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Martedì, 26 Marzo 2019

Vito Bardi (Centrodestra) è il nuovo Presidente della Regione Basilicata: è stato eletto con 124.716 voti, pari al 42,2%. Al secondo posto Carlo Trerotola (Centrosinistra; con 97.866 voti, pari al 33,11%), poi Antonio Mattia (M5S; con 60.070 voti pari al 20,32) e Valerio Tramutoli (Basilicata possibile; con 12.912 pari al 4,37%).
Primo partito il M5S con il 20,27%, seguito da Lega (19,15%) e Forza Italia (9,15%).

La Lega in un anno triplica i voti, vittoria anche in Basilicata! 7 a 0, saluti alla sinistra e ora si cambia l'Europa", scrive su Facebook il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini. Poi aggiunge: "La sommatoria dei voti di Lega e 5 Stelle è ancora la maggioranza assoluta in questo Paese".

"Il MoVimento 5 Stelle - commenta Luigi Di Maio su Facebook - è la prima forza politica in Basilicata. Gran parte della stampa parla di "voti dimezzati in un anno" e di "crollo", ma la verità è che abbiamo battuto tutte le liste". "Considerando il vero tracollo di Pd (che perde ben 16 punti rispetto al 2013) e Forza Italia, se andassimo al voto alle elezioni politiche domani - prosegue Di Maio - potremmo anche rivincere in quella regione".

"La Basilicata conferma che l'alternativa a Salvini e al centrodestra siamo noi. Neanche questo era scontato", ha detto il segretario del Pd Nicola Zingaretti.

"Abbiamo scritto la storia: la Basilicata è pronta per il cambiamento. Chiamerò Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni per fare una grande festa", esulta Bardi. "Al primo posto nell'agenda c'è il lavoro - afferma poi l'ex generale della Guardia di finanza, indicato come candidato da Forza Italia -. I giovani saranno presenti e dovranno avere opportunità in questa terra. Trasparenza, meritocrazia e legalità saranno al centro".

"Abbiamo perso dignitosamente": così il candidato governatore del centrosinistra, Carlo Trerotola, che nella prossima legislatura sarà consigliere regionale. "Mi aspettavo un dato migliore, sono abituato a correre per vincere. Penso che la coalizione mi abbia sostenuto: abbiamo fatto quanto di meglio potevamo fare. Avendo più tempo", ha continuato riferendosi alla sua candidatura ufficializzata solo un mese fa, "ci sarebbe stato il modo di farci conoscere meglio".

Vito Bardi, candidato del centrodestra,scrivono le agenzie Generale in pensione della Guardia di finanza, classe 1951, nato a Potenza, è stato battezzato da Silvio Berlusconi «campione della legalità» che riporterà la Regione sulla retta via dopo 25 anni di centrosinistra. Ha fatto carriera con le Fiamme gialle in giro per l'Italia, sempre con qualche stelletta in più, da Torino a Livorno, da Firenze a Roma, da Bari a Napoli. Prima di buttarsi nell'avventura politica risiedeva proprio sotto il Vesuvio e ieri non ha potuto votare, perché le pratiche per il cambio di residenza non sono state ultimate. In mattinata passeggiava per Matera con la famiglia e poi, a Potenza, ha affrontato la notte elettorale. Per lavoro ha girato tutto il Paese, ma Bardi sente forti le sue radici lucane. Filiano è il paese tra Matera e Melfi dove la sua famiglia è nata e ancora rappresenta un'istituzione. Quattro lauree e due master in tasca, il petto carico di medaglie e croci, una lunga lista di onoreficenze, è stato scelto da Forza Italia come candidato della coalizione e lo slogan che meglio lo rappresenta è: «Presente!». Di sé il Generale dice: «Ho servito lo Stato con passione e determinazione, mettendomi al servizio della collettività, senza mai risparmiarmi». Il curriculum ? Maturità classica alla scuola militare «Nunziatella», lauree in Economia e commercio, Giurisprudenza, Scienze internazionali e diplomatiche, Scienze della sicurezza economica e finanziaria, matrimonio 35 anni fa, 2 figli e una grande passione per il calcio. «Le uniche pause me le concedo quando gioca il mio Napoli», dice.

Il Farmacista è Carlo Trerotola, 61 anni, designato dal centrosinistra e vero antagonista di Bardi, secondo i sondaggi. L'ha scelto il Pd per raccogliere l'eredità infangata del governatore Marcello Pittella, fratello dell'europarlamentare Gianni, travolto con la sua giunta dallo scandalo giudiziario che lo ha fatto finire agli arresti. È legato alla famiglia Pittella, ma la sua di famiglia ha una netta impronta di destra. Il padre è stato uno dei fondatori dell'Msi della Basilicata, primo sindaco del partito in provincia di Potenza e si portava Marcello ai comizi di Giorgio Almirante. «Ogni tanto lo ascolto anche adesso», confessa ammirato. Dicono che nella sua farmacia ci fosse un busto del Duce ed è spuntata una tessera del Msi intestata a lui. «Sono orgoglioso di mio padre - dice Trerotola-, dell'educazione che mi hanno dato lui e mia madre che era presidente dell'Azione cattolica, ma non sono di destra e non lo sono mai stato».

Il terzo concorrente è l'Imprenditore del M5s, Antonio Mattia. Doveva essere in pole position, visto che alle politiche di marzo il movimento è arrivato al 44,4 per cento in Basilicata. Invece, paga il crollo del partito al governo e i tanti NO smentiti, dall'Ilva alla Tap, alle trivelle, oltre allo scarso radicamento locale. Mattia ha 47 anni, passate frequentazioni nel centrodestra, una laurea in Giurisprudenza e dal 2012 è pentastellato.

Cosi con oltre il 42% delle preferenze Vito Bardi stravince in Basilicata strappandola alla sinistra che la governava da ventiquattro anni.

Il M5s di Di Maio ha collezionato un altro flop. Dopo il Molise, l'Abruzzo e la Sardegna, è arrivata la volta della Basilicata. Il candidato alla presidenza della Regione, Antonio Mattia, invece la sua previsione non l'ha azzeccata. Puntava a superare il 44% , andando quindi oltre il risultato ottenuto in regione dai pentastellati alle politiche dello scorso 4 marzo. Si dovrà accontentare del 20% e della magra consolazione di essere il primo partito ma il terzo classificato.

"Il MoVimento 5 Stelle è la prima forza politica in Basilicata", replica Luigi Di Maio su Facebook. Il vicepremier grillino non ci sta e preferisce il confronto con le Regionali del 2013, quando il M5S prese l'8%: "La verità è che abbiamo battuto tutte le liste, anche quelle con gli impresentabili dentro, anche quelle con i portavoti di Pittella. A Matera siamo oltre il 30%. Ed è un risultato che conserviamo con grande senso di responsabilità verso il Paese, senza esultanze da stadio. Noi abbiamo un simbolo, una lista. E andiamo avanti così".

Ma resta il fatto che il M5s ha dimezzato i voti rispetto all'ultima tornata elettorale. I pentastellati hanno smarrito la bussola. E certificano ancora una volta il trend dell'ultimo anno: una discesa repentina, continua, e per certi versi inaspettata.

Neanche un anno fa, alle ultime elezioni politiche, in Basilicata il Movimento 5 Stelle divenne il primo partito con il 44,35% alla Camera e il 43% al Senato eleggendo ben 8 parlamentari (tra cui anche l'espulso Salvatore Caiata) su 13. Un grande salto in avanti rispetto ai due parlamentari eletti delle politiche del 2013. Un grande salto indietro adesso, l’ennesima scossa all’interno del Movimento.

Il candidato scelto dal Pd, Carlo Trerotola, si ferma sotto il 33%. E, mentre si allarga così il fronte delle Regioni a guida centrodestra, il Movimento 5 Stelle incassa una nuova, pensatissima. Antonio Mattia non va, infatti, oltre la soglia "psicologica" 20% confermando così il trend negativo di tutte le ultime consultazioni amministrative

Il centrodestra dilaga: è un fiume in piena e non manca un solo appuntamento elettorale. Nei mesi scorsi la coalizione aveva già "strappato" al centrosinistra l'Abruzzo, facendo eleggere il neo governatore Marco Marsilio, e la Sardegna piazzando il neo presidente Christian Solinas. Ieri è toccato alla Basilicata che va così ad aggiungersi alle altre otto Regioni già "targate" centrodestra (Abruzzo, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Liguria, Molise, Veneto e Sicilia). 

Una lista che si fa più lunga se consideriamo anche il Trentino-Alto Adige con le giunte del presidente della provincia di Bolzano Arno Kompatscher (Südtiroler Volkspartei - Lega Salvini Alto Adige-Südtirol) e del presidente della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti (Lega). Con Bardi, scelto da Silvio Berlusconi per guidare l'asse Lega-Forza Italia-Fratelli d'Italia, il centrodestra guida più Regioni del centrodestra a cui adesso restano "solo" nove Regioni Lazio, Marche, Campania, Calabria, Emilia Romagna, Piemonte, Puglia, Toscana e Umbria. E, nei prossimi mesi, il panorama potrebbe mutare ulteriormente. Nel 2019 infatti saranno chiamate al voto anche altre tre Regioni che sono attualmente guidate dal centrosinistra: il Piemonte andrà alle urne a maggio mentre in autunno sarà la volta della Calabria e dell'Emilia Romagna.

"La Basilicata è pronta per il cambiamento", ha esultato Bardi al termine dello spoglio. "Oggi abbiamo scritto la storia di questa regione - ha continuato il neo governatore - dopo tanti anni di centrosinistra, il centrodestra ha scelto la via del riscatto di questa terra. Sono emozionato come lucano, onorato come uomo delle istituzioni". Incassata la vittoria ha subito telefonato a Berlusconi per ringraziarlo del "forte sostegno" e della "grande generosità nel momento della scelta del candidato e successivamente nel corso della campagna elettorale". Molto soddisfatto anche Matteo Salvini il cui partito, la Lega, ha triplicato i voti. "Sette a zero - ha commentato il vicepremier su Twitter - saluti alla sinistra e ora si cambia l'Europa". Stessi toni usati anche da Giorgia Meloni che con Fratelli d'Italia al 6% ha sottolineato il "trend di crescita" nella speranza di replicarlo anche alle europee. "Ancora una volta - ha aggiunto - siamo uno dei due partiti che crescono e le nostre percentuali in questo caso raddoppiano, quindi sono molto molto contenta".

Intanto Cesare Battisti, l'ex terrorista dei Pac arrestato a gennaio dopo quasi 40 anni di latitanza, che grazie a questo Governo e tornato in Italia ha ammesso per la prima volta, davanti al pm di Milano, Alberto Nobili, di essere responsabile dei 4 omicidi per cui è stato condannato.

"Mi rendo conto del male che ho fatto e chiedo scusa ai familiari" delle vittime. È quanto ha detto Cesare Battisti al pm Alberto Nobili, responsabile dell'anti-terrorismo a Milano, che coordina le indagini sulle presunte coperture che l'ex terrorista dei Pac ha avuto durante la latitanza.

Tutto quello che è stato ricostruito nelle sentenze definitive sui Pac, "i 4 omicidi, i 3 ferimenti e una marea di rapine e furti per autofinanziamento, corrisponde al vero". Così il pm di Milano Alberto Nobili, ha riassunto le ammissioni fatte da Cesare Battisti davanti al magistrato, al quale l'ex terrorista ha anche spiegato: "Io parlo delle mie responsabilità, non farò i nomi di nessuno".

Fino al 2007, quando Xi Jinping fu promosso nell'Ufficio politico (la leadership di 25 membri del Partito comunista), sua moglie, Peng Liyuan, per i cinesi era un volto decisamente più familiare di quello del futuro presidente.

Il talentuoso soprano che accompagna Xi nella sua visita di Stato in Italia, in patria è infatti una superstar, una delle interpreti più acclamate di canzoni tradizionali nella Repubblica popolare.

Cosi e il giorno del vertice Italia-Cina. Il presidente cinese Xi Jinping è a Roma con la moglie e la Capitale è blindata per la sua visita . Con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella c'è stato un «incontro fruttuoso, con un ampio consenso», ha detto dopo il colloquio col capo dello Stato. Insieme, riceveranno i rappresentanti del Business Forum, del Forum culturale e del Forum sulla cooperazione nei Paesi terzi.

­Gli analisti americani e occidentali più critici nei confronti della Cina lo dicono da anni. Dietro la Nuova Via della Seta si nasconderebbe una trappola: la trappola del debito.

Secondo gran parte dei critici dell’iniziativa cinese, il gigante asiatico ha messo in piedi una strategia di do ut des per conquistare gradualmente i Paesi in cui investe. In sostanza accade questo: la Cina prima offre prospettive di crescita legate allo sviluppo infrastrutturale, poi, una volta che lo Stato oggetto dell’investimento si indebita per sostenere le opere delle aziende cinesi, Pechino offre prestiti per coprire le spese. Ed è proprio qui, in questo preciso momento di passaggio fra richieste di denaro e offerta di prestiti, che i critici della One Belt One Road sostengono nasca la trappola.

La critica nei confronti della tattica cinese ora riguarda anche l’Italia. E le affermazioni del Financial Times sul sospetto che l’Italia stia valutando eventuali prestiti dalla Banca asiatica per gli investimenti sulle infrastrutture Aiib nell’acronimo inglese vanno in questa direzione. Dal momento che è questo lo strumento finanziario con cui il governo cinese sostiene molti progetti nell’ambito della Nuova Via della Seta, il pericolo è che anche Roma cada in questo meccanismo.

Intanto pero oggi a Roma la macchina di Xi è stata scortata all'interno del palazzo del Quirinale dai corazzieri a cavallo. Xi, accompagnato dalla moglie, elegantissima in abito verde pistacchio, dopo una stretta di mano con Mattarella e con la figlia Laura, è stato ricevuto con gli onori militari nel cortile del Quirinale. Sono stati suonati gli inni nazionali italiano e cinese e sul Colle ed è stata issata anche la bandiera di Pechino. Poi, attraversando una lunga passerella rossa, i due capi di Stato sono entrati nel palazzo per il loro colloquio.

La Via della Seta «è una strada a doppio senso e lungo di essa devono transitare non solo commercio ma talenti, idee, conoscenze», ha detto Mattarella. «L'antica Via della Seta - ha spiegato - fu uno strumento di conoscenza tra i popoli, anche la nuova deve essere una strada a doppio senso, dalla quale oltre alle merci devono transitare anche idee e progetti di futuro». «La firma del Memorandum Italia-Cina è un segno dell'attenzione per una cornice ideale per un incremento delle collaborazioni congiunte tra imprese italiane e imprese cinesi». «La cooperazione tra Italia e Cina sarà confermata e rafforzata durante la visita così gradita del presidente Xi con intese commerciali». È «l'occasione per registrare il livello eccellente dei rapporti tra Cina e Italia e per imprimervi sviluppo ulteriore».

«Alla luce del mandato italiano nel consiglio per i diritti umani dell'Onu, desidero auspicare che, in occasione della sessione del dialogo Ue-Cina sui diritti umani che si svolgerà a Bruxelles dopo quella che si è svolta a Pechino lo scorso luglio, si possa proseguire in un confronto costruttivo sui temi così rilevanti», ha quindi aggiunto il Capo dello Stato.

La first lady e soprano e ha sdoganato il glamour a Pechino come sottolinea il Messaggero e nata nel 1962 nella provincia dello Shandong, Peng crebbe in una famiglia che, come quella di Xi, fu perseguitata durante la Rivoluzione culturale. In seguito, si formò all'Accademia nazionale della musica di Pechino, ed esplose negli anni Ottanta, un periodo di profondi cambiamenti, anche in ambito artistico: le Otto opere rivoluzionarie imposte da Jiang Qing (la moglie del Grande timoniere) durante il maoismo, furono subissate da un'ondata di nuova musica popolare. Il Gala di Capodanno della CCTV (la televisione di stato) divenne il palcoscenico dal quale davanti ai pezzi da novanta del Partito seduti in prima fila facevano capolino le giovani promesse canore.

La consacrazione di Peng arrivò nel 1982, con il brano Nel campo della speranza. Ed è con le sue esibizioni anno dopo anno in quello spettacolo seguito da centinaia di milioni di cinesi che Peng è diventata famosa prima di sposare, nel 1986, Xi, che allora lavorava come funzionario di Partito a Xiamen, nella provincia costiera del Fujian che si apriva al commercio e agli investimenti esteri. In un mondo tradizionalmente ingessato e popolato di soli uomini come quello della leadership cinese post-maoista, la fama di Peng si è rivelata per Xi un importante asset, avvicinandolo al popolo.

Inoltre, mentre le consorti dei leader precedenti Deng Xiaoping, Jiang Zemin, Hu Jintao hanno tutte mantenuto un profilo bassissimo, Peng fa politica: all'interno della Conferenza consultiva del popolo cinese, ambasciatrice anti-Aids e tubercolosi per l'Organizzazione mondiale della sanità, oltre ad essere sempre al fianco di Xi nei viaggi importanti, negli incontri con Putin, con Obama prima e con Trump poi.
Le agiografie ufficiali riferiscono di un rapporto strettissimo tra Peng e Xi, ma in realtà della relazione privata dei due non si conosce niente, perché nulla si deve sapere di una leadership che, tradizionalmente, fa dell'opacità uno dei suoi punti di forza.

«Papà Xi ama mamma Peng e con l'amore il paese è fortissimo», recita una filastrocca della propaganda, che forse non è tanto lontana dalla realtà, perché Peng si sta rivelando anche un importante strumento del soft-power cinese in politica estera.

Con la sua presenza e la sua eleganza raffinata Peng riflette le ambizioni di un Paese, la Cina di Xi Jinping, che si sente sicuro di sé, che ha ribaltato ufficialmente la politica estera attendista, seguita da Pechino fin dai tempi di Deng Xiaoping, secondo la quale bisogna nascondere la forza, aspettare il momento. Una coppia imperiale, ma anche un fenomeno pop. I loro amore è stato celebrato dalla popolare canzonetta «Xi Dada ama Peng Mama».

Scritta come una ballata popolare, la canzone celebra lo zio Xi (Xi Dada) «che osa combattere le tigri», e dona a Peng Mama «i fiori più belli». E se Xi ha scelto per sé un'immagine di uomo lontano dai lussi dei corrotti, con i capelli brizzolati invece della tinta nera dei suoi predecessori, la moglie aggiunge un tocco di glamour.La Cina di oggi va alla conquista del mondo, con Xi e con Peng. 

Strage in due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda: il bilancio è di 49 morti. L'autore dell'attacco si chiama Brenton Tarrant ed è un australiano bianco di 28 anni. L'uomo, originario dello Stato di New South Wales, sulla costa orientale del Paese, lo ha rivendicato con motivazioni anti-immigrati. In tutto arrestate 4 persone. La premier neozelandese Jacinda Ardern ha affermato che la strage è stata frutto di un "attacco terroristico", ed ha aggiunto: "E' uno dei giorni più bui" per il Paese.

Come in un videogame "spara spara", un suprematista bianco di un commando terroristico si è filmato in "soggettiva" e in diretta Facebook per 17 minuti con una mini telecamera su un elmetto mentre commetteva una strage in una moschea. La premier neozelandese  in conferenza stampa ha parlato espressamente di terrorismo e di un bilancio di 49 morti e 48 feriti.  

Ad aprire il fuoco è stato un commando di cui hanno fatto parte 3 uomini e una donna. Uno degli attantatori ha deciso di "raccontare" sui social, in diretta, l'attacco. Nelle immagini un uomo parla davanti alla videcoamera mentre guida e impugna un'arma. Poi mostra il suo arsenale nel bagagliaio e inzia a sparare. La sua fuga però dura poco e la polizia arresta in pochi minuti l'attentatore. Si tratta di Brenton Tarrant, 28 anni. Prima della strage ha pubblicato una sorta di manifesto razzista e suprematista. Le sue parole sono chiare: "Mi sono ispirato a Breivik". Nel manifesto pubblicato online lo stesso attentatori spiega i motivi dell'attacco: "Ho letto gli scritti di Dylann Roof e di molti altri, ma ho tratto vera ispirazione dal cavaliere giustiziere Breivik", scrive Tarrant nel documento, intitolato "The Great Replacement".  

L'autore degli attacchi odierni ha ripreso la strage in diretta streaming. Il video, pubblicato su Facebook, è durato 17 minuti ed è poi stato rimosso dal social network, ha spiegato la responsabile dei contenuti di Facebook Australia-New Zealand, Mia Garlick

Le due mitragliatrici usate dal killer erano coperte con scritte in inchiostro bianco che facevano riferimento ad antiche battaglie e più recenti attacchi contro le comunità musulmane: tra queste, una riportava anche il nome 'Luca Traini', l'estremista di destra autore dell'attacco contro migranti compiuto l'anno scorso a Macerata. Parla il suo legale: "Sconcerto e condanna"

Un attacco senza precedenti per la Nuova Zelanda. Un commando di almeno quattro persone è entrato in due diverse moschee di Christchurch aprendo il fuoco sui fedeli e uccidendo almeno 49 persone.

Dopo qualche minuto dalla strage è arrivata la reazione del primo ministro della Nuova Zelanda, Jacinta Arden. "Un atto di violenza senza precedenti" ha detto Arden parlando alla nazione. "E' uno dei giorni più bui della Nuova Zelanda", ha proseguito, confermando che un sospetto è stato preso in custodia. Non si è sbilanciata sul numero delle vittime ma ha ammesso che "si tratta di un evento significativo".

Altre 50 sarebbero ferite in ospedale. Nella prima moschea, quella di Al Noor c'erano almeno 300 persone. Il commando composto da almeno 4 persone indossava tute militari. Subito dopo la strage gli attentatori si sono dati alla fuga. Uno dei killer sarebbe stato fermato subito dopo. Gli altri tre successivamente. Nella squadra della morte c'erano 3 uomini e una donna. Poco prima della strage sui social era stato postato da uno dei killer una sorta di "manifesto anti-immigrati e anti-musulmani".

Nel dossier sottolinea "che è necessario difendere la razza bianca" e parla degli invasori "che hanno causato centinaia di migliaia di morti, di voler vendicare gli attacchi terroristi di matrice islamica in Europa e dello stato di schiavitù causato dai supposti invasori". Poi si riferisce ad un attacco in Svezia del 2017. Da qui sarebbe scattato il suo piano di vendetta: "In quel periodo cui cambiai drasticamente le mie opinioni. Il primo evento che fece iniziare il cambiamento era l’attacco terroristico a Stoccolma, il 7 aprile 2017. Non potevo voltare le spalle alla violenza".

A questo punto Tarrant parla anche dell'uccisione di una ragazza che fu uccisa "da un islamista" mentre andava a scuola con sua madre. Tarrant descrive se stesso come "un normale uomo bianco nato in Australia, proveniente dalla classe lavoratrice, con una famiglia dal basso reddito". Nella lista degli "obiettivi" anche Angela Merkel, il sindaco di Londra ed Erdogan. Infine spiega la sua scarsa passione per lo studio e soprattutto per l'università: "Non l'ho frequentata perchè non avevo particolare interesse in quello che poteva offrire". Il suo "manifesto" dell'orrore si chiude con la scelta dell'obiettivo da colpire: "Nelle moschee di Al Noor e Masjid sono frequentate da un numero ben più grande di invasori...". Un agghiacciante conto sui "bersagli" da colpire.  

Ha anche detto di non essere membro di nessuna organizzazione, ma di aver fatto donazioni e interagito con molti gruppi nazionalisti, sebbene abbia agito da solo e nessun gruppo abbia ordinato l’attacco. Ha aggiunto di aver scelto la Nuova Zelanda a causa della sua posizione, per dimostrare che anche le parti più remote del mondo non sono esenti da “immigrazione di massa“.

La canzone inneggia al "risveglio degli Ustascia", il gruppo fascista croato durante la seconda guerra mondiale. Nel testo, si legge anche unì'invocazione nei confronti di Radovan Karadžić, il criminale di guerra jugoslavo e presidente della Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, affinché mandi "i suoi serbi" e che faccia "vedere a tutti che non hanno paura di nessuno". E vengono richiamati anche i lupi di Vucjak, i paramilitari serbi che combattevano in Craozia: "Combattiamo per i Serbi, per l'amata libertà".

Come spiega l'Huffington Post, secondo il sito di inchieste Bellingcat la canzone "proviene da un video musicale di propaganda realizzato da soldati dell'esercito serbo come tributo al criminale di guerra Karadžić". E non a caso, tra la varie scritte poste sul fucile di Tarrant, c'era impressa anche la frase "Remove Kebab". Un segnale ancora più chiaro di come il terrorista neozelandese avesse fra i suoi miti anche quello della Serbia durante la guerra nella ex Jugoslavia.

Nelle immagini choc del video vengono mostrati i caricatori delle armi con sopra alcune scritte contro gli immigrati e i musulmani. In uno dei caricatori c'è anche una dedica a Luca Traini, il ragazzo che a Macerata qualche tempo fa ha aperto il fuoco contro gli immigrati. 

E’ una cosa che lascia senza parole. Non ho ancora avuto modo di parlare con Traini, ma l’ho sentito ieri sera per telefono. Luca sicuramente si dissocia da questa cosa, poca importa che nel suo caso non ci fosse nessun riferimento religioso, ma sicuramente lui condannerà il suo accostamento a questa strage, perché è da tempo che ha maturato forte pentimento per il gesto che aveva fatto a Macerata”.

Così, Gianluca Giulianelli, avvocato di Luca Traini commenta l’accostamento del Traini alla strage terroristica di Christchurch, in Nuova Zelanda, su Radio 24.

Nel video emerge con chiarezza la lucidità dei terroristi che non si sono fatti scrupoli nel portare avanti il piano di morte anche sui social. Le autorità hanno chiesto ai social di rimuovere le immagini dal web e di fatto da una portavoce di Facebook è arrivata una risposta in questo senso: "La polizia della Nuova Zelanda ci aveva allertato relativamente al video su Facebook poco dopo l'inizio dello streaming live e noi abbiamo velocemente rimosso sia il video e sia gli account Facebook e Instagram dell'attentatore". Video però rimosso troppo tardi.

Nelle immagini si vede un'auto piena di armi con a bordo il commando che si dirige verso le due moschee di Christchurch. I terroristi fermano il mezzo proprio a pochi passi dall'ingresso di una delle due moschee. Dopo aver aperto il bagagliaio prendono le armi e si dirigono verso il cortile della mosceha. Iniziano immediatamente a fare fuoco. Nel delirio assassino dei 4 componenti del commando (3 uomini e una donna, secondo quanto ricostruito dalla polizia) c'è un lucido piano di morte.  

Il commando di morte ha infatti "dedicato" la macabra e folle strage ad alcune persone. Tra questi c'è anche Luca Traini. In rete infatti c'è una foto di quelli che si pensa siano i caricatori delle armi utilizzate per la strage nelle moschee di Christchurch. E su uno dei caricatori appinto c'è il nome del 28enne responsabile della sparatoria di matrice razzista di Macerata contro gli immigrati. Sui caricatori compaiono anche i nomi di Alexandre Bissonette, il 29enne che nel 2017 uccise sei persone in una moschea di Quebec City, in Canada, e di Sebastiano Venier, il Doge veneziano che sconfisse i turchi durante la battaglia di Lepanto del 1571.

Insomma tutti nomi "simbolo" della battaglia anti-islam e anti-immigrati che la follia dei componenti del commando ha portato avanti. Tutto è stato documentato sui social con foto e video che di fatto hanno raccontato minuto per minuto quanto accaduto sin dai primi istanti dell'attacco. Un video ripreso in soggettiva mostra poi il vero e proprio assalto alla moschea. Nelle immagini è possibile vedere anche le armi che vengono prelevat dal bagagliaio e che vengono impugnate per sparare all'impazzata sui fedeli musulmani. Uno degli attentatori è stato arrestato dalla polizia. Almeno altre tre persone invece hanno proseguito la fuga. Il commando sarebbe composto da tre uomini e una donna. Adesso è caccia all'uomo in tutto il Paese.

La strage in Nuova Zelanda è figlia del razzismo". Alessandra Moretti, ospite di Serena Bortone ad Agorà, su Raitre, commenta l'attentato in due diverse moschee e avverte: "Noi politici abbiamo una responsabilità enorme e dobbiamo avere una grande attenzione. Se noi con il nostro linguaggio alimentiamo l'odio e la distinzione tra le razze", continua la piddina, siamo in qualche modo responsabili.  

il popolo social si scatena: "Quando le stragi le fanno loro non è razzismo?". E ancora: "Basta che vi aprite la bocca e gridate al razzismo per ogni cosa. Siete rivoltanti, buonisti con il c***o degli altri e vi permettete anche di parlare sempre di Salvini, l'unico che vi ha buttato in faccia la realtà. Difendete l 'indifendibile".

Il premier australiano Scott Morrison ha confermato che uno dei sospetti arrestati è un cittadino australiano. “Posso confermare che l’uomo arrestato è nato in Australia – ha detto Morrison ai giornalisti a Sydney – le nostre agenzie di sicurezza stanno lavorando in stretto contatto con le autorità della Nuova Zelanda e sono pronte altre risorse per impegnarsi a sostegno della Nuova Zelanda se e quando verrà richiesto”.

In salvo per un soffio il team di cricket del Bangladesh, che si stava dirigendo verso una delle due moschee assaltate. Cancellato il test match di domani contro la Nuova Zelanda.

Gli attimi di paura di questa strage sfiorata emergono con ancora più forza dalla telefonata di uno dei ragazzini-eroi. "Mamma, siamo in un pullman, ci stanno uccidendo": ha detto terrorizzato Adam, 13 anni appena, durante il sequestro sulla strada provinciale 415, alle porte di Milano. A bordo del pullman, Adam telefona alla mamma, sullo sfondo si sentono le voci concitate e le urla degli altri ragazzini. "Ci stanno portando in un posto sconosciuto. Quello del pullman.... non sappiamo dove ci porti", dice Adam, la voce che lascia trasparire il terrore. La mamma risponde in arabo: "Sei a scuola e mi vuoi spaventare? E' uno scherzo?". Ma lui replica, inframmezzando l'italiano con l'arabo: "Mamma, ci portano via, sulla strada per Milano: l'autista vuole ucciderci, ha una pistola. Chiama la polizia...".  

Sono le 11.50 di mattina sulla strada provinciale Paullese zona San Donato quando le fiamme colorano di rosso la mattinata milanese: un bus delle Autoguidovie di Crema va a fuoco. Non è un incidente, né un problema tecnico. A scatenare l'incendio è Osseynou Sy, autista senegalese con il compito di portare alcuni studenti delle medie dalla scuola alla palestra. Doveva essere una normale mattina di studi, ma non è così. Invece di seguire il percorso prestabilito, il senegalese all' improssivo decide di "dirottare" il mezzo. Il bus è cosparso di taniche di benzina. "Vado a fare una strage a Linate", dice Osseynou agli studenti terrorizzati. Ci sono tutti gli ingredienti di un attacco terroristico in piena regola: "Devono fermarsi i morti nel Mediterraneo", rivendica il folle accusando Salvini e Di Maio. Vuole vendetta.

Sul posto si fiondano i carabinieri di San Donato e Segrate. I primi ad arrivare, come raccontano a ilGiornale.it fonti dell'Arma, sono i militari di Segrate che provano a tagliare la strada all'autobus per bloccarlo sulla carreggiata. Il senegalese però sperona l'auto di servizio e la trascina per diversi metri, poi si ferma a causa del traffico. In questi brevi ma fondamentali momenti di stallo, uno dei carabinieri scende dalla gazzella tamponata e raggiunge il mezzo. Si fa strada verso il lato posteriore dell'autobus, spacca con le mani il vetro e riesce a far scendere una cinquantina di bambini a bordo del bus. All'interno le fiamme stanno già divampando .

Il militare rimane ferito alle mani, forse a causa dei vetri divelti in quel gesto di coraggio. Ma il suo- e quello del collega che era con lui - è stato un intervento che ha sicuramente salvato la vita a decine di ragazzini. E forse impedito una carneficina.

Una lettera commovente. Vera. Dedicata ai quattro carabinieri "eroi" che hanno salvato i 51 ragazzini a bordo del bus dato alle fiamme, lungo la Paullese, dal senegalese Osseynou Sy. Il loro intervento è stato fondamentale: come raccontato dal Giornale.it, hanno prima raggiunto il bus dopo la chiamata al 112 da parte di un alunno a bordo del pullman.

Poi sono stati speronati, sono scesi dalla gazzella "armi in pugno" e "a mani nude" hanno divelto il vetro posteriore del mezzo estraendo i bambini terrorizzati. Il senegalese agitava un accendino, teneva due studenti in ostaggio, aveva cosparso il bus di benzina. Poco dopo è divampato l'incendio. La lettera dei colleghi ai quattro carabinieri è stata pubblicata dall'account ufficiale dell'Arma.

"Nel giorno in cui nasce la primavera - si legge sui social - festeggiamo cinquantuno bambini tornati a casa. Cinquantuno bambini, la primavera della vita. È stato tutto molto semplice, tutto come mille altre volte: una richiesta di soccorso, l’allerta della Centrale, l’intervento. È stato straordinario. Voi in pochi, di fronte a un autobus impazzito che vi speronava, a una minaccia terribile e mortale, alle fiamme che già divoravano le lamiere. Avete vinto. Nessuno si è fatto male, nemmeno chi di quell’orrore era stato l’artefice. Perché le vite si salvano tutte. Siete stati gli angeli della strada, i supereroi che volano fra i grattacieli proteggendo la metropoli, l’argine contro la follia. Noi in tanti, 110 mila, che di fronte a tanto abbiamo solo una parola. Grazie. Grazie per averci resi orgogliosi della nostra uniforme. Per aver ricordato chi sono i Carabinieri, che cosa fanno da più di due secoli. Sono quelli che corrono verso il pericolo laddove l’istinto umano è fuggirne. Quelli che vedono in ogni bambino un figlio, in ogni donna una sorella, in ogni anziano un genitore. Grazie perché domani sarete di nuovo sulla strada. Correndo alla prossima chiamata, pensando che in fondo non avete fatto che il vostro dovere".

Dopo l'intervento tempestivo dell'Arma, il senegalese - che aveva precedenti penali - è stato arrestato e la procura lo ha indagato per strage e sequestro di persona. Il suo è stato un piano premeditato. Ha acquistato la benzina, si è procurato un coltello per minacciare i ragazzi, li ha legati con le fascette. Puntava ad arrivare fino a Linate. "Da qui non esce nessuno vivo", urlava agli studenti terrorizzati. Voleva punire l'Europa per le sue "politiche criminali sulla migrazione". Ma non c'è riuscito. Grazie ai militari.

Anche Matteo Salvini ha voluto ringraziare i militari accorsi in soccorso dei ragazzi. "Grazie a questi eroi - scrve il ministro dell'Interno - grazie a quelli in divisa e ai giovanissimi che hanno dato l’allarme con grande coraggio. Poteva essere una tragedia, grazie a loro è stato un miracolo. Orgogliosi delle nostre Forze dell’Ordine". Orgogliosi.

A furia di parlare di razzismo e fascismo scrive il quotidiano il Giornale la sinistra è arrivata a creare mostri come il senegalese che ieri ha dirottato un bus con a bordo 50 ragazzini per vendicare i morti nel Mediterraneo - attacca la consigliera regionale in Lombardia - La retorica buonista dei porti aperti e dell’accoglienza sfrenata, sempre attuale nell’attribuire al ministro Salvini ogni tipo di colpa sul tema dell’immigrazione, è diventata benzina per infiammare pazzi disposti a gesti estremi come quello di ieri".

"La cosa che mi lascia perplessa - insiste Sardone - è il continuo tentativo da parte della sinistra di specificare che l’autista era italiano a tutti gli effetti solo per cercare di sminuire la gravità di una mancata strage che ha fatto il giro del mondo. È vero, dal 2004 aveva ottenuto la cittadinanza italiana ma questo non implica automaticamente l’integrazione e l’accettazione dei nostri usi e costumi: tanto è vero che questo folle voleva uccidere 50 bambini italiani per vendicare i profughi africani morti in mare, una sorta di legge del taglione assurda e spaventosa".

Ecco perché scrive il Giornale "Pd, buonisti, radical chic, coop e associazioni varie" che "lucrano col business dell’accoglienza" dovrebbero "farsi un esame di coscienza e smetterla di puntare il dito contro gli italiani: i morti nel Mediterraneo stanno diminuendo drasticamente proprio per effetto della politica dei porti chiusi".  

La tesi è chiara: "Fino a quando la sinistra, a braccetto coi migranti, continuerà a urlare nelle piazze che chiudere i porti e affermare la sovranità nazionale sono sintomi di un imminente ritorno al ventennio fascista non si potranno escludere del tutto episodi del genere”.

Intanto la procura milanese ha messo in chiaro che Sy voleva punire l'Europa per le sue politiche sull'immigrazione. Un intento voluto. "Premeditato", secondo il pm Greco. Ha nascosto i suoi precedenti penali per abusi sessuali e guida in stato di ebrezza per continuare indisturbato a fare l'autista dei bus. Poi ha deciso di vendicare i "migranti morti in mare".

La mattina si sveglia secondo la ricostruzione del quotidiano il Giornale,e come se nulla fosse e si metta alla guida del pullman. Copre i vetri con delle lenzuola nere, fa cospargere di benzina il bus, lega con delle fascette i ragazzi. Urla. Minaccia di dar fuoco a tutto. Nella confusione e nel terrore, uno degli scolari trova il coraggio di chiamare i soccorsi. Arrivano i carabinieri, provano a tagliargli la strada ma l'autista sperona la gazzella. In pochi istanti i militari prendono una decisione: infrangono il vetro posteriore e fanno scendere gli studenti. Poi salvano anche l'attentatore mentre all'interno del pullman divampano le fiamme.

"L'ho fatto per dare un segnale all'Africa, perché gli africani restino in Africa e così non ci siano morti in mare", avrebbe detto l'uomo in carcere, che avrebbe poi raccontato di essere un "panafricanista" che spera nella vittoria delle destre europee "così non faranno venire gli africani". Una versione che non convince, dato che i giovani che si trovavano sul mezzo hanno raccontato dei numerosi insulti rivolti dal senegalese al vicepremier Matteo Salvini e al governo.

Ma dal carcere Ouesseynou scrive il quotidiano Italiano cerca di spiegare anche perché avrebbe voluto raggiungere un aeroporto milanese: "Volevo andare a Linate per prendere un aereo e tornare in Africa e usare i bambini come scudo". E ancora: "Gli africani devono restare in Africa ed è l'Occidente che non lo consente". In questo senso andrebbe dunque letto il video messaggio registrato dall'uomo che, secondo i pm, "voleva mandare il messaggio 'Africa Sollevati' e dire agli africani di 'non venire più in Europa e punire l'Europa per le politiche a suo dire inaccettabili contro i migranti'".

Le due versioni stridono parecchio. Ma quel che è certo è che l'avvocato difensore dell'uomo ha chiesto una perizia psichiatrica: "È doveroso a fronte dell'enormità del gesto e su questo anche la Procura concorda".

Il senegalese ha agito con premeditazione. Aveva portato le taniche di benzina a bordo e le aveva coperte. Aveva nascosto i martelletti per rompere i vetri in caso di incendio e portava con sé, come hanno raccontato i ragazzi, un coltello. Ma non solo. Alcune studentesse hanno raccontato che Ouesseynou, già nei giorni precedenti l'attacco, aveva provato a dirottare il mezzo: "Già lunedì avevamo notato che ci trattava male. Uno della classe gli ha detto 'arrivederci' e lui gli ha risposto 'vaffanculo'. Prima aveva cercato di deviare strada ma un professore gli aveva detto poi di fare quella giusta".

Tiziana M., la bidella a bordo del mezzo, ha inoltre raccontato al giornale : "Sy ha chiuso le porte del bus con delle catene, non avrei mai pensato una cosa simile. Gli insegnanti sono stati legati e e lui mi ha detto di buttare la benzina sulla tenda e i finestrini e di sequestrare i cellulari. Io ho tenuto acceso il mio, ho fatto il numero della scuola e l'ho lasciato acceso perchè volevo che dall'altra parte sentissero".

Il gesto di ieri non può essere considerato un raptus. Ousseynou Sy, secondo alcune indiscrezioni raccolte dall'agenzia Agi, aveva ordinato via internet, tramite un collega, un taeser, dicendo di doverlo regalare alla nuova compagna. Aveva poi comprato due tanniche con 10 litri di benzina e le fascette da elettricista. Ma soprattutto aveva postato su Youtube un video per dire basta ai troppi naufragi delle carrette del mare. "Non ce la faccio più a vedere i bambini morire mangiati dai pescecani e le donne incinte affogare", si sente nel messaggio destinato a amici e parenti in Italia e in Senegal che ora gli inquirenti stanno cercando. Per il 47enne senegalese, padre di due figlie, diventato cittadino italiano nel 2004 dopo aver sposato una ragazza di Crema da cui poi si era separato, "l'Africa doveva rialzarsi" e i suoi connazionali non dovevano più partire per l'Europa che andrebbe punita per le sue "politiche criminali sulla migrazione".

Si domanda il Giornale per tutti i quindici anni, durante i quali ha lavorato per la Autoguidovie, nessuno ha mai rilevato segni di squilibrio? Chi lo conosce definisce Ousseynou Sy un "solitario". Ma negli ultimi giorni qualche campanello d'allarme avrebbe comunque dovuto scattare. Dalle testimonianze di tre ragazzi della scuola media di Crema è emerso che aveva cercato in un'altra occasione di deviare il mezzo di trasporto. Un professore lo aveva invitato a fare quella giusta. "Già lunedì avevamo notato che ci trattava male", hanno raccontato i ragazzini oggi, all'uscita di classe. Uno della classe lo ha salutato e lui, in tutta risposta, gli ha sbraitato in faccia un "vaffanculo".

Arrivato a Pantigliate l'autista ha coperto i vetri del parabrezza con lenzuola nere, forse per impedire ai ragazzi di capire dove fossero, poi li ha fatti legare e ha cosparso la benzina sui sedili. Del materiale si era munito la mattina prima di mettersi alla guida del mezzo con cui avrebbe dovuto portare gli studenti dalla palestra alla scuola. Per evitare che questi rompessero i finestrini e scappassero dal pullman, aveva poi rimosso dalla vettura tutti i martelletti frangivetro. Il diabolico piano per sequestrare il mezzo e fare una strage all'aeroporto di Linate era stato, dunque, messo a punto in ogni minimo paricolare e questo ha spinto la procura di Milano a contestare al senegalese l'aggravante terrorismo. Ora non resta che accertare cosa ci facesse alla guida di un autobus pieno di alunni di seconda media un soggetto pericoloso con precedenti per guida in stato di ebrezza e abusi sessuali sui minori.

"Perché una persona con simili precedenti guidava un pullman per il trasporto di ragazzini?". Quando ieri mattina la fedina penale di Ousseynou Sy è arrivata sul tavolo del Viminale, Matteo Salvini si è messo subito al lavoro per "vederci chiaro" e chiarire quanto prima tutte quelle falle nei controlli che hanno portato una persona con precedenti tanto pensanti a lavorare per la società che gestisce il trasporto pubblico a Crema. La Autoguidovie sostiene di non essere mai stata a conoscenza dei precedenti penali di Ousseynou Sy. Secondo quanto scrive il Corriere della Sera, il certificato penale sarebbe stato richiesto solo "al momento dell'assunzione", nel 2004. Poi non sarebbe stato più verificato. Ecco perché nessuno si è accorto della denuncia per abusi su un minore, la condanna a un anno con pena sospesa arriva solo nel 2018, o della guida in stato di ebrezza che invece risale proprio al 2004. Per nascondere all'azienda di trasporti il ritiro della pantente, secondo quanto appreso dall'agenzia AdnKronos, il terrorista senegalese si era messo in malattia. Va detto che i controlli sui precedenti non sono obbligatori nelle società private, ma è disarmante l'assenza di tutele per soggetti tanto vulnerabili come dei ragazzini di scuola media.

Intanto scrive il giornale,commentando l’attentato compiuto dal senegalese pregiudicato Ousseynou Sy, che ha tenuto in ostaggio minacciandoli 51 bambini a bordo di un autobus di cui lui stesso era al volante, prima di tentare di bruciarli vivi, il giornalista libanese ha dato davvero il meglio di sé.

Lo straniero, secondo il buon Gad, sarebbe stato mosso dall’odio manifestato dagli italiani nei confronti dei migranti. “La follia criminale del cittadino italiano Ousseynou Sy è l'esito di una contrapposizione isterica che manifesta ostilità agli immigrati additandoli come privilegiati, negando le loro sofferenze e la loro umanità”.

Inutile dire che il tenore dei commenti in risposta al post di Lerner è decisamente acceso. “Mi scusi ma legge quello che scrive? Stai a vedere che adesso la colpa è nostra... Roba da matti”, commenta una donna.“Sembra quasi che a Lerner dispiaccia che l'attentato sia fallito!”, replica amaramente un’altra. “Non è cittadino italiano ma senegalese, l'ennesimo che commette atti criminosi contro gli italiani. Voi comunisti ce li avete portati in Italia ed ora accusate, chi sta provando a ripulire il Paese, di seminare odio e paure”, attacca invece in modo più diretto un utente, a cui fa seguito un altro. “A uno come lei dovrebbero impedire di andare in televisione ad esprimere la sua opinione folle...il bello è che viene anche pagato.

Alla vigilia degli incontri fra i Ministri degli Esteri che si terranno a Bruxelles in occasione della terza Conferenza Sostenere il futuro della Siria e della regione (Supporting the Future of Syria and the Region), tre alti rappresentanti delle Nazioni Unite hanno dichiarato oggi che la crisi in Siria non è ancora terminata e hanno lanciato un appello affinché venga assicurato supporto ininterrotto e su vasta scala ai siriani vulnerabili, ai rifugiati e alle comunità che li accolgono.

Mentre la crisi si avvia ormai al suo nono anno, le esigenze umanitarie all’interno della Siria continuano a toccare livelli record, con 11,7 milioni di persone che necessitano di una qualche forma di assistenza umanitaria e di protezione. Gli sfollati interni sono circa 6,2 milioni e oltre 2 milioni di ragazzi e ragazze non possono ricevere un’istruzione in Siria. Si stima che l’83 per cento dei siriani viva sotto la soglia di povertà e che le persone siano sempre più vulnerabili a causa della perdita o dell’assenza di mezzi di sostentamento duraturi.

“Senza un’iniezione considerevole e immediata di fondi, è probabile che l’erogazione di beni di prima necessità quali alimenti, acqua potabile, cure mediche, alloggi e servizi di protezione dovrà essere interrotta”, ha dichiarato Mark Lowcock, Sottosegretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari. “È fondamentale che la comunità internazionale resti al fianco di donne, uomini, bambine e bambini che in Siria hanno bisogno del nostro aiuto per soddisfare le esigenze più elementari e poter vivere una vita dignitosa. Se i donatori assicureranno i fondi necessari, potremo implementare i piani volti a conseguire tali risultati.”

Tale situazione è, inoltre, all’origine della più vasta crisi di rifugiati del mondo. Vi sono oltre 5,6 milioni di rifugiati siriani, mentre nei paesi confinanti sono 3,9 milioni i membri delle comunità ospitanti coinvolti dalla crisi.

Le Nazioni Unite, pertanto, chiedono con urgenza di incrementare i finanziamenti per assistere le popolazioni colpite lanciando un appello per la raccolta di 3,3 miliardi di dollari USA da destinare alla risposta in Siria, e di 5,5 miliardi di dollari USA per il Piano per i rifugiati e la resilienza nei Paesi confinanti.

“Essendomi recato in visita pochi giorni fa in Siria e presso i rifugiati siriani in Libano, sono profondamente preoccupato dal divario sempre più ampio riscontrato fra le loro enormi esigenze e il supporto attualmente garantito alla risposta internazionale alla crisi in atto. A otto anni dall’inizio della crisi di rifugiati di più ampia portata degli ultimi decenni, circa il 70 per cento dei rifugiati siriani vive un’esistenza al limite, sotto la soglia di povertà”, ha affermato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “La riduzione dell’assistenza dovuta al taglio dei fondi comporta che i  rifugiati debbano fare ogni giorno scelte strazianti, quali ritirare i propri figli da scuola per farli lavorare o ridurre i pasti. In tal modo, divengono inoltre più vulnerabili a sfruttamenti e abusi.”

“È essenziale che la comunità internazionale rimanga salda nel sostegno ai milioni di rifugiati siriani che vivono nei Paesi confinanti e che ancora necessitano di protezione e assistenza. Allo stesso modo, il supporto deve essere esteso alle comunità locali e ai governi che hanno garantito accoglienza a milioni di rifugiati siriani negli ultimi otto anni”, ha dichiarato Grandi. “È necessario aiutare, inoltre, quei rifugiati – nonché gli sfollati interni, presenti in numeri ancora più elevati – che scelgono di fare ritorno nel proprio Paese, in condizioni davvero difficili.”

I Paesi di accoglienza e le relative comunità necessitano di finanziamenti sicuri per continuare a sostenere i rifugiati, garantire che i servizi pubblici siano disponibili, e ampliare le opportunità sia per i rifugiati sia per i cittadini. Essi hanno accolto i rifugiati con generosità, offrendo loro asilo e protezione, rendendo accessibili i servizi pubblici, consentendo a un numero sempre più elevato di persone di contribuire alle economie locali e rafforzando in egual misura la resilienza tanto dei rifugiati quanto delle comunità locali.

“In Siria la povertà è in crescita, le infrastrutture dei servizi di base sono danneggiate o distrutte e il tessuto sociale è ormai al limite”, ha affermato Achim Steiner, Amministratore dell’UNDP. “I governi e le comunità di accoglienza dei Paesi confinanti con la Siria hanno bisogno del nostro sostegno per continuare a dare prova di generosità ai rifugiati, senza rinunciare allo stesso tempo a investire nel proprio sviluppo. È necessario che la comunità internazionale incrementi il sostegno alla resilienza sia in Siria che nei Paesi confinanti.”

Nonostante la quantità significativa di fondi garantita dai donatori nel 2018, l’anno scorso solo il 65 per cento dei 3,4 miliardi di dollari USA necessari per il Piano d’intervento in Siria è stato finanziato. Nel 2018, il Piano regionale per i rifugiati e la resilienza da 5,6 milioni di dollari USA è stato finanziato per il 62 per cento. I tre alti rappresentanti delle Nazioni Unite lanciano un appello congiunto alla comunità internazionale dei donatori affinché si impegni con generosità a sostenere gli obiettivi del 2019, in occasione della conferenza di alto profilo che si terrà domani.

 

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