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Mercoledì, 15 Luglio 2020

Conferenza stampa virtuale attraverso i nostri canali della stampa estera del Prof. Alberto Zangrillo, primario di anestesia e terapia intensiva dell'ospedale Vita-Salute San Raffaele di Milano medico personale di Silvio Berlusconi. il professore è stato invitato dalla collega Julia Virsta a rispondere alle domande dei colleghi. Le mie domande e risposte del Professore durante la conferenza stampa:

Professore vorrei domandare perché si deve andare in emergenza fino a dicembre se il virus non ha la forza di prima la seguo e concordo con le sue dichiarazioni sulla malattia potrei avere la Sua opinione ?

Allora io credo che prospettarsi in un piano di emergenza nazionale anticipandolo in tempi come e stato fatto dal nostro primo ministro sulla base evidentemente sui suggerimenti del comitato tecnico scientifico debba essere visto come io e tanti altri colleghi hanno affermato in primis rimanendo alle nostre competenze proprio per le ragioni che denuncia il vostro collega Greco che evidentemente mi trovano assolutamente concordo cioè il virus almeno in Italia  sta dimostrando fortunatamente essere contenuto quindi pur continuando ad essere presente non e piu in grado produrre malattia quindi così come noi italiani siamo stati estremamente veloci come primo paese occidentale a cooperare una risposta efficace in termini organizzativi e anche in termini di risposta terapeutica sanitaria organizzata io credo che dobbiamo essere molto veloci nel andare a riaprire rispettando i criteri della prudenza per poter far rinascere una socializzazione che porta alla ripresa dell economia e per vivere sociale comune della Nazione che altrimenti rischia di perdersi e di morire per altre ragioni e sempre più difficilmente potrà rinascere ho letto questa mattina su Nyt,e almeno 5,4 milioni di Cittadini Americani hanno perso il diritto al assistenza assicurativa sanitaria per quale motivo perche hanno perso il lavoro voi tutti sapete che il sistema sanitario americano e basato sulle assicurazioni e quindi e l esempio piu chiaro del rischio che noi tutti possiamo andare a correre al netto delle assicurazioni se non facciamo partire l economia ci sara un impoverimento globale che portera alla poverta cronica che portera alla fame che portera inevitabilmente alla morte di questo paese e di tutti i paesi che non riuscirano invece
a reagire con un piano strategico economico supportato da regole sanitarie che devono essere di visione moderna di coraggio e di prospettiva per il futuro

Ci sono voci che il virus esisteva già da ottobre in italia secondo lei esiste traccia ?  e perché in italia da 80 giorni si muore solo di questa malattia? perche non e stata fatta una giusta statistica dei morti durante il lock down  ?

Il dott. Giorgio Lambrinopulos ha fatto e formulato questa domanda prima di sentire una mia precedente risposta riguardo il fatto che si possono essere delle evidenze della presenza del virus in Italia in tempi molto precoci, non lo si può escludere,si deve studiare dal punto di vista virologica e epidemiologica con molta attenzione e questo probabilmente porterà diciamo ad avere delle riflessioni per il futuro soprattutto per quello che e necessità di avere dei sistemi di rettificazioni come ho detto di un ense potenzialmente molto pericolose in tutto il continente Europeo e in particolar modo in Italia e sicuramente un importante snodo dal punto di vista di business e dal punto di vista delle persone che mi circola per quanto riguarda invece la seconda parte della domanda credo veramente di avere gia risposto ho detto che in italia nessuno muore di covid esplicitamente da almeno due mesi oggi nella mia intervista sul quotidiano il Tempo che lo spiega in modo molto chiaro e evidente che collateralmente la gente continua purtroppo a morire di patologie che sono state trascurate che sono state ignorate in questo momento in pronto soccorso dell'area metropolitana di milano sono pieni di persone affetti da patologie croniche che sono state trascurate per cui purtroppo e frequente il caso che addirittura qualcuno avesse fatto esami ematochimici o di laboratorio o di diagnostica che avevano evidenziato per esempio di tumore adominale sotto diafragmatico in organi particolarmente insidiosi come il pancreas come il fegato e solo ora si puo arrivare ad un aprofondimento da punto di vista diagnostico che purtroppo molte volte risulta ormai tardivo perche noi sapiamo che esistono delle patologie tempo indipendenti,che non lasciano scampo per non parlare di tutte le patologie in pertinenza del mondo cardiovascolare che sono assolutamente tempodipendenti pensate al infarto di miocardio che prevede che la terapia per essere efficace possa avere i tempi  di gestione assolutamente corti assolutamente limitati neccessariamente rispettati nella fase pandemica e quindi hanno prodotto un aumento della mortalita che non e stata ancora qualificata in modo correto

Grazie Professore per le sue risposte


Il Covid-19 "dal punto di vista clinico non esiste più". Ne è convinto il primario del San Raffaele di Milano Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva. Parole che hanno immediatamente infiammato la polemica tra gli esperti, con espressioni di sconcerto  e di condanna soprattutto da parte degli scienziati che fanno parte del comitato tecnico scientifico.    

Tutto è cominciato durante la trasmissione Mezz'ora in più su Raitre, quando a proposito delle osservazioni sulla situazione della Regione Lombardia, Zangrillo ha detto: "Mi viene veramente da ridere. Oggi è il 31 di maggio e circa un mese fa sentivamo gli epidemiologi dire di temere grandemente una nuova ondata per la fine del mese/inizio di giugno e chissà quanti posti di terapia intensiva ci sarebbero stati da occupare. In realtà il virus, praticamente, dal punto di vista clinico non esiste più".  
Non è un mistero che il professor Zangrillo non ammetta ignoranza né approssimazione sulla interpretazione dei dati, specie per quelli relativi al numero di decessi. Da settimane, infatti, è diventato ''il pomo della discordia'' nelle vicende in orbita Covid. Spesso al centro di polemiche accese, il medico del San Raffaele continua a sostenere che la pandemia sia in fase discendente scongiurando l'eventualità di una seconda ondata. "Dal punto di vista clinico, il Coronavirus non esiste più. Ci metto la firma", ha dichiarato qualche giorno fa. Affermazioni che hanno suscitato le ire degli illustri colleghi virologi, pronti a smentire le sue affermazioni con forza

L'ultima bagarre qualche giorno fa. Zangrillo è stato protagonista con il virologo Andrea Crisanti di un botta e risposta al vetriolo durante la trasmissione Carta Bianca. Il dibattito tra i due medici ha fatto scintille sull’analisi dell'attuale situazione dell'epidemia di coronavirus in Italia. “In questo momento in Italia non ci si sta ammalando, è un'osservazione clinica. - ha detto il professore - L’osservazione virologica ci dice che i tamponi eseguiti sono poverissimi di carica virale. Agli italiani dobbiamo dirlo. Se poi mi dite ‘fermati, Zangrillo perché sei troppo facilone’, mi fermo e mi taccio per sempre. Ma se non dico quello che sto osservando, non faccio un buon servizio”. 

 
Immediata la replica del direttore della Microbiologia e virologia dell’Università di Padova: "Non vorrei che questo messaggio venisse frainteso e tutti capissero ‘è finita, non dobbiamo più preoccuparci’. Questo senso di euforia ci induce ad abbassare la guardia, non vorrei che il professor Zangrillo si pentisse tra 2-3 mesi di aver indotto comportamenti meno sicuri. Il virus c’è ancora".

lo dice uno studio fatto dal virologo e direttore dell'Istituto di virologia, professor Clementi, lo dice, insieme alla Emory University di Atlanta, il professor Silvestri. I tamponi eseguiti negli ultimi 10 giorni hanno una carica virale dal punto di vista quantitativo assolutamente infinitesimale rispetto a quelli eseguiti su pazienti di un mese, due mesi fa. 
 
Lo dico consapevole del dramma che hanno vissuto i pazienti che non ce l'hanno fatta, ma non si può continuare a portare l'attenzione, anche in modo ridicolo, dando la parola non ai clinici, non ai virologi veri, ma a quelli che si auto-proclamano professori: il virus dal punto di vista clinico non esiste più". Lucia Annunziata, la conduttrice della trasmissione, ha replicato: "È una frase molto forte quella che lei dice, professore". E il clinico di rimando: "La firmo".

Secondo il professore, "c'è un solo numero che vale" ed "è l'evidenza: noi in questo Paese abbiamo sentito un mese fa un professore di Boston, che è un epidemiologo-statistico che si chiama Vespignani, condizionare le scelte del governo dicendo che andavano costruiti 151 mila posti di terapia intensiva. 
 
Domani uscirà un editoriale a firma mia e del professore Gattinoni in cui diciamo ufficialmente perché questo non va bene, perché è una frenesia, perché terrorizzare il Paese è qualcosa di cui qualcuno si deve assumere le responsabilità, perché i nostri pronto soccorso e i nostri reparti di terapia intensiva sono vuoti e perché la Mers e la Sars, le due precedenti epidemie, sono scomparse per sempre e quindi è auspicabile che capiti anche per la terza epidemia da coronavirus. Dovremo stare attentissimi, prepararci, ma non ucciderci da soli".

Scheda biografica

Nato il 13 Aprile 1958 a Genova

Laurea in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Milano nel 1983. Specialità in Anestesia e Rianimazione presso l'Università degli Studi di Milano.

Per la sua formazione professionale ha frequentato i seguenti centri: Queen Charlotte Hospital di Londra, Hospital de la Santa Creu I Sant Pau di Barcellona, Cardiothoracic Centre of Monaco di Montecarlo, Hetzer Deutsches Herzzentrum – Berlin, IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

 Honors and Positions

Autore di oltre 500 pubblicazioni, di cui oltre 230 su riviste internazionali indicizzate (citate più di 4000 volte, Hindex 27; Hindex ultimi 5 anni 18, IF totale >350) e 23 libri o capitoli di libri. Ha pubblicato studi randomizzati su BMJ e Circulation.
Presidente della Commissione del Ministero della Salute per la Pandemia Influenzale.
Vice Presidente della Commissione Nazionale Ricerca Sanitaria.
Membro della Commissione di Bioetica del Ministero della Salute.
Presidente della II Commissione del Consiglio Superiore di Sanità.
Membro della Commissione Sviluppo Sanità della Regione Lombardia
Editor in Chief della rivista “Heart Lung and Vessels” (indicizzata su pubmed), membro dell’editorial board di “Advances in Medicine” e revisore di grant per donors internazionali (tra cui la Swiss National Science Foundation).
Secondo il database Scopus, è tra i primi 10 medici al mondo per numero di pubblicazioni degli ultimi 2 anni nell’ambito “anesthesia” e tra i primi 20 nell’ambito “intensive care”.

Ha partecipato, spesso in qualità di principal investigator, a 27 protocolli di ricerca randomizzati approvati dal Comitato Etico dell’Ospedale San Raffaele.
Nel periodo 2009-2011 è stato Consulente del Ministro della Salute, Prof. Ferruccio Fazio, e Membro del Comitato Scientifico del CCM (Centro Controllo Malattie Nazionali del Ministero della Salute).

Insignito del titolo di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi , in data 2 giugno 2004.
Insignito del titolo di Commendatore dal Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano , in data 27 dicembre 2010.

Attività di insegnamento

Professore a contratto per le Scuole di Specializzazione in Anestesia e Rianimazione, Chirurgia Vascolare, Chirurgia Toracica, Neurochirurgia e Chirurgia dell’Apparato Digerente.
Docente presso il Corso Post-Graduate di Chirurgia e protesi Odontostomatologica (direttore Prof. Gherlone) dell’Università Vita-Salute San Raffaele.
 Docente nell’ ambito del corso elettivo sulle Moderne procedure di trattamento del paziente nel periodo perioperatorio per studenti del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia.
 Attività didattica tutoriale agli specializzandi di Anestesia e Rianimazione e Cardiologia.
 Attività didattica formativa professionalizzante (APRO) per studenti del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia.
Docente nell’ambito del Corso Integrato sull’Assistenza avanzata al paziente critico con patologia cardiocircolatoria all’interno del Master di I Livello in Assistenza Infermieristica Avanzata al Paziente Critico.
Docente nell’ambito del Corso Integrato di Emergenze Medico Chirurgiche.
Docente nell’ambito del Corso Integrato di Infermieristica Clinica in Area Critica

Ha svolto anche le seguenti attività di insegnamento

Docente nell’ambito del I° Corso Annuale Teorico Pratico di Ecocardiografia Transesofagea.
Docente nell’ambito del Master di Eco-doppler in cardiochirurgia – Insufficienza Mitralica Degenerativa
Docente nell’ambito del Corso di Aggiornamento SIAARTI, La moderna Anestesia Bilanciata Anestesia Generale e Protezione
Direttore e docente del Master di II Livello in Terapia Intensiva Cardiochirurgia, Università Vita-Salute Ospedale San Raffaele.

Attività di ricerca in atto

Supporti avanzati al circolo e alla ventilazione (ECMO, VAD, cuore artificiale); Trattamento dello scompenso cardiaco acuto; Ventilazione non invasiva (in terapia intensiva e ai piani di degenza); Terapie anticoagulanti alternative in terapia intensiva; ottimizzazione emostasi perioperatoria; Cardioprotezione da alogenati; Prevenzione della mortalità perioperatoria e trattamento dell’infarto miocardico acuto perioperatorio (betabloccanti, inotropi, antiaggreganti, clonidina…); Prevenzione e trattamento dell’insufficienza renale acuta perioperatoria e del danno d’organo del paziente critico; Cardiac biomarkers (proBNP, cardiac troponin) and Renal biomarkers (ouabaine); Sepsi in terapia intensiva; Emergenze intra (medical emergency team) ed extra ospedaliere; Management anestesiologico del paziente ad elevatissimo rischio periprocedurale (per esempio sottoposto a procedure di sostituzione valvolare percutanea); Sviluppo di nuove tecnologie; Meta-analisi in ambito cardiovascolare e intensivistico per individuare farmaci o tecniche in grado di migliorare l’outcome in sala operatoria e in terapia intensiva.

Attività Clinico-Assistenziale

Dirigente Medico dal 1986

Primario dell'Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione Cardio-Toraco-Vascolare, IRCCS Ospedale San Raffaele dal 2003.

Primario dell'Unità Operativa di Terapia Intensiva e Rianimazione Generale, IRCCS Ospedale San Raffaele e dell'Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione San Raffaele Turro dal 2008.

 Finanziamenti/Grants

Vincitore bando ricerca Finalizzata del Ministero della Salute, anno 2009.   “Levosimendan to reduce mortality in high risk cardiac surgery patients. A multicentre randomized controlled trial (Levosimendan in pazienti cardiochirurgici ad alto rischio. Uno studio multicentrico randomizzato controllato)”.
Responsabile Clinico del progetto finanziato dalla Regione Lombardia, anno 2009. “Utilizzo di sistemi di assistenza ventricolare sinistra a flusso continuo in pazienti affetti da insufficienza cardiaca terminale”.
Referente progetto CCM “Supporto extracorporeo cardiorespiratorio con ECMO (extracorporeal membrane oxygenation) in pazienti con scompenso cardiaco: miglioramento dell’outcome e prevenzione delle complicanze”. Anno 2009 – Prot. CNR-iBFM n. 00000175 del 14/04/2009.

Coordinatore Responsabile del Progetto stipulato il 26 novembre 2009 tra il Ministero della Salute, l’Azienda Ospedaliera San Gerardo di Monza e la Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor per la realizzazione della: “Rete nazionale per la gestione della sindrome da insufficienza respiratoria acuta grave da polmoniti da virus A(H1N1) e l’eventuale utilizzo della terapia ECMO”.
Vincitore bando Ricerca Indipendente della Regione Lombardia, anno 2010. “Attività di coordinamento e gestione domiciliare di pazienti portatori di dispositivi di assistenza ventricolare (VAD) per il trattamento dell'insufficienza cardiaca terminale: il VAD Coordinator”.
 
 

Alla vigilia della presidenza tedesca dell'Unione europea Angela Merkel entra a gamba tesa sul governo italiano  "Il Mes va usato", "Decido io".
Lo fa su un argomento, l'accesso ai fondi messi a disposizione dal Meccanismo europeo di stabilità, che è un nervo scoperto per il premier Giuseppe Conte perché ancora oggi divide profondamente la maggioranza giallorossa.

"È uno strumento che può essere usato da tutti - ha messo in chiaro la cancelliera tedesca - non lo abbiamo attivato perché rimanga inutilizzato". Un'ingerenza non indifferente che ha fatto infuriare Palazzo Chigi. "Rispetto le opinioni di Angela - ha replicato - ma a far di conto per l'Italia sono io con il ministro Gualtieri, i Ragionieri dello Stato ed i ministri". Capitolo chiuso? Mica tanto. Perché le pressioni dei tedeschi sull'Italia non si limiteranno a semplici consigli. Presto passeranno all'attacco.

I nodi stanno venendo tutti al pettine ci pensa Angela Merkel a ricordarlo a Palazzo Chigi, il cui orizzonte resta pieno d’incognite. A partire dal Mes, il nuovo prestito per le spese sanitarie creato sull'onda dell’emergenza dettata dal coronavirus.

La questione del fondo salva-Stati 'leggero' è tornata ancor più d'attualità per il pressing, quasi un invito esplicito a usarlo, giunto dalla cancelliera tedesca in un'intervista a diversi quotidiani europei tra cui La Stampa. Ma sul punto il premier non vuole avere pressioni esterne. La sua preoccupazione è tenere in piedi il fragilissimo equilibrio di una maggioranza debole nei numeri e costantemente segnata dalle tensioni dentro i due principali partiti alleati. Il fondo Ue per la ripresa «non può risolvere tutti i problemi – sono state le parole di Merkel –. Lavoro per convincere questi Paesi (i cosiddetti 4 stati 'frugali' che non vogliono aiuti diretti, ndr), ma le trattative sono difficili». Quindi, il messaggio: «Non abbiamo messo a disposizione degli Stati strumenti come il Mes o Sure perché restino inutilizzati».

Proprio rispetto al fondo Salva-Stati, il presidente del Consiglio sta affrontando la partita più difficile, stretto tra il netto rifiuto del Movimento 5 Stelle ad utilizzare i 37 miliardi che l'Unione europea metterebbe a disposizione dell'Italia per il comparto sanitario messo a dura prova dall'emergenza Covid-19, e il pressing del Partito Democratico che chiede invece a Conte di decidere al più presto sul suo utilizzo. Conte ha però respinto le pressioni dei dem, sottolineando che qualsiasi decisioni sarà rimandata a settembre.

«Il fatto che la Germania tifi Mes per l’Italia è l’ennesima riprova che il Mes è una fregatura o una “sola”, come si dice a Roma», dice il leader della Lega Matteo Salvini. «Lo stanno rifiutando tutti, dalla Grecia alla Spagna e alla Francia - ha aggiunto - la Merkel si occupi di Germania che all’Italia ci pensiamo noi». Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, rincara la dose: «In Parlamento vedremo chi sarà con noi e chi invece ci vuole consegnare alla troika. La posizione di Fratelli d’Italia è chiara: il Mes è una trappola, e l’Italia non deve caderci dentro».

La leader di FdI concorda con Salvini su quale sia il vero risultato del vertice europeo: "Mentre il Fondo per la ripresa viene declinato al futuro e con contorni ancora tutti da definire, l'unica cosa certa e' che tra pochi giorni sarà operativo il Mes con le sue condizionalità tutt'altro che light".

Oggi l Incontro a Berlino per il premier Giuseppe Conte con la Cancelliera tedesca Angela Merkel in vista del consiglio europeo. "La cancelliera incontra i leader di diversi Paesi europei e questi scambi servono a sondare le posizioni e la possibilità di eventuali linee di compromessi", ha risposto nei giorni scorsi la portavoce Martin Fietz a una domanda in proposito.

Conte sarà ricevuto dalla cancelliera al Castello di Meseberg. I due leader terranno una conferenza stampa alle 17.30 e poi avranno una cena di lavoro.
Conte e Rutte, la cena “indigesta” sul Recovery Fund: «Ci sono ancora divergenze»

Prima di andare da Cancelliera Merkel qualche giorno fa era andato in Olanda,
trattativa su trattativa, riunione dopo riunione, il Recovery Fund rischia di uscire dal Consiglio Ue di metà mese con più condizionalità del famigerato Meccanismo europeo di stabilità. Sarà per i 500 miliardi a fondo perduto e i 250 sotto forma di prestiti e la resistenza dei Paesi del Nord Ue, ma allo stato delle proposte avanzate sinora dal presidente del Consiglio Ue Charles Michel e dalla cancelliera Angela Merkel, si comprende che potrebbe esserci uno stretto rapporto tra soldi erogati e riforme. Quali? Non soltanto quelle che ha promesso il governo di turno, nel nostro caso l'esecutivo-Conte, ma anche sulla base delle raccomandazioni che ogni anno Bruxelles rivolge ai partner renitenti

Per l'Italia si tratterebbe di ricevere risorse dal Recovery solo dopo aver fatto la riforma del mercato del lavoro, del fisco, della giustizia (con i tribunali ancora chiusi), delle pensioni (abolendo Quota 100). Ciò l'Italia ha in parte promesso e in parte gli è stato chiesto nel corso degli anni da parte della Commissione. Inoltre, a valutare il progresso del processo riformatore - si legge nella bozza presentata da Michel - non sarà più la Commissione Ue, ma il Consiglio europeo e quindi i governi. A Palazzo Chigi la proposta del presidente del consiglio europeo piace poco, perché tra l altro sarebbe l intervento della troika

Al sentir parlare di “troika” – anche se non esplicitata direttamente – le tensioni a Palazzo Chigi sono aumentate ulteriormente, con la conferma che purtroppo ancora non c'è un piano condiviso europeo dopo più di 3 mesi dall'inizio dell’emergenza coronavirus: «Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno avuto uno scambio di vedute telefonico sulle prospettive di un Recovery Fund ambizioso e all'altezza della sfida del Covid-19,», rivela una nota ufficiale di Palazzo Chigi, con il Presidente del Consiglio che ha chiesto ulteriore sforzo “ambizioso” a Bruxelles pur condividendo in pieno il piano presentato da Macron e Merkel.

Da un lato il piano di Macron e Merkel da almeno 500 miliardi di euro con previsti fondi perduti e contributi di debito rimborsabile a livello comunitario, dall'altro la controproposta di Austria-Olanda-Svezia-Danimarca lanciata stamane dal Premier Sebastian Kurz da Vienna: «Vogliamo essere solidali con gli stati che sono stati colpiti duramente dalla crisi ma riteniamo che la strada giusta siano mutui e non contributi», ha spiegato il presidente austriaco in una intervista al quotidiano Obersterreichischen Nachrichten. La differenza è praticamente incolmabile tra l’area Francia-Italia-Spagna-Grecia con il sostegno della Germania sull’emissione di bond garantiti dal bilancio Ue e finanziamenti a fondo perduto e il contro-piano dei Paesi del Nord.

Intanto i  frugali non mollano e Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca possono contare sui paesi dell'est Europa per mettere in difficoltà l'asse franco-tedesco e, di conseguenza, anche l'Italia che ha urgente necessità di poter attingere ai fondi in tempi rapidi. Convincere il primo ministro olandese che stavolta l'Italia fa sul serio, è stato l'obiettivo di Conte ieri sera all'Aja dove è stato accolto, prima del premier Rutte, da Geert Wilders, leader dell'opposizione olandese con al collo un cartello «Non un centesimo all'Italia». «Sarebbe doverosa ora una presa di distanza da parte della Lega, compagna di gruppo parlamentare» di Wilders, sostiene Filippo Sensi (Pd) ricordando lo stretto rapporto del sovranista olandese con il leghista Salvini. Conte e Rutte, la cena “indigesta” sul Recovery Fund: «Ci sono ancora divergenze» la strada per l'accordo tra i Ventisette non è ancora spianata del tutto e non è escluso che a fine mese possa essere convocata una nuova riunione.

In vista del Consiglio Ue, mercoledì Conte sarà in Parlamento e la maggioranza rischia di essere alle prese con le risoluzioni pro-Mes dei radicali di +Europa Riccardo Magi ed Emma Bonino che dovrebbero essere messe al voto costringendo Conte e parte della sua maggioranza a dire se intendono considerare il Mes tra gli strumenti a disposizione







Mes manda in frantumi l'alleanza Pd-Cinque stelle. I due partner principali del governo Conte, infatti, votano in modo opposto su un atto del Parlamento europeo che riguarda il fondo salva-Stati.

La tensione tra soci di maggioranza sale. Luigi Di Maio guarda all'Europa: "La Bce ci ha dato un grande sostegno acquistando i nostri titoli di Stato. Gli strumenti ora ci sono e dobbiamo riconoscerlo. Quindi basta piagnistei, tocca al governo dimostrare di essere all'altezza della sfida. Il presidente Conte continua a dire che sarà sufficiente il Recovery Fund e noi abbiamo fiducia nelle sue parole".  

Il Partito democratico insiste invece sul sì ai 37 mld di euro destinati alla sanità. Il presidente dei senatori dem, Andrea Marcucci, propone la nomina "di un Garante per il Fondo sanitario. Una figura autorevole che rassicuri innanzitutto quanti pensano che l'Europa possa nascondere qualcosa sull'uso di questi fondi".

Ma vediamo perché Lega FDI, e parte del M5S e contro il mes e la troika...Dopo la grande recessione e la crisi economica del 2007-2008, la Troika è intervenuta più volte: nel 2010 il primo Paese a chiedere aiuto è stato l’Irlanda che ottenne un prestito di 78 miliardi in cambio di tagli ai salari e una riforma fiscale. Nel 2013 Dublino è uscito dal piano di aiuti rimborsando l'intero prestito. Anche il Portogallo si è rivolto alla Troika e dovette realizzare un piano di tagli a pensioni e stipendi pubblici, oltre a un aumento della pressione fiscale. Lisbona è uscita dal piano di aiuti nel 2013. Poi è toccato alla Spagna, tra il 2011 e il 2012, a causa della bolla immobiliare. Un piano di tagli consistente ha permesso di ripagare il debito.

L'intervento più famoso della Troika, che l'ha resa molto impopolare agli occhi dell’opinione pubblica, è quello nella crisi della Grecia. Nel 2010, i rappresentanti di Bce, Fmi e Commissione europea sono intervenuti per provare a risolvere l'aumento incontrollato del debito pubblico e il declassamento dei titoli al livello più basso. Atene chiese un aiuto da 275 miliardi di euro promettendo riforme molto pesanti per i contribuenti greci: tagli alla sanità, tasse sulla casa, slittamento dell'età pensionabile, prelievi forzosi. Dopo l'intervento della Troika è stato attivato il “fondo salva-Stati” che ha scongiurato il default greco.

Spesso gli interventi della Troika sono stati criticati per i suoi piani di austerità e per le “ingerenze” nelle politiche dei Paesi aiutati. In Grecia questo si è tradotto in scontri in piazza. A partire dal gennaio 2014, lo stesso Parlamento europeo ha avviato un'inchiesta formale per verificarne trasparenza e livello di democraticità degli interventi proposti e attuati.  

Era il 26 settembre 2012 quando Claudio Messora, oggi autore del videoblog sovranista Byoblu e in passato capo della comunicazione Cinque Stelle in Europa poi licenziato, spiegava agli iscritti del blog di Grillo dei tempi d'oro cos'è il Mes. «È un trattato che istituisce un'organizzazione finanziaria che influisce pesantemente sulle nostre sorti economiche», esordiva. Non una mensa dei poveri, aggiungeva, ma «un programma di pesanti condizionalità e di espropri», accompagnato dalla «cessione di parti di sovranità» e nella «firma di memorandum di intesa a opera della Troika (Commissione europea, Bce e Fmi)».

Nel post, lunghissimo e corredato dal videointervento di Messora, si dedicava ampio spazio alla Grecia per mostrare in cosa consistono le condizionalità e i processi di ristrutturazione del debito sovrano. «Il Fmi - scriveva Messora - ha imposto la privatizzazione e quindi la cessione al mercato di tutti i più grandi asset del Paese, per esempio gli aeroporti, le poste, le autostrade». Si contestava che l’Italia dovesse contribuire al Fondo con 15 miliardi, costringendola a ricorrere al mercato («Cominciamo un processo di salvataggio indebitandosi ulteriormente e pagando interessi elevati»), si attaccava il piano di rientro dal prestito come «strozzinaggio applicato agli Stati», si criticavano Mario Monti e Mario Draghi, si disapprovava la regola del pareggio di bilancio in Costituzione approvata ad aprile di quell'anno.

Il messaggio finale suonava pressappoco così: sul Mes nessuno vi sta dicendo la verità, noi vogliamo informare i cittadini «sulle tragiche conseguenze di un trattato che ci sottrarrà la sovranità popolare senza consentirci in alcun modo di recuperarla».

Analiziamo il perche la Ue di attrazione e di Presidenza Tedesca, preferisce il mes,gli eurobond (per la crisi attuale ribattezzati come corona bond) sono titoli di debito emessi da un debitore che ha bisogno di un credito e acquistati dai creditori, che però sono garantiti da tutti gli Stati membri dell'Unione Europea. Se uno Stato non dovesse essere più in grado di pagare, sarebbero gli altri a farlo per lui. Sul tavolo europeo da oltre dieci anni sono stati anche il pomo della discordia durante la crisi del 2008, ma furono accantonati per il rifiuto di Paesi come Germania e Olanda. Rimessi in gioco da Paesi come l'Italia, la Spagna, ma anche la Francia hanno incontrato ancora una volta il rifiuto degli Stati Membri con minor debito pubblico.

Da una parte i Paesi del Sud credono che i corona bond siano la migliore risposta che possa dare l'Europa a questa crisi, anche perché eviterebbe che il debito pubblico dei Paesi più colpiti da questa crisi (Italia con un debito sopra il 130% del PIl prima della crisi) e Spagna (con il 98%) aumentasse ulteriormente.

Dall'altra, ci sono i Paesi come Germania e Olanda che vedono negli eurobond più rischi che vantaggi e più ingiustizia che solidarietà. Il problema che nasconde l'eurobond è che il suo rifiuto fa sì che i Paesi del Sud si sentano meno protetti, mentre la sua approvazione viene vissuta come uno sfruttamento per i Paesi del centro e del nord d'Europa, i più rigorosi in termini di deficit, debito pubblico e tasso di risparmio.

Ci sono dei motivi che Olanda e Germania si rifiutano di dare il loro sostegno agli eurobond , come sottolineato da CNBC, il piano massiccio di Quantitative Easing messo in campo in risposta al coronavirus da parte della BCE rappresenta agli occhi di Olanda e Germania un aiuto più che sufficiente da parte dell’Unione Europea. Tedeschi e olandesi ritengono che tale stimolo, che contribuisce a creare un ambiente di mercato piuttosto buono, si muove a beneficio di tutti i Paesi che utilizzano l’euro, non rendendo così necessario il ricorso agli eurobond.

La Banca Centrale Europea ha provveduto a lanciare un QE da 750 miliardi di euro nel corso del 2020 ai fini di abbassare i tassi di interesse di ciascun Stato membro dell’Eurozona.

A livello di stabilità politica, entrambi i Paesi non se la passano molto bene al momento, i rispettivi governi sono entrambi aggrappati ad alleanze politiche piuttosto fragili

In Germania, Angela Merkel si è vista costretta a unire le forze con il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) a seguito delle ultime elezioni datate 2017. La coalizione tra il CDU della Merkel e l’SPD è già stata messa a dura prova e una divisione intestina a tema eurobond potrebbe portare ad una rottura definitiva.

In Olanda il primo ministro Mark Rutte, liberale, sempre nel 2017 ha dovuto cedere alla creazione di una coalizione con altri tre partiti, i cui rapporti sono esacerbati dalle attività di opposizione in Parlamento ad opera della crescente contrarietà all’UE. Il Partito per la libertà, guidato da Geert Wilders, è il secondo gruppo più forte all'interno del Parlamento olandese in termini di numeri.

Sul fronte anti-Europa, la Merkel sta avendo a che fare con Alternativa per la Germania (AfD), che rappresenta il terzo gruppo più numeroso all'interno del Parlamento tedesco. Il partito si è detto subito contrario agli eurobond - un suo portavoce ha dichiarato che né il coronavirus né l'euro “giustificano il fatto che i contribuenti tedeschi siano dissanguati per il debito dell'intera UE”.

Così I Paesi del Nord, inoltre, considerano che il meccanismo dell'eurobond non sia immediatamente applicabile perché comporterebbe una modifica della stessa Costituzione di questi Paesi, mentre ne esiste un altro già pronto e poco utilizzato: Il Meccanismo europeo di Stabilità (MES). Si tratta di uno strumento condiviso da 19 Stati membri dell'euro che emette bond europei sulla base di capitale versato e garanzie. Ma si tratta di un meccanismo che comporterebbe un aumento del debito pubblico. L'italia si è presentata all'Eurogruppo pretendendo nessuna condizionalità all'utilizzo del meccanismo Salva-Stati, neanche quelle di un prestito "light" proposte dalla Germania.  

Tutto nasce nel 2010-2011 quando alcuni paesi Ue si trovarono sull'orlo del tracollo finanziario.  Ci si era scontrati con l’art. 123 dei Trattati che vieta agli stati membri (e alla BCE) di ‘salvare’ paesi in difficoltà. La logica di questo articolo è chiara: gli stati membri non devono essere incentivati a indebitarsi nella convinzione che altri paesi correranno in loro soccorso. Ma i tempi erano eccezionali e la crisi mordeva l'economia reale e tagliava posti di lavoro. Da qui l’aggiramento dell’art. 123 prima con un fondo temporaneo (l’EFSF che aveva già concesso 175 miliardi di euro di prestiti a Irlanda, Portogallo e Grecia) e poi con uno permanente, il MES, peraltro dietro forte richiesta dell’Italia che rischiava di non avere ancore di salvezza europee nel caso il ripagamento del proprio debito pubblico risultasse insostenibile. Una ipotesi tutt'altro che peregrina.

Perche nasce il MES: che e una organizzazione internazionale costituita con un Trattato affiancato – ma non incluso – in quelli Ue e che può contare su un capitale di 700 miliardi di euro di cui gli stati membri iniziano a versare pro quota 80 miliardi di euro (con quasi il 27% del capitale la Germania è il primo contributore; l’Italia partecipa con il 18%). Il MES può concedere prestiti ai paesi in difficoltà – e lo ha fatto finora con Cipro (€6,3 miliardi), Grecia (€61,9 miliardi) e Spagna (€41,3 miliardi) – ma a fronte di una rigida condizionalità. In pratica chi riceve i prestiti si obbliga ad approvare un memorandum d'intesa (MoU) che definisce con precisione e rigore quali misure si impegna a prendere in termini di tagli al deficit/debito e di riforme strutturali. Il MES prende le proprie decisioni con una super maggioranza dei voti dei paesi membri e opera in stretto coordinamento con la Commissione europea cui spetta, ad esempio, la negoziazione sul MoU con il paese coinvolto e con la BCE e il FMI (nel caso in cui quest’ultimo venga coinvolto nel salvataggio).

Perché questa ossessione per il Mes? Il fatto che sono 37 miliardi che l'Italia riceverebbe quasi subito. Non è tuttavia, una ragione sufficiente per spiegare questa fissazione. O il Mes è diventato uno strumento ideologico per dividere il governo e di metterlo anzitempo (senza però, avere un'alternativa pronta); o i suoi sostenitori, almeno una parte, inseguono un fine che ci sfugge, e che certamente nulla ha da condividere con la volontà di usare le risorse promesse per rilanciare il Paese.

I sostenitori del Mes sono arruolati tra le fila dell’europeismo elitario, cioè quei gruppi di interesse che considerano l'Europa un centro di potere piuttosto che un'opportunità per migliorare le condizioni di libertà, convivenza, e prosperità dei cittadini.

Queste élite che come tali condividono molto, stesse scuole di provenienza, professioni, circoli sociali, e naturalmente, orientamenti politici, sono accomunati dall'idea sbagliata che l'Europa sia un meccanismo perfetto perché risponde ad un insieme di regole ben precise come se ci fosse una Costituzione europea. I fatti hanno dimostrato che sia il meccanismo è – fortunatamente – imperfetto, sia che non c'è alcuna Costituzione.

Nonostante il rifiuto del governo sia definitivo, i pro Mes sfruttano la loro posizione di privilegio per alimentare il dibattito, attraverso i media tradizionali a cui hanno accesso esclusivo, con campagne ben orchestrate sui social media.

L'argomento che impiegano è semplice: 37 miliardi subito, a tasso di interesse risibile, senza ricatti, per sostenere i cittadini e rilanciare l’economia. Le loro analisi dimenticano quello che i cittadini hanno invece, compreso bene: il Mes è una banca dell'Eurogruppo (19 Paesi aderenti all'euro) non della Ue (27 Paesi).

Non essendo della Ue, ha un proprio Trattato costitutivo e proprie regole interne. Qui c’è evidente – e i pro Mes evitano l'argomento – il rischio reale corso dai Paesi che prendono soldi dal Mes. E cioè che per il Trattato (e per le regole interne) le condizioni dei prestiti e il loro controllo vengono supervisionati dal trio Commissione Ue, Fondo Monetario e Bce – alias la Troika.

La Troika, quando si muove (come ha fatto in Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia e Cipro), non si limiti a dare suggerimenti di buon senso. Il suo approccio e di decidere tutte le misure da adottare nel minimo dettaglio, sia del merito che della tempistica.  I dettagli dovrebbero essere lasciati alla sovranità nazionale, nel rispetto dei saldi di bilancio. Se un Paese si deve appropriare delle riforme, deve avere un margine di trade-off negli interventi. L’approccio autoritario è inutile e controproducente».

L'ultimo 'no' al Mes del Movimento 5 stelle è arrivato, all'inizio del vertice degli esponenti di governo. La contrarietà al fondo salva Stati è stata compatta - riferisce chi era presente alla riunione - e il capo politico Vito Crimi non ha apprezzato chi nei partiti di maggioranza su questo tema si sta "muovendo con modi e accenti che non si conciliano con questa fase cruciale per il Paese".  

Nel M5s la situazione è fluida. Beppe Grillo avrebbe dato la benedizione all'approvazione del fondo salva-Stati. Una mossa che punterebbe a rafforzare in questa fase la posizione del presidente del Consiglio sempre di più sotto il fuoco del Pd. C'è la mina Alessandro Di Battista, che continua a sabotare un'eventuale intesa con i democratici sul Mes. Il ministro degli Esteri Luigi di Maio gioca sul fondo salva-Stati una doppia partita: l'ex capo politico dei Cinque stelle fa l'equilibrista. Spinge Conte verso il sì per indebolirlo agli occhi dei gruppi parlamentari. Accompagna i malumori della base perché vuole tenere aperta la porta della rottura con il Pd e preparare il ritorno con la Lega (contraria al Mes). Di Maio conosce meglio di chiunque gli umori della base grillina: accompagna Conte nel burrone. Quale miglior modo di un suicidio sul Mes? Salvini è alla finestra: assiste all'esplosione del Movimento per soffiare senatori e tentare la spallata prima dell'autunno.

L'ultima scintilla in casa grillina è l'iniziativa portata avanti dai parlamentari Raphael Raduzzi, Alvise Maniero, Pino Cabras e dall eurodeputato Piernicola Pedicini. I quattro pentastellati hanno presentato un documento dal titolo «Undici motivi per dire no al Mes» che avrebbe fatto andare su tutte le furie uno dei big del Movimento a capo di una commissione parlamentare. «Io mi sono rotto il c.... Chiedo l'espulsione di Cabras, Randuzzi e Maniero», lo sfogo di esponente pentastellato, tra i più dialoganti sul ricorso al fondo Salva Stati. La tensione è ormai alle stelle. Italia viva attacca: «Se non prendiamo i soldi del Mes c'è la patrimoniale», avverte Davide Faraone. Conte sembra essere precipitato nelle sabbie mobili del Mes.

"Tutte le ragioni obiettive portano a dire che non si capisce perché dobbiamo dire di no", afferma invece a SkyTg24 Piero Fassino, che critica duramente il Movimento. "L'atteggiamento del M5s è inaccettabile - spiega senza giri di parole il deputato dem - non si pianta una bandiera e poi si dice che non ci si muove da lì per ragioni puramente ideologiche. L'argomento che viene addotto sui giornali è che il Movimento si spaccherebbe perché alcuni non sono d'accordo. Vengono prima gli interessi di un Paese o di un partito? In nome di un interesse di partito si sacrifica l'interesse di un Paese. Lo trovo insensato", conclude.

Anche per Matteo Renzi, leader di Italia viva, "è fondamentale chiudere rapidamente la partita sui 37 miliardi che servono alla nostra sanità e che, per un motivo ideologico, qualcuno vorrebbe buttare via". Il centrodestra sulla questione si dimostra diviso. Per Silvio Berlusconi rifiutare sarebbe un atto di "assoluto masochismo per noi ed anche un imperdonabile sfregio all'Europa".

Al leader di Forza Italia risponde quello della Lega, Matteo Salvini, che in visita a Castel Volturno dice: "Portino in aula il Mes e vediamo cosa voterà il Parlamento, che è sovrano. Penso che la maggioranza sia assolutamente a favore dell'interesse nazionale - taglia corto - l'importante è il voto, portino il Mes in Parlamento e vediamo che succede".

Francesco Lollobrigida, conferma infine la linea di Fratelli d'Italia: "In Europa c'è chi vorrebbe ricattarci per costringerci ad aderire al Mes. E in Italia c'è chi è disponibile ad accettare il ricatto. Fratelli d'Italia chiede che il Parlamento voti per evitare questo strumento inutile e dannoso", dice il capogruppo alla Camera del partito di Giorgia Meloni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Cina mira a diventare "l'unica superpotenza del mondo", dice il direttore dell'FBI. 

Il direttore dell'FBI Christopher Wray ha tenuto un discorso presso l'Hudson Institute di Washington in cui ha ampiamente parlato della Cina e della minaccia che rappresenta.

Wray ha parlato dei tentativi cinesi di trarre vantaggio dall'innovazione e dalla tecnologia degli Stati Uniti, tra cui l'hacking Equifax, il furto di tecnologie militari, la pressione all'autocensura e la coercizione dei funzionari eletti statunitensi a livello locale.

"Se sei un adulto americano, è molto più probabile che la Cina abbia rubato i tuoi dati personali", ha detto Wray. "Ora siamo arrivati al punto in cui l'FBI sta aprendo un nuovo caso di controspionaggio relativo alla Cina circa ogni dieci ore". Analizziamo i rapporti che la Cina sta creando nel Mondo e specialmente con Iran :

Il presidente iraniano Hassan Rouhani ed il suo omologo cinese Xi Jinping avevano definito le relazioni tra i due Paesi, nel corso di una conversazione telefonica svoltasi alla fine di aprile, come speciali e strategiche. I due avevano inoltre parlato di rapporti commerciali promettenti, da potenziare con accordi bilaterali e lo sviluppo di progetti infrastrutturali comuni. Xi Jinping ed Hassan Rouhani avevano poi criticato l'atteggiamento degli Stati Uniti definito come una minaccia alla pace, sicurezza e stabilità della regione dal Capo di Stato iraniano e Xi Jinping aveva espresso riserve sulle sanzioni americane nei confronti di Teheran. Uno dei collanti che tiene unite due nazioni, ideologicamente così diverse, è proprio l'inimicizia e la rivalità con Washington, che sotto l'Amministrazione Trump ha assunto atteggiamenti ancora più ostili nei confronti delle parti.

La crisi – con l'economia iraniana sempre più ostaggio delle sanzioni americane, l'Europa partner evanescente e sponda sempre più debole per Teheran – potrebbe stringere in un abbraccio di ferro i due Paesi. Conviene ad entrambi. A Teheran per rianimare la sua economia e continuare ad armarsi, eludendo sanzioni e embargo. A Pechino per saziare la sua fame di energia.  

l'alleanza tra Cina e Iran si scaldasse anche sul piano militare. Secondo l'Istituto Internazionale di Ricerca di Stoccolma per la Pace, la Cina ha esportato armi per un valore di 269 milioni di dollari dal 2008 al 2018. Alla fine di dicembre, Cina, Iran e Russia – vale a dire i principali “nemici” degli Usa – hanno tenuto 4 giorni di esercitazioni militari tra l'Oceano Indiano e il Golfo dell’Oman. La Cina ha un'altra urgenza: blindare le rotte marittime. La base a Gibuti serve a questo. Il Paese è il principale esportatore di merci “containerizzate”: spedisce merci tre volte più degli Usa. Con la pirateria che infesta il 90 percento delle rotte marittime del mondo, il conto che la Cina può pagare rischia di essere astronomico. L'abbraccio a Teheran si spiega anche così.

Il messaggio è stato recapitato nel bel mezzo dell'escalation: le relazioni tra Pechino e Teheran non si toccano. Anzi, «la determinazione della Cina a sviluppare un partenariato strategico globale con l'Iran non cambierà», ha fatto sapere l'inviato cinese in Iran, Chang Hua.

Il modello è già stato ampiamente collaudato. La Cina lo ha sperimentato in Venezuela, per esempio. O in Africa. Il vuoto lasciato dal disimpegno Usa è un'occasione formidabile per il Dragone per tessere alleanze, per conquistare peso geopolitico. Sullo sfondo c'è la “partita” per la leadership mondiale. E al tavolo siedono solo due giocatori: Usa e Cina. I due giganti hanno assunto posizioni speculari, rovesciate una rispetto all'altra. Non è un caso che mentre l'America di Trump sembri perseguire la sua strategia del "dis-ordine" mondiale, la Cina provi a presentarsi come un attore di stabilizzazione

La protezione della Cina è di grande importanza per Teheran e alcuni sviluppi sembrerebbero  provarlo. L'Iran è riuscito ad inviare rifornimenti di greggio in Venezuela per supportare l’esecutivo di Nicolas Maduro, sempre più in difficoltà a causa della crisi economica, senza che gli Stati Uniti intervenissero per impedire un'azione ritenuta ostile. Il supporto di Pechino ha probabilmente avuto il suo peso nell’inibire una reazione da parte di Washington ed in questo modo la Repubblica Popolare ha rafforzato ulteriormente gli ottimi rapporti con Iran e Venezuela.

Il Medio Oriente rischia di essere sconvolto, se i suoi tratti politici, dal sempre maggior interventismo della Cina che si è materializzato in un accordo segreto venticinquennale con l'Iran per lo sviluppo della collaborazione bilaterale tra i due paesi. Ora, pian piano, stanno emergendo i contenuti sinora rimasti molto riservati e che cambieranno profondamente il disegno dell'area in un modo che non sarà gradito né all'Occidente né ai suoi alleati.

L'Iran ha un ruolo di primaria importanza nella Nuova Via della Seta varata da Pechino nel 2013, in fase avanzata di realizzazione: essa consiste in una rete viaria e ferroviaria tra la Cina e l'Europa attraverso l'Asia Centrale, il Medio Oriente e la Russia, abbinata a una via marittima attraverso l'Oceano Indiano, il Mar Rosso e il Mediterraneo. Per le infrastrutture viarie, ferroviarie e portuali in oltre 60 paesi sono previsti investimenti per oltre 1.000 miliardi di dollari.

la Cina sta effettuando in Iran investimenti per circa 400 miliardi di dollari: 280 nell’industria petrolifera, gasiera e petrolchimica; 120 nelle infrastrutture dei trasporti, compresi oleodotti e gasdotti. Si prevede che tali investimenti, effettuati in un periodo quinquennale, saranno successivamente rinnovati.

Nel settore energetico la China National Petroleum Corporation, società di proprietà statale, ha ricevuto dal governo iraniano un contratto per lo sviluppo del giacimento offshore di South Pars nel Golfo Persico, la maggiore riserva di gas naturale del mondo. Inoltre, insieme a un’altra società cinese, la Sinopec (per i tre quarti di proprietà statale), è impegnata a sviluppare la produzione dei campi petroliferi di West Karoun. Sfidando l’embargo Usa, la Cina sta aumentando le importazioni di petrolio iraniano. Ancora più grave per gli Usa è che, in questi e altri accordi commerciali tra Cina e Iran, si prevede un crescente uso del renminbi cinese e di altre valute, escludendo sempre più il dollaro.

Uno degli elementi segreti dell'accordo siglato lo scorso anno è che la Cina investirà 280 miliardi di dollari  nello sviluppo dei settori petroliferi e petrolchimici iraniani. Tale importo verrà finanziato anticipatamente nel primo periodo di cinque anni dell'accordo , ma le parti potranno concordare di estenderlo ed allargarlo a scadenze  sempre quinquennali. Quindi sono previsti altri  120 miliardi di dollari di investimenti, sempre incrementali, per migliorare le infrastrutture di trasporto e di produzione dell’Iran. In cambio di ciò, per cominciare, alle società cinesi verrà data la prima opzione per fare offerte su qualsiasi progetto – nuovo, in stallo o incompleto – relativi, gas e prodotti petrolchimici in Iran.

La Cina sarà inoltre in grado di acquistare tutti i prodotti petroliferi, di gas e di petrolchimici con uno sconto minimo garantito del 12% sul prezzo medio mobile a sei mesi dei prodotti comparabili di riferimento, più un altro 6-8% di quella metrica per compensi adeguati al rischio più altri sconti giù in atto, per un totale di una scontistica pari al 32%. Le condizioni di pagamento alla Cina saranno particolarmente favorevoli. Già questa parte dell’accordo è tale da spiazzare competitivamente tutti i paesi occidentali negli scambi commerciali sul mercato mondiale dei prodotti finiti, visto l'enorme sconto nelle forniture riservato a Pechino. Cumulato con altri sconti

Un'altra parte chiave dell'elemento segreto dell’accordo di 25 anni è legata al coinvolgimento totale che la Cina sarà coinvolta integralmente nella costruzione dell’infrastrutture nell'Iran centrale, in allineamento con il principale progetto multi-generazionale geopolitico della Cina, “One Belt, One Road “(OBOR). Per cominciare, la Cina intende utilizzare la manodopera attualmente a basso costo disponibile in Iran per costruire fabbriche che saranno finanziate, progettate e supervisionate da grandi aziende manifatturiere cinesi con specifiche e operazioni identiche a quelle cinesi.

I prodotti finiti saranno quindi in grado di accedere ai mercati occidentali attraverso nuovi collegamenti di trasporto, anch’essi pianificati, finanziati e gestiti dalla Cina. Praticamente Pechino si prepara la delocalizzazione in paesi a basso costo, come sta già facendo con diversi paesi africani come l’Etiopia, al fine di mantenere  la dominanza globale nel settore della manifattura permettendosi una posizione di sola dirigenza  delle proprie élite anche all’estero. In una prima fase già concordata la Cina interverrà elettrificando la rete ferroviaria iraniana e realizzando tratte ad alta velocità ferroviaria.

“La scorsa settimana, il leader supremo (Ali Khamenei) ha concordato l'estensione dell’accordo esistente per includere nuovi aspetti  militari oltre quelli proposti originariamente proposti dalle  figure senior nell’IRGC (la Guardia Islamica Rivoluzionaria) e dai servizi di intelligence  iraniana, e ciò comporterà una completa cooperazione militare aerea e navale tra Iran e Cina, con la Russia che parteciperà in un  ruolo chiave “, ha dichiarato una delle fonti iraniane.

“C’è un incontro in programma nella seconda settimana di agosto tra lo stesso gruppo iraniano e le loro controparti cinese e russa, che concorderà i dettagli rimanenti ma, a condizione che vada come previsto, quindi dal 9 novembre,  bombardieri russi e cinesi, truppe  ed  aerei da trasporto avranno accesso illimitato alle basi aeree iraniane ” sempre secondo le stesse fonti. “Questo spostamento di interessi militari  inizierà con strutture ad uso di tutte le nazioni appositamente costruite accanto agli aeroporti esistenti di Hamedan, Bandar Abbas, Chabahar e Abadan”

I  bombardieri schierati saranno presumibilmente versioni modificate in Cina dei Tupolev Tu-22M3 russi a lungo raggio, con una gamma di specifiche di produzione di 6.800 chilometri (2.410 km con armi a bordo), ed i cacciabombardieri a medio raggio  Sukhoi Su-34,  a cui si può aggiungere lo stealth  Sukhoi-57. Alcune basi iraniane sono state già utilizzate per azioni russe in Siria.

Se veramente gli USA, l'Occidente o Israele pensano di voler contenere l'Iran hanno una finestra d'intervento che si assottiglia ogni giorno che passa.
Pechino non spera in un conflitto tra gli Usa e la Repubblica Islamica. Né si schiererebbe concretamente con quest’ultima qualora un simile scenario si materializzasse.

In primo luogo, la Cina non vuole complicare le tortuose e prioritarie relazioni con la Casa Bianca. La guerra dei dazi innescata da Washington ha danneggiato notevolmente l'economia cinese. Pechino spera che la firma della fase 1 dei negoziati commerciali dia respiro alle esportazioni verso il mercato americano e spinga Washington a ridimensionare le critiche su dossier interni ostici, come Hong Kong, Xinjiang e Taiwan. Tuttavia, la tregua non scongiura la collisione tecnologica, militare e di soft power tra le due potenze.

La partnership tra Cina ed Iran deve fare i conti con il forte squilibrio di forze esistente tra i due Paesi: c'è il rischio, dunque, che Teheran possa sviluppare una dipendenza eccessiva nei confronti della Repubblica Popolare Cinese e dei suoi investimenti, come nel caso della Nuova Via della Seta. L’Iran è tra i maggiori beneficiari dell'iniziativa commerciale e la posizione geografica del Paese lo rende uno snodo vitale per favorire l'espansione di Pechino in Asia centrale e nel Caucaso. 

La Cina dovrebbe investire 120 miliardi nei trasporti e nelle infrastrutture iraniane ed i due Stati hanno inoltre firmato un accordo di cooperazione contro il terrorismo nel 2016. Non è escluso, però, che Pechino consideri Teheran come una semplice pedina per rafforzare le proprie posizioni nella regione: le tensioni internazionali hanno portato la Repubblica Popolare a ridurre le importazioni di petrolio dall'Iran ed a sostituirle con quelle provenienti dall'Arabia Saudita, nemico strategico del Paese. Il partenariato tra Cina ed Iran è stato inoltre strumentale alla diffusione del Covid-19 nella nazione mediorientale, che risulta tra le più colpite dal virus.

 

 

 

 

 

«Il peggio della crisi sanitaria del Covid-19 e della caduta del Pil è passato, ma per evitare gravi conseguenze sociali e un aumento delle divergenze fra le economie dei paesi europei bisogna ora varare al più presto il Piano di rilancio comune presentato dalla Commissione europea, per garantire una forte ripresa economica in tutti gli Stati membri». Lo ha affermato il commissario europeo agli Affari economici e finanziari, Paolo Gentiloni, rispondendo oggi a Bruxelles ad alcuni giornalisti italiani, a margine della sua conferenza stampa sulla presentazione delle Previsioni economiche d'estate dell'Esecutivo comunitario.

«Il peggio è passato senz'altro dal punto di vista della pandemia, e dal punto di vista delle cifre del Prodotto interno lordo, che hanno avuto ovviamente una caduta enorme nel primo e nel secondo trimestre di quest'anno, e che si riprenderanno nei prossimi trimestri», ha rilevato Gentiloni.


“Basta Troika, la Grecia non accetterà intromissione europee all'interno degli indirizzi economici del Paese”. Con questa parole lo stesso premier greco Kyriakos Mitsotakis ha respinto ogni possibilità che Bruxelles possa intervenire all'interno del processo decisionale sulle questioni economiche della Grecia, ottenendo al contempo lo stesso supporto della quasi totalità della popolazione.  

Spagna, Portogallo e Grecia dicono No al Mes. Almeno per ora, i tre governi del blocco meridionale Ue - di cui fa parte anche l’Italia - sono dell’idea che non ci siano le condizioni per ricorrere alla nuova linea di credito messa a punto dal Fondo Salva-Stati per affrontare l’emergenza sanitaria del Covid. Il Mes è stato al centro di un lungo negoziato tra i Paesi del Sud e quelli del Nord Europa per inserirlo nel ventaglio degli strumenti da utilizzare contro la crisi economica. Il compromesso, com’è noto, prevede un prestito massimo del 2% del Pil da impiegare solo per le spese sanitarie dirette o indirette per il coronavirus, ma con una sospensione temporanea - seppur non regolata giuridicamente - delle condizionalità per i Paesi che ne richiedono l’attivazione.  

Negli ultimi mesi, tante le rassicurazioni sul fatto che non c’è nessuna trappola in vista eppure la diffidenza resta. Ultimo a intervenire “sponsorizzando” il Mes, è stato nelle scorse ore il Direttore Klaus Regling: “L’unica condizione legata alla linea di credito anticrisi pandemica del MES sarà che il denaro fornito sia utilizzato per spese relative al settore sanitario, ai suoi costi diretti e indiretti”, e “non ci sarà nient'altro, neanche in seguito” in termini di sorveglianza finanziaria speciale; all'Italia, se deciderà di richiederlo, il prestito con scadenza a 10 anni a tassi d'interesse prossimi allo zero permetterà di risparmiare “7 miliardi di euro”.

Sono anni che difficilmente spariranno dalla memoria della popolazione della Grecia quelli caratterizzati dalle misure di austerity messe in campo dalla cosiddetta “Troika” e volte a ristrutturare l’immenso indebitamento pubblico di Atene. Dopo essere riusciti nel corso dello scorso anno a liberarsi anche dell'ultima catena che vincolava le sue manovre finanziarie all'approvazione del Fondo monetario internazionale, per il 2020 la popolazione greca avrebbe sperato in manovre espansive e soprattutto decise esclusivamente da coloro che avevano ottenuto i propri voti. Ma con le ultime misure messe in campo dall’Unione europea, adesso si palesa la possibilità che ancora una per una volta le cose non andranno in questo modo, ma per il popolo greco questa volta potrebbe davvero essere troppo.  

Presentato e “impacchettato” per bene, il MES non sembra riscuotere, almeno per ora, l’atteso successo con Spagna, Portogallo e Grecia che hanno già declinato “l’invito”. Allo stato attuale, i governi del blocco meridionale Ue – di cui fa parte anche il nostro Paese – ritengono che non ci siano le condizioni per ricorrere alla nuova linea di credito messa a punto dal Fondo Salva-Stati per affrontare l’emergenza sanitaria.

Impossibile, quando si parla di Mes, non tirare in ballo la Grecia che ha fatto sapere di non essere interessata. Visto il rapporto di certo non amorevole con lo strumento, come dargli torto.

Sulla linea del no, saldamente anche Madrid ha fatto sapere che al momento non farà ricorso fondo guidato dal tedesco Klaus Regling. Nelle scorse ore, anche il governo di Lisbona ha escluso la possibilità di ricorrere al Mes.

Stando a quanto dichiarato da Mitsotakis e riportato dalla testata britannica Financial Times, nel corso di questi anni i greci sarebbero infatti maturati molto e sarebbe corretto se le decisioni volte a sostenere l'economia e le famiglie fossero prese esclusivamente da Atene. Soprattutto, anche per dimostrare come il Paese si sia ormai lasciato alle spalle gli anni bui che lo avevano portato sull’orlo della bancarotta, obbligandolo a subire quasi un decennio di controllo da parte della Troika. E in fin dei conti, tale prerogativa sarebbe nell’interesse anche della stessa Europa, che potrebbe in questo valutare la stessa affidabilità di Atene.
Europa, il pericolo viene dalla Grecia

La Grecia, unico Paese Ue ad avere un debito/Pil superiore all’Italia (per note ragioni) ha fatto sapere ieri che non è interessata al Mes, con il quale ha già in corso un rapporto - in passato non proprio affettuoso  - e destinato a durare fino al 2070. Il ministro delle Finanze di Atene Christos Staikouras ha affermato a Skai Tv che la Grecia, della nuova linea di credito pandemica, “attualmente non ha bisogno” in base ai dati economici attuali. Secondo le previsioni economiche di primavera della Commissione Ue, Atene sarà il Paese che subirà il contraccolpo economico più forte per il Covid, con un crollo del Pil del 9,7% nel 2020, superiore persino all’Italia. Ciò non toglie che in futuro possa essere utilizzato, se le condizioni dovessero peggiorare.

Il Governo italiano è molto diviso al suo interno sul ricorso al Fondo Salva-Stati. Altrove, dove il dibattito pubblico tocca punte meno drammatiche, non è così. Dare uno sguardo ai Paesi vicini tuttavia può essere utile, dal momento che una eventuale richiesta solitaria di un Paese rischia di consegnare un pessimo messaggio ai mercati sulla sua capacità di finanziarsi autonomamente nell’immediato futuro, il cosiddetto stigma. Il Commissario agli affari economici Paolo Gentiloni, in una intervista alla Stampa, ha convenuto sul fatto che una richiesta di gruppo potrebbe essere un buon segnale.  

Nei giorni scorsi anche Madrid ha fatto sapere che al momento non intende rivolgersi al fondo guidato dal tedesco Klaus Regling. Già il 23 aprile, quando il Consiglio Ue ha approvato l’accordo sul Mes pandemico, la ministra degli Esteri spagnola Arancha González Laya aveva assicurato che la Spagna non aveva intenzione di attivarlo. Il dubbio era nato dopo le parole del premier italiano Giuseppe Conte che, per giustificare il mancato veto al Fondo Salva-Stati durante gli accesi negoziati con il blocco del Nord, disse che così facendo avrebbe fatto “un torto alla Spagna che è interessata”. Sulla questione la ministra dell’Economia Nadia Calvino ha lasciato intendere che al momento non se ne parla: “Noi abbiamo buone condizioni di mercato e finora non abbiamo nessun problema di accesso ai mercati finanziari”, ha detto a Bloomberg Tv.  Ha poi aggiunto che comunque ”è bene avere una rete protettiva per i cittadini, la società e i governi contro l’epidemia”. Anche Madrid al momento non si espone sul futuro, ma per il presente l’orientamento è chiaro: non ce n’è bisogno. Eppure, secondo i calcoli di Regling, le casse spagnole potrebbero risparmiare due miliardi in dieci anni. Per la ministra delle Finanze María Jesús Montero è “positivo che esista il Mes, ma in questo momento il Governo trova una buona accoglienza sul mercato del debito”.

Infine il Portogallo. Venerdì scorso il governo di Lisbona ha escluso la possibilità di ricorrere al Mes: “Le linee precauzionali sono destinate ai Paesi che incontrano difficoltà finanziarie sui mercati e il Portogallo, a causa degli aggiustamenti fatti negli anni passati, in questo momento ce l’ha, regolare e anche abbastanza favorevole. Ora, quindi, non sembra che l’attivazione di una linea di credito del Mes abbia senso”, ha affermato Ricardo Mourinho Félix, viceministro e segretario di Stato alle Finanze. Insomma, “può essere utilizzato in situazione di necessità, ma non è questo il caso”.

Spesso la Grecia e considerata ai margini dell’Unione sia per il suo ridotto Pil pubblico che per la sua collocazione geografica, la Grecia ha dimostrato però in questi anni di essere un punto cruciale all’interno di quasi tutti i discorsi di Bruxelles. In parte a causa della questione migratoria dettata dal confine con la Turchia e in parte in quanto primo vero e proprio “esperimento” di controllo economico diretto da parte dell’Unione europea, Atene ha comunque svolto in modo quasi impeccabile il proprio lavoro. Tuttavia, ciò era costato la fatica e il sudore della fronte di tutta la popolazione ellenica, de facto immolata per salvare i bilanci pubblici del Paese e costretta a subire una stagione di austerity che ancora oggi ha lasciato aperto molte ferite. Adesso, però, la popolazione è arrivata allo stremo delle proprie forze e dopo aver ottemperato ai propri doveri è giunto il momento di esigere i propri diritti. Ma sarà Bruxelles intenzionata a darli, oppure uno scontro è proprio dietro l’angolo?

In questo modo, dunque, si e palese forse per la prima volta la possibilità di una “rottura” di dialogo tra la Grecia e Bruxelles, qualora le due istituzioni rimanessero fisse sulle proprie posizioni. Tuttavia, la stessa Grecia in questo modo avrebbe una potente arma nei confronti degli alti palazzi dell’Europa: il dissenso. Strumento che, se ben ponderato, può causare notevoli problemi a Bruxelles, in quanto facilmente emulabile anche in altre occasioni da parte degli altri Paesi aderenti all’Unione europea. In uno scenario che, sul lungo periodo, diviene particolarmente pericoloso per la stessa stabilità comunitaria, fondata sull’approvazione e sull’esecuzione (teorica) all’unisono delle direttive (senza lasciare spesso troppi spazi al dissenso).

Intanto la Grecia oltre la battaglia del mes e il suo rifiuto alla troika, ha ripreso una battaglia religiosa ma anche culturale, ma questa volta ha al suo fianco la Russia di Putin,
Il progetto di Erdogan di convertire la chiesa ortodossa Ellenica e ora museo in Moschea ha immediatamente sollevato le proteste di Atene,  che è anche la sede di uno dei Patriarcati ortodossi, quindi si sente direttamente colpito dalla decisione turca. Però questa volta la Grecia non è stata lasciata sola. Anche la Russia ha reagito, con sia con il Cremlino che attraverso il Patriarca ortodosso russo Kirill ed entrambi hanno condannato ogni possibile mossa per trasformare Hagia Sophia in una moschea.  

La Chiesa ortodossa russa ha definito la potenziale mossa turca “Inaccettabile” e “Una violazione della libertà religiosa“. La dichiarazione diceva: “Non possiamo tornare al Medioevo ora” – riferendosi a secoli in cui la politica ottomana reprimeva severamente i cristiani in tutta l’Asia Minore.  

 Nell’epoca zarista  Mosca , la “Terza Roma” dopo Roma stessa e Costantinopoli, si considerava come massima protettrice dei cristiani ortodossi in tutto il mondo. Questa sua pretese ha condotto dell'ottocento allo scoppio della Guerra di Crimea contro l’allora Impero Ottomano appoggiato da Regno Unito, Francia e Piemonte. La nascita dell'area Unione Sovietica aveva fatto cessare questa pretesa, ma ora la nuova Russia di Putin sembra tornare alla politica imperiale di appoggio alla religione ortodossa, come dimostrano le ricostruzioni delle Basiliche a Mosca, buona ultima quella impressionante dell’Esercito. Questo nuovo fronte si aggiunge a quelli di scontro turco-russo, già caldi, come la Siria e la Libia, viene anche a creare una nuova alleanza cristiana che si oppone culturalmente ad Erdogan. Cosa fa l’Italia? Il pesce nel barile, schiacciata fra la vicinanza culturale ai cristiani, l'essere nella NATO con la Turchia e l'incapacità generale del  governo Conte nel gestire gli affari internazionali.  

Cosi a decisione del presidente turco Erdogan di convertire la basilica di Santa Sofia, una delle più antiche della Cristianità., da Museo  a moschea, ridandole un valore di carattere religioso, ma opposto alle sue origini, sta muovendo tutto il mondo cristiano, soprattutto quello Ortodosso, ricreando legami che si pensavano persi o indeboliti. Ricordiamo che Santa Sofia fu costruita dall'imperatore Giustiniano nel V secolo , quindi convertita in Moschea dopo la caduta della città in mano turche nel 1453, quindi trasformata in un museo dal Mustapha Kemal nel 1935, nell’ambito del processo di laicizzazione e modernizzazione della Turchia dopo la caduta della monarchia ottomana.

“Speriamo in ogni caso che venga preso in considerazione lo status di Hagia Sophia come sito del patrimonio culturale mondiale“, ha detto un portavoce del Cremlino lunedì.


“Certo, questo è un capolavoro mondiale amato dai turisti che vengono in Turchia da tutto il mondo , e soprattutto dai turisti russi che ne riconoscono non solo il valore turistico di Hagia Sophia, ma anche il sacro valore spirituale“, ha aggiunto.
Si dice che la corte suprema della Turchia stia ancora discutendo della mossa del presidente. Ci sono ancora decine di migliaia di cristiani che vivono  ad Istanbul e in alcune parti dell’Anatolia, principalmente greci, siriaci e alcuni pochi cristiani armeni rimasti. Queste antiche comunità affermano che Erdogan ha recentemente scatenato una guerra di religione contro di loro per la completa islamizzazione del paese, ma sono, ovviamente, completamente inascoltati dalla comunità internazionale che difende qualsiasi minoranza, tranne quella dei credenti in Cristo.

 

 

 

 

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