Una nuova fase di sviluppo e valorizzazione si apre per la Accademia Nazionale di San Luca, che annuncia l’avvio di una collaborazione strategica con Opera Laboratori, realtà di riferimento nella gestione e promozione del patrimonio culturale.
A partire da aprile, il progetto punta a rafforzare la presenza dell’Accademia nel panorama nazionale e internazionale, attraverso una serie di interventi mirati. Tra le principali novità figurano il potenziamento della visibilità sui canali digitali, l’attivazione di sinergie con agenzie e tour operator e la creazione di un centro prenotazioni dedicato.
Parallelamente, verranno introdotti nuovi strumenti di orientamento e informazione per migliorare l’esperienza dei visitatori, dalla segnaletica ai materiali divulgativi. L’obiettivo è accompagnare il pubblico alla scoperta di un’istituzione di rilievo internazionale, valorizzandone la storia, le collezioni e il ruolo centrale nella promozione delle arti e dell’architettura, oltre al patrimonio documentario custodito negli archivi e nella biblioteca.
L’esperienza di visita sarà ulteriormente arricchita grazie a percorsi dedicati, supporti multimediali e applicazioni per dispositivi mobili, con contenuti sia sul patrimonio permanente sia sulle mostre temporanee. Nell’ambito di questo rinnovamento, sarà introdotto anche un biglietto d’ingresso al costo di 5 euro, destinato a sostenere le attività di tutela, valorizzazione e programmazione culturale.
Fondata nel XVI secolo, l’Accademia Nazionale di San Luca continua a rappresentare un punto di riferimento per la promozione delle arti visive, grazie a un’intensa attività espositiva e a iniziative di ricerca. La sua collezione, ampia e stratificata, attraversa secoli di storia artistica e comprende opere di maestri come Gian Lorenzo Bernini, Raffaello Sanzio, Guido Reni, accanto ai lavori di Antonio Canova e Carlo Maratta.
Dipinti, bozzetti, studi preparatori, ritratti accademici e sculture di grande valore storico e artistico compongono un patrimonio che non solo custodisce la memoria dell’istituzione, ma continua a dialogare con il presente, offrendo al pubblico un percorso capace di intrecciare tradizione e contemporaneità.
La Strati d’Arte Gallery di Roma, ospita fino 3 aprile 2026 “WEIGHTLESS”, prima mostra personale dell’artista Adele Dezi, a cura di Diana Daneluz. L’esordio ufficiale della giovane pittrice ha registrato un’ottima partecipazione di pubblico già in occasione dell’inaugurazione di sabato 21 marzo, che ha visto la presenza di numerosi esponenti della scena artistica romana, tra artisti, fotografi e musicisti, accorsi per conoscere e sostenere il suo lavoro.
Un titolo che è metodo e dichiarazione d’intentin“Weightless”, ovvero “senza peso”, racchiude il nucleo della ricerca di Adele Dezi: una leggerezza che si manifesta nelle figure sottili e sospese, così come nella fluidità dei corpi più pieni. È la stessa leggerezza che l’artista sperimenta affidando al gesto pittorico emozioni e contenuti difficili da elaborare. L’opera, una volta compiuta, diventa strumento di comprensione più efficace del pensiero stesso, consentendo di riconoscere e approfondire il vissuto emotivo. La pittura si configura così come metodo di conoscenza, forma di esistenza e mezzo per trasformare l’esperienza in immagine. Allo stesso tempo, “Weightless” si propone anche come promemoria: dare il giusto peso a ciò che conta davvero, alleggerendo il superfluo.
Il corpo come linguaggio e soglia simbolica
Come sottolinea la curatrice Diana Daneluz nel testo in catalogo, la mostra segna un passaggio importante nel percorso dell’artista, già presente in precedenti esposizioni collettive. Il progetto pone al centro il corpo, inteso come linguaggio primario e spazio di trasformazione. Le opere selezionate sviluppano una ricerca essenziale e simbolica, in dialogo con una dimensione arcaica del gesto pittorico e con la sensibilità contemporanea.
Sulle tele — così come su supporti realizzati anche attraverso il riuso di materiali quotidiani — emergono figure umane prive di identità individuale, immerse in campiture cromatiche intense, spesso dominate dal rosso. I corpi, ridotti all’essenza del movimento o fissati in una tensione sospesa tra dinamismo e immobilità meditativa, evocano una dimensione collettiva e atemporale. Il segno e il colore diventano strumenti di evocazione più che di rappresentazione, aprendo una riflessione sul corpo come punto d’incontro tra individuo, memoria e simbolo.
In questa prospettiva, il lavoro di Dezi indaga anche una condizione contemporanea: lo smarrimento dello “sguardo”, inteso come capacità di relazione consapevole con il mondo, concetto evocato dalla scrittrice Amélie Nothomb nel suo Metafisica dei tubi. Ne emerge l’immagine di un’umanità talvolta impermeabile a ciò che la circonda, sospesa in una sorta di stallo percettivo.
“Ninfe di Primavera” e la lettura critica
La dimensione simbolica della ricerca è al centro anche del contributo dello storico e critico d’arte Francesco Gallo Mazzeo, autore del testo “Ninfe di Primavera”, disponibile in galleria. Il critico richiama due immagini emblematiche — la Ninfa di Primavera di Lucas Cranach il Giovane e il ritratto di Isabelle Caro realizzato da Oliviero Toscani — per individuare nei corpi filiformi dell’artista una dimensione che supera la materia: non carne né spirito, ma un “distillato immaginario”, una vibrazione quasi astratta che si fa immagine. Le figure diventano frammenti di universo e la pittura si trasforma in un testo carico di tensione emotiva e riflessione, in cui pensiero e immaginazione si intrecciano in una visione unitaria.
Una galleria attenta al contemporaneo
La Strati d’Arte Gallery prosegue così il suo impegno nella valorizzazione dell’arte contemporanea, sostenendo anche le voci emergenti attraverso progetti capaci di dialogare con pubblici diversi e di intercettare nuove sensibilità. La mostra è realizzata con il supporto della società Indoor Rowing S.r.l., attiva da oltre venticinque anni nella promozione dello sport accessibile e inclusivo.
L’artista
Adele Dezi (1996), artista e attrice italo-inglese, vive e lavora a Castelnuovo di Porto. Dopo la maturità classica, si forma alla Scuola Internazionale di Comics e al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, intrecciando arti visive e performative in un percorso articolato. Pittura e recitazione condividono per lei la stessa urgenza espressiva: dare forma all’invisibile e restituire emozioni. Tra tela e set, Dezi esplora la vulnerabilità e la fragilità dell’esistenza, trasformando il disagio in possibilità estetica, in un dialogo continuo tra corpo e segno.
La curatrice
Diana Daneluz, giornalista e comunicatrice, è socia professionista FERPI. Dopo un’esperienza nell’editoria e nelle media relations, si è avvicinata al mondo dell’arte contemporanea lavorando come addetta stampa per artisti e istituzioni, per poi dedicarsi anche alla curatela, dove unisce competenza narrativa, visione estetica e relazioni professionali.
Biografia
Adele Dezi (1996) è un’artista e attrice italo-anglosassone. Vive e lavora a Castelnuovo di Porto, dove è nata, in provincia di Roma. Ha trascorso gli anni dell’adolescenza a Roma con la famiglia, per poi fare ritorno stabilmente al paese laziale dopo il diploma liceale. Conseguita la Maturità classica, frequenta la Scuola Internazionale di Comics e successivamente completa il triennio di recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, intrecciando così le arti visive e performative in un percorso formativo unico, ricco e stratificato. Entrambe le discipline condividono la stessa urgenza: dare forma a quello che ancora non c’è, incarnare e restituire emozioni.
Sia il set che la tela in senso lato, le consentono di esplorare la vulnerabilità umana, la fragilità dell’esistere, la necessità di liberare spazi, fisici o simbolici, dove l’eventuale disagio possa trasformarsi in bellezza. Adele abita quindi contemporaneamente due dimensioni creative, quella dell’arte visiva e quella della recitazione, come pratiche che si alimentano reciprocamente, generando un dialogo continuo tra corpo e segno, presenza scenica e traccia grafica
Per Adele, il disegno non è una mera questione tecnica, ma un linguaggio privilegiato, un’esigenza espressiva vitale, qualcosa che le permette di tradurre e metabolizzare la realtà. È una finestra sul mondo interiore, anche quando troppo fragile e sfuggente per essere verbalizzato. Attraverso il gesto del disegnare, esperienze ed emozioni vengono immobilizzate sulla superficie, dove possono essere osservate da una distanza sicura, analizzate e, infine, se serve, esorcizzate.
La sua vocazione artistica nasce dalla consapevolezza della distanza tra la percezione di un oggetto e il segno tracciato sulla carta, quello scarto necessario a catturarne l’essenza. La sua pratica artistica si nutre invece di materiali di recupero: retro di casse di arance abbandonate nei mercati, scarti di scenografia, legni di falegnameria, frammenti di vecchi mobili, ferro scartato dai macchinisti sul set, anche, per le sue piccole sculture in fil di ferro.
Questi supporti comuni e dimenticati diventano lo spazio fisico e simbolico in cui fissare ciò che ha da dire. I suoi personaggi senza volto abitano atmosfere sospese, indefinite, evocative, figure che incarnano un disagio intimo, ma universale, ora lasciato alle spalle. Il desiderio di Adele quando ha iniziato a dipingere è stato forse quello è dare forma visibile a un malessere profondamente personale che, per poter essere riconosciuto ed esistere pienamente, aveva bisogno di appellarsi alla collettività.
La sua arte diventava così un ponte tra l’individuale e il collettivo, tra il silenzio interiore e la condivisione pubblica. Oggi quei soggetti, quelle figure sospese, la rappresentano ancora, ma nel senso di un ritrovato, anche se sempre precario, come per tutti, equilibrio.
NINFE DI PRIMAVERA
Il noto critico d arte Francesco Gallo Mazzeo e la sua dedica :
Due immagini negli occhi della memoria, Lucas Cranach il giovane, la sua Ninfa di Primavera, aggiunto a Oliviero Toscani, la sua Isabelle Caro Rosei. Un dipinto, una fotografia. Due opere che incarnano l’ideale filiforme, l’opposto della corpulenza di corpi di Rubens oppure di Botero. Anoressia. Bulimia. Gli estremi. Qui vige il filiforme, che non è corpo, non è anima, ma è frutto di un distillato immaginario, d’un rasente d’astratto, fatto di sottrazione corporale, quasi stringa di un’armonia che abita lontano, nell’ondularità spaziale, che entrano nella mente e diventano immagini, frazioni di mondo, d’universo, d’amore. Si diffonde un odore analitico, asciutto, denso di plasticità, fatto di sensualità implosa, partecipata di una coralità casta, la cui forza danzante è la ricerca di una insula felice, dove il nuovo del giorno si possa mischiare con l’astrale luce dell’ombra. Quello che rimane, è un grande senso di Eco che fugge Narciso, rimbalzando di qua e di là, ora nel candido ora nel torbido. Pittura, sì, ma testo sofferto, di un inchino all’eterna sincronia, che è pensiero, immaginario, perché tutto è, Velo di Maya.
Nel cuore della Roma antica ma anche moderna, piena di negozi e turisti si trova il Museo del Corso-Polo Museale, Palazzo Cipolla dove per la prima volta in Italia, oltre cinquanta capolavori provenienti dalle collezioni del Kunsthistorisches Museum di Vienna raccontano la nascita, lo splendore e la complessità di una delle più grandi imprese culturali d’Europa. “Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo”offre al pubblico un’occasione senza precedenti: entrare nel cuore di una collezione che è al tempo stesso museo e autoritratto dinastico, emblema dello splendore di un Impero e dell’ambizione culturale degli Asburgo. Promossa e prodotta dalla Fondazione Roma in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum (KHM), con il patrocinio del Ministero della Cultura e dell’Ambasciata d’Austria a Roma, l’esposizione è realizzata con il supporto organizzativo di MondoMostre e resa possibile anche grazie al contributo del gruppo Sella – attraverso Banca Sella e Banca Patrimoni Sella & C. – sponsor ufficiale della mostra. Atac è mobility partner e Radio Dimensione Suono è radio partner dell’iniziativa. Il progetto espositivo – a cura di Cäcilia Bischoff, storica dell’arte del KHM – riunisce opere raccolte o commissionate tra il XVI e il XIX secolo da figure centrali della Casa d’Asburgo – dall’imperatore Rodolfo II all’arciduchessa Isabella Clara Eugenia, dall’arciduca Leopoldo Guglielmo fino all’imperatrice Maria Teresa – restituendo l’immagine di un impero multietnico, multiculturale e multireligioso che ha fatto dell’arte uno strumento di rappresentazione culturale, diffusione del sapere e dialogo tra civiltà. La mostra si inserisce nel programma culturale del Museo del Corso – Polo museale, voluto dalla Fondazione Roma come istituzione aperta e inclusiva, capace di coniugare progetti culturali di alto valore scientifico insieme a collaborazioni con prestigiose istituzioni internazionali. Dalla sua inaugurazione, il Polo museale – che comprende Palazzo Cipolla e Palazzo Sciarra Colonna – si è affermato come uno dei principali centri culturali della città. Su questa base prende forma il nuovo progetto espositivo sull’asse Vienna–Roma, frutto della collaborazione con una delle più prestigiose istituzioni museali europee, che prosegue una linea di apertura internazionale (già avviata con Picasso lo straniero e Dalí. Rivoluzione e Tradizione) e porta a Roma una mostra di grande rilievo come Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum. Cuore della mostra è la pittura europea tra Cinque e Seicento, presentata nei suoi principali generi e declinazioni. La grande stagione fiamminga del XVII secolo trova spazio nelle opere di Peter Paul Rubens, Anthony van Dyck e Jan Brueghel il Vecchio, testimoni di un linguaggio figurativo in cui l’eredità del Rinascimento, l’influenza italiana e l’osservazione della natura si fondono in composizioni di forte dinamismo e intensità cromatica. Anversa emerge come nodo centrale di una rete artistica internazionale, alimentata da botteghe, committenze di corte e scambi culturali transnazionali. Accanto ai grandi formati, la mostra dedica ampio spazio alla pittura di gabinetto e agli oggetti della Kunstkammer, le celebri “camere delle meraviglie” rinascimentali. Dipinti di piccolo formato, nature morte, paesaggi e oggetti preziosi rivelano un’estetica della precisione e dell’intimità, destinata a una fruizione raccolta e colta. Qui, opere di Gerard ter Borch, Gerard Dou, Jacob van Ruisdael dialogano con manufatti provenienti da una delle più straordinarie Kunstkammer d’Europa, concepita come microcosmo del sapere, in cui meraviglie naturali e creazioni dell’ingegno umano convivono secondo criteri analogici e conoscitivi. La sezione dedicata alla pittura olandese del Seicento riflette l’ascesa di una società borghese e protestante, in cui l’arte si orienta verso la vita quotidiana, la dimensione privata e l’osservazione del reale. Frans Hals rinnova il ritratto con una pennellata libera e immediata; Jan Steen trasforma la scena di genere in uno specchio vivace e teatrale dei comportamenti sociali. Johannes Lingelbach, attivo a Roma e vicino al gruppo dei cosiddetti Bamboccianti – artisti nordici che portarono nella capitale una pittura attenta alle scene popolari e alla vita quotidiana – trasferisce questi temi nel contesto della Roma barocca, immersi in una luce delicata e narrativa. Uno sguardo specifico è riservato alla pittura tedesca dell’età moderna, le cui radici affondano nella grande stagione rinascimentale di Lucas Cranach, figura centrale nella definizione di un linguaggio autonomo, caratterizzato da una forte stilizzazione e da un’eccezionale padronanza della linea e del disegno. Su questa eredità si inseriscono, in epoca successiva, artisti come Joachim von Sandrart e Jan Liss, le cui opere testimoniano l’assimilazione del Barocco italiano e della tradizione classica, in un continuo dialogo tra Nord e Sud dell’Europa. Il racconto converge poi sugli Asburgo come acquirenti, committenti e custodi dell’arte europea. Straordinari ritratti, insieme a opere di Giuseppe Arcimboldo, David Teniers il Giovane, Guillaume Scrots e Diego Velázquez illustrano una politica dell’immagine in cui il collezionismo diventa strumento di autorappresentazione e mediazione culturale. Tra i capolavori in mostra spicca il celebre ritratto dell’Infanta Margarita in abito blu di Velázquez, icona della ritrattistica di corte e della sottile psicologia dell’artista spagnolo. La pittura italiana costituisce il fulcro simbolico ed estetico della collezione viennese, in particolare grazie alle acquisizioni dell’arciduca Leopoldo Guglielmo, il cui gusto si orientò decisamente verso l’arte del XVI e XVII secolo. In mostra, capolavori di Tiziano, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Guido Cagnacci e Giovanni Battista Moroni attestano il ruolo centrale dell’Italia nello sviluppo della pittura europea, tra indagine del visibile, sperimentazione luministica e progressivo abbandono dell’idealizzazione. Emblema di questa svolta è l’Incoronazione di spine di Michelangelo Merisi da Caravaggio, uno dei capolavori della mostra. Realizzata a Roma intorno al 1603 – 1605, l’opera concentra la scena della Passione in un drammatico momento di essenzialità, dove l’aderenza al reale e la tensione emotiva trasformano il tema religioso in un’esperienza umana universale. Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum va oltre l’esposizione di grandi capolavori: racconta un museo come progetto culturale, una dinastia costruttrice di sapere e un’Europa che, attraverso l’arte, ha cercato di comprendere e rappresentare il mondo. «Con questa mostra – afferma il Presidente della Fondazione Roma, Franco Parasassi – rinnoviamo la nostra missione di promuovere progetti culturali capaci di leggere l’arte come spazio di incontro tra storie e tradizioni europee. Roma è una capitale delle culture e delle civiltà; è la città del dialogo e della sintesi fra le differenti identità che animano i valori dell’Europa. Questo progetto prende forma in una fase storica complessa e di trasformazione del processo di integrazione europeo: la nostra ambizione è quella di contribuire a ravvivare, anche attraverso il linguaggio della bellezza, l’idea stessa di Europa, fatta di identità diverse, ma di profondi valori comuni». «La collaborazione con il Kunsthistorisches Museum di Vienna– prosegue il Presidente Parasassi – è la dimostrazione che un museo può essere anche la casa del dialogo e dell’accoglienza, oltre che un’istituzione di conoscenza radicata nella città. E con la mostra che si inaugura oggi il Museo del Corso – Polo museale si apre al confronto con la Città e con le grandi realtà culturali europee». «Questa mostra rappresenta molto più di un prestito di opere d'arte eccezionali: rappresenta un dialogo culturale tra Vienna e Roma. I capolavori delle collezioni asburgiche raccontano una visione europea fondata sulla diversità, la curiosità e l'apertura intellettuale. Portare queste opere in Italia per la prima volta è una potente testimonianza della capacità duratura dell'arte di creare connessioni attraverso i secoli e i confini» aggiunge Jonathan Fine, Direttore Generale del Kunsthistorisches Museum di Vienna.
Dal 14 marzo al 23 agosto 2026, la Fondazione Palazzo Strozzi presenta una delle più importanti mostre mai dedicate a Mark Rothko (1903-1970), indiscusso maestro dell’arte moderna. A cura di Christopher Rothko ed Elena Geuna, Rothko a Firenze rappresenta un progetto unico, concepito appositamente per Palazzo Strozzi, per celebrare il legame speciale tra l’artista e Firenze. L’architettura del palazzo e la città stessa sono lo scenario ideale per esplorare come Rothko traduca in pittura la tensione tra misura classica e libertà espressiva, dando vita attraverso il colore a una nuova percezione dello spazio che oltrepassa la bidimensionalità della tela.
Al termine della mostra dedicata al Beato Angelico, il Museo di San Marco ha intrapreso un'importante fase di trasformazione che ha portato non solo al riallestimento della Sala dell'Angelico, ma a una generale riqualificazione dell'intero percorso di visita.
Il pubblico che visiterà il museo in occasione della nuova mostra dedicata a Rothko troverà un ambiente profondamente migliorato, capace di far dialogare le novità scientifiche con una fruizione più agevole e moderna. La direzione del museo ha infatti lavorato per tradurre nel nuovo allestimento tutte le acquisizioni storiche e le precisazioni cronologiche emerse dai recenti studi, offrendo una disposizione delle opere più coerente e una lettura dei capolavori più immediata. Un esempio emblematico è la scelta di esporre l’Armadio degli Argenti senza la cornice di primo novecento, permettendone così una migliore lettura e fruizione. Il rinnovamento della Sala dell’Angelico - che conta ben 33 tavole del celebre frate pittore, rendendola la più grande e importante raccolta al mondo di opere su tavola dell'artista - include inoltre dipinti mai esposti al pubblico prima della recente mostra dedicata all’Angelico, come il Trittico francescano della Compagnia di San Francesco in Santa Croce, ricomposto nella sua interezza dopo il magistrale restauro dell’Opificio delle Pietre Dure, accanto alla croce sagomata restituita alla produzione giovanile del maestro. Oltre alla rinnovata veste espositiva, il museo si presenta oggi più inclusivo grazie agli interventi finanziati dal PNRR per l’abbattimento delle barriere fisiche e cognitive: nuove rampe di accesso, servizi igienici rinnovati e una segnaletica dedicata in corso di realizzazione permetteranno una visita semplice e agevole per tutti.
Questo impegno verso il pubblico si completa con la nuova offerta dei Servizi Educativi che, con attività studiate per adulti, famiglie e scuole, accompagneranno i visitatori alla scoperta dei capolavori del museo per tutta la durata dell'esposizione temporanea, garantendo un'esperienza di visita ricca, accessibile e profondamente rinnovata
In questo contesto si inserisce il nucleo di opere di Mark Rothko provenienti da importanti collezioni internazionali. Cinque opere di piccolo formato realizzate con tecniche diverse e appartenenti a periodi differenti, saranno in dialogo diretto con cinque degli affreschi delle celle 1, 3, 4, 6, 7 che tanto lo avevano ispirato. Le scelte sono state guidate da affinità di colore, di materia e soprattutto di spirito.
Il percorso di visita della sezione speciale al Museo di San Marco prende avvio dalla Cella 1, dove si trova l’affresco del Noli me tangere, che raffigura l’incontro tra Cristo risorto e Maria Maddalena nel giardino della Resurrezione. Le parole rivolte da Cristo alla Maddalena segnano un momento di passaggio tra la dimensione terrena e quella spirituale e invitano alla contemplazione del mistero della Resurrezione; in dialogo con questo affresco sarà presentata l’opera di Mark Rothko [Untitled] (1958), concessa in prestito dalla Collection of Christopher Rothko.
Si prosegue poi nella Cella 3, decorata con l’Annunciazione con san Pietro martire, dove l’incontro tra l’angelo Gabriele e la Vergine Maria segna l’inizio della storia della salvezza mentre la presenza del santo domenicano rimanda alla dimensione spirituale della comunità del convento; Untitled (1954) di Mark Rothko, proveniente da collezione privata, sarà invece esposto in questo ambiente. Il percorso continua nella Cella 4, dove è raffigurata la Crocifissione alla presenza di san Domenico e san Girolamo, scena che pone al centro il sacrificio di Cristo accompagnato dalla meditazione dei due santi e invita lo spettatore alla contemplazione del mistero della Passione; qui troverà spazio l’opera di Rothko [Untitled] (1958), concessa dalla Collection of Kate Rothko Prizel and Ilya Prizel.
Si giunge quindi alla Cella 6, decorata con la Trasfigurazione, rappresentata alla presenza degli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, dei profeti Mosè ed Elia e delle figure della Madonna e di san Domenico, episodio che allude alla rivelazione della natura divina di Cristo e alla manifestazione della luce della gloria; a questo affresco sarà accostata l’opera di Mark Rothko Gethsemane (Getsemani) (1944), proveniente dalla Collection of Kate Rothko Prizel and Ilya Prizel.
Il percorso si conclude infine nella Cella 7, dove è affrescato il Cristo deriso, rappresentato alla presenza della Vergine e di san Domenico e legato alla meditazione sulla sofferenza e sull’umiliazione di Cristo durante la Passione; in questo spazio sarà esposta l’opera di Mark Rothko No. 21 [Untitled] (1947), concessa dalla Collection of Christopher Rothko.
I ritrovamenti di reperti, i loro passaggi imprevedibili nel tempo e nelle vicende storiche, diventano alle volte oggetto di vere e proprie indagini investigative, che grazie allo studio e alla ricerca di professionisti dell’archeologia e del restauro conducono alla verità e alla loro giusta collocazione storica. È così il caso del mosaico con scena erotica che era stato trafugato da un capitano della Wehrmacht durante la Seconda guerra mondiale, stando alla ricostruzione del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri, e poi consegnato nel mese di luglio 2025 al Parco archeologico di Pompei.
Il mosaico proveniva in realtà da una villa romana nelle Marche, come confermato dai successivi studi avviati dal Parco assieme all’Università del Sannio. La vicenda ha origine dal dono a un cittadino tedesco, da parte di un capitano, suo amico, che lo portò in Germania dopo esserne venuto in possesso durante la sua attività come addetto alla catena dei rifornimenti militari in Italia nel 1943/44. Gli eredi hanno poi deciso di restituirlo allo Stato italiano. In mancanza di dati sulla provenienza del mosaico, il Ministero della Cultura aveva deciso di assegnarlo al Parco archeologico di Pompei, considerando che mosaici simili per tecnica e stile sono noti dall’area vesuviana. Una ricerca approfondita avviata dal Parco ha poi portato a un risultato inatteso: il mosaico non c’entra con Pompei. Le analisi archeometriche eseguite in collaborazione con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università del Sannio suggeriscono che si tratti di una produzione laziale che veniva commercializzata a livello sovraregionale. Ma non solo: un incontro fortunato, in occasione della presentazione del 2025, con Giulia D’Angelo, archeologa di origine marchigiane e co-autrice del contributo pubblicato oggi sull’ E-journal di Pompei, ha condotto alla vera origine del mosaico: proviene da una villa romana di Rocca di Morro, frazione del Comune di Folignano nelle Marche, dove è attestato già alla fine del Settecento.
“La ricostruzione della vicenda di questo mosaico dimostra come la tutela del patrimonio culturale non si esaurisca nel recupero materiale dell’opera, ma prosegue con lo studio rigoroso, la verifica scientifica e la restituzione della verità storica. Il lavoro congiunto del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, dei funzionari del Ministero della Cultura, del Parco archeologico di Pompei e delle Università coinvolte ha consentito di ricollocare correttamente il mosaico nel suo contesto originario, una villa romana nelle Marche. Ogni bene trafugato e riportato in Italia rappresenta un frammento della nostra identità che torna alla collettività”, dichiara il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli.
«Questa vicenda restituisce a Folignano un frammento prezioso della propria memoria e rafforza il legame profondo tra la nostra comunità e la sua storia più antica – afferma il sindaco di Folignano, Matteo Terrani. Il fatto che l’opera provenga da una villa romana di Rocca di Morro dà nuovo valore a un luogo simbolico che è parte fondamentale della nostra identità. Come amministrazione stiamo lavorando, insieme ad appassionati e volontari, per promuovere iniziative di valorizzazione del sito.
Nelle prossime settimane ci recheremo a Pompei per poter visionare il mosaico e incontrare il direttore del Parco archeologico Gabriel Zuchtriegel, che ringrazio per la disponibilità e la professionalità, con l’obiettivo di avviare un dialogo costruttivo e nuove prospettive di collaborazione». La memoria del manufatto riemerge, tra l’altro, nella produzione del pittore e archeologo ascolano Giulio Gabrielli (1832- 1910) che lo riproduce in un taccuino manoscritto (ca. 1868), oggi conservato nella Biblioteca Comunale di Ascoli Piceno. A corredo dello schizzo, l’autore fornisce annotazioni sul soggetto e sulla località di rinvenimento. Egli interpreta la scena come quella di un uomo “che offre colla d[estra] una borsa di danaro… ad una bella donna che mezza ignuda gli sta davanti”, proponendo come titolo Il congedo di un’etera e riportando che il reperto “venisse trovato in un podere della famiglia Malaspina a Rocca di Morro”.
“Nelle more di valutare, insieme alla comunità e agli enti locali del territorio di provenienza future iniziative di valorizzazione (per esempio tramite una mostra)- aggiunge il sindaco di Ascoli Piceno, Marco Fioravanti - i risultati delle ricerche sono presentati nell’e-journal degli scavi di Pompei pubblicato oggi con la soddisfazione che grazie al lavoro interdisciplinare di Carabinieri, funzionari del Ministero della Cultura, archeologi e archeologhe nonché ricercatori e ricercatrici specializzati nell’archeometria, si è riusciti a ricostruire una vicenda travagliata con un lieto fine”.
“Grande lavoro di squadra, ricostruire la storia è team work e questo è un esempio di come la dedizione, la professionalità e la passione portano a scoperte inattese non solo a Pompei, ma anche in siti meno noti ma non meno importanti per comprendere e valorizzare il patrimonio classico in tutta la penisola - dichiara il Direttore del Parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel - Grazie alle ultime ricerche emerge una produzione specializzata laziale che esporta mosaici preziosi, realizzati presumibilmente in notevoli quantità, in territori come le Marche, Campania e Puglia; una scoperta di grande interesse non solo per la storia dell’arte romana, ma anche per la storia economica del mondo romano.”
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