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Giovedì, 22 Gennaio 2026

Sono diverse le ragioni che rendono in qualche modo eccezionale l’iniziativa espositiva con cui da fine gennaio a Pieve di Cadore, nel paese natale di Tiziano (1488/90-1576) si avviano le celebrazioni per i 450 anni dalla morte del sommo artista: un’ampia e rinnovata riflessione sul tema del paesaggio nella pittura del Maestro; l’inedito e stimolante dialogo tra due opere ritenute capitali della produzione vecelliana, entrambe degli anni venti del Cinquecento; l’arrivo per la prima volta in Cadore dell’unica opera firmata con il toponimo dell’artista, ovvero “Titianus Cadorinus”, ma anche la possibilità di ammirare la prima veduta pittorica moderna dell’area marciana di Venezia.

La Magnifica Comunità di Cadore e la Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore con la collaborazione del Comune di Pieve di Cadore e l’organizzazione generale di Villaggio Globale International hanno voluto dedicare studi ed eventi in occasione di questo anniversario - segnato anche dalla concomitanza dei XXV Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina - a TIZIANO E IL PAESAGGIO, promuovendo nel corso dell’anno due mostre tra loro collegate, ideate da Bernard Aikema e curate da Thomas Dalla Costa - una a gennaio e l’altra il prossimo luglio – e un convegno di studi a inizio 2027, con l’intento di esplorare nuovi aspetti su un tema noto ma ancora ricco di suggestioni, stimolando interrogativi, dibattiti interdisciplinari e inediti orizzonti di ricerca e riflessione (contesti socio-culturali, fonti formali, contaminazioni, ecc).

La centralità che Tiziano assegna all’elemento del paesaggio e al suo dialogo con la figura umana è in effetti uno degli aspetti distintivi della poetica del grande pittore.  

Sebbene non esistano nel corpus tizianesco dipinti catalogabili come paesaggi autonomi, appare innegabile la sua innovativa concezione della natura come parte integrante della narrazione artistica. Per l’artista cadorino “il paesaggio non è solo elemento decorativo ma costituisce una componente visiva imprescindibile delle sue opere che ne permea profondamente la struttura compositiva”: alle immagini di paesaggio, in base ai diversi elementi che le compongono o alla loro disposizione nello spazio, egli affida messaggi, sensazioni, emozioni che impongono oggi nuovi confronti critici.

D’altra parte le celebrazioni a Pieve di Cadore racchiuse sotto il logo Titianus Cadorinus 1576 – 2026 vedranno anche la riapertura della Casa Natale di Tiziano dopo i restauri che l’hanno interessata per oltre un anno, la pubblicazione dei cataloghi delle due mostre con tutte le riflessioni analitiche sul tema, a cura della Fondazione Centro Studi e grazie al contributo di Save Venice, e infine una partnership culturale significativa con la città di Ancona e la Diocesi di Treviso alla luce dello scambio di opere tizianesche di alto profilo innescato dalle esposizioni in programma.

Dall’altro, la grandiosa xilografia con la “Sommersione dell’esercito del Faraone nel Mar Rosso”, incisa da un anonimo intagliatore, su disegno di Tiziano eseguito nel 1515 c., e conservata ai Musei Civici di Bassano del Grappa: una stampa in dodici fogli dalle dimensioni straordinarie - 120 x 220 centimetri – considerata una delle più spettacolari xilografie di tutti i tempi

Due opere apparentemente diverse per tecnica e funzione, l’una di destinazione pubblica l’altra riservata a visioni più raccolte, eppure con tanti punti di contatto: dalla raffigurazione di una città che emerge dall’acqua o dalla sua laguna, alla struttura compositiva “a triangolo” comune alle due opere; dal significato specifico affidato ai paesaggi e alla luce determinanti per la comprensione dell’opera, ai riferimenti politici sottesi in entrambi i lavori.

L’opera marchigiana commissionata dal mercante di Ragusa Alvise Gozzi - capolavoro della Pinacoteca Civica “Francesco Podesti” ad Ancona – è caratterizzata da una sorta di doppio paesaggio: oltre a una vegetazione che ricorda il panorama dell’entroterra veneto nella finestra che si apre sulla sinistra, centrale è la vista di un tratto di mare e, all’orizzonte, il profilo di una città che sorge dall’acqua: chiaro riferimento alla Serenissima e di fatto prima rappresentazione della laguna veneziana nella pittura modera.

La pala – sottoposta recentemente anche ad indagini diagnostiche pubblicate e presentate per la prima volta in questa occasione - mostra tutta la sua potenza innovativa nella componente paesaggistica che è integrata con la scena religiosa in maniera dinamica ed emotivamente coinvolgente, nella struttura compositiva, nel trattamento della luce e del colore che creano un effetto di profondità spaziale e tridimensionalità, e infine nell’uso rivoluzionario della prospettiva atmosferica, che influenzerà molti pittori europei dei secoli successivi.  

Quindi, il significato politico ed escatologico: un’opera che esalta Venezia, celebrando nel 1520 la ripresa del suo dominio sull’Adriatico, con il venir meno delle misure restrittive imposte dieci anni prima da papa Giulio II, e dunque il ritorno dei dazi nei confronti di Ancona in cambio della sua sicurezza.

Il “triangolo figurale” Ancona/Venezia/Ragusa, come lo definisce nel suo saggio in catalogo Augusto Gentili, rappresentato appunto dalle figure di San Francesco, santo della chiesa anconetana cui era destinata  l’opera, della Madonna simbolo della Serenissima (posta al vertice del triangolo in corrispondenza della “veduta” del bacino di San Marco) e da San Biagio patrono di Ragusa, testimonierebbe questo evento e la posizione sussidiaria delle due città adriatiche nei confronti di Venezia.

D’ altra parte, come suggeriscono con un’innovativa interpretazione i curatori della mostra Aikema e Dalla Costa, la luce e le cromie giallo-arancioni che inondano la veduta di Venezia, così centrale nella composizione, non starebbero ad indicare un tramonto come finora suggerito dalla critica forse sulla base di un topos ottocentesco, ma il crepuscolo mattutino: l’alba come segno di rinascita (rappresentata anche dal ramo di fico che simboleggia la  nuova vita), di apertura a un nuovo giorno, di riscatto dalle dure conseguenze dalla disfatta di Cambrai.

E proprio agli eventi perigliosi che incombevano su Venezia a causa delle Lega di Cambrai, con le truppe francesi e imperiali che rispettivamente nel 1509 e nel 1513 arrivarono ad  assediare la Serenissima, seminando terrore anche nell’entroterra, rimanda la gigantesca xilografia con la “Sommersione dell’esercito del Faraone nel Mar Rosso” chiamata a confrontarsi con la Pala Gozzi.

Un’opera che trova forse le sue fonti formali, secondo gli autori, anche nelle numerose opere grafiche con immagini di città, elaborate in ambienti artistici teutonici, diffuse a Venezia tra le fine del XV e l’inizio del XVI secolo.

Grande come un dipinto con decine di figure e un vasto paesaggio in gran parte marino di  stupefacente ricchezza espressiva, la stampa realizzata nella sua prima versione nel 1515 c. da un disegno originale di Tiziano, venne impressa in moltissime edizioni – come questa del 1549 - riscuotendo un enorme successo.  

La veduta marina, con anche il profilo di una città che emerge dall’acqua occupa due terzi della xilografia, tanto da esser considerata la vera protagonista della scena, e anche in questo caso le condizioni atmosferiche rendono l’ambientazione paesistica densa di significati: il mare (che in realtà ricorda la laguna di Venezia, a lambire la quale sono giunte le truppe dalla Lega di Cambrai) è minaccioso, come suggeriscono le nuvole che avanzano incombenti sul profilo della città: “è un oscuro presagio, opposto a quello dell’alba che invece rischiara il destino di Venezia nel dipinto – sottolineano i curatori in catalogo – e prevede tempi difficili per questo insediamento, caratterizzato da un campanile gotico ed edifici dalle forme ‘foreste’, ‘oltralpine' ”.

Sicuramente, dunque, non una pura decorazione ma un paesaggio dalla forte valenza emotiva e dal significato politico, con la veduta cittadina interpretata dalla critica ora come un ideale richiamo a Gerusalemme in quanto “nuova Venezia”, quindi sotto la diretta protezione divina, ora come immagine dell’Egitto quale “città del diavolo” visti i tratti “nordici” con cui è raffigurata e il suo posizionamento sul lato a sinistra della xilografia (lato simbolicamente negativo) in contrapposizione a Mosè e al suo popolo.

COLLABORAZIONE ISTITUZIONALI NEL NOME DI TIZIANO: ESPOSTA AD ANCONA  “L’ANNUNCIAZIONE MALCHIOSTRO”


Una mostra dunque ricca di suggestioni, simbolica e di studio, una “mostra dossier” quella con cui si aprono le celebrazioni tizianesche a Pieve di Cadore, e dalla quale derivano e a cui si collegano anche altre significative iniziative di valorizzazione e conoscenza dell’opera del grande cadorino, grazie alla collaborazione attivata dai promotori con la Città di Ancona e la Diocesi di Treviso.

Concomitante infatti alla presenza eccezionale in Cadore della Pala Gozzi proveniente dalla  Pinacoteca Civica di Ancona “Francesco Podest”, sarà il prestito e l’esposizione presso la stessa pinacoteca - da poco riaperta al pubblico con un nuovo allestimento, dopo due anni di lavori - della famosissima Annunciazione Malchiostro di  Tiziano, opera  che data anch’essa 1520 come la pala anconetana e conservata da sempre nella Cattedrale di Treviso.

La bellissima Cappella Malchiostro, capolavoro del principale edificio sacro della cittadina veneta, impreziosita anche dagli affreschi di Pordenone, sarà infatti sottoposta nei prossimi mesi a importanti interventi di restauro che, imponendo la movimentazione del celebre dipinto di Tiziano, consentono un momento unico di dialogo e scambio culturale, grazie anche al sostegno di DBA Group.


IL PROGETTO “TIZIANO E IL PAESAGGIO” CONTINUA:

LA MOSTRA DI LUGLIO E IL CONVEGNO


Le riflessioni rese possibili dal confronto tra le due opere tizianesche, su cui si concentra il primo appuntamento espositivo presso la Magnifica Comunità del Cadore, anticipano e introducono la seconda mostra su TIZIANO E IL PAESAGGIO prevista per l’estate (luglio-settembre 2026).

Non solo dipinti, disegni e incisioni del geniale Cadorino, ma anche l’impatto che questi ebbero sugli artisti coevi e successivi, fornendo un contributo determinante per l’affermazione della pittura di paesaggio come genere indipendente nel Seicento e riverberandosi persino sull’arte degli artisti europei del XVIII e XIX secolo.

L’ultimo atto del progetto sarà infine un convegno di studi internazionale (previsto per il 2027), in cui oltre a discutere e ampliare gli esiti delle due iniziative espositive, gli studiosi saranno chiamati a riflettere su argomenti altrettanto urgenti come il modo in cui la percezione del paesaggio sia cambiata dal XVI secolo ai giorni nostri, la funzione e la fruizione del paesaggio moderno, la tutela del paesaggio nel XXI secolo.

TIZIANO  27 agosto 1527  / I 450 ANNI

LA MEMORIA ETERNA TRA VENEZIA E IL CADORE / LA NATURA UNIVERSALE


Il 27 agosto del 1576 Tiziano, ormai ultraottuagenario, muore nella sua abitazione-studio al Biri Grande a Venezia, mentre la peste che dilania la città, solo pochi giorni prima, gli aveva strappato il figlio Orazio.

Il grande vecchio è all’apice del successo. Ha viaggiato in tutta Europa, è stato pittore ufficiale della Serenissima, pittore di corte di Carlo V e di Filippo II di Spagna, ha rinnovato la pittura europea.

La sua fama è tale, che nonostante le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria, gli vengono accordati i funerali a San Marco e la sepoltura nella Basilica dei Frari, dove nel 1852 in suo ricordo verrà inaugurato il monumentale cenotafio voluto dall’Imperatore d’Austria, su progetto di Luigi Zandomeneghi e figlio.

Nella città che lo aveva accolto e fatto conoscere al mondo, nel monumentale sepolcro che ne trasmette la memoria, Tiziano siede al centro di un arco trionfale con a fianco due emblemi della sua arte, il Genio alato del Sapere e la Natura Universale: una fanciulla coronata, disvelata dallo stesso pittore; un riferimento perenne proprio alla sua abilità nel riprodurre la natura e nell'aver rivelato - tema al centro delle celebrazioni attuali - valore e protagonismo in pittura.

 

Fonte  Villaggio Globale International Srl
Antonella Lacchin

 

Era il 28 ottobre 1925 e, per la prima volta, nelle sale di Palazzo Caffarelli in Campidoglio prendeva vita un percorso espositivo con un nucleo di opere di arte contemporanea acquisite dal Comune di Roma. Si trattava della forma nascente di quella che sarebbe divenuta di lì a poco la Galleria d’Arte Moderna, la prima collezione civica basata sull’acquisizione di opere moderne di artisti, affermati o emergenti, attivi nel panorama artistico italiano e internazionale. Esattamente 100 anni dopo, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con il supporto organizzativo di Zètema Progetto Cultura, si celebra la fondazione della collezione con la grande mostra GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025, in programma dal 20 dicembre 2025 all’11 ottobre 2026, nell’odierna sede museale di via Francesco Crispi.

Con oltre 120 opere tra dipinti, sculture e opere di grafica, il percorso espositivo curato da Ilaria Miarelli Mariani e Arianna Angelelli con Paola Lagonigro, Ilaria Arcangeli, Antonio Ferrara e Vanda Lisanti intende ripercorrere l’evoluzione della Galleria capitolina attraverso i passaggi fondamentali che hanno caratterizzato una lungimirante politica di acquisizioni. Un processo lungo e articolato avviato già nel 1883, con l’acquisto delle prime opere avvenuto durante la celebre “Esposizione delle Belle Arti” al Palazzo delle Esposizioni – tra cui la statua in marmo Cleopatra di Girolamo Masini, oggi esposta all’interno del chiostro – e proseguito fino ai nostri giorni, con il raggiungimento di un corpus di oltre 3.000 opere e una collezione che vanta al suo interno artisti del calibro di Giacomo Balla, Carlo Carrà, Mario Sironi, Fortunato Depero, Antonio Donghi, Renato Guttuso, Giorgio de Chirico, Antonietta Raphaël Mafai, solo per citarne alcuni.

“È un viaggio attraverso la città di Roma, la sua storia e anche la storia dello scenario artistico internazionale, l’esposizione con cui la Galleria d’Arte Moderna celebra il centenario della sua fondazione con la mostra ‘GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025’”, dichiara l’Assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio. “Con le 120 opere riunite lungo i tre piani espositivi, si ripercorre anche la politica culturale della città nel rapporto con i movimenti artistici, gli artisti e l’acquisizione delle loro opere da parte della GAM nel corso di oltre cento anni: la Galleria d’Arte Moderna offre così un percorso storico e artistico straordinario che parte dalla fine dell’Ottocento, passa per il Futurismo, il movimento ‘Novecento’, il Realismo magico, la Metafisica di de Chirico, il periodo della Scuola Romana, il dopoguerra novecentesco con l’Astrazione e la Neoavanguardia, fino ad arrivare agli anni ’80 e ’90 del Novecento e le ultime acquisizioni degli anni 2000. Un viaggio nel tempo e nei luoghi che testimonia come Roma abbia sempre riunito diverse voci e pluralità espressive, e che coinvolge il visitatore fin dalle prime opere acquisite con la nascita della Galleria. Opere per lo più provenienti da importanti eventi espositivi che hanno orientato la storia artistica mondiale. Ringrazio il lavoro corale degli altri musei e istituti della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, oltre agli archivi fotografici e storici”.

È un centenario di artisti, spazi, luoghi, politiche culturali, il tutto indissolubilmente legato alla città di Roma.  La sintesi rappresentata nei tre piani della mostra costituisce la bussola ideale con cui il visitatore attraversa il secolo scorso, ricostruendo le modalità con cui le opere sono pervenute negli anni ma soprattutto i diversi contesti sociali, politici, culturali che hanno ispirato tali processi di acquisizione.

È così che, attraversando le sale della mostra, si possono ripercorrere i movimenti e le tendenze di oltre due secoli di storia dell’arte, a testimonianza della pluralità di stili e voci raccolte dalla Galleria e del legame inscindibile di queste opere e dei loro autori con la politica culturale della città (e del Paese intero). Interpretando molto spesso lo spirito dei tempi, con volontà e sensibilità diverse a ispirare di volta in volta la scelta delle opere, la Galleria d’Arte Moderna ha assunto, sempre più, un ruolo di primo piano nello scenario culturale internazionale, dando voce alle varie realtà emergenti: a partire da quelle della fine dell’Ottocento, del movimento In arte libertas di Nino Costa e Giulio Aristide Sartorio e della successiva avanguardia Futurista, passando poi per la Secessione romana con le sue mostre al Palazzo delle Esposizioni (1913-1916), e il movimento Novecento di Margherita Sarfatti e della rivista Valori Plastici. Si incontra il Realismo magico di Antonio Donghi, la Metafisica di de Chirico, il secondo Futurismo e trovano spazio le Biennali e le Quadriennali romane che tanto hanno contribuito all’accrescimento della collezione capitolina. E poi ancora il periodo della Scuola Romana, il secondo dopoguerra con i nuovi canoni dell’Astrazione, dell’Informale e della Neoavanguardia, gli anni ’70 e ’80, i cambiamenti degli anni ’90 e le ultime acquisizioni dei 2000.

Ma quella raccontata è anche una storia fatta di luoghi, spazi museali, vicissitudini talvolta complesse che hanno accompagnato la galleria nel corso del Novecento. Si va così dall’inaugurazione nel 1925 a Palazzo Caffarelli e la riapertura nel 1931 con il nome di Galleria Mussolini, curata da Antonio Muñoz, alla prima Quadriennale nel 1931 al Palazzo delle Esposizioni; dalla rinascita a Palazzo Braschi nel 1952 alla nuova sede al Palazzo delle Esposizioni (dal 1963 al 1972) a cura di Carlo Pietrangeli. Fino ad arrivare alla doppia inaugurazione del 1995 e del 2011 nella sede attuale, all’interno dell’ex convento delle carmelitane scalze a San Giuseppe a Capo le Case.

Riconducibile alla fase iniziale di costruzione del convento, è il dipinto murale seicentesco realizzato da Suor Eufrasia della Croce, abitante del convento e amica di Plautilla Bricci, scoperto dopo anni di occultamento su una delle pareti del primo piano e tornato visibile, oggi, in occasione dell’apertura della mostra. I dipinti erano destinati alla decorazione di uno degli ambienti più sacri della clausura, il coro d’inverno, dove si custodiva una reliquia della vera croce. Dai frammenti rimasti si percepisce una decorazione più estesa: due suore in preghiera davanti alla Croce-fontana, simbolo di vita e resurrezione, legata alla spiritualità carmelitana. Accanto, un secondo murale con la Vergine, Maria Maddalena e San Giovanni, oggi lacunoso al centro, mostra un registro più drammatico rispetto al primo.


IL PERCORSO ESPOSITIVO

Il percorso espositivo si apre al primo piano con la sezione LA NASCITA DELLA GALLERIA. LE PRIME ACQUISIZIONI, LE AVANGUARDIE E IL RUOLO DELLE QUADRIENNALI in cui si mette in luce l’inaugurazione del 1925 in Campidoglio e il successivo allestimento a opera di Antonio Muñoz nel 1931, quando assume il nome di Galleria Mussolini. Nel generale rinnovamento degli spazi che devono accogliere un numero sempre maggiore di opere, Muñoz pone nella scenografica terrazza Caffarelli la Galatea di Amleto Cataldi, adibita a fontana al centro di una grande vasca e oggi allestita in uno spazio apposito al pian terreno.

L’inaugurazione della galleria è il punto di arrivo di un grande fermento: le opere acquisite provengono infatti da importanti eventi espositivi che hanno determinato la fortuna di molti artisti del tempo. Basti pensare alle numerose rassegne volute dalla Società Amatori e Cultori di Belle Arti di Roma da cui provengono artisti del calibro di Enrico Coleman (Lago di Nemi), Duilio Cambellotti (Conca dei bufali) e soprattutto Giacomo Balla con il capolavoro Il dubbio.

Ma sono soprattutto le mostre della Secessione romana nel secondo decennio del Novecento a trasmettere l’idea di un’attenzione precipua per ciò che è contemporaneo nonché la sensibilità nei confronti di quei linguaggi artistici talvolta in contrapposizione ma che per l’amministrazione capitolina sono il frutto di un rinnovamento da cui non ci si può sottrarre. “Secessioniste” sono dunque le opere di Vittorio Grassi (I civettari), Enrico Lionne (Violette), Camillo Innocenti (La sultana) ma anche di Auguste Rodin, uno dei pochi artisti stranieri presenti in collezione. Dall’altro lato la purezza, il “ritorno all’ordine”, gli ideali propugnati dalla rivista Valori plastici e dal movimento Novecento di Margherita Sarfatti, con l’obiettivo di porsi in alternativa alla dilagante esuberanza delle avanguardie in nome di un ritrovato e rinnovato classicismo che chiama a raccolta artisti quali Felice Carena con l’opera Serenità, Mario Sironi con La famiglia o ancora Gino Severini il quale – alla stregua di altri artisti tra cui Achille Funi e Maria Immacolata Zaffuto – si cimenta nel recupero dei saperi tecnici dell’antica Roma come, ad esempio, il mosaico nella sua Composizione.

Nella tensione artistica di quegli anni non si può non citare il Realismo magico di Antonio Donghi (Donna alla toletta) e la Metafisica di de Chirico (Combattimento di gladiatori). Parallelamente, tra il 1921 e il 1925, le Biennali romane assumono il ruolo di evento principale a cui si rivolgono tanto gli artisti quanto gli amministratori, i quali prediligono l’esotismo di Primo Conti e la raffinatezza di Ferruccio Ferrazzi. E ancora di più lo sono le Quadriennali (la prima è del 1931) in scena al Palazzo delle Esposizioni, ispirate e guidate dal segretario Cipriano Efisio Oppo che, anche grazie alla posizione privilegiata all’interno del regime fascista, decreta il successo di artisti contemporanei, rivalutando al contempo le esperienze di Giovanni Nino Costa (Alla fonte) e Giulio Aristide Sartorio (Le vergini savie e le vergini stolte), protagonisti assoluti del movimento In arte libertas, nato alla fine dell’800 per ricusare i rigidi schematismi dell’accademia a favore di una più libera interpretazione del dato espressivo, spesso dal sapore simbolista. E ancora il Secondo Futurismo a cui è dedicato un intero spazio, con opere di Tato, Benedetta Cappa Marinetti, Enrico Prampolini, Fortunato Depero, Sante Monachesi e Tullio Crali.

La sezione DALLA RICERCA DI UNA NUOVA SEDE ALLA RINASCITA NEGLI ANNI CINQUANTA al secondo piano fa da ponte tra le esperienze del primo Novecento e quelle che si concretizzano dopo la Seconda guerra mondiale. Nel mezzo, la soppressione della galleria avvenuta nel 1938 su decisione del ministro dell'Educazione Giuseppe Bottai e del governatore di Roma Piero Colonna, concedendo le opere della collezione in deposito temporaneo alla Regia Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Valle Giulia. Dopo la guerra Carlo Pietrangeli si impegna per riportare alla luce le opere della collezione con la riapertura della galleria nel 1952 agli ultimi due piani del Museo di Roma a Palazzo Braschi. Tra gli artisti esposti, Onorato Carlandi: il più importante e prolifico esponente dei XXV della Campagna romana, gruppo che ha a cuore i paesaggi dell’agro romano dipinti en plein air e che ad oggi costituiscono un documento prezioso di una realtà non più visibile. Sono anche gli anni della Scuola romana, di Scipione con il Cardinal decano, considerata una delle più alte vette dell’arte del Novecento, e di Renato Guttuso con i suoi Tetti di Roma. Ad ulteriore ricordo dell’apertura del 1952 si è voluto riproporre qui una versione in piccolo della sala detta del “Bianco e nero” con opere grafiche di Giorgio Morandi e Arturo Checchi.

La sezione VERSO LA NUOVA GALLERIA D'ARTE MODERNA. UNA COLLEZIONE IN CONTINUA CRESCITA all’ultimo piano si focalizza sul trasferimento della raccolta dal Museo di Roma al Palazzo delle Esposizioni con la “Mostra di una selezione di opere” del 1963 curata ancora una volta da Carlo Pietrangeli e terminata nel 1972, quando le opere tornano nei depositi. E ancora una volta le acquisizioni di questi anni – che non si arrestano neppure di fronte alle incertezze nel trovare nuove sedi museali – riflettono una eterogeneità nella scelta delle opere, con uno sguardo al passato e uno alle più recenti novità artistiche (esposti, tra gli altri, Pompeo Fabri, Vittorio Grassi, Giuseppe Capogrossi, Giulio Turcato, Alberto Savinio, Antonietta Raphaël Mafai, Fausto Pirandello).

Negli anni Ottanta prosegue la riflessione sull’individuazione di una scelta idonea e definitiva per ospitare la collezione della Galleria, inizialmente individuata nei locali dell’ex birreria Peroni in via Reggio Emilia, oggi sede del MACRO (Museo d’Arte Contemporanea di Roma).

Negli anni Novanta – a seguito di un complesso quanto prezioso compito di ricognizione delle opere di proprietà del Comune e di redazione del primo catalogo ragionato – viene individuata come sede provvisoria della galleria l’ex convento delle carmelitane scalze in via Crispi, cui segue l’inaugurazione nel 1995. Dopo importanti lavori di ammodernamento, la struttura riapre nel 2012, e l’incremento della collezione prosegue con importanti e recentissime acquisizioni, tra cui opere di Elisa Montessori, Lamberto Pignotti e Guido Strazza.

La mostra GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025 è il risultato di un lavoro corale e sinergico portato avanti con altri musei ed istituti della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, quali il Museo di Roma in Trastevere, l’Archivio fotografico del Museo di Roma e l’Archivio Storico Capitolino. Inoltre, deve la ricchezza del suo percorso espositivo alla preziosa collaborazione di altri enti culturali, tra cui Istituto Luce, Teche Rai e Archivio Fotografico Ufficio Stampa di Roma Capitale che hanno fornito materiale documentario, fotografico e audiovisivo.

Per consentire una più ampia esplorazione della collezione, la mostra avrà una seconda rotazione espositiva nella primavera 2026, grazie alla quale si potranno riscoprire anche capolavori inediti mai presentati prima. Inoltre, particolare attenzione è riservata ai visitatori con disabilità visiva, con percorsi didattici dedicati e un nuovo nucleo di tavole tattili prodotte per l’occasione grazie alla collaborazione con la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e il Museo Tattile Statale Omero di Ancona.

Uff. st. Zètema Progetto Cultura

“Cera una volta. Sculture dalle collezioni medicee”: questo il titolo dell’esposizione che si terrà dal 16 dicembre 2025 al 12 aprile 2026 nei nuovi spazi espositivi al piano terreno della Galleria degli Uffizi.

La mostra, curata da Valentina Conticelli e Andrea Daninos, è la prima ad essere dedicata alle collezioni fiorentine d’arte ceroplastica tra XVI e XVII secolo.

Già dal titolo, l’esposizione si pone l’obiettivo di far rivivere un ambito creativo perduto, dalla storia antichissima: quello della produzione di immagini in cera, in gran parte scomparse a causa della deperibilità del materiale. 

 

Testimonianze di questa tradizione sono tramandate, fin dal I secolo d. C., nella Storia Naturale di Plinio il Vecchio. L’autore romano riporta a sua volta usanze ancestrali, nate probabilmente dall’uso etrusco delle maschere mortuarie, divenute poi ritratti fisiognomici con la funzione di simulacri per il culto degli antenati.

L’arte della cera sarebbe rimasta sempre viva nella sensibilità popolare (fino ad arrivare agli ex voto che ancora oggi si affidano alle fiamme sacre dei santuari cristiani) e avrebbe conosciuto un momento di particolare ritorno nel novero delle belle arti proprio nella Firenze medicea tra il Quattrocento e la fine del Seicento.

Morbida e neutra, se lavorata dalle abilissime mani degli scultori rinascimentali e barocchi, che sapevano renderla policroma plasmando rilievi e sculture simili al vero, poteva dare sostanza a volti e corpi nella forma di immagini perenni.

Con la cultura barocca, ossessionata dal passaggio del tempo, questa materia organica nata dalle api, che per la sua natura malleabile imita le caratteristiche della pelle come nessun’altra, viene esaltata nel dar forma al corpo vivo e al suo dissolversi.

Obiettivo di ‘Cera una volta’ è farne conoscere l’arte - oggi quasi ignorata - nel tempo del suo massimo splendore, quando non soltanto per i santuari, ma anche per le raccolte principesche veniva avidamente ricercata, giungendo a forme elevatissimi di virtuosismo.

Nel contesto di una storia dimenticata e ora ritrovata nella sua sorprendente meraviglia, l’allestimento proporrà alcune opere un tempo esibite nella Tribuna degli Uffizi e a Palazzo Pitti, alienate dalle collezioni alla fine del Settecento: dopo secoli torneranno per la prima volta nel museo.

Circa 90, complessivamente, i lavori esposti, con tanti prestiti in arrivo da altri musei: oltre alla vasta selezione di cere, dipinti, sculture, cammei e opere in pietra dura. Vi si potranno ammirare l’Anima urlante all’Inferno attribuita a Giulio de’ Grazia e la celebre maschera funebre in gesso di Lorenzo il Magnifico, realizzata dallo scultore Orsino Benintendi.

Un’intera sala sarà dedicata al massimo scultore in cera attivo a Firenze alla fine del Seicento: Gaetano Giulio Zumbo.

Proprio di Zumbo verrà presentata al pubblico un’acquisizione recente delle Gallerie. L’opera si intitola La corruzione dei corpi, tema peraltro tipico di questo artista rarissimo: un piccolo capolavoro del grande ceroplasta, grazie al quale agli Uffizi resterà viva la memoria delle sue opere più celebri.


Il direttore delle Gallerie degli Uffizi Simone Verde:



“Questa mostra è un vero evento culturale e scientifico che permette di riscoprire un ambito della creazione artistica ignoto al grande pubblico e quasi totalmente dimenticato, se non nella ristretta cerchia degli specialisti. Un vero e proprio paradosso per un universo creativo in realtà da sempre a cavallo tra gusto popolare ed erudizione aulica, mistica religiosa e creatività artistica. Con un allestimento che abbiamo voluto notturno, quasi evocatore del mondo sotterraneo degli inferi, dove dimorano le anime e le visioni scomparse, gli Uffizi regalano dunque al loro pubblico di visitatori un viaggio nel tempo, nella cultura e nella più intima sensibilità della Firenze e dell’Europa tardo barocca”.

 

Fonte A.Lacchin

Hayez e Casorati, Dürer e Giulio Paolini; ma anche Boccioni, Osvaldo Licini, Giolfino, Paul Klee, Mirko Basaldella e Anna Galtarossa, nuovi importanti reperti egizi e la grande arte ceramica del Novecento con Melotti e Picasso.

Palazzo Maffei nel cuore di Verona continua ad arricchirsi di opere di assoluto interesse – in alcuni casi autentici capolavori - la cui integrazione nel percorso museale induce a dialoghi e riflessioni ulteriori, rinnova completamente alcune sale, come potrebbe fare una grande mostra, e contribuisce ad approfondire temi, periodi, correnti artistiche di cui la Collezione Carlon offre già testimonianze preziose, in un viaggio di oltre 750 opere che ormai copre 4000 anni d’arte e cultura, tra pittura, scultura, arti applicate, archeologia, mobili antichi e pezzi iconici del novecento.

E’ sempre tempo di tornare a Palazzo Maffei: nuove storie da scoprire, nuove tessere di quello che è ormai un sorprendente compendio di storia dell’arte, nuove emozioni.

Tra le più recenti novità, un’eccezionale conquista per la città di Verona e per gli appassionati dell'arte italiana del novecento è in particolare Il sogno del melograno di Felice Casorati: famosissimo dipinto del 1912 presentato l’anno successivo alla Prima Esposizione Internazionale d’Arte della Secessione a Roma e poi esposto in pochissime altre occasioni: in una mostra nel 2022 dopo trent’anni dall’ultima apparizione.  

L’affascinante tela, visione onirica sospesa tra natura e mito, segna un passaggio fondamentale nella ricerca dell’artista, che di lì a poco si sarebbe aperto alla pittura simbolista: nella resa della giovane donna addormentata su un prato fiorito - forse la Persefone evocata nel “Fuoco” di D’Annunzio denso di suggestioni simboliste e pittoriche – evidente è l’influenza della pittura di Gustav Klimt, che in Italia irrompe alla Biennale di Venezia del 1910.

Le opere del maestro viennese lasceranno un’impronta profonda nel lavori successivi di Casorati, evidente soprattutto in questo straordinario dipinto ove il giovane artista, tuttavia, innesta i nuovi stimoli in poetica assolutamente personale, che guarda anche alla lezione preraffaellita e addirittura botticelliana.

E non mancano le aperture simboliste. Il colchico, i grappoli d’uva, la melagrana che compaiono nella tela appaiono come indizi iconografici che alludono al mito del ritorno negli Inferi, alla caducità della vita, alla ciclicità delle stagioni e l'effimera bellezza della materialità. In questa chiave si comprende anche il titolo dell’opera, Il sogno del melograno, e la sua atmosfera sospesa.

“Sono diventato un visionario e un sognatore - scrive in una lettera del 1913 Casorati - e non dipingo più che le immagini che vedo nei sogni: le notti stellate, gli esseri invisibili, gli spiriti puri, le allucinazioni... vorrei aver sempre la febbre alta e delirare!”Un capolavoro cruciale che contribuisce a mettere a fuoco un momento fondamentale nella cultura figurativa italiana e nel percorso artistico di Casorati, multiforme e per certi versi enigmatico pittore, incisore, designer e scenografo, legato anche alla città scaligera.

Il sogno del melograno, realizzato proprio negli anni in cui il pittore risiedette a Verona (dal 1911 al 1915), in contatto con numerosi artisti locali e poi vicino al gruppo di Ca’ Pesaro, è ora affiancato, al secondo piano di Palazzo Maffei in quella che ormai e diventata la “Sala Casorati” del Museo veronese, ad altri due lavori del maestro piemontese in collezione Carlon: Vaso con papaveri e margherite (1913), coeva tempera su cartone ancora “in bilico tra il decorativismo di matrice secessionista e l’ estenuata eredità di temi e atmosfere simboliste” e Le piantine del 1921, opera iconica del passaggio al Realismo Magico.

La natura morta, con una testa di gesso che emerge da un fogliame cupo e metallico, mette in dialogo in maniera inedita pittura e scultura grazie all’uso di una luce “che par di scoprire per la prima volta” (Ciarlantini su “Il Popolo d’Italia”, 1921). Dopo un processo di trasformazione stilistica e spirituale si apre una nuova fase per uno dei più  apprezzati artisti italiani del XX secolo.

 

Fonte Villaggio Globale International Antonella Lacchin

Al Museo dell’Ara Pacis arriva una prestigiosa selezione di cinquantadue capolavori dal Detroit Institute of Arts: un viaggio nell’arte europea tra XIX e XX secolo, dai pionieri dell’impressionismo ai protagonisti delle avanguardie. In mostra opere di Degas, Renoir, Cézanne, Pissarro, Van Gogh, Matisse, Picasso, fino agli innovatori dell’espressionismo tedesco come Kandinsky, Beckmann e Pechstein.

La grande esposizione Impressionismo e oltre. Capolavori dal Detroit Institute of Arts sarà visitabile da giovedì 4 dicembre 2025 a domenica 3 maggio 2026. Promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali – e organizzata da MondoMostre con il supporto di Zètema Progetto Cultura, la mostra porta per la prima volta in Italia un nucleo di opere raramente concesse in prestito.

Curata da Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, l’esposizione ripercorre le trasformazioni profonde che, tra Ottocento e Novecento, hanno ridefinito il linguaggio pittorico moderno: dal naturalismo e dalla modernità urbana osservata dagli impressionisti, fino alla rivoluzione formale del cubismo e alle tensioni espressive dell’avanguardia tedesca.

«Un’occasione unica per comprendere uno dei momenti più decisivi della storia dell’arte,» sottolinea l’assessore alla Cultura di Roma Capitale, Massimiliano Smeriglio. «L’impressionismo ha cambiato per sempre il nostro modo di rappresentare la realtà: luce, colore e paesaggio “en plein air” hanno aperto la strada a nuove sensibilità e a una piccola grande rivoluzione dello sguardo.»

Il percorso espositivo si apre con i maestri francesi di metà Ottocento: cinque opere di Edgar Degas, Bagnanti di Cézanne, Donna in poltrona di Renoir – immagine guida della mostra – e lavori di Pissarro, Sisley e Max Liebermann, che testimoniano la diffusione della poetica impressionista oltre la Francia.

La seconda sezione affronta l’evoluzione della pittura dopo il 1886, anno dell’ultima mostra impressionista: Cézanne, con una Sainte-Victoire dei primi del Novecento, anticipa un nuovo ordine formale; Renoir rilegge la tradizione con un linguaggio ormai maturo; Van Gogh interpreta la realtà attraverso una pennellata vibrante che trasforma l’immagine in esperienza emotiva. È l’epoca che Roger Fry definirà “postimpressionista”, quella in cui il dipinto si emancipa dalla mera imitazione del reale.

Il cuore della mostra è dedicato alla Parigi dei primi decenni del Novecento: sei opere di Pablo Picasso illustrano il passaggio dal periodo rosa al cubismo fino ai ritratti degli anni Venti; tre dipinti di Henri Matisse, realizzati tra il 1916 e il 1919, raccontano un artista in metamorfosi, dall’ordine geometrico alle composizioni più fluide e sensuali. Accanto a loro, i lavori cubisti di María Blanchard e Juan Gris, e quelli espressionisti di Modigliani e Soutine, protagonisti della Scuola di Parigi.

La sezione finale è dedicata all’avanguardia tedesca, acquisita dal Detroit Institute of Arts grazie alla visione del direttore Wilhelm R. Valentiner. Le opere di Pechstein, Kandinsky e Feininger rappresentano i movimenti di Die Brücke e Blaue Reiter, mentre i dipinti del dopoguerra di Heckel, Schmidt-Rottluff, Nolde, Kokoschka e Beckmann – con il suo intenso Autoritratto del 1945 – riportano la drammaticità e l’angoscia della Germania segnata dal conflitto.

Impressionismo e oltre restituisce così uno straordinario affresco della modernità europea, mostrando la ricchezza delle collezioni americane e il fitto intreccio di ricerche e rivoluzioni che, in mezzo secolo, hanno trasformato radicalmente la pittura.

In linea con l’impegno della Sovrintendenza Capitolina per la piena accessibilità dei musei, la mostra offre percorsi multisensoriali, visite integrate, laboratori creativi, video LIS sottotitolati e servizi tattili e interpretariato LIS gratuiti per tutta la durata dell’esposizione, grazie alla collaborazione con l’Istituto dei ciechi Francesco Cavazza, Rai Pubblica Utilità e il Dipartimento Politiche Sociali di Roma Capitale.

Fonte Zetema

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