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Sabato, 21 Ottobre 2017

Renzi dice che 'il governo era d'accordo' e aggiunge: 'Galateo istituzionale? preferisco gli interessi dei risparmiatori'. Palazzo Chigi ribadisce che le scelte del premier 'saranno ispirate alla salvaguardia dell'autonomia dell'Istituto'. 'Piena fiducia' del premier alla sottosegretaria Boschi, mentre interviene anche Berlusconi, secondo il quale il governatore 'non ha svolto il controllo che ci si attendeva'. Durissimo Bersani: 'Si vuole dare addosso alle guardie per lasciare tranquilli i ladri'.

"Il governo non era semplicemente informato: era d'accordo. La mozione parlamentare non solo era nota al governo, ma come sa chi conosce il diritto parlamentare questa mozione prevedeva che il governo desse un parere. Che c'è stato. Ed è stato positivo". Matteo Renzi rilancia in una intervista a Qn e si chiede 'vogliamo dire che il Parlamento non ha diritto di discutere?', pur ribadendo di non avere 'una questione personale con il governatore Visco'.

"Innanzitutto questo è un incidente, prima rientra meglio è per il Paese". Così il ministro dello sviluppo economico a Repubblica Tv sulla mozione del Pd sui vertici di Bankitalia.

Per Calenda dietro alla mozione "non c'è una strategia, ma si è sottovalutato cosa si stava facendo e la sede dove lo si faceva. Se ci fosse stata una strategia sarebbe un errore gravissimo". Calenda ha anche detto ''penso che sia stata una leggerezza non ci sia stato il disegno di indebolire il governo''. 

Nessun asse con Renzi, come qualche giornale ha maliziosamente insinuato", ha affermato il leader di Forza Italia in una nota. "Sul caso Bankitalia la mia posizione è stata di massima trasparenza e chiarezza: ho denunciato l'antico vizio della sinistra per l'occupazione dei posti e ribadito, allo stesso tempo, che è comprensibile la volontà di controllo su quello che è successo in questi anni - spiega - Proprio per questo abbiamo chiesto per primi la Commissione Parlamentare di inchiesta sulle banche che ha appena iniziato i suoi lavori". Berlusconi ha poi aggiunto: "Spetterà proprio alla Commissione Parlamentare indagare su comportamenti di banche e banchieri, e naturalmente anche su quello degli Organi di Vigilanza". E ancora: "Su Bankitalia tutto questo ho detto anche per invocare il rispetto delle regole, che qualcuno ha disinvoltamente dimenticato o addirittura violato. Un comportamento che svela appunto quell'antica cupidigia di potere della sinistra che mira solo ad occupare i posti. Prima lo faceva dopo le elezioni, adesso lo fa anche prima".

Certamente la Banca d'Italia non ha svolto il controllo che ci si attendeva, non sono del tutto senza senso le volontà di un controllo su quello che si è verificato". Lo ha detto Silvio Berlusconi sul caso Visco, al suo arrivo al pre-vertice del Ppe. "Peraltro - ha aggiunto - in questo si può vedere quella voglia della sinistra di occupare tutte le posizioni di potere una volta lo facevano dopo le elezioni ora lo fanno prima"

Intanto fonti di Palazzo Chigi fanno sapere che sul tema della Banca d'Italia le decisioni del Presidente del Consiglio "saranno basate sulle prerogative a lui attribuite dalla legge ed ispirate esclusivamente al criterio di salvaguardia dell'autonomia dell'Istituto". 

Poi il leader del Pd, Matteo Renzi, registrando Otto e Mezzo su La7 ha spiegato: "Anch'io me lo sono chiesto, il perchè di questo putiferio. Da sempre la politica discute se Bankitalia funziona o no. Che cosa ho toccato? Io ho due mutui. Questa è l'unico rapporto con le banche. Non so se sono poteri forti o deboli, ma sto con i risparmiatori". "Non abbiamo nessuno scheletro nell'armadio. Siamo i primi a essere interessati al fatto che la Commissione sulle banche lavori e faccia chiarezza". L'eventuale riconferma di Visco "non sarà una mia sconfitta - ha detto Renzi -. Io non ho posto una questione di nomi".  

"E' in corso l'eterno gioco tra guardie e ladri. Si vuole dare tutto addosso alle guardie per lasciare tranquilli i ladri. Faccio notare che negli Stati Uniti PRIMA hanno messo in galera Madoff e POI si sono chiesti se la Sec avesse fatto tutto il necessario". Lo scrive sulla sua pagina ufficiale di Facebook, Pierluigi Bersani (Mdp) 

"Noi difendiamo l'indipendenza di Banca d'Italia e allo stesso tempo aspettiamo la proposta del presidente del Consiglio e del ministro dell'Economia e in base a quella giudicheremo". Lo ha detto il ministro degli Esteri Angelino Alfano al suo arrivo al pre vertice del Ppe. "Ci sembrano esagerate alcune reazioni contro il Pd - ha aggiunto Alfano - che è un grande partito e nel parlamento ha diritto di esprimere le proprie opinioni".

Più decentramento, più risorse sul territorio, meno tasse. Questa la piattaforma su cui sperano di lavorare da lunedì gli amministratori locali e regionali di Forza Italia. E su questa piattaforma di buon governo e autonomia si riconosce tutto il centrodestra lombardo, compattandosi in vista delle Regionali. Gli assessori regionali sono impegnati in questi giorni in iniziative di presentazione delle modalità elettroniche di voto. I partiti non si sono tirati indietro. 

Cosi alle 12 al teatro Piccolo, nel cuore di Milano, la conferenza stampa congiunta di Silvio Berlusconi e Roberto Maroni. Il leader di Forza Italia e il governatore, fianco a fianco, per far votare e per far votare Sì. Sì «a ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia», quello che i cittadini delle Regioni più grandi e dinamiche del Nord, domenica potranno scrivere sulla scheda (anzi digitare sui tablet elettorali) per far partire una vertenza perfettamente inserita nei meccanismi costituzionali.

La conferenza stampa sul referendum di domenica prossima diventa l'occasione per riparlare delle alleanze politiche.Come anticipato ieri, resta saldo l'accordo con il Carroccio. "Non c'è mai stato motivo di distacco con la Lega - assicura - siamo consapevoli che insieme siamo più forti di altre forze politiche"

E svela di aver fissato un incontro con Matteo Salvini per stendere il programma del centrodestra la prossima settimana. Al centro del patto, poi, c'è un accordo molto semplice: "Il movimento politico che prenderà più voti nel centrodestra esprimerà il presidente del Consiglio - spiega lo stesso Berlusconi - è sempre stato così nel centrodestra e così sarà".

In una intervista al Corriere della Sera, in cui esclude invece larghe intese e prevede di "vincere le elezioni, governare e cambiare il Paese, con i nostri alleati del centrodestra", Silvio Berlusconi delinea i termini del patto stretto con il leader della Lega Nord.

Berlusconi e Salvini sono entrambi d'accordo sul fatto che la forza politica del centrodestra che prenderà più voti indicherà al capo dello Stato Sergio Mattarella il nome del presidente del Consiglio per l'intera coalizione. "Io non ho alcun dubbio sul fatto che quel nome lo dovremo indicare noi - chioda il Cavaliere - siamo valutando diverse figure ma naturalmente non ne nominerò nessuna, visto il polverone mediatico che si era sollevato quando in passato avevo citato qualche nome solo a titolo di esempio"

Per quanto riguarda il Rosatellum Berlusconi ammette che "non è la legge elettorale, ndr migliore possibile""Io - confida - avrei preferito un proporzionale puro sul quale in passato tutti si erano detti d'accordo. Ma oggi questa legge è il miglior compromesso possibile".

Poi l'ex presidente del Consiglio lo ha spiegato bene sabato: è intervenuto con un video alla manifestazione degli azzurri al teatro San Carlo e ha inquadrato le ragioni liberali e nazionali di una battaglia referendaria che non è solo leghista: «Se la Lombardia cresce, cresce tutta l'Italia, cresce l'intero paese - ha detto Berlusconi -. Questo non è un referendum di parte, tanto è vero che i consensi sono trasversali». «È una significativa occasione civile - ha spiegato - nella quale Forza Italia è schierata a fare la sua parte per spiegare ai cittadini le ragioni per andare a votare e naturalmente per votare Sì». E sono state moltissime le iniziative referendarie organizzate da Forza Italia fra Milano e provincia: 170 ne ha contate il coordinatore provinciale Graziano Musella, doppiamente coinvolto nella partita dell'autonomia, da dirigente politico e da sindaco.

Intanto gli assessori regionali sono impegnati in questi giorni in iniziative di presentazione delle modalità elettroniche di voto. I partiti non si sono tirati indietro. Due giorni fa Maroni ha partecipato a un evento referendario con Maurizio Lupi, leader di «Lombardia popolare», la costola lombarda di Area popolare. Oggi pomeriggio, fra le protagoniste di un'iniziativa tutta al femminile, è prevista anche Viviana Beccalossi, l'assessore regionale di Fratelli d'Italia che con la sua convinta adesione ha compensato le contrarietà del presidente di Fdi Giorgia Meloni. Più incertezza e confusione all'opposizione. 

Contrarissima la «sinistra-sinistra», mentre il Pd è diviso: c'è un comitato dei sindaci per il Sì, con l'adesione del primo cittadino di Bergamo e aspirante governatore Giorgio Gori; il collega milanese Beppe Sala invece si era pronunciato per il Sì ma poi non voterà, mentre il partito, con il segretario regionale Alessandro Alfieri, ha elaborato una posizione piuttosto cervellotica: astensione ma poi «se andasse male in termini di partecipazione si va avanti lo stesso». E i infine i 5 Stelle: hanno candidamente ammesso che la formulazione del quesito è stata «l'unica volta in cui siamo stati determinanti».

Un tema che Forza Italia ha in programma dal 1994 e che aveva inserito nella riforma costituzionale bocciata nel 2006. "Lo statalismo della sinistra deve essere sostituto con un vero federalismo - mette in chiaro il Cavaliere - lo Stato è sempre distante e le regioni possono garantire risorse e servizi ai cittadini".

"Ho chiesto ai miei avvocati se posso votare domenica... Non lo so". Berlusconi scherza con chi gli chiede se domenica andrà a votare per l'autonomia della Lombardia. Ma poi si fa subito serio e spiega l'importanza di un voto che chiama in causa due delle Regioni più produttive del sistema Italia. "Ci sono anche tanti sindaci del Pd - fa notare il leader di Forza Italia - che hanno espresso la loro simpatia per il 'sì' contro quella che è la posizione del partito centrale che vede nel referendum un'anticipazione delle elezioni del prossimo anno e poi perché la linea del Pd è centralista e statalista". Ed è anche per questo che il Cavaliere non alcuna possibilità di coalizione con il Pd. "Siamo distanti per storia, tradizione, ideologia e valori - mette in chiaro - per tutto".

Quello che Berlusconi ha in mente di costruire è un centrodestra "aperto e plurale, formato non da professionisti della politica ma da persone che nella vita professionale, nel lavoro, nell'impresa, nella cultura, nell'impegno civile, abbiano dimostrato onestà assoluta, serietà, capacità concrete di realizzare le cose". Niente larghe intese, dunque. Il leader di Forza Italia riparte dall'alleanza con il Carroccio. "Salvini è irruento all'esterno - spiega al Corriere della Sera - quello il suo stile e il suo modo di conquistare consensi, ma quando ci sediamo intorno a un tavolo è un interlocutore serio e ragionevole".

L'amministrazione Trump "non ripeterà gli errori" di quella Obama. Lo sottolinea la Casa Bianca nell'anticipazione della nuova strategia Usa per l'Iran. La nuova politica del presidente affronterà quindi non solo il nucleare ma "la totalità delle minacce derivanti dalle attività maligne del governo iraniano e cercherà di determinare un cambiamento del comportamento del regime" di Teheran.

Negare a Teheran "ogni via per l'arma nucleare", contrastare la minaccia dei missili balistici e "di altre armi asimmetriche", "neutralizzare la sua influenza destabilizzante" nella regione e "contenere la sua aggressione, specialmente il suo sostegno al terrorismo e ai militanti": sono 3 dei 6 punti chiave della nuova strategia approvata da Donald Trump per l'Iran. Tra gli obiettivi negare a Teheran i fondi per le sue "attività maligne", "rivitalizzare le tradizionali alleanze" Usa e opporsi alle guardie della rivoluzione. "La nuova strategia Usa per l'Iran punta a neutralizzare l'influenza destabilizzante del governo iraniano e a contenere la sua aggressione, in particolare il suo supporto per il terrorismo e i militanti", e' il primo punto. 

Era ancora candidato per i repubblicani, aveva già detto di voler fare un passo indietro rispetto all'accordo sulla proliferazione del nucleare trovato con Teheran dall'amministrazione precedente. E oggi si apellerà al mondo, chiedendo di unirsi "nel chiedere che il governo dell'Iran metta fina alla sua ricerca di morte e distruzione".

"È il punto d'arrivo di nove mesi di discussioni con il Congresso e i nostri alleati su come proteggere meglio la sicurezza dell'America", mette in chiaro la Casa Bianca - in parole anticipate dalle agenzie di stampa - puntando a un triplice obiettivo: non solo rendere più difficile per l'Iran lo sviluppo di armi nucleari, ma anche contrastare il programma di sviluppo dei missili balistici e combattere quelle attività iraniane che Washington ritiene portino all'instabilità del Medioriente, dallo Yemen alla Siria.

Nel mirino ci sono anche le Guardie della rivoluzione, l'esercito dei pasdaran contro cui Washington starebbe preparando nuove sanzioni. Nei giorni scorsi sono arrivate invece taglie milionarie per informazioni su Talal Hamiyah, capo delle operazioni all'estero dell'Hezbollah e Fuad Shukr, uno dei comandanti militari. L'organizzazione libanese è vicine alle posizioni iraniane e combatte in teatri come la Siria e lo Yemen.

Gli Usa vogliono inoltre "rivitalizzare le loro tradizionali alleanze e partnership regionali come baluardo alla sovversione iraniana e ripristinare un più stabile equilibrio di potere nella regione". Washington lavorerà anche per "negare al regime iraniano, e specialmente al Corpo della guardia rivoluzionaria islamica (Irgc) , i fondi per le sue attività maligne, e per opporsi alle attività dell'Irgc che sottrae la ricchezza del popolo iraniano". Come quarto punto e' indicato il contrasto delle minacce agli Usa e ai suoi alleati derivanti "dai missili balistici e da altre armi asimmetriche". Gli Usa intendono poi "riunire la comunità internazionale per condannare le evidenti violazioni dei diritti umani dell'Irgc e la sua ingiusta detenzione di cittadini americani e di altri stranieri con accuse pretestuose". Infine, "soprattutto negare al regime iraniano ogni via per l'arma nucleare". Tra le attività nel mirino Usa anche il sostegno iraniano al regime di Assad, l'ostilità verso Israele, la minaccia alla liberta' di navigazione, in particolare nel Golfo Persico, i cyber attacchi contro Usa, Israele ed altri alleati e partner degli americani in Medio Oriente.

"E' tempo per il mondo intero di unirsi a noi nel chiedere che il governo iraniano metta fine al suo perseguimento di morte e distruzione": e' l'appello lanciato dal presidente Usa Donald Trump con l'approvazione di un nuova e più ampia strategia per l'Iran "in consultazione con il suo team per la sicurezza nazionale". "E' il punto d'arrivo di nove mesi di discussioni con il Congresso e i nostri alleati su come proteggere meglio la sicurezza dell'America", rende noto la Casa Bianca.

Con il 31,4% dei voti e i suoi 31 anni, a scrutini quasi finiti, l'ex ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz si appresta a diventare il primo millennial a capo di un Paese europeo. Tuttavia, il suo partito non raggiunge una maggioranza tale da poter governare da solo. L'estrema destra del Fpoe di Heinz Christian Strache si attesta al secondo posto con il 27,4%, i socialdemocratici finora al governo con il partito popolare di Kunz si fermano al 26,7%.

La vittoria di Sebastian Kurz non va imitata  ha detto Angela Merkel a Berlino, rispondendo a una domanda in conferenza stampa. Il risultato delle urne non è un segnale del fatto che "i problemi si risolvono se si fa come in Austria".

Dopo essersi congratulata con lui, la cancelliera tedesca si lascia andare ad alcune riflessioni non proprio positive. "Il risultato ha portato ai vertici l'Oevp (Partito popolare austriaco, ndr) ma l'esito elettorale non significa che i problemi siano già risolti". Poi pronuncia una frase ancora più dura, una stroncatura bella e buona: "La situazione in Austria non è tale da spingermi ad indicarla come esempio da seguire" per la Germania. La Merkel avverte così i tedeschi: stiamo attenti a pensare che l'Austria possa essere un esempio da imitare.

Merkel riflette anche sull'affermazione della formazione austriaca di ultradestra anti-immigrazione Fpö (Partito per la Libertà austriaca), osservando che rappresenta una "grande sfida" per gli altri partiti.

Chi invece festeggia senza alcuna esitazione il successo di Kurz è la destra ungherese, visto che con i risultati di domenica Vienna si avvicina al gruppo dei quattro Paesi Visegrad (V4): Ungheria, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca. Il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijarto, si congratula per il successo a nome del governo ungherese: "Sono certo che vedremo più formati di cooperazione 'V4 plus Austria' nel futuro".

Il cancelliere in pectore austriaco Sebastian Kurz esulta per la vittoria alle elezioni interpretando il risultato delle urne come "un chiaro mandato per realizzare le riforme e i cambiamenti voluti dai cittadini". "Kurz è il chiaro vincitore di questa tornata elettorale", ha detto il presidente Alexander Van der Bellen, ricordando che il risultato definitivo sarà comunicato solo giovedì, dopo lo spoglio dei voti per corrispondenza.

Lo scorso maggio, poco prima di compiere 31 anni, Kurz ha preso le redini del partito, dichiarata finita l'esperienza della grande coalizione con i socialdemocratici (Spö) del cancelliere Christian Kern e portato il Paese a elezioni anticipate. Elezioni che Kurz ha vinto con una vigorosa sterzata a destra della piattaforma centrista del partito in chiave anti-Islam e anti-immigrati: una linea premiata dai cittadini che attribuito all'Övp quasi otto punti percentuali in più rispetto al 2013.

A confermare la diffusa voglia di destra di tanti cittadini austriaci è anche la forte affermazione dell'ultraconservatore, xenofobico ed euroscettico Partito della Libertà (Fpö) che, sotto la guida di Heinz-Christian Strache, ha ottenuto poco meno del 26% dei voti, cinque punti e mezzo in più rispetto al risultato precedente. Tradizionalmente molto dura sui temi dell'immigrazione e dell'accoglienza, la linea dell'Fpö prevede la chiusura di ogni organizzazione islamica in odore di radicalismo «e l'espulsione dei suoi membri fuori dai confini nazionali», ha più volte ribadito Strache.

Leggermente meglio dell'Fpö ha fatto un po' a sorpresa il partito socialdemocratico: secondo le proiezioni, l'Spö di Kern ha raccolto il 27 per cento consolidando di qualche decimo di punto il risultato del 2013 e soprattutto smentendo i sondaggi secondo cui il partito del cancelliere sarebbe dovuto arrivare terzo, staccato dall'Fpö. Un risultato che fa onore a Kern soprattutto se si considera la disastrosa campagna elettorale dei socialdemocratici: pochi giorni prima del voto, il presidente del partito Georg Niedermuehlbichler si è dimesso assumendosi la responsabilità di aver assunto come spin doctor del partito Tal Silberstein. 

L'uomo è finito nell'occhio del ciclone per aver tentato di infangare con fake news diffuse sui social media l'immagine di Kurz, accusandolo a torto di antisemitismo. Il recupero dei socialdemocratici in zona Cesarini non cambia il significato del voto: in un'elezione caratterizzata dalla forte affluenza (il 79,1%), il 58% dei cittadini ha scelto due partiti contrari all'immigrazione, all'accoglienza dei profughi e alla diffusione dell'islam. Uno spostamento confermato dal tonfo dei Verdi: gli ecologisti, unica formazione favorevole all'immigrazione, precipitano dal 12,4 al 3,8% e sperano adesso che il conteggio dei voti espressi per corrispondenza (in Austria tradizionalmente più progressista) permetta loro di superare la soglia di sbarramento del 4%.

Chiusa la parentesi elettorale, a Vienna partono le consultazioni per la formazione del nuovo governo. Il cancelliere in pectore Kurz ha due strade davanti a sé: imbarcarsi in una nuova ma improbabile große Koalition con la sinistra o aprire all'ultradestra dell'Fpö. L'indicazione dei cittadini è stata chiara.

Si delinea una netta maggioranza per un governo di centrodestra formato dai popolari di Kurz e dai liberalnazionali Fpoe di Heinz Christian Strache. I socialdemocratici del cancelliere uscente Christian Kern, nel 2013 ancora primi, ora sono solo terzi. E' ormai tramontata l'ipotesi di un governo arcobaleno di Spoe, liberali, Verdi e lista Pilz, che si ferma al 40,5%.

Giornata di festa nazionale oggi in Spagna all'ombra del conflitto catalano, la crisi istituzionale più grave vissuta dal paese dalla fine della dittatura franchista. Re Felipe VI e il premier Mariano Rajoy assistono dalle 11 in Paseo de la Castellana a Madrid alla tradizionale sfilata militare, cui parteciperanno 3.800 soldati e uomini della Guardia Civil e della Policia Nacional, e 78 aerei. Il palco delle autorità è stato spostato quest'anno all'altezza dello stadio Santago Bernabeu del Real Madrid. Al ricevimento a Palazzo Reale sono attesi fra gli altri tutti i presidenti delle comunità autonome (regioni) spagnole, meno il catalano Carles Puigdemont e il basco Inigo Urkullu.

Oltre 100 comuni catalani non hanno chiuso oggi per la festa nazionale spagnola della Hispanidad, riferisce Tv3. La festa nazionale spagnola interviene nel pieno della crisi fra Barcellona e Madrid. Fra i principali centri che non aderiscono alle celebrazioni spagnole le città di Girona e Badalona.

Potrebbe avere i giorni contati il governo secessionista del presidente catalano Carles Puigdemont dopo la dichiarazione di indipendenza 'sospesa' di ieri, che ha scatenato l'ira di Madrid. Il premier Mariano Rajoy ha attivato oggi la procedura per l'applicazione dell'articolo 155 della costituzione, che consente di sospendere di fatto l'autonomia catalana e destituirne il presidente e i ministri. 

Rajoy ha lanciato un ultimatum. Entro lunedì alle 10 del mattino Puigdemont deve chiarire se ha effettivamente dichiarato o meno l'indipendenza, attentando all' unità della Spagna. Entro giovedì dovrà "rettificare". Altrimenti Rajoy chiederà al senato di attivare 'l'arma atomica' del 155. 

La prima risposta di Puigdemont all'ultimatum di Rajoy è stato un nuovo appello al dialogo, "senza condizioni", con Madrid. Il President ha proposto un tavolo di trattativa fra "due persone del governo catalano e due di quello spagnolo". Il portavoce del Govern Jordi Turull ha avvertito che la risposta di Barcellona all'applicazione del 155 potrebbe essere la proclamazione immediata della Repubblica come esige l'ala sinistra dello schieramento secessionista, la Cup, delusa dal 'rinvio' annunciato da Puigdemont. 

Una decisione presa dal president, ha detto l'analista indipendentista Pilar Rahola, dopo gli appelli dell'ultimo minuto del presidente del consiglio europeo Donald Tusk e dell'ex-segretario Onu Kofi Annan. Nonostante in apparenza renda più burrascoso il clima, l'ultimatum di Rajoy potrebbe dare più tempo ai tentativi di mediazione in corso, confermati anche da Rajoy, che li ha però respinti, davanti al Congresso. Molto potrebbe dipendere anche da come sarà formulata la risposta di Puigdemont. Sulle chances di poter avviare un dialogo influiranno anche le voci diverse in seno al partito socialista la cui ala catalana, il Psc, è contro il 155 e preme per una trattativa. I tempi poi potrebbero ulteriormente dilatarsi. 

Se anche giovedì 19 ottobre Rajoy deciderà di applicare l'art.155, dovrà comunque attendere un via libera del senato, che potrebbe richiedere ancora qualche giorno. Ulteriore tempo per cercare di portare avanti un dialogo. Se alla fine sfodererà effettivamente 'l'arma atomica' il rischio di un avvitamento della crisi si farà serio. "Faremo resistenza", ha avvertito il capogruppo al Congresso di Erc, il partito del vice-president Oriol Junqueras, Joan Tardà. Questo potrebbe voler dire decine di migliaia di civili nelle strade di Barcellona o Girona schierati pacificamente come scudi umani davanti alla polizia spagnola per impedire la destituzione o l'arresto di Puigdemont e dei suoi ministri. Immagini che di nuovo rischierebbero di suscitare proteste in tutto il mondo.

Il premier spagnolo, che visibilmente non era entusiasta all' idea di dover ricorrere a questo meccanismo coercitivo, oggi ha finalmente ceduto alle mille pressioni che si sono esercitate su di lui dopo il duro discorso di re Felipe il 3 ottobre scorso contro la Catalogna. Dalla destra del suo partito e dalla vicepremier Soraya de Santamaria, dalla stampa madrilena compatta nell' invocare l'art. 155, dall'alleato Albert Rivera di Ciudadanos. La notte scorsa, dopo il pronunciamento di Puigdemont, Rajoy ha concordato la mossa con il leader socialista Pedro Sanchez. In cambio dell'appoggio del Psoe, Sanchez ha ottenuto l'accordo di Rajoy per l'avvio di una riforma della costituzione che cerchi di offrire una nuova sistemazione istituzionale alla Catalogna.

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