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Mercoledì, 15 Luglio 2026

Sarà Sharon Stone una delle protagoniste della giornata conclusiva della Global Nobel Laureates Assembly sull'Intelligenza Artificiale e la Guerra Nucleare, in programma giovedì 16 luglio 2026 nel Campidoglio. L'attrice statunitense, e da decenni impegnata nelle principali cause umanitarie internazionali, prenderà parte alla cerimonia che culminerà con la presentazione e la firma ufficiale della Dichiarazione di Roma per una Pace Disarmata e Disarmante, un documento destinato a definire principi e linee guida per la governance dell'intelligenza artificiale in un contesto segnato dalla crescente diffusione delle armi nucleari, dei sistemi d'arma autonomi e delle nuove tecnologie digitali.

L'Assemblea rappresenta uno dei più importanti appuntamenti internazionali dedicati al rapporto tra innovazione tecnologica, sicurezza globale ed etica. Riunisce infatti 30 Premi Nobel, ex capi di Stato e di Governo, autorevoli leader religiosi, esperti di intelligenza artificiale, rappresentanti delle più prestigiose università e istituzioni di ricerca del mondo con l'obiettivo di costruire una visione condivisa sul futuro dell'IA e sul suo utilizzo al servizio della pace, della cooperazione internazionale e del bene comune.

La cerimonia pubblica si svolgerà dalle 10 alle 12 nella Sala Giulio Cesare del Campidoglio. Ad aprire i lavori saranno i saluti istituzionali del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, ai quali seguiranno la presentazione dell'Assemblea e gli interventi di rappresentanti della Santa Sede, Premi Nobel e personalità internazionali impegnate nei settori della diplomazia, della ricerca scientifica e della governance globale.

Tra gli interventi più attesi figura quello di Sharon Stone, che parteciperà all'evento nella veste di Nuntius Magnifica Humanitas (Ambasciatrice Magnifica Humanitas). Il suo discorso precederà la presentazione ufficiale e la firma della Dichiarazione di Roma, momento centrale dell'intera Assemblea, al termine del quale è prevista la tradizionale fotografia ufficiale dei partecipanti in Piazza del Campidoglio.

Alle ore 12 seguirà, nella Sala Giulio Cesare, la conferenza stampa internazionale dal titolo "La verità nella piazza pubblica", durante la quale saranno illustrati i contenuti della Dichiarazione di Roma. Il documento propone una serie di principi condivisi e di orientamenti destinati a favorire uno sviluppo responsabile dell'intelligenza artificiale in un'epoca caratterizzata dai rischi legati agli armamenti nucleari, ai sistemi d'arma autonomi e all'evoluzione accelerata delle tecnologie emergenti. L'obiettivo è promuovere un modello di sicurezza internazionale fondato sulla dignità della persona, sulla responsabilità etica, sulla cooperazione tra gli Stati e sulla costruzione della pace.

La partecipazione di Sharon Stone conferisce ulteriore rilievo internazionale all'iniziativa. L'attrice è infatti riconosciuta non soltanto per la sua carriera cinematografica, che le è valsa una candidatura all'Oscar, ma anche per il suo costante impegno umanitario. Da oltre trent'anni è una delle figure più attive nella sensibilizzazione dell'opinione pubblica sui temi della salute globale, della solidarietà e della tutela dei diritti umani.

Dal 1995 ricopre il ruolo di Global Fundraising Chair di amfAR – The Foundation for AIDS Research, contribuendo in maniera determinante alla raccolta di centinaia di milioni di dollari destinati alla ricerca, alla prevenzione e alla cura dell'HIV/AIDS. Nel corso degli anni ha guidato numerose iniziative internazionali, tra cui i celebri gala Cinema Against AIDS organizzati durante il Festival di Cannes, trasformando la propria notorietà in uno strumento concreto a sostegno della ricerca scientifica e delle popolazioni più vulnerabili.

Il suo impegno è stato recentemente riconosciuto anche con il Best Engagement Award del Better World Fund, consegnatole nel maggio 2026 durante il Festival di Cannes, come tributo alla sua costante dedizione alle cause umanitarie.

Autrice del volume autobiografico The Beauty of Living Twice (2021), artista e testimone di una storia personale segnata anche da difficili prove di salute, Sharon Stone continua a utilizzare la propria visibilità internazionale per dare voce a chi vive ai margini e per sostenere iniziative di carattere sociale e umanitario.

La nomina a Nuntius Magnifica Humanitas sancisce ora un nuovo capitolo del suo percorso di impegno civile. Attraverso la partecipazione alla Global Nobel Laureates Assembly, Sharon Stone contribuirà a promuovere una riflessione internazionale sul ruolo dell'intelligenza artificiale, sostenendo una visione nella quale il progresso tecnologico sia guidato da principi etici, dalla tutela della dignità umana e dalla ricerca della pace.

La firma della Dichiarazione di Roma rappresenta così non solo il momento conclusivo dell'Assemblea, ma anche un appello rivolto alla comunità internazionale affinché lo sviluppo dell'intelligenza artificiale sia orientato alla cooperazione tra i popoli, alla prevenzione dei conflitti e alla costruzione di un futuro più sicuro e più umano.

Donald Trump ha espresso lunedì la sua intenzione che gli Stati Uniti prendano il controllo dello Stretto di Hormuz, sottolineando persino che il suo paese dovrebbe essere compensato finanziariamente per la sua sovranità su questa vitale rotta marittima.

Parlando al telefono nel programma "Fox & Friends" della rete americana Fox News, ha descritto i suoi piani per l'area, affermando nel modo caratteristico:

"Terremo lo Stretto e probabilmente ne prenderemo il controllo. Diventeremo i guardiani dello Stretto. Forse ci chiamano persino "angeli custodi" dello Stretto. E dovremmo essere compensati per questo."

"Saremo ricompensati, perché gli altri paesi sono molto ricchi. Sono dalla nostra parte e non possono aspettarsi che facciamo questo senza nulla in cambio," ha aggiunto.

Nella stessa intervista televisiva, Trump non ha mancato di menzionare l'Iran, lanciando un attacco verbale contro Teheran e definendo i leader del paese un "cattivo gruppo di persone".

"Hanno rotto l'accordo"

Dopo aver annunciato la chiusura della rotta marittima sabato, citando un "attraversamento non autorizzato", Teheran ha dichiarato domenica che il traffico è rimasto sospeso. Come ha chiarito, i nuovi permessi di trasporto saranno rilasciati solo quando saranno ristabilite la "stabilità e la calma".

Da parte sua, Donald Trump ha accusato l'Iran di aver violato l'accordo raggiunto: "Avevamo un accordo. Era un accordo chiuso, e lo hanno rotto. Lo rompono sempre. Abbiamo fatto 10 accordi con queste persone, ed è per questo che ora li colpiremo molto duramente."

D'altra parte, le Guardie Rivoluzionarie iraniane, in una dichiarazione di lunedì, hanno sottolineato che l'unico modo per normalizzare la navigazione commerciale nello Stretto è porre fine agli interventi militari statunitensi nella regione.

Le tensioni hanno raggiunto il picco durante tutto il fine settimana e fino a lunedì, con forze statunitensi e iraniane che si sono scambiate pesanti attacchi con missili e droni. Teheran afferma di aver colpito installazioni militari statunitensi lungo il Golfo e di tenere chiuso lo Stretto di Hormuz, uno sviluppo che ha già portato all'innalzamento dei prezzi del petrolio.

Ora, si sollevano seri dubbi sul destino dell'accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran firmato il mese scorso. L'accordo prevedeva la riapertura dello Stretto e la cessazione delle ostilità, offrendo una "finestra di finestra" di 60 giorni alle due parti per procedere con ulteriori negoziati

 

Fonte Reuters

Il presidente turco ha definito le accuse di Israele "diffamazione" e ha sottolineato che i morti erano vittime di conflitti civili e disordini

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha respinto con fermezza la proposta avanzata da Israele di riconoscere come genocidio lo sterminio degli armeni avvenuto durante la Prima Guerra Mondiale, trasformando il confronto in un duro scontro politico e diplomatico. Nel suo intervento, il capo dello Stato turco ha respinto ogni accusa rivolta alla Turchia e ha contrattaccato, sostenendo che sia invece Israele a dover rispondere delle proprie azioni nella Striscia di Gaza, dove migliaia di palestinesi hanno perso la vita dall'inizio del conflitto.

La questione del riconoscimento del genocidio armeno rappresenta da decenni uno dei temi più delicati della politica estera turca. Secondo la maggior parte degli storici e un numero crescente di Paesi, tra il 1915 e il 1917 fino a 1,5 milioni di armeni furono deportati e uccisi dall'Impero Ottomano in quella che viene considerata la prima grande campagna genocidaria del XX secolo. Numerosi parlamenti e governi nel mondo hanno ufficialmente riconosciuto quei massacri come un genocidio, mentre Ankara continua a contestare questa definizione.

La Turchia sostiene infatti che le vittime armene morirono nel contesto della Prima Guerra Mondiale, caratterizzata da rivolte interne, epidemie, carestie e scontri tra eserciti, e respinge la tesi secondo cui vi sarebbe stato un piano sistematico di sterminio. Per questo motivo, ogni tentativo internazionale di riconoscere formalmente il genocidio armeno viene interpretato dalle autorità turche come un attacco alla storia e all'identità nazionale.

Nel suo discorso, pronunciato al termine della riunione del Consiglio dei ministri e trasmesso dalla televisione di Stato, Erdogan ha liquidato le accuse come una campagna diffamatoria nei confronti della Turchia.

«Non prestiamo assolutamente alcuna attenzione alle calunnie contro il nostro Paese da parte di questa rete criminale, che ha nelle mani il sangue di 73.000 persone innocenti a Gaza, principalmente bambini e donne», ha dichiarato il presidente turco, puntando il dito contro Israele per le operazioni militari nella Striscia.

Erdogan ha quindi rilanciato con una dichiarazione destinata ad alimentare ulteriormente il confronto diplomatico: «Non ci sono genocidi, massacri, oppressioni e colonialismo nella nostra storia».

Le affermazioni del presidente turco si scontrano tuttavia con il consenso della maggioranza della comunità accademica internazionale, che considera il genocidio armeno un fatto storico ampiamente documentato. La questione continua inoltre a rappresentare uno dei principali ostacoli nei rapporti tra Ankara e diversi Paesi occidentali.

Accanto al genocidio armeno, numerosi storici e studiosi richiamano anche la tragedia vissuta dalle popolazioni greche dell'Impero Ottomano tra il 1913 e il 1923, nota come genocidio ellenico o genocidio dei greci del Ponto e dell'Asia Minore. Secondo diverse ricostruzioni storiche, centinaia di migliaia di greci furono uccisi, deportati o costretti alla fuga attraverso marce forzate, persecuzioni e violenze sistematiche durante gli ultimi anni dell'Impero Ottomano e nella successiva guerra greco-turca. Anche in questo caso, numerosi studiosi ritengono che gli eventi presentino le caratteristiche di un genocidio, mentre la Turchia respinge categoricamente questa interpretazione.

Sia il genocidio armeno sia quello ellenico rimangono dunque temi profondamente divisivi nella memoria storica e nei rapporti diplomatici della regione. Ankara continua a negare che vi sia stato un piano di sterminio organizzato contro queste popolazioni, sostenendo che le morti furono una conseguenza della guerra e del collasso dell'Impero Ottomano. Al contrario, gran parte della storiografia internazionale considera entrambe le tragedie parte delle più gravi persecuzioni di massa che segnarono la fine dell'Impero e l'inizio del XX secolo.

Le dichiarazioni di Erdogan arrivano in un momento di forte tensione internazionale, con il conflitto a Gaza che continua a dominare il dibattito diplomatico e ad alimentare un duro scambio di accuse tra Ankara e Tel Aviv. Il presidente turco, che negli ultimi mesi ha intensificato le critiche nei confronti del governo israeliano, continua a utilizzare la crisi mediorientale come argomento centrale della propria politica estera, respingendo al tempo stesso ogni accusa rivolta alla storia della Turchia riguardo ai massacri di armeni ed ellenici avvenuti durante il tramonto dell'Impero Ottomano.

 

Foto di Pablo Almeida da Pixabay

 

Il 7 e l'8 luglio 2026 Ankara ospita uno degli appuntamenti più importanti degli ultimi anni per l'Alleanza Atlantica. Nel Complesso Presidenziale di Beştepe si riuniscono infatti i leader dei 32 Paesi membri della NATO per un vertice destinato a delineare le future strategie di sicurezza dell'Occidente in uno scenario internazionale caratterizzato dalla guerra in Ucraina, dalle tensioni con la Russia, dalle crisi in Medio Oriente e dal crescente confronto geopolitico globale.

A presiedere il summit sarà il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, mentre la Turchia del presidente Recep Tayyip Erdoğan consolida ulteriormente il proprio ruolo di attore strategico, diplomatico e militare all'interno dell'Alleanza, confermandosi uno dei principali interlocutori tra Europa, Stati Uniti e Medio Oriente.

L'incontro non sarà limitato al tema dell'aumento delle spese militari, ma rappresenta soprattutto una verifica concreta degli impegni assunti dagli Alleati al vertice dell'Aia dello scorso anno, quando venne concordato l'obiettivo di destinare entro il 2035 il 5% del Prodotto interno lordo alla sicurezza e alla difesa.

I leader presenti ad Ankara

Nella capitale turca arrivano i capi di Stato e di governo dei 32 Paesi dell'Alleanza, compreso il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Oltre ai membri della NATO saranno presenti anche i partner dell'Indo-Pacifico, il cosiddetto blocco AP4, formato da Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud, a conferma della crescente attenzione dell'Alleanza verso gli equilibri strategici globali.

Partecipa ai lavori anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha annunciato l'intenzione di discutere con Donald Trump dell'attuale situazione sul fronte della guerra e degli sforzi diplomatici in corso per raggiungere una pace duratura.

Secondo Zelensky, esiste una concreta prospettiva di porre fine al conflitto, ma ha ribadito che la determinazione degli Stati Uniti rimane un elemento decisivo per qualsiasi soluzione negoziale.

Anche il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis prenderà parte al summit, che si svolge in una fase di crescente instabilità internazionale e a un anno dalla storica riunione dell'Aia che ha ridefinito gli obiettivi strategici dell'Alleanza.

I dossier sul tavolo

I lavori saranno incentrati sulle principali questioni riguardanti la sicurezza euro-atlantica.

Tra i temi più delicati figurano il proseguimento del sostegno militare all'Ucraina, il nuovo equilibrio nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, il rafforzamento del fianco meridionale della NATO, l'incremento della produzione industriale nel settore della difesa e il ruolo sempre più centrale assunto dalla Turchia all'interno dell'Alleanza.

Particolare attenzione sarà dedicata anche alla cosiddetta "NATO 3.0", il piano americano che prevede una revisione della presenza militare statunitense in Europa. Secondo indiscrezioni riportate da Reuters, Washington starebbe valutando una riduzione di circa un terzo dei caccia F-15 schierati sul continente europeo, passando dagli attuali 150 velivoli a 99.

Il nodo delle spese militari

Uno dei principali argomenti del vertice sarà la verifica dei progressi compiuti dagli Alleati nel raggiungimento dell'obiettivo del 5% del PIL destinato alla sicurezza entro il 2035.

Il nuovo traguardo prevede una suddivisione precisa delle risorse: il 3,5% dovrà essere destinato alla spesa strettamente militare, mentre l'ulteriore 1,5% sarà investito in infrastrutture strategiche, rafforzamento dell'industria della difesa, cybersicurezza e resilienza nazionale.

Anche l'Italia ha sottoscritto questo impegno, pur mantenendo alcune riserve sull'utilizzo dei fondi europei SAFE per finanziare gli investimenti militari. Il governo italiano ha infatti ribadito il proprio no all'impiego di tali risorse, una scelta che potrebbe rendere più difficile finanziare nel 2026 alcuni programmi di ammodernamento delle Forze Armate.

Il sostegno all'Ucraina

La dichiarazione finale del vertice dovrebbe confermare il proseguimento dell'assistenza militare a Kiev.

L'intesa raggiunta tra gli Alleati prevede un sostegno complessivo pari a 70 miliardi di euro sia per il 2026 sia per il 2027, cifra che comprende anche il prestito europeo da 30 miliardi.

I Paesi sostenitori dell'Ucraina saranno quindi chiamati a garantire circa 40 miliardi di euro all'anno attraverso contributi volontari, che potranno assumere forme differenti.

Fonti italiane sottolineano come il contributo di Roma sia orientato soprattutto al settore energetico, ritenuto essenziale per mantenere operativi ospedali, scuole e servizi fondamentali durante il conflitto.

Meloni sente Erdoğan prima del summit

Alla vigilia del vertice, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha avuto un colloquio telefonico con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

La conversazione è servita a fare il punto sull'appuntamento di Ankara, considerato decisivo per il futuro della NATO dopo mesi di tensioni interne all'Alleanza e di divergenze anche tra alcuni partner europei e la nuova amministrazione americana guidata da Donald Trump.

Trump vedrà Zelensky e poi parlerà con Putin

Tra gli appuntamenti più attesi figura l'incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, previsto a margine del summit.

Secondo quanto comunicato dalla Casa Bianca, al termine del colloquio il presidente americano dovrebbe avere un nuovo contatto con il presidente russo Vladimir Putin.

Il Cremlino ha ricordato che i due leader avevano già discusso del processo di pace in Ucraina durante una conversazione telefonica avvenuta nei giorni precedenti. Trump ha inoltre annunciato che gli inviati speciali Jared Kushner e Steve Witkoff sarebbero pronti a recarsi a Mosca quando le condizioni diplomatiche lo consentiranno.

Rutte: "Il sostegno a Kiev deve continuare"

Rutte ribadisce il sostegno Nato Durante la conferenza pre-vertice Nato, ad Ankara, il segretario generale dell'Alleanza atlantica, Mark Rutte, ha confermato l'interesse degli alleati occidentali nel sostenere l'Ucraina, insinuando che la posizione del Cremlino sia peggio di quanto non voglia far credere: "La Russia continua a sferrare attacchi con droni e missili contro le città ucraine, proprio ieri sera (domenica, ndr) si è verificato un altro terribile attacco. E vorrei essere chiaro: tutti gli alleati devono fare la loro parte affinché il nostro sostegno all'Ucraina continui ad arrivare, perché la sicurezza dell'Ucraina è strettamente legata alla nostra", ha dichiarato. "Putin è sempre più disperato, l'Ucraina sta facendo molto meglio sul campo di battaglia della Russia negli ultimi 2-3 mesi".  

La Grecia tra i Paesi guida dell'Alleanza

Il governo di Atene arriva al vertice rivendicando di essere tra gli Alleati più virtuosi sul fronte degli investimenti militari.

Secondo fonti governative, la Grecia ha già raggiunto nel 2026 una spesa per la difesa pari al 3,6% del PIL, superando l'obiettivo del 3,5% fissato dalla NATO. Sommando anche gli investimenti destinati alla sicurezza e alle infrastrutture strategiche, il Paese risulta già in linea con gli obiettivi fissati per il 2035.

Atene ha inoltre avviato un programma di modernizzazione delle Forze Armate della durata di dodici anni per un valore complessivo di 25 miliardi di euro, consolidando la propria posizione tra i principali contributori dell'Alleanza insieme a Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania.

Il governo greco sottolinea come il Paese abbia mantenuto livelli elevati di spesa militare anche durante la crisi finanziaria degli anni passati, continuando a superare il precedente obiettivo del 2% del PIL quando molti altri membri della NATO non riuscivano ancora a rispettarlo.

Per il primo ministro Kyriakos Mitsotakis, una difesa europea più forte non rappresenta un'alternativa agli Stati Uniti, ma costituisce un elemento indispensabile per rafforzare l'intera Alleanza Atlantica. Atene continua inoltre a sostenere la necessità di nuovi strumenti finanziari comuni dell'Unione Europea, incluso il ricorso al debito congiunto per finanziare la difesa.

Il programma del summit

I lavori del vertice si aprono con la cena ufficiale organizzata dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e dalla first lady presso il Complesso Presidenziale di Beştepe. All'evento partecipano anche il presidente del Consiglio europeo, la presidente della Commissione europea, oltre ai presidenti dell'Ucraina e della Corea del Sud.

Secondo quanto reso noto dall'agenda ufficiale, non è invece previsto alcun incontro bilaterale tra il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan a margine del vertice.

Quirinale, Meloni apre al centrodestra: «Perché non un presidente della Repubblica della nostra area?». Scoppia lo scontro con le opposizioni

L'ipotesi che in futuro il Quirinale possa essere guidato da una figura riconducibile all'area del centrodestra accende il confronto politico. A rilanciare il tema è stata la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che nel corso di un'intervista a Nicola Porro, andata in onda su 10 minuti su Retequattro, ha sostenuto che non esista alcun motivo per cui questa prospettiva debba essere considerata un tabù.

«Perché no? In fondo la nostra Costituzione non obbliga il Parlamento a eleggere un capo dello Stato di sinistra», ha affermato la leader di Fratelli d'Italia, sottolineando come la questione possa ormai essere affrontata apertamente nel dibattito politico.

Le dichiarazioni della premier si inseriscono in una riflessione che, secondo il centrodestra, prende le mosse anche dalla storia repubblicana. Finora, infatti, nessun esponente politico proveniente dall'area della destra è mai stato eletto presidente della Repubblica. Negli ultimi anni il Colle è stato occupato prima da Giorgio Napolitano e successivamente da Sergio Mattarella, entrambi indicati dalle opposizioni come figure di garanzia, mentre dal centrodestra si evidenzia come le dinamiche parlamentari abbiano finito per favorire candidature sostenute prevalentemente dall'area progressista.

Le parole di Meloni hanno però provocato una dura reazione delle opposizioni, che accusano la presidente del Consiglio di voler ricondurre la più alta carica dello Stato a una logica di appartenenza politica.

Tra i primi a intervenire è stato Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi e Sinistra, secondo cui la Presidenza della Repubblica rappresenta un'istituzione che non può essere oggetto di spartizione politica, essendo il principale presidio della tenuta costituzionale e della dialettica democratica del Paese. Per Fratoianni, il fatto stesso che Meloni affronti il tema in termini di schieramento confermerebbe la volontà del centrodestra di occupare progressivamente tutte le principali cariche istituzionali, richiamando anche il dibattito sulla riforma della legge elettorale.

Sulla stessa linea Angelo Bonelli, che ha accusato la presidente del Consiglio di voler modificare le regole elettorali per consolidare il proprio potere. Secondo l'esponente di Europa Verde, l'introduzione di un ampio premio di maggioranza e un sistema che, a suo giudizio, limiterebbe la scelta dei parlamentari da parte degli elettori costituirebbero il presupposto per arrivare successivamente anche all'elezione di un presidente della Repubblica vicino alla maggioranza. Bonelli ha inoltre sostenuto che il governo sarebbe più interessato agli equilibri di potere che ai problemi concreti dei cittadini.

Ancora più severe sono state le reazioni del Partito Democratico.

Il presidente dei senatori dem Francesco Boccia ha sostenuto che dalle dichiarazioni della premier emerga come il suo principale obiettivo politico sia proprio il Quirinale. Secondo Boccia, il richiamo al diritto del centrodestra di esprimere un futuro capo dello Stato servirebbe a costruire una narrazione politica gradita all'elettorato conservatore, ma allo stesso tempo lascerebbe intravedere una strategia finalizzata a modificare gli equilibri istituzionali.

L'esponente del Pd ha ricordato che il presidente della Repubblica non viene eletto dalla sola maggioranza di governo, bensì da un Parlamento chiamato inizialmente a raggiungere la maggioranza dei due terzi e successivamente quella assoluta, proprio per garantire il carattere super partes della figura. Boccia ha inoltre criticato il riferimento ai precedenti presidenti della Repubblica, giudicando improprio ricondurli a uno schieramento politico, e ha collegato le parole della presidente del Consiglio al dibattito sulla riforma della legge elettorale, sostenendo che il centrodestra punti ad accrescere il proprio peso istituzionale dopo il rallentamento del progetto di riforma del premierato.

Sui social è intervenuto anche il senatore del Pd Filippo Sensi, che ha interpretato le dichiarazioni della presidente del Consiglio come un messaggio rivolto al proprio elettorato e alla coalizione di governo, individuando nel Quirinale un possibile obiettivo politico capace di rafforzare la coesione del centrodestra.

Dal fronte della maggioranza, invece, le parole di Meloni vengono lette come la rivendicazione della piena legittimità democratica del centrodestra ad aspirare, quando le condizioni parlamentari lo consentiranno, anche alla più alta carica dello Stato. L'argomento centrale è che la Costituzione non attribuisce alcuna appartenenza ideologica alla Presidenza della Repubblica e non preclude che possa essere eletto un candidato proveniente dall'area conservatrice, purché ottenga i voti previsti dalle norme costituzionali.

Nel dibattito politico viene inoltre sottolineato come, nella storia della Repubblica, l'elezione del capo dello Stato sia sempre stata il risultato di complesse trattative parlamentari. Da questa prospettiva, viene osservato che negli anni il Partito Democratico e le forze che lo hanno preceduto siano riusciti, attraverso accordi tra le diverse componenti parlamentari, a convergere su candidature poi approdate al Quirinale.

Per questo motivo, alcuni esponenti del centrodestra giudicano contraddittorie le accuse di voler "politicizzare" la Presidenza della Repubblica. Secondo questa lettura, se in passato le maggioranze parlamentari hanno espresso presidenti ritenuti vicini all'area progressista senza che ciò venisse definito una spartizione politica, non vi sarebbe alcuna ragione per considerare illegittima, in linea di principio, l'eventuale elezione di un capo dello Stato riconducibile al centrodestra.

Il confronto resta dunque aperto e conferma come il tema del futuro assetto delle istituzioni e dell'elezione del prossimo presidente della Repubblica sia destinato a occupare uno spazio sempre più rilevante nel dibattito politico dei prossimi anni.

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