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Sabato, 07 Dicembre 2019

Opera? In jazz? Si fa presto a dire, a pensare ad un'aria operistica rivisitata e ... jazzata. 
Ma come riuscire a reinventare quel senso di profonditá e spazialitá, quella velatezza da polvere di palcoscenico che solo il teatro musicale "vero" sa infondere allo spettatore? Abbiamo riascoltato un album di un musicista avvezzo a rovistare nella soffitta, fra le anticaglie della nostra storia sonora e non solo, Renzo Ruggieri, con la sua fisarmonica ... vissuta. Trattasi di "Opera? concerto di musica con improvvisazioni e racconto con recitazione su canovaccio" con la Renzo Ruggieri Orchestra, inciso per la VAP e prodotto nel 2012.
Un disco che ha la particolaritá di scovare e scavare in profondità nei meandri della memoria operistica italiana per ri-costruire una narrazione in musica che ne riproduce il senso della teatralitá e nello stesso tempo la installa in un nuovo asset musicale..
Da premettere che il fisarmonicista è uno dei massimi specialisti dello strumento con cui ha accompagnato fra gli altri Antonella Ruggiero e PFM, Franco Cerri e Lino Patruno, Di Sabatino, Bosso, Moriconi, ma anche con Piera Degli Esposti, Fiorello, la Guerritore, Judith Malina... Un artista abituato agli intrecci ed a ideare arditi progetti orchestrali come quello incentrato su Gorni Kramer, insomma un virtuoso "antiglobalista" che ha il merito di portare in giro per il globo il jazz e la musica italiana Doc. Dunque sicuramente abilitato nel tentare e sperimentare connubi e fusioni fra i generi. Oltretutto la fisarmonica è strumento che oggi più che mai è "transgender" nel travalicare classica folk jazz e nel cambiar pelle con una naturalezza più unica che rara. 
Il disco in questione si caratterizza per una ouverture di melodie originali, con citazioni da Il barbiere di Siviglia, Tosca e La Traviata, effettuata con la sezione d'archi dell'orchestra di stato di Rostov (su youtube è disponibile un video del live con l'Orchestra da camera Benedetto Marcello). 
Ne abbiamo parlato direttamente con l'interessato.

Il racconto, una storia d'amore narrata da Paolo Perelli, si snoda inframmezzata dalle note secondo un percorso, ripreso anche nel disco su Rodolfo Valentino, che gioca su più livelli. Intanto quello propriamente musicale, ruotante fra solismo anche improvvisato dell'accordeon e "tappeto" orchestrale. 
Poi quello del recitativo, "secco" in alcune zone e con sfondo in altre, al quale è conferito il ruolo di offrire un "libretto" mix - Tosca è amata da Figaro ma Alfredo ne è geloso - al fantasioso vestito d'Arlecchino, cucito di trame d'opera ed eleganti ghirigori di note avvolte da una nostalgia-souvenir di echi melodrammatici d'autore.
Il finale è noir o rosa, a seconda che si voglia optare per il tragico o la commedia, come in quel labirintico ipertesto offerto dal repertorio lirico nazionale. E dal procedimento jazzistico. Ma l'album può definirsi "jazzistico"?
Io non potevo solo parlare il linguaggio afroamericano. Per questo sono finito in un progetto come "Opera?" che parte dall'Italia (anche se non trovo facilmente da noi una definizione di cosa sia in musica effettivamente l'italianità); sono in genere più gli stranieri a saperla delineare, quando descrivono il modo in cui tocchiamo gli strumenti, le nostre "singolarità" , individualitá, riconducibili a un personaggio, a un solista, ancor prima che a una scuola.

Ovviamente poi il disco è incentrato sulla nostra idea melodica...
R. Volevo fare un omaggio al melodramma, alla Melodia più ispirata. L'italianità musicale parte da lì. Ed ho scelto una sequenza di tre personaggi di altrettante opere distinte, Il barbiere di Siviglia, La Traviata e Tosca e in questi una figura femminile a far da raccordo, che si chiama Tosca ma è anche un po Traviata...

I tre personaggi son presi da tre episodi...

La storia, funzionale alla musica, nel concerto con testo a commento, si sviluppa 
in tre episodi, La lettera del Barbiere, quello della Gelosia da La traviata e infine il suicidio della Tosca (che nella storia avviene in uno solo dei finali).
A me servivano più che altro delle atmosfere, dei caratteri per sottolineare la musica.

E il doppio finale?
R. Oggi non vanno di moda gli happy ending ma questo genera la prevedibilità del finale contrario. L'artista io penso che debba fare il suo finale, bianco, nero o rosa che sia. In "Opera?" basta un Attimo, titolo del quarto brano, per invitare l'ascoltatore a scegliere il proprio finale.

Ci sono delle sottolineature che vorresti fare su questo progetto sempre attuale, in un momento in cui l'opera lirica è oggetto di rinnovata attenzione?
Intanto ho volutamente evitato i fiati perché volevo una sonorità europea.
Non ho usato swing, tranne un breve omaggio, e innestato ritmiche nordeuropee.
Ho adoperato gli archi in modo diverso, appoggiandoli alla sezione ritmica ma senza mai affidar loro le toniche dell'armonia.

Un lavoro che ha impiegato del tempo...
Ma con un risultato di nitidezza della sezione ritmica ed archi che ha evidenziato meglio una scrittura volutamente pulita e moderna.
Ho inserito un tarantellato, che è molto italiano, a definire meglio la mia identità.
Altra idea: immettere l'improvvisazione all'interno della recitazione, con un canovaccio in mano all'attore per richiamare la nostra commedia dell'arte.

Un progetto a tutto tondo italiano che non può essere archiviato.
R. Certo. È mia intenzione riprenderlo il prossimo anno e proporlo ancora come concerto-racconto.

Con la fotocamera digitale, un solo scatto e nessuna digitalizzazione, il pugliese Marcello Nitti opera in modo creativo e libero. "Dipinge" con la macchina fotografica in modo da realizzare le emozionanti immagini grafiche che gli appaiono. Dal 19 novembre e fino al prossimo febbraio, i visitatori potranno sperimentare "Come un sogno - - un viaggio nel mondo visionario di Marcello Nitti", con la sua quarta mostra in Svezia, evidentemente Paese sensibile all’arte fotografica..

Foto uniche decorano le pareti con la rivoluzionaria arte fotografica del fotografo e pioniere italiano. Le sue opere sono il risultato di oltre 20 anni di ricerca, sperimentazione e passione per la fotocamera, la luce, la forma, il colore e la musica.

Amanda Elmander, proprietaria di Skönhetsfabriken, una volta dichiarò che " Nitti vede il mondo in un modo unico e con la sua macchina fotografica condivide le sue visioni astratte e colorate che sono attraenti e impreziosiscono il giorno".

L'autore spiega che “Dal momento che ho sentito l'impulso di cogliere l'attimo, mi sono sentito spinto a trasferire la mia visione su un foglio di carta. Renderlo permanente. Un'attrazione fatale, si potrebbe dire! Ognuna delle mie foto è un momento misterioso e magico, sebbene tecnicamente spiegabile. Sono sempre stato entusiasta di ricercare e scoprire nuovi linguaggi nella fotografia, si tratta di un viaggio pieno di affascinanti incognite. Le mie foto sono i miei sogni, la musica, le influenze cinematografiche e le conoscenze combinate. Attraverso questa curiosa relazione con la macchina fotografica, è dove mi sono trovato. Mi sento costantemente costretto a esplorare nuovi orizzonti nella fotografia, a sfidare i suoi limiti ed espandere le mie possibilità. Con un solo clic della mia macchina fotografica, sono trasportato in un altro mondo in cui la passione abbraccia la vita e il desiderio. Spingendo e lavorando con la fotocamera, sono trasposto e mi trasferisco in molti mondi immaginari. Le mie foto sono cartoline del mio viaggio. Questo mi aiuta a migliorare e crescere spiritualmente ”.

Marcello Nitti è nato e cresciuto in Puglia ove continua a vivere, a Taranto, città ricca di luci ed ombre. Per oltre 30 anni ha sviluppato il suo rapporto con la fotografia; sfidando la sua pazienza e ampliando i suoi limiti e continuando a sperimentare. Con un solo clic scatta solo 2 o 3 foto. Quindi, senza manipolazione digitale, li traspone su carta per belle arti con inchiostro di alta qualità in grandi formati. Per la mostra le stampe sono 32,9 cm x 48,30 cm. Ogni foto è numerata, firmata, autenticata e garantita.

Mostra fotografica

"Come un sogno”, fino a febbraio 2020

Un itinerario fotografico nel mondo visionario di Marcello Nitti, presentazione di  Hannah Gerner

Vernissage 19 novembre 2019. h.14. 00

Sede della mostra: Espresso SEMPRE Bar, Jakobsbergsgatan 7, STOCCOLMA

Non c'è alcunché di "teatrale" nell'album "Theater" del Jacopo Ferrazza Trio (CamJazz) nel senso di plateale, enfatico, istrionico, esagerato.
C'è, è vero, un che di "teatrale" nel disco in questione, in un tipo di musica che si potrebbe dire spettacolare perché si lascia ascoltare e "vedere" come in un live. C'è invece molto di "teatrale" nel significato logistico e metaforico del termine, di un luogo che è teatro di qualcosa, un evento, un concerto... Uno spazio aperto che travalica i generi, "scene da un matrimonio" fra musica improvvisata e cameristica, opera ed elettronica, in cui può capitare, ascoltando la prima delle otto tracce, che è quella denominata come il ciddì, di ritrovarsi davanti un trio che da un pò di vertigini nel passaggio d'emblée al jazz tout court dopo un inizio classicamente contrappuntato. 
Spazia, per l'appunto, fra le tre pareti del "palcoscenico", quella del contrabbasso di Ferrazza, della chitarra coprotagonista sia elettrica che classica di Stefano Carbonelli e della batteria di Valerio Vantaggio, Tertium Datur, terzo incluso nel "solismo" uno e trino del gruppo.
Che si muove policefalo con tre teste che condensano il pensiero musicale di una per produrre un sound che non trova facili riscontri in precedenti formazioni del genere. Certo, è vero, Ferrazza ha qualcosa dell'archetipo Ray Brown e dei suoi gruppi; Carbonelli ha ascoltato a lungo Frisell, Holdsworth, Towner quest'ultimo per la capacitá di alternarsi fra la chitarra classica e la jazz; Vantaggio viene dalla scuola di artisti del livello di Rodney Green ed Ettore Fioravanti che hanno lasciato qualche impronta sulle sue bacchette. Ma il fatto è che, scusate la digressione matematica, se si sommano i suoni degli strumenti A , B, C, il totale non sará né A, né B, né C. Sarà un elemento nuovo che chiameremo J ( come Jazz). Ed in questa combinazione Ferrazza è riuscito a mixare Bach e Schumann (A Visionary Spring), Skryabin e Ravel (The Last Sunset, Sofia), rock (The observer) ... tramite l'arte/fazione di una musica umorale, di lungo respiro, fatta di pause meditative e rincorse in chiave di basso e violino, con suoni a volte perfettamente sincronizzati, batteria compresa, ed in altri casi catapultati in una sorta di spensierata jam session. 
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È risaputo come Il jazz sia materia di studio in alcuni corsi di leadership creativa. I formandi manager devono saper gestire i problemi, governare i processi con modalitá non programmabili che spesso è proprio la creativitá a fornire. E cosa meglio del jazz per acquisire istinto inventivo? Unplanned Ways, album CamJazz del pianista Alessandro Lanzoni, è un titolo che in qualche modo richiama l'idea dell'adottare soluzioni senza un progetto dettagliatamente scritto a tavolino. Qui il "leader creativo" non propone però musica svincolata da regole. E non tanto per gli standards in scaletta, da Misty a Blood Count, da Thelonious a Conception, che forniscono una qualche griglia di riferimento. Lanzoni, con il contrabbassista Thomas Morgan e il batterista Eric McPherson, procede step by step nel plasmare un impasto in cui si fondono lembi di classicitá jazzistica, pezzi di contemporaneitá, e si attua, a mò di feedback, la verifica del sè compositivo in brani inediti come Amaruq e Coda, a firma dei tre jazzisti.
Fra le varie forme date di trio con pianoforte e sezione ritmica essenziale, questa non clona nè Evans nè Jarrett per l'imprevedibilitá della dirittura che prende nettamente la musica. Lanzoni è un decision making della tastiera, un motivatore del gruppo, un ottimizzatore melodico armonico ritmico. Il resto del team è sintonizzato sul pianoforte sulla base di un canovaccio strategico di un jazz razionale e pragmatico epperò capace di tempestosi "brainstorming" improvvisativi. Ed è questo, alla fine, il proprio "brand" artistico.

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