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Giovedì, 18 Giugno 2026

Nelle prime ore tra il 20 e il 21 aprile 1967, la Grecia si svegliò sotto il controllo dei militari. Fu l’inizio di quello che sarebbe passato alla storia come il colpo di Stato dei colonnelli, un’operazione rapida e coordinata che in poche ore riuscì a smantellare le istituzioni democratiche del Paese. A guidarla furono il generale di brigata Stylianos Pattakos e i colonnelli Georgios Papadopoulos e Nikolaos Makarezos, figure destinate a segnare profondamente uno dei periodi più controversi della storia contemporanea greca.

Il piano fu eseguito con precisione militare. Le unità dell’esercito furono mobilitate nella notte, mentre i golpisti prendevano il controllo dei principali nodi strategici del Paese: centri di telecomunicazione, ministeri, caserme e infrastrutture chiave. In poche ore, ogni canale di comunicazione fu neutralizzato, impedendo qualsiasi forma di reazione organizzata. Parallelamente, centinaia di politici, ufficiali e personalità considerate potenzialmente ostili al nuovo regime vennero arrestate, spesso senza mandato e senza possibilità di opposizione.

Atene divenne il simbolo visibile del golpe: carri armati nelle strade, pattugliamenti continui e posti di blocco trasformarono la capitale in una città sotto assedio. Scene simili si ripeterono nelle principali città greche, dove l’esercito consolidò rapidamente il controllo del territorio. L’operazione colse di sorpresa anche i vertici militari e il cosiddetto Pentagono greco, segno di una preparazione capillare e di una rete di complicità ben radicata all’interno delle forze armate.

Il colpo di Stato fu giustificato dai suoi promotori con la necessità di prevenire una presunta minaccia comunista, in un contesto internazionale segnato dalla Guerra Fredda e da forti tensioni ideologiche. Tuttavia, dietro questa motivazione ufficiale si celava la volontà di interrompere il normale processo democratico e di instaurare un regime autoritario. La costituzione fu sospesa, i partiti politici sciolti e le libertà civili drasticamente limitate. La censura divenne uno strumento sistematico, mentre oppositori politici, intellettuali e attivisti furono perseguitati, incarcerati o costretti all’esilio.

Si aprì così un periodo di dittatura militare destinato a durare sette anni. Il regime dei colonnelli consolidò il proprio potere attraverso un controllo capillare della società, facendo leva su propaganda, repressione e un rigido apparato di sicurezza. Nonostante alcuni tentativi di legittimazione interna e internazionale, il governo militare rimase isolato sul piano politico e fortemente criticato dalla comunità internazionale per le violazioni dei diritti umani.

La fine della dittatura arrivò nel luglio 1974, in seguito a una crisi che travolse definitivamente il regime. Il coinvolgimento della giunta nel colpo di Stato contro l’arcivescovo Makarios III a Cipro innescò una reazione a catena che culminò con l’intervento militare della Turchia e l’occupazione del 38% dell’isola. Di fronte al fallimento politico e militare, e sotto una crescente pressione interna ed esterna, la giunta crollò rapidamente.

Il ritorno alla democrazia, nel nome del politico Karamanlis tornato da Parige,segnò l’inizio di una nuova fase per la Grecia, ma le ferite lasciate da quegli anni rimasero profonde. Il colpo di Stato del 1967 resta ancora oggi un passaggio cruciale per comprendere le fragilità e le trasformazioni della storia politica greca del Novecento, nonché un monito sul valore e sulla tutela delle istituzioni democratiche.

 

La professoressa Patrizia Colì ricorda così il 25 aprile 1945: “In occasione di questa ricorrenza, vorrei raccontare la storia di due vite che si sono sfiorate senza mai incontrarsi, il cui destino è stato diametralmente opposto. Il 25 Aprile si ricorda la liberazione dal nazifascismo e il sacrificio dei martiri caduti, ancora oggi simbolo di onore e gloria. Ricordo perlopiù chi a quell’orrore si oppose segretamente, anche a costo della vita, ma anche tutti coloro che alla dittatura si piegarono, obbedendo alle sue imposizioni, pur non condividendone gli ideali. Tra questi innumerevoli e coraggiosi sconosciuti, vorrei presentarvene due, Rodolfo Gazzano, prozio dell'erede chiavarese Micaela Ronco e Corrado Codigoni, protagonisti loro malgrado di una delle più grandi e sconosciute tragedie della storia della Marina Militare Italiana: l’affondamento del Conte Rosso. Due persone che, pur non conoscendosi, condivisero un’immensa tragedia umana: Rodolfo, nato in Piemonte, in una frazione di Garessio, il 4 febbraio del 1919 e Corrado, nato in Umbria, nelle vicinanze di Gubbio, il 26 gennaio del 1921. Entrambi trascorsero vite semplici, lavorando in campagna, allevando animali, fino al giorno in cui, giovanissimi, furono chiamati alle armi dall'Italia in guerra. Il loro destino si incrociò proprio sul Conte Rosso, un piroscafo transatlantico costruito da cantieri scozzesi e varato nel 1922 con un viaggio inaugurale da Genova a Buenos Aires. Dopo aver navigato in tutto il mondo, da New York a Shanghai, il piroscafo fu requisito nel 1935 dal governo di Mussolini e adibito al trasporto di truppe, dapprima in Africa e, poi, in Libia a partire dal 1940. I due giovani militari vennero imbarcati a Napoli il 24 maggio del 1941. Il Conte Rosso salpò con destinazione Tripoli, insieme ad altri due piroscafi l’Esperia e il Marco Polo e alla motonave Victoria. Sul Conte Rosso viaggiavano 280 uomini di equipaggio civile e 2.449 soldati tra avieri, carabinieri, fanti, genieri e carristi, tra questi ultimi lo zio Rodolfo.

A scorta delle quattro navi c'erano un cacciatorpediniere e tre torpediniere. Verso le 04.00 del mattino, in prossimità dello stretto di Sicilia, dopo circa 12 ore dalla partenza, la scorta venne rafforzata da altri tre cacciatorpedinieri, due incrociatori e, per un breve tratto, da altri tre cacciatorpedinieri. Verso il tramonto erano quindi quattro le navi trasportanti truppe e nove le navi di scorta che si trovavano al largo delle coste di Augusta, sorvolate da alcuni idrovolanti in missione antisommergibile, vista la pericolosa prossimità all’isola di Malta. Sceso il buio, una parte della scorta rientrò ad Augusta, mentre le quattro navi e la scorta restante continuarono la navigazione. Erano le 20:33 quando il sottomarino inglese HMS UpHolder, da giorni in navigazione con soli due siluri restanti, incrociò la flotta e sparò, sfiorando alcune delle navi, ma centrando per ben due volte il Conte Rosso, che in soli 8 minuti si inabissò. I 2.729 uomini a bordo, molti dei quali vedevano per la prima volta il mare, come Corrado e Rodolfo, finirono nelle acque gelide, rese nere dalla notte e dal carburante disperso dalla nave. Non vi fu tempo per mettersi in salvo né per lanciare, se non due scialuppe. Le restanti tre navi trasportanti truppe proseguirono il loro viaggio verso Tripoli mentre la scorta, insieme ad altre navi allertate e dirottate sul luogo della tragedia, poi raggiunte da alcuni pescherecci arrivati da Augusta, cercarono di portare in salvo più vite possibile e di recuperare il maggior numero di corpi a cui dare una degna sepoltura. Solo 1.432 furono i superstiti, la metà delle persone a bordo; 239 furono le salme portate al porto di Augusta e numerosi furono i feriti accolti e aiutati durante l'emergenza dal calore umano della popolazione. Ben 1.058 ragazzi non tornarono mai a casa e furono dichiarati dispersi nel Mar Mediterraneo. A loro memoria, ad Augusta ogni 24 maggio, viene ancora oggi reso omaggio nei pressi di una targa a loro dedicata. Per un totale di 1.297 figli di tutta Italia che non fecero più ritorno, tra i quali lo zio Rodolfo. Tra i 1.432 scampati alla morte, ancora oggi la fortuna ha voluto che un testimone di questa immensa e dimenticata tragedia sia ancora in vita, Corrado. Il 26 gennaio 2025 Corrado, 104 anni compiuti, memoria vivente di una tragedia italiana che sacrificò, in una sola notte, migliaia di ragazzi che si trovarono sulla nave sbagliata, nel luogo sbagliato e nel momento sbagliato. L'omaggio va al suo coraggio e a tutti quegli audaci e valorosi ragazzi”.

I manuali di Storia raccontano che il 14 luglio scoppia la Rivoluzione Francese con la cosiddetta “Presa della Bastiglia”. Per Rino Cammilleri è il “mito di fondazione”, anche se sostanzialmente fu una “presa per i fondelli”, come ha scritto Vittorio Messori, che peraltro la abbina ad altre due prese, anch'esse “prese per i fondelli”, quella di Porta Pia e quella del Palazzo d'Inverno.

La Bastiglia assediata da una settantina di insorti, tra delinquenti comuni, disertori e prostitute, si recarono alla fortezza sperando di trovare armi. Leggo dal testo di Cammilleri, Fregati dalla scuola. Breve guida di liberazione ad uso degli studenti da affiancare al normale manuale”, (Effedieffe, 1997)

La fortezza, “era presidiata da invalidi svizzeri, e deteneva alcuni falsari, un giovane depravato (fatto internare dalla famiglia) e due pazzi [...]”. Il governatore della Bastiglia invitò a pranzo gli assedianti, ma finì decapitato. Lo stesso avvenimento è stato trattato da Jean Dumont, ne “I falsi miti della Rivoluzione Francese” (Effedieffe, 1989), lo storico francese, che ha preferito il contatto diretto con gli archivi, invece di svolgere la professione nelle università. Dumont è diventato un punto di riferimento per tre generazioni di studiosi di Storia, avendo rivisto, annotato, commissionato oltre mille opere storiche. Così leggo nell'introduzione di Giovanni Cantoni. Il prezioso testo smonta ad una ad una le menzogne create ad arte sui vari miti della Rivoluzione Francese. Inoltre spiega perché si rifiuta di festeggiare di celebrare le menzogne, le incapacità, le ignominie e infine,“la morte di quanto ci sta a cuore”. In sintesi il libro si rifiuta di festeggiare il 1789.

La prima è quella della pretesa “presa della Bastiglia da parte del popolo di Parigi”. Questo mito è la più grande costruzione della propaganda rivoluzionaria, montata nel corso della seduta dell'Assemblea succeduta ai fatti accaduti, allo scopo di trasformarli in un avvenimento storico. Poi il pittore David fu incaricato di dipingere un quadro che creasse il mito della Bastiglia. Gli stessi futuri capi rivoluzionari ammettono che si è trattato di un'azione di sparuti gruppi di vagabondi e di disertori, soprattutto stranieri. Il popolo di Parigi si è tenuto ostentatamente alla larga da quell'azione, contrariamente da quanto pretendono di far vedere le illustrazioni stampate appena dopo.

I capi rivoluzionari appaiono soltanto dopo, quando comincia lo sfruttamento politico. “Non si è trattato di nessuna 'presa' ma di un ingresso dalla porta, aperta per ordine del governatore”. Ormai con questa narrazione sono d'accordo i più importanti storici di sinistra come Michel Vovelle, che parla di “interpretazione simbolica”.

Dal 14 luglio 1789, la superpotenza del mondo di allora, finì travolta dalla follia rivoluzionaria, con la ghigliottina che lavorava a tempo pieno contro i “sospetti”, i “traditori”, i preti. “Senza il golpe – scrive Cammilleri – che a un certo punto eliminò Rebespierre nessun francese sarebbe rimasto vivo”.

Il testo di Dumont è corredato da diverse tavole che rappresentano la Rivoluzione nella realtà dei fatti. Una delle prime rappresenta la catastrofica situazione economica della Francia sotto la Rivoluzione. La chiusura dei laboratori e gli operai nella disperazione. Una incisione che smonta la menzogna della pretesa “modernizzazione” portata dalla Rivoluzione. Il deputato conservatore inglese Edmund Burke, può scrivere: “I francesi [della Rivoluzione] si sono dimostrati i più abili artefici di rovina che mai siano esistiti al mondo [...]”. Altra menzogna da sfatare è “il popolo al potere” sotto la Rivoluzione. Niente affatto governano le bestie feroci della borghesia. “La Rivoluzione fu un martirologio operaio. Rappresentò la disperazione per gli uomini e le donne del popolo che la miseria faceva cadere per inedia nelle strade e portava al suicidio”. Ecco rappresentata in due pagine “la carestia del pane”. Non ci fu durante la Rivoluzione neanche la pretesa della felicità del popolo. Di una grande evidenza è la tavola che rappresenta le teste decapitate delle varie classi sociali in Francia. Praticamente le vittime nobili della ghigliottina erano molto meno numerose di quelle del popolo.

Per Dumont la menzogna maggiore è quello di nascondere il vero progetto della Rivoluzione: l'anticristianesimo. Il suo unico vero progetto sia iniziale che finale era l'anticristianesimo totalitario. Il 14 luglio 1792 e nei giorni successivi avvengono massacri di sacerdoti un po' dappertutto in Francia. La Chiesa viene laicizzata, separandola da Roma, mentre i sacerdoti hanno l'obbligo di prestare giuramento alla Costituzione civile del clero. Ogni sacerdote refrattario in un individuo “sospetto” può essere trasferito o imprigionato.

La 3a parte del testo si occupa del Terrore poliziesco e l'arresto dei “sospetti”, che comparivano davanti ai cosiddetti “Tribunali del popolo”. Il Terrore giacobino viene descritto senza giri di parole all'origine dei crimini totalitari moderni a cominciare dal Gulag sovietico o i Lager nazionalsocialisti. Del terrore giacobino saranno esemplari discepoli il KGB, la Gestapo, i Khmer rossi di Pol Pot. Il terrore poliziesco è meticoloso quanto universale: “da quando siamo liberi non possiamo più uscire dalla città senza passaporto”. Ma a volte non è sufficiente nel proprio comune di residenza occorre esibire anche il certificato di civismo, rilasciato dal comitato rivoluzionario di quartiere, in cui risiede la feccia della società. Senza certificato di civismo non vi è possibilità di nutrirsi, serve per comprare il pane e altri alimentari.

Inoltre lungo la strada viene richiesto il passaporto sull'abbigliamento, dapprima solo per gli uomini, poi anche per le donne. C'è il controllo sistematico della coccarda tricolore, guai chi viene trovato senza. Peraltro fa notare Dumont, durante questi controlli, bisogna essere sempre entusiasti obbligatoriamente. Attenzione durante il terrore ci deve essere sempre una classe di individui punibili sempre e comunque.

Con la Rivoluzione francese nascono le deportazioni e i campi di concentramento e di sterminio. 75.000 sacerdoti deportati, la metà del clero francese. “Bisognava rimandare questi appestati nei lazzaretti di Roma e dell'Italia”, tuonava l'ispiratore di questa deportazione il deputato Maximin Isnard. Un razzismo anticlericale, anticristiano molto simile a quello antigiudaico dei nazionalsocialisti.

Siccome bisognava costruire l'uomo nuovo, allora con i cosiddetti massacri di settembre, si mette in atto un crimine eugenetico, un olocausto ordinato dai giacobini “filosoficamente puri” che annientano, compresi i sacerdoti, tutti i prigionieri politicamente e intellettualmente impuri. Un massacro di tutti quelli che possono rappresentare un insulto al Contratto Sociale di Jean-Jacques Rousseau. Una gigantesca epurazione razzista poi copiata da Adolf Hitler.

Naturalmente poi viene raccontato il genocidio del popolo vandeano, quasi 600.000 vittime. Un genocidio che fino al 1989 era stato nascosto dalla storia ufficiale, ma che poi grazie soprattutto al professore Reynald Secher, è stato raccontato e conosciuto in Francia e in tutto il mondo.

 

 

 

 

Sono passati circa vent'anni dall’istituzione del Giorno del Ricordo, e ancora la memoria delle Foibe è abbastanza scomoda e perfino divisiva.  Ancora oggi, qualcuno tenta di cancellare questa tragedia con la menzogna e la violenza. Tuttavia, ha perfettamente ragione Guido Giacometti, profugo istriano, dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, che segnala “una maggiore consapevolezza di cosa possa corrispondere ai termini “foibe” ed “esodo”, ma la situazione è tutt’altro che ottimale”. Giacometti ha fatto un primo bilancio sul sito di alleanzacattolica.org (Giorno del Ricordo. Un primo bilancio, 16.2.25)

Un documento del Viminale permette di avere un primo bilancio approssimativo. Il documento elenca i comuni che nel 2024, per il Giorno del Ricordo, hanno predisposto qualcosa in più rispetto alla sola prescritta esposizione delle bandiere a mezz’asta. Anche non considerando i 3.000 comuni più piccoli, arriva al solo 5% la percentuale di quelli che hanno fatto perlomeno una semplice deposizione di fiori, sino ad organizzare conferenze o rappresentazioni teatrali. Poi c'è da tenere conto le associazioni che controllano i canali informativi, quasi tutti di sinistra, composto da una rete capillare sul territorio formata dalle sezioni ANPI, ANED, ARCI, Istituti Storici della Resistenza, CGIL, ecc., che trova fraterna accoglienza in larga parte del corpo insegnanti, soprattutto nel centro-nord Italia. Peraltro, da segnalare in particolare che l’ANPI, ma non solo, considera un disvalore l'anticomunismo.
“Questo è inaccettabile
- scrive Giacometti - per chi, come i giuliano-dalmati, hanno subito il regime comunista, essendo rimasti al di là della Cortina di ferro. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella su questo punto è stato molto chiaro: i giuliano-dalmati hanno avuto, “il destino di passare direttamente dalla oppressione nazista a quella comunista. E di sperimentare, sulla propria vita, tutto il repertorio disumanizzante dei grandi totalitarismo del Novecento, diversi nell'ideologia, ma così simili nei metodi di persecuzione controllo, repressione, eliminazione dei dissidenti. Inoltre nella nota l'esule istriano denuncia che sono anni che queste associazioni di sinistra hanno accesso preferenziale nelle scuole e sulla stampa locale, ben sapendo che, «chi controlla il passato controlla il futuro» (Orwell, 1984). Del resto ci sono Comuni che si prestano a patrocinare conferenze, incontri dove ancora si fanno delle contro-celebrazioni del Giorno del Ricordo. Mentre nella Chiesa giustamente si ricordano i preti uccisi dai nazisti, ma si sorvola su quelli uccisi dai comunisti. A questo proposito Giacometti ricorda tre giovani beati il cui martirio, per mano dei partigiani comunisti e in odio alla fede, è stato riconosciuto dalla Chiesa: Lojze Grozde, studente di 20 anni di lingua slovena; Francesco Bonifacio, sacerdote di 32 anni di lingua italiana; Miroslav Bulesic, sacerdote di 27 anni di lingua croata.
San Giovanni Paolo II, durante la proclamazione del beato Grozde, disse: “Lojze Grodze è solo una delle innumerevoli vittime innocenti del comunismo che alzano le palme del martirio come ricordo e monito indelebili”. E tra gli uccisi nelle foibe ci sono i martiri i cui nomi sono noti solo a Dio e che intercedono per noi.

Far conoscere in modo più approfondito una pagina fondamentale della storia cittadina, nazionale ed europea, come è stata quella della lotta per la Liberazione tra il 1943 e il 1945 e avere un’occasione per confrontarsi con i valori e i principi su cui si fonda la nostra Repubblica democratica. Sono queste le motivazioni alla base della Festa della Resistenza, che si terrà il 23, 24 e 25 aprile a Roma, alla Garbatella.

L’evento – promosso e sostenuto dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, curato da Electa e realizzato col supporto organizzativo di Zètema Progetto Cultura e la collaborazione del Municipio Roma VIII, della Federazione Unitaria Italiana Scrittori e la media partnership di Rai Radio 3 e Rai Play Sound – si svolgerà in vari spazi del quartiere: l’Archivio Flamigni, il Teatro Palladium e la Biblioteca Hub Culturale Moby Dick, anch’essi partner dell’iniziativa, che affacciano su piazza Bartolomeo Romano, e poi nella piazza Damiano Sauli.

Il programma dei tre giorni proporrà molti temi legati alla Resistenza, che verranno approfonditi con: lezioni, concerti, proiezioni di film, spettacoli teatrali, presentazioni di libri, tavole rotonde, laboratori per ragazzi e mostre. Ci saranno poi percorsi sulla memoria territoriale in giro per Garbatella e un “Pranzo della Liberazione” organizzato dal Municipio VIII in piazza Sauli. Tutto questo con l’obiettivo di coinvolgere le cittadine e i cittadini nella riscoperta di quella stagione di lotte e di passioni che è stata la Resistenza, animata da un movimento partigiano composto da forze di ispirazione politica e ideologica di vario tipo ma unite dall’antifascismo e dall’amore per la libertà, che sono state alla base dell’Italia democratica di oggi.

Il ricco programma di iniziative, ideato da Gabriele Pedullà, è stato costruito assieme a un Comitato scientifico composto da alcuni tra i più importanti studiosi che hanno approfondito e spiegato la Resistenza attraverso temi e discipline diverse: Alessandro Campi, Stefano Carrai, Lucia Ceci, Chiara Colombini, Davide Conti, Victoria de Grazia, Filippo Focardi, Sergio Luzzatto, Giancarlo Monina, Ilaria Moroni, Silvio Pons, Michela Ponzani, Adriano Roccucci e Nadia Urbinati.

Numerose le personalità di ogni orizzonte che interverranno, tra docenti universitari, giornalisti, artisti, musicisti e storici; qualche nome a titolo di esempio: Ambrogio Sparagna, Ezio Mauro, Marco Damilano, Gad Lerner, Paolo Taviani, Marco Belpoliti, Umberto Gentiloni, Sergio Flamigni, Ascanio Celestini, Isabella Insolvibile, Marino Sinibaldi, Benedetta Tobagi, oltre al sindaco, Roberto Gualtieri.

Porteranno le loro testimonianze anche rappresentanti varie associazioni partigiane e di ex combattenti e deportati come: Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Anpi),Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi Nazisti (Aned), Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti (Anppia), Associazione Nazionale Famiglie Italiane Martiri (Anfim), Federazione Italiana Associazioni Partigiane (Fiap), Associazione Nazionale Partigiani Cristiani (Anpc), Istituto Romano per la Storia d’Italia dal Fascismo alla Resistenza (Irsifar).

fonte zetema

 

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