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Martedì, 27 Ottobre 2020

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La pandemia da Covid-19 lascerà sicuramente alcune semplici, basilari, norme di educazione: lavarsi bene e spesso le mani, non mettere le dita nel naso, le mani in bocca, non star sempre a toccare gli altri quando si parla. Tossire e starnutire coprendosi accuratamente. Oltre al distanziamento sono le pratiche più utili per evitare il contagio e se ci pensiamo bene, sono cose che dovrebbero essere normali, sempre, a prescindere dalla pandemie. Se facciamo una ricerca in rete troviamo pagine e pagine che insegnano a lavarsi le mani e ci imbattiamo in un personaggio, Ignazio Filippo Semmelweis (1818-1865) che scoprì come il lavaggio delle mani fosse fondamentale per evitare di propagare delle malattie. Questo medico ungherese intuì (1846), lavorando in un ospedale di Vienna, che le mani potessero essere il veicolo di infezioni che funestavano i reparti di ostetricia e che portavano alla morte di molte neo mamme per febbre puerperale. Molti medici che passavano da fare autopsie ai reparti di maternità non si disinfettavano le mani infettando così le mamme, bastava una semplice disinfezione per ridurre notevolmente la mortalità, come facevano le ostetriche in un altro reparto. Ma non fu considerato, anzi, addirittura perseguitato, costretto a trasferirsi e infine rinchiuso in un ospedale psichiatrico con la scusa della pazzia per una presunta sifilide. Qualche anno fa il prof. Giuseppe Sermonti (1925-2018) gli dedicò una “commedia da tavolo”: Il caso Semmelweis, dove in un dialogo avvincente si descrive la stupidità, l’ignoranza degli esponenti della scienza ufficiale di fronte alla realtà che si oppone alle loro convinzioni. Ignoranza che sarà la responsabile indiretta della morte del medico ungherese che, nell’estremo tentativo di dimostrare che le infezioni si trasmettevano con la scarsa igiene, si sarebbe infettato con un bisturi dopo aver sezionato un cadavere infetto morendo proprio per una setticemia. Nel 1864 Louis Pasteur (1822-1895) dimostrò la contaminazione batterica e Semmelweiss, l’uomo che voleva convincere a lavarsi le mani, il “salvatore delle madri”, aveva finalmente ottenuto giustizia. Dopo un secolo e mezzo siamo ancora a raccomandarsi di lavare bene le mani!

Anche stavolta, l’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma ha compiuto miracoli ridando una vita normale a 5 bambini e ragazzi in lista d’attesa.

In sei giorni, tra il 19 e il 24 agosto sono stati effettuati 6 trapianti di organi all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. I chirurghi dell’Ospedale hanno trapiantato 4 fegati e 2 reni, provenienti da donatori deceduti, in 5 pazienti in lista di attesa. Gli interventi hanno richiesto la partecipazione, complessivamente, di oltre 50 medici, infermieri, operatori e tecnici sanitari. Per la riuscita della lunga serie di trapianti consecutivi è stato essenziale l'utilizzo dei nuovi sistemi di perfusione extra corporea degli organi. Tutti i pazienti sono ora in buone condizioni.

Tra mercoledì 19 e sabato 22 agosto 3 fegati, prelevati da 3 diversi donatori, sono stati trapiantati in una bimba di 11 mesi affetta da atresia delle vie biliari in lista d’attesa da 40 giorni; in un bambino di 9 anni affetto da tumore epatico in attesa da 8 giorni e in un piccolo di 5 anni affetto da atresia delle vie biliari in lista da 46 giorni. In questi 3 giorni, tra le operazioni di prelievo degli organi in varie città italiane e gli interventi in sala operatoria, l’équipe del Bambino Gesù è stata impegnata per oltre 60 ore.

Invece domenica 23 e lunedì 24 agosto sono stati effettuati gli ultimi 3 trapianti della serie. Gli organi (il fegato e 2 reni) prelevati da uno stesso donatore nella notte di domenica, hanno interrotto l’attesa di due giovani pazienti: un ragazzo di 21 anni, affetto da acidemia metil-malonica (una grave malattia metabolica) in lista da 10 mesi ha ricevuto il fegato e un rene con un trapianto combinato, mentre l’altro rene è stato trapiantato in un dodicenne affetto da una malformazione delle vie urinarie in lista da 11 mesi. In quest’ultimo caso il rene è stato trapiantato dopo 19 ore di perfusione extracorporea con un’apposita apparecchiatura che ne consente una migliore e più lunga conservazione. Prelievo, perfusione e trapianti hanno richiesto 35 ore di lavoro consecutivo.

«La riuscita di questa maratona trapiantologica - afferma Marco Spada, responsabile di Chirurgia epatobiliopancreatica e del Trapianto di fegato e rene - è il risultato dell’impegno congiunto di tante componenti del nostro servizio sanitario: la rete Regionale e Nazionale dei Trapianti, i Centri regionali dove sono stati effettuati i prelievi, le équipe chirurgiche degli ospedali dei donatori e il personale del Bambino Gesù, medici, infermieri, ausiliari, tecnici, autisti. Uno sforzo costante che ci consente di curare sempre più bambini con insufficienza terminale d'organo, garantendo tempi di attesa per il trapianto molto brevi e risultati di assoluta eccellenza».

Ancora una bella vittoria ottenuta dall’equipe del Professor Carlo Marras all’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma.
Intervento straordinario preparato in oltre un anno di studio e in più fasi chirurgiche. Le bambine, giunte a Roma dal Centrafrica, erano craniopaghe totali, una tra le più rare e complesse forme di fusione cranica e cerebrale. Avevano in comune le ossa dell’area posteriore del cranio e il sistema venoso. Ora stanno bene.

Separate con successo all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù due gemelline siamesi centrafricane unite per la testa. È il primo caso in Italia - e probabilmente l’unico al mondo (in letteratura non sono descritte operazioni simili) - di intervento riuscito su una coppia di ‘craniopagi totali posteriori’, una tra le più rare e complesse forme di fusione a livello cranico e cerebrale. Posizionate nuca contro nuca, avevano in comune la scatola cranica e gran parte del sistema venoso. Oltre un anno di preparazione e di studio con l’ausilio di sistemi di imaging avanzato e di simulazione chirurgica, culminato in tre interventi delicatissimi. L’ultimo, la separazione definitiva, il 5 giugno scorso, con un’operazione di 18 ore e l’impegno di oltre 30 persone tra medici e infermieri. A un mese di distanza le bambine stanno bene, hanno appena compiuto 2 anni e sono ricoverate nel reparto di Neurochirurgia dell’Ospedale della Santa Sede in due lettini vicini, una accanto all’altra, insieme alla loro mamma.
L’INCONTRO NELL’OSPEDALE DEL PAPA A BANGUI
Nel luglio del 2018 la Presidente del Bambino Gesù, Mariella Enoc, era in missione in Centrafrica, nella capitale Bangui, per seguire i lavori di ampliamento della struttura pediatrica voluta da Papa Francesco. È lì che incontra le due gemelline appena nate e decide di farsene carico, portandole a Roma, per dare loro maggiori possibilità di sopravvivenza. «Quando si incontrano vite che possono essere salvate, va fatto. Non possiamo e non dobbiamo voltare lo sguardo dall’altra parte» ha detto la presidente Enoc oggi durante la conferenza stampa di presentazione dell’intervento.
Ervina e Prefina erano venute alla luce pochi giorni prima, il 29 giugno, nel centro medico di Mbaiki, un villaggio a 100 km da Bangui. Nessuna indagine prenatale: la mamma Ermine e i medici scoprono che si tratta di una coppia di gemelle siamesi solo al momento del parto cesareo. Il piccolo centro sanitario, però, non è attrezzato per prendersene cura, così la famiglia viene trasferita nella capitale centrafricana.
L’ARRIVO AL BAMBINO GESU’ DI ROMA
La mamma e le gemelline arrivano in Italia il 10 settembre 2018 nell’ambito delle Attività Umanitarie Internazionali dell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede. Dopo qualche mese trascorso al Bambino Gesù di Palidoro, dove iniziano il percorso di neuroriabilitazione, le piccole vengono trasferite nel reparto di Neurochirurgia al Gianicolo per gli studi sulla fattibilità delle procedure di separazione. Le prime indagini confermano che le gemelline godono di buona salute generale, i parametri neurologici e clinici sono nella norma. C’è però una differenza di pressione arteriosa: il cuore di una delle bambine lavora di più per mantenere l’equilibrio fisiologico degli organi di entrambe, compreso il loro cervello.
UNITE MA DIVERSE
Ervina e Prefina sono unite per la regione parietale e occipitale del cranio, vale a dire un’ampia superficie della parte posteriore della testa che comprende la nuca. Hanno in comune ossa craniche e pelle; a livello più profondo, condividono la falce e il tentorio (membrane fibrose che separano i due emisferi cerebrali e questi dal cervelletto) insieme a gran parte del sistema venoso (la rete di vasi deputata al trasporto del sangue utilizzato dal cervello verso il cuore per essere riossigenato) che ha rappresentato la sfida più difficile per l’équipe di Neurochirurgia del Bambino Gesù nella pianificazione degli interventi. Per questa particolare conformazione, le piccole rientrano nella rarissima categoria di gemelli siamesi craniopagi “totali”, uniti, cioè, sia a livello cranico che cerebrale. Tante cose in comune, ma non la personalità, diversa e distinta: Prefina giocherellona e vivace, Ervina più seria e osservatrice. Per farle conoscere e riconoscere, anche attraverso il contatto visivo prima della separazione, nell’ambito del percorso riabilitativo viene utilizzato un sistema di specchi.

UNO STUDIO DURATO PIU’ DI UN ANNO

Il caso di Ervina e Prefina è difficilissimo. Per farle sopravvivere, da separate, bisogna studiare ogni aspetto, pianificare il minimo dettaglio. Con questo obiettivo, si forma un gruppo multidisciplinare composto da neurochirurghi, anestesisti, neuroradiologi, chirurghi plastici, neuroriabilitatori, ingegneri, infermieri di differenti aree specialistiche e fisioterapisti. Viene coinvolto il Comitato Etico che condivide un percorso terapeutico che possa dare a entrambe le bambine le stesse chance di qualità della vita. Sulla base dell’esperienza maturata con i precedenti casi di siamesi separati con successo, l’équipe del Bambino Gesù mette a punto il programma. Nel corso dei mesi anche le gemelline vengono preparate alla separazione: con la neuroriabilitazione raggiungono un livello di sviluppo cognitivo e motorio analogo a quello delle loro coetanee; con l’ausilio di numerosi sistemi posturali, che le aiutano a trascorrere le giornate nella migliore posizione possibile, affrontano le complesse fasi del trattamento; con il sistema di specchi imparano a riconoscere il volto e le espressioni dell’altra e a stabilire una relazione visiva.
Prima di procedere con le fasi chirurgiche, il complesso caso delle gemelline di Bangui viene presentato e discusso anche a livello internazionale, a Nuova Delhi, in India, dove a febbraio 2019 si è tenuta la prima conferenza mondiale nel campo della chirurgia dei gemelli siamesi. Nella storia dell’Ospedale è il quarto caso di separazione di siamesi: nel 2017 le gemelline algerine unite per il torace e l’addome (gemelle toraco-onfalopaghe) e le piccole burundesi, unite per la zona sacrale (gemelle pigopaghe). Negli anni 80, invece, la prima operazione del genere su due maschietti uniti sempre per il torace e l’addome.

I TRE PASSI DELLA SEPARAZIONE

La grande sfida, per il buon esito della separazione, è il sistema venoso cerebrale, la rete di vasi sanguigni (seni venosi) che le gemelle condividono in più punti. La chirurgia sulle strutture venose del cervello è complessa e il rischio di emorragie e ischemie è elevato. L’équipe di Neurochirurgia del Bambino Gesù decide di procedere per fasi: tre interventi delicatissimi per ricostruire progressivamente due sistemi venosi indipendenti, in grado di contenere il carico di sangue che viaggia dal cervello al cuore.
Il primo intervento. Nel maggio 2019 le gemelline entrano in sala operatoria per iniziare a dare forma alle nuove strutture venose autonome: i neurochirurghi separano una parte del tentorio e il primo dei due seni trasversi in comune che saranno assegnati a ciascuna delle bambine; poi, con materiali biocompatibili ricostruiscono una membrana in grado di mantenere divise le strutture cerebrali prima della separazione definitiva.
A giugno 2019 il secondo intervento. L’équipe, coadiuvata dal gruppo di anestesia, separa i seni sagittali superiori (la metà posteriore dei canali venosi che corrono tra i due emisferi cerebrali) e il torculare di Erofilo, ovvero il punto di congiunzione dei seni venosi del cervello dove confluisce tutto il sangue che va al cuore. È una fase cruciale: lo spazio operatorio è di pochi millimetri e i neurochirurghi procedono con la guida del neuronavigatore.
Il 5 giugno 2020, un anno dopo, è il momento della separazione definitiva. Le bambine sono cresciute, la nuova architettura delle vene si è consolidata e funziona; la porzione di pelle necessaria a coprire il cranio di ciascuna delle piccole è stata ampliata con gli espansori posizionati qualche mese prima con una serie di interventi di chirurgia plastica e si può dare il via all’ultima fase. In sala operatoria è pronta un’équipe di oltre 30 persone tra medici, chirurghi e infermieri. L’intervento dura 18 ore: prima vengono rimossi gli espansori cutanei, poi viene separato il secondo seno trasverso e il relativo tentorio; vengono infine divise le ossa del cranio che tengono unite le due bambine. Una volta separate le gemelline, l’operazione prosegue in due diverse camere operatorie, con due équipe distinte, per ricostruire la membrana che riveste il cervello (dura madre), rimodellare le ossa della scatola cranica e ricreare il rivestimento cutaneo.

«È stato un momento emozionante, un’esperienza fantastica, irripetibile» sottolinea Carlo Marras, responsabile di Neurochirurgia del Bambino Gesù e dell’équipe che ha seguito le gemelline. «Era un obiettivo molto ambizioso e abbiamo fatto di tutto per raggiungerlo, con passione, ottimismo e gioia. Condividendo ogni passaggio, studiando insieme ogni minimo dettaglio».

IL RUOLO DELLA TECNOLOGIA: RICOSTRUZIONI IN 3D E NEURONAVIGATORE

Ogni fase del percorso delle gemelline è stata studiata e pianificata con l’ausilio dei sistemi di imaging avanzato disponibili in Ospedale: TAC e risonanze magnetiche tridimensionali, angiografia 4D, software per la ricostruzione 3D, neurosimulatore. Con queste tecnologie, combinate tra loro, è stata ricreata in 3D la scatola cranica delle bambine con tutti i dettagli anatomici interni, compresa la rete vascolare. Contemporaneamente, è stato possibile valutare la funzionalità delle singole strutture del cervello, quantificare il flusso sanguigno e fare una previsione di come avrebbe funzionato il nuovo sistema dopo gli interventi. In sala operatoria sono stati utilizzati i più avanzati sistemi di neuronavigazione, strumenti particolarmente utili in casi così complessi e rari che indicano al chirurgo, con precisione millimetrica, la posizione delle strutture più delicate.
IL FUTURO DI ERVINA E PREFINA
A un mese dalla separazione definitiva, le gemelline stanno bene. Pochi giorni di monitoraggio in terapia intensiva e poi il ritorno in reparto, nella stanza con due lettini singoli. Il 29 giugno hanno festeggiato 2 anni, guardandosi negli occhi, muovendo le manine a ritmo di musica, in braccio alla mamma. Hanno superato operazioni difficilissime; le ferite impiegheranno del tempo a rimarginarsi; il rischio di infezione è ancora presente. Proseguono il programma di neuroriabilitazione e per alcuni mesi dovranno indossare un casco protettivo. Ma i controlli post-operatori indicano che il cervello è integro. Il sistema ricreato funziona, il flusso di sangue si è adattato al nuovo percorso. Si trovano in una condizione - spiegano i medici del Dipartimento di Neuroscienze - che darà loro la possibilità di crescere regolarmente sia dal punto di vista motorio che cognitivo, e di condurre una vita normale, come tutte le bimbe della loro età.
Commossa, durante la conferenza stampa di oggi, mamma Ermine ha ringraziato l’Ospedale e tutte le persone che si sono prese cura delle sue bambine: «Ervina e Prefina sono nate due volte. Se fossimo rimaste in Africa non so quale destino avrebbero avuto. Ora che sono separate e stanno bene vorrei che fossero battezzate da Papa Francesco che si è sempre preso cura dei bambini di Bangui. Le mie piccole ora possono crescere, studiare e diventare dei medici per salvare altri bambini».

CRANIOPAGI TOTALI POSTERIORI: SIAMESI RARI TRA I RARI

La nascita di una coppia di siamesi è un evento raro e, tra le varie tipologie, i gemelli uniti per la testa (craniopagi) sono i più rari: 1 su 2,5 milioni di nati vivi, 5 casi ogni 100.000 gemelli, soprattutto femmine. Nella letteratura scientifica sono descritte solo poche decine di casi. Il craniopago è definito ‘parziale’ quando il punto di contatto tra le due teste è limitato alle ossa e alla pelle, ‘totale’ quando la fusione coinvolge anche le strutture cerebrali e in particolare il sistema venoso. Anche tra i craniopagi totali ci sono differenze: i più “comuni” sono i gemelli uniti per la sommità del capo (craniopagi verticali), più rari quelli uniti per la nuca (craniopagi posteriori).
Secondo i dati disponibili, fino a pochi anni fa il 40% dei craniopagi moriva alla nascita. Per il restante 60% l’attesa di vita non superava i 10 anni. Fino agli anni 60 i tentativi di separazione dei craniopagi totali avevano un tasso di mortalità vicino al 100%. Successivamente, con lo sviluppo tecnologico e con l’introduzione della chirurgia per fasi, sono aumentate sopravvivenza, attesa e qualità di vita. Negli ultimi 20 anni, in Europa, si ha notizia di due soli casi di craniopagi totali separati con successo: si tratta di due coppie di gemelli uniti per la sommità della testa (verticali) operati in più step a Londra. Nessun caso descritto in letteratura, invece, con le caratteristiche delle gemelline di Bangui, ovvero craniopaghe totali unite per la nuca (posteriori).

Dovresti conoscermi, dice Mario Giordano a sua figlia Camilla, sono anni che mi vedi lottare contro Sanguisughe, Pescecani, Vampiri, Avvoltoi. Ora nell’ultimo libro Sciacalli. Virus, salute e soldi: chi si arricchisce sulla nostra pelle”, pubblicato da Mondadori (2020), Giordano racconta come viene gestita la nostra salute, da chi viene gestita, con quali criteri, in base a quali interessi, infine con quali conseguenze.

E’ un tema abbastanza complesso, come ammette lo stesso Giordano. “Ma la complessità non può diventare, come è spesso è stato, l’alibi per gli sciacalli, perché possano continuare a farsi i comodi loro alle nostre spalle. Sulla nostra pelle”. Giordano è ancora più chiaro: “Non possiamo lasciare che una piccola casta di scribi farmaceutici decide se, quando e come tagliare i fili della nostra esistenza, senza aver nemmeno la cortesia di avvertirci di ciò che sta succedendo”.

E’ un libro attuale, lo diranno tutti, visto che siamo in tempo di pandemia a causa del coronavirus, dopo le tante certezze sarebbe corretto chiamarlo virus del “partito comunista cinese”, tuttavia il libro, Giordano l’ha pensato due anni fa.

L’idea gli è stata suggerita da una notizia letta in internet su una ricerca di Goldman Sachs, una delle più grandi banche d’affari del mondo. Una ricerca con un titolo scandaloso: “Curare i pazienti conviene? No, secondo Goldman Sachs: se guariscono non si guadagna più”. L’analista del servizio puntava il dito contro i farmaci “particolarmente efficaci”. Praticamente “la capacità di garantire una pronta e relativamente rapida guarigione dei pazienti costituisce un serio problema di business per la case farmaceutiche che li producono”.

Un’altra notizia che ha fatto riflettere il nostro giornalista d’inchieste è quella che arriva dalla Francia, in merito al paziente Vincente Lambert, che dopo un brutto incidente, è rimasto in un letto di ospedale, e viene nutrito artificialmente. Non si era mai espresso per l’eutanasia, ma nel luglio del 2019, gli hanno tolto il cibo ed è morto di fame e di sete, nel modo orribile. Il motivo: “tenerlo in vita costava troppo”.

Ironicamente Giordano si interroga: “si possono spendere soldi per tenere in vita uno che da undici anni non proferisce parola?” E’ una delle fondamentali questioni: “Chi è che decide chi vale la pena tenere in vita e chi no? Un anziano malato deve vivere? E un disabile che non si alza dal letto?” Sono gli interrogativi che si pongono di fronte a chi è per la liberalizzazione dell’eutanasia.

Per alcuni l’eutanasia è uno strumento etico, di civiltà, mentre chi è contrario lo vede come un modo orribile per eliminare i più deboli.

Allora a questo punto si valuta i criteri espressi dalla ricerca della Goldman Sachs: “Conviene o no curare le persone?”

E’ proprio il tema che Mario Giordano affronta in questo suo ultimo libro inchiesta, dove, come al solito, si raccontano i fatti. “Solleveremo il velo su dati, numeri, cifre, storie e situazioni. Tutto ciò che in troppi vogliono nasconderci. Tutto ciò che in troppi vogliono oscurare”. Il testo segue un filo rosso, che riguarda il nostro futuro, la nostra stessa esistenza. Rispondendo a interrogativi inquietanti: “Chi deciderà chi ha diritto a curarsi e chi no? Su quali principi? E con quale trasparenza?”

Sciacalli è un viaggio che nessuno aveva osato prima dentro questo mondo. “In molti scrive Giordano - mi avevano sconsigliato di scriverlo. Ma ciò mi ha convinto ancora di più che questo libro era indispensabile. Per rivelare dati sconosciuti, numeri segreti, scandali misteriosamente occultati”.

 Il testo si compone di cinque capitoli, argomenti ben documentati, a cominciare dal primo (I farmaci servono a curare le persone o i bilanci?).

Subito Giordano si chiede: “Può il costo di un farmaco aumentare da un giorno all’altro, senza nessuna ragione, del 1540 per cento? Perché il prezzo a cui lo Stato compra pillole e flaconi è più segreto del segreto di Fatima?”. E poi, “E’ vero che ci sono in commercio 105 medicine più dannose che utili?”

Si tratta di un farmaco contro il tumore del sangue, ce l’aveva prima una casa farmaceutica, appena il brevetto viene acquistato da una società sudafricana, ha aumentato il prezzo fino al 1540 per cento. “Fate attenzione – scrive Giordano – i nuovi proprietari non hanno modificato nulla dei medicinali. Non hanno cambiato la loro formula, né hanno investito per aumentare il loro effetto terapeutico”. Praticamente tutto come prima, allora come si giustifica questo aumento? Semplicemente: marketing. Nel giro di poche ore una scatola di questi farmaci (compresse Alkeran) è passata da 5,8 a 95,1 euro a confezione. E poi ancora altri farmaci, hanno subito gli stessi aumenti, Giordano puntigliosamente ne fa l’elenco.

Peraltro Giordano fa notare che l’aumento dei prezzi si concentra proprio sui farmaci contro i tumori. Non è un caso, sono quelli da cui dipendono la vita o la morte delle persone. In Italia dice il farmacologo Silvio Garattini, “ i costi degli antitumorali son quasi raddoppiati”. Il commento a questa notizia non può che essere così chiara: “Il fatto che ad aumentare siano proprio i medicinali legati alle malattie più gravi, di fronte alle quali a tutto si pensa meno che ai soldi, la dice lunga su come la leva monetaria sia usata in modo cinico dalle aziende. Giocando sulla disperazione dei malati”.

Certo di fronte agli aumenti spropositati ci dovrebbe essere il controllo dell’Aifa (Agenzia italiana farmaco), che alla fine di fronte all’industria farmaceutica soccombe, ci sono i malati che aspettano i farmaci, quindi i margini di discussione sono nulli. Per la verità il caso delle compresse contro il tumore, alla fine dopo un’inchiesta è stata appioppata una multa di 5 milioni di euro. Ma bisogna fare inchieste per avere giustizia? E quando non succede? Tuttavia, scrive Giordano si esulta quando si riesce a fare aumentare un farmaco soltanto del 231 per cento.

Poi ci sono casi clamorosi come quello del Sovaldi negli Usa, ma ha toccato anche l’Italia, una casa farmaceutica che ha scoperto un rivoluzionario rimedio contro l’epatite C. E’ una piccola azienda rilevata da una più grande (Gilead), che sceglie un prezzo choc: 84.000 dollari per ogni trattamento. Più del doppio del precedente prezzo. La Gilead, scrive Giordano, in un solo anno, “è riuscita a guadagnare con il sofosbuvir 15 miliardi di euro (a fronte degli 11 miliardi spesi per acquistare l’azienda che lo aveva scoperto”. Si massimizzano i profitti, si può fissare l’asticella dove si vuole. Naturalmente il risultato per i malati è devastante, “non solo un prezzo così alto dissangua le casse pubbliche e impedisce di distribuire il nuovo farmaco a tutti coloro che ne avrebbero bisogno. Ma inevitabilmente trascina verso l’alto anche i prezzi degli altri farmaci simili. Quelli presenti. E soprattutto quelli futuri”. A proposito Giordano documenta anche il farmaco più costoso del mondo e della storia: 2,1 milioni di dollari (circa 1,9 milioni di euro) per un solo trattamento. “Viene utilizzato per l’atrofia muscolare spinale, malattia che colpisce i bimbi e nella sua forma più grave porta alla morte in breve tempo”. Si chiama Zolgensma, veniva distribuito da una società, poi comprata dal colosso Novartis, che tra l’altro pensava di metterlo in mercato a un prezzo più alto.

Per quanto riguarda l’Italia, le aziende farmaceutiche, “mettono in atto qualsiasi strategia per tenere alto il prezzo del farmaco. Non a caso siamo il Paese europeo che fra il 2009 e il 2017 ha affibbiato più multe contro i signori di Big Pharma: 198,5 milioni di euro, contro i 175 del Regno Unito e gli 81 della Francia”.

Sono troppi gli esempi dove le decisioni sono prese nell’interesse dei profitti e non della salute dei malati. Ma come si fa a far scendere i prezzi dei farmaci? Una strada sarebbe quella dei farmaci generici, “è stato calcolato, scrive Giordano, che, in media, quando un farmaco generico sostituisce quello originale, il prezzo cala dell’80 per cento”. Quello che conta è il famoso principio attivo, e se il principio attivo è lo stesso perché si preferisce quello che costa di più. Tutto fa brodo, anche quello di trasformare in pediatriche le malattie che colpiscono quasi soltanto gli anziani.

Il II capitolo (Così fabbricano malati, per guadagnarci su). Giordano ha intervistato per scrivere questo libro, il professore Silvio Garattini, che dà tutte le informazioni utili sulla questione farmaci. Lo Stato italiano nel 2019 ha speso per la sanità, 114 miliardi di euro, per i farmaci ben 22 miliardi, un quinto del totale. Attenzione secondo Garattini, una medicina su due è inutile.

Il “British Medical Journal”, l’anno scorso ha pubblicato uno studio di Beate Wieseler, che lavora nell’istituto pubblico tedesco per la qualità e l’efficienza della salute. La Wieseler, tra il 2011 e il 2017, ha messo sotto osservazione 216 nuovi farmaci. “Ebbene solo 54, cioè il 25 per cento, uno su quattro, hanno realmente portato beneficio. Degli altri, 125 (cioè il 58 per cento dei casi) non hanno portato alcun beneficio aggiuntivo e 35 (16 per cento) ne hanno portato uno infinitesimale o non quantificabile, e 2 (1 per cento) si sono rivelati sotto lo standard di riferimento”.

Questo significa che tre farmaci su quattro in sei anni di studio dalla ricercatrice sono totalmente inutili. Potevamo evitare di assumerli. E potevamo evitare di pagarli. Siamo invasi da farmaci inutili, c’è un mercato intasato. “Di uno stesso principio attivo esistono decine di prodotti diversi”, per certi versi dovrebbe essere meglio, invece per il professore Garattini non è così, perché il nostro servizio sanitario nazionale deve rimborsarli tutti. “Il vantaggio non è per il malato. No, è per le aziende farmaceutiche”. Allora il nostro scopo quale deve essere far guadagnare le aziende farmaceutiche oppure è quello di guarire i malati.

Interessante i soldi che buttiamo (320 milioni di euro) per la vitamina D. L’Italia, il Paese ricco di sole e di cibo sano, per avere vitamina D non bisognerebbe nemmeno passare dalla farmacia. Basterebbe fare qualche passeggiata in più. Il paradosso a leggere i dati del libro di Giordano è che la regione italiana dove si consuma vitamina D è la Sicilia, se ne vende più del Piemonte.

Giordano in questo capitolo sentenzia: prendiamo troppi farmaci che sostanzialmente sono dannosi e proprio a pagina 51 pubblica un elenco di 105 farmaci che fanno più danni che benefici, è una lista ripresa da “Prescrivere”, associazione indipendente francese, “Bilan 2020 des medicaments à ecarter”, una lista semiclandestina in Italia.

E che dire sugli antibiotici che uccidono una persona ogni ora. In Italia c’è un uso smodato e sbagliato. Nessuno in Europa riesce a fare meglio di noi. Anche in questo caso Giordano offre i dati numerici. In Italia nel 2018 le vittime causate dagli antibiotici sono 10.762. Significa che 27 persone al giorno, muore, perché “prescrivendo antibiotici quando non sono necessari, si creano le condizioni perché non siano più efficaci quando ce n’è davvero bisogno. I superbatteri resistenti agli antibiotici, infatti, si stanno diffondendo. Crescono. Si moltiplicano. Ogni anno generano, in Italia, 2,5 milioni di giornate di ricovero, che ci costano 1,5 miliardi di euro. E quel che è peggio, diventeranno entro il 2050 la prima causa di morte nel nostro Paese”.

Il III° capitolo, quello più problematico, (Tutti a libro paga delle case farmaceutiche). Tutti prendono soldi dalle grandi multinazionali del farmaco. Naturalmente Giordano fa anche nomi e cognomi di chi è stato beneficiato di questi sussidi. “E’ giusto che Big Pharma versi a i medici 550 milioni di euro l’anno, cioè un milione e mezzo al giorno, cioè 1000 euro al minuto? E’ ammissibile che prendano soldi anche i medici che scrivono le linee guida per conto dello Stato? E anche le Asl e l’Istituto superiore di Sanità”. Giordano fa il paragone: chi fa il vigile urbano non può prendere soldi dagli automobilisti, lo stesso non dovrebbero farlo i medici con le multinazionali farmaceutiche.

E poi la questione dei vaccini: i medici, “difendono i vaccini (pagati dall’azienda che produce vaccini)”. Ci sono i nomi anche qui, anche se è tutto regolare, trasparente, ci tiene a precisare Giordano. Su questo argomento il conduttore di “Fuori dal coro” pubblica una scheda per l’anno 2018, con i soldi versati dalle case farmaceutiche a medici, enti e associazioni. Li chiamano “trasferimenti di valore”.

Il IV° capitolo di interessa degli errori commessi delle varie case farmaceutiche, quando addirittura “i pazienti diventano cavie umane”. E poi c’è il lavoro dei ricercatori che a volte devono stare attenti nelle loro ricerche, possono subire anche minacce, intimidazioni. “Quel farmaco fa male? Se lo dici sei rovinato”.

Il V° capitolo (tutti quelli che mangiano sulla nostra salute), qui Giordano si occupa dello stato di salute degli ospedali che cadono a pezzi, dei soldi a palate che vanno ai consulenti privati. Consulenze che potrebbero fare le strutture pubbliche, statali.

 

“Contratto sanità privata, degradante il teatrino di Aris e Aiop: prendono altro tempo e ingannano i lavoratori. Mi chiedo se Ministero e Conferenza Stato-Regioni ne siano al corrente”.

Usa toni indignati il Segretario Nazionale della CIMOP (Confederazione Italiana Medici Ospedalità Privata), dott.ssa Carmela De Rango, dopo l'ennesimo nulla di fatto in occasione di una web conference convocata con la parti datoriali per risolvere una questione lunga 15 anni.

“Medici squalificati e irrisi – osserva – per questa ragione Cimop continuerà lo stato di agitazione con una stagione calda di scioperi, non un giorno ma un’intera settimana. Negli annunci il vertice di oggi ci era stato anticipato come un incontro politico tra Cimop, Aiop e Aris, un incontro per parlare pragmaticamente di contratto e su quanti fondi le associazioni datoriali erano disponibili ad investire sui medici per colmare quel gap che separa i medici che qualcuno vorrebbe relegare nella serie B della professione”.

E aggiunge: “Il vertice è stato un nulla. La delegazione Aiop, più che decimata e con l’assenza del loro Direttore generale, Filippo Leonardi, che fino a qualche attimo prima aveva garantito la presenza, lasciava già presagire la posizione interlocutoria e non decisionale. Diamo atto ad Aris per aver almeno garantito la presenza della delegazione e del loro direttore generale, Mauro Mattiacci.
Ma il dato inquietante è la volontà di Aiop di prendere tempo fino al 15 giugno, giorno in cui si svolgerà la loro assemblea nazionale che tutti sappiamo essere zavorrata da una grande conflittualità interna. Sono mesi che Aiop fissa appuntamenti che non rispetta, senza rispondere neanche al telefono. Un nuovo incontro è fissato per giovedì 11 giugno, durante il quale Aiop e Aris dovrebbero prendere posizione su quali tabellari sostenere per un rinnovo di un contratto fermo ormai da tre lustri”.

E conclude: “Cimop è stata chiara: abbiamo elaborato una bozza di contratto con alune clausole di flessibilità che potrà essere sottoscritto solo con adeguata copertura economica. Sono convinta che l’appuntamento dell’11 giugno salterà perché Aiop e Aris non hanno nessuna intenzione di firmare un contratto per i medici: per gli altri lavoratori sì, ma per quanto concerne i medici la loro strategia è molto semplicemente quella di risparmiare. Una condotta che Ministero della Salute e Conferenza Stato-Regioni non potranno ignorare ancora per molto”.

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