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La decisione dell'Australia di costruire sottomarini nucleari in una nuova partnership con Usa e Gran Bretagna è stata "deplorevole": è l'opinione del ministero degli Esteri francese. "Si tratta di una decisione contraria alla lettera e allo spirito della cooperazione che ha prevalso tra Francia e Australia", si legge in una nota -. "La scelta americana, che porta a rimuovere un alleato e un partner europeo come la Francia da una partnership di lunga data con l'Australia, mentre ci troviamo di fronte a sfide senza precedenti nella regione indo-pacifica, segna una mancanza di coerenza di cui la Francia non può che rammaricarsi".

La partnership strategica tra Usa, Regno e Australia (Au Uk Us) annunciata ieri insieme a Joe Biden e Scott Morrison in funzione di contenimento della Cina nell'area indo-pacifica rappresenta "un pilastro strategico" per Londra in quello che è il nuovo "centro geopolitico mondiale". Lo ha detto il premier britannico Boris Johnson illustrando l'iniziativa alla Camera dei Comuni e difendendo anche la decisione condivisa con Washington di fornire sottomarini nucleari a Canberra, a scapito di un accordo precedente fra Australia e Francia.

Dopo il ritiro dall'Afghanistan "è la seconda volta che si prende un'importante decisione di questo tipo senza che veniamo coinvolti" e "siamo preoccupati per le conseguenze che potrebbe avere in diversi ambiti. Dovremo parlarne a livello Ue, ma anche con la Nato".

Lo ha detto all'AGI un alto funzionario Ue riferendosi alla nuova alleanza tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia - nota anche come alleanza Aukus - per contrastare l'influenza cinese nella regione dell'Indo-Pacifico.  

Parigi ha condannato come "brutale e unilaterale" la decisione del presidente Usa Joe Biden di stringere con Australia e Gran Bretagna il patto Aukus sulla Difesa, che penalizza la Francia mandando in fumo un contratto miliardario con Canberra per la fornitura di sottomarini.

Biden ha preso una decisione "brutale, unilaterale e imprevedibile che assomiglia molto a quanto fatto da Trump", ha denunciato il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, in un'intervista a France Info dopo che il suo governo aveva gia' parlato di iniziativa "deplorevole".

Il capo della diplomazia francese ha anche condannato l'Australia per quella che ha definito una "pugnalata alla schiena".

L'Australia ha annunciato la risoluzione del contratto firmato nel 2019 con la Francia per 12 sottomarini convenzionali per un importo di 56 miliardi di euro; Canberra ha invece deciso di firmare con gli Stati Uniti.

Stati Uniti, Regno Unito e Australia hanno annunciato una "storica" partnership per la sicurezza nell'area indo-pacifica, un patto di difesa, che comprende il sostegno a Canberra per lo sviluppo di sottomarini a propulsione nucleare, con l'obiettivo di contrastare la Cina. Una mossa che Pechino ha bollato come "estremamente irresponsabile"

E' molto probabile che il tema" della nuova alleanza tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia per contrastare l'influenza cinese nella regione dell'Indo-Pacifico "sarà discusso alla prossima riunione tra i ministri degli Esteri" dell'Ue perché' "dobbiamo valutare le implicazioni". Lo ha detto Peter Stano, portavoce della Commissione europea per gli affari esteri, nel briefing quotidiano con la stampa

La Cina ha duramente criticato l'accordo Usa-Australia sui sottomarini nucleari, nell'ambito della nuova partnership tra Usa, Gran Bretagna e Australia annunciata ieri presidente americano Joe Biden "per affrontare il XXI secolo e le sue minacce", definendolo "estremamente irresponsabile". Il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian ha aggiunto che l'iniziativa colpisce anche "gli sforzi di non proliferazione a livello internazionale".

"L'Ue non era stata informata dell'alleanza tra Usa-Regno Unito e Australia.Il rapporto tra Regno Unito e Francia è "solido come una roccia". Lo ha assicurato il premier britannico, Boris Johnson, all'indomani dell'annuncio del patto tra Londra, Washington e Canberra in materia di difesa nell'area Indo-Pacifico in chiave anti-Cina che ha fatto infuriare Parigi. La Francia aveva un contratto del valore di 56 miliardi di euro per la fornitura di 12 sottomarini all'Australia che l'ha revocato, optando per firmare con gli Usa.

"Siamo fianco a fianco con i francesi, sia nel Sahel, dove stiamo conducendo un'operazione congiunta contro i terroristi in Mali, sia in Estonia, dove attualmente abbiamo la più grande operazione della Nato", ha sottolineato il capo di Downing Street.

 

Fonti Agi / Ansa

È un discorso che si è voluto privo di asperità e di polemiche, ma ricco di spunti e di proposte, ancora tutte da dettagliare, quello che la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha pronunciato mercoledì 15 settembre qui a Strasburgo dinanzi al Parlamento europeo. Dopo una pandemia virale che ha imposto un salto di qualità nell'integrazione europea, Bruxelles vuole dare sostanza all'idea di una Europa più autonoma e più strategica.

"Dobbiamo gettare le basi per un processo decisionale collettivo, con quella che definirei "conoscenza situazionale". Se gli Stati membri attivi nella stessa regione non condividono le loro informazioni a livello europeo, siamo destinati a fallire. E' essenziale quindi migliorare la cooperazione in materia di intelligence; non si tratta solo di intelligence in senso stretto, ma della necessità di accorpare le conoscenze provenienti da tutti i servizi e da tutte le fonti, dallo spazio ai formatori del personale di polizia, dall'open source alle agenzie di sviluppo. Dal loro lavoro scaturisce un patrimonio dalla portata e profondità uniche", ha aggiunto la presidente von der Leyen. 

"Esiste già, ma possiamo usarlo per prendere decisioni informate solo se disponiamo di un quadro completo della situazione. Al momento non è così. Abbiamo le conoscenze, ma separate. Le informazioni sono frammentarie. Per questo motivo l'Ue potrebbe prendere in considerazione la creazione di un proprio "Centro comune di conoscenza situazionale" per accorpare tutte le diverse informazioni. E per essere meglio preparati, pienamente informati e in grado di decidere", ha dichiarato von der Leyen. "L'Europa dovrebbe essere il luogo in cui si sviluppano gli strumenti di cyberdifesa. Anche gli Stati membri devono fare di più", ha dichiarato la presidente della Commissione europea. "Il primo passo è una valutazione comune delle minacce con cui dobbiamo confrontarci e un approccio comune per affrontarle. La futura 'bussola strategica' è una parte cruciale di questa discussione. E dobbiamo decidere come sfruttare tutte le possibilità già previste dal trattato", ha aggiunto. "Per questo, durante la presidenza francese, convocherò con il Presidente Macron un vertice sulla difesa europea. E' tempo che l'Europa passi alla fase successiva", ha annunciato von der Leyen

Le giornaliste e i giornalisti vengono attaccati semplicemente perché svolgono questo lavoro, vengono minacciati o addirittura assassinati. Hanno lottato per il diritto all'informazione, che è un bene pubblico. Vogliamo sostenere il loro lavoro e contrastare chi mette a repentaglio la libertà dei media. C'è bisogno di una legge che garantisca l'indipendenza dei media, e verrà proposta una legge sulla libertà dei media perché difendendo la libertà dei media, difendiamo anche la nostra democrazia". Così la presidente della Commissione europea.

"Se rifletto sull'anno passato e sullo Stato dell'Unione vedo una forte anima in tutto quello che facciamo". Lo ha detto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell'Unione al Parlamento Ue. "Nella principale crisi sanitaria mondiale ci siamo uniti per garantire a tutti gli angoli d'Europa di avere dei vaccini salvavita e abbiamo proceduto con Next generation Eu e con il Green deal - aggiunge -. Abbiamo agito come Europa unita e di questo possiamo essere fieri".

"Il lavoro che dobbiamo fare verso una unione europea sanitaria è un grande passo avanti. Abbiamo dimostrato che quando agiamo insieme agiamo rapidamente", ha detto ancora la presidente della Commissione europea citando poi il Green pass.

"Siamo leader nel mondo sui vaccini. Oltre il 79% della nostra popolazione è vaccinata. Siamo stati gli unici ad aver diviso oltre la metà dei nostri vaccini col resto del mondo, con oltre 700milioni".

"Ci siamo già impegnati a condividere 250 milioni di dosi" di vaccini anti-Covid con i Paesi più poveri, "annuncio oggi che la Commissione aggiungerà una nuova donazione di altri 200 milioni di dosi fino alla metà del prossimo anno", ha spiegato la presidente della Commissione europea.

"Dobbiamo riflettere su come la crisi ha colpito la nostra economia e per questo la Commissione rilancerà la discussione sulla governance economica: l'obiettivo è generare un consenso sulla strada da seguire".

"Lavoriamo con il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg su una nuova dichiarazione congiunta che sarà presentata prima della fine dell'anno. Dobbiamo investire nella nostra partnership. Ma questa è solo una parte dell'equazione. Dobbiamo fare di più da soli" sulla difesa.  

L'Unione europea terrà un summit sulla Difesa, il prossimo anno, durante la presidenza di turno francese, ha annunciato la presidente della Commissione europea. "Con Macron convocheremo un vertice sulla Difesa europea", ha detto nel suo discorso sullo Stato dell'Unione.

Poi ancora: "Stiamo al fianco degli afghani. Dobbiamo fare di tutto per evitare il rischio di una grande carestia e di un disastro umanitario. Per questo aumenteremo il nostro aiuto umanitario per l'Afghanistan di 100milioni di euro, parte di un nuovo pacchetto di sostegno per l'Afghanistan".

"Fare affari nel mondo è positivo, è un bene ed è necessario ma non può essere fatto a spese della dignità e delle libertà individuali. Proporremo un divieto di vendita dei prodotti realizzati con il lavoro forzato", ha anche detto Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell'Unione al Parlamento Ue." I diritti umani non sono in vendita", ha aggiunto.

"Dobbiamo gettare le basi per un processo decisionale collettivo, sulla base di una 'conoscenza situazionale'. Se gli Stati membri non condividono le loro informazioni a livello europeo, siamo destinati a fallire. È essenziale quindi migliorare la cooperazione in materia di intelligence". Occorre "accorpare le conoscenze da tutti i servizi e da tutte le fonti, per prendere decisioni informate. Per questo motivo l'Ue potrebbe prendere in considerazione la creazione di un proprio Centro comune di conoscenza situazionale", ha detto.

Von der Leyen ha poi elogiato Bebe Vio, presente al Parlamento Ue, "una leader, immagine della sua generazione, da cui trarre ispirazione" per la sua determinazione. "Ad aprile le avevano detto che rischiava di morire, poi è riuscita a vincere una medaglia olimpica", ha detto la presidente della Commissione europea Ursula citando la campionessa, a cui è stato dedicato un lungo e caloroso applauso. Von der Leyen ha elogiato la campionessa come "una leader, immagine della sua generazione, da cui trarre ispirazione" per la sua determinazione.

"Molti di voi la conosceranno: è un'atleta che ha vinto la medaglia d'oro per l'Italia e quest'estate ha conquistato il mio cuore. Quello che però forse non sapete è che, soltanto ad aprile, le era stato detto che era in pericolo di vita. Ha subito un'operazione, ha lottato, si è ripresa. E appena 119 giorni dopo aver lasciato l'ospedale ha conquistato una medaglia alle Paralimpiadi. Onorevoli deputate e deputati, date il benvenuto assieme a me a Beatrice Vio. Così giovane, Bebe ha già dovuto affrontare molti ostacoli". Lo ha dichiarato la presidente della Commission europea, Ursula von der Leyen. "La sua storia è l'emblema di una rinascita contro ogni aspettativa. Di un successo raggiunto grazie al talento, alla tenacia e ad un indefessa positività. E' l'immagine della sua generazione: una leader e una sostenitrice delle cause in cui crede, che è riuscita a raggiungere tutto questo rimanendo fedele alla sua convinzione secondo cui, se sembra impossibile, allora si può fare", ha aggiunto la leader dell'esecutivo Ue. "Questo è lo spirito dei fondatori dell'Europa e questo è lo spirito della prossima generazione dell'Europa. Facciamoci dunque ispirare da Bebe e da tutti i giovani che cambiano la nostra percezione di ciò che è possibile, che ci dimostrano che è possibile essere chi vogliamo essere. E che è possibile raggiungere tutto quello in cui crediamo", ha evidenziato von der Leyen.

"Se nei rapporti specifici per i Paesi si parla delle misure contro le corruzioni, noi vogliamo vedere queste misure di lotta contro la corruzione altrimenti non possiamo passare i piani di ricostruzione e di ripresa. Ci troviamo proprio in questa fase adesso", ha detto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen replicando agli eurodeputati al suo discorso sullo Stato dell'Unione 2021, non citando nessun Paese specifico.

Sullo stato di diritto "posso confermare che quando si parla della protezione del nostro bilancio, faremo tutto ciò che è in nostro potere. E posso annunciare che nelle prossime settimane saranno inviate le prime notifiche scritte". Sarebbe la prima volta che il meccanismo della condizionalità sullo stato di diritto legata al budget Ue viene attivato.

 

FONTI Sole24 / Rai / Ansa

 

La ritirata statunitense da Kabul rappresenta molto più di una sconfitta militare proprio perché in gioco non c’era solo la tenuta delle istituzioni che gli americani avevano provato ad instaurare in Afghanistan. “Ad essere a rischio è anche un modello di società fondato sul rispetto dei diritti umani, che ha sempre animato la cultura occidentale e che ora rischia di scomparire gradualmente, passo dopo passo, quasi senza accorgercene. Non si tratta più soltanto di “esportare la democrazia” dove non è mai esistita, ma di difenderla laddove essa ha perdurato per decenni”. (Lorenzo Gioli, Nel ritiro da Kabul non solo una disfatta militare, la crisi culturale dell’Occidente, 2.9.21, atlanticoquotidiano.it).

Sulle ragioni della sconfitta americana a suo tempo è intervenuto Walter Maccantelli, esperto di geopolitica di Alleanza Cattolica. Maccantelli ha elencato gli errori che avevano commesso gli eserciti occidentali in Afghanistan. In primis, è stato fatale quello di non tenere conto della natura del popolo afghano, con i suoi clan e alleanze tribali. Si doveva puntare sull’equilibrio di queste forze locali. Invece si è scelto di puntare sull’esportazione di un modello di democrazia all’occidentale, liberal-umanitaria e di stampo tecnicamente “imperialista”, in grado di entusiasmare solo una ridotta élite progressista, che oggi è sul tetto delle ambasciate occidentali in attesa di evacuazione, ma, per contro, capace di eccitare gli animi dei capi clan delle campagne e delle montagne e di lasciare perplessa la popolazione, stordita dal colpo di flash di una modernizzazione paracadutata dalla terra dei nemici e in palese contrasto con il sistema di vita tradizionale”. (Walter Maccantelli, Goooooodbay Kabul, 16.8.21, alleanzacattolica.org).

Effettivamente ancora oggi in tanti si interrogano, come sia stato possibile che un esercito di 300 mila uomini, addestrato per due decenni dagli occidentali, si sia sciolto in pochi giorni. Per Galli della Loggia, è mancato lo slancio morale delle forze militari occidentali mandati in Afghanistan. Composti in parte da mercenari, i cosiddetti contractor, e non da veri e propri soldati americani, disposti a morire pur di difendere i principi su cui si fondano gli Stati Uniti. Del resto in Afghanistan si stava combattendo una guerra che aveva degli obiettivi ideologici forti, intrisi di una carica valoriale, visto che si intendeva portare la democrazia. A questi quesiti, presto o tardi, i Paesi occidentali dovranno rispondere.

Inoltre, ci si chiede come sia stato possibile che i governi afghani non siano riusciti a creare un consenso significativo tra la popolazione. E come mai quelle forze della resistenza, che c’erano già durante la lotta contro i sovietici, non sono riusciti a prevalere, penso ai resistenti intorno alla leggendaria figura di Ahmad Massud. Probabilmente il nostro Occidente non ha saputo o non ha voluto valorizzare questi elementi. Massud qualche mese prima di essere assassinato, aveva chiesto aiuto all’UE: se aiutate me aiutate voi stessi, era questo il senso del suo discorso.

Un dato è certo, l’abbandono dell’Afghanistan porterà vantaggio all’estremismo islamista, al terrorismo di matrice islamista.

Sono anni che si indaga sul deficit valoriale dell’Occidente, che non investe soltanto la sfera bellica. Sono anni che l’Occidente rinuncia alla difesa dei propri valori, vergognandosi della propria identità anziché preservarla. Lo ha spiegato il professor Marsonet in una interessante analisi pubblicata da atlanticoquotidiano lo scorso 30 agosto. In nome di un non meglio precisato multiculturalismo, la società occidentale sottovaluta e talvolta asseconda l’ala più radicale dell’Islam, che minaccia il nostro stile di vita mirando a una vera e propria egemonia culturale. È giunto il momento di finirla con certe ipocrite finzioni. Per Marsonet, “Lo spirito islamico è intrinsecamente oscurantista e per niente tollerante. Gli islamici, inclusi i cosiddetti “moderati”, perseguono un disegno di egemonia culturale che non sempre ricorre alle armi, ma punta comunque alla conquista dall’interno dei Paesi occidentali”. Provate a chiedere la reciprocità, a pretendere che al contempo venga concesso il permesso di costruire nuove chiese non dico in Afghanistan, ma in nazioni in teoria alleate dell’Occidente come Arabia Saudita, Qatar e Pakistan.

Si innalza subito un muro di dinieghi: loro e noi non siamo uguali. Una nuova moschea a Milano, Parigi o Londra è un diritto sacrosanto. Una nuova chiesa a Riyad, Islamabad o Doha è un’offesa intollerabile per l’islam. Fino a quando siamo disposti a sopportare questa discriminazione?

“Interi quartieri delle nostre metropoli sono governati dalla sharia tanto che, passeggiando in certe aree di Londra, Parigi e Bruxelles, si ha la sensazione di essere trasportati all’improvviso in un mondo completamente diverso. Gli abitanti vivono osservando con scrupolo leggi e usanze dei Paesi d’origine, ignorando con la massima tranquillità ciò che avviene all’esterno. E l’immigrazione incontrollata e favorita dal buonismo imperante in certi ambienti ha aggravato a dismisura la situazione” […] A Londra non occorre andare nella vituperata periferia. È sufficiente percorrere la centralissima Edgware Road, piena di negozi e hotel di lusso, per sentirsi in un Medio Oriente nel quale la cultura occidentale è pressoché assente”.

(Michele Marsonet, La sharia è già da tempo in Europa: impariamo a combatterla qui prima che a Kabul, 30.8.21, atlanticoquotidiano.it).

Che l’Occidente e le sue istituzioni siano in declino, lo si è visto, come abbiamo gestito il Covid, prede come siamo di un terrore irrazionale che ci ha impedito di affrontare l’emergenza sanitaria in modo lucido e mirato. “Può sopravvivere una società che rifiuta il concetto stesso di morte e di sacrificio?” Si domanda Gioli.

Nel bene e nel male i nostri avversari — dal regime comunista cinese agli estremisti islamici — hanno una visione culturale e politica ben precisa e sono disposti a difenderla con ogni mezzo. Una visione oscurantista, retrograda, illiberale. Ma allo stesso tempo chiara e facilmente comprensibile. L’Occidente invece che cosa offre? Sembriamo più impegnati a svilire identità e tradizioni piuttosto che a preservarle. Non a caso la Cancel Culture, che assurge a giudice etico della storia demolendo statue e censurando opere letterarie, è nata proprio negli Stati Uniti per poi diffondersi anche in Europa. Ci troviamo su una nave alla deriva senza rotta né destinazione. È ora di prendere in mano il timone, tutti insieme, per evitare il naufragio. Prima che sia troppo tardi.

 

Per la prima volta, dopo venti anni, l'America quest’anno vive un'angoscia diversa, dovuta ai danni e all ritiro dall'Afghanistan e il potere e stato preso dai Talebani. Ma il ricordo dell'11 Settembre è sempre vivo. Quel giorno cambiò il mondo. Ci rendemmo conto che il terrorismo internazionale di al Qaeda, mosso dall’integralismo islamico, non si fermava davanti a nulla, pianificando un attacco mostruoso che avrebbe causato migliaia di morti. Furono dirottati quattro aerei civili per colpire altrettanti obiettivi simbolo degli Stati Uniti: il Pentagono, la Casa Bianca (strage evitata grazie all’azione eroica dei passeggeri e dell’equipaggio) e le Torri Gemelle del World Trade Center di New York. In tutto furono quasi tremila le vittime.

A morire in seguito agli schianti e al crollo delle Torri Gemelle quasi 3mila persone, tra cui molti vigili del fuoco e poliziotti intervenuti per i soccorsi. Al primo minuto di silenzio durante la cerimonia ne seguono altri cinque per ricordare il secondo schianto contro la torre sud, i momenti del crollo delle Twin Towers, l'aereo che si e' abbattuto sul Pentagono a Washington e quello precipitato in un campo della Pennsylvania prima di arrivare a colpire probabilmente la sede del Congresso americano.

La guerra in Afghanistan, iniziata il 7 ottobre 2001, ha visto l'avvio delle ostilità con l'invasione del territorio controllato dai talebani, da parte dei gruppi afghani loro ostili dell'Alleanza del Nord, mentre gli USA e la NATO hanno fornito, nella fase iniziale, supporto tattico, aereo e logistico. Nella seconda fase, dopo la conquista di Kabul, le truppe occidentali, statunitensi e britannici in testa, hanno incrementato la loro presenza anche a livello territoriale per sostenere il nuovo governo afghano: Operazione Enduring Freedom.

L'amministrazione Bush ha giustificato l'invasione dell'Afghanistan, nell'ambito della guerra al terrorismo, seguita agli attentati dell'11 settembre 2001, con lo scopo di distruggere al-Qaida e di catturare o uccidere Osama bin Laden, negando all'organizzazione terroristica la possibilità di circolare liberamente all'interno dell'Afghanistan attraverso il rovesciamento del regime talebano. A dieci anni dall'invasione, il 2 maggio 2011, le forze statunitensi hanno condotto un'incursione ad Abbottabad, vicino Islamabad in Pakistan, uccidendo, nel suo rifugio, il leader di al-Qaida, Osama bin Laden.

A partire dall'invasione dell'Iraq del 2003, la guerra in Afghanistan ha perso priorità tra gli obiettivi dell'amministrazione degli Stati Uniti, riacquistando solo a partire del 2009 sotto l'amministrazione Obama. A partire dal 2015, l'operazione della NATO ISAF è stata sostituita dall'Operazione Sostegno Risoluto, tesa a continuare l'aiuto al governo afghano con un minor numero di truppe, nel contesto di un aumento delle offensive dei talebani.

Nel maggio 2021 viene avviato il ritiro dall'Afghanistan delle ultime truppe statunitensi e della coalizione NATO. In concomitanza con il ritiro, le forze talebane lanciarono attacchi in diverse aree del Paese, riconquistando la parte settentrionale. Il 15 agosto i talebani entrano anche nella capitale Kabul, mentre il presidente afghano Ashraf Ghani fugge inizialmente o in Uzbekistan o in Tagikistan,alla fine si scopre che era rifugiato negli Emirati Arabi Uniti.

Intanto oggi andati via dall'Afghanistan i Americani, I talebani hanno annunciato i nomi dei primi membri del governo del nuovo Emirato islamico, tutti esponenti dell'ala dura delle milizie da anni. In una conferenza stampa, il portavoce Zabihullah Mujahid ha detto che l’Afghanistan "ha affrontato una grave crisi” e che “alcuni ministeri devono essere ancora assegnati". Mujahid ha specificato che i talebani sono alla ricerca di figure di “alta professionalità anche nel ruolo di vice e sottosegretari." Il primo ministro ad interim sarà Mohammad Hasan, nella lista Onu dei terroristi. I ministri della Difesa e dell'Interno saranno il mullah Yaqoub e Serajuddin Haqqani, quest'ultimo ricercato dall'Fbi. Intanto resta alta la tensione a Kabul, dove nella giornata di oggi i talebani hanno sparato contro i partecipanti a una manifestazione di protesta contro il Pakistan. 

Scelti anche i ministri della Difesa e dell’Interno. A ricoprire il primo ruolo sarà il mullah Yaqoub. Per il secondo ministero è stato scelto Serajuddin Haqqani, leader dell’omonima rete alleata dei talebani e ritenuta vicina ad Al Qaeda, ricercato dall’Fbi per terrorismo. Su Haqqani pende una taglia di 5 milioni di dollari.

"Mentre continuiamo a riprenderci da questa tragedia, sappiamo per certo che non c'è nulla che l'America non possa superare. I semi del caos, piantati quel settembre da coloro che desideravano ferirci, sono fioriti invece in campi di speranza per un futuro più luminoso": Joe Biden cerca di infondere ottimismo mentre proclama il 10 e l'11 settembre 'Giornate nazionali di preghiera e ricordo' in occasione del ventennale degli attentati di Al Qaida alle Torri Gemelle e al Pentagono, e di quello fallito contro Capitol Hill.

Sarà il primo anniversario senza la guerra in Afghanistan lanciata poche settimane dopo contro la rete di Osama bin Laden (e i talebani che l'avevano ospitata), la più lunga della storia americana. Ma con l'ombra del caotico ritiro deciso da Biden, che la prossima settimana sarà sotto i riflettori del Congresso con la prima audizione del segretario di Stato Antony Blinken.

Insieme alle immagini di quella tragedia che le tv continuano a riproporre in speciali, documentari, interviste: aerei che trapassano grattacieli, fumo che oscura il cielo, torri ridotte a polvere, feriti in fuga, eroi tra le fiamme. Biden promette che le 2.977 vittime "non saranno mai dimenticate", insieme alla "stessa tenacia con cui noi difendiamo i valori americani che sono la radice della nostra forza". E invita a riflettere sulla libertà e la tolleranza, "parte del nostro carattere americano". 

Dopo l'annuncio del loro governo di soli uomini, i Talebani fanno piombare la scure sui diritti delle donne. Nel nuovo Emirato islamico dei mullah, le afghane non potranno più praticare alcuno sport che "esponga i loro corpi" o le mostri ai media.

Le dichiarazioni e le prime azioni degli studenti del Corano appaiono in effetti lontanissime dalle iniziali promesse di scelte "inclusive". Mosse che hanno subito scatenato proteste nel Paese, dove da giorni sit-in e manifestazioni contro il nuovo potere e a difesa dei diritti delle donne si susseguono in diverse città, da Kabul a Mazar-i-Sharif. Dopo l'appello a non riconoscere la legittimità del nuovo esecutivo da parte del leader della resistenza Ahmad Massoud, che l'ha definito "un segno dell'ostilità contro il popolo afghano" ed è tornato a denunciare i massacri di civili nel Panshir, decine di donne oggi sono scese nuovamente per le strade della capitale afghana e nella provincia nordorientale di Badakhshan per denunciare la loro esclusione da tutti i ruoli di governo, con tanto di cancellazione del ministero incaricato di occuparsi degli Affari femminili. Diverse dimostranti sono state picchiate con dei bastoni e il corteo è stato disperso, secondo quanto riferiscono media locali. Alcune sono state colpite "con una frusta e ci hanno intimato di andare a casa e accettare l'Emirato. Ma perché dovremmo, se non veniamo incluse e ci vengono negati i nostri diritti?", ha raccontato una manifestante alla Cnn. Stessa sorte toccata a diversi giornalisti, picchiati e detenuti.

Cosi in un'intervista all'emittente australiana Sbs news, il vicecapo della Commissione cultura dei sedicenti studenti coranici, Ahmadullah Wasiq, dipinge un futuro che somiglia sempre più a un incubo mentre nel Paese scatta anche il divieto di tutte le manifestazioni non autorizzate.

"Non credo che alle donne sarà consentito di giocare a cricket, perché non è necessario che le donne giochino a cricket", ha dichiarato l'esponente talebano, affermando che nel gioco "potrebbero dover affrontare situazioni in cui il loro viso o il loro corpo non siano coperti" e che "l'Islam non permette che le donne siano viste così". Inoltre, "questa è l'era dei media, e ci saranno foto e video, e la gente li guarderà". Alle afghane, ha aggiunto Wasiq, sarà consentito uscire di casa solo per soddisfare i "bisogni" essenziali, come "fare la spesa", e lo sport non è tra questi. Come non lo è manifestare. Né per loro né per gli uomini: il ministero dell'Interno afghano ha annunciato il divieto di ogni manifestazione senza un'autorizzazione da "chiedere almeno 24 ore prima", comunicando tutti i dettagli. "Le proteste disturbano la vita normale, molestano le persone" e creano problemi di sicurezza, ha affermato il nuovo governo dei mullah.

I primi effetti della fatwa sullo sport femminile potrebbero vedersi molto presto. E nell'Afghanistan in cui il cricket è sport nazionale, a rischio c'è anche l'atteso match previsto a novembre in Australia tra le due nazionali maschili per l'International Cricket Council, che richiede a tutti i suoi 12 membri di avere anche una squadra femminile. Una deriva già temuta dalle atlete della nazionale di ciclismo. Almeno 25 di loro erano riuscite a lasciare in tempo il Paese, passando per il Tagikistan, e sono state accolte temporaneamente negli Emirati, in attesa di completare i documenti per arrivare in Canada. Una fuga dettata proprio dalla convinzione che i Talebani non sarebbero cambiati.

I mullah parlano di iniziative non autorizzate secondo le nuove regole ferree imposte dal ministro dell'Interno Sirajuddin Haqqani, ricercato per terrorismo dall'Fbi. "Non è il momento delle proteste", aveva avvisato minaccioso il loro portavoce, Zabihullah Mujhaid. Col passare del tempo, la repressione si fa insomma sempre più dura. Diversi cortei erano già stati dispersi con colpi d'arma da fuoco, sparati in aria ma non solo, come dimostrano le tre vittime di ieri a Herat. E la stretta colpisce sempre di più anche i reporter. Numerosi sono i cronisti locali e stranieri che hanno denunciato di essere stati trattenuti per ore dalla sicurezza talebana per impedire la copertura mediatica delle proteste. Episodi che hanno coinvolto anche alcuni italiani. Da qui l'invito partito in serata dalla Farnesina che ha ribadito lo "sconsiglio" a recarsi in Afghanistan, dove le condizioni di sicurezza già precarie sono "ulteriormente peggiorate" dopo la presa del potere dei fondamentalisti.

Fonti ansa tgcom24 wikipedia e altre agenzie

Nuove proteste hanno avuto luogo in Afghanistan nonostante il divieto a manifestare sancito dai talebani, che hanno intimato alla popolazione di rimanere in casa. Lo riferisce la Bbc. I manifestanti sono scesi in piazza in diverse parti del Paese, decine si sono radunati anche nei pressi dell'ambasciata del Pakistan a Kabul, dove i talebani hanno aperto il fuoco nel tentativo di disperdere la folla.

"I talebani devono capire questo: l'Afghanistan di oggi non è quello che hanno governato fino a 20 anni fa. Allora hanno fatto quello che hanno voluto, e noi siamo rimaste in silenzio. Ma adesso non più. Non accetteremo tutto ciò che dicono, non indosseremo il burqa né resteremo chiuse in casa". E' la testimonianza di Ramzia Abdekhil, una delle manifestanti afgane scese in piazza la scorsa settimana a Kabul, raccolta dal quotidiano turco Hurriyet.

 L'ulteriore passo all’indietro. «Le donne non potranno giocare a cricket, né praticare alcun altro sport che esponga i loro corpi e li mostrino ai media. Ma in realtà, che necessità c’è che le donne facciano sport? L’Islam vieta che il corpo della donna sia visto in pubblico», ha dichiarato Ahmadullah Wasiq, che è il numero due della Commissione culturale talebana. Ad ascoltarlo tornano alla mente tutti i lenti progressi compiuti dalle donne, ma in realtà dall’intera società afghana, in quei primi anni post-2001. Allora la nascita di una nuova squadra di basket femminile, l’apertura di ogni palestra alle donne, le neo-giornaliste assunte nel proliferare di giornali, radio e televisioni, l’apparire sul mercato del lavoro di professioniste pronte a prendere il proprio posto in uffici che sino ad allora erano stati solo per uomini, sembravano successi destinati a durare, a cambiare il Paese per sempre.

Un mondo sottolinea corriere della sera senza sport femminili, senza musica che non siano le nenie religiose, senza giochi, senza volti di donne, senza immagini, ma dominato da uomini barbuti che sorvegliano rigorosi fantocci di burqa blu o, ancora meglio, neri dalla testa ai piedi. Soltanto tre settimane fa i nuovi padroni talebani, ebbri di vittoria, promettevano magnanimi che il nuovo Afghanistan del ritorno dei mullah sarebbe stato accondiscendente nei confronti della società civile sviluppatasi negli ultimi vent'anni sotto l’influenza culturale e sociale della coalizione occidentale a guida americana. 

Gli ultimi due giorni sono stati una drammatica doccia fredda per chiunque si fosse lasciato illudere. Martedì la presentazione del loro nuovo governo ha riportato in auge figure e modi di pensare legati a filo doppio alla loro teocrazia radicale tra il 1994 e il 2001. L’incubo che l’Afghanistan torni ad essere una base logistica del terrorismo internazionale diventa concreto

Nella mentalità misogina e sessuofobica scrive l agenzia adnkronos,di questi talebani, il corpo della donna rappresenta il diavolo, il male, - ha spiegato la deputata del Pd - e quindi, come ogni fondamentalismo, perché questo non è l'unico, ci si esercita sul corpo della donna, a mortificarlo, a renderlo invisibile e a fare delle donne figure prive di diritti". "La cosa che colpisce di più oggi è la formazione del governo afgano.

 Mi vengono i brividi - ha aggiunto Boldrini- quando leggo quei nomi, nomi che sono noti all'antiterrorismo di tutto il mondo, figuri che hanno operato come terroristi. Mi riferisco ad Haqqani, ma anche il primo ministro Hasan è una persona che proviene da quell'ambito. Yaqoob, il figlio del Mullah Omar, ministro della difesa. Il peggio del peggio".

"D'altronde io non ho mai avuto dubbi -ha proseguito l'ex presidente della Camera- avendo conosciuto i talebani degli anni '90 e il loro regime sanguinario attraverso missioni svolte lì. Quando i talebani attuali hanno ricevuto su un piatto d'argento il paese, e questo lo si deve all'insensata azione del presidente Donald Trump, che ha consegnato loro il paese, non è che hanno preso le distanze dal regime sanguinario degli anni '90, assolutamente no".

"La cosa più grave e molto significativa, è la provocazione che hanno voluto fare con la formazione di questo governo. Che non è inclusivo, come era stato loro richiesto: è solo di Pashtun, e quindi non ci sono gli altri gruppi, ed è fatto solo di uomini, e di uomini compromessi e parte attiva del terrorismo internazionale".

"Non c'è nulla da sperare e non c'è neanche nulla da sorprendersi se i talebani hanno introdotto i vecchi divieti che già erano in vigore negli anni '90, e quindi anche il divieto per le donne di fare lo sport", conclude Boldrini.

L'impatto che la dimensione geografica ha avuto, interessa in modo cruciale anche la realtà politica. L’Afghanistan, infatti, ha un territorio prevalentemente montagnoso, e questa particolare topografia ha storicamente reso difficile ricondurre sotto il controllo del potere centrale quelle aree che la geografica rende distanti da Kabul. In termini di governo, pertanto, il Paese è caratterizzato da un importante divario tra centro e periferia e da una profonda frammentazione. Questa realtà frammentaria, tale per cui ogni zona tende ad essere di fatto sotto il controllo di gruppi e milizie locali, rimane una delle principali sfide per lo Stato afghano (e le forze alleate), che fatica a stabilire una presenza indiscussa e un controllo efficace su tutto il Paese.

L’Afghanistan è Paese le cui peculiarità politiche, etniche e religiose affondano le proprie radici nella geografia. In virtù della sua posizione, l'Afghanistan è sempre stato al centro delle rotte lungo cui i mercanti trasferivano merci e idee tra Europa, Medio Oriente e Asia. Ciò ha inevitabilmente esposto il Paese a continui influssi culturali, linguistici e religiosi, che hanno favorito l’emergere di una realtà variopinta, caratterizzata dalla coesistenza – spesso difficile – di identità diverse.
Sul piano etnico-tribale, in particolare, la frammentazione ha assunto i tratti più profondi: alla maggioranza etnica Pashtun si aggiungono Tjiki, Hazara, Uzbechi, Aimak, Turkmeni e Baluchi, e il fatto che ogni zona del Paese sia caratterizzata dalla prevalenza di uno specifico gruppo tribale dà alla cartina etnica dell'Afghanistan confini particolarmente netti.

fonti Adnkronos,corriere della sera e varie agenzie

 

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