Una storia d’amore di una donna di nome Erato, Erato amat… (“Erato ama...”), la scena di un combattimento gladiatorio, e tanti altri istanti e sentimenti fissati su una parete nel quartiere dei teatri, al pari di quelli che oggi troveremmo lungo i muri delle strade moderne o nelle chat e sui social. Storie di vita vissuta, amori, passioni, insulti, incitazioni sportive che sarebbero andati perduti per sempre e che, invece, stanno riaffiorando a Pompei grazie alla tecnologia. Succede nel corridoio di passaggio che collegava l’area dei teatri alla via Stabiana. Un muro scavato oltre 230 anni fa, davanti al quale sono passati milioni di visitatori ogni anno e da cui non ci si aspettava nessuna novità, nessun altro racconto e dove invece – attraverso l’impiego di metodologie di ricerca d’avanguardia - emergono quasi 300 iscrizioni, tra quelle già note da tempo (circa 200) e quelle nuove identificate (79).
Il progetto si chiama Bruits de couloir (“Voci di corridoio”) ed è stato ideato da Louis Autin ed Éloïse Letellier-Taillefer dell'Università della Sorbona e Marie-Adeline Le Guennec dell'Università del Québec a Montréal, in collaborazione con il Parco archeologico di Pompei. Come raccontato sull’E-Journal degli Scavi di Pompei, è stato eseguito in due campagne nel 2022 e nel 2025. Così è stato possibile arrivare a una rilettura complessiva della vasta testimonianza di graffiti presenti in questo ambiente di passaggio, attraverso un approccio multidisciplinare che combina epigrafia, archeologia, filologia e digital humanities.
“Vado di fretta; stammi bene, mia Sava, fa che mi ami!” – “Miccio-cio-cio, a tuo padre che cagava hai rotto la pancia; guardate un po' come sta Miccio!” – “Methe, (schiava) di Cominia, di Atella, ama Cresto nel suo cuore. Che ad entrambi la Venere di Pompei sia propizia e che vivano sempre in armonia.” Sono alcuni esempi, tra quelli già precedentemente noti, che attestano la vitalità, la molteplicità delle interazioni e delle forme di socialità, che si sviluppano in uno spazio pubblico così frequentato dagli abitanti dell’antica Pompei:
“La tecnologia è la chiave che ci apre nuove stanze del mondo antico e quelle stanze le dobbiamo anche raccontare al pubblico – ha commentato il Direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel – Stiamo lavorando su un progetto di tutela e valorizzazione delle scritte, che in tutta Pompei sono oltre 10mila, un patrimonio immenso. Solo l’uso della tecnologia può garantire un futuro a tutta questa memoria della vita vissuta a Pompei.”
La metodologia adottata utilizza una griglia virtuale, documenta legami spaziali e tematici tra le iscrizioni e analizza le pareti del corridoio con RTI (Reflectance Transformation Imaging, tecnica di fotografia computazionale che acquisisce una serie di immagini di un oggetto sotto diverse direzioni di illuminazione). Così, si riesce a vedere ciò che l’occhio nudo non vede e dopo più di due secoli dallo scavo, emergono ancora novità. Al tempo stesso, questa tecnica è fondamentale per la conservazione digitale di una collezione di testimonianze di per sé fragili.
Lo sviluppo di una piattaforma 3D che integri fotogrammetria, dati RTI e metadati epigrafici porterà alla creazione di un nuovo strumento per la visualizzazione congiunta e l’annotazione delle iscrizioni. Per favorire al meglio la conservazione di questo importante complesso di attestazioni epigrafiche pompeiane concentrate in un unico ambiente, portate alla luce nel 1794, il Parco Archeologico di Pompei ha messo in programma la realizzazione di una copertura del corridoio, per consentire finalmente un’adeguata protezione degli intonaci su cui sono state incise le iscrizioni, e per favorire una futura esperienza di visita integrata con l’ausilio delle tecnologie sviluppate dalle nuove ricerche.
Mancano poche ore alla proclamazione delle 10 città finaliste a Capitale Italiana della Cultura 2028!
Daniele Natalia – sindaco di Anagni:“ Con orgoglio, con senso di appartenenza, siamo un territorio fantastico e la forza della cultura che ci contraddistingue ci farà arrivare al risultato che auspichiamo da tanto tempo e che sono convinto sia meritato”.
Piergianni Fiorletta – sindaco di Ferentino :“ Dopo l'inaugurazione del teatro romano del primo secolo dopo Cristo periodo di Traiano, adesso stiamo andando avanti sul restauro del testamento di Aulo Quintilio. Questo bellissimo personaggio che dona tutti i suoi beni a Ferentino, lo faremo entro il mese di marzo, ma sta andando ancora avanti il museo di Ferentino”.
Gennaro Caperna – sindaco di Veroli :“ Siamo orgogliosi di aver portato avanti per 11 mesi un percorso insieme appunto ad Anagni, Alatri e a Ferentino, quindi un percorso che ha migliorato sicuramente l'idea di cultura e messo nero su bianco un metodo, che al di là del risultato finale comunque non potrà essere dimenticato e potrà sicuramente aiutare ad emozionarci parlando di cultura, parlando di bellezza”.
Maurizio Cianfrocca – sindaco di Alatri :“ Ci abbiamo messo tutto l'associazionismo, le amministrazioni, gli uffici delegati alla cultura, tutti gli uffici che sono stati richiamati insieme a quelli degli altri comuni”.
Antonio Ribezzo – ideatore della candidatura e co - redattore del dossier :“E’ la visione lungimirante di quattro sindaci diversi, di quattro borghi diversi che sta rendendo possibile quello che sembrava impossibile. Non uniti da una convenzione, ma uniti da convinzioni comuni sul futuro. Hernica Saxa è nata da un’idea pazza ma che ha una consistenza vera perchè sono i borghi che si mettono insieme per rendere un territorio interno capitale italiana della cultura. E’ un’idea che ha unito superando differenze colori politici, integrando il tessuto sociale ed aprendo a tutti le individuali tradizioni dei luoghi”.
“Con orgoglio, con senso di appartenenza, siamo un territorio fantastico e la forza della cultura che ci contraddistingue ci farà arrivare al risultato che auspichiamo da tanto tempo e che sono convinto sia meritato”. Lo ha annunciato Daniele Natalia, sindaco di Anagni, capofila di Hernica Saxa- Candidatura delle Città Erniche a Capitale Italiana della Cultura. Mancano meno di 48 ore alla proclamazione delle 10 città finaliste a Capitale Italiana della Cultura 2028!
E’ un territorio in continua evoluzione! La candidatura a Capitale Italiana della Cultura che vede insieme Anagni, Alatri, Ferentino, Veroli, rappresenta i valori espressi dalla valorizzazione culturale del tessuto sociale. Borghi dell’area interna dell’Italia, Città Fortificate che lanciano la grande sfida del futuro! Hernica Saxa, dove la storia lega, la cultura unisce rappresenta un modello distintivo: non una singola città, ma quattro centri storici uniti in un'alleanza strategica. Un territorio di 400 km² con 90.000 abitanti, condivide 2500 anni di storia e un patrimonio culturale straordinario.
Veroli c’è!
“Siamo a pochi giorni dalla proclamazione delle dieci finaliste – ha ricordato Gennaro Caperna, sindaco di Veroli - e siamo orgogliosi di aver portato avanti per 11 mesi un percorso insieme appunto ad Anagni, Alatri e a Ferentino, quindi un percorso che ha migliorato sicuramente l'idea di cultura e messo nero su bianco un metodo, che al di là del risultato finale comunque non potrà essere dimenticato e potrà sicuramente aiutare ad emozionarci parlando di cultura, parlando di bellezza delle nostre città, del nostro territorio e quindi veramente una sfida che abbiamo raccolto e stiamo portando avanti con grande orgoglio e con grande professionalità”.
Alatri c’è!
“Sono giorni molto intensi. Io sono molto fiducioso che il 20 Alatri, Anagni, Ferentino, Veroli, possano essere in finale. Ci abbiamo messo tutto – ha dichiarato Maurizio Cianfrocca, sindaco di Alatri - l'associazionismo, le amministrazioni, gli uffici delegati alla cultura, tutti gli uffici che sono stati richiamati insieme a quelli degli altri comuni. Sono molto, molto fiducioso”.
Ferentino c’è!
“Possiamo dire che Ferentino è un periodo molto positivo per la rivalutazione del nostro patrimonio storico e antico. Dopo l'inaugurazione del teatro romano del primo secolo dopo Cristo – ha dichiarato Piergianni Fiorletta, sindaco di Ferentino - periodo di Traiano, adesso stiamo andando avanti sul restauro del testamento di Aulo Quintilio. Questo bellissimo personaggio che dona tutti i suoi beni a Ferentino, lo faremo entro il mese di marzo, ma sta andando ancora avanti il museo di Ferentino.
Quindi ci stiamo lavorando da tempo e siamo anche orgogliosi di portare avanti la nostra storia e la nostra cultura”.
Un’idea pazza che ha una consistenza vera!
“Hernica Saxa è nata da un’idea pazza ma che ha una consistenza vera perchè sono i borghi che si mettono insieme per rendere un territorio interno capitale italiana della cultura. E’ un’idea che ha unito superando differenze – ha affermato Antonio Ribezzo, ideatore e co - redattore del dossier di candidatura e direttore del progetto Hernica Saxa – Dove la Storia Lega la Cultura Unisce - colori politici, integrando il tessuto sociale ed aprendo a tutti le individuali tradizioni dei luoghi. Io vengo dal Sud, le mie origini pugliesi ma da moltissimo tempo vivo in questi borghi che mi hanno accolto nella loro vita quotidiana. La candidatura è figlia di una visione comune sposata da ben quattro sindaci, di quattro borghi che non hanno pensato a coltivare il loro orticello ma a fare evolvere la rete sociale di tutta l’area. Tutto questo perché la cultura unisce e la storia lega”.
Anagni, Veroli, Ferentino, Alatri, compatte con Hernica Saxa – La storia lega – la Cultura unisce, progetto di candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2028, sostenuto dai sindaci, Daniele Natalia, Germano Caperna, Piergianni Fiorletta, Maurizio Cianfrocca e dagli assessori alla Cultura, Carlo Marino e Francesca Cerquozzi e dai consiglieri comunali delegati alla Cultura Luca Zaccari e Sandro Titoni, in rappresentanza delle rispettive amministrazioni comunali da Antonio Ribezzo, direttore della Rivista Agorà e Presidente Archeoclub d’Italia sede di Ferentino.
Fonte Giuseppe Ragosta – Addetto Stampa di Hernica Saxa progetto di candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2028!
Vent’anni e ancora la stessa energia del primo tuffo. L’edizione 2025 di MyShot – Underwater Photo Contest si è chiusa con un risultato che conferma quanto questo concorso sia ormai un punto fermo per gli appassionati di fotografia subacquea a livello internazionale: 350 opere partecipanti, immagini e video arrivati da tutta Italia, capaci di restituire tanto la meraviglia quanto le fragilità del pianeta blu.
Lanciato nel 2005 e ideato da Zero Pixel, MyShot è cresciuto anno dopo anno fino a diventare uno dei contest più longevi del settore. Nel tempo ha coinvolto oltre 5.000 partecipanti, costruendo una community internazionale che riconosce in questo progetto non solo un’occasione competitiva, ma un luogo di racconto, confronto e consapevolezza.
Perché il mare non ha voce: sono le immagini a parlare per lui. Da vent’anni, MyShot è la scena su cui quelle voci trovano luce.
La giuria dell’edizione 2025 - composta da Pietro Formis, Cristian Umili, Adriano Penco, Marco Daturi ed Emilio Mancuso - ha selezionato i vincitori tra le categorie fotografiche e video del concorso.
Ecco l’elenco completo dei classificati, disponibile anche sul sito ufficiale del contest: www.zeropixel.it/myshot
Categoria Acque dolci. «Fiumi, laghi e grotte. L’altra metà del mondo sommerso, spesso dimenticata, tutta da riscoprire»: 1° Alessandro Giannaccini; 2° Stefano Cerbai; 3° Salvatore Ianniello
Categoria Mediterraneo. «Il nostro mare, fragile e ricco. Foto scattate nelle acque del Mediterraneo, tra relitti, paesaggi e biodiversità locale»: 1° Marco Fantin; 2° Lorenzo Terraneo; 3° Marco Tagliabue
Categoria Pesci e Sub. «Il rapporto tra subacqueo e creature marine. Una categoria per raccontare l’incontro (o lo scontro) tra due mondi»: 1° Davide Lombroso; 2° Pietro Cremone: 3° Andrea Montesi
Categoria Sotto Pressione. «Il mare sotto assedio. Immagini che documentano i segni dell’impatto umano: plastica, detriti, relitti, cambiamenti ambientali»: 1° Armando Piccinini; 2° Giovanni De Marco; 3° Laura Giavardi
Categoria Tropici. «Un’esplosione di colori e luce. Le immersioni tropicali tra coralli, pareti verticali e fauna multiforme»: 1° Marco Domenicucci; 2° Santo Tirnetta; 3° Mauro Salis
Per Marco Daturi, fondatore di ScubaPortal e ideatore di MyShot, questa ventesima edizione rappresenta un traguardo dal forte valore simbolico: «Venti edizioni sono un traguardo che mi emoziona profondamente. MyShot è nato quasi per gioco, come un modo per condividere la meraviglia della fotografia subacquea. Mai avrei immaginato che, vent’anni dopo, ci saremmo trovati con una community così numerosa, migliaia di scatti ricevuti e soprattutto tantissime storie da raccontare. La vera forza di MyShot è sempre stata questa: mettere la bellezza al servizio della consapevolezza».
«Ogni anno resto sorpreso dalla qualità delle opere che riceviamo: fotografi esperti, appassionati e subacquei capaci di farci vedere il mare con una luce nuova -aggiunge Daturi-. Ma quest’anno, insieme alla meraviglia, sono arrivate tante testimonianze di un mare sotto pressione. È una bellezza che non possiamo più dare per scontata. Noi sub siamo, nel bene e nel male, gli ambassador del mare: i suoi occhi, la sua memoria e – quando serve – la sua voce. È questo, forse, il senso più profondo di MyShot: trasformare lo stupore in responsabilità».
Con la ventesima edizione si chiude un nuovo capitolo di un percorso che continua a evolvere. E già dalle immagini emerse quest’anno si intuisce che il futuro del contest continuerà a intrecciare emozione, tecnica e un'attenzione sempre più urgente verso la tutela degli ecosistemi marini.
Esistono artisti che non abitano un genere, ma li attraversano tutti, quasi per un’urgenza ontologica di non lasciarsi imbrigliare da un’unica definizione. Gianni Mauro, salernitano di radici e romano d’adozione da oltre quarant’anni, appartiene a questa rara genia di funamboli dell’ingegno. Definirlo poliedrico sarebbe riduttivo; Gianni è, piuttosto, un architetto della parola e della nota, capace di edificare un immaginario dove il teatro-canzone sposa la narrativa esistenziale. Il suo percorso è iniziato nel 1976 sotto l’egida della casa discografica RCA, ma è nell’epopea dei Pandemonium che la sua figura di leader e autore si staglia nel panorama nazionale.
La sua penna, feconda e mai banale, ha nutrito il repertorio di giganti del calibro di Gabriella Ferri, Gigi Proietti e Lando Fiorini. Chi non ricorda la colta irriverenza di "Tu fai schifo sempre" al Festival di Sanremo del 1979? Oppure, quella iconica partecipazione sanremese del 1978, quando la sua voce risuonava nel contrappunto finale di "Gianna" accanto all'amico Rino Gaetano, interprete di un brano divenuto un successo senza tempo? Tuttavia, oltre quanto poc'anzi citato, questo artista non è solo l’uomo del palco sanremese. È il sarto invisibile dietro le quinte di certa cinematografia cult italiana: dalle colonne sonore per il Celentano de "Il bisbetico domato" alla poetica rurale del Pozzetto ne "Il ragazzo di campagna"; le sue collaborazioni con Detto Mariano hanno segnato l’estetica sonora di un’epoca. Il teatro lo ha visto protagonista accanto a mostri sacri, come Gigi Proietti, Oreste Lionello, Renato Rascel e Gino Bramieri, ma è nella maturità che l’artista compie la sua virata più intimista. Dal 2006, la sua scrittura si è fatta scavo psicologico: i suoi libri di narrativa indagano il mal de vivre con una lucidità quasi chirurgica, mentre la sua poesia si offre come distillato di una sensibilità inquieta. Dopo lo scioglimento dei Pandemonium, avvenuto nel 2017, Gianni Mauro ha scelto una nuova genesi, continuando la sua carriera come cantautore, attore e scrittore. Dallo schermo cinematografico - accanto a Mattioli e Rizzo in "Passpartù" (2018) - al ritorno discografico con l’album "In arte Gianni Mauro dei Pandemonium" (2023), la sua parabola continua a sfidare le leggi del tempo. Il 2026 si preannuncia come l’anno di una nuova epifania creativa. Con il CD "Le donne volano" l'artista torna ad omaggiare l’universo femminile, mentre la raccolta di racconti di prossima pubblicazione "Guendalina (Non si vede e non si sente)" (Ed. Il Papavero) promette di riconfermarlo come uno degli osservatori più acuti e raffinati della commedia umana contemporanea. In lui, l'arte non è un mestiere, ma una continua, necessaria reinvenzione di sé.
1) Attraverso la lettura del libro “Guendalina”, pagina dopo pagina, emerge una costellazione di riferimenti imponenti, da Ionesco a Beckett, sino a Kafka e Pirandello. In che modo "Guendalina" si inserisce in questa tradizione, senza restarne schiacciata e qual è l'elemento di rottura originale che ha voluto introdurre rispetto ai padri del "teatro dell'assurdo"?
In realtà, questi che io definisco “semplicemente racconti”, sarebbe più corretto definirli “monologhi teatrali”. E già, poiché ad analizzarli con molta attenzione non sono delle cosiddette “novelle”, ma più propriamente dei “soliloqui”, o dei brevi o lunghi “piccoli atti unici”. Fatta eccezione per quello che dà il titolo alla raccolta “Guendalina (Non si vede e non si sente)” che è una vera e propria pièce teatrale in due atti. Ricollegandomi al geniale Luigi Pirandello, molte “Novelle per un anno”, di questo straordinario scrittore sono diventate delle intense e profonde “commedie drammatiche”. Basti pensare a “Così è (se vi pare)”, “Pensaci Giacomino!”,”Lumie di Sicilia” e molte altre. La commedia che caratterizza questa mia nuova opera di prossima pubblicazione non si discosta molto dal fil rouge che lega le opere di Ionesco, Beckett, o Kafka, dal momento che mantiene la stessa paradossalità, la stessa stravaganza, la stessa estrosità dei suddetti grandi autori, ma inserisce degli elementi di mistero, di imperscrutabile, di enigmatico, di oscuro.
2) Lei cita Achille Campanile ed Ennio Flaiano, maestri di un umorismo colto e spiazzante. Come riesce a bilanciare la dissacrazione e il gusto del paradossale con i temi profondi dell'incomunicabilità e della crisi dell'io?
Io credo che nell’umorismo dissacrante di Campanile o di Flaiano, siano comunque presenti elementi non facili da cogliere, ma che nascondono, tra le righe, molte tematiche concernenti l’incomunicabilità e il mal de vivre. Basti pensare a “Visita di condoglianze” di Achille Campanile. Oppure, per citare un altro grande commediografo irriverente, quale è stato Eugene Ionesco che nella “Cantatrice calva”, ci fa intuire quanto sia difficile “comunicare”. Nella suddetta opera di Ionesco, ci troviamo in un mondo di isolati e di emarginati, ognuno dei quali parla a vanvera e senza alcun nesso logico con chi ha espresso un pensiero prima di lui. E come definirla questa condizione se non “Incomunicabilità”?!
3) Nel racconto "Faunia Farley", il palazzo della letteratura mondiale è custodito da Don Rafele, figura iconica di Eduardo De Filippo. Qual è il motivo per cui ha scelto proprio un personaggio del teatro di tradizione napoletana per fare da filtro critico ed ironico verso i classici universali?
“Il racconto teatrale” “Faunia Farley” che è in realtà un viaggio immaginario, in tutta o in buona parte, nella letteratura mondiale si avvale del contributo del protagonista di “Questi Fantasmi” di Eduardo De Filippo. E’ quasi tutto in lingua napoletana e non a caso. Il portiere Don Rafele nella sua ignoranza crassa fa sorridere perché dà una lettura, sui generis, dei protagonisti di grandi opere quali “La metamorfosi”, capolavoro di Franz Kafka che tocca con profondità il tema del “diverso”. Il personaggio centrale Gregory Samsa, che si risveglia trasformato in un enorme scarafaggio e per questo motivo viene rifiutato dalla famiglia, in quanto non è considerato più un cosiddetto “normale”, nella bizzarra visione del “portiere di “Questi fantasmi”, diventa ” uno dei Bitols” che venivano definiti “Gli scarafaggi di Liverpul”.
4) Nel suo volume il passaggio dalla prosa narrativa al monologo teatrale sembra essere fluido. Quale sfida tecnica ha affrontato nel rendere la parola scritta in grado di conservare la forza performativa necessaria per la scena?
Come già ho accennato in precedenza, facendo riferimento alle “Novelle per un anno” di Pirandello, spesso il grande autore agrigentino ampliava il concetto centrale di un racconto e lo strutturava come un’opera teatrale. Non è estremamente complicato trasformare una narrazione in una commedia teatrale. Quante volte, leggendo un racconto o un romanzo, lo abbiamo immaginato come un film, o una rappresentazione teatrale. Anche questo mio libro, che voleva essere solo un insieme di racconti, sono riuscito a farlo diventare, in buona parte, un insieme di brevi atti unici, o addirittura una pièce teatrale in due atti.
5) In "L’intruso", lei evoca "Lo straniero" di Albert Camus per trattare il tema del non riconoscere se stessi. In un’epoca di sovraesposizione dell’immagine, per quale ragione ritiene che l’assurdità narrativa sia ancora lo strumento più efficace per descrivere l’alienazione contemporanea?
Ci sono dei temi spesso ricorrenti nella mia scrittura. Uno di questi è “la perdita dell’identità”, che potrei definire anche come “il non riconoscere più se stessi”. In altre parole, in noi si crea una sorta di schizofrenia. “Lo Straniero” - del già citato Camus - descrive proprio questa assurda situazione. Il protagonista crea una frattura con se stesso. E, addirittura, quando viene condannato a morte, vive la situazione estraniandosi, come se non gli appartenesse affatto. Diciamo che egli vive la realtà come un “sogno che non gli appartiene”. Collegandomi ora allo straordinario poeta Edgar Allan Poe, egli conclude una sua lirica affermando: ” Tutto quello che vediamo, tutto quello che sembriamo è solamente un sogno dentro un sogno”.
6) L’equivoco e il "giuoco delle parti" pirandelliano in "Sbaglio o ci conosciamo" - che esplora le convenzioni e i ruoli sociali, trasformando la vita in un paradosso logico - suggeriscono l’inesistenza di una verità oggettiva. Il sorriso che scaturisce da queste pagine è un qualcosa di liberatorio, piuttosto che una forma di amara rassegnazione?
Diciamo che in questo piccolo monologo ” “Sbaglio o ci conosciamo” se, da una parte, potremmo dire che si vuole sottolineare l’assenza di una verità oggettiva, potremmo anche dire, a maggior ragione, che non esiste una sola verità. La verità non è assoluta, ma dipende da quale prospettiva viene guardata. Nella circostanza analizzata in questo breve racconto teatrale ci troviamo dinanzi a due ipotetiche verità, entrambe possibili, se osservate da due angolazioni completamente diverse. Tuttavia, alla fine del minimonologo c’è un coup de théâtre imprevedibile, che rimette completamente in gioco le due “presunte verità”.
7) La sua scrittura viene definita visionaria, onirica e kafkiana. Si tratta di un processo creativo che parte da un'immagine distorta della realtà, oppure da una riflessione filosofica che poi si traduce in paradosso?
Il mio modo di scrivere si potrebbe definire “una scrittura surrealista”. E, quindi, è al tempo stesso visionario, onirico e, perché no, kafkiano. Infatti, il movimento artistico e letterario definito Surrealismo, nato negli anni '20 a Parigi, guidato da André Breton, cerca di liberare il pensiero dalla logica e dalla morale razionale, attingendo dall'inconscio, dai sogni e dall'automatismo psichico. Quindi si tratta, al tempo stesso, di un processo creativo che parte da un'immagine distorta della realtà e, contemporaneamente, di una riflessione filosofica che poi si traduce in paradosso.
8) La pièce teatrale conclusiva, che dà il titolo al volume, promette di lasciare il lettore esterrefatto e aggiunge una cifra di mistero. Senza svelare troppo, quanto è importante per lei il concetto di "mistero" come chiusura di un percorso dedicato al surrealismo?
Esiste un legame forte fra Surrealismo e mistero. In effetti, il Surrealismo esplora l'inconscio, i sogni, l'irrazionale e l'ignoto. In questo modo, cerca di rivelare una "realtà superiore", al di là della logica e della ragione. Basti pensare ad artisti come Magritte - con i suoi enigmi visivi - che ha reso il mistero un elemento centrale della propria arte, spiazzando lo spettatore e invitandolo a interrogarsi sul significato profondo delle cose.
9)L’episodio di Don Rafele - che definisce Gregor Samsa "uno dei Bitols" - rappresenta una geniale collisione tra cultura "alta" e "bassa". Si tratta, forse, di un modo per rivendicare una certa vitalità popolare contro l'accademismo letterario?
Attraverso il personaggio Don Rafele, il portinaio di “Questi fantasmi” di Eduardo, con la sua “ingenuità popolaresca” ho voluto senza alcun dubbio “rivendicare una vitalità popolare contro l'accademismo letterario”. Don Rafele, oltretutto, con i suoi “per sentito dire” tipico del “gioco degli equivoci” riesce a dare una visione singolare, originale, bizzarra delle grandi opere letterarie mondiali strappando, involontariamente, delle risate incontrollabili.
10) Il sottotitolo della sua opera recita "non si vede e non si sente". In un mondo saturo di stimoli visivi e uditivi, ma al contempo defraudato dei modelli valoriali fondanti, il personaggio Guendalina rappresenta un'assenza metafisica, oppure una critica al silenzio forzato dell'individuo moderno?
Il personaggio “Guendalina” che appunto “non si vede e non si sente” potrebbe essere un “non personaggio, o meglio, un soggetto inesistente”. Comunque, nello svolgimento della trama della pièce teatrale anche per gli altri personaggi che interagiscono in questa commedia surreale e fortemente enigmatica ci si potrebbe chiedere se siano dei “non personaggi”, ovvero dei soggetti inesistenti. Forse, nella inaspettata scena conclusiva, attraverso un abilissimo plot twist, si potrebbe scoprire che solo Guendalina, probabilmente, è l’unica “davvero esistente”.
11) Per concludere, cosa si aspetta da questo anno appena iniziato?
Dal 2026 non mi aspetto nulla di diverso da tutto ciò che ha rappresentato la mia storia artistica fino ad oggi. Spero di conservare sempre la creatività, la fantasia e, soprattutto, la lucidità mentale che mi hanno permesso di scrivere centinaia di canzoni e di pubblicare circa 15 libri, fra raccolte di racconti, romanzi e sillogi poetiche.
Un cantiere romano antico straordinariamente ben conservato a Pompei ha fornito la prova più chiara finora di come i costruttori romani realizzavano il loro celebre e durevole opus caementicium, confermando che impiegavano un approccio di “hot‑mixing” che intrappolava clasti di calce reattiva nel materiale e poneva le basi per secoli di autoriparazione. La notizia è stata riportata in un articolo scientifico oggi pubblicato sulla autorevole rivista Nature Communications.
Il team della Massachusetts Institute of Technology (MIT), in collaborazione con il team del Parco di Pompei e l'Università degli Studi del Sannio, ha campionato nella Regio IX cumuli di materie prime pre‑miscelate a secco, un muro in corso d’opera e persino riparazioni antiche, il tutto all’interno di un unico contesto di officina sigillato dall’eruzione del 79 d.C. All’interno di quei cumuli di materie prime, il gruppo ha trovato frammenti di quello che all'origine era calce viva: la prova inequivocabile che i Romani macinavano calce viva a la miscelavano a secco con la pozzolana prima di aggiungere l’acqua direttamente in cantiere. “È una collaborazione internazionale di altissimo profilo- ha dichiarato il Direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel- che dimostra che i parchi archeologici italiani sono anche enti di ricerca di primo ordine.”
Il contributo di Pompei è straordinario poiché il sito conserva strumenti, cumuli di materie prime e muri in più fasi all’interno della stessa area di lavoro, così ancorando la tecnologia a un tempo e a una pratica precisi, invece che a frammenti isolati di strutture finite. Quell’«officina congelata» trasforma l’ipotesi in dimostrazione: hot‑mixing non era soltanto possibile nel mondo romano — veniva messo in pratica, sul campo e su larga scala, nel 79 d.C. La capacità di autoriparazione, resa possibile dall’approccio di hot‑mixing e dai componenti vulcanici reattivi, apre la strada a materiali più durevoli e a tecniche di restauro più efficaci e sostenibili.
Recenti scavi nella Regio IX di Pompei hanno portato alla luce un antico sito di costruzione intatto, secondo la rivista Nature Communications. secondo offrendo spunti sulle tecniche edilizie romane all'epoca dell'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. L'analisi microstrutturale e chimica dei materiali raccolti da muri già costruiti, muri in costruzione e cumuli di materia prima secca adiacenti mostra in modo inequivocabile come la calce viva sia stata premiscelata con il pozzolan secco prima di aggiungere acqua nella creazione del calcestruzzo romano. Questo metodo costruttivo, noto anche come miscelazione a caldo, provoca una reazione esotermica all'interno della malta e la formazione di clasti calcari, fattori chiave che contribuiscono all'auto-guarigione e alla reattività post-pozzolanica delle malta idrauliche.
L'analisi dei bordi di reazione attorno agli aggregati vulcanici dimostra rimodellamento interfacciale aggregato/matrice, dove gli ioni calcio derivanti dalla dissoluzione di clasti calcari diffondono e rimineralizzano, producendo fasi amorfe e vari polimorfi di carbonato di calcio (inclusi calcite e aragonite). Inoltre, la scoperta parallela di materiali e strumenti per muratura permette di chiarire l'intero flusso di lavoro costruttivo, inclusi i passaggi necessari per lavorare le malta di legaggio e gli aggregati più grandi (caementa). Questi risultati fanno avanzare la nostra comprensione della costruzione romana antica e dell'evoluzione dei materiali a lungo termine, fornendo una base scientifica per sviluppare cementi e materiali di restauro più durevoli e sostenibili ispirati alle pratiche antiche.
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