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Giovedì, 15 Gennaio 2026

Stiamo vivendo "tempi forti", per certi versi sembra di essere tornati ai tempi della "guerra fredda". Comincio dalla guerra in Ucraina scatenata dalla Federazione Russa, poi il 7 ottobre 2023, la guerra scatenata da Hamas sostenuta dall’Iran contro Israele, ora la cattura del dittatore comunista del Venezuela Nicolas Maduro, a breve forse, dovremo schierarci pure per la Groenlandia, e poi magari per Taiwan, (di Hong Kong non ci siamo accorti) si tratta di avvenimenti di geopolitica che non possono lasciarci indifferenti e infatti molti si sono schierati, hanno manifestato e manifestano pro o contro. Certamente almeno noi del mondo occidentale siamo chiamati tutti a scegliere, ed ha ragione da vendere Marco Invernizzi quando scrive che è in atto nel mondo una battaglia tra la libertà e la tirannia (Venezuela e non solo. L’alba della libertà, 12.126, alleanzacattolica.org) Qualcuno questa battaglia la inquadra in una competizione strategica, tra Stati Uniti e Cina. “Una competizione che non si gioca solo sul piano militare, ma su tecnologia, filiere produttive, controllo delle infrastrutture e influenza politica. Il 2026 si apre quindi come un anno di consolidamento di questa dinamica”. (Antonio Zennaro, Non solo Venezuela: così gli Usa tornano all’offensiva nella competizione con Pechino, 9.1.26, atlanticoquotidiano.it) Gli Stati Uniti, con Trump, “sembrano orientati a difendere in modo più diretto il proprio perimetro strategico. Non per spirito di confronto, ma per una valutazione di interessi ritenuti essenziali”. Anche la questione Groenlandia va inquadrata in questo contesto. La preoccupazione degli Stati Uniti che, “Cina e Russia riescano in relativamente poco tempo a portare la Groenlandia sotto il loro controllode facto se non de jure, come hanno fatto, per esempio, con il Venezuela e Panama, non è infondata. Le prime avances cinesi per lo sfruttamento delle risorse e il controllo delle infrastrutture dell’isola risalgono già a qualche anno fa”. (Federico Punzi, O gli Usa, o Cina e Russia: cosa c’è nel futuro della Groenlandia, 12.1.26, atlanticoquotidiano.it). Certo, come in ogni cosa ci sono sempre gli interessi economici, ma spesso questi sono sempre preceduti da quelli storici, culturali e spirituali. A cominciare dal prelevamento del Presidente Nicolàs Maduro e della moglie dalla loro camera da letto a Caracas e al successivo trasferimento a New York. Episodio che forse dovrebbe segnare la fine del “socialismo del XXI secolo”. Quel tentativo “di rilancio dell’ideologia socialista dopo il 1989 e dopo la fine dell’Urss (1991) in America Latina, in particolare attraverso il pensiero del politologo tedesco Heinz Dieterich, che fu consigliere del governo venezuelano prima della rottura nel 2007, e assunto come programma politico da diverse figure carismatiche, in particolare dal generale venezuelano Hugo Chàvez (1954-2013)”. Un socialismo, intriso di nazionalismo boliveriano che prima con Chavez e poi con Maduro, ha portato il Venezuela alla miseria perché hanno applicato “in modo radicale l’idea di fondo del socialismo, cioè la soppressione della proprietà privata, attraverso la nazionalizzazione della produzione petrolifera, che è la vera ricchezza del Paese”. Risultato, la miseria diventa il principale problema del Paese, con otto milioni di abitanti che vanno in esilio volontario. La Chiesa rimane l’unica alternativa al regime, sia perché riceve aiuti dall’estero e può organizzare le “pentolate” per sfamare una popolazione stremata, sia per la sua struttura capillare attraverso le parrocchie, presenti sul territorio, che possono aiutare la popolazione in difficoltà. L’operazione di polizia di Trump porterà la democrazia in Venezuela? E’ presto per dirlo. Vedremo. Intanto Il Presidente americano ha lanciato un forte segnale in America Latina e cioè non si può prescindere dagli Stati Uniti e che favorire la Cina e la Russia e i loro interessi geo-politici non è una buona idea”. Noi europei ci siamo scandalizzati perché Trump ha ignorato il diritto internazionale e ci piacerebbe vederlo sempre rispettato. “Però bisogna prendere atto – scrive Invernizzi - che nel mondo odierno comanda la forza degli Stati, o almeno di alcuni Stati. Sono tutti uguali questi Stati? L’uso della forza americana è ancora preferibile a quello cinese o russo o, peggio, della Corea del Nord? Io penso senz’altro di sì”. Pertanto, il gesto di Trump ha ancora diviso tra favorevoli e contrari. Attenzione però, si tratta di una divisione molto più antica che riguarda l’Occidente e risponde alla domanda: “la cultura occidentale è un patrimonio che merita di essere difeso e riproposto oppure al contrario merita di morire, cioè di essere spazzato via dalle nuove forze ideologiche e politiche che si richiamano o al vecchio comunismo aggiornato (Cina e Corea del Nord) oppure a una forma di nazionalismo imperialista con venature religiose (sciita in Iran e ortodosso in Russia)?” E ancora, continuo con le domande poste da Invernizzi. Per un cattolico che vive in Occidente, “che sa benissimo che la sua cultura e la sua civiltà non sono le uniche possibili incarnazioni della fede cristiana, ma sono quelle che contraddistinguono le sue radici, è giusto difendere e riproporre questi principi (che sono quelli della dottrina sociale della Chiesa), oppure va incoraggiato quel vento rivoluzionario, nazionalista e/o socialista, che in nome del “socialismo del XXI secolo” vorrebbe spazzare via dalla storia l’Occidente decadente e corrotto?Dunque, anche oggi bisogna scegliere, come durante la Guerra fredda, se si vuole proteggere e ricostruire partendo dall’esistente, per quanto disgustoso possa essere, oppure se si preferisce cercare di “distruggere il sistema” per poi affidarsi utopisticamente alla costruzione del “mondo nuovo”. Tuttavia, non si tratta soltanto del Venezuela. C’è anche l’Iran, dove si svolge in questi giorni, un’antica battaglia fra la libertà e la tirannia. I manifestanti in Iran, sembrano, addirittura invocare il ritorno di Reza Pahlavi, l’erede dello Scià di Persia, fuggito dal Paese nel 1979 dopo la Rivoluzione khomeinista. Tutti quelli che manifestano dagli iraniani ai venezuelani, agli oppositori che non possono parlare in Cina, Russia e Corea del Nord, tutte queste persone, che magari appartengono a diverse formazioni politiche, stanno dalla parte della libertà contro i regimi totalitari o dispotici. Interi popoli hanno riscoperto il desiderio della libertà, l’amore per la propria tradizione e per le radici, e sono disposti anche a sacrificare la vita per raggiungere questi obiettivi. L’«asse del male» è in difficoltà, questa è la buona notizia.

Proseguono gli attacchi contro la navigazione commerciale nel Mar Nero con tre petroliere controllate da armatori greci colpite da droni nelle ultime ore.

Due petroliere gestite da compagnie greche sono state colpite da due droni nei pressi del porto russo di Novorossiysk, nel Mar Nero, senza riportare danni rilevanti. Lo ha reso noto il Ministero della Marina Mercantile greco, citato dall’AFP, senza però indicare l’origine dei droni.

Si tratta della Matilda e della Delta Harmony, battenti rispettivamente bandiera maltese e liberiana. «Entrambe le navi sono state attaccate da due droni, ma non hanno subito danni significativi», ha dichiarato una responsabile dell’ufficio stampa del ministero. A bordo della Delta Harmony si trovano anche due marinai greci, il vice comandante e l’ingegnere, ha precisato la stessa fonte. Le due petroliere stanno attualmente dirigendosi verso il porto di Novorossiysk, sulla costa russa del Mar Nero.

La compagnia petrolifera kazaka KazMunayGas ha confermato su Telegram di aver noleggiato la Matilda, riferendo che la nave «è stata attaccata da un drone», senza fornire dettagli sulla provenienza. Secondo la società, l’attacco ha provocato un’esplosione, ma non si sono registrati incendi, feriti né danni rilevanti. La petroliera avrebbe dovuto caricare greggio kazako domenica presso il terminal del Consorzio dell’oleodotto del Caspio (CPC).

Anche l’agenzia russa Ria Novosti ha riferito che una seconda nave, la Delta Harmony, noleggiata da un’altra compagnia kazaka e diretta alla stessa destinazione, sarebbe stata presa di mira da un drone. Una fonte anonima citata dall’agenzia attribuisce gli attacchi all’Ucraina, che finora non ha rilasciato commenti ufficiali.

Da diverse settimane, nel contesto del conflitto, si registra un aumento degli attacchi russi e ucraini contro navi civili nel Mar Nero.

L’identità degli autori non è stata ancora ufficialmente confermata, ma gli attacchi si sono verificati in prossimità delle infrastrutture russe del Caspian Pipeline Consortium (Cpc), obiettivo già noto di precedenti operazioni con droni attribuite all’Ucraina. Gli episodi segnano una nuova escalation del conflitto nella regione e aumentano le preoccupazioni per la sicurezza del traffico energetico e commerciale nel Mar Nero, area strategica per le esportazioni di greggio.

 

Fonte varie agenzie

Le analisi e gli approfondimenti sul cosiddetto Golpe americano in Venezuela si sprecano. Continuo a riflettere su quelli che criticano Trump, stiamo assistendo perfino alle manifestazioni pro-Maduro da parte di buona parte della sinistra. Per loro è un attimo passare da Pro Pal a Pro Mad. L’importante è stare sempre dalla parte sbagliata della storia, passando, nel breve volgere di una notte, dai taglia gole di Hamas al brutale e sanguinario dittatore comunista Maduro. Hai voglia che i venezuelani rifugiati in Italia cercano di convincerli che sono in errore. Sta facendo il giro dei social dell’alterco tra due giovani venezuelani e manifestanti Cgil di Landini a Roma, che insultano i due malcapitati. Tuttavia, il blitz americano a Caracas non è criticato solo da sinistra, ma anche da “destra”, per esempio c’è Riccardo Cascioli su La Nuovabussola, che si domanda se “il fine giustifica i mezzi”. “Ammesso che un fine sia legittimo - come l’abbattimento di un regime criminale che estende i suoi danni anche al di fuori dei confini nazionali - è lecito qualsiasi mezzo per raggiungere l’obiettivo, inclusa la violazione delle più elementari norme di diritto internazionale? La risposta non può che essere negativa”. (Guerra lampo. Attacco Usa in Venezuela: l’illusione che a risolvere sia la forza, 5.1.26, lanuovabq.it) Qualcosa di simile l’ha scritto anche Marcello Veneziani, su facebook (Sovranità calpestate, 3.1.26), anche se lui dice che lo scrive per amor della verità e non per compiacere alla sinistra. “No, non è accettabile che uno Stato intervenga violando la sovranità territoriale, nazionale, politica di un altro Stato. Indipendentemente dal giudizio che si può avere sul Venezuela di Chavez e di Maduro. Non è accettabile che si possa impunemente violare il diritto internazionale, che uno Stato si arroghi il diritto supremo di giudicare altri stati e altri popoli, di violare i territori e arrestare i capi di un regime”. Naturalmente, dissento sia dalla posizione di Cascioli che di Veneziani. Maduro è stato un inetto, dispotico e ottuso dittatore socialcomunista che ha oppresso e ridotto alla fame tutto il popolo venezuelano. Un imbroglione che non aveva legittimità governativa. Un cancro che è stato estirpato. Oggi i venezuelani festeggiano! Infatti, in tutto il mondo i venezuelani che sono stati costretti ad abbandonare il Paese stanno festeggiando, solo una sparuta minoranza si sente orfana di Maduro. Sicuramente sarà contenta la Chiesa venezuelana, i vescovi, i sacerdoti che sono stati perseguitati dal regime dittatoriale di Maduro. Ne ha parlato Andrea Morigi, su Libero (La Chiesa venezuelana vittima del regime, invece quella italiana fa finta di nulla, 5.1.26). Maduro, definiva i vescovi di Caracas “insetti” e “diavoli con la tonaca”. Il dittatore si era addirittura appropriato del Natale. A partire dal 2024 lo aveva anticipato al primo ottobre, stabilendo così la data di nascita di Gesù Bambino. Tornando al golpe di Trump, si è espresso abbastanza favorevole il professore Eugenio Capozzi (Strategia di sicurezza nazionale trumpiana, il test del Venezuela, 5.1.26, lanuovabq.it). Il blitz di Trump viene definito, come un’operazione "chirurgica”. Secondo Capozzi, “Il Venezuela costituisce un tassello essenziale per la sicurezza degli Stati Uniti nell'"emisfero occidentale", ossia nella nuova "dottrina Monroe" che individua l'intero continente americano come zona in cui non possono essere ammesse intrusioni potenzialmente pericolose per gli Stati Uniti dal punto di vista militare, del controllo delle infrastrutture e di quello delle materie prime strategiche”. Capozzi spiega egregiamente i motivi dell’intervento americano. Il regime chavista che da un quarto di secolo aveva sequestrato quel paese, precedentemente fiorente economia di mercato, imponendovi un disastroso socialismo populista, costituiva da questo punto di vista uno dei punti più dolenti per Washington. Esso era diventato nel tempo un avamposto degli interessi di potenza cinesi e russi nel subcontinente latino-americano, nonché un alleato della galassia islamista radicale, ossia dell'Iran e dei suoi sicari. Era naturale che Trump, approfittando della crescente debolezza del regime madurista, decidesse di dare ad esso una spallata decisiva, attrezzandosi per pilotare una transizione verso la restaurazione della democrazia […]”. Evidentemente, per Capozzi, La caduta di Maduro rappresenta un avvertimento a tutti i governi non filo-statunitensi del continente: dalla Colombia e Cuba, esplicitamente nominati da Trump come i prossimi possibili bersagli, a quelli più forti come il Brasile di Lula e il Messico, con i quali sono in corso trattative gestite in maniera "muscolare" dall'amministrazione. Una pressione politica “muscolare” che potrebbe ulteriormente estendersi all’Iran degli ayatollah.

Un interessante intervento, fortemente polemico anche nel titolo, è quello del direttore di Libero, Mario Sechi, nel suo editoriale (Diritto di Golpe: Perché è legittimo far cadere i dittatori, 5.1.26, Libero). Che il golpe americano è contro il diritto internazionale, per Sechi è la nuova favola dei progressisti contro l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela. Non si rendono conto del sottosopra che alimentano: usano un argomento retorico contro Donald Trump e automaticamente finiscono per fare gli utili idioti del fronte dei dittatori guidato da Vladimir Putin e Xi Jinping”. Attenzione, scrive Sechi: “Maduro è un delinquente internazionale che ha truccato le elezioni, affamato il popolo e incarcerato gli oppositori, la sua cattura è una buona notizia, il “regime change” in Venezuela è quanto di meglio possa capitare in Sudamerica. Pertanto, insiste e chiarisce perché “il diritto di golpe”: “non è l’invasione russa di una nazione nel cuore dell’Europa, ma la liberazione da un satrapo che ha sfasciato il Venezuela alleandosi con i nemici della democrazia. Gli onusiani che difendono Maduro sono una tragedia: il Venezuela è uno Stato fallito e sotto sanzioni che vende gran parte del suo petrolio alla Cina e ha il sostegno di Russia, Iran e Cuba. La Casa Bianca ha deciso di polverizzare questa presenza radioattiva nell’emisfero occidentale […] non vuole correre il rischio di un’altra crisi dei missili di Cuba, quando nel 1962 Krusciov mise Kennedy di fronte alle testate nucleari sovietiche, a pochi chilometri dalla costa della Florida. Certo è un inizio per la transizione alla democrazia, che ancora non c’è, come sostengono i tre autorevoli dissidenti del regime comunista, il giornalista Nelson Bocaranda, il politologo Héctor Schamis e l'intellettuale Elizabeth Burgos: la cattura di Maduro ha chiuso un’epoca, ma il sistema criminale è ancora in piedi. (Paolo Manzo, Lo scetticismo degli esiliati. "Sistema criminale in piedi. È tutto uguale a prima", 7.1.26, Il Giornale) Sechi allarga la sua analisi politica, riferendosi ad un’intervista di Trump dove ha ribadito l’interesse strategico per la Groenlandia e non bisogna scandalizzarsi. Gli Stati Uniti hanno un problema di contenimento della Cina e della Russia nell’Artico. Chi difende le coste del Nord America? La Danimarca? “Le cancellerie europee prendono sottogamba le preoccupazioni del Pentagono sulle manovre sino-russe in quella parte del mondo. Tra i ghiacci si nascondono mille insidie. Sull’argomento è intervenuto con un’interessante riflessione Antonio Socci (La Groenlandia è l’ultimo caso di colonialismo europeo. E nella UE difendono il colonialismo danese, ma gli abitanti vogliono l’indipendenza, 6.1.26, Libero) Socci polemizza con tutti “i progressisti che pur di andare contro Trump e contro gli Usa, ora – nell’Europa progressista (dove saltuariamente s’innamorano del “diritto internazionale”) – si giustifichi e si difenda questo residuo di colonialismo”. Soltanto che gli abitanti della Groenlandia secondo Socci vogliono staccarsi dalla lontanissima Danimarca, almeno così pare, soprattutto perché le elezioni del 2025 le hanno vinte i Demokraatit, partito di centrodestra, anch’essi favorevoli all’indipendenza sia pure in modo più graduale, del resto i sondaggi dicono che la vuole l’85 per cento degli abitanti dell’isola. “La Groenlandia di fatto ha oggi una grande importanza strategica, sia per le sue risorse minerarie, sia per la sua posizione fra l’oceano Atlantico e l’Artico, dove russi e cinesi stanno facendo i loro giochi; quindi, è ovvio che gli abitanti dell’isola rivendichino quell’indipendenza che permetterà loro di trattare da posizioni di forza con gli Stati Uniti”. Anzi secondo Socci gli abitanti della Groenlandia hanno tutto l’interesse di “stabilire un fortissimo rapporto con Washington. L’isola avrebbe grandi prospettive di sviluppo e per i pochissimi abitanti dell’isola – circa 55 mila – sarebbe un enorme beneficio”. Concludo con una osservazione ripresa dal profilo facebook di Mario Adinolfi che è rimasto colpito dallo scontro a Roma tra i due venezuelani e i manifestanti della Cgil, questo “dialogo” acceso per Adinolfi è stato una “vera epifania, una manifestazione della verità. Questo 2026 non è solo un nuovo anno, stiamo entrando in una nuova epoca. Come italiani dobbiamo decidere da che parte stare: la mia, la nostra scelta è di stare con la libertà, che esiste solo nella verità e non alberga mai nelle sovrastrutture ideologiche”. In questo cambio d’epoca siamo con Trump e le profonde radici cristiane del popolo italiano nella lotta ai regimi, ai dittatori, agli oppressori legati all’islamismo o ai narcotrafficanti. Del resto, il blitz americano contro il regime di Nicolas Maduro è stato duramente attaccato da Pechino, Teheran, Mosca, (perfino) Ankara, Cuba e infine Hamas. “È una lista di nemici dell'Occidente - scrive Socci - Già scorrendola si nota l'alleanza fra regimi comunisti e islamisti che hanno un nemico comune – appunto –nell'Occidente”. E questo non è per caso quello scontro delle civiltà, che aveva previsto, nel celebre saggio Samuel P. Huntington, “Lo scontro delle civiltà (e il nuovo ordine mondiale)”. Socci ci invita a leggere le righe finali di quel libro: “Nell’epoca che ci apprestiamo a vivere, gli scontri di civiltà rappresentano la più grave minaccia alla pace mondiale, e un ordine internazionale basato sulle civiltà è la migliore protezione dal pericolo di una guerra mondiale”. In effetti di lì a poco lo “scontro di civiltà” è arrivato: “gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, con tutto quel che seguì. Inoltre, il comunismo non è stato affatto spazzato via. Si è trasformato, ma è ben vivo”. Dopo trent’anni dobbiamo constatare che si è verificato – come si è detto – un compattamento del fronte ostile all’Occidente (anche grazie alla cecità delle passate presidenze americane che hanno fatto ingigantire la Cina fino a farne oggi una grande potenza), ma non si è affatto realizzato un rafforzamento politico, economico, culturale e identitario dell'Occidente. Anzi, l'esatto contrario. (Antonio Socci, “Venezuela (e non solo). Il piano di Trump per far rinascere l’Occidente”, 5.1.26, Libero)

Difronte a questa Caporetto il Governo centrale faccia un passo indietro e riveda la riforma sui test d’ingresso a Medicina. Nei primi quiz a superare la soglia di sbarramento sono stati poco più del 10% degli studenti, i risultati di questa seconda tornata si sapranno prima di Natale ma i commenti a caldo dei partecipanti non fanno ben sperare.

Tornando ai confini di casa nostra, con queste premesse i medici dovremo reperirli a Cuba ancora per molto. La riforma, pensata per togliere il numero chiuso, in realtà si limita a posticipare lo sbarramento con modalità che però non mettono gli studenti nelle reali condizioni di superare il test. Il semestre filtro, durante il quale ci si prepara a sostenere i primi esami curriculari per poi effettuare la prova d’ingresso, nella sostanza impegna le nostre ragazze e ragazzi nello studio ma non consente loro di prepararsi in maniera adeguata alla selezione per entrare. Il risultato è un grande caos, una situazione di limbo per gli iscritti e difficoltà sia per gli Atenei di programmare l’anno accademico, sia per le famiglie ad organizzare le spese, ancora inconsapevoli, nel bel mezzo dell’anno di studio, se i propri figli otterranno l’accesso a Medicina e dove verranno dislocati a studiare.

In una situazione come la nostra, questa corsa ad ostacoli non fa che peggiorare, con uno sguardo al futuro, il fenomeno della carenza dei medici. Molte delle nostre studentesse e studenti scelgono di laurearsi in medicina in atenei fuori della Calabria. Chi decide di studiare qui, dove ribadiamo la qualità è alta e la formazione competitiva, comunque poi opta per lavorare fuori. D’altronde, a parità di qualifica e ore lavorative, i nostri medici sono i meno pagati d’Italia. E allora, forse, la soluzione non sta nei semestri filtro e nei test a risposta multipla, la preparazione dei nostri studenti non si racchiude in una crocetta messa al posto giusto. Occorrono strutture all’avanguardia e sicure dove i medici non debbano avere paura di operare, c’è bisogno di ospedali attrattivi che consentano, come nel resto delle regioni, di fare carriera e bisogna aumentare gli stipendi e pensare turni tollerabili piuttosto che a prestazioni lavorative infinite fonti di stress e di insoddisfazione.

Il focus, inoltre, va posto sulle specializzazioni. Alle nostre latitudini spesso mancano nefrologi, radiologi e altri esperti di settore. Il rapporto Gimbe congiunto ai dati Iss parla chiaro: il numero di medici in Italia è superiore alla media europea, i problemi si riscontrano invece rispetto al numero di specialisti che si formano, in particolare in determinati settori come ad esempio medicina d’urgenza, radiologia, patologia, e allo scarso numero di borse di specializzazione.

Tornando alla legge Bernini, le criticità erano evidenti già nei primi momenti di discussione della riforma, quando il Pd propose tutta una serie di emendamenti ai quali non venne data rilevanza. E quindi fatta la legge, con i risultati impietosi che sappiamo, trovato l’inganno. Ora il Governo potrebbe tentare di correre ai ripari con una sorta di sanatoria che graverà, ancora una volta, sulle singole Università, le quali dovranno far recuperare i debiti degli studenti che non hanno ottenuto la sufficienza ai test per la preparazione dei quali, oltretutto, non riescono a vivere a pieno la fase finale del ciclo delle superiori. Insomma, si posticipa, si procrastina, ammettendo con riserva: occorre poi recuperare il debito. Una situazione di confusione e di recupero in tempi serrati che, piuttosto che mettere al centro la meritocrazia, come il Governo sbandierava all’inizio, rischia di trasformarsi in una procedura farraginosa che ributta dentro gli esclusi con riserva, propone prove di riparazione e mette i nostri ragazzi e ragazze come in una centrifuga dove l’ambizione, a questo punto, sembra quasi quella di strappare un sei politico.

Questo sistema potrà davvero garantirci medici di qualità?

Il tema, ovviamente, non riguarda solo gli aspiranti medici e le loro famiglie, ma è un problema che coinvolge tutti da vicino perché, così continuando, non si risponde al bisogno di una sanità efficiente e sicura. Confido pertanto negli autorevoli esponenti del Centrodestra in Regione affinché si facciano promotori, all’interno del partito fino alla maggioranza di Governo, di un cambiamento di rotta perché avendo appurato, risultati dei test alla mano, che questa strada non sia quella giusta, sarebbe catastrofico continuare in questa direzione pur di non ammettere l’errore.  

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