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Martedì, 26 Marzo 2019

Nella nostra epoca di scristianizzazione si fa fatica credere a quello che la Chiesa insegna, per esempio all'Angelo Custode, figurarsi poi all'Angelo Custode delle Nazioni. Don Marcello Stanzione noto angelologo ha scritto un libro, «Gli angeli custodi delle Nazioni», col sottotitolo: «Cent'anni fa a Fatima l'Angelo del Portogallo parlava ai tre pastorelli», pubblicato da SugarcoEdizioni (2016). Ma che valore può avere far conoscere agli europei di oggi che non conoscono più neanche le radici cristiane, che ogni città, ogni nazione ha un angelo protettore? Il libro cerca di rispondere anche a questo quesito.

«Anche i popoli odierni hanno il loro spirito tutelare sulla terra, - scriveva il cappuccino svizzero padre Otto Hophan - il loro intercessore in cielo. I popoli non sono lasciati a se stessi[...] Accanto al popolo e al suo governo è sempre presente 'un principe' invisibile, che suggerisce i progetti di Dio, dirige ed agisce».  Il religioso fa esplicito riferimento all'angelo tutelare che ha ogni popolo. Così ogni popolo ha un angelo diverso: gli italiani hanno il loro angelo, gli spagnoli, gli inglesi, i tedeschi che pretendono addirittura di avere a patrono il «principe delle schiere celesti», Michele. Anche la Francia ha il suo spirito tutelare, che tra l'altro, ha dovuto lottare con lo spirito della Germania.

Perfino la Svizzera, così piccola, ha il suo angelo tutelare, che ha condotto a salvezza il popolo svizzero in mezzo agli incendi di due guerre mondiali.

Per padre Hophan, «tutti hanno il loro angelo: l'America ricca; l'immensa Cina; l'antichissima India; i neri dell'Africa. Anche la Russia ha il suo principe buono e potente». E conclude citando la «Scrittura, - secondo la versione dei Settanta – ammonisce: 'Non devi aborrire gli edomiti e neppure gli egiziani. Poiché l'Altissimo quando ha diviso i popoli, quando ha separato i figli d'Adamo ha stabilito i confini dei popoli secondo il numero degli angeli (DT 32,8)».

Pertanto nella presentazione al libro di Stanzione, Carmine Alvino può scrivere che non è solo il singolo individuo ad avere l'Angelo personale protettore, ne ha uno anche il popolo di cui fa parte. E per questo cita S. Basilio il Grande (IV secolo): «Sappiamo dal tempo di Mosè e dei profeti che esistono degli angeli protettori per tutte le nazioni...questi capi e governatori posti per difendere e sorvegliare i popoli di cui hanno la responsabilità sono innumerevoli». E il profeta Daniele (cfr. Dn 10, 13-21) parla dell'Angelo della Grecia e della Persia, che si affrontano ogni volta che i loro popoli entrano in conflitto. Origene pensa che gli angeli siano all'origine delle lingue nazionali. Pertanto scrive Alvino, «siamo così portati a immaginare che alla base di ogni comunità etnica si trovi un principe spirituale, un angelo territoriale, che si esprime in maniera d'essere della suddetta comunità, nella sua storia, nella sua lingua e nella sua cultura».

E subito lo stesso Alvino però pone la questione, certo la protezione di un angelo dovrebbe ispirarci «un sentimento di tranquillità fiduciosa», in modo che la storia del mondo rassomigli «ad una festa campestre ininterrotta. Ciononostante, come noi oggi, i Padri della Chiesa si domandavano come spiegare le guerre, gli odi tra le etnie, la decadenza temporanea di una o l'altra nazione verso la disumanità». Penso alla guerra fratricida che si sta svolgendo in Ucraina, e che nessuno ha notizie, perchè è stata silenziata dai media.

Continuando dalla presentazione, alla questione si possono dare tre risposte secondo Alvino: la 1a, viene da S. Paolo, in pratica ci sono degli angeli caduti che, in un certo momento si sostituiscono come spiriti territoriali maligni ai protettori buoni dei popoli. La 2a risposta è che gli angeli hanno sì grandi potere sull'individuo e sulla collettività, «ma non quello di manipolare la volontà dell'uomo». L'uomo ha la libertà, può scegliere tra il bene e il male; la stessa cosa vale per i popoli. «Il loro angelo non ha in alcun modo il diritto di limitare il loro libero arbitrio. Questo significa che ogni popolo può disdegnare, se lo vuole, la tutela angelica buona, e lasciarsi tentare dalle pulsioni infernali e ingannare dagli spiriti territoriali malvagi».

La 3a, è quella che si può sbagliare volgendo le spalle all'angelo, ma anche al contrario, dando troppo culto, idolatrandolo, mettendolo al posto di Dio. E così si ripete il peccato degli angeli caduti, che si volevano mettere al posto di Dio.

Infatti scrive Alvino, «anche l'errore dei nazionalismi aggressivi riguarda l'importanza esagerata data all'istanza nazionale, il porre i suoi valori al di sopra di tutti gli altri. La nazione prende allora il posto dell'amore verso il prossimo, della saggezza e alla fine di Dio stesso. Quando la nazione diventa un assoluto,l'Assoluto con la A maiuscola diventa relativo. Dimentichiamo che 'la nostra patria è nei cieli', come dice l'apostolo Paolo, e facciamo della nostra residenza terrena un tempio da adorare, un limite opaco, la sola ragione d'essere della nostra vanità».

Alvino insiste nel chiarire questo concetto sulla retorica nazionalista, sempre presente, anche nel mondo cristiano. «C'è, in realtà, tra la fede autentica e la xenofobia, una contraddizione radicale ed è sbalorditivo che ci si possa dichiarare cristiani e allo stesso modo credere che Dio sia nato, a seconda dei casi, a Belgrado, a Sarajevo, a Washington DC o a Wuppertal...».

Anche se non si vuole disprezzare la questione nazionale, l'appartenere ad una nazione o a un'altra, è una questione provvidenziale, come il colore degli occhi, la statura e tutto ciò che compone la nostra identità. Peraltro l'appartenenza ha un significato e comporta una responsabilità, «non si nasce per caso in quella o in quell'altra nazione: c'è in questa circostanza un segno del destino [...]».

Alvino mette in guardia da una certa demagogia comunitaria e una cattiva comprensione della 'mondializzazione' che mira ad anticipare una umanità vaga, incolore, stereotipata.

Sulla nazione occorre trovare il giusto equilibrio e non l'idolatria del XIX secolo, o quello che ha scatenato la prima guerra mondiale.

Il 1° capitolo Stanzione lo dedica all'angelo protettore del popolo eletto, a Israele. Comincia dall'Antico Testamento. Riportando diversi episodi, dove gli angeli sono protagonisti. L'episodio dell'angelo che ferma la mano col coltello ad Abramo che sta per colpire il figlio Isacco, è conosciuto. E poi Giacobbe con la scala luminosa su cui gli angeli salivano e scendevano. E poi tante altre volte gli angeli si manifestano in molte pagine dell'Antico Testamento.

Già dal Nuovo Testamento si comincia a parlare degli angeli tutelari dei popoli. San Paolo sembra sia stato spinto da un angelo nell'attraversare la Macedonia. I Padri della Chiesa hanno elaborato la fede negli angeli dei popoli. Hanno sottolineato l'importanza degli angeli custodi delle nazioni e delle città e poi con il Medioevo si sviluppa una devozione collettiva all'angelo custode, che ha lo stesso fondamento di quella resa ai santi locali.

Stanzione sottolinea che questo culto fu soprattutto civico. Un culto molto diffuso soprattutto nella penisola Iberica, alla fine del XIV e nel XV secolo, alcune città si collocarono sotto la protezione di questo custode particolare. Una per tutte Valencia, fin dal 1392 fu dedicata una cappella all'angelo tutelare e poi Barcellona, Saragozza. Questi angeli custodi, descritti da Gabriel Llompart tengono nella mano sinistra una corona e, nella destra, una frusta o una spada. Frequentemente è munito di uno stendardo con le insegne della città. Addirittura a Saragozza, l'angelo ha una pergamena in mano, sulla quale si dice, sono scritti tutti i nomi degli abitanti.

Stanzione ci tiene a precisare:«la municipalità intera partecipa alle manifestazioni legate a questa devozione particolare e l'angelo custode locale viene trattato come un santo protettore».

Particolare attenzione viene data all'angelo del Portogallo, la cui festa solenne fu voluta dal re. Manuel I il Fortunato.

«Sul modello del culto dei santi, le feste di questi angeli custodi hanno un carattere pubblico che contrassegna l'importanza amministrativa e politica rilevata da Jean Delumeau, che la definisce come un 'culto civico', facendo notare che le prime cappelle dedicate all'angelo custode furono erette proprio nei palazzi comunali». Ora nei palazzi comunali vengono istituite le unioni civili e tanto altro.

Comunque sia «l'angelo protettore gode di una festa annuale, di una iconografia specifica e di una liturgia propria […] il termine stesso angelo custode rinvia alla nozione di difesa civile e l'angelo, dotato di attributi militari e araldici, si presenta come il baluardo dell'identità contro i nemici potenziali o contro le piaghe minaccianti la collettività». Tuttavia precisa Stanzione, «non fu la Chiesa a prendere l'iniziativa dell'instaurazione di questi legami di patronato decretati da una municipalità o da un regno».

Comunque ben presto si passò dal patronato dell'angelo a quello del santo che peraltro dava più affidamento: si possiedono le reliquie e del quale si può raccontare la vita. Anche se si è tentato di fabbricare reliquie degli angeli.

Il 3° capitolo è dedicato a san Michele il super angelo delle nazioni. Già agli inizi del V secolo sul monte Gargano appare l'angelo con la spada al papa Gregorio Magno. Poi nel 709 lo farà a Mont-Saint-Michel.

  1. Michele, “principe”, “capo supremo della milizia celeste”, gode di una doppia iconografia: «ora il combattente che attera il drago, ora l'arcangelo 'della morte', incaricato del trasporto e del vaglio delle anime».

Tuttavia nell'iconografia si è puntato sempre sull'aspetto guerriero, prima di tutto concepito come protettore della collettività, viene rappresentato con l'armatura, con la spada, o lancia, e poi con lo scudo. Praticamente, «Michele, più di tutti gli altri angeli, sembra appropriato per simboleggiare la lotta contro il male ed è giustamente trattato come un santo soldato».

E qui Stanzione ricorda le similitudini con il santo guerriero, San Giorgio. Tuttavia anche il culto a san Michele è un culto civico, iniziato nella penisola Iberica. Qui Stanzione elenca i luoghi dove si celebra questo culto. Naturalmente non poteva ricordarli tutti, ma io che sto soggiornando a Torino, non posso non accennare al bellissimo angelo in cima all'ineguagliabile campanile della Chiesa di S. Maria del Suffragio costruito dallo straordinario beato Faa di Bruno.

Il 4° e il 5° capitolo esaminano l'angelo del Portogallo precursore delle apparizioni della Madonna a Fatima. Per molti, l'avvenimento più importante del XX° secolo. Naturalmente don Marcello enuclea i passaggi più importanti del messaggio della Madonna consegnato ai tre fanciulli. Con particolare riferimento agli angeli delle nazioni.

Il 6° capitolo (la protezione angelica) si entra nel merito sulle contese degli angeli protettori delle nazioni. Effettivamente la tesi del sacerdote può apparire un po' controversa e forse bizzarra. Non è facilmente comprensibile, soprattutto nei nostri aridi tempi, l'affrontarsi in battaglie dei vari angeli. Come si possa accettare la tesi di un angelo protettore nazionale che ricerca il vantaggio spirituale e la salvezza del popolo del territorio affidatogli. Stanzione cita più volte la contesa tra l'angelo della Persia e quello di Israele. Una lotta dove gli angeli si contendono i due popoli.

Comunque sia ogni popolo, ogni chiesa, ogni istituzione ha un protettore angelico. Se le unità civili e politiche, come città e nazioni, godono del privilegio di un angelo custode, a maggior ragione anche le unità religiose, ecclesiastiche, diocesi, parrocchie e chiese devono godere della stessa protezione.

 Il 7° capitolo si occupa dell'angelo custode della Spagna e poi quello del Messico, due nazioni simili per tanti aspetti. Stanzione fa qualche accenno alla loro storia recente. I due Paesi che hanno subito una forte persecuzione dei cristiani e quindi della Chiesa, per certi aspetti, molto simile. Il riferimento è alla Cristiada in Messico e alla guerra civile in Spagna.

L'8° capitolo fa riferimento alle visioni di Faustina Kowalska e di Katharina Emmerich. Secondo queste mistiche si stagliano tremendi castighi sull'umanità, paventano interventi risolutori da parte di angeli mandati da Dio. Ci sono angeli della penitenza ma anche della punizione. I

Interessante il commento dell'esegeta Claus Westermann sugli angeli minacciosi che cacciano gli esseri umani dall'Eden, nell'Antico Testamento: «qualcuno qui potrà turbarsi, spaventarsi: un angelo armato di spada? Angeli armati di spada s'incontrano anche in altri passi della Bibbia, in contesti completamente diversi da questo. La Bibbia non ha avuto timore di porre spade nelle mani che noi preferiamo veder reggere qualche strumento musicale. Può essere necessario che l'angelo porti la spada. Qui la spada, cioè lo strumento di morte, viene nobilitata; ce n'è bisogno perché non si cada in rovina».

Concludo con le parole di don Marcello che risponde alla doma sul perché della venerazione agli angeli custodi delle nazioni: «lontano dal voler promuovere un nazionalismo esagerato, si vuole conservare la ricchezza culturale, i valori della storia di un popolo, per poter 'formare' il volto del popolo con l'aiuto dei suoi angeli». Così come si venera la Vergine Maria sotto diversi titoli e con le più diverse immagini; ogni nazione cattolica ha il suo santuario nazionale mariano, «perché non dare valore anche al patrocinio degli angeli?».

Il prossimo 31 marzo 2019 scadono i termini per  partecipare alla VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “Il Cipressino d’oro”, organizzato e promosso dal "Kiwanis club
di Follonica", nella persona di Loriano Lotti, responsabile della nota iniziativa culturale ed il patrocinio del Comune di Follonica.
Per l'invio delle opere farà fede, come di consueto, la data del timbro postale.
Anche quest'anno sono pervenute molte opere alla segrereria del Club follonichese; gli appassionati di poesia hanno dato spazio alla loro
fantasia e la Giuria di qualità, composta da Daniela Cecchini, Giornalista ed Operatrice Culturale di Roma, già Madrina d’onore dell’evento lo scorso anno, incarico peraltro confermato; Gordiano Lupi, Scrittore, Poeta ed
Editore di Piombino; Patrice Avella, Scrittore e Poeta di origine
francese ma residente in Italia, è già al lavoro per selezionare le migliori opere del 2019.
Come negli anni precedenti, hanno preso parte al Concorso anche  poeti stranieri.
Alla premiazione parteciperà come Ospite d’onore il Professore albanese Arjan Kallço, al quale verrà consegnato un "Premio di Eccellenza" per il costante impegno letterario nell’ambito sociale ed umanitario.
  La sua presenza rappresenta simbolicamente lo spirito cosmopolita de “Il Cipressino
d’oro”, oramai conosciuto anche fuori dai nostri confini.
Il tema scelto dal Club follonichese per il 2019 è l’integrazione, declinato al mondo dell’infanzia, con particolare riferimento ai valori che gli adulti devono impegnarsi a trasmettere alle nuove generazioni.
Il concorso di poesia vede il supporto dell’artista Gian Paolo Bonesini, che ogni anno dona al Club alcune sue opere destinate ai
vincitori.
La Cerimonia di Premiazione si svolgerà sabato 11 maggio 2019 alle ore 17 presso la Sala
Tirreno di via Bicocchi 53A e presenzieranno le principali cariche nazionali del Kiwanis International – Distretto Italia/San Marino e
l’attore napoletano Angelo Jannelli, noto come “Ambasciatore del sorriso”, con le sue classiche ed apprezzate performance.
Partecipare è gratuito e semplice: il testo inviato dovrà essere inedito e non premiato in altri concorsi letterari.
Oltre al componimento poetico, i partecipanti dovranno inviare alla segreteria del “Cipressino d’oro” la scheda d’adesione, compilata con i
dati richiesti e sottoscritta.
  L’iscrizione potrà avvenire tramite la seguente  email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure a
mezzo posta: Premio Cipressino d’oro – Kiwanis Club Follonica, via Lamarmora 62, Loriano Lotti, 58022 Follonica, Grosseto.
Gli autori, se daranno il loro consenso, potranno vedere la propria opera pubblicata in un’antologia edita dalla casa editrice Il Foglio Letterario di Piombino.
Per tutte le informazioni è possibile scrivere all’indirizzo mail:
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure chiamare il numero:  347 6754324.

In questa intervista incontriamo la scrittrice Fatemeh Sara Gaboardi Maleki Minoo. Nata a Teheran il 10 Agosto del 1977, è cresciuta in Italia, poiché nel 1978 è stata adottata da una famiglia lodigiana. Dopo una prima laurea in Lettere Moderne all’Università degli studi di Pavia, ha conseguito una seconda laurea in Lingue Orientali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, specializzandosi in Storia del Medio Oriente. In seguito ha conseguito una prima specializzazione in Storia del Medio Oriente Islamico e una seconda in Storia Armena, in particolare sulle cause del Genocidio. Dal 2009 risiede tra Italia e Turchia dove svolge l’attività di docente e ricercatore universitario.

Sin dall’adolescenza ha risieduto per periodi più o meno lunghi in vari paesi del Medio Oriente e del Caucaso, approfondendo lo studio della storia e delle lingue orientali. Al 2008 risale la sua prima pubblicazione, Le verità nascoste dell’Islam, un breve testo storico-politico riguardante le problematiche e i fraintendimenti tra Medio Oriente e Occidente. Nel 2012 esce il suo secondo volume intitolato Con gli occhi del cuore. Storia di una famiglia iraniana nella Persia dello Shah, che racconta le vicende della sua famiglia d’origine, intercalate agli avvenimenti che hanno condotto alla caduta dell’ultimo Shah di Persia, Mohammad Reza Pahlavi.

 Nell’ottobre 2018 esce il suo terzo volume intitolato Il viaggio di una promessa. Attraverso la storia di un popolo dimenticato: gli Armeni Nascosti dell’Anatolia (2018, Edizioni Divinafollia), un libro documentario che parte dal Genocidio Armeno del 1915 per descrivere le vicende di alcune famiglie armene intervistate dall’autrice. Essi sono i discendenti islamizzati del Genocidio del 1915 che nel privato delle proprie abitazioni portano avanti la propria lingua e cultura, ma pubblicamente si dichiarano musulmani, turchi e curdi per sfuggire alle vessazioni del Governo.

Come è nato il suo interesse per il Genocidio e le tragiche vicende del popolo armeno?

L’interesse per il Genocidio del popolo armeno è nato dal fatto che sin da piccola, mio padre, come ho raccontato anche nell’introduzione del libro, pur non avendo mai conosciuto un armeno in vita sua, mi parlava del Martirio di questo popolo, perciò dal periodo dall’adolescenza ho iniziato a studiare quel poco che fosse reperibile riguardo questo triste argomento.

Il suo avvincente libro “IL VIAGGIO DI UNA PROMESSA” (2018, Edizioni Divinafollia) è composto da toccanti racconti, che consentono al lettore di entrare in una tematica verso la quale solo in questi ultimi anni è stata posta una certa attenzione. Quali sono, a suo avviso, le motivazioni della disattenzione politica e sociale verso tale argomento?

In verità non si è mai parlato degli Armeni Nascosti dell’Anatolia, se non brevemente in qualche articolo specialistico; si tende a parlare principalmente del Genocidio, peraltro solo negli ultimi quindici anni più o meno, ma si tratta di due argomenti diversi. Tant’è che, nel momento in cui ho deciso di portare avanti questo mio progetto, mi sono trovata davanti al fatto che non esisteva nessun riferimento documentario riguardo ad esempio ai luoghi in cui si trovano. Pertanto, come un investigatore, ho dovuto cercare informazioni sulle famiglie e questo non è stato un ostacolo di poco conto. Non se ne parla perché, innanzitutto, è un problema scottante della Turchia contemporanea, che ancora non riconosce il Genocidio e quindi evita di parlare di coloro che sono i discendenti del popolo armeno, ma soprattutto perché gli stessi armeni della diaspora hanno teso fino a questo momento a parlare soltanto delle vittime del Genocidio, non considerando il fatto che ci sono più di tre milioni di persone che ancora vivono e ogni giorno cercano faticosamente di mantenere viva la propria cultura. Si tratta di un Genocidio Culturale, forse ancor più grave e deprecabile di quanto avvenuto nel 1915, poiché è certamente giusto ricordare le vittime, ma trovo sia ancor più doveroso ricordare coloro che ancora vivono e subiscono quotidianamente la privazione di potersi esprimere liberamente, essendo loro imposta la cancellazione della propria cultura e di conseguenza la negazione della loro stessa esistenza in terra turca.

Il suo percorso accademico in Lettere moderne e Lingue orientali, materie di chiara matrice umanistica, nasce da una naturale attitudine, che si unisce all’esigenza di conoscere ed approfondire le radici socio-culturali dei popoli?

Dopo le prime due lauree ho conseguito due specializzazioni, la prima in Storia del Medio Oriente e la seconda sulle cause del Genocidio Armeno, proprio perché il mio interesse è sempre stato lo studio della storia dei popoli, a cui, in seguito ai miei lunghi soggiorni in Medio Oriente e Caucaso, negli anni si è aggiunto anche l’interesse per i diritti delle minoranze etniche.

Quali sono le maggiori difficoltà incontrate nel creare le condizioni emotive ideali al fine di raccogliere le testimonianze di persone armene, che hanno vissuto direttamente, oppure hanno conosciuto attraverso i racconti di loro familiari, gli orrori del Genocidio?

La difficoltà maggiore è stata quella di rintracciare le famiglie, le quali essendo appunto nascoste e fingendosi nella vita pubblica turche o curde, sono spesso timorose nel parlare della loro storia e della loro esperienza. Nonostante ciò, sono riuscita a conoscere numerose famiglie che non solo mi hanno resa partecipe delle loro vicende, ma mi hanno trattato come una persona di famiglia,  aprendomi le porte delle loro case; un atteggiamento di un’umanità che non ho mai incontrato e che sin dall’inizio mi ha colpito e legata a loro.

Le sue pubblicazioni editoriali rappresentano forse un  ostacolo nei rapporti con un Paese come la Turchia, dove lei ha svolto, o tuttora svolge la professione di docente universitaria?

Sicuramente quello che ho fatto non raccoglierà i consensi di coloro che ancora cercano con ogni mezzo di cancellare dalla memoria collettiva la presenza armena e la sua storia in terra turca, al punto da portare avanti tutt’ora un Genocidio Culturale, ma ho agito al fine di far conoscere all’occidente una verità sconosciuta, che riguarda più di tre milioni di anime che ogni giorno rivendicano il proprio diritto all’autodeterminazione.

Fra le pagine, fa riferimento ad una legge, per la quale, fra l’altro, l’Unione Europea vorrebbe effettuare una revisione, che in buona sostanza non consente di parlare troppo liberamente della Turchia. Vorrebbe spiegare ai nostri lettori tale concetto?

Si tratta dell’art. 301 del Codice penale, il quale vieta di parlare di certi argomenti che possono ledere l’identità turca. Questo articolo è stato sfruttato per limitare la libertà di stampa e di espressione nel paese, e per portare avanti procedimenti contro gli intellettuali che contestavano la tesi ufficiale sulla questione armena.

Qual è stato l’impatto con il pubblico durante le presentazioni del libro?

Durante le presentazioni ho notato che il pubblico è rimasto sorpreso poiché più volte mi è stato detto che non era a conoscenza dell’esistenza dei discendenti, forzatamente islamizzati, del Genocidio Armeno. Sono contenta di essere riuscita attraverso il mio libro a raccontare e a trasmettere la storia di queste persone, che altrimenti sarebbe rimasta nascosta.

Progetti professionali ed artistici per il futuro?

Al momento sono molto impegnata con le presentazioni del libro, che mi sta dando numerose soddisfazioni, ma al contempo sto revisionando una serie di appunti raccolti negli ultimi anni e che costituiscono la base di partenza per il prossimo lavoro.

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