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Venerdì, 28 Aprile 2017

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Sono trascorsi decenni da quando si è iniziato a parlare di depressione tra i giovani e giovanissimi, ma di recente alcune associazioni che si occupano o si sono occupate del fenomeno, hanno lanciato un allarme preoccupante basata sui dati forniti dagli istituti di psichiatria: secondo alcune stime sono circa 1milione i giovani depressi: l'8% dei giovani soffre di nevrosi d'ansia e il 5% di depressioni gravemente limitanti. Inoltre per sette ragazzi su cento, che hanno oggi fra i 18 e i 24 anni, la malattia è cominciata prima della maggiore età. La questione più preoccupante è che spesso il "male di vivere", che può colpire gli adolescenti, non sempre è dichiarato a voce alta. Tanto da passare inosservato. I giovani colpiti, manifestano intenzioni di suicidio e soffrono di disturbi della personalità, di tipo ansioso o maniaco-depressivo. E il fenomeno sembra essere in aumento. Infatti, questa sofferenza non sempre è colta dalla famiglia, anzi risulta che spesso venga nascosta e non curata per vergogna o pregiudizio. Anche per questo probabilmente sono ancora pochi i casi che vengono diagnosticati in modo corretto e ancora meno quelli trattati correttamente. Dal manifestarsi dell'ansia alla cura del giovane sofferente passa molto, troppo tempo. In media da nove mesi a cinque anni, con un 30% di pazienti che non riceve cure adeguate e un 40% che non assume alcuna terapia".E ciò non fa che aggravare la malattia. Del resto per i genitori come per i docenti è difficile fare una diagnosi chiara e precoce perché i sintomi di una depressione adolescenziale sono atipici o vengono facilmente mascherati da problemi fisici o da altre condizioni in apparenza completamente estranee a questo tipo di patologia. Ad esempio i disordini alimentari (anoressia e bulimia), il desiderio di dormire continuamente, l'insonnia, i dolori cronici, le cefalee e i disturbi gastro-intestinali possono nascondere una causa più profonda. Come pure l'abuso d'alcol e di droghe leggere. O i problemi di concentrazione e l'iperattività. Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”- anche per l’angosciante aumento di suicidi e casi psicopatologici di tipo depressivo tra i giovani– invita tutte gli enti istituzionali che per le rispettive competenze si occupano dell’argomento, ad adottare politiche più incisive e a potenziare l’attività degli “sportelli psicologici”, mettendo comunque al primo posto campagne di prevenzione sociale che oltre a minare le basi del “male di vivere” giovanile possono contribuire a ridurne notevolmente i gravosi costi sociali. Un contributo rilevante può essere dato da una maggiore sinergia tra le  “Commissioni Salute”, presenti in ogni scuola, e le Asl, con i loro “Sportelli psicologici”.

Consumare cannabis aumenta il rischio di ammalarsi di schizofrenia. A sostenerlo è un ampio studio internazionale che ha visto la partecipazione di ricercatori dell’Ospedale universitario vodese (CHUV) di Losanna che ne ha confermato il nesso causale. La nuova ricerca basata su dati epidemiologici raccolti nell’arco di oltre quarant’anni, ora giudicata solida, si basa su una metodologia chiamata ‘randomizzazione mendeliana’ che Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” ritiene necessario far conoscere anche nel nostro Paese per aumentare i livelli di consapevolezza tra la platea dei consumatori di "maria" e derivati. Consiste nell’osservare persone con differenti versioni di un gene per studiare la relazione tra un fattore di rischio, in questo caso il consumo di cannabis e l’apparizione di una malattia, la schizofrenia, utilizzando marcatori genetici fortemente associati con il fattore di rischio. Il vantaggio è che i marcatori utilizzati, ha spiegato il primo autore dello studio Julien Vaucher, sono distribuiti a caso nella popolazione e non sono influenzati da fattori esterni quali l’ambiente familiare o la situazione socioeconomica.I ricercatori si sono basati sui dati di una pubblicazione del 2016 che ha messo in evidenza dieci marcatori genetici legati al consumo di canapa in una popolazione di 32'000 individui. Gli stessi sono poi stati cercati in una banca dati separata, relativa a 34'000 pazienti e 45'000 persone non malate di schizofrenia. La combinazione delle informazioni provenienti dalle due fonti ha permesso di determinare che il consumo di cannabis è associato ad un aumento del 37% del rischio di schizofrenia, cifra comparabile a quelle ottenute in studi osservazionali realizzati in passato. Emerge inoltre che il nesso non è influenzato da altri fattori, quali il consumo di tabacco. Per contro, la ricerca non ha potuto valutare il rischio in funzione della quantità consumata, del tipo di canapa, del modo di somministrazione o dell’età del consumatore. Altri studi saranno necessari. Permetteranno, così, di identificare gli individui a rischio e formulare dei messaggi di prevenzione mirati. Intanto, non mancano le contestazioni: Jean-Felix Savary, del Gruppo romando di studio delle dipendenze, ritiene “logico che chi ha un problema psichico di questo tipo possa pensare di sentirsi meglio fumando marijuana, quindi non si può dire che c’è una correlazione tra schizofrenia e consumo di questo stupefacente”.

Contrastare visibilmente gli inestetismi della cellulite, migliorando il drenaggio e la distribuzione dell’acqua nel tessuto cutaneo. O, ancora, contrastare la formazione di nuove cellule adipose, proteggendo la pelle dalla degradazione del collagene favorendo l’elasticità dei tessuti. Tutto ciò attraverso l’utilizzo di una miscela di estratti vegetali e principi attivi utili per favorire il ripristino della propria silhouette con un’azione efficace a lunga durata. Sono alcuni dei consigli forniti dal dottor Vincenzo Messina in occasione del primo dei due incontri informativi sugli inestetismi corporei tenutosi sabato scorso nella parafarmacia di via Roma 183 a Ragusa. “Abbiamo cercato di fornire tutti i chiarimenti del caso alle numerose persone intervenute – sottolinea il dottor Messina – per quanto concerne il corretto utilizzo di prodotti naturali, integrativi e cosmetici. Abbiamo poi spiegato come la bioliquefazione molecolare delle matrici vegetali si basi sull’utilizzo di una serie di processi biotecnologici enzimatici che consentono di estrarre alte concentrazioni di principi attivi, parte integrante delle strutture cellulari. In pratica, grazie alla tecnologia di bioliquefazione molecolare è possibile formulare dei cosmetici estremamente efficaci che contengono il mix completo delle molecole bioattive presenti nei tessuti vegetali, rispettando gli equilibri naturali e le strutture dei fitocomplessi. Significa, in sintesi, che non è necessario ricorrere al chirurgo estetico. Nella città di Ragusa, almeno una donna su tre soffre di inestetismi corporei che non lasciano dormire sonni tranquilli. Durante l’incontro informativo abbiamo messo in chiaro tutta una serie di soluzioni che è possibile adottare da subito con dei risultati già riscontrabili nel giro di un ragionevole periodo di tempo”. Sabato 21 gennaio, sempre a partire dalle 10, il dottor Messina, con la collaboratrice Giorgia Di Lorenzo, terrà un altro incontro informativo per cercare di fornire delle indicazioni specifiche su come intervenire, attraverso l’utilizzo di prodotti naturali della ditta Alta Natura, industria alimentare di Catania, per eliminare o attenuare gli inestetismi corporei. “Mi ha soddisfatto parecchio – continua Vincenzo Messina – l’attenzione registratasi in occasione del primo appuntamento. Significa che è stato intercettato un bisogno reale a cui abbiamo cercato di fornire delle risposte concrete”.

I denti possono auto-ripararsi. Lo dimostra uno studio inglese condotto sui topi sotto la guida di Paul Sharpe, del King's College London. L'esperimento è stato pubblicato su Scientific Reports che viene pubblicato annualmente e raccoglie i contributi scientifici della ricerca di base e della ricerca clinica. Le cellule staminali che formano il tessuto compreso tra lo smalto e la polpa, ossia la dentina, possono essere stimolate a crescere con un farmaco usato contro l'Alzheimer. L'utilizzo di una molecola già usata nell'uomo, ha osservato Sharpe, potrebbe velocizzare l'applicazione della tecnica sui pazienti. Il metodo si basa sulla capacità che hanno i denti di ripararsi dopo un piccolo danno ma la rende più efficace e la potenzia al punto da non dover ricorrere alle otturazioni, in seguito a un'infezione come la carie. Dopo un danno, i denti, infatti, riporta Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, per proteggere la polpa producono un sottile strato di dentina. Tuttavia questo è insufficiente per riparare grandi cavità lasciate dalla carie e i dentisti usano otturazioni artificiali, come cementi a base di calcio o di silicio. Però c'è un inconveniente: bisogna sostituire l'otturazione se il dente si riammala oppure se si deteriora e cade. Il nuovo approccio evita questi problemi e si basa su una molecola chiamata GSK-3 (glicogeno sintasi chinasi), che è usata per curare alcune malattie neurologiche, incluso l'Alzheimer, e che in questo caso ha dimostrato di riuscire anche a stimolare le cellule staminali che formano la dentina. Nel test la molecola è stata applicata attraverso spugne di collagene biodegradabili. Una volta imbevute della molecola, le spugne sono state applicate nella cavità da riparare, dove hanno liberato il farmaco che ha stimolato le staminali che producono la dentina, riparando il dente in un periodo compreso tra 4 e 6 settimane.

Le bevande sugar-free o dietetiche non sono migliori per la salute di quelle zuccherate e per aiutare a perdere peso, e inoltre possono essere dannose per l'ambiente. A sostenerlo i ricercatori dell'Imperial College di Londra e delle università brasiliane di San Paolo e Pelotas, che hanno fatto una revisione degli ultimi studi sul tema. Queste bevande non contengono zucchero, ma dolcificanti artificiali. Spesso sono la versione dietetica di bevande analcoliche e, scrivono i ricercatori, ''possono essere percepite dai consumatori come un'opzione più sana per chi voglia perdere peso o ridurre l'assunzione di zuccheri. Non ci sono però prove che siamo migliori per la salute al fine di prevenire l'obesità o malattie collegate, come il diabete''. Le bevande dolcificate con lo zucchero, come quelle analcoliche o al sapore di frutta, e gli sport drink sono ricche di calorie ma hanno pochi nutrienti e il loro consumo è una delle principali cause dell'aumento di obesità e diabete di tipo 2. Pur avendo un contenuto energetico molto basso, c'è la preoccupazione che possano innescare l'assunzione di cibo in modo compensatorio, stimolando i recettori del sapore dolce. Tutto ciò, unito all'idea diffusa che hanno poche calorie, può portare al consumo eccessivo di altri cibi, contribuendo all'obesità, diabete e altre malattie legate all'obesità. Anche se non ci sono prove dirette che le bevande sugar-free contribuiscano a far prendere peso, non ci sono neanche prove che ''aiutino a perdere peso o lo evitino, rispetto alla loro versione zuccherata''. Inoltre, la loro produzione ha conseguenze negative per l'ambiente, conclude lo studio, visto che servono fino a 300 litri d'acqua per produrre una bottiglia di plastica da mezzo litro di bevande gassate. Ancora una prova oggettiva, insomma, secondo Giovanni D'Agata presidente dello “Sportello dei Diritti” che le bevande dietetiche, che rappresentano circa un quarto del mercato globale delle bevande dolcificate, che ''non sono tassate né regolate, forse perché percepite come meno dannose'', creano invece gravissimi problemi per la salute.

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