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Mercoledì, 20 Maggio 2026

Tancredi di Gioachino Rossini torna dopo ventidue anni al Teatro dell’Opera di Roma. Il melodramma eroico in due atti su libretto di Gaetano Rossi, tratto da Voltaire, è in scena dal 19 al 29 maggio 2026 al Costanzi: martedì 19 in diretta su Radio3 e giovedì 21 in prima serata su Rai5. L'opera è proposta nella sua versione tragica, in un nuovo allestimento firmato da Emma Dante. «Quando entri nel mondo rossiniano, entri in una specie di luogo fatato, in cui succede di tutto, ma in cui tutto ha un suo filo logico. C'è una logica schiacciante. Le trame rossiniane sono piene di suspense, di intrecci, di mistero. Tancredi in questo senso è pieno di stimoli, spunti, allegorie; è una grande favola che ho ambientato in questo luogo molto artificiale, con questi fondali dipinti propri dell'opera dei pupi. 

È una storia che ha a che fare con qualcosa di universale, non prettamente collocato geograficamente; è molto vera, molto umana, molto contemporanea.» La regista palermitana, Leone d’Oro alla carriera 2026 della Biennale di Venezia, rilegge così il mito di Tancredi immaginandolo in un'opera di pupi siciliani. Alla guida dell'Orchestra del Teatro dell'Opera di Roma Michele Mariotti, che affronta per la prima volta il titolo e sceglie di affidare il ruolo del protagonista al controtenore Carlo Vistoli. Amenaide è il soprano in grande ascesa Martina Russomanno, al debutto al Costanzi. Carmine Maringola firma le scene, Emma Dante e Chicca Ruocco i costumi, Luigi Biondi le luci, Manuela Lo Sicco i movimenti coreografici. Il Coro del Teatro dell’Opera di Roma è diretto da Ciro Visco.

Composta da Rossini nel 1813, a soli 21 anni, l’opera racconta il conflitto tra virtù e sentimento, in cui trova spazio la vicenda dell’eroe esiliato Tancredi, — ruolo originariamente affidato a un contralto en travesti — che torna in patria a Siracusa per difendere la città dagli invasori e riconquistare l’amata Amenaide, ingiustamente accusata di tradimento. Eros e Thanatos, lirismo e tensione drammatica, attraversano la scrittura rossiniana incontrando la forza visiva di Emma Dante in uno scontro fra umano e simbolico.

Emma Dante affronta Tancredi proseguendo un percorso di collaborazione col lirico capitolino iniziato nel 2016 con La Cenerentola di Rossini (poi ripresa nel 2019) a cui sono seguiti L’angelo di fuoco di Prokof’ev (2019) e Les dialogues des Carmélites di Poulenc, opera che ha inaugurato la stagione 2022/23. Regista, drammaturga, cineasta e attrice palermitana, ha ricevuto negli anni diversi riconoscimenti: nel 2001 il Premio Scenario con mPalermu, nel 2004 il Premio Gassman come miglior regista e due premi Ubu, uno per Carnezzeria (2003) e il secondo per Le sorelle Macaluso (2014), fino al recente Leone d’Oro alla carriera del 2026.

«Poco più che ventenne, Rossini riesce a coniugare un sentimento puro e istintivo con un perfetto controllo classico, in un equilibrio continuo tra apollineo e dionisiaco. Sullo sfondo della guerra, Tancredi e Amenaide vivono il loro amore in modo assoluto, con una gelosia e una passione che però ostacolano il dialogo. Nonostante due lunghi duetti, infatti, i giovanissimi amanti non riescono mai a comprendere davvero. 

Musicalmente disarmante è invece il finale tragico che abbiamo scelto di eseguire, che descrive con pagine rarefatte e stranianti l’allontanarsi progressivo del corpo e dell’anima di Tancredi.» Michele Mariotti, descrive con queste parole la sua visione sulla partitura. Direttore musicale del Teatro dell’Opera di Roma dal 2022 e interprete rossiniano internazionalmente riconosciuto, con Tancredi firma il suo primo incontro romano con questo titolo. Opera del primo Rossini caratterizzata dalla presenza di un doppio finale — uno lieto, quello originario veneziano del 1813, e uno tragico, composto poco dopo per Ferrara —, è proposta al Costanzi nella versione tragica.

Tancredi è Carlo Vistoli, tra i controtenori italiani più affermati sulla scena internazionale. A Roma ha legato il suo nome a produzioni di grande rilievo: nel 2019 è stato Orfeo nell’Orfeo ed Euridice di Gluck diretto da Gianluca Capuano con la regia di Robert Carsen, mentre nel 2023 è stato Tolomeo in Giulio Cesare in Egitto di Händel nella nuova produzione di Damiano Michieletto per la quale ha vinto il Premio Abbiati come miglior cantante. A ottobre 2026 Vistoli tornerà a interpretare Rossini, ancora con Michele Mariotti sul podio, nella Petite messe solennelle, proposta sia nella versione per orchestra sia in quella originale con un pianoforte e percussioni.

Nel ruolo di Amenaide debutta al Costanzi il soprano Martina Russomanno. Dopo la formazione all’Académie de l’Opéra national de Paris e la partecipazione al Young Singers Project del Salzburg Festival nel 2022, si è affermata su un repertorio che spazia da Mozart a Rossini fino al primo Ottocento italiano. Tra gli impegni recenti figurano il debutto come Violetta ne La traviata all’Opéra national du Rhin (2025) e come Donna Anna in Don Giovanni alla Staatsoper Stuttgart e alla Semperoper Dresden. Ha interpretato Madama Cortese ne Il viaggio a Reims alla Deutsche Oper Berlin. Si è inoltre esibita al Teatro alla Scala, al Teatro Regio di Torino e al Rossini Opera Festival. Si alterna con Russomanno, il 26 maggio, Giuliana Gianfaldoni.

Veste i panni di Argirio Enea Scala che torna all’Opera di Roma dopo aver cantato Gennaro in Lucrezia Borgia nel 2025. In alternanza con Scala, il 26 maggio, Antonino Siragusa. Luca Tittoto veste i panni di Orbazzano, già interprete per l’Opera di Roma nel 2022 in Alceste di Gluck. Completano il cast Ekaterine Buachidze (Isaura) e Maria Elena Pepi (Roggiero) giovani artiste del progetto "Fabbrica" Young Artist Program del Teatro dell'Opera di Roma

 

Fonte Cosimo Manicone Responsabile Ufficio Stampa

Per la prima volta, tre lavori fondamentali del repertorio di Angelin Preljocaj sono riuniti in un’unica serata al Teatro dell’Opera di Roma. Dopo il trittico Neumeier/Godani/Millepied, l’Opera di Roma prosegue nel racconto della contemporaneità con sei serate dedicate al coreografo francese. Dal 14 al 19 aprile 2026 al Teatro Nazionale, il Corpo di Ballo diretto da Eleonora Abbagnato affronta Annonciation (1995), duetto ispirato all’episodio evangelico che indaga il momento della Rivelazione a Maria; La Stravaganza (1997), che mette in dialogo suggestioni barocche e sensibilità contemporanee; e Noces (1989), su musica di Stravinskij, rilettura del rito nuziale. Il programma attraversa oltre un decennio della produzione di Preljocaj, dagli anni Ottanta ai Novanta, restituendo un percorso coerente e stratificato che mette in relazione spiritualità, memoria e ritualità collettiva. Una proposta che si inserisce in un dialogo ormai consolidato con l’Opera di Roma: Annonciation è stato presentato nella stagione 2016-2017 in trittico con coreografie di Robbins ed Ekman, per poi tornare nel 2021-2022 in un appuntamento interamente dedicato a Preljocaj, in cui era in programma insieme a Nuit romaine, creazione firmata per Roma nel 2022, nata da un progetto filmico girato a Palazzo Farnese con Eleonora Abbagnato e Friedemann Vogel con i costumi di Dior.

Ad aprire la serata è Annonciation (1995), intenso duetto per due danzatrici ispirato all’episodio evangelico dell’Annunciazione. Sulla partitura che accosta le sonorità elettroniche del compositore Stéphane Roy al Magnificat di Antonio Vivaldi. La coreografia indaga il momento della Rivelazione come esperienza fisica e trasformativa, mettendo al centro la tensione tra accettazione e resistenza. Il gesto coreografico, essenziale e incisivo, rende visibile il conflitto tra l’abbandono a un destino già scritto e l’impulso a opporsi, trasformando il corpo in luogo di negoziazione tra dimensione sacra e istanza umana. Nel ruolo di Maria le soliste Marta Marigliani e Giorgia Calenda. La prima ballerina Federica Maine, in alternanza con Annalisa Cianci, interpreta L’Arcangelo.

La Stravaganza (1997), corpo centrale del Trittico, mette in dialogo epoche e culture, riflettendo anche il percorso biografico di Preljocaj, figlio di immigrati. Da un lato la tradizione europea, evocata dalla musica barocca di Vivaldi, dall’altro la modernità e l’energia del presente. Creata originariamente per il New York City Ballet, la coreografia mette in scena una migrazione simbolica, in cui il passato riaffiora continuamente, le identità si confrontano e il tempo si configura come un ciclo, in un perpetuo ritorno. Protagonisti del passo a due l’étoile Susanna Salvi e il primo ballerino Michele Satriano che insieme a Claudio Cocino danza anche nel duo maschile. Negli assoli l’étoile Alessandra Amato e il solista Gabriele Consoli.

Chiude il programma Noces (1989), una delle creazioni più emblematiche di Preljocaj, su musica di Igor Stravinskij. Ispirato ai riti matrimoniali della tradizione dell’Europa orientale, il balletto trasforma il cerimoniale delle nozze in una dimensione che esprime una tensione costante tra individuo e comunità, desiderio e costrizione.

Nato in Francia da famiglia di origine albanese, Angelin Preljocaj è tra i coreografi più influenti della scena contemporanea. Formatosi tra danza classica e moderna, ha lavorato con figure come Merce Cunningham prima di fondare la propria compagnia nel 1984. Le sue creazioni sono oggi presenti nei repertori delle principali istituzioni coreutiche internazionali, dal Balletto dell’Opéra di Parigi al New York City Ballet, e si distinguono per un linguaggio che unisce rigore formale e forte componente espressiva. Nel 2019 è stato nominato membro dell’Académie des Beaux-Arts.

 



 

Roma non è soltanto una stratificazione di marmi e memorie, ma un’entità senziente che respira tra le pieghe di ventisette capitoli.
"Io Roma", il libro-sceneggiatura di Anna Rita Cammerata - firma poliedrica del panorama Rai, regista e drammaturga - si svela nella prestigiosa location della sala Laudato Si' in Campidoglio non come mera letteratura, ma come una promessa d'immagini in attesa di farsi luce.
Il volume - giunto alla II edizione - impreziosito da un corredo iconografico che ne scandisce il ritmo narrativo, si configura come un autentico script cinematografico.
Un progetto che ha già dieci anni di vita e nasce come una vera e propria stesura per il grande schermo, portando in dote il sigillo morale di Luigi Magni.
Nel corso della presentazione del 30 marzo è la stessa autrice a rievocare, con vibrante commozione, il desiderio del Maestro di trasporre quel racconto sulla pellicola: "Farò di tutto affinché ciò avvenga. È un impegno assunto verso me stessa, ma soprattutto una promessa fatta al grande regista, un gigante del nostro cinema che non è più tra noi".
L’opera attraversa la topografia dell’anima romana, da Piazza di Spagna alle ombre protettive di Castel Sant’Angelo, dall'irriverenza di Pasquino alla solennità del Colosseo.
Un’evocazione che Lando Fiorini, nella prefazione, descrive come l’incontro con una "regina e popolana"; una Roma magnanima che dispensa la propria eternità anche a chi non ne è meritevole, carezzando il lettore con un soffio vitale.
All'evento, moderato da un parterre di assoluto rilievo, sono intervenuti Laura Delli Colli, presidente dei Giornalisti Cinematografici, la produttrice Teresa De Santis, il critico cinematografico Federico Pontiggia e l'editore e critico letterario Andrea Menaglia.
Proprio Pontiggia, autore della post-prefazione, ha voluto rimarcare come il testo sia il frutto di un binomio inscindibile tra "amore e dovere", ritraendo una città la cui capacità di accoglienza spesso travalica i propri stessi limiti strutturali.
Il valore istituzionale dell'evento è stato suggellato dal saluto di Svetlana Celli, presidente dell’Assemblea Capitolina, la quale ha ribadito la necessità di tutelare Roma non come uno scrigno chiuso, bensì come un organismo vivo, in grado di restituire l’orgoglio della cittadinanza a ogni suo abitante, dalle vestigia del centro, sino alle estreme periferie.
Nelle parole di Laura Delli Colli - la quale ha sottolineato "l'umanità di Roma, città dell'accoglienza" - risiede, forse, la sintesi più efficace dell'opera: una struttura narrativa dotata di una tale verità profonda da possedere già, intrinsecamente, la forza visiva e la peculiare capacità immersiva, propria della cinematografia.

Il cortometraggio "Guerra tra poveri" di Kassim Yassin Saleh, attraverso una cifra stilistica che rifugge il didascalismo, si configura come un’operazione di scavo antropologico nelle zone d'ombra della marginalità urbana. Se il cinema contemporaneo spesso scivola in una retorica del disagio, Saleh opera una sintesi formale sorprendente, trasformando uno sfratto alla periferia capitolina in un dramma universale sull'alterità e il riconoscimento.
Il percorso artistico di Kassim Yassin Saleh descrive una parabola di maturazione espressiva cristallina.
L’autore, approdato alla regia dopo un vissuto di resilienza e pragmatismo, distilla oggi un talento visivo che non ha più bisogno di presentazioni, sostenuto da un’architettura produttiva e tecnica che vede convergere i vertici del comparto cinematografico nazionale.
In uno spazio temporale di quindici minuti, l'opera scardina la bidimensionalità del racconto sociale: una sinestesia della marginalità.
La narrazione procede per epifanie visive - supportata dalla fotografia di Daniele Ciprì - capace di plasmare un bianco e nero scultoreo che evoca le tensioni chiaroscurali della pittura barocca. Non vi è traccia di citazionismo nostalgico; al contrario, Saleh sembra dialogare idealmente con il rigore plastico di un Béla Tarr o con la cruda essenzialità del primo Matteo Garrone, dove lo spazio fisico diventa proiezione psicologica.
Al centro della vicenda, la dicotomia tra i fratelli Manuel e Matteo funge da perno morale. Mentre il primo incarna la reazione viscerale e l'abbrutimento ideologico del "branco", Matteo rappresenta la deviazione poetica: un corpo estraneo che, attraverso la musica e l'eros transculturale, conserva l'autonomia del pensiero critico.
La forza del corto risiede nel meccanismo dello spiazzamento. L’aggressione verso "l'altro" si risolve in un corto circuito identitario: i presunti invasori si rivelano specchi deformanti di una medesima condizione di indigenza.
In questo senso, Saleh non dirige un film politico in senso stretto, ma un’opera di etica della visione. Come nella celebre risposta di Einstein sulla "razza umana", la pellicola spoglia i protagonisti delle sovrastrutture di odio per restituirli alla loro nuda essenza.
Il montaggio di Mauro Bonanni e le partiture di Franco Eco chiudono il cerchio di un'opera necessaria. Si sottolinea che il rapper Amir Issaa è l'eccellente compositore e interprete del brano "Guerra tra poveri", dal titolo del cortometraggio. Saleh dimostra che la vera "guerra tra poveri" non si vince con le sbarre di ferro, ma con il disarmo dello sguardo.
In definitiva, si tratta di un cinema che non cerca il consenso, bensì la verità, situando il regista tra le voci più lucide e originali del panorama cinematografico dei nostri giorni.

 

Il corto "Guerra tra poveri" di Kassim Yassin Saleh è disponibile su RaiPlay e Rai Cinema Channel.

Narrare un territorio non significa soltanto catalogarne gli eventi, ma abitarne la memoria, restituendola alla comunità attraverso un prisma che ne rifletta, con egual rigore, la precisione storica e il fremito emotivo.
È in questo solco - dove la cronaca locale si eleva a patrimonio universale - che si innesta l’opera di Gualtiero Lami e Andrea Genovali per Hop Frog TV.
La loro serie di documentari non è una semplice rassegna filmica, bensì un’indagine profonda sui pilastri identitari della Versilia: dal Carnevale di Viareggio alla vicenda dell’Artiglio, passando per il ciclismo di Camaiore e l'epopea della Darsena.
In “Carnevale di Viareggio. L’Eterno Effimero”, gli autori solcano oltre un secolo e mezzo di storia per distillare l’essenza di una manifestazione che travalica il gigantismo dei carri.
Attraverso un prezioso montaggio di materiali d’archivio e le riflessioni di giganti della cultura come Dario Fo, Mario Monicelli, i fratelli Taviani ed ancora altri, il Carnevale emerge nella sua autentica veste di laboratorio politico e civile: uno spazio di libertà espressiva capace di farsi specchio fedele delle metamorfosi dell’Italia intera.
Il baricentro narrativo si sposta poi sul Gran Premio Città di Camaiore, riletto non come mera competizione sportiva, ma come rito ancestrale di un popolo: un momento fortemente identitario.
Mediante le testimonianze storiche di campioni quali Bitossi, Bettini e Bartoli, il documentario rievoca un’epoca in cui il ciclismo era sinonimo di riscatto sociale e sacrificio, agendo oggi come un potente monito per la rinascita di una corsa che è, prima di tutto, un segno di appartenenza.
Con “L’ascia e la vela”, l'obiettivo si addentra nel cuore pulsante di Viareggio: la sua Darsena. Qui, il racconto celebra l’intelligenza delle mani, dando voce a maestri d’ascia e artigiani nautici. Si tratta di un omaggio a una comunità che ha saputo forgiare il proprio destino nel legno e nel ferro, rendendo la cantieristica un’assoluta eccellenza, ovunque riconosciuta.
Un rilievo quasi epico assume, infine, “Gli eroi del profondo. Il monumento ai palombari dell’Artiglio”.
L’opera documenta la genesi del monumento bronzeo promosso dalla Fondazione Artiglio, seguendo il processo creativo, dalla fusione alla posa in opera. Più che la cronaca delle leggendarie imprese degli anni Venti e Trenta dello scorso secolo, il film si fa testimone di un gesto collettivo di gratitudine verso uomini che incarnarono coraggio e genio ingegneristico, elevando il dovere a forma d'arte.
Nel loro complesso, i lavori di Lami e Genovali superano la dimensione documentaristica per farsi strumenti di coesione sociale e culturale. Proprio in virtù della forza del linguaggio cinematografico, la memoria della Versilia smette di essere un reperto statico del passato per trasformarsi in un organismo vivo, capace di interrogare il presente e, soprattutto, di tracciare le rotte per il futuro della comunità.

 

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