lugano, Venezia, Rijeka, Zagabria, accompagnerà i partecipanti su musiche del ‘700. Giovani musicisti iscritti nelle migliori scuole marchigiane ed in Conservatorio, nonché di musicisti diplomati e concertisti

L'Orchestra Giovanile delle Marche nasce nel 2012. In programma musiche di Leclair, Rameau, Mozart, Hendel, Vivaldi.

Qual’ è stata la necessità di fondare ad Atene l’istituto Ellenico della Diplomazia Culturale?

Tutto parte dall’esigenza di valorizzare e diffondere la Cultura Ellenico nel mondo e nello stesso tempo di conoscere la Diplomazia Culturale come un mezzo potente per l’unione fra i popoli.

Ma prima ancora esiste una questione d’identità. Definire oggi la nuova identità Ellenica è priorità del nostro Istituto.

Rappresento l’Istituto Ellenico della Diplomazia Culturale in Italia perché credo con vivacità che una nuova identità Ellenica può diventare un canale di comunicazione universale! Non dimentichiamo che la cultura greca è stata da sempre un prodotto che è stato esportato in tutto il mondo.

Ma come questa nuova identità greca può diventare un canale di comunicazione universale?

La risposta penso che si trova in un’altra domanda! Come oggi il cittadino greco può creare e produrre cultura nella sua vita quotidiana!

Siamo certamente convinti che questo modello che proponiamo è valido per tutti e potrà essere realizzato con tre parole chiavi:

Educazione ed Etica (dove all’interno della nostra etica ci sono i nostri Valori, i nostri Principi). Due parole che non valgono solo per i cittadini greci ma anche per i cittadini di mondo intorno a noi, per gli Italiani, e visto che Italia e Grecia sono portatori di messaggi linguistici, culturali ed umanistici da migliaia di anni è sottinteso che devono collaborare utilizzando le chiavi dell’educazione e della cultura per risolvere le grandi problematiche che caratterizzano oggi l’Uomo. Queste poi due parole chiavi ci inducono ad una terza parola: Il dovere.

Assumere la responsabilità del presente nella nostra società guardando però il nostro futuro, le nuove generazioni.

Ed ecco che siamo difronte a dover intrepretare la nostra vita quotidiana tramite una innovazione presente nel nostro Istituto. Introdurre quindi nuove tipologie di diplomazia nei vari settori è un passo nuovo per poter andare oltre i soliti meccanismi della quotidianità sia nella vita politica di un paese sia a quella di politica estera quando le relazioni tra diversi paesi si bloccano e rimangono per tanto tempo ferme senza passi di crescita. Le nuove tipologie sono: La Diplomazia dei Musei, del Mare, del Teatro, della Musica, della Salute, la Diplomazia Economica, della Gastronomia etc.

Come vuole affrontare l’istituto della Diplomazia Culturale il tema delle nuove generazioni?

Per noi il tema dei giovani è molto importante. Negli ultimi cinque anni in Grecia più di 220.000 giovani ben istruiti sono fuggiti all’estero non potendo trovare una occupazione in Grecia, ma questo è anche un fenomeno che incontriamo ultimamente anche in Italia.

Negli ultimi tempi appunto sia i greci che gli italiani si sono spinti facilmente all’estero per conoscere nuove strade o per trovare altre vie personali di carriera o spirituali. Purtroppo, negli ultimi anni specialmente in Grecia, le necessità di sopravvivenza e le condizioni economiche svantaggiose non danno ora la possibilità, come prima, di poter andare in un altro paese e rimangono quindi in Grecia, in un paese che mancano purtroppo le basi e le infrastrutture per poter trovare un lavoro equivalente dello studio eseguito.

Comitati qualificati del nostro istituto sia in Grecia che all’estero stanno studiando il fenomeno eseguendo approfondite analisi sociologiche, geopolitiche ed antropologiche per poter offrire alle problematiche della nostra società nuove opportunità ai giovani e contribuire consegnando una importante chiave di lettura attraverso la diffusione di ogni aspetto della diplomazia culturale. Devo dire che la diplomazia culturale non è conosciuta né in Grecia né in Italia. Ultimamente in Italia ma soprattutto in Grecia grazie al nostro Istituto sta facendo i primi passi ma è davvero poco. In Grecia non si insegna alle università e non esistono istituzioni o enti che si occupano della divulgazione dell’arte di trattare le questioni di politica internazionale per conto dello stato.  L’ obiettivo della nostra sede di Atene è di diffondere tutti gli aspetti della Diplomazia culturale e di sviluppare delle attività riguardanti la produzione della cultura ellenica, per poi promuoverla e divulgarla all’estero tramite le sedi dell’Istituto nel mondo.

Quali sono i prossimi programmi dell’Istituto Ellenico della Diplomazia Culturale?

La priorità della sede italiana dell’Istituto che si trova ad Ancona, è di contribuire a restringere le relazioni e i rapporti con l’Italia con le istituzioni e le associazioni di categoria, con le università, vari istituti ed accademie attraverso la cultura, l'arte, la lingua, i progetti scientifici, auspicando in possibili nuove strade di comunicazione, quando le strade tradizionali sono chiuse. Le nostre

prossime iniziative dello IEDC sono: Organizzare Conferenze, seminari e incontri di approfondimento su diversi temi di carattere storico, religioso, spirituale, sociale e sulla cultura imprenditoriale; organizzare incontri musicali con artisti greci contemporanei, mettendo quindi le culture musicali a confronto; Promozione della cultura e della letteratura nella Grecia contemporanea: incontri quindi con poeti, scrittori ellenici di oggi; Creare una nuova frontiera delle arti visive con una rassegna internazionale di cortometraggi; Inoltre individuare nuovi percorsi turistici alternativi per il turismo industriale, turismo religioso, percorsi ed itinerari che possono essere sia culturali che scientifici.

Infine, instaurare dei comitati scientifici con studiosi e accademici italiani che si interessano della cultura ellenica, proteggere e conservare tracce, documenti, stampe, scritti di cultura greca, premiare chi per tati anni ha protette, conservato e diffuso la cultura greca in tantissime strutture di carattere culturale nel territorio italiano.

La Grecia, e l'Italia sono Paesi portatori di messaggi culturali umanistici ed universali.

Noi cercheremo di contribuire al meglio puntando sulla collaborazione per costruire ponti culturali i quali non dipendono da una limitata diplomazia dei governi - stati ma dall’etica e dai valori forti di una Diplomazia Culturale.

Grazie

Istituto Ellenico della Diplomazia Culturale

L’Istituto Ellenico della Diplomazia Culturale è una Fondazione scientifica civile e non governativa costituita ad Atene il 25 marzo 2017.  La Fondazione dell’Istituto Ellenico della Diplomazia Culturale si è resa necessaria per una nuova valorizzazione della cultura greca, ovvero per la creazione di una nuova identità culturale. L’interesse predominante dell’Istituto consiste nella valorizzazione della cultura, nella promozione della cooperazione e nella creazione della fiducia reciproca al fine di instaurare delle relazioni di vicinanza emotiva con i cittadini di altre nazioni che potranno continuare ad esistere a prescindere dagli avvicendamenti dei governi. L’Istituto Ellenico della Diplomazia Culturale con sede centrale ad Ancona, desidera svolgere nel territorio italiano un ruolo importante nella vita culturale contribuendo all'evoluzione dell’immagine della Grecia, rafforzando e sostenendo i suoi giovani artisti e creando l’humus culturale, importante elemento d’identità di ogni cittadino Europeo contemporaneo. Per l’attività e la realizzazione degli scopi dell’istituto Ellenico della Diplomazia Culturale sono state create le seguenti Sezioni della Ricerca Scientifica (S.R.S):

1. Diplomazia del Melodramma 2. Diplomazia del Horodramma 3. Diplomazia della Salute 4. Diplomazia della Comunicazione e dei Media 5. Diplomazia dei Musei 6. Diplomazia del Teatro e del suo insegnamento 7. Diplomazia Economica 8. Diplomazia del Mare 9. Diplomazia Ecclesiastica 10. Diplomazia dello Sport 11. Diplomazia del Turismo Culturale 12. Diplomazia del Turismo Medico 13. Diplomazia Parlamentare 14. Diplomazia del “Brand Name” 15. Diplomazia Pubblica 16. Diplomazia Culturale 17. Diplomazia Congressuale 18. Sound Diplomacy

Haris Koudounas

Accademico, scrittore, poeta, ricercatore storico e docente di sistemi della decodificazione della lingua greca. È amministratore unico dello “Studio di Consulenze & Interpretariato” con sede ad Ancona e si occupa di: Consulenza legale ed infortunistica nel territorio italiano per gli automobilisti ed autotrasporti ellenici; Consulenza per le ricerche di mercato e le strategie di comunicazione tra Italia e la Grecia. Tra le cariche ricoperte annovera: Consigliere del Commissario Straordinario presso International Emergency Management Organization e Consigliere delegato presso Accademia Angelico Costantiniana nonché Direttore dell'Istituto Ellenico di Diplomazia Culturale per l’Italia.

 

 

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