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Martedì, 20 Gennaio 2026

È un’esperienza immersiva quella pensata per La bohème di Giacomo Puccini dal regista Davide Livermore, autore anche di scene, costumi e luci. Un gioco straordinario di tecnologia reso possibile grazie al video mapping di D-Wok di cui, da oltre dieci anni, il regista torinese si avvale per modificare profondamente l’estetica dell’opera, usando strumenti tecnologici e superfici come elementi sensibili per raccontare.

L’allestimento, dopo le rappresentazioni all’aperto, alle Terme di Caracalla (2014 e 2015) e al Circo Massimo (2021), dove la digital art è stata protagonista, torna all’Opera di Roma e indiretta su Radio3 Rai il 14 gennaio (ore 20), ripensato per lo spazio intimo del Teatro Costanzi. «Bohème non si studia, la si sa – dichiarava Livermore già nel 2014 –; ed è semplicemente perfetta, tanto perfetta da essere quasi una non-opera, una sorta di neo proto sceneggiatura cinematografica.

Azioni ed emozioni vengono descritte con una precisione assoluta. Come raccontare questa storia oggi? Facendo Puccini, assecondando la sua miracolosa partitura fino in fondo. E così – concludeva – questo allestimento ci porta nel 1896, nella contemporaneità della scrittura pucciniana, immergendoci nell’arte visiva contemporanea alla prima rappresentazione di Bohème. Nell’atelier di Marcello, che diventa sintesi di tutta l’esperienza pittorica della Parigi fin de siècle, le pitture amplificano il racconto degli affetti in musica».

Sul podio dell’Orchestra dell’Opera di Roma torna Jader Bignamini che di Bohème dice «non è nostalgia. È vita allo stato puro: piena, disordinata, improvvisa. A Roma – anticipa il direttore – questa produzione sarà un’occasione per restituire al pubblico il cuore pulsante dell’opera: la semplicità delle emozioni che diventano universali, tra sogni mai realizzati e affetti che resistono oltre la fine». Alla bacchetta di Alessandro Palumbo è affidata la replica del 21 gennaio.

A dar voce al gruppo di giovani bohémiens protagonisti della vicenda narrata nel libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, da Scènes de la vie de bohème di Henri Murger e Théodore Barrière, sono chiamati diversi cast che si alternano nelle undici recite dal 14 al 25 gennaio. A vestire i panni di Mimì è l’interprete pucciniana del momento, Carolina López Moreno (14, 17, 20, 22, 25) reduce dai successi in questo ruolo oltre che, come Suor Angelica, (Festival di Edimburgo e BBC Proms 2025), Cio-Cio-San in Madama Butterfly (Maggio Musicale Fiorentino 2024), Magda ne La rondine (Barbican Hall, Londra 2024). Nel ruolo di Mimì sono chiamate anche Maria Agresta (15, 18, 24) e Roberta Mantegna (16, 21, 23). Saimir Pirgu (14, 17, 20, 22, 25) torna all’Opera di Roma, dove ha già interpretato i ruoli pucciniani di Pinkerton (Circo Massimo 2021) e Cavaradossi (Caracalla 2024), ma mai quello di Rodolfo. Nei panni del poeta cantano anche Francesco Demuro (15,18, 24) e René Barbera (16, 21, 23). Il pittore Marcello è interpretato da Nicola Alaimo (14, 17, 18, 20, 22), Vittorio Prato (15, 16, 21, 23, 24) e Biagio Pizzuti (25); quest’ultimo è anche Schaunard (15, 16, 18, 21, 23), in alternanza con Alessio Arduini (14, 17, 20, 22, 24, 25). Musetta è interpretata da Desirée Rancatore (14, 17, 18, 20, 22, 25) ed Elisa Balbo (15, 16, 21, 23, 24), il filosofo Colline da William Thomas (14, 17, 18, 20, 22, 25) e Manuel Fuentes (15, 16, 21, 23, 24), Benoît e Alcindoro da Matteo Peirone.

In scena in tutti gli spettacoli il Coro del Teatro dell’Opera di Roma diretto da Ciro Visco, con la partecipazione della Scuola di Canto Corale (Maestro Alberto de Sanctis).

Fonte  TEATRO DELL’OPERA DI ROMA

 

In occasione del decennale di UnArchive/Premio Cesare Zavattini, promosso dalla Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD) e dedicato alla realizzazione di cortometraggi basati sul riuso creativo del cinema d’archivio, un denso programma di iniziative celebra e ripercorre dieci anni di cinema giovane, sperimentale e libero, che ha saputo ridare nuova vita al patrimonio filmico degli archivi attraverso sguardi contemporanei e sorprendenti. Un’occasione per condividere il senso profondo del riuso creativo e per mettere in dialogo le opere, gli autori e le autrici che hanno reso questo Premio un’esperienza unica nel panorama documentario e sperimentale italiano.

Tre giornate di proiezioni con ingresso gratuito, dal 13 al 15 gennaio 2026, a partire dalle ore 18 presso il Cinema Azzurro Scipioni (Via degli Scipioni 82, Roma) offriranno l’opportunità di vedere o rivedere i cortometraggi vincitori o destinatari di menzioni speciali, realizzati in questi anni grazie al Premio, con una sezione speciale dedicata ai corti di Memory Ciak, opere di tre minuti nate dalla collaborazione tra Fondazione AAMOD, Premio Zavattini e BookCiak, Azione!. Tutti i film saranno presentati dalle autrici e dagli autori.

Sabato 17 gennaio, dalle 15.00 alle 19.30, presso la sede della Fondazione AAMOD , si terrà la tavola rotonda Il senso degli archivi negli sguardi di una generazione di filmmaker, articolata in tre momenti tematici: il primo, intitolato Racconti che non c’erano, sarà dedicato ai corti che, partendo dall'archivio, hanno creato dimensioni narrative che prescinde totalmente dal valore documentale del materiale utilizzato; il secondo, Negli spazi privati, alle rivisitazioni dei materiali di famiglia; il terzo, Riletture, al riuso del materiale d'archivio per rivisitare figure o eventi di carattere pubblico o storico. 

 Dopo i saluti istituzionali di Vincenzo Vita (Presidente della Fondazione AAMOD), Enrico Bufalini (Direttore di Archivio Luce Cinecittà), Paolo Simoni (Direttore della Fondazione Home Movies), e l’introduzione di Aurora Palandrani e Antonio Medici (Coordinatrice e Direttore del Premio Zavattini), interverranno nei diversi panel: Laura Delli Colli (Presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani), Ilaria Fraioli (montatrice) e Luca Ricciardi (producer e membro del coordinamento dell’AAMOD), in rappresentanza delle Giurie del Premio; Wilma Labate (regista), Erika Manoni (montatrice), Giuseppe D’Amato (montatore del suono), in rappresentanza dei docenti del Workshop del Premio; Beatrice Baldacci, Riccardo Bolo, Davide Crudetti, Maria Iovine, Gaia Siria Meloni e Lorenzo Spinelli, in rappresentanza dei giovani filmmaker che hanno partecipato e vinto le diverse edizioni dello Zavattini, realizzando i propri progetti di cortometraggio. I tre panel saranno moderati da Luca Onorati (montatore e regista), Giovanni Piperno (regista  e direttore della fotografia) e Chiara Ronchini, che in veste di tutor hanno seguito negli ultimi anni lo sviluppo dei progetti selezionati dalle Giurie per il Workshop.

La tavola rotonda si concluderà con un brindisi e una festa aperti a tutte e tutti i partecipanti.

“Con questa iniziativa – ha dichiarato il direttore Antonio Medici – ci interessa aprire un confronto sul peculiare punto di vista, sulle estetiche e sulle tematiche di una generazione di filmmaker under 35, che nel corso di questo decennio si è confrontata con l'archivio e il suo riuso nell'ambito del Premio Zavattini. Un’iniziativa che è stata in grado di anticipare in Italia e sintonizzarsi con le tendenze più originali del cinema contemporaneo internazionale, in cui autori riconosciuti e premiati nei più importanti festival hanno utilizzato in modo originale o sperimentale il cinema d’archivio”.

La rassegna cinematografica

Da martedì 13 a giovedì 15 gennaio (dalle 18.00 alle 22.30), presso il Cinema Azzurro Scipioni (Via degli Scipioni 82, Roma), sarà possibile assistere gratuitamente alla rassegna dei corti vincitori delle varie edizioni del Premio, opere che hanno avuto ampia circolazione in festival nazionali e internazionali. Ogni proiezione sarà introdotta dalle autrici e dagli autori, in un dialogo diretto con il pubblico.

La serata di martedì 13 si aprirà con Blue screen di Alessandro Arfuso e Riccardo Bolo, cui seguiranno Massimino di Pierfrancesco Li Donni, Fuori programma di Carla Oppo, Dimenticata militanza di Patrizio Partino, In Her Shoes di Maria Iovine, Mirabilia Urbis di Milo Adami, Then & Now di Giulia Tata e Antonino Torrisi, Anche gli uomini hanno fame di Andrea Settembrini, Francesco Lorusso e Gabriele Licchelli, Domani chissà forse di Chiara Rigione e Supereroi senza superpoteri di Beatrice Baldacci.

Mercoledì 14 sarà la volta di Il mare che non muore di Caterina Biasiucci, Lo chiamavano Cargo di Marco Signoretti, L’angelo della storia di Lorenzo Conte e Het di Santiago Torresagasti. A seguire, una sezione speciale sarà dedicata ai cortometraggi vincitori di Memory Ciak, sezione di BookCiak, Azione!, con i titoli: Per tutti i giorni della tua vita di Marta Sappa e Marco Marasca, Frammenti di Mauro Armenante e Chiara Capobianco, Il periodo di Giulia Di Maggio, Ambra Lupini e Sara Maffi, Presente dilatato di Riccardo Malleo, Ho sognato che a Milano c’era il mare di Mattia De Gennaro e Tentativi d’analisi di Piero Bonaccio. Chiuderanno la serata Heimat di Giovanni Montagnana, Sbagliando s’inventa di Alice Sagrati, Comunisti di Davide Crudetti e Seize the time 2020 di Marco Scola Di Mambro.

La rassegna si concluderà giovedì 15 con la proiezione di Era una casa molto carina… di Sara Parentini, Piccolo Golem di Viola Giulia Milocco e Federica Quaini, Un respiro parziale ma intero di Lorenzo Spinelli, Radio Perla del Tirreno di Noemi Arfuso e La selección de Chile di Giulio Pacini. La seconda parte della serata presenterà Ma-tri-mò-nio di Gaia Siria Meloni, Forza e Coraggio di Francesco Bovara e Giovanni Merlini, Riccardo I di Federica Cozzio, La figura umana di Giulia Claudia Massacci e, infine, Il tempo negato di Maurizio Dall’Acqua.

Il Premio Cesare Zavattini

Il Premio Cesare Zavattini è promosso dalla Fondazione AAMOD nell’ambito del progetto UnArchive, con il sostegno di Cinecittà S.p.A. – Archivio Storico Luce e di Nuovo Imaie, e in collaborazione con Home Movies, Cineteca Sarda, Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, Archivio delle Memorie Migranti, Bookciak Azione!, Deriva Film, OfficinaVisioni, Archivio Cinema del Reale, UCCA e FICC. Media partner: Radio Radicale e Diari di Cineclub.

Rivolto a giovani filmmaker tra i 18 e i 35 anni, italiani e stranieri, la Giuria professionale del Premio seleziona ogni anno, tramite bando pubblico, progetti di cortometraggi documentari e sperimentali che prevedano il riuso creativo di materiali d’archivio. Gli autori e le autrici selezionati partecipano a un Workshop di formazione e sviluppo tra settembre e dicembre, al termine del quale la stessa Giuria sceglie i tre progetti vincitori che ricevono un contributo alla produzione, servizi gratuiti di supporto e un riconoscimento di duemila euro per ogni progetto.

Nel nome di Cesare Zavattini, instancabile promotore di un cinema libero e profondamente connesso con il reale, nonché primo presidente dell’AAMOD, il Premio intende stimolare nuove forme di narrazione e sperimentazione, senza vincoli di genere o formato, promuovendo l’accesso e il riutilizzo critico del patrimonio filmico della Fondazione e degli archivi partner.

 

Fonte AAMOD

La stagione di danza 2025/26 al Costanzi si apre il 17 dicembre (ore 20), sulle note de Lo schiaccianoci di Čajkovskij. Dopo i successi da sold out delle due edizioni precedenti, nel 2023 e 2024, torna nella visione fiabesca creata dal coreografo Paul Chalmer per il Teatro dell’Opera di Roma, resa magica dalle scene di Andrea Miglio, dai costumi di Gianluca Falaschi, dalle luci di Valerio Tiberi e dai video di Igor Renzetti e Lorenzo Bruno. Lo spettacolo rimane in scena fino alla fine dell’anno con l’ultima rappresentazione il giorno di San Silvestro, il 31 dicembre (ore 18). Sul podio Nir Kabaretti si alterna con Carlo Donadio (27, 28, 30, 31) alla direzione dell’Orchestra dell’Opera di Roma cui sono affidate le celebri musiche composte da Čajkovskij per il titolo diventato il più ambito dal pubblico nel periodo natalizio.

«Non riesco a ricordare un Natale senza Lo schiaccianoci. La mia coreografia si ispira alle tradizionali e iconiche produzioni che ho danzato e ammirato ormai da più di cinquant’anni». Lo ha dichiarato Paul Chalmer, che a questo balletto è legato dall’infanzia: è il primo che ha visto a teatro e il primo in cui ha danzato. Nella vicenda, che si svolge in un magico Natale in cui allo scoccare della mezzanotte sogni e desideri della giovane Clara prendono vita, gli aspetti più oscuri e psicologici del racconto di E.T.A. Hoffmann, da cui è tratto il balletto, lasciano spazio a un’atmosfera incantata amata da adulti e bambini.

Nelle 14 recite in programma sono impegnati étoiles, primi ballerini, solisti e Corpo di Ballo dell’Opera di Roma, con la partecipazione degli allievi della Scuola di Danza diretta, come il Corpo di Ballo, da Eleonora Abbagnato. Attesi i due ospiti internazionali, Chloe Misseldine, prima ballerina dell’American Ballet Theatre al debutto al Costanzi, e Jacopo Tissi, già apprezzato su questo palcoscenico in Giselle, Il Corsaro e La Bayadère. A loro sono affidati i ruoli principali della Fata Confetto e del suo Cavaliere nelle recite del 17, 19 e 20 (ore 20) dicembre. Con Misseldine si alternano l’étoile Susanna Salvi (18, 21, 28, 31) e le prime ballerine Marianna Suriano (20 e 23 ore 15, 24, 30 ore 20) e Federica Maine (23 ore 20, 27, 30 ore 15); con Tissi i primi ballerini Michele Satriano (18, 21, 28, 31) e Claudio Cocino (24, 30 ore 20), il solista Giacomo Castellana (20 e 23 ore 15) e Mattia Tortora (23, 27, 30 ore 15). Clara è interpretata dalle soliste Flavia Stocchi (17, 19, 20 e 23 ore 20, 27, 30 ore 15) e Marta Marigliani (18, 21, 24, 28, 30 ore 20, 31) che si alternano con Federica Azzone (20 e 23 ore 15); lo Schiaccianoci dall’étoile Alessio Rezza (17, 19, 20 e 23 ore 20, 27, 30 ore 15), da Simone Agrò (18, 20 ore 15, 23 ore 15, 28, 31), alla sua prima apparizione dopo la nomina a primo ballerino del 24 ottobre, e dal solista Walter Maimone (21, 24, 30 ore 20). Nel ruolo di Drosselmeyer tornano in scena il primo ballerino Claudio Cocino (17, 19, 20 ore 20, 23 ore 20, 27), il solista Giacomo Castellana (24, 30 ore 15 e ore 20) e Mattia Tortora (18, 21, 28, 31), che si alternano con Valerio Marisca (20 ore 15, 23 ore 15).

 

Fonte Operaroma

Le assaggiatrici è un film del 2025 diretto da Silvio Soldini e tratto dall’omonimo romanzo di Rosella Postorino, ispirato alla vera storia di Margot Wölk. Solo in tarda età, la donna confessò di essere stata, da giovane, una delle assaggiatrici di Adolf Hitler.

La sceneggiatura riprende fedelmente il libro di Postorino (Ellenika Grammata), che ricostruisce l’esistenza nascosta – e tragica – delle donne costrette ad assaggiare il cibo del Führer per verificare che non fosse avvelenato. Ogni giorno, nei pressi del famigerato “Nido del Lupo”, la base di Hitler in Prussia Orientale, queste giovani consumavano i suoi piatti vegetariani sotto la minaccia delle armi. Nessuna di loro è più in vita. Solo una, Margot Wölk, trovò il coraggio di raccontare ciò che aveva visto e subito: una testimonianza sconvolgente, così come lo furono gli eventi che la attesero dopo la fine della guerra.

“Un quotidiano gioco con la morte”

Margot Wölk (27 dicembre 1917 – 2014) era una segretaria tedesca e una delle quindici giovani selezionate nel 1942 per assaggiare il cibo destinato a Hitler nel quartier generale della Wolfsschanze, dove il dittatore trascorse oltre 800 giorni tra il 1941 e il 1944. Fu l’unica delle quindici a sopravvivere alla guerra. Il suo passato venne alla luce soltanto nel 2012, quando, nel giorno del suo 95° compleanno, lo rivelò in un’intervista alla Berliner Zeitung.

Nata a Wilmersdorf, nel cuore di Berlino, Margot aveva rifiutato di aderire al Bund Deutscher Mädel, la sezione femminile della Gioventù Hitleriana; suo padre era stato persino condannato per non aver voluto iscriversi al Partito Nazista. Sposata e segretaria allo scoppio del conflitto, nel 1941 lasciò l’appartamento dei genitori — distrutto dai bombardamenti — per trasferirsi nella casa della suocera a Gross-Partsch, in Prussia Orientale.

A pochi chilometri da lì sorgeva il “Nido del Lupo”, costruito per l’Operazione Barbarossa. Poco dopo il suo arrivo, Margot e altre quattordici giovani vennero reclutate dal sindaco e condotte nelle caserme di Krausendorf, dove i cuochi preparavano i pasti destinati a Hitler. Ogni giorno, un autobus delle SS la prelevava per portarla alla degustazione, che si svolgeva puntualmente tra le 11 e le 12.

Menù impeccabile, terrore costante

Il cibo veniva disposto su un grande tavolo di legno: piatti vegetariani, verdure freschissime, riso, insalate, frutta esotica. “Il cibo era ottimo,” ricordò Wölk. “Ma non potevamo goderne. Avevamo paura: se fosse stato avvelenato, oggi non sarei qui.” Le SS attendevano che tutte assaggiassero ogni portata prima di trasportarla al quartier generale.

Dopo il fallimento dell’attentato del colonnello Stauffenberg, nel luglio 1944, la sicurezza attorno alla Wolfsschanze fu ulteriormente rafforzata. Le assaggiatrici non poterono più tornare a casa e vennero alloggiate in una scuola vuota, sorvegliate giorno e notte. Hitler, che Margot non vide mai di persona, era noto per abitudini alimentari severe: vegetariano, amante degli asparagi, dei peperoni, dei piselli, dei piatti di pasta; secondo testimonianze dell’epoca, mangiava rapidamente e con scarse maniere.

Il crollo del Reich e la tragedia personale

Nel tardo 1944, con l’Armata Rossa ormai vicina al complesso, un tenente delle SS allontanò Margot mettendola su un treno diretto a Berlino. Le altre assaggiatrici, raccontò lo stesso ufficiale dopo la guerra, furono probabilmente giustiziate dai sovietici.

Ma la salvezza non portò pace. Dopo la caduta di Berlino, Margot cadde nelle mani dei soldati sovietici: fu violentata ripetutamente per due settimane, riportando ferite tali da impedire per sempre di avere figli. “Mi portarono nell’appartamento di un medico e mi violentarono per 14 giorni,” raccontò. “Il maggiore che guidava il gruppo si faceva chiamare ‘Berlin’.”

Nel 1946 si riunì al marito Karl, anch’egli segnato dalla guerra e dalla prigionia. Vissero insieme fino alla morte di lui, nel 1980. Per decenni, Margot non rivelò a nessuno il suo passato a Gross-Partsch. Quei ricordi riaffiorano solo nei sogni.

Fu soltanto nel 2012, a 95 anni, che decise di rompere il silenzio. Morì nel 2014.

Fonti: Military News e agenzie varie.

 

«Penso di aver realizzato un balletto autobiografico – racconta Giorgio Mancini – una sorta di ‘balletto nel balletto’ che mette in luce la mia personalità poliedrica. Coppélia è stato il primo titolo che ho danzato da bambino, quello che mi ha avvicinato alla danza in modo decisivo. La mia versione è una lettura per adulti e bambini.»

Dal 3 al 7 dicembre, al Teatro Nazionale, torna in scena Coppélia in un nuovo allestimento del Teatro dell’Opera di Roma, con scene di Michele Della Cioppa, costumi di Anna Biagiotti e luci di Stefano La Selva. Creata da Giorgio Mancini per il Teatro di San Carlo di Napoli nel 2009, la coreografia era già stata interpretata con successo nel 2017 dal Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma. Ora viene riproposta dagli allievi della Scuola di Danza, in una produzione che unisce tradizione e sguardo contemporaneo.

Ispirato a un racconto di E.T.A. Hoffmann, Coppélia debuttò nel 1870 all’Opéra di Parigi con la coreografia di Arthur Saint-Léon e la musica di Léo Delibes. Considerato un punto di svolta rispetto al balletto romantico, il titolo abbandona gli spiriti eterei – silfidi e villi – per raccontare con ironia le avventure di una bambola meccanica.

Il coreografo Giorgio Mancini rivisita la drammaturgia originale offrendo una lettura più psicologica dei personaggi e più fedele allo spirito del racconto di Hoffmann. L’ambientazione, reinterpretata in chiave moderna, si ispira alla società dell’effimero e al culto dell’immagine tipico della contemporaneità. Mancini, infine, inserisce un vero e proprio omaggio alla danza: nel laboratorio di Coppélius infatti prendono vita, come figure di un sogno, i grandi ruoli del repertorio ballettistico – Odette, Giselle, Kitri, il Fauno, Petruska e lo Spettro della Rosa.

«Siamo felici e orgogliosi – dichiara Eleonora Abbagnato, Direttrice della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma – di presentare un nuovo allestimento di Coppélia con i nostri giovani artisti. Questo progetto rappresenta un’occasione di crescita e di incontro tra generazioni, dove la tradizione si rinnova attraverso il talento e l’entusiasmo degli allievi. Un ringraziamento speciale va alla Andrea Bocelli Foundation per il prezioso sostegno e per la sensibilità dimostrata nel promuovere la formazione e il futuro dei giovani danzatori.» 

Protagonista nel ruolo di Coppélia sarà la giovane allieva Daniela Creciun, di origine moldava, ammessa al primo corso della Scuola nell’anno scolastico 2019/2020. Sin da bambina vive a Roma con la madre, mentre il padre è rimasto nella loro città d’origine, Cocieri, nel distretto moldavo di Dubasari. Nel 2022, riconoscendone le doti artistiche e la particolare situazione familiare, la direttrice Eleonora Abbagnato ha chiesto e ottenuto dalla Andrea Bocelli Foundation una borsa di studio che le ha consentito di frequentare gratuitamente la Scuola di Danza.

Nello stesso anno, la Fondazione ha invitato Daniela a esibirsi a Firenze in occasione delle celebrazioni natalizie, alla presenza del Sindaco e di numerosi giovani talenti sostenuti dalla ABF. La vicinanza e l’impegno della Andrea Bocelli Foundation si sono estesi anche ad altri allievi della Scuola: nel 2022 è stata offerta una borsa di studio alla studentessa Adriana Lavignani, e nel 2025 un analogo sostegno è stato destinato ai giovani Gioele Innocenti e Niccolò Virgillito, dei corsi maschili secondo e terzo.

Nata nel 2011, dalla volontà del Maestro Bocelli e della sua famiglia, la Andrea Bocelli Foundation ha come mission quella di creare un mondo in cui bambini, giovani e comunità vulnerabili siano messi nella condizione di esprimere appieno il proprio potenziale, attraverso programmi educativi di qualità e inclusivi che valorizzano l’arte, la musica e il digitale come strumenti chiave per una crescita personale e collettiva.

 

Fonte Uff.St Cosimo Manicone

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