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Lunedì, 13 Luglio 2026

Cirò e Cosenza sul podio del design: l’etichetta di Rosél, vino rosato dell’Azienda Agricola Francesco D’Agostino, realtà legata al territorio di Cirò, ha vinto il Premio Nazionale Etichetta d’Oro 2026 nella categoria “vini rosati”. Il riconoscimento porta la firma di Studio La Regina, studio di design e comunicazione visiva con sede a Cosenza, autore del concept e del progetto grafico dell’etichetta.

La cerimonia di premiazione si è svolta sabato 27 giugno al MiG – Musei in Grotta di Cupramontana (AN), all’interno del Museo Internazionale dell’Etichetta del Vino, sede dello storico concorso dedicato alle migliori etichette italiane di vino, birra e distillati. Promosso dal Comune di Cupramontana in collaborazione con il Museo Internazionale dell’Etichetta del Vino, il Premio Nazionale Etichetta d’Oro, giunto alla XXXII edizione, valorizza i progetti che si distinguono per qualità grafica, efficacia comunicativa e capacità di esprimere l’identità del prodotto.

In questo contesto, il riconoscimento ottenuto da Rosél premia il lavoro svolto sull’etichetta come strumento di narrazione, posizionamento e valorizzazione del brand. Il nome Rosél unisce Rosa ed Elena, le figlie dei produttori, e trasforma un legame familiare in un segno distintivo, capace di dare al prodotto un’identità chiara e riconoscibile.

Dal punto di vista progettuale, l’etichetta si ispira al mondo della moda e dei tessuti di pregio, traducendo questi riferimenti in una composizione visiva fatta di texture, rilievi e trasparenze. La stampa, curata da Auroflex, ha avuto un ruolo essenziale nel rendere concreto il progetto, restituendo con precisione matericità, profondità e qualità esecutiva. In questo modo, l’idea grafica si è tradotta in un’etichetta capace di coniugare ricerca visiva e qualità realizzativa.

Con questa assegnazione, l’etichetta di Rosél entra nella collezione permanente del Museo Internazionale dell’Etichetta del Vino di Cupramontana e sarà inserita anche nel Centro di Documentazione sul Progetto Grafico dell’AIAP. Si tratta di un passaggio particolarmente significativo, perché l’AIAP CDPG conserva oltre 70.000 artefatti tra archivi di progetto, fondi e collezioni, oltre a più di 8.000 tra volumi e riviste dedicate alla cultura del progetto grafico, configurandosi come uno dei principali luoghi di documentazione e valorizzazione del design della comunicazione in Italia. L’ingresso di Rosél in questo archivio non rappresenta quindi solo una conseguenza del premio, ma il riconoscimento del progetto all’interno di un contesto culturale e documentale di rilievo nazionale.

Il premio ottenuto da Rosél si inserisce inoltre in un 2026 particolarmente positivo per Studio La Regina, segnato da risultati che stanno consolidando il posizionamento dello studio nel campo del packaging design per il vino e per il beverage. Tra i riconoscimenti più rilevanti dell’anno spiccano anche due Gold Award al Vinitaly Design Award, ottenuti con i progetti Amaro Cheers e Ginnasium / Contrasti, entrambi firmati dallo studio. In questo quadro, il premio di Cupramontana conferma la continuità di un percorso fondato su ricerca visiva, attenzione ai materiali, dialogo con i produttori e cura della realizzazione esecutiva.

 

Amedeo Peter Giannini (1870-1949), figlio di immigrati liguri, mette a frutto le attività imprenditoriali e bancarie della famiglia con uno spirito nuovo: prestare denaro a chi non dà garanzie. Prevalentemente si tratta di immigrati italiani e fonda la Bank of Italy, inaugura la banca etica, ma non solo, investe nella costruzione del ponte di san Francisco, il Golden Gate, dando fiducia a chi ha idee innovative. Ma anche Walt Disney che non aveva fondi per finire “Biancaneve e i sette nani”, trova in “A.P.”, come veniva chiamato il banchiere italo americano, chi crede in lui e lo aiuta a terminare il suo lavoro. Aiuterà anche Charly Chaplin e Frank Capra. Inventa la filiale della banca perché l’agricoltore, che abita lontano dalla città, ha difficoltà a recarsi in banca e allora la banca deve andare da lui. La Bank of Italy, diventerà la Bank of America, la più grande banca del mondo che aiuterà i figli dei militari italo americani in prigionia e la ricostruzione col Piano Marshall. Un personaggio straordinario la cui biografia è descritta in una mostra presentata al Meeting di Rimini nel 2025 e che adesso è a disposizione per far conoscere questa figura di banchiere che rimase segnato da un grave episodio avvenuto quando era bambino. Suo padre venne ucciso da un operaio perché pretendeva la paga nonostante non avesse lavorato, un dollaro. “Questa esperienza gli lasciò un pensiero indelebile: “Non si può morire per un dollaro”. Tale convinzione, si legge nel volume realizzato in occasione della mostra, rimase impresso nella sua mente e segnò la sua vita professionale”. Il volume ripercorre la storia della sua famiglia emigrata dalla Liguria nella seconda metà del XIX secolo in California dove, nel 1870 nacque Amedeo Peter. Studioso brillante, lo era altrettanto nel lavoro riuscendo a conciliare entrambi, e grazie alla lungimiranza del patrigno, Lorenzo Scatena, riuscì a mettere a frutto il suo grande talento imprenditoriale. Aveva idee innovative: il cuore del commercio era conoscere i clienti. “teneva le pubbliche relazioni come nessuno”. Scriveva agli agricoltori e riceveva ordini anche da chi non aveva contattato: aveva inventato il commercio per corrispondenza. Un’altra eredità sarà fondamentale nella sua vita professionale: nel 1902 muore il suocero che lascia in eredità anche una quota azionaria in una banca. Giannini comincia a studiare e documentarsi scoprendo che già nel Medioevo erano nati i Monti di Pietà per aiutare quanti erano vittime dell’usura. Questo spirito lo convinse ad entrare nel mondo bancario, ma fondando una banca sua, la Bank of Italy che doveva erogare il credito purché fossero persone oneste e che volessero lavorare: “la crescita del cliente è l’obbiettivo che garantisce anche la crescita della Banca”. E questo fara specialmente dopo il disastroso terremoto che colpì San Francisco nel 1906. “Quando nel 1930 Bank of Italy diverrà Bank of America, il 96% dei micro prestiti senza collaterali erano stati rimborsati”. Senza collaterali significa senza garanzie, Giannini capisce da poche semplici cose se la persona è affidabile: “i calli sulle mani e l’affezione alla famiglia”. Famiglia e lavoro, i fondamenti che fanno l’affidabilità di una persona, L’insegnamento di Giannini, che la mamma chiama Amedeo, colui che ama Dio, ha come modello san Francesco: “Come san Francesco, fate del bene, non teorizzate soltanto sulla bontà”, scrive nel suo testamento il 3 ottobre del 1945. Morì il 3 giugno 1949 con un patrimonio personale inferiore a quando aveva fondato la banca perché diceva: “Non voglio diventare troppo ricco perché alla fine la ricchezza possiede te”. Al suo funerale migliaia di persone, ma nel paese natale della sua famiglia è ancora poco conosciuto e questa mostra contribuirà a far conoscere questo grande personaggio, un banchiere particolare, ispirato dall’amore verso il prossimo e dai principi cristiani.

L'attrice e scrittrice sarà ospite d'onore il 16 luglio a Cetara per presentare il bestseller "La vicina di Zeffirelli" all'interno della 20ª edizione della Festa del Libro in Mediterraneo.

Un traguardo storico che unisce il grande cinema alla letteratura nazionale. L'attrice e scrittrice Gaia Zucchi sarà una dei protagonisti della serata del prossimo 16 luglio 2026, durante la quale riceverà il prestigioso Premio Mare di Costa speciale del ventennale. Il riconoscimento le verrà conferito nell'ambito della ventesima edizione di ..incostieraamalfitana.it - Festa del Libro in Mediterraneo, la kermesse che da due decenni illumina il panorama culturale della costiera e del Paese.

Il suggestivo scenario di Piazza San Francesco a Cetara, a partire dalle ore 20:00, farà da cornice a un appuntamento che si preannuncia di grande richiamo. Oltre a ritirare il premio, l'autrice dialogherà con il direttore organizzativo della rassegna, Alfonso Bottone, svelando i retroscena e le ispirazioni del suo volume di successo, "La vicina di Zeffirelli", stabilmente posizionato tra i bestseller più apprezzati dal pubblico.
L'assegnazione di questo premio straordinario rientra nelle celebrazioni per la ventesima candelina della manifestazione. Un anniversario che il direttore Alfonso Bottone ha commentato con profonda soddisfazione, ricordando come la Festa del Libro sia nata per costruire ponti culturali, promuovere il dialogo e diffondere l'amore per la lettura in tutto il bacino del Mediterraneo. Per sancire la rilevanza di questa ricorrenza, l'organizzazione ha istituito i Premi Mare di Costa speciali, destinati a figure di spicco che hanno offerto un contributo d'eccellenza alla divulgazione culturale.

L'incontro con Gaia Zucchi si attesta sin d'ora come uno dei momenti di punta del cartellone 2026 della kermesse, una realtà che ribadisce il proprio ruolo di centralità sia come presidio culturale per il territorio campano, sia come evento di rilievo nel calendario editoriale italiano.

 

A Ragusa, sabato 25 luglio 2026, la storica Piazza Libertà tornerà a farsi scenario e fulcro della XXXI edizione del Premio Ragusani nel Mondo, consueta kermesse ad accesso libero promossa dall’omonimo sodalizio.
Il prestigioso evento si configura, oggi più che mai, come un laboratorio di profonda riflessione e di prospettico rilancio strutturale. L’associazione, infatti, è tesa a esplorare inediti orizzonti strategici, disamine logistiche e sinergie istituzionali volte a sublimare la vocazione del Premio quale fulgido strumento di valorizzazione esogena del territorio.

Inalterata permane l'intrinseca missione della manifestazione: una rigorosa ricognizione del genio ibleo che si dipana tra storie di eccellenza, rettitudine professionale, capacità creativa e lungimiranza intellettuale.
Un mosaico umano in perenne rinnovamento, alimentato da un costante afflusso di segnalazioni da ogni latitudine del mondo.
Per l'edizione corrente, il direttivo ha selezionato cinque specchiate personalità dell’emigrazione intellettuale, cui si unisce un Premio Speciale.
Di seguito una breve presentazione dei premiati.

Francesco Arezzo: insigne medico odontoiatra, assurto alla massima dignità internazionale del Rotary, terzo italiano nella storia a reggere tale altissimo magistero.

Giuseppe Maltese: diabetologo ed endocrinologo di chiara fama, sviluppata in Inghilterra. Egli coniuga con rigore l'attività clinica, la docenza accademica e la ricerca scientifica nella lotta alla patologia diabetica.

Vito Zagarrio: autorevole regista, sceneggiatore e cattedratico, la cui opera cinematografica e l'infaticabile animazione culturale hanno conferito lustro e internazionalità alle terre iblee.

Ignazio Giardina: comandante di lungo corso e custode di una solida perizia nautica, figura di vertice nella conduzione transoceanica di maestose unità passeggeri.

Gianluca Caputo: architetto di respiro europeo operante in un primario studio associato parigino, la cui matita firma complessi e innovativi spazi di espressione museale e performativa.

Silvia Di Falco (Premio Speciale): soprano di acclarato talento lirico, le cui doti vocali hanno calcato i più severi palcoscenici globali, affiancando all’arte la direzione di storici festival musicali e rassegne, segnatamente nell'anfiteatro di Taormina.

«Il legame simbiotico con la terra natia permarrà indissolubile finché vi saranno uomini capaci di tradurre i valori nativi in eccellenza universale» - ha dichiarato il Presidente Salvatore Brinch - indicando nel rinnovamento formale la via per custodire intatta l’identità dell’evento. A fargli eco è il Direttore Sebastiano D’Angelo, il quale rivendica con legittimo orgoglio un trentennale cammino teso a edificare un ideale ponte transatlantico, trasformando le singole biografie in una corale e monumentale narrazione dell’identità collettiva.

L’alto profilo della cerimonia si avvarrà, come sempre, di una collaudata macchina editoriale e artistica: l’estro grafico del curatore dell'impaginazione del catalogo Emanuele Cavarra, le partiture orchestrali del M° Peppe Arezzo, la conduzione affidata alla professionalità di Salvo Falcone e Caterina Gurrieri, la collaborazione della società Ideology per la produzione dei video e delle schede, la comunicazione media a cura di MediaLive e la regia video di Video Tech.
Si rinnova così un rito che rende omaggio all'eccellenza operosa della comunità iblea, capace di proiettare la propria identità e cultura nel consesso delle nazioni.

 

Intervista a Goffredo Palmerini

 

di Stefania Del Monte *

L’Aquila è la Capitale Italiana della Cultura per il 2026: un riconoscimento che restituisce pienamente alla città il ruolo che le appartiene per storia, patrimonio artistico, vitalità culturale e capacità di rinascita. Non si tratta soltanto di un titolo prestigioso ma della consacrazione di un percorso che affonda le radici in oltre sette secoli di storia.

 Custode di uno dei più importanti centri storici d’Italia, di straordinari monumenti, di una tradizione culturale viva e della Perdonanza Celestiniana, patrimonio immateriale dell’UNESCO, L’Aquila si presenta oggi come un luogo in cui memoria e innovazione convivono armoniosamente. Una città che continua a produrre cultura, ricerca, arte e conoscenza.

 A raccontare il significato profondo di questo anno speciale è Goffredo Palmerini, giornalista, scrittore ed ex vicesindaco dell’Aquila, da sempre tra i più autorevoli interpreti della storia e dell’identità aquilana. Attraverso il suo racconto emerge il volto autentico di una città che ha saputo trasformare le prove più difficili in occasioni di crescita e che oggi, da Capitale Italiana della Cultura, offre all'Italia e al mondo un messaggio di bellezza, resilienza, dialogo e speranza.

 L'Aquila è stata nominata Capitale Italiana della Cultura 2026. Da aquilano e protagonista della vita amministrativa cittadina per quasi trent'anni, che significato attribuisce a questo riconoscimento?

 L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026 non è soltanto un titolo, è uno specchio che finalmente restituisce al Paese l’immagine autentica di una città straordinaria. Da un lato, certifica la ricchezza del suo patrimonio artistico: un centro storico vastissimo, racchiuso da oltre sei chilometri di mura trecentesche, dove quasi duemila emergenze architettoniche e monumentali sono censite e protette dal Ministero. Dall’altro, riconosce la vitalità di una produzione culturale che, per qualità e densità, non ha paragoni in Italia in rapporto al numero degli abitanti.

 C’è però un significato più profondo. Questo riconoscimento premia una comunità che ha saputo resistere e rinascere dopo il terremoto del 6 aprile 2009. L’Aquila non è una città che si reinventa.  È una città che si rivela. La sua storia lo dimostra. Fondata nel 1254 da una settantina di Castelli, ciascuno chiamato a edificare un quartiere “al massimo della bellezza”, nacque come progetto urbano armonico, non per aggregazioni casuali. Come ricorda Pierre Lavedan, nella storia dell’urbanesimo europeo non era mai accaduto nulla di simile. Solo San Pietroburgo nel 1703 e Brasilia nella seconda metà del Novecento avrebbero riproposto un’idea così visionaria. Questa è la prima, irripetibile modernità dell’Aquila.

 Lei ha raccontato L'Aquila in molti suoi libri. Quali caratteristiche rendono questa città unica nel panorama culturale italiano?

 Per tre secoli L’Aquila fu una città di rango europeo, seconda città del Regno dopo Napoli, protagonista dei commerci della lana e dello zafferano, dotata di una governance civile e politica originalissima. La Civitas nova e i Castelli fondatori erano legati da un sistema di diritti e doveri reciproci che anticipava forme di democrazia partecipata. Le cinque Arti, depositarie del potere cittadino, seppero valorizzare il privilegio di essere città di confine, conquistando un’autonomia che oggi definiremmo “avanzata”. La città aveva una sua “costituzione” negli Statuti, batteva moneta, godeva di un regime fiscale favorevole e, dal 1464, del diritto di istituire un’università. Era un luogo aperto all’innovazione: nel 1482 Adam Burkardt di Rottweil, allievo di Gutenberg, vi fondò una delle prime stamperie d’Italia (la terza, dopo quelle di Venezia nel 1469 e Foligno nel 1470). Una borghesia colta e illuminata completava il quadro di una città dinamica, moderna, sorprendentemente europea.

 Poi vennero la rivolta del 1528 contro i dominatori spagnoli, la repressione e la cesura tra città e contado, cui seguì una decadenza lunga oltre un secolo, anche per le conseguenze del devastante terremoto del 2 febbraio 1703. Ma L’Aquila ha una caratteristica che la rende unica, la capacità di risorgere. Dai terremoti, dalle guerre, dalle dittature. Nel secondo dopoguerra, con la libertà riconquistata e con la Repubblica, nascono la Società dei Concerti, l’Istituzione Sinfonica Abruzzese con un’orchestra stabile, il Teatro Stabile dell’Aquila, poi d’Abruzzo, l’Università degli Studi, l’Accademia di Belle Arti, il Conservatorio di Musica, l’Istituto Cinematografico “La Lanterna Magica”, l’Accademia per le Arti e le Scienze dell’Immagine, il Teatro d’innovazione “L’Uovo”, infine il Gran Sasso Science Institute. L’Aquila non distribuisce cultura. La produce. La genera. La rinnova. E custodisce un patrimonio spirituale che non ha eguali: la Perdonanza Celestiniana, primo giubileo della cristianità (1294), oggi Patrimonio UNESCO. Papa Francesco ha definita L’Aquila «Capitale del Perdono, della Riconciliazione e della Pace». Non è un titolo del passato, è un destino.

 Da anni promuove l'immagine dell'Aquila presso le comunità italiane all'estero. Qual è oggi la percezione della città nel mondo?

 Dopo il sisma del 2009, L’Aquila è diventata una città universale. Il mondo l’ha conosciuta attraverso la sua tragedia, ma anche attraverso la dignità con cui ha saputo affrontarla. Le sue ferite, poi ricucite dalla ricostruzione, hanno fatto il giro del pianeta. E con esse la straordinaria solidarietà ricevuta da ogni parte d’Italia e del mondo. Questo patrimonio morale è oggi una delle sue ricchezze più grandi, un esempio di umanità che contrasta con un mondo segnato da guerre, violenze, tragedie civili. La Perdonanza, con il suo messaggio di pace e riconciliazione, è un ponte ideale tra L’Aquila e il mondo. Il titolo di Capitale della Cultura può amplificare questo messaggio, trasformandolo in un invito universale al dialogo e alla pace.

 Quali luoghi, eventi o simboli consiglierebbe a chi visiterà L’Aquila per la prima volta nel 2026?

 L’Aquila è un giacimento di bellezza diffusa. Nel solo centro storico si contano oltre settanta chiese, un centinaio di palazzi gentilizi, piazze, fontane, porte urbiche, scorci che sembrano usciti da un trattato di urbanistica rinascimentale. Luoghi simbolo imprescindibili della città sono la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, cuore spirituale della città e della Perdonanza, che custodisce le spoglie di Celestino V; la Basilica di San Bernardino, con lo splendido mausoleo rinascimentale, che custodisce il corpo di San Bernardino da Siena, e la Resurrezione, pala d’altare con le ceramiche di Andrea della Robbia; la Fontana delle 99 Cannelle, edificata nel 1274, enigma delle origini e simbolo identitario; il Castello cinquecentesco con il Museo Nazionale d’Abruzzo, scrigno di collezioni e mostre d’arte; poi le piazze, le fontane, le porte della cinta muraria, e in ogni angolo dettagli intriganti e sorprese, una storia tutta da raccontare. L’Aquila è una città che non si visita, si attraversa. E ogni attraversamento è una scoperta.

 Quando e come è nata la sua vocazione alla scrittura?

 La scrittura è nata come un’estensione naturale del mio impegno civile. Dopo quasi trent’anni nelle istituzioni cittadine, nel 2007 ho scelto di dedicarmi al giornalismo internazionale e alla produzione letteraria. Era un modo diverso di servire la mia città, l’Abruzzo, l’Italia. Raccontare l’Italia meno conosciuta – quella dei borghi, delle province, delle eccellenze nascoste – è diventato un modo per colmare un vuoto comunicativo evidente. All’estero i pacchetti turistici si concentrano sulle solite mete. Ma l’Italia profonda custodisce meraviglie che meritano di essere scoperte. La scrittura odeporica è per me un atto di restituzione: informare, incuriosire, far nascere il desiderio di conoscenza.

 Da cosa nasce il suo interesse per l’emigrazione italiana?

 Nasce dall’incontro diretto con le nostre comunità all’estero, durante gli otto anni nel Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo. Da lì si è aperto un mondo: quello degli 80 milioni di oriundi italiani, una “seconda Italia” che vive fuori dai confini ma custodisce la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra memoria. Le visite sono diventate racconti, articoli, libri. Una circolarità di informazioni che ha arricchito la mia comprensione del fenomeno migratorio italiano, una delle più grandi diaspore dell’umanità. Una conoscenza che non tengo gelosa, ma che volentieri metto a disposizione di tutti attraverso la mia attività perché diventi consapevolezza comune.

 Quale immagine dell’Italia ha trovato più viva tra gli emigrati e i loro discendenti?

 Gli italiani all’estero amano l’Italia più di noi che viviamo entro i confini. Ne offrono un’immagine seria, affidabile, laboriosa. Sono i migliori ambasciatori del Paese. Hanno conquistato rispetto e stima con il lavoro, l’ingegno, la creatività. Eppure in Italia persistono stereotipi che impediscono di valorizzare questa risorsa straordinaria. Le generazioni successive alla prima emigrazione hanno raggiunto risultati eccellenti in ogni campo: economia, ricerca, cultura, università, politica. Hanno saputo affermarsi e aggiungere quel quid tutto italiano: la capacità di creare relazioni, di costruire legami, di portare creatività, stile e modo di vivere ovunque.

 Come interpreta i cambiamenti che stanno interessando l’Italia e le nuove forme di mobilità giovanile?

 L’Italia vive un momento difficile, soprattutto per i giovani. La mancanza di riforme strutturali nell’economia e nell’organizzazione statuale, l’innovazione industriale e nei servizi in ritardo, stanno generando da quasi 20 anni a questa parte una nuova emigrazione: fino a 150mila espatri l’anno. È un’emigrazione diversa da quella storica. È un’emigrazione di competenze, di intelligenze, di capitale umano qualificato. Molti giovani, pur diplomati o laureati, non trovano lavoro adeguato o retribuzioni dignitose. All’estero le opportunità sono migliori e più meritocratiche. Servono politiche strutturali, non episodiche, per invertire la tendenza. Concludendo, abbiamo il dovere morale di conoscere e far conoscere la storia della nostra emigrazione. Un rapporto nuovo e maturo tra le due Italie – dentro e fuori i confini – potrebbe generare opportunità straordinarie. Se l’Italia sapesse valorizzare gli 80 milioni di oriundi, potrebbe contare su una comunità di 140 milioni di persone unite dalla lingua, dalla cultura, dall’identità. Sarebbe una forza culturale, economica e perfino politica di portata globale.

https://www.ciaomag.com/home/laquila-cultura-2026

 Stefania Del Monte

Giornalista e scrittrice, è esperta di comunicazione e autrice di pubblicazioni in italiano, inglese e spagnolo. Da molti anni promuove attivamente l’Italia nel mondo attraverso una fitta rete di relazioni internazionali. È stata consigliere dell’Associazione Donne Italiane di Hong Kong, co-fondatrice e responsabile della comunicazione per l’Italian British Association, co-fondatrice e direttore di Ciao Praga e responsabile globale delle Pubbliche Relazioni per l’A.I.M. - Associazione per l’Italia nel Mondo. Ha, inoltre, ricoperto incarichi per l’Università di Cambridge, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, la Banca Mondiale, l’Iniziativa Centro Europea, BP, ENI, AGIP e Alitalia. Attualmente è Direttore di Ciao Magazine e della casa editrice Ciao Publishing (CP Cambridge).

 

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