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Domenica, 19 Maggio 2019

Voli di Stato per i comizi, la Corte dei Conti indaga su Salvini. Lui: «Nessun abuso»
«Nessun abuso, nessuna irregolarità, nessun volo di Stato o della Polizia per fare comizi ma sempre per impegni istituzionali. Sfido chiunque a dimostrare il contrario». Lo dice il ministro dell'Interno Matteo Salvini.

Sono indagato dappertutto e su tutto". Oggi, durante un comizio a San Severo, in provincia di Foggia, Salvini ha fatto trapelare tutto il fastidio per l'ennesimo blitz giudiziario. "Penso che il lavoro che sto facendo per gli italiani questi ultimi lo stiano apprezzando e penso di essere uno dei ministri che costa meno nella storia del ministero dell'Interno", ha chiosato. "Se risolvo un problema e lo faccio da Marte o dal Viminale che cosa cambia?", ha, poi, chiesto replicando alle accuse della sinistra. "Se volete posso restare 16 ore in ufficio a guardare Sky, io incontro sindaci, imprenditori, agricoltori, non voglio fare il ministro sigillato in ufficio - ha, infine, chiosato - ora vado al Viminale e mi faccio una foto così a Repubblica sono contenti e io posso continuare a fare il mio lavoro".

Ma intanto le elezioni Europee si avvicinano, il 26 maggio è vicino. E proprio a ridosso delle Elezioni tutti gli attacchi e i nodi vengono al pettine. "Stanno tentando gli ultimi colpi di coda perché hanno capito che per la prima volta l'Europa può cambiare", ha detto Matteo Salvini a San Severo, nel Foggiano. Poi Salvini lancia la sfida: "Con il voto del 26 maggio non solo in Italia, ma in Olanda, in Francia, in Austria, in Germania si può cambiare rimettendo al centro il lavoro, la famiglia, i diritti e non la finanza, il business. Quindi, usano lo spread per intimorire. Se gli Italiani ci fanno forza col voto del 26 maggio, sono convinto che riusciremo a ridiscutere i vincoli europei per abbassare le tasse e rilanciare il lavoro in Italia. Spero che gli amici dei 5Stelle, come previsto nel contratto, sostengano questa battaglia di giustizia fiscale"

Al centro delle indagini, come riporta oggi il quotidiano diretto da Carlo Verdelli, ci sarebbero i voli di Stato usati dal ministro dell'Interno. La Corte dei Conti del Lazio, guidata da Andrea Lupi, starebbe, infatti, spulciando quali aerei e quali elicotteri ha usato per spostarsi. L'ipotesi è che li abbia usati non solo per appuntamenti istituzionali ma per "iniziative elettorali".  

A cavalcare la battaglia di Repubblica, oltre alla Corte dei Conti, si è messa immediatamente la sinistra che ora accusa Salvini di essere "un ministro dell'Interno fantasma" e di usare "il suo ruolo di governo per farsi campagna elettorale". "Si sposta con gli aerei della polizia da 5 mila euro a volo per i suoi comizi - ha commentato la senatrice piddì Simona Flavia Malpezzi - è una vergogna". Anche il governatore della Toscana Enrico Rossi ha usato gli stessi toni violenti. "Il ministro degli Interni non sta mai al lavoro e gira il Paese per comizi su aerei pagati dagli italiani - ha scritto su Facebook - dice che queste elezioni saranno un referendum su di lui, prendiamolo sul serio e mandiamolo a casa".  

È un "atto dovuto", va subito detto. E la Corte dei Conti si è mossa dopo l'inchiesta pubblicata da Repubblica che accusava Salvini di aver fatto "decine di trasferte con gli aerei della Polizia". "Decolli top secret" che, a detta del quotidiano, "sono leciti perché unisce sempre ai comizi un evento ufficiale". Sarebbero in tutto venti i voli incriminati, uno dei quali a bordo di un mezzo dei vigili del fuoco. La magistratura contabile del Lazio ha fatto proprie queste accuse e si è messa a indagare sugli spostamenti del vicepremier leghista. L'obiettivo è capire se c'è stato "uno sperpero di risorse pubbliche". Tanto che nei prossimi giorni potrebbero essere chiesti al Viminale tutte le note ufficiali degli spostamenti.

Si tratta -fa sapere la Corte dei Conti- di una procedura usuale già attivata in passato come nel caso dell'ex premier Matteo Renzi. In quel caso la procedura era partita per un esposto del Movimento 5 stelle in relazione ad un viaggio a Courmayeur con la famiglia per vacanze. Le accuse in quel caso furono archiviate.

«È una strana faccenda, anche perché se è vero che la Corte dei Conti ha aperto un fascicolo 'esplorativò per accertare se abbia viaggiato su aerei ed elicotteri della polizia al di fuori dei fini strettamente istituzionali, allora significa che una piccola ombra da chiarire c'è. È bene che lo faccia Salvini. E siamo sicuri che lo farà». Lo sottolineano fonti autorevoli del M5S all'Ansa in merito alla vicenda dei presunti voli di Stato usati Salvini.

Intanto questa mattina i finanzieri del Comando provinciale, su disposizione della procura di Busto Arsizio, hanno arrestato il sindaco leghista Gianbattista Fratus, l'assessore al Bilancio, nonché vicesindaco, Maurizio Cozzi e l'assessore alle Opere pubbliche Chiara Lazzarini. I tre sono indagati a vario titolo per turbata libertà degli incanti, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e corruzione elettorale.

Per il momento Matteo Salvini non intende commentare le indagini. "Ho fiducia nei miei uomini e nella magistratura", si è limitato a dire il ministro dell'Interno spiegando che spera che "tutte queste indagini che si stanno aprendo si chiudano in fretta per distinguere colpevoli e innocenti". I blitz di oggi, che arriva a stretto giro dopo l'ondata di indagati eccellenti in Lombardia, ha di fatto azzoppato un'intera Giunta comunale.

A Fratus e alla Lazzarini sono stati concessi gli arresti domiciliari, mentre per il forzista Cozzi si sono aperte e porte del carcere. Le accuse di turbata libertà degli incanti e corruzione elettorale riguardano in particolare tre procedure selettive. Nel mirino degli inquirenti, a quanto apprende l'agenzia Agi, ci sarebbero le selezioni del dirigente per lo sviluppo organizzativo del Comune, del nuovo dirigente generale di Amga Legnano (la società che gestisce gli impianti sportivi) e dell'affidamento di un incarico professionale nella partecipata Euro.Pa Service. Dall'inchiesta, fanno sapere gli inquirenti, è emerso come queste procedure siano state turbate dagli arrestati "al fine di favorire soggetti a loro graditi".  

Prima Siri, poi i migranti e ora la flat tax. E se gli alleati di governo sono letteralmente in crisi, Silvio Berlusconi richiama la Lega e apre a "un governo di centrodestra". Ma nonostante tutto il caos, il leader del Carroccio conferma che il governo andrà avanti per altri quattro anni, "la mia parola vale. Ho firmato un contratto, ho dato una parola agli italiani. La mia parola vale, anche se non nascondo che mi dispiacciono i ripetuti insulti di Di Maio, di Grillo e dei 5 Stelle. I 'no' che fanno insieme al Pd, sulla flat tax, sul decreto Sicurezza, sulle riforme. Però la mia parola vale".

Nella strategia di attacco alla Lega sui suoi cavalli di battaglia rientra l'accusa di Luigi Di Maio su occupazioni, sgomberi e legalità nelle città. Da Ascoli Piceno, dove si trovava per il tour elettorale, il capo politico grillino ha risposto così a una domanda sulla busta con proiettili inviata al sindaco di Torino Chiara Appendino: «Io penso ai fatti, Chiara Appendino ha dimostrato che il Movimento Cinque Stelle fa sul serio quando si tratta di sgombero dei centri sociali, quando si tratta di ridare immobili ai cittadini italiani, occupati da centri sociali che siano anarchici, di destra o di sinistra».

Quindi la stilettata a Salvini: «Chiara è una donna forte, che fa i fatti, ecco c'è chi parla per slogan in questo paese sugli immobili occupati, sui centri sociali, e chi invece fa i fatti, abbiamo dimostrato ancora una volta che noi siamo il Movimento dei fatti». A riprova di come lo scontro sia ormai a tutti livelli, dopo qualche settimana di tregua Salvini è tornato a polemizzare con il sindaco di Roma Virginia Raggi. «Mi piange il cuore a vedere Roma così - ha dichiarato Salvini al Senato durante la presentazione del libro di Carlo Nordio - i crateri nelle strade, i cumuli di macerie, gli alberi divelti. Il problema non è dare soldi, ma avere un'amministrazione competente  

Una precisazione, quella sull'aderenza alla legge del decreto, che suggerisce l'obiettivo di far saltare il provvedimento caro a Salvini. O almeno di ottenerne il rinvio, in modo che il Carroccio non possa giocarsi un'ulteriore fiche elettorale sulla sicurezza. La risposta di Salvini è arrivata nel giro di poche ore: «Il decreto sicurezza bis è pronto, lunedì va in Consiglio dei ministri». Il ministro dell'Interno ha annunciato che il decreto sarà all'ordine del giorno nel preconsiglio dei ministri previsto oggi.

E ha replicato: «Io non penso che la lotta alla camorra conosca pause elettorali, le coperture ci sono». La polemica di Toninelli, bollata da qualche leghista come una «provocazione», è la dimostrazione di una guerriglia stellata senza pause, su tutti i temi, anche solo per conquistare qualche lancio d'agenzia o un'apertura di home page sui siti web dei giornali. Come è avvenuto in questo caso, con un decreto che dovrebbe vedere la luce, nonostante le frasi di Toninelli.  .

E dopo le premesse, Salvini entra nel vivo e si rivolge direttamente all'alleato di governo: "Lo sto spiegando anche agli amici 5 Stelle. Abbassare le tasse a famiglie e imprese non è un capriccio di Salvini o della Lega. Dicono 'si può fare tra qualche mese', no: perché le imprese chiudono qui e aprono da un'altra parte". Salvini, quindi, non ha dubbi e vuole cambiare questa Europa. Un'Europa fatta di vincoli e di tasse. Ma anche in Italia c'è qualcosa da cambiare. E La Lega ha già pronta la proposta sulla riduzione delle tasse.















Troppi litigi all'interno della maggioranza M5S-Lega, e Giancarlo Giorgetti, il numero due del Carroccio, parlando del futuro del governo, ribadisce: «Se litigiosità resta così dopo il voto non si può andare avanti». «Elezioni anticipate a settembre ? domanda Vespa,  "Non ho mai paura del popolo che si esprime». Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il leghista Giancarlo Giorgetti, a Porta a Porta, in onda stasera: «Se il Pd prende il 45% il 26 maggio...». E se la Lega prende il 35%? «In quel caso sono contento»

Giorgetti ha poi smentito di essere interessato a fare il commissario europeo. «Non lo saprei fare - ha risposto -. Anche nel governo ho detto: fatemi fare cosa so fare, non avrei saputo fare il ministro della difesa e dell'agricoltura, per esempio.  

Ci sarà fino alla fine della legislatura? «Penso di no, ho il sogno di andare su un lago a fare il pescatore». Così il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Giancarlo Giorgetti, ha risposto durante la registrazione di Porta a Porta.

Abbiamo troppo da fare. E non esiste una maggioranza alternativa". Dopo settimane di insulti e attacchi, Matteo Salvini è visibilmente stufo del comportamento di Luigi Di Maio e dei big del Movimento 5 Stelle che non perdono mai occasione per entrare in gamba tesa contro la Lega.

L'appunto di accusa di Matteo Salvini non è proprio sbagliato e non ha preso un abbaglio, anzi. Nelle ultime settimane, infatti, per risollevarsi nei sondaggi e dunque nei consensi tra i cittadini-elettori in vista delle Europee del 26 maggio, il Movimento 5 Stelle ha virato a sinistra.

«Il rilancio degli investimenti - dice Giorgetti a porta a porta - è la componente cruciale per perseguire obiettivi di sviluppo economico sostenibile, socialmente inclusivo e tecnologicamente avanzato. Occorre invertire la tendenza dell'ultimo decennio caratterizzata da una drastica e strutturale riduzione degli investimenti pubblici e promuovere una ripresa vigorosa dell'economia italiana, puntando su un incremento adeguato della produttività del sistema Paese e del suo potenziale di crescita, in primo luogo attraverso il rilancio degli investimenti pubblici, a partire dalle grandi opere sino a quelle diffuse e di interesse locale». Il sottosegretario ne ha parlato in un passaggio del suo intervento nel corso della tavola rotonda 'Rilanciare gli investimenti pubblici: una strategia per l'Italia', nell'ambito del Forum Pa.

Di Maio e company., esaurita la spinta "a centro-destra" per la presenza totalizzante del leader della Lega, che sta polarizzando a sé tutta la destra, si è così spostato su un terreno lasciato libero. Quello del centro-sinistra, dove il Partito Democratico continua ad arrancare e a non risintonizzarsi sulle stesse frequenze del suo popolo e di quello italiano.

Ma chi c’è dietro la svolta a sinistra del M5s  ? Secondo informazioni giornalistiche un nome e un cognome, quello di Augusto Rubei. Il retroscena lo fa il Corriere della Sera , secondo il quale c'è proprio lo zampino del giornalista professionista classe 1985, nonché portavoce del ministro della Difesa Elisabetta Trenta, dietro il cambio di rotta.

Rubei, di fatto, ha scalzato Rocco Casalino ora concentrato solo su Palazzo Chigi, dov'è ufficio stampa del premier Conte, prendendo in mano le redini della comunicazione del Movimento 5 stelle, aprendo di fatto una fase nuova per il partito, in vista della tornata elettorale europea che sa di bivio, sia per la compagine pentastellata sia per la vita del governo.

Ma, attenzione: questo spostamento a sinistra è fatto di "ammiccamenti che hanno come scopo quello di punzecchiare la Lega, più che di allacciare rapporti con un Pd ancora odiato".

Secondo il quotidiano di via Solferino, inoltre, sarà Luigi Di Maio a chiudere la campagna elettorale in piazza della Bocca della Verità, a Roma, il 24 maggio: sul palco ci sarà lui, senza il cosiddetto garante Beppe Grillo…

Oggi, in una intervista al Corriere della Sera, intima agli alleati di mettersi al lavoro. "Abbiamo ancora tropo da fare", fa notare il ministro dell'Interno. "Sono troppe settimane che continuano a piovermi addosso insulti - si lamenta Salvini - io non rispondo". L'ultimo affondo contro di lui è la brutta battuta che Di Maio ha fatto ieri pomeriggio. Secondo il capo politico dei Cinque Stelle, prima il vicepremier leghista vestiva la felpa, poi, con il caso del sottosegretario Armando Siri, "ha indossato l'abito della vecchia politica". 

 

Nonostante la spocchia dei grilli, su un'ipotesi di crisi di governo, Salvini ribadisce che il governo ha "ancora tropo da fare". Ed elenca i prossimi obiettivi che l'esecutivo deve portare a casa: "L'obiettivo non è quota 100, è quota 41: se hai lavorato per 41 anni, vai in pensione. E poi la riforma della giustizia, della scuola, l'autonomia, la riforma fiscale". La lista è davvero lunga. E per il numero uno del Carroccio bisogna arrivare alla fine della legislatura per realizzare tutto quello che è stato promesso in campagna elettorale.

Nell'intervista al Corriere della Sera, Salvini snocciola i risultati che ha incassato da quando siede al Viminale. "I reati quest'anno sono diminuiti del 15%", spiega elencando nel dettaglio che le rapine sono diminuite del 20%, i furti del 15%, le estorsioni del 16%, gli omicidi del 12%, i tentati omicidi del 16% e le violenze sessuali del 32%. "Ah, dimenticavo - chiosa - gli sbarchi sono calati del 91%". Davanti a questi numeri si augura che "tutti i ministri portino il mio stesso fatturato positivo. Perché, appunto, abbiamo troppo da fare per dare soddisfazione a chi vuole che il governo salti. Certo, basta con gli attacchi".

Dietro gli attacchi dell'alleato pentastellato, Salvini teme che abbiano influito i sondaggi e le Regionali. "Noi abbiamo vinto dappertutto, ma quelle sono elezioni locali - conclude il titolare del Viminale - perché il governo sta lavorando e dunque i continui attacchi sono ingiustificati"

Perche Di Maio e m5s abbiano ritirato fuori la vecchia bandiera del conflitto di interessi. Un'arma puntata non solo verso il Cav, ma secondo il Giornale anche contro tutti quei personaggi che potrebbero contendere al movimento la rappresentanza dell'area moderata, ultimo obiettivo delle fantasmagoriche e spericolate congetture pentastellate.

Il primo contendente come riferisce il Giornale è proprio quel signore dai modi cortesi e sobri, che si siede quel giorno sulla poltrona della business dell'alta velocità che da Roma porta a Bologna, per andare a vedere la partita di campionato che contrappone il suo Torino al Parma. Parliamo di Urbano Cairo, cioè il patron di La7 e del Corriere della Sera, che è diventato, suo malgrado, uno degli incubi di chi è oggi al potere in Italia e una delle speranze di chi vorrebbe qualcosa di diverso dalla maggioranza gialloverde.

Quello che da più fastidio a Di Maio e soci è proprio il nicchiare del personaggio, il dire e il non dire se entrerà o meno nella vita pubblica italiana, un comportamento che è già il segno di una certa sagacia politica. «Certo che c'è uno spazio enorme ammetteva un mese fa il presidente della Rcs -, su questo non c'è dubbio. Se sono tentato? Anche se lo fossi, non lo direi ora. A che pro? Mica si vota oggi, non è che uno scende in campo alle elezioni europee. Sarebbe solo una mossa avventata. Per usare i linguaggio del marketing rischierei solo di bruciare un prodotto, di svelarne qualità e segreti, con l'unico risultato di logorarlo».

Intanto accogliendo la richiesta della procura, il gip Nunzio Sarpietro ha archiviato la posizione del comandante Marc Reig Creus e del capo missione Ana Isabel Montes Mier. I due erano stati indagati per "associazione per delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina" dopo aver soccorso, nel marzo dell'anno scorso, 218 immigrati clandestini al largo della Libia e averli fatti sbarcare nel porto di Pozzallo. Alla procura di Ragusa resta comunque pendente il fascicolo per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e violenza privata.

Il sequestro della Open Arms era stato convalidato dal gip Sarpietro, ma soltanto per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Il fascicolo era stato poi trasferito, per competenza, alla procura di Ragusa che aveva reiterato la richiesta di sequestro che era stata rigettata il 16 aprile scorso dal gip Giovanni Giampiccolo. "Oggi è stato fatto un ulteriore passo verso la verità", hanno esultato i vertici della ong spagnola dopo l'archiviazione. "Le evidenze giudiziarie che stanno emergendo in questi ultimi mesi - hanno continuato - potranno costituire un argine verso le scellerate scelte della politica europea e sapranno ricostruire con chiarezza una tragica pagina storica, quella delle migliaia di vite annegate nel Mediterraneo centrale e del silenzio dell'Europa". E, mentre il team di Proactiva la fa franca, Salvini teme una nuova morsa giudiziaria contro di sé. "Nelle prossime ore ricomincerà il balletto...", ha paventato. Se così fosse, arriverebbe con una puntualità disarmante. Giusto giusto a dieci giorni dalle elezioni europee.

"Vi anticipo che nelle prossime ore ricomincerà il balletto sulle navi sequestrate". Matteo Salvini se lo aspetta. Tanto che, nel corso della presentazione del libro di Carlo Nordio La stagione dell'indulgenza e i suoi frutti avvelenati, lo anche detto senza troppi giri di parola. "Processo più processo meno... rischio 15 anni e li rischierò un'altra volta ma non cambio idea". La vicinanza con le elezioni europee e l'instabilità in Libia hanno fatto riprendere le pressioni politiche e giudiziarie sul Viminale.

E, mentre la Sea Watch 3 e la Mare Jonio sono già tornata a solcare il Mediterraneo, il gip Sarpietro ha accolto la richiesta della procura archiviando sul team della Open Arms. L'inchiesta era stata coordinata dal procuratore distrettuale Carmelo Zuccaro e dai sostituti Fabio Regolo e Andrea Bonomo che avevano disposto il sequestro dell'imbarcazione. L'ong spagnola era stata accusata di aver salvato i migranti per "portarli in Italia, senza rispettare le norme, anzi violandole scientemente". Non solo. Zuccaro aveva anche contestato a quelli di Proactiva di essersi rifiuti di "consegnare i profughi salvati a una motovedetta libica". "Nonostante la vicinanza con l'isola di Malta - si legge nelle carte dell'inchiesta - la nave proseguì la navigazione verso le coste italiane, come era sua prima intenzione".  

 

Edoardo Rixi, sottosegretario leghista, fa un appello al Movimento 5 Stelle, essendo preoccupato che la maggioranza al Governo non possa reggere.

Gli italiani si stanno stufando: "Tutti, ma anche io", precisa il sottosegretario leghista, che avvisa di come la pazienza della Lega si esaurirà prima o poi, dato che "da buoni cristiani porgiamo l'altra guancia, ma Cristo di guance ne aveva solo due".  

"Non c'è giornata senza che ci arrivino attacchi", specifica ancora il sottosegretario, che lamenta un cambiamento di atteggiamento da parte dei 5 Stelle, che ora "diffidano di tutti e hanno paura di tutto".

In un'intervista al Corriere della Sera, Rixi lamenta i continui attacchi da parte dei pentastellati, che sembrano contestare ogni provvedimento proposto dalla Lega: "Diamo fastidio ai poteri forti, ma se siamo divisi avremo molte più difficoltà. Se loro pensano che si possa governare così...".

Sembra che qualunque cosa proponga la Lega venga presa come una provocazione, come il decreto sicurezza bis che, assicura Rixi, "non è una provocazione, è uno strumento per dare più protezione a chi finisce sul mare. Disincentiva le Ong e tutti quelli che vogliono portare clandestini nel nostro Paese". E Matteo Salvini, in quanto ministro dell'Interno, deve occuparsene, perché è giusto che sia lui a controllare il territorio nazionale, "che è terra e mare".

E, la Lega continua a subire attacchi giornalieri, da parte dei partner di governo, che preoccupano per il futuro, dopo le elezioni europee: "Se permane la fiducia- spiega Rixi- il tema sarà nominare almeno un ministro, un sottosegretario e anche un commissario europeo, se si va a governare in Europa. Ma è folle arrivare a questo confronto con la vietnamizzazione del conflitto".  

Intanto le elezioni Europee saranno un ulteriore colpo per i partiti tradizionali. Per la prima volta, i due gruppi principali potrebbero non ottenere la maggioranza dei seggi. Gli ultimi sondaggi mostrano che il Partito popolare europeo e l’Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici potrebbero vedere la loro quota di seggi scendere dal 54% di oggi ad appena il 44%. Ciò è dovuto al modo in cui la politica europea tradizionale viene sfidata con sempre maggior forza da una serie di partiti populisti che sostengono che l’Ue debba essere riformata se vuole rimanere rilevante e sopravvivere.

Rispetto a cinque anni fa, sono previsti aumenti in termini di voti per partiti come la Lega e il Movimento 5 Stelle in Italia, l’AfD in Germania, i Democratici Svedesi, il Partito Conservatore del popolo estone, Vox in Spagna, Diritto e giustizia in Polonia e Živi zid in Croazia. Mentre Nigel Farage e lo Ukip, che hanno svolto un ruolo decisivo per il voto in favore della Brexit, molto probabilmente non potranno partecipare a queste elezioni, i sondaggi indicano un’altra serie di risultati positivi per il partito di Marine Le Pen in Francia, il Partito della libertà in Austria e il movimento di Viktor Orban in Ungheria. In altre parole, il populismo non sta scomparendo, sembra invece sempre più radicato.

I populisti non saranno i soli vincitori. Anche altri sfidanti otterranno buoni risultati. L’ascesa di movimenti come i Verdi in Germania, Ciudadanos in Spagna e la probabile crescita elettorale di alcuni partiti di estrema sinistra mostrano come le principali ideologie che hanno governato gran parte dell’era post-bellica siano sotto attacco da tutti i fronti. Questi cambiamenti rivelano come la politica europea sia sempre più polarizzata e frammentata poiché un numero sempre maggiori di partiti ideologicamente distinti competono per il potere. È improbabile che l’Europa possa presto assistere a un ritorno di governi forti, stabili e ideologicamente coerenti. E questo, a sua volta, renderà più difficile per l’Ue attrarre investitori, preoccupati per la volatilità e l’instabilità politica che stanno colpendo le società europee. Questa situazione potrebbe facilmente diventare un circolo vizioso a cui pochi politici sembrano poter dare risposta.

Molti liberal in Europa sostengono che si tratti di «vecchi bianchi arrabbiati» che presto moriranno. Ma un gran numero di sostenitori dei partiti populisti ha meno di 40 anni, come nel caso dell’Italia, dove la Lega ottiene consensi distribuiti in maniera abbastanza equa tra persone appartenenti a generazioni diverse. Questa realtà non è solamente un sottoprodotto della crisi finanziaria: quasi vent’anni di ricerche hanno infatti dimostrato che i movimenti che sfidano l’Europa liberale sono radicati principalmente nelle ansie relative a un cambiamento di tipo sociale e culturale, non soltanto economico.

In contrasto con certe argomentazioni un tempo molto di moda – che sostenevano che dopo la Brexit e l’elezione di Donald Trump l’Ue aveva respinto il populismo – Bruxelles è ora preparata per la più forte ondata populista mai registrata. In effetti, è indicativo il fatto che mentre un anno fa la copertina di Time presentava un Emmanuel Macron sorridente, nel 2018 c’era invece l’italiano Matteo Salvini. Un decennio fa, questi exploit populisti sembravano un’eccezione alla regola. Oggi invece sono del tutto normali.

L’Ue sta per affrontare la più grande sfida della sua storia. A maggio, i cittadini di tutta l’Unione andranno alle urne per votare il rinnovo del Parlamento europeo. E l’Europa sembra destinata ad affrontare un altro terremoto politico.

Le elezioni arrivano in quello che è già un momento di fragilità per l’Ue: si terranno durante la Brexit, che rappresenta la prima volta in cui l’Unione europea si contrae invece di espandersi. Inoltre, le elezioni coincidono con intense discussioni che riguardano temi su cui l’Ue ha faticato o per meglio dire fallito a trovare una risposta. Tra queste le ansie riguardanti l’immigrazione, le frontiere, la sicurezza, il senso di appartenenza e le disuguaglianze economiche. Il periodo elettorale arriva anche sullo sfondo di un populismo risorgente, con movimenti come la Lega in Italia e i gilet gialli in Francia che attirano una notevole simpatia da parte del pubblico. In definitiva, il futuro dell’Ue non è mai stato così incerto.

Konrad Krajewski. Si è assunto tutta a responsabilità, sostenendo di essere intervenuto «perché 400 persone, tra cui 98 bambini, da cinque giorni erano abbandonate a se stesse». Ma a nutrire dubbi, sul fatto che l'elemosiniere del Papa abbia materialmente rimosso i sigilli e riacceso la luce nel palazzo Spin Time Labs è la stessa Areti, la società di Acea che gestisce la rete di distribuzione dell'energia elettrica. Gli inquirenti stabiliranno come siano andati i fatti e, soprattutto, chi abbia potuto aiutare il porporato che, tra l'altro, potrebbe godere di un'immunità personale perché, pur avendo agito fuori dal territorio Vaticano, il suo gesto potrebbe essere il frutto di una scelta maturata dentro le mura Leonine, dal momento che è considerato, per statuto, la longa manus del pontefice.

In questo ampio quadro si inserisce perfettamente l’azione umanitaria e politica di Krajewski che con il suo raid ha dato una spinta alle istituzioni per una rapida soluzione al problema abitativo. Ora si aprirà un tavolo. Al netto delle conseguenze diplomatiche secondo il Messaggero ancora tutte da stabilire a livello bilaterale, il braccio destro del Papa continuerà ancora – per conto di Francesco – a girare in lungo e in largo con la sua utilitaria a fare carità ai poveri. 

Resta ora da capire se davvero l’Elemosineria staccherà l’assegno per pagare i 300 mila euro di arretrati dovuti all’Acea. Curioso che un po’ di tempo fa sull’Avvenire è stato pubblicato un articolo i vescovi lamentavano la beffa della bolletta, visto che gli oneri del sistema non saldati finiscono nelle bollette dei consumatori in regola dopo che una serie di sentenze che hanno cambiato il quadro normativo. Le bollette finora inevase ammontano, in tutta Italia, a circa 200 milioni di euro. Difficile che il Papa però voglia rischiare di pagare gli arretrati a tutti gli italiani poveri e morosi.

Gesto evangelico ? Una mossa dettata dal nobile intento di portare sollievo a persone in sofferenza benché in un quadro di totale illegalità, oppure una nuova linea operativa che si sta aprendo nella Chiesa di Papa Francesco? Un passo in avanti orientato ad intervenire dove è in atto una crisi umanitaria irrisolta, scavalcando le strutture istituzionali esistenti, ignorando le conseguenze politiche, i limiti normativi e persino le opportunità legate ai ruoli.

Il dilemma aleggiava, a vari livelli, nei palazzi d’Oltretevere, dopo il clamoroso blitz del cardinale Krajewski che ha riportato la corrente elettrica in uno stabile occupato illegalmente dove erano al buio da alcuni giorni diverse realtà e anche famiglie con bambini.  

A preoccupare la società che ha presentato l'esposto contro ignoti è soprattutto il fatto che possa verificarsi un incidente nello stabile occupato. Nessuno sa quali procedure siano state eseguite nella cabina a media tensione ma, di certo, sostiene Areti non sono stati rispettati e controllati gli standard di sicurezza. Anche questo elemento è stato sottolineato nel documento destinato alla procura affinché la magistratura prenda atto di una situazione di pericolo rispetto alla quale la società prende le distanze.  

«Se in Vaticano vogliono pagare le bollette a tutti gli italiani in difficoltà ci diano un conto corrente - attacca il ministro dell'Interno - Sostenere l'irregolarità non è mai un buon segnale: la proprietà privata è sacra». Pietra della discordia è l'elemosiniere del Papa che riporta l'elettricità nell'edificio occupato a due passi da Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, infiammando lo scontro politico e legale. Gli occupanti lo difendono: sono pronti ad autodenunciarsi se «qualcuno dovesse prendersela col cardinale». E dalla parte del prelato si schiera anche la Comunità di Sant'Egidio: «Di solito chi attacca il Papa va a sbattere». Ma il leader leghista non arretra: «Ognuno fa quello che vuole, io da ministro dell'Interno garantisco le regole».

Tutte circostanze che dovranno essere accertate, di certo i pm dovranno informare di ogni iniziativa la Segreteria di Stato Vaticana. L'esposto in procura, che, molto probabilmente, porterà all'apertura di un fascicolo per danneggiamento e furto di energia elettrica, però, non riguarda soltanto la violazione dei sigilli, quanto piuttosto il fatto che l'intervento nella cabina a media tensione non sia avvenuto seguendo le procedure di sicurezza e che, adesso, i 400 occupanti possano trovarsi in una situazione di pericolo rispetto alla quale, ovviamente, la società declina ogni responsabilità. È lo stesso esposto di Areti a chiarire che l'intervento di riattivazione della corrente nel palazzo prevede competenze molto specifiche e che non si tratta della semplice rimozione di sigilli.

Proprio per questo sembra difficile che il cardinale, che ha lasciato sul contatore il suo biglietto da visita, possa effettivamente essere sceso nella cabina a media tensione ed avere eseguito le manovre per far ripartire la fornitura di energia elettrica. Toccherà ai pm stabilire chi l'abbia aiutato, anche se non sarà facile sulla base delle testimonianze, dal momento che gli occupanti hanno già dichiarato che intendono autodenunciarsi in massa. L'alto prelato potrebbe comunque essere chiamato a risarcire il danno, o quantomeno a pagare la fornitura di energia, dal momento della riattivazione a quando l'erogazione sarà di nuovo interrotta, ma ha già dichiarato di essere pronto a farlo e a pagare di tasca propria.

Ieri mattina il Papa ha presenziato alla riunione periodica dei capi dei dicasteri di curia e ha voluto che partecipasse per la prima volta anche Krajewski, visto che a breve lo promuoverà a capo del nuovo dicastero della carità. Alla riunione, però, il grave incidente diplomatico (che potrebbe avere pesanti conseguenze sui rapporti con l’Italia), non è stato affatto menzionato. Anzi, durante l’incontro Krajewski ha pure fatto qualche battuta scherzosa in merito. «Adesso faccio pure l’elettricista». Nessuno ha sollevato obiezioni ma del resto non è nello stile della curia.

Solo al termine di un lungo intervento in cui Krajewski ha affermato che in Vaticano ci sono aree che sfuggono ai controlli e che potrebbero nascondere tra le pieghe epicentri di corruzione, ha preso la parola il cardinale Bertello per contestargli una lettura frettolosa. Il clima improvvisamente si è fatto un po’ teso. «Lei dice un sacco di castronerie».

Il Papa secondo il quotidiano il Messaggero è rimasto in silenzio, prendendo appunti, ascoltando, come è sua abitudine in queste circostanze, senza lasciarsi sfuggire nulla. Difficile, del resto, aprire una discussione sul problema aperto da Krajewski e sul dilemma etico e giuridico che ha posto sul tavolo il giovane cardinale polacco, una figura che gode della totale fiducia del pontefice, al quale ha dato carta bianca sul tema della carità a Roma. Pieno sostegno.

Come del resto ha spiegato al Laterano, come sottolinea il Messaggero, solo alcuni giorni fa, il Papa davanti ai parroci della capitale, proprio a difesa e sostegno del lavoro umanitario della Elemosineria, una struttura che da marginale quale era in precedenza, è diventata fondamentale. In basilica pur avendo definito Krajewski un «diavoletto» per il suo fare un po’ anarchico, Francesco lo ha lodato per la sensibilità verso i poveri, la categoria che il Papa vuole diventi centrale nella nuova evangelizzazione della Capitale.

Come sottolinea il quotidiano romano un po’ quello che ha fatto intendere anche due mesi fa quando è andato in Campidoglio, accettando l’invito di Virginia Raggi, dandole un inedito assist proprio mentre la sua giunta traballava pericolosamente per via delle dimissioni di De Vito. Del resto, un sindaco “debole” non può che favorire i progetti di Oltretevere nei riguardi della Capitale. E in quella occasione il Papa ha dimostrato di osservare un orizzonte capitolino simile a quello della Sindaca, almeno per quanto riguarda l’attenzione alle periferie, ai poveri, ai migranti, e contro gli sgomberi nei campi nomadi. E non è proprio un caso se giusto all’indomani della cacciata della Raggi tra gli insulti da Casal Bruciato per aver visitato la famiglia rom assegnataria di una casa contestata, il Papa ha poi invitato quella stessa famiglia in Vaticano per una udienza, mettendo in guardia i romani dalla deriva xenofoba, razzista che si intravede. Agli stessi parroci ha consigliato di tenere gli occhi ben aperti.

Secondo il quotidiano il giornale l’Unione Europea sta finanziando un progetto pensato per lo sviluppo di droni nati per pattugliare autonomamente le frontiere europee. Il team di sviluppatori della società Roborder affermano che i robot saranno in grado di identificare gli umani e decidere autonomamente se rappresentano una minaccia – ed eventualmente avvisare le polizie di frontiera. A renderlo noto è un’inchiesta pubblicata su The Intercept.

Funziona così: telecamere e altri sensori installati sui droni riconoscono le persone e cercano di accertarne le intenzioni. “Sei una minaccia? Stai attraversando illegalmente un confine? Hai una pistola? Ti stai impegnando in atti di terrorismo o criminalità organizzata? I droni inviano feed video al loro operatore umano, una guardia di frontiera in un ufficio a miglia di distanza, che controlla i video e decide se rappresenti o meno un rischio” spiega The Intercept.

“il progetto ha ricevuto finanziamenti dal programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 dell’Unione europea nell’ambito della convenzione di finanziamento n. 740593″. L’obiettivo principale, si legge, “è quello sviluppare un sistema di sorveglianza di bordo autonomo completamente funzionale con robot mobili senza equipaggio, compresi veicoli aerei, di superficie, in acqua e di terra (Uav1, Usv, Uuv e Ugv), in grado di funzionare sia da soli che in sciami, e di incorporare sensori multimodali.

 

 

Dalla desecretazione degli atti della Commissione Parlamentare d"inchiesta sul caso Moro, che si è conclusa lo scorso dicembre emergerebbe una nuova sconcertante verità su uno degli omicidi che ha segnato la storia d"Italia.Il presidente della Democrazia Cristiana, rapito da un commando delle Brigate Rosse in via Fani il 16 marzo del 1978 ed ucciso dagli stessi terroristi rossi dopo 55 giorni di prigionia, potrebbe aver trascorso gli ultimi giorni della sua vita nella cantina di un"ambasciata del centro di Roma, proprio nelle vicinanze di via Caetani, dove fu fatto ritrovare il corpo del politico democristiano. 

Più si scava sul caso Moro, più aumentano le scoperte spiazzanti, quelle capaci di riscrivere interi capitoli di una delle storie più misteriose della Repubblica. Quarrantuno anni dopo il rapimento del leader democristiano da parte delle Brigate rosse, la apposita Commissione parlamentare di inchiesta sta svolgendo un lavoro al "ralenti" su singoli segmenti, per ingrandire ogni dettaglio.

Nell’ultima legislatura la Commissione Moro 2 è arrivata a importanti acquisizioni documentali che smentiscono la ricostruzione fatta nell’arco di 40 anni sul più grave delitto politico compiuto in Italia. Non sappiamo ancora con certezza chi ha sparato in via Fani, in quale prigione o prigioni Moro sia stato detenuto e neppure chi lo ha materialmente ucciso. Sulla base di nuovi elementi Rita Di Giovacchino nel suo “Libro Nero della Repubblica”, scritto 15 anni fa ma di nuovo in libreria arricchito da rivelazioni inedite, chiude il cerchio di una lunga inchiesta su quanto accaduto negli ultimi giorni del sequestro quando, sembra ormai certo, i brigatisti ormai accerchiati avevano ceduto l’Ostaggio ad altre Entità e Moro fu trasferito in una prigione nei pressi del Ghetto dove i protagonisti a volto coperto hanno giocato l’ultima tragica partita.

A lungo è stata data la caccia a una prigione nel Ghetto di Roma, l’ultimo domicilio di Aldo Moro, che secondo una vecchia perizia del colonnello del Ros Massimo Giraudo dovrebbe essere distante non più di 50 metri da dove il suo corpo è stato ritrovato all’interno della Renault rossa, in via Caetani. Sulla vettura c’erano filamenti tessili provenienti dai magazzini dei negozi di tessuti che affacciano su piazzetta Mattei che, questo il ragionamento, in un percorso più lungo si sarebbero distaccati dalla carrozzeria volatilizzandosi.

A credere più di ogni altro a quest’ipotesi fu il giudice Ferdinando Imposimato che a lungo si è aggirato nelle stradine attorno a piazza Argentina, accompagnato da un giovane terrorista toscano, Elfino Mortati, che gli aveva confidato di aver dormito durante il sequestro Moro in un appartamento vicino proprio a piazza Argentina. Ma Elfino non era di Roma e non seppe ritrovare il palazzo che, stando a successive indagini, fu identificato in un appartamento di via Sant’Elena 8, subito escluso come prigione trovandosi al terzo piano di un affollato condominio dotato perfino di portineria.

Secondo  newsstandhub le carte e le dichiarazioni su mistero moro ottenute dalla Commissione, e raccolte dall"Huffington Post, nel sequestro Moro potrebbe esserci stato il coinvolgimento di un Paese straniero.

Secondo le dichiarazioni rese alla Commissione nel 2017 dal figlio, il professor Gaetano Lettieri, sottolinea il giornale, il sottosegretario in più di un’occasione avrebbe confessato che sulla prigione di Moro “ci eravamo seduti sopra”. Ma quale ambasciata straniera avrebbe avuto interesse a collaborare con i terroristi? E perché? Le risposte non sono ancora arrivate dalle indagini della Commissione parlamentare. Ma se queste informazioni fossero confermate, a distanza di quarantun’anni si aprirebbe uno scenario nuovo e ancora più inquietante sulla morte del politico della Dc.  

Ad affermarlo secondo  newsstandhub sono diverse persone informate sui fatti, da monsignor Fabio Fabbri, amico di Don Cesare Curioni, cappellano delle carceri e vicino a Papa Paolo VI, fino a politici e magistrati. Fu proprio Curioni a confessare a monsignor Fabbri che il giorno del ritrovamento di Moro, i pantaloni del politico erano sporchi di terriccio. Lo stesso che, secondo Don Curioni, si trovava nella cantina di una rappresentanza diplomatica, ora non più attiva, non lontana da via Caetani. All"epoca nel quadrante si trovavano l"ambasciata argentina e cilena presso la Santa Sede e la residenza dell"ambasciatore del Brasile, che ancora adesso ha sede in Palazzo Caetani. A paventare il coinvolgimento di un"ambasciata straniera nel sequestro era stato anche Ugo Pecchioli, esponente del Pci. Un"informazione, questa, annotata all'epoca dalla giornalista Sandra Bonsanti e finita sotto la lente d"ingrandimento della Commissione.

Pecchioli però parlò dell"ambasciata Cecoslovacca, che a quei tempi non si trovava nella zona di via delle Botteghe Oscure, ma nella parte nord della città. Anche la brigatista Fulvia Miglietta, secondo l"Huffington Post, all"inizio degli anni "80 avrebbe confessato al magistrato Luigi Carli che Moro sarebbe stato tenuto prigioniero in un luogo non lontano da quello in cui fu poi ritrovato il cadavere. 

Un particolare, questo, appreso durante una riunione di alcuni aderenti al gruppo terrorista e in linea con quanto sussurrato in casa propria anche dal sottosegretario Nicola Lettieri, che nei giorni del sequestro era a capo del comitato di crisi del ministero dell"Interno.Secondo le dichiarazioni rese alla Commissione nel 2017 dal figlio, il professor Gaetano Lettieri, il sottosegretario in più di un"occasione avrebbe confessato che sulla prigione di Moro "ci eravamo seduti sopra". 

Ma quale ambasciata straniera avrebbe avuto interesse a collaborare con i terroristi? E perché? Le risposte non sono ancora arrivate dalle indagini della Commissione parlamentare. Ma se queste informazioni fossero confermate, a distanza di quarantun"anni si aprirebbe uno scenario nuovo e ancora più inquietante sulla morte del politico della Dc.

Secondo le carte e le dichiarazioni ottenute dalla Commissione, e raccolte dall’Huffington Post, nel sequestro Moro potrebbe esserci stato il coinvolgimento di un Paese straniero. Ad affermarlo sono diverse persone informate sui fatti, da monsignor Fabio Fabbri, amico di Don Cesare Curioni, cappellano delle carceri e vicino a Papa Paolo VI, fino a politici e magistrati. Fu proprio Curioni a confessare a monsignor Fabbri che il giorno del ritrovamento di Moro, i pantaloni del politico erano sporchi di terriccio. Lo stesso che, secondo Don Curioni, si trovava nella cantina di una rappresentanza diplomatica, ora non più attiva, non lontana da via Caetani.

All’epoca nel quadrante come sottolinea anche il Giornale, si trovavano l’ambasciata argentina e cilena presso la Santa Sede e la residenza dell’ambasciatore del Brasile, che ancora adesso ha sede in Palazzo Caetani. A paventare il coinvolgimento di un’ambasciata straniera nel sequestro era stato anche Ugo Pecchioli, esponente del Pci. Un’informazione, questa, annotata all'epoca dalla giornalista Sandra Bonsanti e finita sotto la lente d’ingrandimento della Commissione. 

Pecchioli però parlò dell’ambasciata Cecoslovacca, che a quei tempi non si trovava nella zona di via delle Botteghe Oscure, ma nella parte nord della città. Anche la brigatista Fulvia Miglietta, secondo l’Huffington Post, all’inizio degli anni ’80 avrebbe confessato al magistrato Luigi Carli che Moro sarebbe stato tenuto prigioniero in un luogo non lontano da quello in cui fu poi ritrovato il cadavere. Un particolare, questo, appreso durante una riunione di alcuni aderenti al gruppo terrorista e in linea con quanto sussurrato in casa propria anche dal sottosegretario Nicola Lettieri, che nei giorni del sequestro era a capo del comitato di crisi del ministero dell’Interno.

Secondo Dagospia, prima è un documento, rimasto secretato per 37 anni. Il 18 febbraio 1978, l' azione Br scatterà 25 giorni più tardi, il 16 marzo un agente dei Servizi di stanza a Beirut scrive un cablogramma ai superiori di Roma, nel quale riferisce quanto appreso da un suo «abituale interlocutore» del Fronte per la liberazione della Palestina Habbash: «Organizzazioni terroristiche europee» si sono riunite per pianificare «una operazione terroristica di notevole portata che potrebbe coinvolgere» l' Italia.

Scrive nel suo rapporto, la Commissione: «E' evidente che se fosse accertata una relazione con il sequestro Moro, il documento aprirebbe prospettive allo stato imprevedibili», a partire dal fatto che occorrerebbe «riconoscere che si era in presenza di un quadro di elevata allerta, i cui segnali furono probabilmente percepiti dallo stesso Moro».

Sempre secondo dagospia e qui scatta la seconda scoperta. La Commissione ha rinvenuto negli archivi della Polizia una relazione di Domenico Spinella, dirigente della Digos, nella quale si dà conto di un incontro riservatissimo svoltosi nello studio di Aldo Moro la sera del 15 marzo 1978 (mancano 12 ore all' azione brigatista) e in quella occasione il presidente della Dc fece sapere di ritenere urgente l' attivazione di «un servizio di vigilanza a tutela dell' ufficio di via Savoia».

Ma la relazione scrive dagospia del dottor Spinella al Questore - ecco un altro punto oscuro - è datata 22 febbraio 1979, ben undici mesi dopo l' attentato e oggi se ne capisce la ragione: è stata scritta d' urgenza, dopo un articolo uscito quel giorno sul "Secolo XIX" e relativo ad un generico timore di Moro per un attentato. Sostiene il presidente della Commissione Fioroni: «Trentasette anni dopo abbiamo scoperto questa relazione "post-datata", dalla quale apprendiamo con certezza che Moro, poche ore prima di essere colpito, aveva chiesto tutela.

Nella relazione è scritto che non avrebbe chiesto aiuto per sé e per la sua scorta ma per il suo ufficio. Ma oramai sappiamo che Moro era preoccupato per sé e non per le sue carte

Come confermato sottolinea Dagospia da altri dati: per esempio abbiamo appreso che in quei giorni il maresciallo Leonardi chiese improvvisamente più caricatori e altri particolari emergeranno prossimamente». Per esempio che la mattina del 16 marzo Aldo Moro non volle portare con sé il nipotino, come faceva quasi sempre?.

 

 

 

 

 

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