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Venerdì, 24 Febbraio 2017

Nel libro “L'intelligenza in pericolo di morte”, il filosofo belga Marcel De Corte, descrive un dramma: la crisi della civiltà contemporanea, della civiltà occidentale. Si potrebbe definire una diagnosi clinica, dove si tocca il male profondo che ha colpito l'intelligenza umana e la minaccia di morte.

De Corte riesce a fare una coraggiosa sintesi dei vari passaggi, sotto la spinta delle “rivoluzioni” del XVIII secolo, che hanno portato l'uomo contemporaneo al disastro antropologico odierno. Principalmente De Corte si rivolge “a quel mostro affascinante che è l'utopia, che si presenta oggi sotto molti travestimenti, uno più nocivo dell'altro, dal romanticismo della scienza alla informazione deformante”.

Più volte il filosofo belga sostiene la tesi che il regime democratico nato dalla Rivoluzione francese, presuppone“l'allontanamento, o almeno, la sterilizzazione politica delle società naturali o seminaturali, in cui l'uomo si trova iscritto dal destino sin dalla nascita o dalla vocazione: famiglia, comunità professionale, comunità locale e regionale, patria piccola o grande eccetera”. Certo sussistono  ancora queste realtà, ma in maniera precaria, basta osservare, la famiglia, la società naturale per eccellenza.

De Corte, è severamente critico della democrazia moderna:“è essenzialmente il regime sprovvisto di ossatura e di muscolatura, dove lo Stato regna solitario per mezzo di un apparato artificiale le cui metastasi cancerose proliferano dentro le coscienze, e culmina, senza essere il risultato di una forza naturale sociale”. Praticamente la democrazia è costituita da uno Stato senza società, da una collettività composta da individui anonimi eguali, intercambiabili e che fra loro non hanno nulla da scambiare e da comunicare. Questa democrazia forma una società di massa, dove gli individui sono sradicati dalle strutture sociali viventi,“dove si addizionano gli uni agli altri in una comunità di somiglianza”. Avviene il contrario nelle società organiche, qui“i membri sono PRESENTI gli uni agli altri e partecipano, su piani diversi, a una medesima esperienza sensibile, intellettuale e morale degli esseri e delle cose che costituisce il fondamento solido e incrollabile delle loro certezze e della loro capacità di scambievole comunicazione[...]”.

Nella società di massa, l'individuo entra in rapporto con gli altri attraverso l'informazione. Si conoscono gli avvenimenti attraverso l'informazione, “per mezzo di informatori che registrano, radunano, scelgono, configurano, esprimono e diffondono i fatti, al posto loro”. In pratica nella democrazia, l'informazione ha una importanza fondamentale, entrambi vanno di pari passo. L'informazione dà “una parvenza di vita, essendo percettibile, udibile e visibile”. Diventa addirittura un bisogno, non si può fare “a meno delle 'notizie'; la lettura dei giornali è la preghiera mattutina dell'uomo moderno, diceva Hegel, e Montherlant evoca, non so dove, la faccia del passeggero nella metropolitana tuffata al crepuscolo nell'ultima edizione del suo quotidiano abituale, simile al muso del cavallo affondato nella profenda”.

De Corte descrive mirabilmente l'individuo della società di massa, che tagliato dal suo passato dalle tradizioni, dalle certezze oggettive, dalle evidenze della società naturale, ora vive isolato, immerso nella collettività, di cui ignora quasi tutto. Praticamente cerca nella informazione, “un rimedio contro l'individualismo e contro la società di massa di cui lentamente muore”.

De Corte nel libro tratta anche di una manipolazione delle diverse forme del linguaggio in particolare quello letterario o artistico, indirizzando così l'umanità verso una Babele. Oggi emergono per il professore belga“gli scaltri, i senza scrupoli, laici o chierici che governano gli altri con le parole. Si eliminano gli uni gli altri con tecniche che vanno dalla semplice frecciata, scritta o detta, sino alla rivolverata alla nuca”. E qui De Corte scrive che c'è una profonda riflessione da fare sulla storia degli ultimi due secoli:“la maggior parte dei dittatori e dei tiranni moderni sono scrittori o artisti che hanno sostituito al vano linguaggio dei segni estetici, un sistema di segni che diffonde il terrore e sostiene la prepotenza di chi lo usa: da Bonaparte a Hitler, da Mussolini a Stalin, passando per tanti altri che hanno avuto una temporanea fortuna, o sono falliti nel loro tentativo[...]”. A questo proposito diceva Napoleone: “ho attuato l'alleanza della filosofia con la sciabola”. Oggi i suoi emuli, direbbero di “aver attuato l'alleanza del linguaggio col lavaggio dei cervelli”.

Il professore De Corte chiude il cerchio:“società di massa, società legata da informazioni, società fondata sulle parole, sulle immagini, su riproduzioni e simulacri, si costruiscono, se così possiamo dire, automaticamente, si fondono in una specie di holding collettivo, gigantesco, di cui i 'furbi' detengono la direzione generale”.

A questo punto il professore fa l'esempio di come allora si è mistificata la realtà della guerra contro il Comunismo nel Vietnam. Si sono associate slogan come “la sporca guerra del Vietnam”, con immagini di terrore convenientemente scelte, alla fine si finisce col non vedere più la realtà e si fa di tutto per liberarsi a qualsiasi costo della guerra. Pertanto “la sola rappresentazione mentale degli Stati Uniti suscita un riflesso di animosità non tanto per la loro condotta nei confronti di un popolo che vuole 'liberarsi', ma per il loro comportamento nei confronti del soggetto in cui è suscitato il riflesso, colpito nel suo inconscio e modellato dalla in-formazione”. Identico meccanismo per tutte le guerre più o meno giuste degli americani. Qualcosa di simile oggi che è stato eletto a presidente degli Usa Donald Trump. Anche qui l'informazione diventa deformante.

Il De Corte insiste sulle tecniche che usa l'informatore per informare l'in-formato. L'informazione“diviene una macchina per agire sopra un gran numero di uomini e in-formarli in serie [...]le tecniche della informazione presuppongono la capacità di devitalizzare l'essere umano e degradarlo alla condizione di materia plastica”.Ma l'informazione è inseparabile dalla propaganda, spesso l'obiettività dei mass media passa in secondo piano. I mass media in mano a gruppi particolari o allo Stato, comunicano, all'”uomo medio” della società di massa, che non ha la capacità, né la possibilità di verificare le informazioni che riceve o di criticarle. Sostanzialmente per De Corte, “è l''uomo massa' che affronta, nelle notizie donde trapelano, problemi che per l'ampiezza, il numero e il significato lo superano infinitamente. Aggredito da informazioni di cui non può calcolare l'importanza né tantomeno stabilire la gerarchia della loro portata e del loro valore, informato è completamente alla mercè dell'informatore”.

L'informatore ha la tentazione irresistibile di imporre la propria visione su tutto. Del resto l'uomo della società di massa,“desidera che l'informazione gli comunichi direttive di pensiero e d'azione, una ortodossia e una ortoprassia”. Peraltro l'informatore sa di avere davanti un essere debole, estremamente mistificabile, anche perchè l'uomo della società di massa è incapace di agire e di capire se stesso. L'informatore così accresce definitivamente la sua volontà di potenza e plasma e deforma a suo piacimento tutti gli in-formati. L'informato, individuo isolato nella società di massa, partecipa,“quasi chiamato , per opera della informazione che lo deforma, al consolidamento della società di massa e della democrazia, alla socializzazione, alla meccanizzazione della sua condotta a opera del potere, e col suo proprio consenso”.

De Corte spiega chiaramente la tecnica di come un “piccolo numero di agenzie di stampa”, a livello internazionale e nazionale a mettersi al servizio degli Stati e dei suoi governi, senza venire mai in conflitto con loro.“Non v'è nemmeno un solo esempio di governo che, informando il pubblico della sua opera, non presenti l'informazione nella luce più favorevole o meno sfavorevole per lui”. In pratica quello che è successo con i tre governi del dopo Berlusconi in Italia.

De Corte sostiene che a partire dal 1914, la guerra psicologica delle informazioni deformate e deformanti non si è mai interrotta, dal momento in cui gli Stati si sono accorti dell'importanza vitale che avevano per loro. Il filosofo fiammingo è categorico,“in una società democratica di massa, il governo che si limitasse a informare il cittadino senza piegarlo, senza influire su di lui, né formarlo e deformarlo, sarebbe rapidamente spazzato via, anche e soprattutto nella Russia sovietica, nella Cina comunista e nei paesi situati nella loro orbita”.

I regimi democratici devono sempre ingannare l'opinione e persuaderla che la segue, mentre invece la guida. Un capo socialista poteva dire: “sono il loro capo, dunque li seguo”. Tuttavia, però, “il governo non può isolarsi dalla massa, ma può tendere fra sé e la massa una cortina impalpabile dove la massa vedrà proiettarsi un'apparenza di politica, mentre la politica vera si svolgerà dietro”. Allora, De Corte può scrivere che, “tutta l'arte di governare, si riduce in fin dei conti a cogliere l'avvenimento che permetterà al governo di ingannare l'opinione pubblica a suo favore”. Per fare questo “il prezzo da pagare è la deformazione permanente dell'informazione, la menzogna che si insinua nell'avvenimento e lo traveste”.

E' semplice governare nella società di massa, sia per la democrazia formale, reale o comunista, basta far proclamare dalla massa quel che si è decretato di fare. La formula è sempre la stessa: “Il popolo lo vuole”, ripetuto più volte, acquista una valenza magica. L'informazione che governa, in mano ai pochi, ogni tanto danno qualche oggetto reale, ma rivestito di ideologia e di immaginazione, così c'è l'illusione di governare. Infatti per De Corte sia “le elezioni a 99,95% a favore del partito unico sono autentiche quanto quelle che si svolgono nelle democrazie liberali. Nei due casi, tutto è deciso dal popolo, vale a dire, da alcuni, in apparenza democratica che la informazione fornisce la dose di realtà indispensabile ad accendere nello spirito la immaginazione mitica”.

Allora una informazione penetrata di propaganda, può INVERTIRE il senso di qualsiasi fatto. Addirittura all'uomo si può far accettare anche la sua schiavitù. Nella democrazia e nella società di massa, appare“impossibile discernere l'informazione dalla propaganda, l'avvenimento dall'influsso di cui viene caricato, la verità dalla menzogna, il reale dall'immaginario, il dato dal costruito”.

A questo punto De Corte procede a descrivere come si snatura l'avvenimento. Mi fermo, alla prossima.

Ripercorrere, seppur per sommi capi, le tappe della scristianizzazione della cultura europea, attraverso l’analisi delle sue radici, ha l’indubbio merito di farci capire, da dove dovremmo ripartire, per impostare correttamente quella  “nuova evangelizzazione”, anche della cultura, auspicata dagli insegnamenti di san Giovanni Paolo II (1978-2005). In questo percorso è d’obbligo incontrare, ora, due “protagonisti assoluti” della crisi dell’identità europea: Marsilio da Padova (1275-1342)  e Guglielmo da Occam (1285-1347). Il primo fu un filosofo e uno scrittore politico di grande rilievo; alcuni lo considerano addirittura come un precursore della modernità. Indubbiamente, con la sua opera complessiva e, soprattutto, col celebre Defensor Pacis (1324), assestò un duro colpo alla concezione politica medievale. Secondo lo storico Carlo Dolcini il pensiero di Marsilio sarebbe, addirittura, il più sistematico attacco alla Chiesa visibile, condotto in quegli anni. A ragion veduta, è considerato uno dei “padri” dello Stato Moderno. Vediamo il perché. Teorizzò la separazione, non la sacrosanta distinzione, tra la sfera politica e quella religiosa, identificando, di fatto, l’azione dello Stato con il fine verso cui deve tendere. Iniziò,così, a subordinare la sfera religiosa a quella temporale, perché il fine primo di ciò che esiste all’interno dello Stato deve essere subordinato ad esso, Chiesa compresa, nella sua interezza, dall’ultimo dei fedeli laici, fino al Papa stesso. Chiesa e papato sono ridotti,dunque, a semplici strumenti al servizio dello Stato. Marsilio pose una novità assoluta: capovolgendo l’insegnamento paolino ‒ che fondava in Dio l’origine dell’Autorità e del potere  temporale, poi esercitato,concretamente, dall’uomo nelle varie epoche storiche ‒ asserì, che l’unica fonte di legittimità del potere è il popolo, universitas civium, o , meglio, la sua parte migliore, valentior pars, che, successivamente, può affidarla al Principe per farla rispettare. In questo modo, Marsilio tratteggiò alcuni degli elementi portanti dello Stato Moderno: 1) da autonomo, divenne ontonomo, cioè trovava in se stesso la propria legittimità, non avendo più un limite superiore, la legge Eterna di Dio, né uno in basso, costituito dalla morale sociale naturale. 2) conseguentemente, il bene e il vero non dovevano più diventare,automaticamente, legge positiva. Tutto dipendeva dalla volontà del legislatore umano. A tale concezione, non era estranea la filosofia dell’altro “pilastro” dello Stato Moderno, scristianizzato: il nominalismo di Guglielmo da Occam. Così ha sintetizzato la sua filosofia il gesuita  e storico della Chiesa  Joseph Lortz: «Per l’atteggiamento di fondo nominalista, i concetti e le realtà sono talmente staccati, che una metafisica dell’essere diviene impossibile. Di conseguenza non ci può essere alcuna conoscenza naturale di Dio». In pratica, Occam pose, a partire dal principio dell’Onnipotenza divina, la volontà e non la razionalità con la non-contraddittorietà, alla base dell’essenza e dell’agire di Dio. Questo porre come libero atto dell’arbitrio di Dio (Lortz) anche la Rivelazione, comportava che, ad esempio, lo stesso decalogo avrebbe potuto essere diverso, anzi, completamente opposto: potendo comandare, dunque, all’uomo, anche di rubare, uccidere, essere falso etc, per salvarsi l’anima! Marsilio, influenzato dal nominalismo, attribuì allo Stato, le stesse caratteristiche che Occam applicava a Dio; pertanto, poiché Dio non ha ostacoli che possano limitarne, concretamente, l’esercizio della volontà, sia in alto, sia in basso e “volendolo”, potrebbe cambiare continuamente i suoi giudizi e le sue valutazioni, parimenti, lo Stato, equiparato a Dio, è svincolato da qualsiasi condizionamento al di sopra di esso. Le conseguenze per la cultura europea furono devastanti. Occam, in questo modo, aveva “costruito”un pont, che fece transitare la rigorosa filosofia tomista nella sfumata ed incerta filosofia nominalista, la quale negava ogni valore ai concetti universali, Papato ed Impero compresi. L’impatto che le opere di questi due pensatori ebbero sulla cultura europea, fu decisamente rivoluzionario; preparò il terreno di coltura, sul quale, di lì a poco, si svilupparono fenomeni di natura storica universale come l’Umanesimo e il Rinascimento. Il primo “piegò” l’attenzione da Dio all’uomo e dalla conquista del Paradiso a quella dei piaceri terreni; fu soprattutto un movimento letterario, che ebbe in Francesco Petrarca (1304-1374) e Giovanni Boccaccio (1313-1375) i suoi massimi esponenti. Il secondo, invece, molto più ampio ed esteso, saltando a piè pari l’esperienza medievale, voleva connettersi direttamente col mondo pagano. Lo vedremo la prossima volta.

Dal 4 marzo al 12 maggio 2017, Palazzo Collicola Arti Visive di Spoleto (PG) ospita il secondo appuntamento del progetto Cortesie per gli ospiti. Un gallerista. La sua visione. Un progetto espositivo, un ciclo di mostre dedicato al mondo dei galleristi privati con le loro storie, le loro scelte, le loro passioni e intuizioni.

La rassegna, che ha ricevuto il patrocinio della Città di Spoleto, dell’Unione Europea - Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, del Ministero dello Sviluppo Economico, della Regione Umbria, del Programma Operativo Regionale, è dedicata a Giampaolo Abbondio, fondatore e titolare della Galleria PACK a Milano.

Il percorso espositivo è curato da Luigi De Ambrogi, ex gallerista d’avanguardia, che di Abbondio è stato compagno d’avventura nella nascita dello spazio.

De Ambrogi ha selezionato 28 artisti, italiani e internazionali, che hanno legato la loro vicenda personale con quella della galleria, tra cui Matteo Basilé, Edo Bertoglio, Marìa Magdalena Campos-Pons, Alberto Di Fabio, Franko B, Robert Gligorov, Debora Hirsch, Masbedo, Andres Serrano, Robert W. O. Stone, Wainer Vaccari, che rappresentano la mappatura di 15 anni d’attività della Galleria PACK, prima nella sede storica di Foro Buonaparte 60, quasi un museo per capienza e imponenza, poi nel nuovo spazio condiviso, assieme a Federico Luger, di Viale Sabotino 22.

La rassegna è una narrazione visiva che procede per capitoli autonomi, quasi un montaggio filmico in cui la vicenda collettiva attraversa emozioni, eventi, temi di ampia portata, culture.

Come afferma Gianluca Marziani, curatore artistico di Palazzo Collicola, “Cortesie per gli ospiti non si tratta di un invito rivolto alla galleria ma al gallerista. È una differenza che reputo sostanziale: la galleria rappresenta uno spazio fisico, un frangente limitato, la cognizione mercantile dentro un luogo strategico; il gallerista, al contrario, rappresenta un’attitudine esistenziale e professionale, lo status tra pensiero e azione, un occhio etico che disegna una geografia estetica”.

“Il bravo gallerista - continua Gianluca Marziani - ascolta il mondo in stereofonia: da un lato le pulsioni creative con gli artisti da scoprire, le opere da privilegiare, i progetti da sostenere, le operazioni da distribuire; dall’altro le voci e le aspettative del pubblico, la critica sociale da considerare, le tendenze su cui sintonizzarsi… il vero gallerista (da non confondere con il puro mercante) è un equilibrista del pensiero creativo, un Philippe Petit che cammina sul filo teso tra due grattacieli, mantenendo un occhio sul versante della ricerca e un altro sulle regole del mercato”.

Il catalogo verrà presentato sabato 11 maggio, in occasione della chiusura della mostra. La presentazione avverrà alle ore 16:00 con una conversazione tra Gianluca Marziani, Luigi De Ambrogi, Giampaolo Abbondio e alcuni artisti coinvolti nel progetto.

Galleria PACK è stata fondata nel 2001 con l’intento di offrire al pubblico una programmazione ambiziosa, incentrata sulla produzione di artisti emergenti e maggiormente affermati. Le opere finora esposte svelano un orientamento leggibile: da un lato, l’interesse per il corpo nelle sue varie rappresentazioni e manifestazioni; dall’altro, l’esperienza fisica di grandi installazioni che coinvolgono lo spettatore in realtà sensoriali diverse; da un altro ancora, una particolare attenzione per i nuovi media, spaziando dalla creazione tramite nuove tecnologie alla complessa struttura delle videoinstallazioni. Galleria PACK considera essenziale l’aspetto produttivo di ciò che viene mostrato, portando avanti, assieme agli artisti, ambiziosi progetti multiformi, installazioni, opere video e performance. 

La collaborazione con curatori italiani ed esteri soddisfa, infine, una volontà di collocare l’attività nel flusso degli scambi interculturali e pluridisciplinari, attivando una componente critica che trova continuità in una serie di pubblicazioni. Nel 2009 Galleria PACK vanta la partecipazione di tre artisti della sua scuderia alla 53° Biennale di Venezia: Matteo Basilè e Masbedo hanno esposto presso il Padiglione Italia, curato da Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli, mentre Andrei Molodkin ha esposto presso il Padiglione Russo, curato da Olga Sviblova. Nel 2005 la Galleria, con la cura di Gianluca Marziani, ha realizzato “My Rome”, performance corale dell’artista Zhang Huan presso i Musei Capitolini; “Family Tree”, opera dell’artista cinese, è stata poi acquisita dal Centre Pompidou di Parigi e inserita nella sua collezione permanente. Galleria PACK è presente in numerose fiere d’arte contemporanea nazionali (Arte Fiera, Miart) e internazionali (Scope Basel, Art Miami, Berliner Liste, Art Moscow, Beirut Art Fair, Crossroads). È  del 2013 la partecipazione di Marìa Magdalena Campos-Pons al Padiglione di Cuba della 55°Biennale di Venezia. Nel 2015 la galleria si è trasferita nella nuova sede in viale Sabotino 22 presso SPAZIO 22.

Matteo Basilé, Peter Belyi, Simone Bergantini, Edo Bertoglio, Yannis Bournias, Marìa Magdalena Campos-Pons, Pablo Candiloro, Ofri Cnaani, Gianni Colosimo, Nicola Di Caprio, Alberto Di Fabio, Franko B, Robert Gligorov, Fathi Hassan, Debora Hirsch, Zhang Huan, Oleg Kulik, Miltos Manetas, Masbedo, Jason Middlebrook, Bartolomeo Migliore, Andrei Molodkin, Marco Neri, Marina Paris, Giuseppe Pietroniro, Andres Serrano, Robert W. O. Stone, Wainer Vaccari.

Si è spento a Roma all'età di 80 anni l'artista greco di nascita, ma romano di adozione Jannis Kounellis, uno dei più grandi esponenti dell'Arte Povera. Egli giunge giovanissimo nella Capitale, dove frequenta l'Accademia delle Belle Arti sotto la guida di Maestri d'Arte del calibro di Toti Scialoja, Franco Gentilini, Mino Maccari e Ferruccio Ferrazzi.
Il suo debutto nel 1960 alla Galleria Tartaruga, dove presenta la serie pittorica degli Alfabeti.
In tutta la sua produzione artistica si è sempre avvertita una certa sofferenza per la lontananza dal paese che gli ha dato i natali, tema ricorrente che ha conferito una personalissima connotazione alle sue opere.
Proprio in questi giorni si concluderà la mostra che il "Musma" Museo della Scultura di Matera gli ha dedicato per rendere  omaggio ancora una volta alla sua elevata cifra artistica.
La mostra, curata da Tommaso Strinati, consiste in  un'installazione con 14 disegni e racconta l'affascinante, singolare e complesso percorso umano ed artistico di Jannis Kounellis, pittore e scultore nato al Pireo il 23 marzo del 1936, al quale va riconosciuto il merito di aver cambiato i canoni di riferimento dell'essere artista.
Egli ha percorso tanta strada prima di imporsi nel panorama contemporaneo; tuttavia, ha saputo conservare una certa umiltà, tanto da disprezzare la definizione di "mito".  Un antidivo per definizione, dai modi assolutamente garbati e dalla voce bassa e suadente, che amava presentarsi agli eventi pubblici in modo assolutamente informale, con i suoi lunghi capelli brizzolati e gli inconfondibili baffi.
Pittore e scultore da sempre innamorato del teatro, le sue opere sono vere e proprie scenografie teatrali.
Pur prediligendo l'utilizzo del legno, in quanto elemento naturale che ben rappresenta l'Arte Povera, la sua produzione artistica si ricorda anche per altri elementi minerali e naturali, fra i quali il piombo, i fiori, la terra e i sacchi di iuta riempiti di carbone e per le ambientazioni decisamente inusuali delle sue rappresentazioni artistiche, quali  fabbriche, cantieri, boschi; il tutto per indagare in profondità sul rapporto uomo-natura.
Kounellis riteneva che il più grande segreto dell'arte fosse quello di continuare a rinnovarsi e stupire e il suo studio è sempre stato dedicato alla ricerca in tal senso. Appassionato estimatore dell'Arte italiana, da Tiziano a Caravaggio, egli è riuscito a coniugare la tradizione con il contemporaneo ed ha vissuto intensamente un'importante stagione artistica nella Roma degli anni '70 accanto a Mario  Schifano, Tano Festa, Mario Ceroli e Renato Mambor.
In questi decenni tante città italiane, capitali europee ed internazionali gli hanno dedicato mostre personali o retrospettive di successo.
Questo artista, benchè riconosciuto come uno dei Maestri dell'Arte Povera, nel suo percorso ha sperimentato anche altre modalità espressive; dopo il movimentato periodo degli anni '70, nel decennio successivo l'utilizzo di materiali antichi evoca la nostalgia per il mondo arcaico, in un'accezione mitologico-simbolica.
La sua arte, in continua evoluzione e ricerca, trova una sintesi nel 1969, quando presso la Galleria L'Attico di Roma espone un'opera senza titolo, ovvero 12 cavalli vivi, per rappresentare il conflitto tra arte e natura e nel contempo continuare a sorprendere, sempre, nella vita ed ora oltre la vita...

Abbiamo più volte notato come certo giornalismo, ma anche tanto intellettualismo deforma i fatti, la realtà. Spesso da quello che scrivono si deduce che vivono in un loro mondo immaginario, lontani dalle cose reali. Molti lo hanno scritto a proposito del voto della Brexit in Gran Bretagna, per le elezioni americane, ma anche per il referendum sulla riforma costituzionale in Italia, del 5 dicembre scorso. In tutti questi casi, la lettura della stragrande maggioranza dei media e degli intellettuali era completamente lontana dalla realtà, o perlomeno si era tentato di deformarla.

Peraltro qualcosa di simile avviene nel presentare i discorsi di Papa Francesco, facendolo apparire quello che non è.

In questi giorni su questo argomento ho letto un bellissimo libro, oserei dire profetico, perchè pubblicato più di quarant'anni fa. Si tratta di “L'intelligenza in pericolo di morte”, scritto da un filosofo cattolico belga, professore universitario, Marcel De Corte.

Del saggio di De Corte ci interessa soprattutto il terzo capitolo,“L'informazione deformante”, nonostante l'età, mi sembra ancora oggi attuale. Qui il professore descrive egregiamente il lavoro degli intellettuali che attraverso i mass media, i giornali, la televisione, ora potremmo aggiungere la rete internet, deformano e smantellano la realtà sociale. L'intelligenza era in pericolo di morte quarantasette anni fa, quando De Corte ha scritto il saggio, a maggior ragione è in pericolo oggi. Del libro ho letto l'edizione pubblicata  nel 1973, dal mitico editore Giovanni Volpe, presentata e tradotta dal francese da Orsola Nemi. Recentemente il saggio è stato pubblicato soltanto da Effedieffe, valorosa casa editrice che però è di nicchia e quindi difficilmente raggiungerà i grandi canali di diffusione letteraria.

Oggi l'uomo è condizionato dai mass media, che sono“strumenti condizionatori”. “Disavvezzo a pensare col proprio cervello, - scrive la Nemi - egli preferisce pigramente la illusione alla realtà, quindi non è più capace di conoscere Dio, da cui ogni realtà deriva”. Pertanto, l'uomo di oggi, è “colpito, esautorato nella intelligenza, che è la sede di ogni libertà, è esposto ai pericoli di qualsiasi propaganda, vi è tanto abituato che non vede come le parole che gli vengono quotidianamente imbandite non coincidono con la realtà in cui si muove”.

Per De Corte,“l'intelligenza si è invertita. Invece di conformarsi al reale, ha voluto che il reale si conformasse alle sue ingiunzioni”. Così l'uomo immagina una società costruita da lui, che non ha più riferimenti con i principi immutabili, acquisiti per sempre dall'umanità. Così attraverso l'informazione, l'uomo diventa “padrone del suo destino collettivo: può, a suo piacimento farsi sul piano sociale, ridotto e identificato con l'economico, nell'attesa di farsi individualmente secondo la volontà propria,liberata dalle servitù della materia da una informazione esauriente”.

L'uomo con l'informazione diventa capace “di essere il suo proprio demiurgo, il fabbricatore di se medesimo, l'homo faber di se stesso”.

Il testo di de Corte è una serrata critica della società di massa e del sistema democratico moderno scaduto ormai in demagogia. Il professore francese fa leva sugli studi di Augustin Cochin, il genio francese che ha ben studiato l'azione deformante e la distruzione dell'intelligenza durante il giacobinismo della Rivoluzione Francese. Intanto si precisa che la democrazia odierna,“non ha nessuna comune misura con la democrazia del passato, con la democrazia ateniese per esempio, o con le democrazie comunali del Medio Evo, più di quanto l'abbia con la democrazia legittima descritta da Pio XII, seguendo i grandi filosofi politici del passato, o con la democrazia elvetica di oggi”.

Tuttavia per De Corte il cittadino non si comporta allo stesso modo nei due sistemi, anche se hanno lo stesso nome. Le antiche democrazie erano a misura d'uomo, qui il cittadino conosce direttamente e per esperienza i problemi che deve risolvere. Non accade allo stesso modo nelle democrazie moderne, dove“le questioni poste al cittadino sono talmente ampie e complesse che egli non può conoscerne i dati attraverso la sola fonte autentica di conoscenza: l'esperienza”.

Secondo De Corte, il cittadino dei regimi democratici moderni, assomiglia molto a un“re merovingio di cui bisogna cercare altrove il maggiordomo”. Pertanto questo cittadino,“è obbligato a ricorrere all'immagine che se ne foggia nell'interno del suo pensiero e a proiettarla nella pasta molle e amorfa di ciò che si chiama società per darle una forma”.

Ma essendo molto limitata la capacità immaginativa del cittadino si appella agli “informatori, che gli offrono modelli prefabbricati”, cioè ai giornalisti, agli intellettuali. Così il cittadino immerso nell'immaginario, per esprimere la sua volontà politica,“entra nell''isolatore' (la cabina elettorale). In pratica “è chiamato a trasformare il mentale nel sociale, immaginario nella realtà, il logico in ontologico”.

De Corte insiste nella dura critica della democrazia moderna. Per lui,“non esiste. Esistono nel nudo scenario delle democrazie, le minoranze dirigenti che conquistano lo Stato Vacante, ne occupano i posti di comando, sia direttamente, sia per interposta persona. Tali minoranze, che detengono le leve dello Stato democratico, non possono agire se non FACENDO COME SE LA DEMOCRAZIA ESISTESSE, sinceramente o o, consapevoli o no”.

Per il filosofo francese questa minoranza illuminata detiene il vero potere, che“non possono governare i cittadini se non ingannandoli e persuadendoli di detenere loro tutti i poteri, mentre sono privati del potere fondamentale di decisione e direzione che determina tutti gli altri e che possiedono solo verbalmente”.

Secondo De Corte,“in nessuno periodo della storia, il cittadino è stato sprovvisto di potere reale quanto nella democrazia moderna”. Augustin Cochin l'ha ammirabilmente dimostrato nei suoi studi per tutte quelle, società o gruppi “della Repubblica delle Lettere, Accademie, Logge”; tutte hanno lo stesso carattere: “sono egualitarie nella forma, e i loro membri fraternamente riuniti, figurano liberi, spogli di ogni aggancio, da ogni obbligo, da ogni funzione sociale effettiva”. Praticamente i membri per entrare in queste società si liberano di tutte le caratteristiche che hanno nelle loro comunità naturali: famiglia, mestiere, parrocchia, villaggio, regione. Qui in pratica non hanno“nè interessi diretti, né responsabilità impegnata nelle cose di cui parlano”. Queste associazioni hanno il solo scopo di esprimere opinioni, attraverso discussioni e voti. “Amputati da ogni effettiva relazione con le realtà sociali della vita quotidiana, costoro non possono che imporre in anticipo e senza appello, anzitutto a se stessi, e poi al pubblico che addottrinano, il punto di vista della intelligenza soggettiva, irreale[...]”. Pertanto, “in quelle città del pensiero, tutto si dice, tutto s'immagina lontano dagli esseri e dalle cose, fuori dell'esperienza, dalla tradizione, dal realismo del senso comune che impone all'intelligenza il mondo degli oggetti[...]”.

De Corte, facendo parlare sempre Cochin, afferma che in quel mondo della Rivoluzione francese, in quella“Città del pensiero”, all'essere reale e personale dell'uomo si sostituisce un essere sociale e fittizio. Così non siamo più nel mondo vero,“ma in un universo di parole, in un traffico di discorsi, di scritti”, ridicolo per un mondo reale. Anche De Corte non si meraviglia che la maggior parte dei cosiddetti ”intellettuali” siano di “sinistra”, ci si domanda perchè mai “i grandi centri d'informazione: agenzie di stampa, giornali, attualità cinematografica, radio, televisione, università, centri di ricerche, eccetera, siano imbottiti di rivoluzionari, di proseliti della sovversione o di 'simpatici' liberali, che si prestano sorridendo a fare la parte di furieri del nihilismo”. Sarebbe sorprendente il contrario. Certo esistono le eccezioni, tuttavia questi centri sono popolati di gente che non accetta la condizione umana, sono lontanissimi quanto più possibile dalla vita quotidiana degli uomini e“sono quasi tutti amputati dal rapporto fondamentale con la realtà e con il principio della realtà”.

Secondo De Corte, “la cerchia della informazione è lontanissima dalle cerchie naturali, dove si svolge la vita vera degli uomini, dove nulla accade di 'nuovo', se non l'incessante rinnovarsi della vita[...]”. De Corte è lapidario, a questo proposito, “è paradossale che le intelligenze amputate debbano essere dal 'sistema' chiamate a guidare le normali intelligenze”.

Tuttavia a questa morte delle intelligenze non si è arrivati in poco tempo, è da due secoli che si lavora per rendere le menti sradicate dalla realtà e ridurle alla pura soggettività. Ci sono mille esempi di questa operazione di sradicamento ad opera di “filosofi” che hanno minato le fondamenta dell'antico regime con la loro critica e con la informazione deformante di fatti reali. Gli informatori democratici, gli intellettuali, giornalisti, sono in stretto rapporto con le masse che informano. Praticamente lavorano su “raggruppamenti artificiali, inorganici, omogenei, ridotti ad amalgama docile e plasmabile, dispongono di un'autentica macchina capace, se maneggiata secondo le regole, di colpire le menti e farle pensare o agire come loro decidono”.

Sostanzialmente secondo De Corte è la stessa legge che resse le società di pensiero, di due secoli fa. Questa legge,“ impose uno o due macchinisti per manovrare 'la macchina' e vuole che la democrazia moderna abbia continuamente a capo informatori che martellano l'opinione amorfa e le permettano di esprimersi”.

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