Lo scrittore Luca Sabatini al Salone Internazionale del Libro di Torino

Luca Sabatini, sociologo e docente di statistica, ha presentato alla XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino il suo romanzo “Il nome sbagliato”. Originario di Campomorone, città della Liguria, vive e lavora a Genova, parla il dialetto ligure che è una grande ricchezza storico-culturale, ha studiato all’estero, a Barcellona, e in Italia a Milano e Pavia conseguendo un dottorato di statistica. Mantiene un forte e radicato legame con il suo paese di origine Santo Stefano, una frazione a Campomorone di circa trecento abitanti e, ogni volta che ritorna a casa, va sempre nel cimitero in cui si trovano i suoi parenti e conoscenti proprio per onorare la loro memoria e mantenere il rapporto con le sue origini e le sue radici storiche.
Di quale argomento tratta il romanzo?
“Il libro che ho scritto ha una peculiarità: è una analisi semiseria dei problemi che molti di noi hanno quando emigrano all’estero, ad esempio per motivi di studio o di lavoro. Si parte sempre con una valigia reale e una invisibile che pesa poco all’inizio e tanto in seguito e, fuori di metafora, mi riferisco al bagaglio costituito dalle tradizioni culturali, dalle credenze e dai valori della società di appartenenza”.
Chi sono i protagonisti del libro e quale ruolo svolgono?
“Il protagonista del racconto è Pasquale che parte da Napoli per trasferirsi a Sesto San Giovanni, considerata “cintura DDR” (Repubblica Democratica Tedesca, ovvero l'ex Germania Est) relegata e contrapposta alla Milano della moda e della finanza. Il suo coinquilino, Tonino, è barese, ha le stesse radici socio-culturali di Pasquale, sono simili ma nel contempo diversi nelle dinamiche tradizionali e relazionali che li uniscono e li rendono affini”.
Nel testo esistono componenti socio-culturali di tradizioni locali?
“Ad esempio il rito del caffè nel Meridione ha un carattere quasi “liturgico” perché questa pratica richiede il compimento di una serie di atti in cui si condivide un prodotto, il caffè, e contemporaneamente si trascorre insieme del tempo conversando. Tonino definisce il rito del caffè il luogo e il tempo in cui il problema è la soluzione, altrimenti è solo problema; per lui la caffettiera giusta è quella da tre e infatti riempie sempre tre tazze anche se meno di tre persone bevono il caffè”.
Pasquale è anche un uomo innamorato, come si sviluppa questo sentimento e le dinamiche che lo sottendono?
“Pasquale, uomo del Sud che è arrivato a Sesto San Giovanni, a un certo punto vuole conoscere una donna, ma ritiene che la città non permetta la possibilità di sviluppare e di creare contatti reali, perciò decide di iscriversi al sito social di incontri “Tinder”. Lui crede che la sua provenienza geo-storica e il suo nome Pasquale Esposito possano costituire un limite, perciò decide di chiamarsi Valentino per muoversi sui social più velocemente attirando l’attenzione femminile. Su Tinder Pasquale-Valentino conosce Chiara di Bergamo e, con questa nuova e diversa identità, Pasquale inizia a costruire un castello di bugie che sarà sempre più difficile e pesante da gestire. Il 13 febbraio Chiara gli scrive in chat: “Che bello, domani ci vediamo” e, per Pasquale, questa frase rappresenta quasi un brusco risveglio nella realtà. Pensa subito al suo vero nome che compare sul citofono di casa e studia come sia possibile cancellarlo.
Pasquale come decide di risolvere la situazione che si è creata con la sua bugia?
“La prima idea che gli viene in mente è quella di posizionare del nastro adesivo isolante sul citofono per coprire la P della dicitura “Esposito P. e Laricchia A.”, ma si accorge che così risulta ancora più evidente proprio ciò che vuole nascondere. Tutta questa scena si svolge mentre è in pigiama e scalzo alle due del mattino; al suo rientro nell’appartamento trova una terza persona che funge da coscienza. L’epilogo sarà a Sesto San Giovanni e in un paesino della riviera ligure”.
Questo è il suo primo romanzo?
“I testi che ho scritto finora hanno riguardato temi e argomenti di natura scientifica, perciò questo libro rappresenta una novità dal punto di vista stilistico e narrativo. Su Facebook inserisco post divertenti che narrano storie e, sempre più amici, mi chiedevano perché non provassi a scrivere un libro. Il post progenitore della attuale storia è stato quello di una persona che aveva dei problemi con il suo nome e è stato lo spunto ispiratore che ha dato il via alla narrazione di questo testo. I riferimenti letterari a cui mi sono ispirato sono stati “L’importanza di chiamarsi Ernesto” di Oscar Wilde e la commedia degli equivoci. Ho ripercorso l’ironia britannica di Wilde e il romanzo è improntato a caratteri di gentilezza che oscillano fra la commedia romantica e la tradizione anglosassone. La storia è caratterizzata dai riti, dalle identità e dalle relazioni fra le persone con una nota stilistica di rigore metodologico che abbina al lato comico uno stile coerente che non deborda mai in un eccessivo realismo”.




















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