Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Venerdì, 24 Gennaio 2020

Conoscere e studiare le varie fasi della rivolta studentesca di Pechino tra l'aprile e il maggio del 1989, che sfociò poi nel massacro di Piazza Tienanmen, potrebbe essere utile anche per capire il perchè è fallita. Ma soprattutto potrebbe essere utile oggi alle organizzazioni studentesche di Hong Kong che da mesi stanno manifestando e resistendo alle pressioni politiche del Partito Comunista cinese di Xi Ping. Infatti alla domanda che si pongono i giornalisti: “chi c'è dietro questa accanita resistenza dei giovani di Hong Kong?” Naturalmente la cultura del sospetto viene alimentata dal governo di Pechino, come allora nell'89. Tuttavia, «al di là delle parole di Donald Trump, di Angela Merkel e di qualche diplomatico britannico – che chiedono alla Cina di andare cauta - nessuno finora ha sposato la causa del movimento anti-estradizione e democratico. Troppi governi, anche quello italiano, vogliono rimanere partner della Cina ad ogni costo, senza infangare i loro sperati commerci con la polvere e il sangue dei giovani per le strade di Hong Kong». (B. Cervellera, “Chi c'è dietro i giovani e le proteste di Hong Kong”, n. 329, Ottobre 2019, Asianews)

Tra i gruppi più attivi in questi mesi c'è il Fronte civile per i diritti umani, che comprende 48 gruppi pro-democrazia; poi vi sono decine di associazioni studentesche e universitarie; infine tutti i gruppi nati da Occupy Central.  Il 60% dei manifestanti sono giovani al di sotto dei 29 anni. Tuttavia ancora non è chiaro se il resto della popolazione è con gli studenti, anche se però nelle ultime elezioni, hanno vinto i partiti filo democrazia.

Anche trent'anni fa con la rivolta di piazza Tienamen, non era chiaro se la maggioranza della popolazione stava con le proteste dei giovani studenti. Mi è capitato di leggere e presentare l'anno scorso un libro ben documentato, tradotto e pubblicato in Italia da Rizzoli nel 2001: “Tienanmen”, scritto da due americani e un cinese, si tratta di centinaia di documenti che provengono dal vertice del Partito e dello Stato. Quasi 600 pagine che raccontano le varie fasi della protesta degli studenti. Il testo nonostante la documentazione però non evidenziava la questione della collaborazione dei studenti con le altre forze sociali del Paese.

Per la verità in Italia i libri che si occupano della rivolta studentesca del 1989 sono abbastanza pochi.

Una descrizione della rivolta, e soprattutto dei rapporti tra studenti e lavoratori si trova nel libro “L'imperatore e l'elettricista. Il sogno di Dongfang, Tienanmen e i giorni del coraggio, di Cecilia Brighi, Baldini Castoldi Dalai editore (2011). La Brighi, impegnata nell'attività sindacale del dipartimento politiche internazionali della CISL, forse è l'unica italiana che ha scritto un libro sui ragazzi di Tienanmen.

Sarei curioso di capire se il testo è stato adeguatamente divulgato soprattutto nell'ambito della sua organizzazione sindacale, che non sembra particolarmente sensibile ai temi dove viene messo in discussione il socialismo reale. 

Il libro ruota intorno a un ragazzo lavoratore Dungfang, originario da un paese povero dello Shanxi, che credeva molto nel partito comunista, si arruola nell'esercito, ma la corruzione dilagante lo costringe ad abbandonare la divisa e diventare un elettricista nelle ferrovie statali.

Casualmente Dongfang si trova in piazza Tienanmen invasa dagli studenti, accorsa per onorare il leader Hu Yaobang, ben presto la sua figura diventa un punto di riferimento dei lavoratori, organizzando la Federazione Autonoma dei Lavoratori.

Del testo prendiamo in considerazione la partecipazione del nostro protagonista alla rivolta degli studenti cinesi. Nel testo la Brighi fa emergere la difficoltà di relazione tra gli studenti e i lavoratori. Il movimento degli studenti diffidava dei lavoratori. Infatti secondo il Comitato di coordinamento delle università, «la piazza doveva rimanere in mano agli studenti. Le richieste, tutte legittime, erano diverse e non dovevano essere confuse». Mentre i lavoratori erano convinti che le loro richieste erano più concrete di quelle degli studenti. «Non possiamo accettare che gli studenti si comportino come degli aristocratici e rifiutino la solidarietà operaia e la nostra protezione». I lavoratori intravedevano una certa «arroganza intellettuale negli interventi di quei giovani. Sentivano una sorta d'impercettibile superbia verso gli operai, sicuramente ignoranti e meno in grado di affrontare complesse discussioni ideologiche».

Intanto nel partito comunista cinese temeva proprio il legame che si profilava tra gli studenti e i lavoratori che venivano considerati dei naturali alleati. Infatti i responsabili del Partito avevano inviato in tutti i luoghi di lavoro della capitale, una direttiva per bloccare il nascente legame tra i lavoratori e gli studenti.

Ecco perchè Dungfang in qualità di capo dei lavoratori aveva capito la paura dei capi comunisti, che ormai erano divisi tra di loro, «per questo era più che urgente rafforzarsi e creare un legame con i ragazzi di Pechino [...]». Dongfang, «si rese improvvisamente conto che il Partito non solo cercava di attaccare gli studenti, ma che quello che più preoccupava il governo era proprio la loro piccola, embrionale organizzazione [...]i burocrati del Partito temevano proprio la mobilitazione generale dei lavoratori. Contro una simile eventualità non  avrebbero potuto reggere». Probabilmente proprio questa mobilitazione massiccia è venuta a mancare perchè la “Primavera di Pechino” potesse avere successo sul potere comunista.

Intanto le organizzazione degli studenti e dei lavoratori, nonostante le divergenze concordarono che era indispensabile convocare una conferenza stampa con i giornalisti stranieri per presentare una strategia comune.

«Così mentre i vecchi leader ragionavano animatamente per cercare una via di uscita onorevole, per riportare l'ordine nel paese, gli studenti presentavano al mondo la loro piattaforma elencando i sostegni ricevuti da varie personalità della cultura[...]».

Dopo la visita di Gorbacev in Cina, gli studenti iniziano una dura protesta di sciopero della fame, i dirigenti comunisti dopo aver riflettuto a lungo, hanno concluso che dovevano dichiarare la legge marziale in tutto il paese. Intanto la Piazza Tienanmen diventa la protagonista esemplare della protesta non solo dei studenti, ma anche migliaia di lavoratori delle fabbriche, degli uffici, dei cantieri arrivano con ogni mezzo in piazza. Scrive la Brighi: «si stava costruendo quello che Li Peng e Den Xiaoping temevano: un'alleanza tra studenti e lavoratori e si stava per consumare anche il dramma. La capitale sembrava essere fuori controllo […] Milioni di persone accalcate giorno e notte nella grande piazza mangiavano, urinavano, dormivano, discutevano».

Intanto però ancora la diffidenza persisteva tra lavoratori e studenti. Dongfang autorizzato a discutere con gli studenti fece un intervento: «Noi lavoratori e voi studenti siamo sulla stessa barca. Dobbiamo smettere di guardarci con diffidenza. Invece dobbiamo collaborare. Dobbiamo sapere che potremo vincere, solo se saremo uniti!»

Da questo momento il testo della Brighi riporta giornalmente la cronaca della piazza, da una parte i manifestanti che hanno il sostegno popolare, almeno così sembra dai numerosi gesti di solidarietà che il libro registra, dall'altra il potere dei vecchi burocrati comunisti asserragliati nel palazzo, nel fortino del Zhongnanhai.

Cominciano ad arrivare i città le truppe militari, oltre ventidue divisioni, in un primo momento circondati  da migliaia di cittadini disarmati e pacifici.

Dal racconto del libro pare che gli studenti siano riusciti a organizzare una straordinaria opposizione alla legge marziale, sono arrivati a portare un milione di persone in piazza. Anche nella descrizione della giornata del 26 maggio, dalle parole di Dogfang emergono ancora le incomprensioni tra studenti e lavoratori: «gli studenti s'illudono se pensano che potranno ottenere la democrazia, senza coinvolgere poi i lavoratori. Anche perchè prima o poi dovremo lasciare la piazza[...]».

Si giunge agli ultimi giorni del 2 e del 3 giugno, quando le forze militari con tutti i suoi effettivi, stringono in una morsa la città e soprattutto la piazza. Sui militari occorre fare una precisazione, si tratta per lo più giovani, venuti da regioni lontane della Cina, proprio per non avere nessun rapporto con la popolazione della capitale. Anche in questo libro la descrizione della battaglia è abbastanza particolareggiata, c'è la testimonianza di Robin Munro, un giornalista in rappresentanza di una organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani.

Leggere i particolari della brutale repressione nella piazza Tienanmen del cosiddetto Esercito di Liberazione comunista cinese contro manifestanti che si difendevano a mani nude, è una sensazione che dovrebbero provare in tanti, soprattutto quelli che ancora dopo tanti anni di prove ben documentate sono sono ciechi e sordi all'evidenza della perversità dei sistemi comunisti del passato e del presente.

 

 

Un mosaico di ventidue voci che appartengono a ventidue grandi della musica d’autore italiana-i cui volti e nomi restano un mistero-ognuno dei quali recita un verso de L’Infinito di Giacomo Leopardi.
Un capolavoro targato Rai e Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo (MIBAC), per celebrare i duecento anni della poesia composta dal poeta recanatese nel 1819. Un video sorprendente che sarà in onda dal 19 al 31 dicembre su tutti i canali RAI e su RaiPlay, un viaggio sonoro e visivo in cui le voci degli artisti che hanno offerto gratuitamente e con entusiasmo il proprio contributo, si uniscono all’animazione del manoscritto di Leopardi.
Firmato da Rai Cultura e da Direzione Creativa Rai, il nuovo progetto editoriale de L’Infinito si propone di chiudere l’anno nel segno della bellezza e della valorizzazione di una delle espressioni più alte della nostra letteratura che mantiene intatta anche oggi tutta la propria forza e alla quale Rai e Mibac rendono omaggio.
Le celebrazioni del bicentenario si sono aperte con le voci degli studenti su “l’ermo colle” di Recanati e poi in tutta Italia, nelle scuole e nelle piazze, nelle molteplici versioni dialettali divenute virali sul web: una grande lettura collettiva de L’Infinito ha accompagnato la ricorrenza dei duecento anni dalla composizione di quell’idillio e che i ventidue cantautori italiani, ora lettori d’eccezione, affidano al grande pubblico della Tv.

L’INFINITO

La stesura autografa degli IDILLI utilizzata per realizzare il video RAI è conservata dal Comune di Visso in provincia di Macerata, dove attualmente è tornata dopo la mostra a Recanati ed è custodita in attesa della ricostruzione del museo, danneggiato fortemente dal sisma del Centro Italia.
Composto tra la primavera e l’autunno del 1819, la versione de L’Infinito utilizzata per il video è quella che approdò alle stampe solo alla fine del 1825, quando apparve sulla rivista IL Nuovo Raccoglitore nella rubrica Poesia.
Esiste anche una prima stesura de L’Infinito di Leopardi conservata alla Biblioteca Nazionale di Napoli Vittorio Emanuele III dove è esposta in occasione del Bicentenario.
Fa parte di un fascicoletto su cinque bifogli spessi, rigati e dei margini irregolari.
I quindici endecasillabi sciolti introdotti dal titolo L’Infinito sono scritti ordinatamente al centro della pagina con tratto nitido e sottile in un inchiostro marrone dal fondo molto scuro. Poche le correzioni, concentrate ai versi 3-4 e 13-14 e compiute con un inchiostro più denso e un pennino dalla punta più spessa.
#200infinito

Gustave Thibon (1903-2001), filosofo e scrittore francese, dedica il volume Ritorno al reale: nuove diagnosi ai giovani studenti universitari pisani che hanno voluto l’edizione italiana del suo libro e all’editore Giovanni Volpe che lo ha pubblicato nel 1972. Tra quei giovani studenti ci sono alcuni maestri che hanno contribuito alla  formazione e crescita di molti altri giovani studenti pisani e non solo e ricordiamo solo quelli scomparsi come i professori Marco Tangheroni e Giulio Soldani. Sono loro che, assieme ad altri, hanno convinto l’editore romano a pubblicare Thibon e a farlo conoscere e apprezzare. Prima di Ritorno al reale, l’editore Volpe aveva pubblicato Diagnosi, Saggio di fisiologia sociale (1970) che è stato per molti un “livre de chevet”, con la prefazione di Gabriel Marcel che, come molti, non era a conoscenza della ricca produzione di aforismi. Aforismi che vedono una nuova edizione con una nuova traduzione grazie a D’Ettoris Editori: Il tempo perduto, l’eternità ritrovata. Aforismi sapienziali per un ritorno al reale, 2019. Il volume riunisce L’échelle de Jacob (1942), L’ignorance étoilée (1974) e Le voile et le masque (1985), raccolte di aforismi che percorrono quarant’anni del pensiero del filosofo del Midì francese.

Perle preziose, frasi e riflessioni anche molto dure, ma sempre ricche e profonde, rese in modo impeccabile dalla nuova traduzione di Antonella Fasoli ed è proprio con lei, che ne ha anche curato la pubblicazione, che parliamo di Gustave Thibon e di questo libro.

Sono tre opere che percorrono più di quaranta anni della vita del "filosofo contadino", con quale criterio sono state scelte per il pubblico italiano a oltre quarant'anni dall'ultima pubblicazione?

Il mio interesse per Thibon nasce casualmente nel mese di giugno del 2014. Navigando in rete alla ricerca di qualche cosa di non ben definito allora, mi sono imbattuta in una pagina Facebook dal titolo “Ritorno al Reale - Gustave Thibon”, creata dallo scrittore e saggista Emiliano Fumaneri, studioso e profondo conoscitore di Gustave Thibon. Ho iniziato a leggere alcuni aforismi del “filosofo contadino” e ne sono rimasta letteralmente folgorata. Da lì è partita la mia ricerca delle pubblicazioni in italiano delle opere di Thibon, per conoscere meglio questo grande maestro di pensiero francese.  Con mio grande rammarico, ho notato che il filosofo contadino era pressoché sconosciuto in Italia. Esistevano solo alcune traduzioni del suo saggio Diagnosi - Saggio di fisiologia sociale”, e le traduzioni datate ed introvabili di Quel che Dio ha unito: Saggio sull'amore (1947), La Scala di Giacobbe (1947), Il pane di ogni giorno (1949),  Nietzsche o il declino dello spirito (1964)L'uomo maschera di Dio (1961). Ho così provveduto a procurarmi le sue opere di aforismi in lingua originale. Non sapendo da quale iniziare la mia lettura, mi sono detta che sarebbe stato logico iniziare dalle prime pubblicazioni di Thibon, anche per poter cogliere l’evoluzione del suo pensiero, che seppur nella forma “frammentaria” dell’aforisma, emerge molto chiaramente nelle sue opere. L’edizione del 1975 de La scala di Giacobbe, utilizzata per la mia traduzione, raccoglie il meglio degli aforismi, selezionati da Gustave Thibon stesso, di due sue opere precedenti andate esaurite: La scala di Giacobbe (1942)  e Il pane di ogni giorno (1946). 

Seppur con sfumature, tonalità, sottolineature diverse, nelle tre raccolte di questo volume, scritte appunto nell’arco di quarant’anni, la riflessione di Thibon ruota attorno ai medesimi temi a lui cari: l’amore umano e divino, la sofferenza, il peccato, la doppiezza dell’animo dell’uomo, i falsi miti del progresso, il valore della tradizione, la morte, il senso ultimo della storia e dell’esistenza umana e la fede in Dio. Se negli aforismi de La scala di Giacobbe è acuto l’accento apologetico del dogmatismo cristiano cattolico e quello polemico nei riguardi di chi gli rimprovera di applicare la “griglia” cristiana a tutti i fenomeni psicologici e sociali, e di ricondurre tutti i problemi ai rapporti tra l’uomo e Dio, nell’Ignoranza stellata particolarmente aspra è la riflessione di Thibon sui falsi miti del progresso dell’umanità, sulle cosiddette rivoluzioni e i cosiddetti rivoluzionari della storia che pretendono di cambiare il mondo per poi non riuscire a cambiare nulla o, peggio, a distruggerlo, sull’illusione dell’uomo di poter fare a meno di Dio o di prendere il Suo posto, vale a dire, in termini teologici, sulle catastrofiche conseguenze del peccato originale. Gustave Thibon, dichiara qui esplicitamente la sua mancanza di fede nell’uomo, che molta teologia cristiana presenta invece come la conseguenza obbligatoria della fede in Dio, “una conseguenza che si spinge così lontano che finisce con il riassorbire la sua causa”. Nell’opera Il velo e la maschera, infine, si trovano, a mio avviso, gli aforismi più spirituali e la voce di Thibon diventa, come lui stesso dice: “La voce di un testimone che somiglia al grido di un ferito…” Thibon non ritiene se stesso un credente isolato nella cittadella delle certezze della sua fede cristiana. Lui abita il suo secolo, ne sposa i tumulti, ne subisce ogni giorno degli inizi di contagio. Ma afferma : “ Contro tutte le apparenze contrarie, credo in Dio e che Dio è amore”. I sogni traditi per il crollo delle illusioni, il desiderio del bene ucciso dal male, hanno una sola via d’uscita: la trascendenza, la dimensione divina, dove ha luogo, secondo Thibon, l’incontro tra la lucidità dello scettico e l’amore che lo vuole credente. La lucida razionalità dell’uomo, infatti, portata all’estremo, si scontra con l’assurdo della sua esistenza. “Il visibile amputato dell’invisibile non è altro che la maschera del nulla.”  A ognuno di noi non resta che scegliere tra la disperazione travestita di miraggi e “la speranza soprannaturale che plana al di sopra dello smarrimento dei contrari, perché la sua fonte non è nel tempo che tutto separa, ma nell’eterno dove tutto si unisce.”

C’è, è vero, qualche altra raccolta di aforismi di Thibon che precede o segue le tre opere raccolte in questo volume, e che meriterebbe di essere tradotta in italiano e pubblicata. Per ora, sarei davvero felice di poter avvicinare il maggior numero di persone al pensiero di Gustave Thibon con questo mio lavoro che mi ha impegnata più di quattro anni, e mi piacerebbe anche che fosse premiato il coraggio e l’impegno di Antonio D’Ettoris e della casa editrice D’Ettoris Editori che hanno creduto in questa opera.

Gli aforismi sono un genere letterario complesso e sicuramente difficile da tradurre, ma  tradurre un autore vuol dire entrare dentro il suo pensiero e la sua vita...

Proprio così. L’aforisma, come sappiamo, è una breve frase che concentra in poche parole un pensiero o, in generale, un sapere filosofico o morale. La comprensione del significato di un aforisma non può prescindere dalla conoscenza della vita e del pensiero dell’autore. Quando si tratta, poi, di tradurre in italiano un autore come Gustave Thibon, diventano fondamentali la lettura e lo studio sistematico del maggior numero dei suoi scritti in lingua originale e la conoscenza della sua vita, anche attraverso le interviste che ha rilasciato e le sue conferenze registrate. È ciò che ho cercato di fare prima di iniziare la mia traduzione, familiarizzando, per così dire, con il pensiero di Thibon ed approfondendo il significato da lui attribuito a ogni parola da lui utilizzata, sempre molto ponderata. Le numerose citazioni di Thibon di frasi tratte da filosofi, scrittori, poeti, grandi uomini del passato o suoi contemporanei, francesi e non, e soprattutto i continui riferimenti ai pensieri della sua amatissima amica Simone Weil, hanno reso particolarmente difficoltosa ed impegnativa la traduzione degli aforismi, una vera e propria sfida. Thibon aveva una cultura vastissima e in moltissimi campi dello scibile. Per questo, dopo una prima traduzione, ho dovuto rivedere il tutto più e più volte, e compiere delle ricerche sui vari autori ai quali fa riferimento. Soprattutto mi è stato necessario sgombrare il campo da ogni mia pre-comprensione e sovrastruttura per entrare in un dialogo autentico con la grandezza e la profondità dello spirito di Thibon. 

Il sottotitolo di questa nuova pubblicazione recita: "aforismi sapienziali per un ritorno al reale". La letteratura sapienziale contiene massime, sentenze, riflessioni che guidano il comportamento morale e sicuramente Thibon in questo è stato un grande maestro e guida. Tornare al reale è un invito che, oggi, appare molto importante. Dappertutto non si fa altro che mettere in discussione la realtà anche quella più evidente. Qual è la lezione di Thibon?

Thibon  prende molto spesso spunto per le sue riflessioni dall’osservazione della realtà, oltre che dalle sue erudite letture. Il suo pensiero negli aforismi viene espresso, sì, con dei concetti logici, dei ragionamenti sottili, dei passaggi lineari ma anche con degli esempi, delle similitudini, degli aneddoti tratti dalla vita di ogni giorno e dalla sua esperienza personale che lo rendono comprensibile a tutti. È il “buon senso” della sua filosofia. Il suo sguardo di lucido osservatore è interessato da tutto ciò che esiste “quaggiù” (non dobbiamo dimenticare le sue origini contadine e la sua vita trascorsa perlopiù a contatto con il mondo rurale), e soprattutto dall’uomo. I fatti raccontati negli aforismi e i commenti critici alle numerose citazioni di poeti, saggisti, filosofi, politici, famosi personaggi della storia, evidenziano la continua ricerca di un filo rosso che colleghi la vita e il pensiero a un qualcosa che li superi e li trascenda, a un principio che li unifichi. C’è in Thibon l’anelito a un senso ultimo dell’essere che indichi anche una via sicura da seguire per vivere la vita in pienezza. Al di là delle ombre confuse, contraddittorie ed illusorie di una realtà in cui il paradosso, l’errore, l’ingiustizia, il dolore, il male e la morte sembrano avere la meglio e trionfare, Thibon non si abbandona alla disperazione dello scettico, non si rassegna al nichilismo di molta filosofia contemporanea ma compie un rovesciamento di prospettiva, cambia radicalmente il suo punto di vista, volgendosi verso l’ingresso della Caverna, come direbbe Platone (Thibon si rifà spesso al mito platonico della Caverna), e in quel momento, lasciandosi per la prima volta accecare dalla Luce che crea le cose, incontra la Verità. Per Thibon la fede consiste proprio in questo:  nell’accorgersi che il reale, che tutto ciò che vediamo è collegato e tenuto insieme in una profonda unità. Tutta la realtà converge, contro ogni evidenza,  verso l’Uno che per Thibon è il Dio-Amore rivelatoci da Gesù Cristo. La fede per lui non è affatto evasione dalla realtà. Tutt’altro. L’uomo quaggiù non è chiamato a superare il reale, ma ad entrarci dentro fino a toccarne un fondo più profondo delle sue forze, dei suoi ragionamenti, delle sue capacità. È infatti oltre il velo che ricopre tutta la realtà che ci attende Dio: la Via, la Verità e la Vita.  Perciò, “ritorno al reale” per Thibon significa andare oltre le apparenze, orientare la propria vita verso la Fonte della Vita, verso quel Dio-Amore che è origine e fine di tutto, quel Dio da cui siamo scaturiti e da cui ci siamo allontanati con il peccato originale, illudendoci di bastare a noi stessi. La saggezza di Thibon consiste quindi nell’essere ancorati alla Terra, consapevoli che le cose di quaggiù non bastano a colmare il desiderio di felicità e di infinito che abita in ciascuno noi, perché «Le cose supreme non si espandono che dall’altro lato della tomba. Ma esse cominciano quaggiù e il loro fragile seme è nei nostri cuori, e nulla fiorisce nel cielo che non sia almeno germogliato sulla terra».

Nelle prime pagine della Scala di Giacobbe, Thibon si sofferma su cristianesimo e mondo, dialogo, isolamento. Riflessioni che sembrano adatte, dopo settant’anni, per l'uomo e il mondo di oggi. Questo fa del filosofo francese un uomo dalla grande visione profetica, un maestro che ha attraversato le utopie...

Cito Thibon : “Non voglio conquistarti, non voglio che tu sia del mio parere, voglio solo donarti questa verità così indipendente da me quanto la luce del giorno; vorrei che anche tu vedessi il sole! È colpa mia se la verità è anche la mia verità?”

Queste sono le sofferenze dell’apostolo e del profeta, strumenti e voci di Dio. Thibon è stato un vero profeta: un uomo che ha vissuto dentro il suo tempo, si è scontrato con gli “ismi” ideologici del suo secolo, ha dialogato con gli uomini dalle idee, dalle credenze e dalle fedi più diverse senza mai tradire la Verità, ha pianto sulle ceneri delle illusioni e dei falsi dèi, dei miti del progresso, delle più distruttive e crudeli ideologie del Novecento. Pur dichiarando di non avere mai avuto fede nell’uomo, ne ha sempre difeso strenuamente la libertà e la dignità che gli derivano dall’essere una creatura di origine divina. “ Mi si accuserà di pessimismo. Ripeto che sono uno di quei retrogradi che credono ancora al peccato originale. Non ho nemmeno bisogno di crederci: l’evidenza dispensa dalla fede.” Thibon, quindi, come ogni profeta, è un uomo del suo tempo ma soprattutto è un testimone dell’Eterno, è la voce umana che trasmette un messaggio divino ai suoi contemporanei. Cambiano le epoche, i contesti storici, gli usi e i costumi, ma il profeta rimane sempre è colui che ci richiama alla nostra origine, che ci conduce a Casa, ricordandoci che c’è un Dio-Amore che ci attende dopo ogni nostra caduta, dopo ogni nostro fallimento, un Dio-Amore che ci redime e al quale bisogna fare ritorno. Thibon dice di credere alla redenzione più ancora che al peccato: “perché se il peccato viene dall’uomo, la redenzione viene da Dio.”  Purtroppo “i benefici della redenzione restano in larga misura virtuali per la semplicissima ragione che l’immensa maggioranza degli uomini trascura o rifiuta di riceverli. Non basta che un farmaco sia infallibile e universale, bisogna anche che i malati si decidano a ristabilirsi.” 

Reale e verità. Verità e rivelazione cristiana. Thibon è, a suo modo, un grande e fine teologo, un cantore dell'eterno.

Thibon ha detto di essere entrato in contatto con il Trascendente attraverso la bellezza e la poesia. Lo stupore e l’emozione di fronte alla bellezza del creato, cantati dai versi dei suoi più amati poeti come Mistral, Hugo, Machado, Baudelaire, nel cuore di Thibon si sono trasformati in domande metafisiche. Ha un senso il mondo? Che senso ha l’uomo? Che cosa è l’uomo? La fede è una conoscenza oscura. Per conoscere qualcuno bisogna amarlo. Ma chi mi dice che nell’universo ci sia davvero un Io che risponde al mio io, un Amore che risponde al mio amore? L’universo ha un centro cosciente? Thibon ci dice che non è attraverso la conoscenza che è arrivato alla fede. “Credere non è sapere”. Si crede al di là dei concetti. Il giovane Thibon ha cercato le risposte alle sue domande in molte religioni e credenze umane. Ci sono tre forze, dice, che dirigono la vita: il Vero, il Bello e il Bene. I tre trascendenti di Platone. La scienza ci fornisce sempre di più la verità sulle leggi fisiche e biologiche che regolano il funzionamento della vita umana e della natura. La sete di bellezza è soddisfatta dallo spettacolo delle bellezze naturali. Quanto alla sete di Bene insita nell’uomo, niente nella realtà ci fa credere che sia possibile placarla. Sembra proprio che nel creato non ci sia traccia di Bene. È proprio questa domanda di Bene e di Amore di cui noi abbiamo estremamente bisogno ciò che noi chiamiamo Dio. Aveva circa 23 anni Thibon quando ha creduto di aver ricevuto una risposta chiara a questa domanda di Bene, e la risposta gli è venuta dal Cristianesimo Cattolico, l’unica religione che parla di un Dio-Amore. Thibon ha raccontato in un’intervista, con molto pudore e non senza un certo imbarazzo, di aver fatto l’esperienza di un “qualcosa” che lo trascendeva e che, ha detto, era “più vero di me stesso”. Il problema di Dio non era più al centro del suo pensiero ma era al centro della sua anima. Ed ha deciso di acconsentire a ciò che ha sperimentato: una visita dell’Eternità nel tempo. E la fedeltà a ciò che ha vissuto nella sua anima è durata per tutta la sua vita. È difficile parlare della fede: è un mondo misterioso. Le esperienze che si hanno del mistero e del divino sono incomunicabili. Ed è questo, per Thibon  il dramma dei  valori supremi, quello di essere vissuti come una verità assoluta ma di essere incomunicabili. Questo è il modo speciale di Thibon di essere “teologo”, cioè di parlare di Dio.

Dante Alighieri per tre volte ci invita “a riveder le stelle”, ma, forse abbiamo perso questo slancio nonostante la scienza ci porti sempre più nella profondità dell’universo. La troppa scienza ci fa “ignoranti stellari”?

Thibon prende spunto per il titolo dell’Ignoranza stellata da un verso del poema Les Grandes Lois (Le Grandi Leggi) di Victor Hugo, uno degli scrittori e dei poeti francesi più importanti dell’Ottocento, particolarmente amato da Gustave Thibon.

Il verso tradotto in italiano suonerebbe così:

Voi mi offrite di strisciare come un verme sapiente;

Ebbene, no! Preferisco l’ignoranza stellata

di Platone, di Pindaro, anima e chiarezza di Elea”…

Il poema di Hugo, polemizza con la fede cieca nella scienza e nel progresso degli uomini del suo tempo. A forza di esaminare minuziosamente i fenomeni naturali, di vivisezionare l’uomo e il mondo animale, si è finiti con l’equiparare l’uomo a un qualsiasi altro animale terrestre, si è finiti con il cancellare la sua anima e lo spirito divino che abitano in lui. Lo si è ridotto a una “macchina” programmata, da rottamare quando si rompe e diventa inutile. L’uomo è diventato un essere vivente sullo stesso piano se non peggiore degli altri, un niente che viene dal nulla e che finirà nel nulla. Victor Hugo, all’epoca, si chiedeva se non fosse niente quel suo cuore che batteva nel petto. Si chiedeva se il morire per un ideale fosse vano, se l’eroismo fosse stupido. La scienza, se non è al servizio del bene dell’uomo, diventa la sua padrona e gli sottrae per sempre quella libertà e quella dignità che gli derivano dall’avere dentro di sé qualche cosa che lo supera, che gli ricorda la sua origine divina e il suo destino di eternità. Se è innegabile che la scienza ci porti sempre più la conoscenza delle leggi che regolano l’Universo, è altrettanto innegabile che una scienza sganciata da sani principi etici diventa una minaccia costante per la vita sul nostro pianeta La morte di Dio nel cuore dell’uomo del nostro tempo, per Thibon, è anche conseguenza delle conquiste della scienza. Ma è sotto  gli occhi di tutti oggi che l’uomo che rinuncia alla relazione con il Trascendente, perde completamente la sua umanità. Certo, le conoscenze scientifiche di Platone erano inesistenti, ma la sua ignoranza era illuminata dalle stelle delle Idee e  dei Valori eterni:  il Bene, il Vero e il Bello. L’ignoranza di Platone gli faceva volgere lo sguardo verso il Cielo, dove l'anima immortale presente in ogni uomo, frammento dell'anima del mondo, ha la sua patria, il suo destino.

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI