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Martedì, 22 Maggio 2018

Come riuscì il cristianesimo primitivo a svilupparsi fino a diventare la religione più diffusa dell'impero romano? Chi prestò ascolto alla «Buona Novella» e chi invece la ignorò? A queste domande e a tante altre risponde il sociologo delle religioni americano Rodney Stark in un saggio, «Le città di Dio. Come il cristianesimo ha conquistato l'impero romano», Lindau (2010). «Basandosi su dati quantitativi e sui risultati degli studi più recenti, sia in ambito storico sia archeologico, Rodney Stark propone una ricostruzione dei fatti largamente inedita e rovescia molti luoghi comuni». Stark sostiene che il cristianesimo primitivo si sviluppò nelle più importanti città portuali dell'impero romano. San Paolo, più che convertire i gentili (i pagani), convertì per lo più i giudei. Inoltre il culto pagano non fu rapidamente cancellato dalla cosiddetta repressione statale seguita alla conversione di Costantino nel 312. Il paganesimo scomparì gradualmente, dopo che la gente cominciò ad abbandonare i templi subendo il fascino del cristianesimo. Lo stesso Costantino continuò a fondare templi pagani, e a nominare nelle più alte cariche dell'impero uomini pagani.

Per quanto riguarda il culto «orientale» dedicato alla dea egizia Iside e a Cibele, la dea della fertilità dell'Asia Minore, in realtà queste divinità prepararono la strada per la rapida diffusione del cristianesimo nei territori dell'impero romano.

Altra tesi sostenute da Stark è quella che il culto misterico di Mitra, non fu affatto una sfida al cristianesimo, ma soltanto una credenza minoritaria che non ammetteva le donne e peraltro attraeva soltanto i soldati.

Pertanto per Stark non è esagerato sostenere che le interpretazioni sui primi secoli di cristianesimo devono essere profondamente riviste. Soprattutto occorre sfatare certe leggende nere su Gesù egli apostoli, avanzate su numerosi libri, da alcuni pseudo storici sul cristianesimo primitivo. Queste persone, cercano di «proporre ogni sorta di fantasia storica politicizzata o di invenzioni affascinanti, basandosi sull'assunto che sono altrettanto 'vere' quanto qualsiasi altro racconto». Tuttavia secondo Stark, spesso si tratta solo di sciocchezze. A questo punto «il compito dello storico consiste nel cercare di scoprire, nel modo più preciso possibile, che cosa sia accaduto. E' ovvio che non possederemo mai la verità assoluta, ma questa deve comunque rappresentare l'obiettivo ideale che indirizza il sapere storico».

Il sociologo americano anche in questo saggio è andato alla ricerca delle prove migliori, della storia della Chiesa primitiva. Tra le tante prove documentate che Stark offre al lettore, è che il cristianesimo primitivo fu essenzialmente un movimento urbano. Stark nel libro, ha monitorato le trentuno città dell'impero con una popolazione di almeno 30.000 abitanti, costatando che il cristianesimo si era largamente diffuso proprio nelle città portuali. Il motivo dovrebbe essere ovvio per Stark, in quel tempo per spostarsi si utilizzava le vie del mare e attraverso la navigazione si raggiungevano con una certa facilità i maggiori porti del mare Mediterraneo. «Nell'antichità classica si viaggiava molto di più di quanto oggi si potrebbe pensare. Un'iscrizione su una tomba nella frigia dichiara che un mercante del posto aveva fatto oltre settantadue viaggi a Roma, un percorso di più di milleseicento chilometri solo andata». Del resto, «Qualsiasi studio su come i cristiani convertirono l'impero è in realtà uno studio su come cristianizzarono le città».

Nel 2 capitolo Stark fa l'elenco dettagliato delle varie città dell'impero intorno al 100 d.C. a cominciare da quelle del vicino Oriente, quelle prossime a Gerusalemme. Naturalmente Stark chiarisce che per quei tempi era difficile determinare l'effettiva popolazione residente e non. Nel capitolo lo storico americano determina la natura delle città e la vita cittadina e in particolare la situazione religiosa. Sarebbe interessante soffermarsi su alcuni aspetti della vita cittadina che Stark evidenzia.

Inizia con Cesarea Marittima, con una popolazione di 45.000 abitanti, passando per Damasco, per giungere ad Antiochia, la città fortezza, seconda per importanza dopo Gerusalemme, qui iniziò il cristianesimo primitivo e pare che ad Antiochia fu coniato il termine cristiano. Nel Nord Africa, c'era Alessandria, ricca di storia, 250.000 abitanti, importante per la sua immensa biblioteca e i suoi numerosi studiosi. Poi si passa alla descrizione delle città greche: Atene e Corinto, fino a Tessalonica. Quindi l'Italia, con Roma e Siracusa, e via via fino alle città della Spagna. Naturalmente il libro ci offre tante cartine, ricordando però che il 95% della popolazione dell'Impero vivesse nelle campagne, in piccoli villaggi rurali. Nonostante questo l'impero di Roma fu essenzialmente urbano. Pertanto se si considera che la popolazione totale delle trentuno maggiori città raggiungesse circa due milioni,indica che quei centri ospitavano più o meno due terzi della popolazione greco-romana che abitava in città. Probabilmente era la stessa proporzione anche dei cristiani.

Comunque sia lo studio della storia antica è alquanto difficile, per la mancanza di dati numerici affidabili. Ma la colpa è anche degli storici che non amano le cifre. Stark lo evidenzia nel capitolo conclusivo, infatti scrive: «troppi studiosi hanno scarsa praticità con le tecniche di quantificazione e sono quindi vulnerabili a distorsioni che non hanno nulla di matematico o scientifico».

Nel 3° capitolo l'autore affronta la cristianizzazione dell'impero e quindi delle trentuno città, evidenziando l'importanza dei viaggi, del commercio e l'influenza della cultura ellenistica in ciascun centro. Stark tratta la questione della conversione religiosa, in questo contesto critica chi parla di conversioni di massa dei cristiani. Per Stark, le conversioni di massa sono molto improbabili, per diversi motivi. Stark è convinto che per convertirsi ci vuole tempo, quindi è molto scettico sulle cosiddette conversioni che assumono la forma degli «isterismi di massa». In questo contesto Stark sostiene una tesi originale, crede che la dottrina non svolge un ruolo di primaria importanza nell'attrarre i fedeli. «La maggior parte delle conversioni non è il frutto del lavoro dei missionari professionisti che trasmettono un messaggio, ma piuttosto dell'opera di membri militanti che condividono la loro fede con amici e parenti[...]». Dai numerosi studi sulla conversione è accertato che le reti di relazione sociali costituiscono il meccanismo di base attraverso il quale si verifica la conversione. Per convertire qualcuno bisogna innanzitutto creare un rapporto di profonda e fidata amicizia. Per Stark è un criterio che era valido nel I°secolo ma è valido anche oggi.

Stark cerca di individuare i tassi di crescita dei cristiani. All'inizio è lenta, come si può vedere dalla cartina, nell'anno 150 i cristiani raggiungono ancora 40.000 fedeli. Mentre nel 312, l'anno della conversione di Costantino, le proiezioni parlano di circa 9 milioni di cristiani, pari al 15% della popolazione. Nel 350,la popolazione cristiana raggiunse 31,7 milioni di persone (il 53% circa della popolazione).

Il cristianesimo si sposta verso ovest. All'inizio i romani lo videro come  un altro dei culti provenienti da est, e Cristo come un ulteriore dio «orientale».

Stark può affermare che le città portuali tendevano ad essere cristianizzate (cioè avevano comunità cristiane) prima delle città interne. Mentre il 64% delle città portuali avevano una chiesa.

Per quanto riguarda la lingua i primi cristiani parlavano bene il greco, anche le scritture cristiane erano in greco. Per tante ragioni, «il cristianesimo trovo rapidamente un'accoglienza più sicura nelle città dominate dalla cultura ellenica rispetto a quelle in cui l'ellenismo passava in secondo piano».

Il 4° capitolo è dedicato alle divinità di Cibele e Iside, i precursori «orientali». Qui il sociologo americano cerca di fare dei distinguo tra la religiosità romana tradizionale e le nuove religioni «orientali». Il mondo greco-romano naturalmente era politesta, pare che ci fossero ben 30.000 diverse divinità, si «viveva in un universo brulicante di essere divini». In questo periodo molte persone finirono con il dichiararsi atee. A questo proposito Stark ci tiene a ribadire la miscredenza non è moderna, fa alcuni nomi di filosofi come Senofane, Epicuro, Lucrezio. Certo l'ateismo attirava gli intellettuali, ma non poteva attirare il popolo.

Ad ogni modo i filosofi classici erano sempre attirati dal monoteismo, anche se riduceva la divinità a un'essenza impersonale e remota.

Il 5° capitolo si occupa della missione di Paolo presso gli ebrei ellenizzati. E' una descrizione interessante. Molto è stato scritto sui frequenti viaggi missionari di San Paolo. C'è una ferrea convinzione in molti gli storici, si pensa che la missione cristiana presso gli ebrei sia stata un fallimento e che soltanto una rapida conversione di gentili, impedì al cristianesimo di cader nell'oscurità. E' una considerazione falsa.

Per Stark, «il cristianesimo agli inizi fu un movimento giudaico, e continuò ad essere dominato dagli ebrei per un periodo considerevole[...]». Per Stark, qui è importante la domanda: «perche all'inizio la missione presso gli ebrei ebbe tanto successo?». Per rispondere a questa domanda occorre «misurare», vedere quanti ebrei fossero in diaspora nelle varie città, prese in considerazione da Stark. «La diaspora ebraica non fu un fenomeno isolato, le enclave etniche erano frequenti nelle città greco-romane». Gli ebrei devoti tendevano ad isolarsi, poi c'erano quelli propensi a venerare anche gli dei locali e a partecipare alle feste pagane, erano quelli ellenizzati. E proprio su questi i cristiani operarono per fare proseliti. Del resto Stark è convinto che le persone non tendono a cambiare la religione quando il loro capitale religioso è ben radicato, maggiore. «La letteratura di ricerca è ricca di esempi che dimostrano che il reclutamento dei convertiti avviene soprattutto fra coloro che hanno un legame molto debole con qualsiasi altra religione». E tuttavia ci sono maggiori probabilità di cambiamento di fede se si offre la possibilità di conservare gran parte del proprio capitale religioso. Quindi «contrariamente al paganesimo, il cristianesimo offriva agli ebrei della diaspora la possibilità di mantenere quasi invariato il loro capitale religioso, e di aggiungere qualcosa di nuovo, dato che il cristianesimo ha conservato tutta l'eredità dell'Antico testamento». Si parlava la stessa lingua, il greco e le funzioni religiose erano modellate su quelle della sinagoga.

In questo contesto entra in scena la missione di Paolo, che ogni volta utilizzava la stessa strategia missionaria, non viaggiava mai da solo,spesso portava con sé una scorta di almeno quaranta seguaci, sufficienti a formare una «comunità» iniziale. E soprattutto utilizzava le reti delle relazioni sociali per il reclutamento. Pertanto come scriveva Helmut Koester: «L'opera di Paolo, quindi, non deve essere pensata come l'umile tentativo di un missionario solitario; essa era piuttosto un'organizzazione ben pianificata e su vasta scala». Ad eccezione di Luca, scrive Stark, «la maggior parte del suo seguito era costituito da ebrei, egli era accolto dagli ebrei, predicava in case di ebrei e nelle sinagoghe, e la maggior parte di coloro che salutava nelle lettere pare fosse di origine ebraica».Del resto per gli ebrei, «il cristianesimo rappresentò un valore aggiunto al loro capitale religioso, per i gentili, il cristianesimo doveva sostituire il capitale».

Altro particolare che Stark annota è che la stessa Palestina, non fu una zona di missione, perché era evidente che gli ebrei ortodossi non avevano nessuna intenzione di convertirsi al cristianesimo. Al contrario degli ebrei ellenizzati, che avevano perso la loro religiosità tradizionale. Pertanto secondo Stark l'ipotesi più plausibile è che l'annuncio di Paolo si concentrò sulle città più ellenizzate, inoltre la sua missione tendeva a svolgersi nelle città portuali e nelle città dove era più presente la diaspora degli ebrei.

La stessa tesi la troviamo nella monumentale opera storica, «Storia della Chiesa del Cristo». Vol.I°.«La Chiesa degli apostoli e dei martiri», di Henri Daniel Rops, pubblicato da Marietti (1951). «La Chiesa viene dai Giudei», scrive a pagina 51. «L'influenza giudaica sulla Chiesa primitiva resterà profonda. Più si studia il Cristianesimo delle Catacombe, più si constata che esso si allaccia in mille modi al giudaismo». Rops nel II° capitolo, dove racconta la grande opera evangelizzatrice di San Paolo (Un araldo dello Spirito. S. Paolo), chiarisce che Paolo fin da principio dovette affrontare la spinosa questione, peraltro decisiva per la Chiesa primitiva: i rapporti fra «Ellenisti» e Giudaizzanti. In pratica si trattava di scegliere fra il quadro ristretto di una piccola setta giudea e «l'orizzonte illimitato dell'universalismo di Gesù». Tuttavia Paolo per la sua formazione, come per «le sue origini facevano di lui un Giudeo totale. Aveva studiato a fondo fra i Farisei, la sacra Scrittura, che egli non lascerà mai di praticare e di citare [...]. Dottore della legge, tanto forte in esegesi e in teologia quanto in diritto e in morale, era un vero 'rabbino', quando divenne cristiano. Così pure, per tutta la vita resterà fedele ad Israele. E si dichiara, ogni volta che si presenta l'occasione, fiero d'appartenere alla razza eletta, di essere della posterità di Abramo, della tribù di Beniamino, 'Ebreo figlio di Ebrei'». Pertanto scrive ancora lo storico francese, «Egli si rifiuta di odiare i suoi fratelli di razza, anche quando si mostrano così ostili verso di lui». Tuttavia poi Paolo riuscirà a superare lo scoglio fra il legalismo dei giudei e l'universalismo cristiano.

Ritornando al testo di Stark, il 6°capitolo affronta la questione dello Gnosticismo e delle eresie. «Diversamente da quanto sostengono diversi studiosi, lo gnosticismo non fu una forma di cristianesimo più sofisticata ma soltanto un tentativo infelice di paganizzare la cristianità». I temi sono immensi, naturalmente necessitano più spazi. Dopo le conclusioni finali, il libro è arricchito oltre dalla consueta e vasta bibliografia, da una serie di tabelle comparative per illustrare meglio le tesi del sociologo americano.

 

Domenica 15 aprile 2018 presso il "Pentatonic Club" di Roma si è tenuto un interessante evento letterario, da tempo fortemente desiderato dal filosofo Augusto Benemeglio, il quale nel suo “La barba d’oro di Godot” ha disegnato e scritto a proposito dell'autrice Silvia Denti, titolare della Casa editrice "Divinafollia", nonchè ideatrice della corrente culturale "Inquietantismo".
Augusto Benemeglio ha così aperto i lavori - "L’approccio con Silvia Denti è quello tipico  che si ha con una donna del 'fare', volitiva, energica, 'tosta',  per usare un termine che le è usuale e  che delinea tutta una sua etica, una sorta di linea Maginot contro l’inevitabile “transumanesimo”  prossimo venturo; una donna speciale, di quelle fatte d’ombra e fuoco, come il suo lontano avo, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, (è il suo paese  natìo), una di quelle creature  sospese tra le musiche dell’organo e il vetriolo, costantemente impegnata, sommersa, per ragioni di lavoro, da  un mare di carta. L'autrice la troviamo nel grande scambio planetario che è oggi il web, in cui ci sono grandi potenzialità ma anche molti rischi nei legami virtuali. E la sua prima battaglia è quella delle inattualità delle parole, poiché fa l’editrice d’avanguardia, la piccola editrice a caccia di talenti, che corre dietro ai sogni, che gioca sulla roulette del rosso e nero, e rischia sempre. Ma Silvia Elena Denti non è solo un editore da “Divina Follia” di memoria platonica, è tante altre cose (poetessa, critica letteraria, organizzatrice di concorsi letterari, giornalista, etc), una che va costantemente a caccia di quelle parole che spesso precedono le idee vere e proprie, e i cui termini hanno un valore terapeutico, magari  taumaturgico".
Ma accanto a Silvia non poteva certo mancare il professor Marco Capponi, con la sua puntuale  verve e le sue meravigliose narrazioni in chiave futurista, metaforica, fisica, nonchè piacevolmente  romantica.
Pertanto, tra “Estinzione”, “Le ragioni del caso e del destino”, “La casa sul mare del sociologo” e un pò  di poesia “liquida”, parafrasando il grande sociologo Zygmunt Bauman,  nel corso dell'incontro si è man mano delineato un insieme di concettualità davvero dell’altro mondo, o meglio "di altri mondi".
Augusto Benemeglio, uomo di cultura, letterato e specialista in dissertazioni ed excursus di qualità, non poteva deludere il folto numero di presenti, tutti affascinati dall'atmosfera estremamente coinvolgente venutasi a creare.
Gli interventi letterari sono stati intercalati dalle musiche di Cesare Magrini, che ha interpretato alcuni fra i maggiori successi del cantautore  Fabrizio De André, talvolta accompagnato dal violino di Marianna Fedele, giovanissima attrice, che ha anche letto intensi passaggi in prosa e poesia delle opere degli autori Silvia Denti e Marco Capponi.
Tali letture hanno contribuito ad intensificare l'empatia fra pubblico ed autori, inducendo riflessioni afferenti il mondo interiore di coloro i quali si spendono quotidianamente per la scrittura innovativa.
L'organizzazione dell'incontro è stata curata da Anna Maria Curci, la quale ha offerto a tutti grande ospitalità. 
Di seguito una lirica di Silvia Denti recitata da Marianna Fedele durante l'evento:
"Le monete, il bastone, il portachiavi,/la pronta serratura, i tardi appunti/ che non potranno leggere i miei scarsi/ giorni, le carte da giunco e gli scacchi,/ un libro e tra le pagine appassita/ la viola, monumento d’una sera/ di certo inobliabile e obliata,/ il rosso specchio a occidente in cui arde/ illusoria un’aurora. Quante cose,/ atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,/ ci servono come taciti schiavi,/ senza sguardo, stranamente segrete!/ Dureranno più in là del nostro oblio;/ non sapran mai che ce ne siamo andati.

L'ultimo libro inchiesta di Mario Giordano lo dedica a sua moglie Paola che lo sopporta e supporta da tanti anni per il suo intenso e difficile lavoro di giornalista. Dedicare un libro dura in eterno, sostiene Giordano. L'ultimo libro appena uscito è «Avvoltoi», con un sottotitolo abbastanza lungo e impegnativo: «L'Italia muore, loro si arricchiscono. Acqua, rifiuti, trasporti. Un disastro che ci svuota le tasche. Ecco chi ci guadagna». Sono vent'anni che Giordano scrive libri inchiesta sui difetti della nostra politica, denunciando gli sprechi del Palazzo, i costi esagerati, le spese folli delle Regioni, le auto blu, lo scandalo dei vitalizi, la moltiplicazione dei privilegi.

Nell'introduzione Giordano tenta di giustificare il suo ventennale impegno giornalistico di denuncia sul mal funzionamento del Paese.

Le domande da porsi potrebbero essere tante: «Chi te lo fa fare? Anche stavolta hai deciso di farti qualche nemico». Infatti lo stesso Giordano si rende conto dei rischi che corre, forse sarebbe meglio scrivere un romanzo d'amore, anzi meglio se erotico, «sono sicuro che venderebbe molto più di un saggio d'inchiesta. In ogni caso mi provocherebbe meno guai». Anche per me potrebbe risuonare la stessa frase di Giordano: chi me lo fa fare di scrivere su certi temi. Con tutti i problemi che ho. Tuttavia meglio avere giornalisti coraggiosi come Giordano che ci racconta così bene il «Male italiano», parafrasando il titolo di un libro del presidente dell'Autorità anticorruzione Raffaele Cantone.

Certamente si potrebbe far finta di non vedere. Anzi sarebbe più comodo averli come amici gli avvoltoi. E invece no, anche in questo libro, Giordano come nel precedente «Vampiri», il giornalista di Mediaset (a proposito per quanto tempo ancora?) come in tutti gli altri, non avendo girato la testa dall'altra parte, sicuramente avrà dei problemi, qualche guaio.«E' inevitabile. Gli avvoltoi sono elencati con nomi e cognomi, come è abitudine della casa. Qui non si spara nel mucchio. Non si fanno discorsi generici. Tutt'altro che qualunquismo. Si raccontano casi e storie, fatti concreti. E' inevitabile che qualcuno se ne abbia a male».

Infatti Giordano rivela di ricevere per i suoi libri inchiesta diverse querele. Ogni mattina a casa si aspetta il messo comunale con qualche querela.

Avvoltoi è il 15° libro pubblicato da Mondadori. «Ho sempre pensato – scrive nella introduzione- che i problemi del nostro Paese fossero in una classe dirigente che non è stata all'altezza della sfida dei tempi[...]in questi ultimi tempi è successo qualcosa di nuovo: proprio per colpa di quella politica malata, lo Stato si è pericolosamente avvicinato al trapasso. Vacilla,barcolla, esala gli ultimi respiri. E attorno a questo corpaccione malato, ormai a un passo di diventare cadavere, si sono levati in volo gli Avvoltoi, che non vedono l'ora di divorarselo tutto».

Chi sono questi avvoltoi che si stanno divorando i resti dell'Italia? Giordano nei 4 capitoli, li raggruppa tutti insieme: nel 1° si occupa degli avvoltoi dei trasporti. Nel 2° degli avvoltoi dei rifiuti. Il 3° quelli dell'acqua, infine nel 4°, quelli dei caselli, delle autostrade.

L'intento del libro è che venga letto, che se ne parli il più possibile, per il giornalista, non c'è altra via per tentare di cambiare le cose: «smascherarle. Divulgarle. Farle sapere a tutti. Perché sono convinto che gli Avvoltoi di tutti i luoghi e di tutte le epoche abbiano un unico grande alleato: la nostra ignoranza».

Ci sono due punti fermi nel libro: il male è diffuso e comune a tutte le aree nazionali, da quelle meridionali a quelle settentrionali. Dalla Sicilia alla Campania, alla Sardegna, ma anche nelle efficienti, indiscutibili ed operosi territori dell'Italia settentrionale. Il secondo aspetto che appare evidente, nello scorrere delle pagine, dalle Alpi al Mediterraneo la degenerazione morale, è penetrata in tutti i partiti sul palcoscenico, soprattutto nel sottobosco incontrollato delle Regioni e dei Comuni.

«Si sono buttati sopra il treno e anche sull'autobus», scrive Giordano. Nel senso che da veri Avvoltoi, manager, imprenditori, dirigenti, direttori si sono buttati sulle carcasse del trasporto pubblico. Così da Nord a Sud, un po' dappertutto, su e giù per l'Italia, hanno depredato tutto quello che c'era nelle ferrovie, nei trasporti comunali. Ovunque spuntano «vagoni d'oro, bus fantasma, treni comprati a caro prezzo e fermi da anni, soldi buttati, soldi intascati, tangenti, operazioni illegali, strane compravendite, manager arricchiti, denari distribuiti a pioggia e utilizzati per tutto, tranne che per migliorare il servizio».

Le tariffe dei treni, degli autobus, dei tram continuano ad aumentare, i costi pure (paghiamo oltre 6000 euro al minuto per il trasporto pubblico). Ma tutti questi quattrini non servono a far funzionare come si deve i treni, tram e autobus. Leggendo il libro di Giordano scoprirete dove finiscono i soldi. Non starò qui a raccontare o a segnalare tutti gli episodi, ne scelgo qualcuno, come quello dello «scandalo degli autobus di seconda mano (200 all'anno)». In pratica in Italia c'è l'abitudine di comprare gli scarti delle altre nazioni. Quando la Germania,la Polonia, la Francia, la Svizzera, «decidono di buttare via i loro mezzi pubblici perché sono troppo vecchi e insicuri per girare sulle strade, noi li compriamo e li mettiamo in circolazione con orgoglio. La loro spazzatura è il nostro investimento, i loro scarti sono il nostro futuro. Allegria».

Chiediamoci, quale futuro può avere un paese che investe su autobus usati? Che futuro può avere un Paese che ricicla come novità gli scarti d'Europa? Nelle pagine del libro Giordano con metodo certosino racconta fatti ben documentati che appartengono alle nostre amministrazioni comunali. Autobus vecchi di 12 anni, comprati come nuovi. Qualche amministrazione li compra addirittura di terza mano, per carità di patria non scrivo quale. Poi uno si stupisce se gli autobus finiscono in una scarpata.

Giordano rivela che esiste in Italia, un'azienda specializzata che acquista bus usati e poi li rivende soprattutto agli enti comunali, si può consultare in internet, nulla di nascosto. Vendono trecento autobus usati all'anno, il 70, 80%, alle amministrazioni pubbliche.

Il testo pubblica numerosi dati, come quello del tempo trascorso sui mezzi pubblici dagli utenti europei, in Italia per spostarsi in media ci vuole il doppio dei Paesi europei. In tutto il nostro paese ci sono meno metropolitane che nella sola Madrid, la metà di quelle che ci sono a Londra. Il ritardo è spaventoso, «se il nostro sistema si adeguasse agli standard europei, guadagneremmo di botto, oltre a un fegato sano, anche 12 miliardi di euro». Immaginate quante cose si potrebbero fare anziché stare bloccati nel traffico. Basti pensare a quello che devono subire i cittadini romani, a causa dei mezzi pubblici dell'Atac, «non c'è bisogno della sfera  magica, per sapere che i mezzi pubblici romani sono più vecchi e più inefficienti d'Europa». Giordano racconta cose turche. Su l'Atac, Raffaele Cantone, è lapidario: il 90 per cento dei contratti siglati dall'Atac negli ultimi cinque anni risulta irregolare.

Ma non c'è solo Roma, il disastro torinese della Gtt non ha nulla da invidiare a quello romano.

Per quanto riguarda l'inadeguatezza del servizio ferroviario, il libro si sofferma sulla Puglia, addirittura con 2 paragrafi. Ci sono nomi e cognomi dei vari Paperon dei Paperon che nonostante lo squallore dei servizi mungono a man bassa le casse dello Stato. Giordano dà conto di contratti, di consulenze, veramente aberranti e ci si chiede come mai ancora succedono tutte queste cose nonostante il serio lavoro del presidente dell'anticorruzione Cantone. Lavoro e impegno che l'ex pm napoletano ha raccontato in un libro nel 2015, insieme al giornalista Gianluca Di Feo, «Il Male italiano», Rizzoli (2015), libro che ho presentato l'anno scorso. Ci sono regioni come la Puglia e la Basilicata che ricevono fondi europei per lo sviluppo regionale, ben 123 milioni, tra il 2006 e il 2016 e altri 46 milioni per la Bari-Matera, ma non si sa dove sono finiti. Per percorrere i 74 chilometri che separano le due città ci vogliono 1 ora e 39 minuti. Matera nel 2019 sarà la capitale europea della cultura, ed è l'unico capoluogo di provincia italiano che non ha un collegamento ferroviario, c'è la stazione, ma non arrivano i treni.

Non potevano mancare i riferimenti al trasporto siciliano. Descrivere il trasporto ferroviario in Sicilia è come sparare sulla Croce rossa. Giordano fa l'esempio degradante del viaggio “biblico” che bisogna affrontare da Trapani per  raggiungere  la città dei Templi, Agrigento, 11 ore e 58 minuti. Il candidato premier della Lega Matteo Salvini per comprendere il disagio dei pendolari siciliani, ha voluto percorrere persoalmente per intero il tragitto pubblicandolo sui social.

Ma il libro tratta anche delle Ferrovie Nord di Milano. Anche qui c'è molto da scrivere, basti pensare al recente e tragico incidente di Pioltello, alle porte di Milano.

Nel 2° capitolo, quello dei rifiuti. Scopro che non puzza solo il Sud, come ha ben scritto Pino Aprile in un suo fortunato pamphlet, ma anche il Nord puzza. «Il business della spazzatura non è più Cosa loro - scrive Giordano -  Ormai dilaga. Al Nord, al Centro, al Sud, prende molte strade, s'intrufola nei nostri condomini, ci prosciuga le tasche, ci rovina i terreni sotto casa, s'è messo la grisaglia della finanza, il vestito buono dell'imprenditore, soffia dentro le società quotate in Borsa». Trafficare con i rifiuti ormai rende molto più che trafficare in cocaina o in immigrati. «L'immigrazione prima o poi, si fermerà. La monnezza si produce sempre». Anche qui il libro di Giordano fa un giro per tutta l'Italia, per scoprire cose raccapriccianti. Il magna magna, la “mucaria”, la “pila”, i soldi, quanto costa per comprarsi i sindaci, per vincere gli appalti, per fare la bella vita. Del resto, scrive Giordano «in Italia, chi trova l'immondizia trova un tesoro». Troviamo manager, direttori, politici, che nel gestire i loro affari personali, di famiglia sono asburgici, quando devono però gestire quelli pubblici, l'atteggiamento cambia.

In questo capitolo fanno una certa impressione i numerosi roghi sospetti accesi in Lombardia e Veneto. E' esagerato parlare di una nuova «terra dei fuochi» al Nord? Perché nessuno si allarma? «Perché le autorità costituite controllano attentamente gli asini dell'allevatore e non altrettanto gli asini che fanno viaggiare l'immondizia?». E' una frase ironica che Giordano utilizza dopo l'inchiesta di «Bresciaoggi», sulle fiamme ad un impianto dei rifiuti nella città lombarda.

Sembra che in Lombardia da qualche tempo, gli incendi seguiti da nubi tossiche, si susseguono a ritmi impressionanti. Giordano riporta casi clamorosi, come quello in provincia di Pavia, dove i cittadini sono stati costretti a rimanere chiusi in casa. Comunque non è un mistero, ne parlano i giornali, si parla di strani incendi nel settore dei rifiuti, venti casi in due anni. «A bruciare sono sempre centri per la raccolta, lo smistamento e il trattamento della differenziata, che in Veneto è a livelli record, 'siamo di fronte alla mafia senza mafiosi' sostengono gli investigatori».

Giordano lamenta il silenzio su questi incendi. «Eppure il ripetersi ossessivo di episodi del genere, a breve distanza di tempo e a breve distanza di chilometri, dovrebbe suscitare almeno qualche domanda».

Sembra che la Commissione d'inchiesta parlamentare abbia contato 260 roghi dolosi a impianti di rifiuti in tre anni, il 40 per cento al Nord.

Peraltro secondo Giordano «la rotta dei rifiuti si è invertita. Non è più da Nord a Sud, dalle industrie settentrionali alla terra dei Fuochi, dal produttivo lombardo-veneto alle discariche del Mezzogiorno. La nuova rotta è, all'opposto, dalle terre dell'emergenza (che sono al Sud) a quelle dove ci sono più imprenditori, commercianti, faccendieri, mediatori, businessman e uomini d'affari (cioè al Nord)». Praticamente per Giordano questa è gente che sa come fare quattrini. «Perciò accendono i roghi. Bruciano i rifiuti. Per non toccarli e guadagnare di più». Come li prendi, così li consegni. In pratica si finge di fare la lavorazione. «Il rifiuto meno lo tocchi, più si guadagna». E se la gente si avvelena? Peggio per la gente, e se i terreni si avvelenano? Peggio per i terreni.

Il 3° capitolo si occupa degli Avvoltoi dell'acqua. Vogliono farci credere che i rubinetti restano a secco perché c'è il cambiamento climatico o perché ci siamo fatti troppe docce o abbiamo innaffiato gli orti. «Mentre il clima prosciuga i fiumi, loro prosciugano le nostre tasche». Sono sempre gli stessi che si gonfiano di stipendi d'oro, poltrone, appalti, consulenze e tanti quattrini. In questo capitolo si comincia dalla Sicilia. Ma anche qui la grande sete non è dovuta per il clima siciliano. Se a Canicattì, in certi quartieri, l'acqua arriva ogni 15 giorni, un paio d'ore al massimo, nei quartieri più fortunati, arriva ogni tre o quattro giorni. Ormai nessuno si scandalizza più. L'acqua non esce, ma le bollette si. Negli acquedotti ci sono perdite giganti che aspettano da anni per essere riparate. Almeno il 50 per cento dell'acqua immessa va dispersa. Sindaci e assessori non smettono di denunciarlo.

Anche per il business dell'acqua, Giordano elenca una serie di nomi eccellenti, li trovate nel libro. Il costo dell'acqua in Italia, negli ultimi anni è aumentato dell'89 per cento, più dei trasporti, più dei rifiuti, più del gas, più della luce. I soldi delle bollette che finiscono spesso a gestori privati, non ha migliorato per niente il servizio. Il servizio «fa acqua da tutte le parti».

A Napoli, va disperso il 35,7 per cento di quello che passa nei tubi, a Roma il 44,1 per cento, a Palermo il 54,6 per cento. A Potenza addirittura il 68,8 per cento. E' veramente significativo lo sfottò sui web a proposito di Roma senz'acqua: «non c'erano riusciti nemmeno i barbari...». Tuttavia la questione tocca anche territori che dovrebbero essere virtuosi, nella verde Toscana, il cuore dell'Italia, si pagano le tariffe delle bollette più alte d'Italia. La domanda è sempre la stessa dove diavolo finiscono tutti questi soldi, che le Regioni incassano?

Infine l'ultimo capitolo, quello dei caselli, delle autostrade. I dati sono sotto gli occhi di tutti, qui non c'è bisogno di ricorrere a fonti segrete o a documenti inediti per scoprire chi si arricchisce. «I signori del casello», «sono ricchi, potenti, gestiscono tanti soldi, fanno assunzioni, distribuiscono appalti, pagano pubblicità e controllano la rete di autogrill, dove si può decidere la fortuna di un prodotto, forse anche di un libro». E' tutto da leggere il capitolo, i nomi, i dati,le tabelle di quanto si incassa nelle autostrade. E a proposito dell'autostrada dell'A22, che passa per il Trentino-Alto Adige. Perché i cittadini devono pagare una tassa ai potenti locali? Che cos’è ? Un nuovo Medioevo autostradale ? Il neofeudalesimo del pedaggio? O,più semplicemente uno scambio politico?”.

Giordano attribuisce l’osservazione al senatore Malan ma è vecchia e decrepita, ora con Renzi e la Boschi ma in precedenza con i democristiani, con cui il partito locale era fratello di fede.

 

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