Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Domenica, 17 Novembre 2019

Governo Pd-M5S, i dem confessano: "Lavoravamo già al patto"

La frattura vera nasce dalla decisione di Pd e M5S di appoggiare (insieme) Ursula von der Leyen come capo della Commissione Ue. La Lega non era d'accordo, ma Conte ha tirato dritto. Anche l'elezione di David Sassoli al Parlamento europeo è un capitolo della stessa storia.

Non è un caso se poco dopo quell'avvicinamento, da una parte e dall'altra siano iniziati i corteggiamenti. Nella compagine grillina non mancavano i pontieri e Francescini (guarda caso, oggi diventato ministro) a luglio sottolineava che "i Cinquestelle sono diversi dalla Lega". Erano solo i primi segnali, ma significativi. E infatti i muri alzati da Renzi e Di Maio ("mai col partito di Bibbiano", ricordate?) erano solo fuochi d'artificio per dare il tempo a chi di dovere di annusarsi politicamente. Tramando alle spalle della Lega.

A "confessare" secondo il quotidiano il giornale, che da tempo l'inciucio si stava preparando alle spalle della Lega è un importante esponente del Pd che, in anonimato, spiega al Corriere come la crisi il tira e molla d'agosto tra Pd-M5S sia stato tutto meno che imprevisto. "È stata una sfida - dice il piddino - tra due scommesse: da una parte Salvini, che scommetteva non avremmo fatto in tempo a costruire una nuova maggioranza; dall'altra noi, che a quella maggioranza avevamo iniziato a lavorare, scommettendo a nostra volta che Salvini avrebbe aperto la crisi entro l'estate". Ecco la conferma dei sospetti di molti: alla nuova maggioranza "avevamo iniziato a lavorare" ben prima che l'ex ministro dell'Interno aprisse le danze della crisi.  

Giorgia Meloni è stata la prima a invocare la piazza, annunciando una manifestazione davanti Montecitorio il giorno della fiducia. Ora la data c'è. Lunedì 9 Fdi manifesterà «per protestare con tutti gli italiani liberi che vogliono dire no al patto delle poltrone e chiedere libere elezioni». Anche Salvini si è mosso in quella direzione, ma seguendo un suo percorso. Ha organizzato una mobilitazione il 19 ottobre. Intanto Forza Italia cerca un equilibrio fra diverse sensibilità. . 

C'è quella contraria ad aprire qualsiasi spiraglio alla maggioranza Pd-M5S. La rappresentano le capogruppo Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini e il vicepresidente del partito Antonio Tajani. E c'è quella meno manichea di Mara Carfagna. Per adesso, sul piatto c'è la linea dettata da Silvio Berlusconi, che ha parlato di «una opposizione ferma, coerente, senza sconti ma composta». Con la porta aperta al dialogo, nel caso in cui ci siano dei provvedimenti in linea ai desiderata azzurri. Oltre a guardare al nemico, i tre partiti devono controllarsi a vicenda, per contendersi gli elettori, e marcare le differenze. Forza Italia punta a un dialogo alla pari con Salvini. 

Gli azzurri vorrebbero sfumare il lato sovranista del centrodestra, ma la Lega si fa forte dei sondaggi, che la danno in testa fra i partiti e che non premiano gli azzurri. Salvini intanto si lecca le ferire. «Il Pd è in vantaggio uno a zero sulla Lega e sull'Italia - ha detto - Ma è come quando l'arbitro fischia un rigore inesistente». E poi l'auspicio: «Non potranno scappare dal giudizio degli italiani troppo a lungo: siamo pronti, il tempo è galantuomo, alla fine vinceremo noi»  

C'è chi lo definisce un governo giallo-giallo con una spruzzata di rosso burocratico. Ma non è così. Si tratta di un esecutivo, dal punto di vista cromatico, piuttosto equilibrato. Dieci pentastellati. Nove del Pd (più uno di Leu: per rosso burocratico s'intende il bersaniano Speranza alla Salute?). Però i dem hanno avuto la metà dei voti di M5S alle ultime elezioni, mentre nella compagine governativa hanno pareggiato in numero di ministeri. O addirittura vinto, visto che la battuta che circola tra i grillini è questa: «Conte? Ma Conte è uno del Pd!». Sarà per questo che gli hanno piazzato nel palazzo, per controllarlo meglio, il sottosegretario Fraccaro, occhiuto colonnello di Di Maio. In più, il super-ministro - quello del Mef - è piddino doc, Roberto Gualtieri  

Intanto proprio perché sconosciuta, in primo luogo ci si chiede che tipo di politiche potrebbe applicare e come potrebbe approcciarsi alle tematiche chiamata ad affrontare. A partire dall’immigrazione, l’argomento forse più sentito tra i cittadini e di sicuro quello più importante affrontato dai suoi due predecessori, Minniti prima e Salvini dopo. Un argomento che lei conosce bene, essendo stata al Viminale proprio al fianco sia di Alfano che di Minniti, prima di essere nominata prefetto di Milano. Ed è questa, fino al giuramento al Quirinale, la sua esperienza più importante.

Rimane all’interno della prefettura del capoluogo lombardo per il biennio 2017 – 2018, sembra agire su più fronti in modo “diplomatico”. Ad esempio è lei ad autorizzare il blitz della polizia attorno la stazione centrale di Milano nel 2017, con il quale vengono identificati diversi migranti irregolari e con il quale per la prima volta si crea un attento monitoraggio della situazione in una delle zone più delicate della città. Un’operazione che però scatena le ire del sindaco Beppe Sala e lei, dicono voci di corridoio, per evitare di farsi nemico il primo cittadino allora vieta qualsiasi contro manifestazione al gay pride.

Diplomazia e monitoraggio, queste le due parole d’ordine del suo operato, tanto che, come si legge su La Verità, il neo ministro dell’interno si guadagna il soprannome di “Lady Monitoraggio”. Qualche screzio con Sala, condito da qualche riavvicinamento, al tempo stesso però non mancano screzi anche con la Lega.

Questo perché quando è prefetto di Milano è lei a lanciare l’esperimento della cosiddetta “accoglienza diffusa”, un tipo di accoglienza cioè che viene svolta non in grossi centri d’accoglienza all’interno di grandi città, ma distribuita in piccoli centri in tutta la provincia. Un esperimento però bocciato da molti primi cittadini, molti dei quali del Carroccio.

Ad essere diffusa, prima ancora dell’accoglienza, è la sensazione di malcontento. Tanto è vero che la stessa Lega ne chiede le dimissioni. A fine 2018 la Lamorgese torna a Roma al Consiglio di Stato, ultima esperienza prima di essere nominata titolare del dicastero più importante per quanto riguarda la sicurezza.

Un esecutivo europeista. È stato questo il mantra che, negli ultimi concitati giorni, ha accompagnato la formazione del Conte bis. La provata fede nell’Unione europea non solo era uno dei requisiti imposti dal Quirinale al premier incaricato ma era anche una delle indicazioni che i notabili di Bruxelles hanno fatto arrivare al Nazareno.

Durante la trattativa tra il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico, il nuovo governo ha ricevuto una serie di endorsement che ci aiutano a capire molto bene in quali mani siamo finiti. L’obiettivo di progressisti ed europeisti era evitare a tutti i costi il voto e, quindi, sbarrare la strada a un esecutivo di centrodestra a trazione leghista. Già con i pentastellati alleati, Matteo Salvini si era dimostrato troppo sovranista. Figurarsi cosa sarebbe successo se si fosse trovato a non dover più mediare con Conte e Tria. E così è partito l’assalto al leader leghista.

“Il ritorno dell’Italia a un ruolo da protagonista spiana il campo affinché la nuova legislatura delle istituzioni Ue sia pienamente europeista e segnata dall’unità rispetto al pericolo sovranista”, ha esultato il presidente del Parlamento europeo, il piddino David Sassoli. “Chi voleva distruggere l’Unione si è trovato emarginato – ha continuato – di questo ne sono consapevoli le Cancellerie, le istituzioni Ue e anche da Washington ho avvertito interesse alla stabilità italiana e alla ripresa di una sua attitudine costruttiva in Europa”. Ma chi c’è dietro a questo matrimonio benedetto addirittura da Donald Trump con un tweet? Chi tira davvero le fila di questa operazione che ribalterà pesantemente la linea politica assunta dal nostro Paese nell’ultimo anno? E, soprattutto, perché la scelta del nuovo governo ha interessato tanti leader stranieri?

Secondo il quotidiano il Giornale nei giorni scorsi, quando la trattativa sembrava dover fallire, era addirittura intervenuta Angela Merkel in persona con una telefonata al Nazareno (probabilmente a Paolo Gentiloni) per intimargli di “fare il governo con i Cinque Stelle ad ogni costo per fermare i sovranisti”. Come la cancelliera tedesca deve pensarla anche il presidente francese Emmanuel Macron che, sebbene non si sia mai schierato pubblicamente a favore o contro il Conte bis, al G7 avrebbe fatto rientrare il tweet di Trump in una trattativa molto più estesa. È difficile stabilire la veridicità di questa ricostruzione. Sta di fatto che, in un momento di forti tensioni internazionali, anche gli Stati Uniti hanno bisogno di un’Europa più compatta. E sicuramente l’intesa sottoscritta dal precedente governo con la Cina non deve mai essere andata giù a Washington.

Tra i supporter dei giallorossi, che ieri hanno subito incassato buone parole dall’agenzia di rating Standard & Poor’s, possiamo anche annotare acerrimi nemici di Salvini. Due in testa: il commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici e il collega al Bilancio Günther Oettinger. In più di un’occasione hanno chiesto per l’Italia “un governo più europeista” per cancellare qualsiasi velleità sovranista dei leghisti. La poltrona che tra tutte più gli premeva era quella di via XX Settembre. 

Secondo il quotidiano come un anno fa Sergio Mattarella aveva avuto voce in capitolo nella scelta di Giovanni Tria, a questo giro ha fatto di tutto perché si esprimesse un nome che piacesse alle cancellerie europee. Così all’Economia ci è finito Roberto Gualtieri, dalemiano doc che fu tra i negoziatori per conto del Parlamento europeo del Fiscal Compact, il trattato che ha obbligato l’Italia a inserire in Costituzione il pareggio di bilancio. Una figura che ha raccolto subito il plauso del presidente della Bce, Christine Lagarde, che lo ha subito definito “un bene per l’Italia e l’Europa”, e che beneficerà della clemenza dell’Europarlamento. La presidente Ursula von der Leyen (eletta a luglio anche grazie ai voti di Pd e M5s) ha già fatto trapelare che l’Italia, con un governo più europeista, potrà contare su una maggiore flessibilità di quella concessa al precedente esecutivo nell’ultimo anno.  

Perché, dunque, tutto questo interesse? Spiega il giornale per evitare un esecutivo sovranista che non avrebbe rispettato i vincoli economici imposti da Bruxelles e che, però, a Strasburgo non ha un gruppo abbastanza forte da poter incidere nelle scelte dell’Europarlamento? Per avere al governo i soliti ultrà dell’accoglienza che riapriranno le frontiere ai barconi e alle navi delle Ong e così tornare a scaricare sull’Italia l’intero problema dell’immigrazione clandestina? Sicuramente per tutto questo. Ma penso anche che i loro obiettivi abbiano un orizzonte leggermente più vasto. 

Al prossimo governo spetta, infatti, un’infornata di nomine senza precedenti. La prima è già decisa: Paolo Gentiloni sarà commissario europeo. Ma non finisce qui. Se il sodalizio giallorosso dovesse tenere duro fino al 2022 (ed è quello a cui puntano i dem), potranno addirittura scegliersi il nuovo presidente della Repubblica. E il nome che già circola (anche se è estremamente prematuro farlo) è quello di Romano Prodi, un fan sfegatato dell’Unione europea che i grillini avevano già pensato di far arrivare al Colle ma a cui i dissidi interni al Pd avevano precluso la carica più alta del nostro Paese. 

È lui la figura giusta per bloccare qualsiasi velleità di un possibile futuro governo di centrodestra che potrebbe essere eletto quando ci consentiranno di andare alle urne. Proprio come era stato quando il Pd aveva portato al Quirinale Giorgio Napolitano. E sappiamo come quest’ultimo abbia inciso pesantemente nella politica italiana.

Intanto l opposizione divisa nella strategia, uniti dalla preoccupazione che l'alleanza Pd-M5S possa essere proposta anche a livello locale. Di fronte alla nuova maggioranza di governo, i partiti di centrodestra stanno andando in ordine sparso. Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che sono i più intransigenti, hanno già fatto appello alla piazza, ma organizzando ognuno una propria manifestazione. Forza Italia fa i conti con le anime interne al partito, che hanno vedute diverse sul rapporto con la Lega e sul tipo di opposizione da portare avanti in Parlamento. 

Eppure, oltre al Conte bis, alcuni appuntamenti suggeriscono a Lega, FdI e Forza Italia la ricerca di un dialogo. Come la tornata delle regionali. «Pare» che i dem «stiano facendo anche un accordo in Regione Lazio con i 5S per tenere su Zingaretti», rimarca Salvini. Il primo test sarà a breve, il 27 ottobre, in Umbria. 

Ma i vertici dei tre partiti di centrodestra ancora non si sono incontrati per concordare la tattica e, nel caso, per mettere una triplice firma sul nome del candidato. Lega, FdI e Fi hanno ormai dovuto archiviare la speranza di un prematuro naufragio del patto Pd-M5S che portasse al voto. Anche oggi Salvini è stato sarcastico con il Colle. 

«Presidente Mattarella - ha detto - lei parlava di un governo di lunga durata, di grande respiro. Non le viene da ridere, da sorridere? Non era meglio chiamare al voto 60 milioni di italiani?». Poi l'attacco al governo, «è più casta della casta», e alla scelta del suo successore: «Al Viminale hanno messo un tecnico - dice - non hanno voluto nemmeno metterci la faccia». 

 

 

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI