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Domenica, 22 Luglio 2018

Camminare velocemente riduce il rischio di ospedalizzazione nei pazienti con problemi cardiaci, secondo una ricerca presentata oggi a EuroPrevent 2018, un congresso della Società Europea di Cardiologia, e pubblicata sull'European Journal of Preventive Cardiology. Lo studio durato tre anni è stato condotto su 1.078 pazienti ipertesi, di cui l'85% era affetto anche da malattie coronariche e il 15% aveva anche una malattia valvolare. Ai pazienti è stato quindi chiesto di camminare per 1 km su un tapis roulant con un'intensità moderata. I pazienti sono stati classificati come lenti (2,6 km / ora), intermedi (3,9 km / ora) e veloci (5,1 km / ora medi). Un totale di 359 pazienti erano camminatori lenti, 362 erano intermedi e 357 erano camminatori veloci. I ricercatori hanno registrato il numero di ospedalizzazioni per tutte le cause e la durata del ricovero nei successivi tre anni. I partecipanti sono stati segnalati dal Registro Sanitario Regionale della Regione Emilia-Romagna, che raccoglie dati sul ricovero per tutte le cause. L'autrice dello studio, dottoressa Carlotta Merlo, ricercatrice presso l'Università di Ferrara, ha dichiarato: "Non abbiamo escluso cause di morte perché la velocità del cammino ha conseguenze significative per la pubblica salute. E' un precursore della disabilità, della malattia e della perdita di autonomia".Durante il triennio, 182 dei "lenti" (51%) hanno avuto almeno un ricovero in ospedale, rispetto a 160 (44%) dei camminatori intermedi e 110 (31%) dei camminatori veloci. I gruppi a movimento lento, intermedio e veloce hanno trascorso rispettivamente un totale di 4.186, 2.240 e 990 giorni in ospedale nel corso del triennio. La durata media della degenza ospedaliera per ciascun paziente era rispettivamente di 23, 14 e 9 giorni per i camminatori lenti, intermedi e veloci. Ogni  km / orario di aumento della velocità di deambulazione ha comportato una riduzione del 19% della probabilità di essere ospedalizzati durante il triennio. Rispetto ai pedoni lenti, i camminatori veloci avevano una probabilità di ospedalizzazione inferiore del 37% in tre anni. La dottoressa Merlo ha affermato: "Più è veloce la velocità di camminata, minore è il rischio di ospedalizzazione e più breve è la durata della degenza ospedaliera, poiché la ridotta velocità di marcia è un indicatore di mobilità limitata, che è stata collegata alla diminuzione dell'attività fisica. Ed ha proseguito: "Camminare è il tipo di esercizio più popolare negli adulti: è gratuito, non richiede un addestramento speciale e può essere svolto praticamente ovunque. Pur brevi, ma regolari, le passeggiate hanno notevoli benefici per la salute. Il nostro studio dimostra che i benefici sono ancora più grandi quando aumenta il ritmo del camminare ". Insomma, per Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” un consiglio da prendere alla lettera che richiede solo un pò di buona volontà.

Si è svolto sabato 24 marzo l'incontro stampa "Integrazione è salute - L'evoluzione delle esigenze nutrizionali moderne", promosso da Bayer. 

In occasione di "Spazio Nutrizione - La filiera della sana nutrizione", l'incontro ha illustrato i principali fattori di mutamento delle esigenze nutrizionali e le innovazioni per corrispondere a questi cambiamenti. Alla base, poi, dell'evoluzione di ogni prodotto Bayer, dedicato a integrazione e supplementazione alimentare, in particolare con Supradyn, la linea di integratori alimentari multivitaminici

Così come si è evoluto lo scenario (con processi di urbanizzazione, evoluzione delle abitudini di vita e alimentari, mutamento della spesa energetica), anche le nostre necessità richiedono bisogni diversi. 

Anche Supradyn è cambiato nel tempo, per rispondere alle mutate esigenze dell’uomo e soprattutto della donna. La formula ottimizzata di Supradyn Ricarica oggi risulta più completa, bilanciata e vede Vitamine B ad alto dosaggio: è arricchita con Selenio e Iodio e sono state aggiunte la Vitamina K e la B9.

Il concetto di adeguatezza nutrizionale non è costante nel tempo, ma ha visto delle profonde evoluzioni negli ultimi 50-60 anni, legate a mutamento degli stili di vita, delle abitudini alimentari e a cambiamenti demografici.

In questo contesto, l’Italia vanta un primato europeo dal punto di vista di longevità e invecchiamento della popolazione.

In Italia si è assistito a evidenti trasformazioni sociali e demografiche: oggi gli

ultrasessantacinquenni rappresentano circa il 20% della popolazione del Bel Paese; tanto da essere categorizzato come il paese più vecchio d’Europa”. Afferma il Professor Paolo Magni, Ricercatore Universitario nonché Professore aggregato di Patologia Clinica, presso il Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari dell’Università degli Studi di Milano.

L’anziano, infatti, è fra i soggetti più a rischio di carenza subclinica di micronutrienti, per questo Supradyn, in prima linea nella realizzazione di prodotti e approcci che migliorino il benessere fisico e cognitivo dell’uomo, ha rivalutato la stessa formulazione di Supradyn Ricarica, sviluppando un integratore alimentare dedicato alle esigenze degli over 50. Supradyn Ricarica 50+ non contiene vitamina K, coinvolta nella coagulazione del sangue: ciò significa che è stata posta attenzione nel formulare un prodotto dedicato alla popolazione anziana, spesso in terapia con antagonisti di questa vitamina. Inoltre il Coenzima Q10 è stato sostituito dai polifenoli: sostanze che insieme alle vitamine C ed E e ai minerali come Rame e Zinco, hanno un forte potere antiossidante.

Michele Carruba, Responsabile comitato scientifico "Spazio Nutrizione - La filiera della sana nutrizione", ha tenuto a ribadire l’importanza delle sinergie medico-scientifiche e industriali, come attori protagonisti nel mondo della sana alimentazione e nutrizione. Concetto ribadito anche da Carlo Gargiulo, Medico di medicina generale e divulgatore scientifico, che per l’occasione veste il ruolo di moderatore e ha sviluppato il concetto dell’approccio verso gli integratori multivitaminici alla luce delle esigenze della medicina preventiva. 

La conferenza è stata, inoltre, l’occasione per presentare in esclusiva  "Micronutrienti e metabolismo: effetti della supplementazione durante l’attività fisica e la richiesta cognitiva", la ricerca condotta da David O. Kennedy, professore al “Brain, Performance and Nutrition Research Centre”, presso la Northumbria University, UK.

 

Oggetto dello studio: gli effetti del Supradyn Ricarica. La ricerca, della durata di 4 settimane, ha coinvolto un campione di 91 individui adulti sani (una parte trattati con l’integratore, una parte con placebo). Lo studio è stata l’occasione per valutare gli effetti del Supradyn Ricarica sul metabolismo e sullo stato energetico, lo stress e la fatica individuali durante l’esercizio fisico e le richieste cognitive. I risultati hanno dimostrato evidenti benefici in seguito alla

somministrazione di micro-nutrienti in individui adulti sani, suggerendone la potenziale utilità quotidiana.

 

Crescono le speranze e, di conseguenza, le percentuali di guarigione per le neoplasie peritoneali.

Ad alimentare il lumicino delle aspettative dei pazienti sono proprio le ultime tecniche innovative eseguite al “Giovanni Paolo II” per combattere la carcinosi peritoneale, una patologia causata dall'estensione di un tumore alle membrane che avvolgono i visceri contenuti nella cavità addominale, appunto il peritoneo, e considerata per decenni uno stadio terminale delle neoplasie intra-addominali avanzate, sia di origine gastroenterica che a partenza dall’apparato ginecologico.

Non faranno mistero dei numeri di successo, gli specialisti del settore provenienti dall’intero Stivale, che oggi a partire dalle 12.30 e domani dalle 8.30 fino alle 13, relazioneranno nel workshop dal titolo “Neoplasie peritoneali” in programma nella sala conferenze dell’Istituto di via Orazio Flacco.

 

«Durante le ultime due decadi è stato sviluppato un trattamento loco-regionale in grado di curare la carcinosi peritoneale qualora possibile, oppure almeno di ridurne l’entità e rallentarne la crescita quando la sua eradicazione completa risulti impossibile- spiega il dottor Michele Simone a capo della direzione dell’Unità Complessa di Chirurgia Generale ad indirizzo Oncologico, nonché presidente del workshop- Questo trattamento si basa sulla combinazione della citoriduzione chirurgica massimale (CRS Cytoreductive surgery) e della chemioipertermia intraperitoneale (HIPEC), e al giorno d’oggi rappresenta il gold standard nel trattamento dei tumori primitivi e secondari del peritoneo».

 

A voler entrare nel dettaglio, la chemioterapia ipertermica intraoperatoria (HIPEC Hipertemic intraperitoneal chemotherapy)  praticata solo in centri ad alta specialità e volume per la malattia neoplastica, motivo quindi di orgoglio dell’Oncologico barese unico centro di riferimento pugliese in tale ambito, consente di perfondere all’interno della cavità peritoneale dosi molto elevate di chemioterapico, incrementando quindi l’esposizione dei tessuti e l’efficacia del farmaco senza però incorrere negli effetti collaterali in quanto il farmaco non viene iniettato nel circolo e quindi non si diffonde per via sistemica. Inoltre, l’ipertermia è stata dimostrata avere un effetto nell’aumentare la penetrazione del farmaco nei tessuti dove raggiunge quindi una profondità di circa 3mm a temperature intorno ai 41-42°C .

 

È in un terreno composto da queste eccellenze che il paziente trova le radici più vitali della sua serenità psicologica: una condizione necessaria per scongiurare la migrazione sanitaria.

«Lo scopo principale di queste giornate- continua il dottor Simone- è quello di discutere e stabilire un consenso riguardo le migliori metodiche diagnostiche e terapeutiche e definire in modo univoco i criteri radiologici di stadiazione dei tumori del peritoneo, meglio noti come carcinosi peritoneale. Di tale peculiare condizione clinica, rimangono ignoti sia i meccanismi molecolari che regolano la progressione intraperitoneale che il profilo bio-molecolare, presupposti indispensabili per verificare l’efficacia di terapie individualizzate in questo gruppo di pazienti».

 

L’Istituto quindi, sulla scorta di questo crescente interesse clinico, sta sviluppando linee di ricerca molto sofisticate che sfruttano anche le nanotecnologie, nella speranza di debellare uno stato clinico così particolare come la carcinosi peritoneale.

Uno studio canadese pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Psychiatry avrebbe sfatato il mito secondo cui consumare marijuana servirebbe a rilassare mente e corpo. Secondo la ricerca scientifica condotta da diversi istituti con sede a Montreal, sulle proprietà della cannabis, fumare potrebbe addirittura influenzare negativamente la personalità di un individuo. Ed anche ancor più della cocaina o dell’alcol. Varie equipe di ricercatori del paese nordamericano hanno osservato il comportamento di 1.136 individui tra uomini e donne, in cura presso le cliniche psichiatriche di Pittsburgh, Missouri e Massachusetts, e monitorato i loro progressi nell’arco di 12 mesi dalle dimissioni. Secondo i risultai, i pazienti che facevano uso regolare di marijuana erano circa 2.5 volte più propensi ad avere un atteggiamento violento e aggressivo rispetto a coloro che invece non assumevano la sostanza psicoattiva. Il team, capitanato dal dottor Jules R Dugre, parla di un elevato «rischio clinico legato ad atti di violenza con gravi implicazioni sociali», ed incita il personale medico a prestare una maggiore attenzione ai fumatori che ricevono un trattamento per disturbi della salute mentale. Kathy Gyngell, del Centre for Policy Studies, Regno Unito, ha accolto la ricerca e lancia un appello ai Governi. «Dove sono le campagne pubbliche sanitarie sui rischi della cannabis? Se i ministri avessero un po' di buon senso saprebbero che non possiamo permetterci di far fronte a questa crisi in ambito sanitario e della sicurezza pubblica», ha dichiarato la Gyngell. «Queste ricerche devono convincere il Governo a rivisitare la loro politica sanitaria al fine di offrire una maggiore protezione della popolazione dagli individui potenzialmente violenti». Ovviamente, si tratta di uno studio basato su dati parziali, rileva Giovanni D'Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” che tuttavia pone alcuni interrogativi sulla necessità di approfondire anche nel Nostro Paese le conseguenze comportamentali del consumo basate su dati oggettivi anche per dare ulteriori contributi scientifici al dibattito sulla legalizzazione.

Spinraza, via libera dell’Aifa per la commercializzazione del nuovo farmaco: ieri sera è arrivata la notizia tanto attesa. Ed è giunta in piena campagna donazioni, a dimostrazione che la direzione intrapresa da Famiglie Sma è quella che può davvero cambiare il futuro di migliaia di pazienti, soprattutto bambini.

Proprio mentre il numero solidale 45521 (attivo fino al 9 ottobre), grazie allo spot di Checco Zalone fa il giro del web per dire “stop” all’atrofia muscolare spinale e ampliare la somministrazione della terapia nusinersen – da novembre 2016 effettuata in Italia per via compassionevole su 130 piccoli pazienti - l’Agenzia nazionale del Farmaco pubblica in Gazzetta ufficiale il risultato dell’iter avviato “per assicurare i requisiti di sicurezza ed efficacia” alla molecola che cambia il quadro clinico della patologia, autorizzando la sua immissione sul mercato per tutte le forme di Sma.

«Il percorso di valutazione della Commissione tecnico scientifica Aifa, supportata da un gruppo di esperti dell’Istituto Superiore di Sanità – commenta Daniela Lauro, presidente della Onlus nata per dar voce ai genitori dei bambini affetti dalla malattia genetica rara e spesso fatale - segue la strada intrapresa dall’agenzia statunitense Food and Drug Administration (FDA), che dallo scorso dicembre ha approvato Spinraza quale trattamento ufficiale per la Sma. La commozione e la gioia in questo momento sono indescrivibili: questo è davvero un momento storico nella lotta contro la malattia genetica rara che fino ad oggi ha mietuto indisturbata innumerevoli vittime in tutto il mondo. Tra qualche settimana le fiale saranno disponibili negli ospedali e verranno rese note le modalità d’accesso alla terapia».

L’effetto di Spinraza è stato dimostrato con uno studio clinico globale randomizzato condotto su 121 pazienti, che hanno ricevuto l’iniezione del farmaco nel fluido che circonda il midollo spinale (il cosiddetto liquido cefalorachidiano): il trial ha valutato la percentuale di pazienti con miglioramento dello sviluppo motorio, come il controllo della testa, la capacità di sedersi, di calciare, rotolarsi, strisciare, stare in piedi e camminare.

«Anche se i dati non sono ancora ufficiali – continua Lauro – nel nostro Paese i bambini che hanno avviato le infusioni attraverso il programma esteso di accesso al farmaco salvavita (Eap), hanno ottenuto risultati davvero incoraggianti, mostrando tangibili segni di miglioramento sotto il profilo motorio, laddove è emerso un maggior controllo dei muscoli della testa e dei movimenti degli arti. Spinraza riesce a compensare la necessità di una ventilazione permanente e a prevenire la morte nei bambini».

Adesso per poter beneficiare del trattamento e avviare la cura per tutti coloro che ne faranno richiesta, occorre l’aiuto di tutti: «Con le donazioni – conclude Lauro – potremo ampliare il target di pazienti, potenziare il personale medico, supportare le famiglie negli spostamenti ed estendere il raggio d’azione, implementando il numero di centri specializzati». La campagna di Famiglie Sma nei prossimi giorni sarà anche on the road: sabato 30 settembre e domenica 1 ottobre, infatti, i volontari e i bambini scenderanno in piazza con il gadget la “Scatola dei sogni 2017”, 500 grammi di pasta di grano duro che anche quest’anno porteranno in tutte le case il simbolo dell’associazione: la farfalla. I banchetti saranno presenti in oltre 100 piazze in tutt’Italia (la mappa su http://www.famigliesma.org/donaci-il-tuo-tempo/).

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