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Franco Cardini, un appassionato ricordo del grande Marco Tangheroni

Venti anni fa moriva il professor Marco Tangheroni (1946-2004) storico medievista che ha insegnato alle università di Barcellona, Cagliari e Pisa, sua città natale. Il suo ricordo è ancora vivo in quanti lo hanno conosciuto e hanno apprezzato le sue qualità umane e di insegnante. Fra i molti che lo hanno ricordato in un incontro organizzato a Pisa dal Lions Club Pisa Host il 24 febbraio 2024 (giorno del suo compleanno), il prof. Franco Cardini, storico e anche lui medievista. Quando Marco Tangheroni parlava di Franco Cardini lo definiva “un amico” e quando Franco Cardini ricorda Tangheroni parla di “Fratello Maggiore” intellettualmente, moralmente, umanamente e, Maestro, sul piano degli studi. Tra i due corrono sei anni di differenza, Cardini è più grande, ma ugualmente lo definisce “maggiore” tanta è la stima che lo lega allo storico pisano. “Appena ventenne – dice Cardini, professore emerito di Storia medievale, ricordandolo- e non ancor laureato dette alle stampe il suo primo saggio, riguardante la Sardegna e si laureò due anni dopo. Dalla sua tesi uscì un breve ma importante volume dedicato a un’indagine genealogico-prosopografica il taglio del quale risultò, per i tempi, originale e innovativo. Da subito dimostrò i suoi vasti interessi e di non essere uno studioso dai confini limitati, lo animava una insaziabile curiosità che alimentava i suoi studi”.

Lo ricordiamo affrontare con rigorosa attenzione scientifica molti temi che andavano al di là delle sue specializzazioni.

«Era tra i pochi medievisti che, pur occupandosi della storia di Pisa, della Toscana e del Mediterraneo, al tempo stesso, poteva trattare autorevolmente di questioni connesse con la storia delle idee e con quella delle forme letterarie, artistiche e culturali, scendendo anche nel campo della pubblicistica e della divulgazione mantenendo sempre alte le esigenze della scientificità senza nulla concedere a quelle semplificazioni che oggi sembrano avere tanta fortuna sui media».

La vita di Marco Tangheroni è stata caratterizzata da una lunga malattia che sembra quasi non aver influenzato la sua produzione scientifica fino all’ultimo giorno.

«Dal 1968 al 2004, trentasei anni durante i quali non c’è anno in cui non abbia pubblicato un volume, o saggi, o rassegne, o non abbia curato un’opera a più mani o gli Atti di un convegno o un catalogo di un’esposizione, avendo sempre ben chiara una sua visione della storia. avverso a qualunque dimensione ideologica, dalla quale si sentiva estraneo come cattolico, ma anche pericolosa per il suo lavoro di storico. Tale lontananza dalle ideologie lo teneva al sicuro rispetto a tesi deterministiche e teleologiche, convinto come era, che la storia avesse uno scopo e una logica di tipo metafisico e trascendente e le negava qualunque “fine” e “ragione” di tipo immanente».

Ad un certo momento Marco Tangheroni entra in contatto con Gioacchino Volpe.

«Intorno alla metà degli Anni Settanta inizia una lunga e feconda collaborazione con la Fondazione Giocchino Volpe. Del grande storico abruzzese egli fece proprie soprattutto la lezione di concretezza, di adesione spregiudicata ai documenti, di sensibilità per la complessità e la mutevolezza delle strutture sottostanti alle istituzioni storiche, di attenzione alle dinamiche, ai rallentamenti, alle accelerazioni. Il ‘volpismo’ tangheroniano recuperava con molta libertà la grande lezione della scuola economico-giuridica, ma l’arricchiva grazie al costante impegno esegetico e storiografico in una direzione molto responsabilmente ed esplicitamente impegnata in senso cattolico, su una linea che molto doveva ad autori come Molnar e Marrou. Anche l’ambiente pisano proponeva molti stimoli grazie a colleghi di indubbio valore e ad un vivacissimo ambiente di allievi che poi entreranno nell’insegnamento universitario. Tra questi vanno ricordati i “fedelissimi” collaboratori, nonché amici prediletti: Gabriella Garzella, Olimpia Vaccari, Laura Galoppini, Cecilia Iannella, per limitarci a Pisa».

E arriviamo ad un anno cruciale, il 1980.

«Anche bisestile, e Marco non era insensibile a qualche suggestione scaramantica. Oltre i problemi di salute e nonostante questi, vinse la cattedra di Storia medievale, ma la Facoltà fiorentina, depositaria di quella cattedra, dopo una decisione difficile – alla quale non furono forse estranei motivi extrascientifici- gli preferì Paolo Delogu. A Tangheroni non restava che ripiegare su una sede piuttosto disagiata: Sassari, ma non gli dispiacque, in Sardegna vi aveva riseduto e studiato. Vi si trovò bene riprendendo quegli studi sardi che, peraltro, non aveva mai del tutto abbandonato e che si concretizzeranno in uno dei suoi libri più felici e più celebri: la ricerca sulla città di Iglesias e le sue miniere argentifere (La città dell’argento. Iglesias dalle origini alla fine del medioevo, Napoli, 1985). Appena arrivato si vide affidare – a trentaquattro anni- la presidenza della Facoltà per il biennio 1982-1983».

Nel 1983 il ritorno a Pisa dove lo studioso, che ormai si era affermato a livello non solo italiano, ma anche europeo, iniziava ad estendere l’oggetto dei suoi studi al Mediterraneo.

«Di quegli anni sono i contatti con personalità quali Elihyau Ashtor, Roberto S. Lopez, David Herliny, David Abulafia che lo stimeranno altamente. Dalla sua meditazione ormai di ampio raggio e di lungo periodo uscirono due nuovi libri: uno intitolato Medioevo tirrenico: Sardegna, Toscana e Pisa (Pisa, 1992) e l’ariosa, robusta sintesi del 1996  sul commercio e la navigazione nel medioevo (Commercio e navigazione nel Medioevo, Roma-Bari, 1996), un libro di straordinaria lucidità e chiarezza nel quale il severo e rigoroso studioso riesce a dimostrare anche eccellenti qualità di scrittura e a far passare nella severa pagina scientifica anche un po’ di quello humor che chi aveva assistito alle sue lezioni e alle sue relazioni congressuali ben conosceva. Intanto si dedicava anche – sia pure à sa manière- alla vita politica candidandosi a sindaco nelle elezioni amministrative del 1994».

Il suo impegno scientifico e culturale non è mai calato tanto che la notizia della sua morte giunse come un fulmine a ciel sereno tanto eravamo abituati a vederlo “risorgere” continuamente.

«Nessuno pensava sul serio alla possibilità effettiva d’una sua prossima dipartita. Gli ultimi mesi del 2003, dopo un’estate trascorsa in una lunga degenza ospedaliera, furono pesantissimi, ma pieni d’interesse e di passione. Gli era stato affidato il coordinamento della grande mostra storica su Pisa e il Mediterraneo, “un lavorone, in un momentaccio”, com’egli soleva dire. Ma fu un grande successo testimoniato sia dall’imponente catalogo, sia da una quantità di studi preparatori e accessori alla mostra. Il Mediterraneo, nei nostri colloqui della fine del 2003, era diventato centrale essendo convinto, specialmente dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, che tale centralità sarebbe tornata ad imporsi anche in politica. Per questo dedicava grande attenzione al lavoro della Conférence Permanente des Villes Historiques de la Méditerranée, un sodalizio all’interno del quale si erano situati i rapporti tar Pisa e Bejaia, l’antica città algerina di “Bugia” nella quale Leonardo Fibonacci aveva soggiornato e imparato i segreti del calcolo custoditi dagli arabi. Aveva seguito con affetto il mio lavoro sui rapporti tra Europa e mondo musulmano e la nostra collaborazione aveva avuto momenti di grande intensità: insieme avevamo dato vita alla collezione di fonti diaristiche di pellegrinaggio denominata “Corpus Italicarum Peregrinationum”, pubblicata dall’Editore Pacini. Avevamo ancora molti progetti, ma il suo tempo si stava accorciando. L’ultima volta che ci vedemmo mi disse una cosa che mi colpì: “Sono stanco”. Non l’avevo mai sentito dire da lui, non rientrava nel suo vocabolario, ma quella volta era diverso e me ne resi conto accompagnandolo, quel pomeriggio del 13 gennaio 2004, al luogo nel quale adesso riposa. Caro Marco “io non ti ricordo perché sei morto, ma perché sei vivo e resterai vivo”».

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