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Venerdì, 23 Gennaio 2026

È morto ieri, all’età di 93 anni, lo stilista Valentino Garavani. «Si è spento nella serenità della sua residenza romana, circondato dall’affetto dei suoi cari», si legge nella nota diffusa dalla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. La camera ardente sarà allestita presso PM 23, in piazza Mignanelli 23 a Roma, e sarà aperta al pubblico mercoledì 21 e giovedì 22 gennaio, dalle 11 alle 18.

Valentino Ludovico Clemente Garavani, noto in tutto il mondo semplicemente come Valentino (Voghera, 11 maggio 1932 – Roma, 19 gennaio 2026), è stato uno dei più grandi protagonisti dell’alta moda italiana e il fondatore dell’omonima maison. Attivo sin dagli anni Cinquanta, ha contribuito in maniera decisiva all’affermazione internazionale del Made in Italy nel secondo dopoguerra, diventando un punto di riferimento assoluto dello stile e dell’eleganza del Novecento.

Il primo importante riconoscimento arrivò con la vittoria di un concorso internazionale promosso dall’International Wool Secretariat, volto a sostenere i giovani talenti e a valorizzare la lana. Un successo che gli aprì le porte dell’atelier del couturier francese Jean Dessès. Nel 1957, quando Guy Laroche – allora illustratore nello stesso atelier – fondò la propria maison, Valentino lo seguì, lavorando con lui per circa due anni. Fu un periodo fondamentale per la sua formazione: l’influenza dell’alta moda francese, l’eleganza delle donne parigine e il loro stile di vita raffinato segnarono profondamente la sua idea di lusso e la sua estetica.

Rientrato in Italia, Valentino si stabilì a Roma, dove completò la formazione lavorando prima come allievo nell’atelier di Emilio Schuberth e successivamente collaborando con Vincenzo Ferdinandi, tra i maggiori interpreti dell’alta moda italiana dell’epoca. Nel 1959 aprì il suo primo atelier in via dei Condotti, grazie al sostegno economico del padre e di alcuni finanziatori, dando ufficialmente inizio alla sua avventura imprenditoriale.

I primi anni non furono semplici: i costi elevati e una visione orientata a un lusso estremo misero a dura prova la solidità economica della maison, tanto che alcuni soci si ritirarono. In quegli anni, però, la vita romana di Valentino non era fatta solo di lavoro. «A quel tempo volevo solo divertirmi, guidare una macchina sportiva, prendere il sole in spiaggia, indossare pantaloni di pelle e ballare», ricordava lo stilista. Fu proprio durante una serata mondana che incontrò Giancarlo Giammetti, allora studente di architettura, destinato a diventare il compagno di una vita e il partner fondamentale nella costruzione del successo della maison.

Numerosi e immediati i messaggi di cordoglio dal mondo delle istituzioni, della cultura e dello spettacolo. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo ha ricordato come «maestro indiscusso di stile ed eleganza e simbolo eterno dell’alta moda italiana. Oggi l’Italia perde una leggenda, ma la sua eredità continuerà a ispirare generazioni. Grazie di tutto».

Tra i ricordi più toccanti, quello di Sophia Loren, che sui social ha scritto: «Mio caro Valentino, la notizia della tua scomparsa mi addolora profondamente. Con te ho condiviso momenti di grande affetto e di sincera stima reciproca. Avevi un animo gentile, ricco di umanità. Sei stato un amico e la tua arte e la tua passione resteranno per sempre fonte di ispirazione. È stato un privilegio conoscerti e ti porterò sempre con me». L’attrice ha poi rivolto un pensiero a Giancarlo Giammetti e alla famiglia dello stilista.

Dal mondo politico, il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha parlato di «uno dei più grandi simboli della moda italiana, un maestro di stile che ha portato nel mondo l’eleganza, la creatività e il talento del nostro Paese». Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato come Valentino abbia reso il Made in Italy «simbolo di stile, creatività e prestigio». Matteo Salvini lo ha definito «un maestro di eleganza, simbolo del genio italiano conosciuto in tutto il mondo».

Indissolubilmente legato al nome di Valentino è il celebre Rosso Valentino, nato da un’immagine rimasta impressa nella memoria dello stilista: una sera all’Opera di Barcellona, quando una donna vestita di rosso catturò il suo sguardo per intensità e presenza scenica. Da quel colpo di fulmine estetico nacque una scelta creativa destinata a diventare una firma.

Non un semplice rosso, ma una nuance precisa, calda e regale, riconoscibile e diversa da ogni altra. Nel tempo, come racconta un volume celebrativo, è stata declinata in oltre 550 tonalità, a dimostrazione che il Rosso Valentino è più un linguaggio che un singolo colore. Un’icona capace di attraversare passerelle e red carpet, fino a ispirare alcuni degli abiti rossi più celebri del cinema, come quelli de La signora in rosso e di Pretty Woman.

Con la scomparsa di Valentino Garavani, l’Italia perde uno dei suoi interpreti più alti e riconoscibili: un maestro che ha trasformato l’eleganza in patrimonio culturale e che continuerà a vivere nelle sue creazioni.

Si avvia al termine la stagione 2025 di Spoleto Jazz, e lo fa nel segno dell’eccellenza con un concerto attesissimo: sabato 22 novembre alle ore 21:00, il Teatro Caio Melisso ospiterà il trio di Alfredo Rodríguez, uno dei pianisti più brillanti della scena jazz internazionale, affiancato da Yarel Hernandez al basso e Michael Olivera alla batteria. Un appuntamento imperdibile che sta avviandosi verso il tutto esaurito, a conferma dell’entusiasmo crescente con cui il pubblico ha seguito l’intera rassegna. Il jazz, con il suo linguaggio universale e sfaccettato, ha saputo parlare a una città storicamente legata ad altri mondi sonori, trovando nel cuore degli spettatori una partecipazione calda, emotiva e  autentica.

Il concerto finale vedrà protagonista Alfredo Rodríguez, con un progetto che è un'esplosione di energia, ritmo e raffinatezza, capace di fondere in modo naturale le radici caraibiche con il linguaggio del jazz contemporaneo. Con il suo trio Rodríguez porta sul palco un suono inconfondibile, in cui percussioni incalzanti, armonie sofisticate e improvvisazione si intrecciano in un’alchimia travolgente.

Nato a L’Avana, Rodríguez ha iniziato il suo percorso artistico studiando pianoforte classico presso il Conservatorio della sua città. Fin da giovanissimo ha dimostrato una naturale inclinazione alla composizione e all’improvvisazione. La svolta arriva nel 2006, quando viene scoperto da Quincy Jones durante il Montreux Jazz Festival: colpito dal suo talento, il leggendario produttore decide di affiancarlo nella realizzazione del suo primo album, Sounds of Space (2012), che segna l’inizio di un percorso artistico ricco di esplorazioni timbriche e contaminazioni culturali.

Da allora, Rodríguez ha saputo conquistare pubblico e critica in tutto il mondo grazie a una discografia sempre più matura e personale. Tra i suoi lavori più significativi si segnalano Tocororo (2016), un omaggio alla diaspora cubana, The Little Dream (2018) e Dialogue (2019), realizzato in duo con il percussionista Pedrito Martínez, con cui esplora l’interazione tra ritmo, spiritualità e improvvisazione. Il suo album più recente, Coral Way (2023), rappresenta una nuova evoluzione del suo stile: un tributo vibrante alle radici afro-cubane del jazz, arricchito da influenze pop, urban e un’energia contagiosa, senza mai perdere la profondità e l’eleganza del linguaggio jazzistico.

Artista dalla versatilità straordinaria, Rodríguez ha collaborato con figure di spicco come Chucho Valdés, Robert Glasper e Jon Batiste, portando il suo pianismo in contesti artistici diversi, ma sempre coerenti con la sua visione. Nel 2015 ha ricevuto una nomination ai GRAMMY Awards per il suo arrangiamento di Guantanamera, nella categoria “Best Arrangement, Instrumental or A Cappella”, confermando anche il suo talento nella scrittura e nella rilettura creativa del repertorio tradizionale.

Il suo ritorno in Italia, in un teatro dalla bellezza intima come il Caio Melisso, rappresenta un’occasione rara per ascoltare dal vivo un artista che coniuga passione latina, virtuosismo e profondità espressiva, offrendo un’esperienza musicale capace di toccare corde universali. Un gran finale che si preannuncia memorabile.

Nuovo appuntamento musicale per Spoleto Jazz con uno dei concerti più attesi dell’intera rassegna: venerdì 7 novembre, alle ore 21.00 al Teatro Nuovo G. Menotti, arriva il carismatico Anthony Strong insieme alla potente macchina sonora della Colours Jazz Orchestra, guidata dal direttore e trombonista Massimo Morganti, per un evento che promette scintille.

In un’unica serata, due fuochi che si incontrano: da una parte la voce vellutata e il pianismo elegante di Anthony Strong, autentico crooner contemporaneo che ha riportato in auge lo swing con uno stile personale, raffinato e sempre sorprendente; dall’altra, la Colours Jazz Orchestra, una delle più affermate big band italiane, che con la sua precisione esecutiva e il suo spirito avanguardista è diventata un punto di riferimento per il jazz orchestrale europeo.

Con un titolo che di per sé è già una promessa sul repertorio proposto - Da Cole Porter a Frank Sinatra -  la performance rappresenta non solo una semplice celebrazione della golden age dello swing, ma una vera e propria reinvenzione del repertorio dei grandi classici, rivisitati con nuovi arrangiamenti, slanci improvvisativi e una freschezza interpretativa che lascia il segno.

Anthony Strong, voce e pianoforte, torna in Italia dopo una carriera che l’ha visto protagonista su palchi di tutto il mondo: dalla BBC alla Royal Albert Hall, dai festival jazz europei alle classifiche internazionali. I suoi dischi (Stepping Out, On a Clear Day, Easy Sailing) hanno incantato pubblico e critica, con il loro mix di swing, eleganza e uno stile che attinge tanto a Sinatra, Mel Tormé, Nat King Cole, quanto a Oscar Peterson. Sul palco sarà affiancato dal batterista Luke Tomlinson e da una delle formazioni orchestrali più affiatate del nostro Paese.

La Colours Jazz Orchestra, costituita nelle Marche nel 2002, è oggi un laboratorio vivissimo di jazz orchestrale, capace di muoversi con disinvoltura tra standard e composizioni originali, tra tradizione e contemporaneità. Il lavoro di Massimo Morganti, direttore, arrangiatore e solista, ha reso questa big band una delle realtà più ammirate anche fuori dai confini italiani. Non è un caso se artisti come Kenny Wheeler, Ayn Inserto, John Taylor e Scott Robinson abbiano scelto di collaborare con loro in progetti discografici e dal vivo.

La serata si inserisce nel cartellone del festival diretto da Silvia Alunni e promosso da Visioninmusica con il contributo del Comune di Spoleto. Una sesta edizione - dal tema Jazz not war - che sta registrando grandi consensi, partecipazione crescente e teatri sold out, confermandosi tra le rassegne più autorevoli per chi ama il jazz come linguaggio contemporaneo e come terreno fertile di contaminazioni. E Spoleto, con la sua storia artistica millenaria, diventa ancora una volta scenario ideale per accogliere questo terzo concerto-evento, che non è solo un tributo alla grande stagione dei crooner, ma una serata esplosiva tra swing incalzante e ballad orchestrali.

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