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L'economia italiana è stata colpita al cuore dal Coronavirus. Uno shock che viene dall'esterno, come «un meteorite», e che rischia di provocare una «depressione prolungata» con un «aumento drammatico delle disoccupazione e un crollo del benessere sociale». Ecco perchè occorre tutelare il tessuto produttivo e «agire subito, senza tentennamenti o resistenze: altri Paesi si stanno già muovendo in questa direzione». E' questo l'appello rivolto al governo e al mondo politico dal Centro Studi di Confindustria.

«Mai nella storia della Repubblica - è la premessa del Csc - ci si è trovati ad affrontare una crisi sanitaria, sociale ed economica di queste proporzioni». Questo, secondo gli economisti di Confindustria «è il momento di agire affinchè il nostro Paese possa affrontare adeguatamente questa fase drammatica e risollevarsi quando l'emergenza sanitaria sarà mitigata».

Le istituzioni europee «sono all'ultima chiamata per dimostrare di essere all'altezza della situazione». Le prime azioni messe in campo vanno accompagnate da un «cruciale passo in più: l'introduzione di titoli di debito europei, fin troppo rimandata». In Europa, secondo il Csc, «dopo i consueti balbettamenti assai gravi in questa situazione, in queste settimane sono state già prese decisioni importanti. I massicci interventi della Bce, che hanno fermato per ora l'impennata dello spread sovrano per l'Italia; la sospensione di alcune clausole del Patto di Stabilità e Crescita, per la finanza pubblica; le misure temporanee sugli aiuti di Stato». Queste azioni, però, «vanno accompagnate con un cruciale passo in più: l'introduzione di titoli di debito europei, fin troppo rimandata». L'Europa, insomma, è chiamata a compiere «azioni straordinarie per preservare i cittadini europei da una crisi le cui conseguenze rischiano di essere estremamente pesanti e di incidere duraturamente sul nostro modello economico e sociale».  

Roberto Gualtieri è al bivio tra Roma e Bruxelles. Ovvero di fronte alla necessità di capire come districarsi in una fase in cui gli interessi dell’Italia, di cui è  ministro dell’Economia, cozzano con il “pilota automatico” dell’indecisione sulla risposta alla crisi dell’Europa dimostrata dalla Commissione europea di Ursula von der Leyen. Assieme a lui, il Partito democratico di cui fa parte si gioca una grossa fetta della sua credibilità politica, interna ed esterna al Paese, dalla gestione della crisi in coabitazione con il Movimento cinque stelle maggioritario nel governo Conte II.

Gualtieri è a un bivio perché per la prima volta emerge con cristallina nitidezza la completa divaricazione tra le prospettive che il Paese avrebbe seguendo il pilota automatico di Bruxelles o, peggio, i condizionamenti dei falchi del rigore del Nord e quelle che si aprirebbero portando avanti la campagna iniziata nella risposta alla crisi da coronavirus. Prospettiva scomoda per chi a settembre era stato chiamato dal ruolo di Europarlamentare a quello di ministro dell’Economia del neonato governo giallorosso proprio per consolidarne i legami con l’Unione

In questi tempi bui, con quel che sta avvenendo, assistiamo in maniera sempre più evidente, al fallimento di un modello, quello europeo, o meglio, di questa Europa, che ci avevano presentato come vincente, rassicurante, solidale, attento e vicino ai bisogni delle Nazioni, delle persone.

purtroppo le Imprese Italiane sono a rischio, Italia stessa a rischio. Per Confindustria oggi «è urgente evitare che il blocco dell'offerta ed il crollo della domanda provochino una drammatica crisi di liquidità nelle imprese: a fronte delle spese indifferibili, tra cui quelle per gli adempimenti retributivi, fiscali e contributivi, e degli oneri di indebitamento, le mancate entrate prodotte dalla compressione dei fatturati potrebbero mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa di intere filiere produttive». Bisogna evitare che «la crisi di liquidità diventi un problema di solvibilità, anche per imprese che prima dell'epidemia avevano bilanci e prospettive solide».  
 
Abbiamo parlato con Marcello Austini funzionario in aspettativa..mi ha spinto di fare questa intervista il suo ex lavoro a Bruxelles ma anche la nostra vecchia amicizia e cosi nasce questa chiacchierata di come Lui da Italiano che vive a Bruxelles vede questa UE, in questo momento particolare :

Come vedi l Italia in questa Europa in questo critico momento e particolare   ?

In questo momento di crisi e di emergenza, l’Italia è sola! Nessun aiuto europeo, alcun sostegno, nemmeno un po’ di solidarietà!
E’ questo il risultato del “castello di carta” a cui, da più di 60 anni dall’edificazione delle c.d. istituzioni europee, si è giunti.
Senza entrare in questa sede nella critica del diritto comunitario così denominato, non possiamo non constatare, oggi, che ha prevalso la costruzione dell’Europa del tecnicismo giuridico, del particolarismo, degli interessi privati e personali, dei burocrati, dei potentati economico-finanziari, delle lobbies, delle banche, del mercato.
Si, proprio del mercato, così come ce lo descrivono e ce lo magnificano, criticabile già di per sé, ma che in momenti come quelli attuali, mostra ancor più la sua essenza, il suo vero volto, il suo lato peggiore. Proprio come un mercato rionale, infatti, gli Stati membri forti, quell’asse portante franco-tedesco ma non solo, fanno la spesa.
Ognuno cerca di accaparrarsi tutto o quantomeno il meglio, in tutto gli ambiti, in tutti i settori.
Luoghi, quelli europei di Bruxelles e Strasburgo , dove prevalgono egoismi e individualismi. E tale predisposizione, tali atteggiamenti, si badi bene, non rappresentano l’eccezione, ma costiutiscono la regola.

pensi che questa UE e fuori da idea dei padri fondatori pensano solo il profito ?

Gli Stati membri, quasi da subito e sempre più, hanno compreso che quello che ancora in molti chiamano il “mercato comune europeo” , poteva essere un’occasione immensa di arricchimento, di sfruttamento, di approvvigionamento, un’opportunità di farsi gli “affari propri” (uso volutamente un eufemismo per non apparire volgare), e per di più a spese di altri Stati, quelli più deboli o più arretrati come dicono gli “opinionisti bravi”, quelli dell’area mediterranea, i “Paesi Pigs” , e aggiungerei quelli che hanno perso la guerra, come l’Italia, la cui immagine è risultata svilita, sminuita, se non addirittura derisa.
D’altronde i comportamenti cialtroneschi, gli atteggiamenti voltagabbana, le frenetiche fughe da Brindisi, pesano e si sedimentano nelle coscienze dei Popoli e delle Nazioni.
Ma tornando a questa immensa opportunità di guadagno e di profitto  in tutti i sensi, al di là e al di sopra degli Stati, lo hanno compreso (e forse propugnato) soprattutto, come già espresso, le lobbies, i potentati economico-finanziari, gli speculatori senza scrupoli.
E allora, eccoci qui, al punto da cui siamo partiti, soli, abbandonati in un simile drammatico frangente, addirittura additati come “untori internazionali” e si chiede e ci si domanda: serve davvero ancora questa Europa?

Serve ancora questa Europa?

Mi si conceda ora, un po’ di sano qualunquismo politico che non è lontano, tuttavia, dalla realtà e, soprattutto,  da ciò che le persone comuni, i cittadini, avvertono.
Un’Istituzione, quella europea, che è assente nel fronteggiare la situazione di pandemia attuale e che anzi si mostra divisa e per certi versi cinica; che non è servita nella lotta al terrorismo islamista (dove ogni Stato prendeva le proprie misure interne e qualcuno, forse, ha da farsi perdonare qualcosa); che è parsa tiepida, se non addirittura insensibile, nel caso di gravi fenomeni naturali (mi riferisco agli eventi sismici che hanno colpito il centro Italia nell’estate del 2016); che non interviene, specula e al più “gioca allo scaricabarile”sul fenomeno immigratorio di massa, lasciando sole Nazioni come l’Italia e la Grecia.
Senza poi minimamente contare il disinteresse delle Istituzioni europee e dei burocrati di Bruxelles, per chi, causa la crisi economica che ci attanaglia da quasi un decennio, abbia perso tutto o quasi: risparmi, lavoro, casa, dignità!

Il Coronavirus come “un’assurda opportunità” ?

Fatte queste debite premesse, serve ancora questa Europa? E’ vero e mi rendo conto che la domanda presta il fianco ai fautori del globalismo, ai no borders, a chi vorrebbe, al contrario, più Europa, proprio per intervenire e provvedere (sic), a detta loro, per simili evenienze, per simili sciagure.
A tali tipi di obiezioni e ad essi risponderò solamente in un modo: Pietà!
invece, che sia giunto il momento di rivedere la partecipazione italiana in seno all’Unione Europa, propendendo decisamente per una sua uscita (Italia-exit) e di considerare, pertanto, la riappropriazione della nostra piena sovranità: da quella politica a quella monetaria.

Rimodulare il nostro assetto nel quadro delle attuali alleanze atteso che le nostre tradizionali alleanze rappresentano un fardello che ci portiamo addosso dal dopoguerra, dalla c.d. “guerra fredda”.
Nella situazione di attuale emergenza, peraltro, gli aiuti ci sono giunti proprio da chi meno te l’aspetti (la Cina, la Federazione russa, Cuba e non da quegli “alleati classici”,che si dichiarano, a parole, sempre amici dell’Italia, salvo poi riempirla di soldati, di basi militari, oltre ad averla abbondantemente bombardata, giovi qui ricordarlo.
Avere, cioé, mano libera nello stringere alleanze con altre potenze a livello mondiale, e rafforzare contatti di tutti i tipi, con Stati terzi e indipendenti.
Tutto ciò, permetterebbe di uscire, una volta per tutte, da quell’amministrazione controllata su base americanocentrica, rappresenterebbe un’immensa opportunità per l’Italia, con l’apertura di nuovi e impensabili scenari internazionali dai quali trarre reciproco vantaggio.
Un’ulteriore opportunità è rappresentata dal fatto di riconsiderare i nostri stili di vita, i nostri comportamenti sia pubblici che privati.  A cominciare dal rispetto delle regole – specie in situazioni emergenziali come quelle attuali - e quindi disciplina, abnegazione, spirito di sacrificio, prevalenza dell’interesse nazionale rispetto a quello individuale, preminenza del bene comune e dei bisogni collettivi su quelli personali, di categoria, di ceto sociale.
In tempi di quarantena e di “domicilio forzato”, accanto ai valori appena citati, occorre ricostituire/ricostruire quelli legati alla riscoperta e al rinsaldamento dei vincoli familiari, ripensare ad un “sano egoismo” nazionale (specie in campo economico), una “sana” autarchia, alla preferenza e alla valorizzazione di prodotti italiani, in tutti gli ambiti e settori commerciali. Anche più banalmente, facendo un esempio, devono sparire dal nostro lessico quotidiano frasi del tipo: “andiamo dal cinese” (piuttosto che “dall’indiano”),  che pronunciamo per la scelta di un ristorante o di un negozio. Anche così, si accetta un modello ed uno stile di vita globalisti, si determina l’espandersi di un’economia straniera in Italia, si incide sull’affossamento delle aziende nazionali.
Eppoi la riscoperta di fondamentali valori quali quello dell’amore per la propria Patria, la difesa dei confini e del Sacro Suolo nazionale, l’orgoglio e la fierezza di essere italiani.

Una volta il refrain era quello del “ ce lo chiede l’Europa”, oggi a maggior ragione per quello che ci siamo appena detti, il motivo deve essere quello del “ce lo chiede l’Italia”, “ce lo chiede la nostra Storia, la nostra Tradizione”, “ce lo chiede chi ci ha preceduto e chi ci seguirà”!
Ringrazio Marcello Austini per la sua intervista fatta telefonicamente da Bruxelles

Vale la penna ricordare che nei tre decenni seguiti alla riunificazione tedesca più volte Berlino ha visto nell’Italia un Paese instabile e problematico su cui “scaricare” i costi delle sue politiche interne, della centralizzazione del suo potere in Europa e delle riforme agognate per il suo sviluppo.

Lo stiamo vedendo in queste settimane con il duello tra rigoristi del Nord e Paesi mediterranei sugli Eurobond di cui tanto si discute come risposta alla crisi del coronavirus; lo abbiamo visto negli anni scorsi con il bagno di sangue dell’austerità, delle riforme sistemiche e dei tagli alla spesa pubblica imposti ai Paesi del Sud Europa dall’impennata degli spread su cui aleggia il sospetto di una spinta finanziaria tedesca; ma il caso maggiormente emblematico di questo atteggiamento risale agli albori della Germania riunificata, a quel drammatico 1992 che fu anno di svolta per il nostro Paese.

In molti ricordano l’assalto speculativo di George Soros alla lira nel “mercoledì nero” del 1992: il magnate ungaro-americano attaccò la moneta italiana vendendo lire allo scoperto sui mercati finanziari, realizzando un forte profitto, ma nessun finanziere d’assalto avrebbe il potere di mettere in ginocchio un grande Paese come l’Italia senza una sponda politica esterna

A raccontarlo è stato lo stesso Soros in un intervento pubblico a Udine del 2013: “L’attacco speculativo contro la lira fu una legittima operazione finanziaria. Mi ero basato sulle dichiarazioni della Bundesbank, che dicevano che la banca tedesca non avrebbe sostenuto la valuta italiana. Bastava saperle leggere”. Soros non mente: la banca centrale tedesca, infatti, si era disimpegnata dalla scelta di difendere il regime di cambi fissi del Sistema monetario europeo quando il suo presidente Helmut Schlesinger aveva dichiarato che l’unione monetaria europea basata sull’European currency unit non era “un’unità monetaria omogenea”, facendo riferimento in particolar modo alla debolezza della lira.
 

Il Consiglio Ue ha incaricato la commissione di elaborare una proposta per la ricostruzione. Italia, Francia e altri 7 Paesi chiedono l'emissione comune di Coronabond per raccogliere i miliardi da destinare all'emergenza del coronavirus. Proposta che incassa il sostegno dell'ambasciatore americano in Italia Lewis Michael Eisenberg. Ma la presidente von der Leyen non molla. Il fronte del no inizia, però, a scricchiolare: tre Paesi baltici e la Slovacchia, da sempre a favore dell'Europa del Nord, sarebbero pronti a sottoscrivere la richiesta di Coronabond. Altra strada (suggerita dai ministri Pd Roberto Gualtieri ed Enzo Amendola) è il ricorso al Mes, il fondo salva-Stati. Ma c'è l'ostacolo delle condizionalità: l'accesso al fondo contiene il rischio di una richiesta di ristrutturazione del debito pubblico. Tradotto: l'arrivo della Troika in Italia. Ipotesi già bocciata dal capo dello Stato Sergio Mattarella.

Alza il tiro contro l'Europa anche il ministro degli Esteri Luigi di Maio: «L'Europa, oggi, ha la possibilità di dimostrare solidarietà verso uno dei Paesi fondatori dell'Ue. Noi faremo tutto il possibile per il nostro popolo, ma l'Europa faccia la sua parte. No a egoismi, serve coraggio» - dice in un'intervista a Euronews. Nel Pd, il partito più europeista, l'imbarazzo è forte. Tanto che l'ex presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, commissario Ue agli Affari economici, è costretto a intervenire: «La parola chiave è solidarietà. Serve un piano comune per la rinascita dell'Europa. I diversi governi devono trovare un accordo», commenta al Tg5. «Del resto senza un piano comune - continua Gentiloni - nessun paese, nemmeno quelli più ricchi, riuscirà a uscire da questa terribile crisi». Suggerendo - in un'intervista a La Stampa - l'idea di potenziare la Bei. Si tratta della banca europea per gli investimenti. Ma tra le proposte, citate da Gentiloni, c'è anche l'utilizzo del Mes, o di altre istituzioni europee, «per collocare bond e finanziare i progetti necessari».

Le trattative vanno avanti. Mentre in Italia sale la tentazione (non solo tra i leader politici) di dire addio all'Europa: il sondaggista Antonio Noto - dalle pagine della Nazione-Resto del Carlino-Giorno - sostiene che la fiducia degli italiani verso l'Ue «è crollata al 25%». Il braccio di ferro tra i due blocchi europei spinge il leader della Lega Matteo Salvini a rimettere sul tavolo l'ipotesi dell'Italexit: «Si stampasse moneta. La Svizzera, compilando un foglio, ti mette a disposizione fino a 500mila euro, la Gran Bretagna ti garantisce fino all'80% dello stipendio, gli Usa destinano fino a 2.000 euro a famiglia. Loro possono farlo. Noi no, perché abbiamo l'euro» - dice l'ex ministro dell'Interno in un'intervista al Corriere della Sera. Per Salvini se la commissione Ue, guidata da Ursula von der Leyen, continua a fare spallucce c'è una sola strada: «Un'emissione di titoli italiani con un tasso di vantaggio. Oggi, l'Ue non lo permette

L’attivazione del Mes non aiuterebbe concretamente alla risoluzione della crisi ma impegnerebbe politicamente i Paesi di riferimento per il fondo salva-Stati, tra cui probabilmente l’Italia, a mettere in campo dopo la crisi pesanti pacchetti di misure di austerità come condizionalità. Per Roma e gli altri Paesi del blocco “mediterraneo” che si è saldato con Francia e Spagna andrebbe molto meglio, come alternativa, puntare su istituzioni europee più rivolte alla crescita. Strutture economiche molto spesso sottovalutate ma capaci di giocare un ruolo nella risposta agli eccessi dei rigoristi.

L’economista Alberto Quadrio Curzio ne ha individuate tre tipo di aiuti in un’analisi per l’Huffington Post: si tratta della Banca Europea Investimenti (Bei), del Fondo Europeo per gli Investimenti (Fei) e del Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (Feis).

La potenza di fuoco combinata di Bei, Fei e Feis è notevole e decisamente interessante. Messa assieme e potenziata, fornirebbe all’Unione una “Troika buona”, un arsenale che annullerebbe qualsiasi tentazione di ricorso al Mes e alle sue evitabili conseguenze. Incredibile pensare come un ristretto gruppo di Paesi, prima ancora della Germania i super-falchi Austria e Olanda, stia mandando allo schianto l’intera Unione su questioni di retroguardia legate a una lettura iper-ideologica dei rapporti di forza economici quando nella stessa galassia comunitaria istituzioni per rilanciare la crescita non sono affatto assenti. Segno del fallimento dell’Ue come progetto politico lungimirante. Incapace per attitudine di cogliere le opportunità al suo interno e, per questo, condannata a essere sempre un passo indietro rispetto al resto del mondo. Forse anche per questa cecità si combatte la battaglia di retroguardia del Mes: i Paesi del rigore cantano l’Europa come il futuro, ma fanno di tutto perché essa diventi presto una storia del passato.

Un «piano di difesa e ricostruzione nazionale», che «nel suo senso civile e politico non sarebbe poi troppo diverso da quello lanciato nel 1948 con grande successo, sottoscritto dal Guardasigilli Togliatti che lo accompagnò con questa frase: 'Il prestito darà lavoro agli operai. Gli operai ricostruiranno l'Italia'». Lo propone Giulio Tremonti, sulle pagine del Corriere della Sera, in una lettera inviata al Direttore Luciano Fontana, «nella speranza che sia possibile evitare all'Italia una gravissima crisi, prima finanziaria, poi economica, infine sociale e politica».

«A tratti nella nostra storia, da Quintino Sella a Francesco Saverio Nitti, ci si presenta il dramma del debito pubblico. Oggi di nuovo, e ancora con drammatica insistenza, la storia sta bussando alla nostra porta - prosegue l'economista ed accademico, già ministro delle Finanze e dell'Economia -. Per «L'Italia, un Paese che ha già un enorme e crescente debito pubblico, che ha un prodotto interno lordo non solo stagnante ma da qui in avanti drammaticamente calante» c'è però un problema di limiti: «non si tratta di limiti imposti dalle regole contabili europee, queste ormai sospese, ma di limiti imposti dal mercato finanziario internazionale, su cui sarà necessario percorrere un sentiero sempre più stretto, più buio, più pericoloso, disseminato da aste-trappola, dallo spettro del default, da Troike e altri orrori».

Donald Trump accantona l'idea di riaprire gli Stati Uniti per Pasqua e annuncia che le attuali linee guida per il contenimento del virus resteranno in vigore fino al 30 aprile, un mese in più del previsto. E questo perché il picco dei decessi negli Stati Uniti si avrà in "due settimane" quindi proprio a Pasqua. Ma Trump guarda anche al di là degli States. A chi gli fa notare che la Russia e addirittura Cuba stanno aiutando l'Italia, Trump dice: "stiamo lavorando a stretto contatto con l'Italia", dove il "tasso di mortalità è alto", "la stiamo aiutando molto" con forniture e assistenza finanziaria, dice. "Stiamo lavorando con la Spagna. Stiamo lavorando con tutti".

Come spiega in un'intervista a La Verità, "il regime cinese si è messo molto a rischio. Ha causato l' esplosione della pandemia, non solo mettendo a tacere il medico (Li Wenliang) ma anche insistendo nel procedere con la merenda di 40.000 persone il 19 gennaio a Wuhan: decisioni che sono state prese dal Partito comunista cinese. Il risultato è che - se anche in Italia e nel mondo se ne sono tutti dimenticati - nel mondo cinese (non solo Taiwan, Singapore e Hong Kong, ma anche dentro la Cina) c' è stata - nonostante la censura - una specie di reazione massiccia di disgusto contro il regime" afferma Luttwak. Inoltre, prosegue nell'intervista, poiché il presidente Xi Jinping "ha voluto personalizzare questo regime (invece di fare come il suo predecessore Hu Jintao, che era primus inter pares), è lui che viene condannato. Nonostante la censura automatizzata, si usano caratteri atipici e linguaggio esopico, per dire essenzialmente che Xi Jinping è una figura che deve andar via. Alcuni vogliono farla finita con lui, altri più o meno con il partito. Questa è la Chernobyl del regime cinese".

Caldeggiamo qualcosa di più, non semplici comunicazioni del Governo. Per questo abbiamo insistito che il Parlamento potesse e dovesse fare di più». Lo ha detto Giorgia Meloni intervenendo in aula alla Camera, come scrive Diario del Web, dopo le comunicazioni del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sull'emergenza coronavirus. «Se è vero che stiamo in guerra - ha aggiunto la presidente di Fratelli d'Italia - noi non vogliamo disertare, vogliamo combattere, essere all'altezza dei milioni di italiani che stanno combattendo in trincea, negli ospedali, nelle forze dell'ordine, nei supermercati. Quelle persone hanno diritto di vedere la porta di questo palazzo aperta».

«C'è gente che non può andare a lavorare - ha proseguito Meloni - sta a casa e non sa se a fine mese avrà i soldi per mantenere i loro figli. Abbiamo il dovere di fare la nostra parte, per tutta questa Italia che sta con noi, soffrendo. Per questo la scelta di FdI poteva essere solo collaborare, fin dall'inizio, serve una cabina di regia per lavorare insieme».

«L'Europa della solidarietà non esiste e quando la crisi coronavirus sarà finita andrà ricostruita. Penso - ha detto - che sia sotto gli occhi di tutti, proprio in questa emergenza, la crisi dell'Unione europea. Credo che le grandi crisi tirino fuori la vera natura delle persone e delle cose. E credo che oggi anche i più incalliti 'euroinomani' si accorgono del fatto che oggettivamente qualcosa non ha funzionato. Credo che oggi l'Europa decida se vuole esistere oppure no e credo che l'inizio non sia stato confortante».

«Se noi ci guardiamo un pochino indietro, vediamo - ha proseguito - un'Europa nella quale c'è un contagio che riguarda tutte le nazioni ma che altre nazioni nascondono, però all'Italia viene chiesta la certificazione 'virus free' per i propri prodotti agroalimentari. Quello che abbiamo visto in passato è una Germania che quando il contagio era soprattutto in Italia, impediva le esportazioni di respiratori anche verso i Paesi membri. Quello che noi abbiamo visto era una Banca centrale europea alla quale abbiamo chiesto aiuto contro la speculazione e che per tutta risposta per bocca della sua presidente ha fatto una 'gaffuccia' che ci è costata 17 punti sulla borsa in poche ore. Abbiamo visto che quando il contagio era in Italia l'Unione europea spendeva 200 milioni per tutta l'emergenza coronavirus, compresa la ricerca e quando il contagio è arrivato in Francia e Germania allora si è cominciata a muovere l'artiglieria pesante».

«Abbiamo visto - ha detto ancora la leader di FdI - che quando l'Italia combatteva da sola contro il virus, all'Eurogruppo si metteva all'ordine del giorno la riforma del Mes, che prevede che chi dovesse accedere al fondo salva Stati può essere costretto a ristrutturare il suo debito. E quando abbiamo chiesto l'aiuto del Mes senza condizionalità la Germania ci ha risposto 'vi attaccate'. Qualcuno in Europa pensa che il coronavirus sia l'occasione per indebolire qualche altro stato membro, magari per fare un po' di acquisizioni di aziende strategiche, di asset strategici a basso costo, magari per imporre manovre lacrime e sangue».

«Allora diciamoci la verità: l'Europa che abbiamo sognato - ha detto Meloni - non esiste, non c'è l'Europa della civiltà, della solidarietà, l'Europa che è una madre per tutti noi. Quella che abbiamo visto è l'Europa degli egoismi, dell'interesse di qualcuno a scapito dei diritti di molti, è l'Europa che aspetta il terremoto in casa nostra per andare a rovistare nelle nostre macerie e fregarsi l'argenteria. Lo dico non perché mi serve un nemico ma perché dobbiamo essere consapevoli che quando sarà finito tutto questo dovremo ricostruirla un'Europa diversa, ma prima di ricostruire l'Europa dovremo dedicare tutte le nostre energie, la nostra forza, il nostro orgoglio e il nostro genio a ricostruire questa grande nazione che è l'Italia. E Fratelli d'Italia c'è», ha concluso.

«Era il novembre 2015 e questo servizio della Rai denunciava l'esperimento di un gruppo di ricercatori cinesi: la creazione in laboratorio di un 'supervirus' derivato dall'innesto di una proteina tratta dai pipistrelli sul virus della Sars, la polmonite acuta. La Cina ci ha mentito? Vogliamo la verità». È quanto scrive su Facebook il presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, postando il video del servizio Rai andato in onda il 16 novembre 2015.

"Stare in Europa sì – sottolinea Salvini - ma a pieno titolo, non per prendere sberle e schiaffoni. Cosa ha fatto l'Europa per l'Italia in questa emergenza? Stare dentro così, non mi sembra utile". Inevitabile parlare del Mes, il Fondo salva-Stati che potrebbe essere utilizzato per mitigare la stangata economica in arrivo sul continente. "Una parola che non voglio sentire è Mes – ha detto il leader della Lega - L'Italia ha dato 58 miliardi, ora per averne 35. Per fronteggiare l'emergenza coronavirus dovremmo ipotecare il futuro dei nostri figli ? Ma che senso ha ?".

Altro che Meccanismo europeo di stabilità, la ricetta da seguire, aggiunge al quotidiano il Giornale,Salvini, è quella scritta nero su bianco da Mario Draghi in un editoriale sul Financial Times: "Lo diciamo da anni, sono contento che una voce così autorevole come Draghi ci dia ragione. In un momento di emergenza fare debito per aiutare lavoratori e cittadini non è una bestemmia. Se lo dice anche Draghi - ha aggiunto - vuol dire che non eravamo così matti. Importante è che in Europa nessuno pronunci la parola Mes, perché se saremmo costretti a usare i fondi del Fondo Salva Stati metteremmo l'Italia in un tunnel da cui usciremmo con le ossa rotte".

Salvini inchioda quindi il governo italiano. Delle proposte della Lega, da parte di governo e maggioranza "non viene raccolto nulla. In commissione abbiamo presentato emendamenti concreti su mutui, affitti, cassa integrazione, aiuti agli autonomi e Partite Iva. Vogliamo scommettere che nel dl Cura Italia non verrà tenuto conto di alcuno dei nostri suggerimenti?"

"La Regione Lombardia si è data da fare per cercare, ottenere 121 milioni di mascherine, da Roma ne sono arrivate meno di due milioni – ha ribadito l'ex ministro sottolineando al Giornale che spetta allo Stato "garantire la sicurezza sanitaria in caso di emergenza" e che su questo versante "le critiche più dure sono venute dal governatore Pd della Campania, De Luca, che ha detto che da Roma non arriva nulla".

In merito al ruolo dello Stato, Salvini ha affondato il colpo: “Ognuno deve fare il suo mestiere, se ognuno lo facesse l'Italia sarebbe un Paese migliore. Lo Stato deve garantire la sicurezza sanitaria in caso di emergenza, poi le Regioni si occupano di tutti gli interventi successivi. Se lo Stato non garantisce il minimo vitale di cosa stiamo parlando?”.

Per quanto riguarda la situazione a Bergamo, una delle province più colpite dal virus, il leader della Lega ha ricordato che "il sindaco di Bergamo è quello che organizzava aperitivi con la giunta per andare nei ristoranti cinesi perché non c'era nessun problema, fino a qualche settimana fa. È giusto ricordare chi ha fatto che cosa”.

In merito al da farsi, invece, ha concluso Salvini, "bisogna lavorare sull'immediato, ieri ho sentito cinque sindaci della provincia di Bergamo e l'immediato significa che stanno aspettando da settimane mascherine, no mobile d'ossigeno, camici e saturinetri, quindi l'immediato significa che occorre pretendere che lo Stato, non tra 15 giorni ma immediatamente salvi delle vite".

Intanto Mario Draghi torna a parlare e, con una lunga analisi pubblicata sul Financial Times, racconta come va declinato il nuovo "whatever it takes". Un intervento che arriva proprio mentre in Italia riaffiora il dibattito su un suo ruolo in politica di chi lo vedrebbe come un possibile capo di governo, e nel quale non nasconde che è ora il momento di decisi interventi pubblici finalizzati ad aumentare la liquidità, anche a costo di far aumentare - come è scontato - il debito pubblico. "I livelli di debito pubblico devono salire. Ma l'alternativa sarebbero danni ancora peggiori all'economia, rappresentati dalla distruzione permanente delle attività produttive e quindi della base di bilancio", scrive Draghi, con quella che sembra una inversione ad U rispetto alla sua filosofia di riduzione del debito.

Forse non è un caso che l'intervento dell'ex presidente della Bce arrivi alla vigilia della riunione dei capi di governo di un'Europa che appare ancora divisa in due, tra falchi e colombe. Draghi su questo appare ottimismo, sembra buttare il cuore oltre l'ostacolo: sotto diversi punti di vista "l'Europa è ben equipaggiata" - sostiene - per affrontare questo "shock straordinario. Ha una struttura finanziaria capace di far confluire fondi in ogni parte dell'economia. Ha un forte settore pubblico in grado di coordinare una risposta rapida. La velocità - ribadisce - è essenziale per l'efficacia". L'ex presidente della Bce torna poi su quello che è uno dei sui punti cardini: il lavoro, che va difeso tutti insieme. "La priorità non deve essere solo offrire un reddito di base a chi perde il lavoro - spiega - Dobbiamo proteggere la gente dalla perdita del lavoro. Se non lo facciamo emergeremo dalla crisi con una permanente occupazione più bassa". Insomma scelte veloci e straordinarie perché il rischio è che la crisi non sia ciclica ma diventi strutturale e perché il nemico di fronte non è da sottovalutare. "La pandemia del coronavirus è una tragedia umana potenzialmente di proporzioni bibliche", parola di Mario Draghi.  

Una frase che racconta meglio di tutte la difficoltà che stiamo vivendo, visto che la pronuncia l'ex presidente della Bce sempre pronto a bacchettare i governi per la necessità di controllare la spesa, mettere a posto i conti e, soprattutto, impegnarsi per la riduzione del debito. "E' già chiaro che la risposta" alla guerra contro il coronavirus "deve coinvolgere un significativo aumento del debito pubblico". "La perdita di reddito del settore privato - scrive nella sua analisi - dovrà essere eventualmente assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci dei governi. Livelli di debito pubblico più alti diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e sarà accompagnata da una cancellazione del debito privato". Come dire, si tratta di un intervento non certo convenzionale. Del resto i riferimenti sono quelli di un'economia bellica e le "guerre sono state finanziate da aumenti del debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale. In Italia e in Germania fra il 6 e il 15% delle spese di guerra in termini reali sono state finanziate con le tasse". Uno dei concetti base è la velocità di azione, l'altro il ruolo dell'Europa. "La velocità del deterioramento dei bilanci privati, causata da uno shutdown che è inevitabile e opportuno" - scrive - deve incontrare "un'uguale velocità nel dispiegare i bilanci dei governi, mobilitare le banche e, come europei, sostenerci uno con l'altro in quella che è evidentemente una causa comune".

Secondo scenari economici un economista tedesco, Christian Odendhal, del Centre for Euriopean Reform, quindi un europeista convinto, ci spiega come tutti i vari aiuti europei non saranno altro che delle grandissimi, enormi, devastanti, fregature per tutti i paesi che li utilizzeranno, a parte la Germania. Lo dice chiaramente, disegnando, in una serie di tweet, il cammino di progressivo inganno e distruzione economica, culminanti con una pesante PATRIMONIALE, che seguirà all’utilizzo dei finanziamenti del MES  

la Germania è ben cosciente dei danni dell’attuale crisi legata al Coronavirus e non può permettersi, in questa fasi, di accompagnarla ad una crisi economica e finanziaria ritaliana. Per questo, in questa fase, la Germania sembra di essere disposta ad appoggiare l’utilizzo del MES, ad appoggiare politicamente la BCE ed anche un cambio di direzione del flusso dei fondi europei.

In realtà, spiega Odendhal , il MES è stato creato proprio per questa finalità, ed infatti sta acquisendone le caratteristiche operative: potere di veto da parte dei grandi paesi (Gemania e Francia), debito privilegiato su quello esistente (per cui se lo utilizzi ti trovi il debito pubblico degratato a Junior , quindi di minor valore) irresponabilità giuridica del MES. Tutte cose che sono  finalizzate ad avere uno strumento superiore, che dovrebbe, in teoria, mantene i vari governi in riga.

Quando la crisi è estrema , come quella del COVID, allora si entra in un territorio nuovo, ed in questo caso, essendo il debito MES un debito “Senior” quindi privilegiato sugli altri, può essere concesso SOLO se il resto del debito è sostenibile, perchè, altrimenti, questo perde di valore. Infatti il debito dello stato ordinario, i nostri BTP, diventa “Junior”, e come accade per quello delle banche, non viene pagato nel caso ci siano dei problemi. Il debito dello stato perde certezza

Aquisto punto il debito italiano, dopo un prestito MES, NON E’ PIU’ SOSTENIBILE perchè c’è il debito privilegiato del MES. A questo punto bisogna risolvere il problema del debito italiano e ci sono solo tre vie:
a) un vero potente intervento del  MES a fronte di un forte impegno dell’Italia sotto forma di imposta patrimoniale o di vendita forzosa di titoli ai ricchi (quest’ultima è l’idea di Monti);
b) una “Giapponesizzazione” dell’Italia con l’intervento della BCE ed acquisto del debito in eccesso, ma in questo caso si violerebbero le norme BCE;
c) un prolungamento delle scadenze del debito pubblico italiano, ma questo sarebbe un default del debito.

Odendhal afferma che è l’occasione per l’Euro Zona per presentarsi come un elemento di stabilizzazione, ma questo non sembra possibile senza un cambiamento di mentalità che neanche lo stesso economista tedesco, per ora, viene. Le sue parole confermano come il MES non sia altro che uno strumento di strozzinaggio, un modo per farci affondare definitivamente dal punto di vista economico, ed appare incredibile che personaggio come Giavazzi , Reichlin e Stefano Feltri lo appoggino. Bisognerà ricordarsene , al momento giusto.

Oggi – scrive l’ex sottosegretario alla Giustizia – sono molto occupato perché devo scrivere la denunzia da presentare alla Procura di Roma contro questi cialtroni di governanti e questi tromboni di medici che hanno sulla coscienza seimila (nel frattempo sono diventati 7.503) morti per averci chiuso in casa con un mese di ritardo”. Così l’avvocato Taormina sui social network.

“Il problema sarà di trovare magistrati che non siano conniventi col potere e che quindi come al solito vogliamo coprire queste gravissime responsabilità. Vorrà dire che denunzieremo anche i magistrati che non dovessero fare il loro dovere. Da cittadini rispettosi delle istituzioni, abbiamo il dovere di fidarci e quindi di provare”.

Ci sono volute sei ore di discussioni accese per arrivare ad una soluzione di compromesso. Il documento, approvato da tutti i 27, non menziona il Mes e prevede che la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, presentino entro due settimane proposte di lungo periodo. Il premier italiano era andato all'attacco di alcuni leader europei del Nord: "Se qualcuno dovesse pensare a meccanismi di protezione personalizzati se li può tenere: l'Italia non ne ha bisogno: abbiamo le carte in regola con la finanza pubblica". Sulla stessa posizione italiana la Francia e il leader spagnolo Sanchez  

E' un Conte furioso quello che ha attaccato senza mezzi termini le posizioni attendiste di alcuni colleghi europei del Nord - con la Germania in prima fila nel voler negare aperture - collegati in video conferenza durante il Consiglio Europeo. Una riunione che fino alla soluzione di compromesso raggiunta in tarda serata, non aveva sortito alcun effetto positivo e  rischiava di incrinare ulteriormente i rapporti all'interno del Continente: "Come si può pensare che siano adeguati a questo shock simmetrico strumenti elaborati in passato, costruiti per intervenire in caso di shock asimmetrici e tensioni finanziarie riguardanti singoli Paesi?". Ma Conte rincarava la dose: "Se qualcuno dovesse pensare a meccanismi di protezione personalizzati elaborati in passato allora voglio dirlo chiaro: non disturbatevi, ve lo potete tenere, perché l'Italia non ne ha bisogno", ha aggiunto.  

L'Italia, dunque, respinge la bozza in discussione al tavolo del Consiglio europeo sugli strumenti per fronteggiare la crisi economica legata al coronavirus. Ma va detto anche che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte non è solo: c'è la Francia e in particolare al fianco dell'Italia c'è il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez. Tutti hanno chiesto che in 10 giorni la Ue trovi "una soluzione adeguata alla grave emergenza che tutti i Paesi stanno vivendo". Conte ha ringraziato per il lavoro fatto, continua palazzo Chigi, ma non accetta la bozza.  

L'altra questione 'bollente' riguarda il Mes, Meccanismo europeo di stabilità, in particolare le condizioni in base alle quali concederebbe una linea di credito rafforzata per facilitare i Paesi sui mercati. La critica dell'Italia e di altri Stati (più o meno gli stessi che hanno firmato la lettera sul Coronabond) è che non può valere la stessa "condizionalità" prevista per crisi finanziarie classiche (tipo Grecia) essendo quella del coronavirus del tutto differente per natura. La condizionalità del Mes prevede la definizione di un programma di consolidamento e una supervisione stretta delle politiche economiche e finanziarie nazionali. L'Eurogruppo non è riuscito a trovare il consenso generale, i capi di Stato e di governo cercano di trovare una via di uscita per poi delegare i ministri del Tesoro a definire gli aspetti tecnici. Ma per ora un'intesa non c'è.

L’Irlanda rompe il fronte dei “rigoristi” del Nord in Europa. Dublino, negli ultimi anni avvicinatosi al fronte della “Nuova Lega Anseatica” guidato dall’Olanda e considerato il caposaldo dell’austerità e della lotta politica per un’Europa scarsamente inclusiva, si smarca dai suoi alleati più stretti e si unisce al fronte dei Paesi del Sud sugli Eurobond.

Il Taoiseach primo ministro Leo Varadkar si è mosso nella direzione del fronte di governi guidati da Emmanuel Macron e Giuseppe Conte per chiedere l’attivazione di un titolo comune per l’intera Eurozona in risposta alla marea montante della recessione. Dublino rischia di schiantarsi al suolo e si converte sulla via di Damasco alla solidarietà europea e al superamento dell’austerità interna: l’Irlanda rischia di essere infatti tra i maggiori perdenti dell’attuale contesto.

il fronte dei rigoristi non si vedeva così compatto dai tempi dell'austerità imposta alla Grecia. Da allora, molto sembrava essere cambiato: il 'mea culpa' dell'ex presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker verso i greci e la dissoluzione della troika, l'apertura della Ue verso un orientamento di bilancio più espansivo e la disponibilità della nuova Commissione ad un approccio generale più flessibile sui conti pubblici. Ma, nel momento del bisogno, i nodi vengono al pettine: il Nord non si fida del modo di gestire i conti pubblici del Sud, ed esattamente come dieci anni fa non è pronto a mettere in comune risorse, tantomeno i propri debiti, facendo da garante a Paesi al di sotto della tripla A. Nessuno pensa a "una mutualizzazione del debito pubblico. Ciascun Paese risponde per il proprio debito pubblico e continuerà a risponderne", ha detto Conte ai colleghi Ue. Ricordando che l'Italia "ha le carte in regola con la finanza pubblica: il 2019 l'abbiamo chiuso con un rapporto deficit/Pil di 1,6 anziché 2,2 come programmato". Con l'Italia ci sono Francia, Spagna, Irlanda, Belgio, Grecia, Portogallo, Lussemburgo e Slovenia, firmatari con Conte della lettera sui Coronabond.  

E' fumata nera sui Coronabond. Dopo un vertice di oltre sei ore e il veto posto dall'Italia sul testo di conclusioni, i 27 leader della Ue decidono di darsi altre due settimane per mettere a punto la nuova strategia anti-crisi economica. Sul tavolo c'è tutto e niente allo stesso tempo: la dichiarazione comune non cita né il Mes, che l'Italia ha fatto rimuovere, né uno strumento di debito comune, a cui i rigoristi continuano ad opporsi. Quindi il confronto che proseguirà nei prossimi giorni non esclude nulla ma riparte esattamente da dove era iniziato: da un'Europa divisa tra Nord e Sud, tra chi vuole condividere risorse e rischi e chi invece preferisce gestirsi le crisi da solo. La palla ripassa ora all'Eurogruppo.  

La loro battaglia proseguirà all'Eurogruppo. In un'altra giornata inconcludente per l'Europa, l'unica che si muove è Christine Lagarde, che ha avviato il nuovo programma di acquisto di titoli da 750 miliardi di euro per l'emergenza pandemica, il Pepp, facendo saltare il limite del 33% agli acquisiti di debito di ciascun Paese. In sostanza, è una nuova spinta ai leader a mettere in campo qualcosa di nuovo come i Coronabond, perché il Pepp, molto simile allo scudo anti-spread Omt ma non vincolato come esso all'attivazione del Mes, toglie ogni alibi a chi puntava sull'opzione Mes+Omt per i Paesi più in difficoltà ..

Nessuno, insomma, si è spostato dalle posizioni che aveva entrando nella sala virtuale del primo vertice di primavera in videoconferenza della storia. "Ho spiegato che noi preferiamo il Mes come strumento, che è stato fatto per le crisi", ha ammesso la cancelliera Angela Merkel al termine del vertice, ribadendo la posizione tedesca sui coronabond. Con la Germania sono schierate l'Austria ("Respingiamo una mutualizzazione generalizzata dei debiti", ha detto il cancelliere Sebastian Kurz), la Finlandia e l'Olanda. Il premier olandese Mark Rutte spiega bene la resistenza di tutto il fronte del Nord: "Siamo contrari ai coronabond. Molti altri Paesi lo sono, perché porterebbe l'Eurozona in un altro territorio, sarebbe come attraversare il Rubicone. L'Eurozona ha creato i suoi strumenti, come il Mes, che può essere usato in modo efficace, ma con le condizionalità previste dai trattati. Non posso prevedere alcuna circostanza in cui l'Olanda possa accettare gli eurobond".

I leader lo invitano a "presentarci proposte entro due settimane. Queste dovrebbero tenere in considerazione la natura senza precedenti dello shock" del coronavirus e "la nostra risposta deve essere rafforzata, come necessario, con azioni ulteriori in modo inclusivo alla luce degli sviluppi, per finalizzare una risposta esauriente", si legge nella dichiarazione finale. Il testo è sufficientemente vago da accontentare tutti, e riprende anche l'ultimatum che il premier Giuseppe Conte, a metà riunione, aveva dato ai colleghi: "10 giorni per battere un colpo". Perché se si pensa di usare gli strumenti del passato, con aiuti indirizzati ai singoli Stati, "non disturbatevi, ve lo potete tenere, perché l'Italia non ne ha bisogno".  

 La leader di Fratelli d'Italia rimprovera severamente l'Ue, assente in questa crisi tanto grave quanto storica e potenzialmente "mortale" per l'Europa stessa: "L'Europa non è esistita in questa fase. Non c'è un'Europa della solidarietà, delle grandi scelte. Forse pensano che Italia e Spagna devono arrivare in ginocchio al cospetto della prossima Troika? Sbagliano, senza Italia questa Europa si dissolve...". Ed è difficile darle torto.

Dalle parole dure e di reprimenda contro l'Unione Europea a quelle al miele (con un grosso "però") all'indirizzo di Mario Draghi. Giorgia Meloni, intervistata da Leggo, parla a tutto tondo dell'emergenza sanitaria, economica, sociale e politica nazionale e continentale (per non dire mondiale) causa pandemia di coronavirus.

Dicevamo dell'ex presidente della Bce. Sì, perché negli ultimi due giorni, soprattutto ieri in seguito a quanto scritto dall'economista sulle colonne del Financial Times, l'ex numero uno di Francoforte sarebbe il profilo più adatto, capace di mettere d'accordo destra e sinistra, come futuro – prossimo o anteriore che sia – inquilino di Palazzo Chigi. Abbiamo scritto diffusamente dei movimenti di palazzo in corso a Roma, ma anche a Bruxelles e Strasburgo, per sondare il terreno e verificare se ci siano o meno le condizioni per un governo di unità nazionale – come si è augurato lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella – per affrontare al meglio l'incubo coronavirus. La figura di Mario Draghi sarebbe gradita a molti, dalla Lega di Salvini a una parte del Partito Democratico di Zingaretti – passando per Italia Viva di Renzi, Casini e altri centristi – per guidare un esecutivo di coesione. Contrario, ovviamente, il Movimento 5 Stelle.

Quindi, la Meloni torna a ribadire come sia contraria alla linea del governo giallorosso e del sedicente avvocato del popolo: "Rispetto a Giuseppe Conte, ho detto che bisognava chiudere tutto subito e fare tamponi di massa. Ma l'emergenza sanitaria va superata, poi serve affrontare un'emergenza economica che durerà anni. Ci sarà da ricostruire, senza più limitazioni. Serve un'altra Italia".

Questo, infatti, il suo pensiero esternato al quotidiano free press: "Draghi è una grande personalità, lo ringrazio per le parole sulla necessità di fare deficit in una fase così drammatica. Ma i governi non si fanno per alchimie. Preferisco il voto popolare. Insomma, elezioni quando si potrà tornare a votare dopo l'emergenza, per gestire la lunga fase di ricostruzione".

Intanto  una parte del Pd e alcune forze di opposizione - da Matteo Salvini a Matteo Renzi, passando per Forza Italia e il centrista Pier Ferdinando Casini - avrebbero iniziare a tessere le fila per dare vita a un primo embrionale fronte pro-Draghi, per dare vita in futuro – chissà e chissà se sarà prossimo o anteriore – a un esecutivo da lui guidato.

Già nella giornata di ieri, peraltro, erano arrivati apprezzamenti, endorsment, parole al miele da Massimo Cacciari a Mario Monti e anche frasi sibilline, come quelle del segretario della Lega. Ecco, il capo politico del Carroccio, dal suo scranno, quest'oggi ha commentato, plaudendolo, l'intervento di Draghi sulle colonne del Financial Times, e ha così parlato: "Mi si permetta di ringraziare il presidente Draghi per le sue parole, perché è caduto il mito del non si può fare debito, oggi ci ha detto che si può fare debito. Benvenuto presidente Draghi ci serve l'aiuto di tutti, ci serve anche il suo, quindi sono contento, di quello che potrà nascere".

Un governo Draghi non avrebbe solo il benestare il Salvini, ma anche di Forza Italia. L’azzurra Anna Maria Bernini si è così espressa: "Draghi ha titolo per essere evocato perché è quel signore che ha salvato l'euro e in tasca ha una serie di soluzioni che dobbiamo condividere". E Renzi, che ha sempre apprezzato Draghi, dice rivolgendosi a Conte: "Mario Draghi le indica la strada, quando dice che certo bisogna fare debito ma bisogna farlo per dare liquidità alle piccole e medie imprese perché rischiano di morire".

Dall'altra parte della barricata, assolutamente contrari i 5 stelle, così come è fredda Giorgia Meloni. Il reggente grillino Vito Crimi si è limitato a un tanto secco quanto lapidario "No", che riassume in somma sintesi quella che è la linea e lo stato di tilt nel quale navigando ora i five stars. Staremo a vedere cosa succederà...

 

 

 

 

 

Cominciamo dall'aspetto più tragico, i troppi decessi a causa del letale virus. In un fondo interessante Riccardo Cascioli, riflette sul record di morti in prevalenza anziani in Lombardia e il conseguente loro abbandono. Senza minimizzare l'aggressività del Covid-19, un fattore importante dell'alta mortalità è l'insufficienza delle strutture sanitarie, a cui si è sommata l'incompetenza dimostrata dal governo.

Cascioli punta il dito sui tanti anziani che sono lentamente morti in casa, oppure sono arrivati in ospedale e rimandati a casa, «e non è certo colpa dei medici; semplicemente negli ospedali non ci sono più posti e scarseggiano anche i sanitari, colpiti loro stessi in gran numero dal coronavirus». (R. Cascioli, “Record di morti in Italia, c'entra l'abbandono degli anziani”, 23.3.2020, LaNuovaBQ.it).

«Quello che in altri tempi sarebbe potuto essere classificato come un caso di malasanità, oggi in certe zone è diventato purtroppo ordinaria amministrazione».

Cascioli riporta una serie di dati per evidenziare l'enorme disparità di tassi di mortalità da regione a regione. Il totale dei contagiati e dei morti si trova in Lombardia il 12,7%. La spiegazione di tanti è perchè in Lombardia si trova la popolazione più anziana. Non è affatto vero: delle 4 regioni prese in esame, la Lombardia è la più giovane: gli ultrasessantacinquenni sono il 22,6% della popolazione e l’indice di vecchiaia è 165,5, mentre per il Veneto è 172,1, per l’Emilia Romagna 182,6 e per il Piemonte addirittura 205,9 (vale a dire che ci sono più di 2 anziani per ogni ragazzo sotto i 14 anni).

Inoltre per quanto riguarda Bergamo e Brescia, sono due province, abbondantemente sotto la media regionale in quanto a indice di vecchiaia. Secondo Cascioli «il picco di mortalità in Lombardia non trova una spiegazione esauriente».

La questione è che «non essendoci posti letto sufficienti, le persone vengono lasciate morire. Non per cattiveria dei medici, non perché manchi la volontà di curare, ma semplicemente perché non c’è la possibilità di fare altrimenti».

Inoltre sottolinea Cascioli, «nei giorni scorsi è stato detto da più parti in Lombardia, un po’ sottovoce un po’ indirettamente, che i medici sono costretti a fare delle scelte».

Tuttavia pare che ai decessi dopo la terapia intensiva riportati ufficialmente dalla Protezione civile, si dovrebbero aggiungere quelli degli anziani morti in casa, che sono più numerosi.

Infatti Cascioli scrive: solo negli ultimi tre giorni in Lombardia sono morte 1.288 persone: fossero stati pazienti in buona parte ricoverati in terapia intensiva ne dovremmo vedere l’effetto, visto che questo numero è nettamente superiore a quello dei ricoverati giornalieri in terapia intensiva (ieri erano 1.142 contro i 1.050 di due giorni prima). 

Pertanto secondo il direttore de LaNuovaBQ citando le linee guida di etica clinica emanate il mese scorso dalla SIAARTI (Società Scientifica di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva), indicano «la necessità di non occupare la terapia intensiva con persone anziane e con patologie pregresse. Con buona pace di chi, nei giorni scorsi, di fronte alla strategia annunciata dal premier britannico Boris Johnson, ha rivendicato per l’Italia una sorta di superiorità morale perché noi ci occupiamo di tutti allo stesso modo».

Dunque causa di questo disastro attuale è solo in parte l'aggressività del coronavirus, per Cascioli, parte importante è l’insufficienza del nostro sistema sanitario. E stiamo parlando della sanità lombarda. Poi alla debolezza strutturale si aggiunge il Governo Conte che, a oltre due mesi dalla notizia dell’epidemia in arrivo, non ha provveduto ancora a dotare il personale sanitario delle necessarie protezioni. Mascherine e guanti sono ancora introvabili. In ogni caso è già tardissimo, oltretutto con migliaia di medici ammalatisi a rendere ancora più difficile il lavoro a una categoria già sottodimensionata. Però è molto più comodo prendersela con quelli che fanno jogging.

L'Italia un modello per gli altri Paesi.

Un'altra osservazione frequente sui Media di questi giorni è quella che l'Italia è un modello per gli altri Paesi per come sta combattendo il corona virus. E' un ragionamento falso secondo Paolo Gulisano.

Circolano «narrazioni sui Media, sui social, che la strategia con cui l'Italia sta combattendo l'epidemia di Sars Covid 19 è la migliore possibile, un modello ovviamente invidiato e ammirato come tutto il resto del Made in Italy».(P. Gulisano, “L'Italia un modello? Certo, da non seguire”, 23.3.2020, LaNuovaBQ.it).

Gulisano fa riferimento a un articolo apparso ieri sul New York Times, a firma di Jason Horowitz, esperto di affari italiani. L’analisi di Horowitz è lucida e impietosa. «L’Italia ha commesso una serie di terribili errori strategici nella modalità di affrontare l’epidemia. L’Italia è il Paese in Europa dove l’epidemia si è di gran lunga più diffusa, e questo dovrebbe fare riflettere. Dove il numero di morti ha addirittura superato quello della Cina, che ha un numero di abitanti 25 volte superiore. E’ evidente che qualcosa non ha funzionato. Per certi versi si potrebbe dire che l’Italia sta diventando sì un modello per gli altri Paesi, ma come esempio di come non si debba procedere».

Sostanzialmente l'Italia è arrivata impreparata al conflitto, tra l'altro è accaduto spesso nella Storia. E continuando con i termini bellici «è come se il Governo avesse mandato allo sbaraglio i suoi soldati e ufficiali, come quando nella Prima Guerra Mondiale i generali mandavano i reparti al massacro fuori dalle trincee. Potremmo dire che questa sprovvedutezza è una eredità di anni di tagli insensati alla Sanità».

Continuando nelle riflessioni la situazione è stata poi complicata dalle scelte del governo Conte con l'attendismo, le incertezze di azione, sulla scarsa comprensione del fenomeno, sui mancati controlli sui rientri dalla Cina, motivati dall’intento di non apparire razzisti, di non fare regali alle forze politiche di opposizione. «Se l’esperienza italiana ha qualcosa da insegnare, fa notare Horowitz, è che le misure per isolare le aree colpite e per limitare gli spostamenti della popolazione devono essere adottate immediatamente, messe in atto con assoluta chiarezza e fatte rispettare rigorosamente».

Secondo Gulisano il virus si era da tempo diffuso, silenziosamente, a causa della mancanza di controlli sugli arrivi dalla Cina. Ormai sappiamo che ben prima del celebre caso uno di Codogno il virus era già attivo da settimane in Italia, trasmesso da persone asintomatiche e spesso scambiato per un’influenza stagionale. Tra l'altro si  è diffuso maggiormente in Lombardia, perchè è la regione italiana con le più forti relazioni commerciali con la Cina. (ecco perchè probabilmente in altre regioni d'Italia, in particolari al Sud, ci saranno meno contagi) .

Dagli “aperitivi solidali” allo Stato di polizia.

Infine un altro tema sul quale si sta discutendo a lungo è quello delle misure restrittive, le limitazioni della libertà. Chi avrebbe pensato, fino a poco tempo fa, che ci saremmo ritrovati in uno scenario di sostanziale legge marziale, in cui un’intera nazione è praticamente agli arresti domiciliari? Bisognava arrivare a questo punto per debellare un virus seppure letale? Anche ieri sera nella trasmissione su rete 4 di Barbara Palombelli, il dibattito tra gli intervenuti si è acceso. Certo non sarò io adesso a dover difendere la Costituzione, la Democrazia, sarebbe un paradosso, io che studiando la Storia, spesso mi appassiono per le gesta di combattenti, di generali, di Re e Regine, tra l'altro in gioventù ero perfino abbonato a un periodico dal titolo eloquente,“Monarchia”, io che recentemente ho riscoperto perfino la grande figura del dittatore illuminato, Antonio Oliveira Salazar.

Certo comprendo che di fronte a un nemico invisibile e letale non si può rispondere che con la quarantena più rigida, col risultato che occorre sacrificare momentaneamente la nostra libertà personale. Anche se in Corea del Sud non è stato proprio così. Comunque sia anche qui sono necessarie alcune riflessioni sul comportamento degli uomini di sinistra e del Governo. Siamo passati dagli “aperitivi solidali” allo Stato di polizia, dal relativismo all'autoritarismo, scrive il professore Eugenio Capozzi.

Per questa gente non era facile far accettare in base al realismo e al buonsenso di chiudere immediatamente i confini a quanti provenivano dalla Cina quel o costringere quest’ultimi alla quarantena. Simili misure suonavano radicalmente inaccettabili alle orecchie degli esponenti politici del Pd e dei 5Stelle, così come di tutta l’opinione pubblica “progressista” del paese. «Si trattava naturalmente di un tasto molto dolente, di un tema indigesto per generazioni di progressisti occidentali. Ma in Italia in particolare, nella cultura egemone a sinistra il tema della sicurezza nazionale era stato totalmente rimosso in favore dell’esaltazione di un europeismo astratto e idealizzato, così come della convinzione ingenua che il mondo globalizzato fosse ormai un mondo senza più confini effettivi, in cui la governance sovranazionale fosse in grado di affrontare qualsiasi problema e conflitto».(E. Capozzi, “Dagli “aperitivi solidali” allo Stato di polizia, relativismo e autoritarismo al tempo del Coronavirus”, 22.3.2020, L'Occidentale).

Pertanto chiudere i confini per questi politici omologati al pensiero unico “no border”, era pericoloso in sé, non si poteva dare ragione a Salvini e ai sovranisti. Se non ché arriviamo alla prima settimana di marzo, l'atteggiamento del governo Conte cambia bruscamente , è passato dalla“La situazione è sotto controllo”, dal“Niente allarmismi” alla strategia di un “lockdown” in stile “cinese” massiccio e indiscriminato sull’intero territorio nazionale; completato da misure via via più stringenti di limitazione della libertà di movimento di tutti i cittadini.

Addirittura qualche governatore di sinistra manifesta per l'occasione un piglio militaresco, quasi “sudamericano”, in cerca di facili consensi securitari (esibizione che se fosse stata fatta dall’ex ministro degli Interni avrebbe suscitato commenti di orrore e raccapriccio).

Intanto i Media, gli intellettuali, più o meno organici, si sono adeguati alla nuova linea. In pochi giorni siamo passati all'esaltazione dell'”uomo forte”, alla perentoria esortazione a “stare tutti a casa”. Fino alla pubblica delazione dei presunti “untori”, nella persona dei cittadini che, tra lo stupore dei nuovi zeloti, si ostinavano ancora a pretendere di camminare o correre da soli, pur essendo queste attività ancora legali e assolutamente compatibili con il “distanziamento sociale”.

Praticamente ora tutta l'attenzione viene posta sulla popolazione “indisciplinata”, la responsabilità è sua «dell’aumento dei contagi, scagionando così in un colpo le colossali inefficienze, i ritardi, le esitazioni fatali, le leggerezze, le preclusioni ideologiche da parte del governo che nelle settimane precedenti hanno trascinato il paese in una crisi drammatica con pochi precedenti nel dopoguerra».

Tuttavia Capozzi in questa “libido autoritaria” generale ha visto che viene esercitata anche dalle componenti della cultura politica di destra. Troppi esponenti della Lega e Fdl si sono associati con entusiasmo al governo in questa nuova strategia. Hanno fatto bene, hanno fatto male?

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