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L'ambasciatore ucraino nel Regno Unito ed ex comandante delle Forze armate di Kiev, Valery Zaluzhny, ha espresso forti dubbi sulla possibilità che l'Ucraina entri a far parte della NATO, sostenendo che l'adesione all'Alleanza Atlantica sia ormai irrealizzabile nonostante gli anni di preparazione e gli sforzi compiuti dal Paese per adeguarsi agli standard richiesti.

Intervenendo durante una riunione degli ambasciatori ucraini a Kiev, Zaluzhny ha ricordato il lungo percorso intrapreso dall'Ucraina verso l'integrazione euro-atlantica. "Per quasi dodici anni ho lavorato personalmente per rispettare gli standard della NATO e ogni anno sentivo ripetere la stessa storia: che eravamo pronti ad aderire", ha dichiarato, secondo quanto riportato dal quotidiano ucraino Ievropeïska Pravda. "Purtroppo non diventeremo mai membri della NATO", ha aggiunto, attribuendo questa prospettiva all'opposizione di numerosi Paesi dell'Alleanza, in particolare degli Stati Uniti.

Zaluzhny, che ha guidato l'esercito ucraino nei primi due anni dell'invasione russa iniziata nel febbraio 2022, continua a essere una delle personalità più apprezzate del Paese. Dal 2024 ricopre l'incarico di ambasciatore dell'Ucraina nel Regno Unito e, secondo un sondaggio pubblicato a giugno, gode della fiducia del 73% degli ucraini.

Nel suo intervento, il generale ha inoltre sostenuto che la NATO non sia pienamente preparata ad affrontare le minacce dei conflitti moderni. A suo giudizio, dopo oltre quattro anni di guerra contro la Russia, l'esercito ucraino avrebbe sviluppato capacità operative e tecnologie che renderebbero le sue forze armate più avanzate rispetto a quelle dell'Alleanza Atlantica.

"È impossibile unirsi a un'organizzazione che continua a seguire dottrine risalenti alla Seconda Guerra Mondiale, considerando il livello di sviluppo raggiunto oggi dalle Forze Armate ucraine", ha affermato Zaluzhny.

L'ex comandante ha evidenziato come il conflitto abbia rivoluzionato il modo di combattere, con un ruolo sempre più centrale affidato ai droni, ai sistemi senza pilota e alle nuove tecnologie a basso costo impiegate sul campo di battaglia. Secondo numerosi analisti militari, anche la NATO starebbe procedendo con lentezza nell'integrare queste innovazioni all'interno delle proprie capacità difensive.

Pur avanzando queste critiche, Zaluzhny ha riconosciuto che l'Ucraina continua ad aver bisogno del sostegno tecnologico dei Paesi alleati. In particolare, ha sottolineato la necessità di disporre di sistemi di difesa aerea avanzati, indispensabili per intercettare e abbattere i missili balistici lanciati dalla Russia.

Già lo scorso luglio, in un articolo pubblicato dal quotidiano britannico The Telegraph, Zaluzhny aveva sostenuto che la guerra in Ucraina aveva sollevato "preoccupanti interrogativi" sulla preparazione della NATO ad affrontare i conflitti del XXI secolo.

"L'Ucraina ha tutte le ragioni per riconoscere il sostegno che i Paesi membri della NATO hanno dato e continuano a dare", aveva scritto il generale. "Ma il rispetto per l'Alleanza non dovrebbe impedire una valutazione onesta delle sue debolezze". Allo stesso tempo aveva ribadito che la capacità di Kiev di proseguire la guerra dipende in larga misura dal continuo sostegno dei partner occidentali.

Intanto il conflitto continua a provocare vittime su entrambi i fronti. Nella notte, secondo le autorità russe, sei persone sono morte e nove sono rimaste ferite in una serie di attacchi con droni ucraini che hanno colpito diverse regioni della Federazione Russa.

Nella regione di Mosca, il governatore Andrei Vorobyov ha riferito che cinque persone sono morte e altre sei sono rimaste ferite in seguito a un attacco che ha provocato anche un incendio in un magazzino, successivamente domato dai vigili del fuoco.

Anche nei pressi di San Pietroburgo un complesso di depositi è stato colpito da droni, secondo quanto dichiarato dal governatore Alexander Drozdenko. Nell'attacco una persona è rimasta ferita. Il colosso russo dell'e-commerce Wildberries ha confermato che uno dei propri magazzini situati nell'area è stato interessato dalle fiamme, precisando tuttavia che non si sono registrate vittime.

Le conseguenze degli attacchi hanno avuto ripercussioni anche nei Paesi vicini. La Finlandia, membro della NATO e dell'Unione Europea, ha annunciato la revoca delle restrizioni temporanee al traffico aereo introdotte nel Golfo orientale di Finlandia per motivi di sicurezza.

Nella regione russa di Belgorod, al confine con l'Ucraina, una donna è morta e altre due persone sono rimaste ferite quando un drone ucraino ha colpito un'automobile, secondo quanto riferito dalle autorità locali.

Anche l'Ucraina ha denunciato nuovi bombardamenti russi contro obiettivi civili. Nella città settentrionale di Sumy, il governatore regionale Oleh Khikhorov ha riferito che due bambini e un'anziana sono rimasti uccisi in un attacco condotto con bombe guidate, mentre altre quattro persone hanno richiesto assistenza medica.

L'agenzia Reuters precisa di non aver potuto verificare in modo indipendente tutte le informazioni diffuse dalle parti. Sia Mosca sia Kiev continuano inoltre a negare di prendere deliberatamente di mira la popolazione civile nel conflitto scoppiato con l'invasione russa su larga scala dell'Ucraina nel febbraio 2022.

 

Venerdì 31 luglio il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Alfredo Mantovano, sarà in visita a San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria, per seguire da vicino le operazioni di rimozione della tendopoli che, dal 2008, ha ospitato centinaia di migranti impiegati nelle attività agricole della Piana di Gioia Tauro.

La chiusura dell'insediamento rappresenta uno dei passaggi più significativi del piano di riqualificazione promosso dal Governo per il recupero delle aree caratterizzate da elevata vulnerabilità sociale e ambientale. L'intervento si inserisce infatti in un più ampio programma di opere infrastrutturali e di riqualificazione urbana, sociale e ambientale finalizzato a superare definitivamente una realtà che per oltre quindici anni è stata simbolo di degrado, precarietà abitativa e marginalità.

Nel corso degli anni la tendopoli di San Ferdinando è stata più volte al centro dell'attenzione delle istituzioni e dell'opinione pubblica per le difficili condizioni di vita dei suoi occupanti. Centinaia di lavoratori migranti sono stati costretti a vivere in sistemazioni di fortuna, prive dei necessari standard di sicurezza e igiene, in un contesto che ha generato anche rilevanti criticità sotto il profilo dell'ordine pubblico e della salute pubblica.

L'operazione di superamento dell'accampamento è stata resa possibile grazie all'attività della Struttura commissariale istituita per la riqualificazione delle aree ad alta vulnerabilità. Il progetto prevede il trasferimento dei migranti regolarmente presenti sul territorio in vere e proprie abitazioni, disponibili a canoni di locazione adeguati, con l'obiettivo di garantire condizioni abitative dignitose a chi lavora nelle campagne della Piana di Gioia Tauro.

Secondo il piano predisposto dal Governo, il nuovo sistema abitativo consentirà di migliorare sensibilmente la qualità della vita dei lavoratori stranieri, favorendone una maggiore integrazione nel tessuto sociale e contribuendo, allo stesso tempo, ad accrescere la sicurezza e la vivibilità per i cittadini del territorio.

La visita istituzionale inizierà intorno alle ore 10 presso la tendopoli di San Ferdinando, dove il Sottosegretario Mantovano seguirà le attività di smantellamento dell'insediamento. Ad accompagnarlo sarà il Commissario di Governo, il prefetto Fabio Ciciliano, che negli ultimi mesi ha coordinato le iniziative previste dal programma di riqualificazione.

Successivamente la delegazione si sposterà in contrada Serricella, dove saranno visitati gli alloggi destinati ad accogliere i migranti che fino a oggi hanno trovato riparo nella tendopoli. Le nuove abitazioni rappresentano uno degli elementi centrali del progetto governativo, che punta a sostituire definitivamente le sistemazioni precarie con soluzioni abitative stabili e dignitose.

La giornata istituzionale del Sottosegretario proseguirà nel primo pomeriggio a Napoli. Presso la Prefettura del capoluogo campano, alle ore 14.30, Mantovano presiederà una nuova riunione della Cabina di regia dedicata all'aggiornamento delle attività svolte nella cosiddetta "Terra dei Fuochi", con l'obiettivo di fare il punto sugli interventi in corso e sulle ulteriori azioni previste per il contrasto alle criticità ambientali e per la tutela del territorio.

La visita in Calabria e il successivo incontro a Napoli si inseriscono nel quadro delle iniziative promosse dalla Presidenza del Consiglio per affrontare due questioni considerate prioritarie: da un lato il superamento delle condizioni di degrado e sfruttamento che per anni hanno interessato la tendopoli di San Ferdinando, dall'altro il monitoraggio costante delle attività di bonifica e controllo ambientale nella Terra dei Fuochi, attraverso il coordinamento delle istituzioni coinvolte.

Fonte Ufficio stampa e relazioni con i media Pal.Chigi

Carceri, Fratelli d'Italia presenta una proposta di legge: i detenuti stranieri condannati sconteranno la pena nei Paesi d'origine

Far scontare ai cittadini stranieri condannati e detenuti in Italia la pena nel proprio Paese d'origine attraverso accordi bilaterali, senza più la necessità del consenso del detenuto nei casi previsti dalla nuova normativa. È questo l'obiettivo della proposta di legge presentata da Fratelli d'Italia, che il partito definisce un ulteriore tassello della riforma delle politiche migratorie e del sistema penitenziario promossa dal Governo Meloni.

Secondo i promotori, la misura potrebbe interessare fino a circa 13.900 detenuti, pari al 68% della popolazione carceraria straniera presente negli istituti penitenziari italiani. L'iniziativa, spiegano gli esponenti di Fratelli d'Italia, punta a ridurre il sovraffollamento delle carceri, contenere i costi sostenuti dallo Stato, rafforzare la certezza della pena e contribuire alla sicurezza delle città.

A illustrare il provvedimento è stato il capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, secondo il quale la proposta è resa possibile soprattutto dalle modifiche ottenute dall'Italia in sede europea durante il governo guidato da Giorgia Meloni.

«Con questa proposta di legge gli immigrati condannati e detenuti in Italia sconteranno la pena nei Paesi d'origine», afferma Bignami. «L'introduzione del concetto di Paese di origine sicuro consentirà il rimpatrio d'ufficio dei detenuti, sulla base di accordi bilaterali, senza la necessità del loro consenso, come invece avviene con la normativa attualmente in vigore.»

Il provvedimento si inserisce nella più ampia strategia del governo sul controllo dell'immigrazione e sulla gestione dei flussi migratori. Secondo il capogruppo di Fratelli d'Italia al Senato, Lucio Malan, l'Italia parte già da una posizione favorevole sul fronte dei rimpatri.

«Il nostro Paese è il secondo in Europa, dopo la Danimarca, per percentuale di rimpatri effettuati», sostiene Malan. «In termini assoluti siamo il primo, anche perché l'Italia registra un numero di sbarchi più elevato rispetto agli altri Stati membri. Con questo provvedimento vogliamo raggiungere una situazione ancora più efficace, riportando il fenomeno migratorio nell'alveo della legalità e sottraendolo al controllo della criminalità organizzata.»

Tra gli obiettivi dichiarati della proposta figura anche quello di alleggerire la pressione sul sistema carcerario italiano, da anni alle prese con il problema del sovraffollamento.

Su questo punto interviene Giovanni Donzelli, responsabile Organizzazione di Fratelli d'Italia, che definisce il progetto di legge parte integrante del programma del partito.

«Si tratta di un ulteriore tassello del lavoro che stiamo portando avanti», afferma Donzelli. «Il sovraffollamento delle carceri viene riproposto puntualmente ogni estate e, secondo noi, la risposta della sinistra è sempre stata quella di svuotare gli istituti penitenziari. Noi proponiamo invece una soluzione diversa: chi ha commesso reati non deve essere rimesso in libertà, ma può scontare la propria pena nel Paese d'origine. In questo modo si affronta il problema senza ricorrere a provvedimenti "svuota-carceri", che spesso non risolvono il fenomeno della recidiva e riportano gli stessi soggetti nuovamente in carcere.»

Sulla stessa linea anche il deputato Francesco Filini, responsabile del programma di Fratelli d'Italia, che collega il provvedimento al cambio di rotta impresso dal Governo Meloni sulle politiche migratorie.

«Con questa proposta di legge affermiamo un principio molto semplice: in Italia chi sbaglia paga e torna nel proprio Paese», dichiara Filini. «È una risposta alla situazione ereditata dai governi precedenti, che hanno gestito in maniera sbagliata il fenomeno migratorio attraverso un modello di integrazione che riteniamo fallito. L'elevata presenza di cittadini stranieri nelle carceri italiane dimostra, secondo noi, questa criticità. Il Governo Meloni ha invece introdotto un cambio di paradigma, sia in Italia sia in Europa, ponendo un freno all'immigrazione clandestina, come dimostrerebbe il calo degli sbarchi.»

A chiudere la presentazione della proposta è Sara Kelany, responsabile del Dipartimento Immigrazione di Fratelli d'Italia, che sottolinea come l'iniziativa punti a superare gli ostacoli che fino a oggi hanno limitato il trasferimento dei detenuti stranieri nei rispettivi Paesi.

«Questo provvedimento rappresenta un ulteriore passo avanti nel nuovo approccio alle politiche migratorie adottato dal Governo Meloni», afferma Kelany. «L'obiettivo è garantire che i cittadini extracomunitari condannati possano scontare la pena nel proprio Paese d'origine, eliminando gli impedimenti che ne hanno ostacolato finora l'applicazione. È una misura che rafforza la certezza della pena, contribuisce alla sicurezza dei cittadini e riduce la pressione sul sistema penitenziario italiano.»

La proposta di legge dovrà ora iniziare il proprio iter parlamentare. Se approvata, introdurrà un nuovo meccanismo per il trasferimento dei detenuti stranieri nei Paesi d'origine sulla base di accordi bilaterali con gli Stati considerati sicuri, con l'obiettivo dichiarato di rendere più efficace l'esecuzione delle pene, ridurre il sovraffollamento delle carceri e rafforzare il sistema dei rimpatri.

La morte di Abderrahim Fakir, il 43enne di origine marocchina deceduto a Bologna durante un intervento delle forze dell'ordine, continua ad alimentare il dibattito politico e istituzionale, mentre la magistratura prosegue gli accertamenti per chiarire con precisione quanto accaduto. Parallelamente, le manifestazioni organizzate in diverse città italiane hanno registrato momenti di forte tensione, soprattutto nel capoluogo emiliano, dove una parte dei cortei è degenerata in scontri con la polizia.

Sulla vicenda è intervenuta la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha ribadito la necessità di fare piena luce sui fatti, ma ha condannato con fermezza gli episodi di violenza contro le forze dell'ordine, sottolineando come nessuna protesta possa trasformarsi in un attacco agli uomini e alle donne in divisa.

Meloni: "La verità sia accertata senza pregiudizi"

In un messaggio pubblicato sul proprio profilo X, la premier ha espresso una posizione netta, chiedendo che eventuali responsabilità vengano accertate con il massimo rigore, ma respingendo ogni tentativo di trasformare la vicenda in una campagna contro le istituzioni.

«Quanto accaduto a Bologna è inaccettabile. Sul decesso di Abderrahim Fakir è doveroso che vengano accertate eventuali responsabilità con il massimo rigore. La verità va ricercata fino in fondo, senza pregiudizi e senza sconti per nessuno», ha dichiarato Meloni.

La presidente del Consiglio ha però aggiunto che nulla può giustificare le violenze registrate durante le manifestazioni.

Secondo Meloni, chi ha sfruttato questa tragedia per «mettere a ferro e fuoco la città, aggredire gli agenti e seminare violenza», mettendo in pericolo anche cittadini estranei ai disordini, non era realmente interessato alla ricerca della verità, ma puntava esclusivamente allo scontro.

Per la premier, alimentare un clima di odio e di delegittimazione nei confronti dell'intero comparto della sicurezza rappresenta un comportamento profondamente irresponsabile.

«Trasformare migliaia di donne e uomini in divisa in un bersaglio significa colpire chi ogni giorno serve l'Italia con professionalità, sacrificio e coraggio», ha concluso Meloni, rinnovando la vicinanza del Governo agli appartenenti alle forze dell'ordine impegnati quotidianamente nella tutela della sicurezza pubblica.

Bologna, la protesta degenera negli scontri

La manifestazione più partecipata si è svolta proprio a Bologna, città dove si è verificata la morte di Fakir.

Migliaia di persone si sono ritrovate in piazza del Nettuno per partecipare al presidio promosso dal sindaco Matteo Lepore con lo slogan "Verità e giustizia". Alla manifestazione hanno preso parte anche il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale e i familiari della vittima.

Al termine del presidio istituzionale, una parte dei manifestanti si è spostata in corteo verso la Prefettura.

È in questa fase che la situazione è degenerata.

Davanti all'edificio, presidiato da agenti della Polizia di Stato in tenuta antisommossa e da numerosi mezzi delle forze dell'ordine, alcuni partecipanti hanno iniziato a lanciare cori contro gli agenti, gridando ripetutamente "Assassini".

Successivamente sono stati scagliati bottiglie, cartelli stradali divelti e una bomba carta contro gli operatori di polizia.

Le forze dell'ordine hanno risposto utilizzando idranti e lacrimogeni per contenere i disordini e impedire che la situazione degenerasse ulteriormente, evitando che i tafferugli coinvolgessero anche cittadini estranei alla manifestazione.

Presidio anche davanti al Viminale

Momenti di tensione si sono registrati anche a Roma.

Davanti al Ministero dell'Interno una ventina di manifestanti si è riunita per ricordare Abderrahim Fakir.

Nelle fasi iniziali del presidio, gli agenti in servizio hanno invitato i partecipanti a spostarsi dall'ingresso del Viminale verso una strada vicina che conduce al Teatro dell'Opera, per ragioni di ordine pubblico.

Alla richiesta sono seguiti cori ostili nei confronti delle forze dell'ordine.

La situazione è comunque tornata rapidamente sotto controllo e la manifestazione è poi proseguita senza ulteriori incidenti.

I manifestanti hanno esposto uno striscione con il nome di Fakir, fotografie di altre persone morte mentre si trovavano sotto la custodia dello Stato, tra cui Stefano Cucchi, oltre a bandiere della Palestina e di Potere al Popolo e cartelli con la scritta "Basta omicidi di Stato".

Il dolore della famiglia

Durante la manifestazione di Bologna, la sorella di Abderrahim Fakir ha accusato un malore al termine dell'intervento del sindaco Lepore ed è stata trasportata in ospedale da un'ambulanza.

Sul palco è intervenuta anche la nipote della vittima, Yosra Fakir, che ha ricordato lo zio con parole cariche di commozione.

«Siamo qui perché mio zio non venga dimenticato. Era una persona che meritava rispetto, ascolto e dignità», ha affermato, spiegando che la famiglia non chiede vendetta ma desidera esclusivamente conoscere la verità su quanto accaduto.

La giovane ha sottolineato che, qualora dovessero emergere responsabilità, si aspetta che vengano adottati tutti i provvedimenti previsti dalla legge nei confronti di chi dovesse aver commesso errori, chiedendo inoltre chiarezza anche sull'eventuale assistenza sanitaria prestata durante l'intervento.

Il SAP: "Nuova tutela per gli operatori"

Sulla vicenda è intervenuto anche Stefano Paoloni, segretario generale del Sindacato Autonomo di Polizia (SAP), che ha accolto favorevolmente la decisione della Procura di Bologna di iscrivere gli operatori coinvolti nel registro Modello 45-bis, introdotto dal recente Decreto Sicurezza.

Secondo Paoloni, la nuova disciplina evita il precedente automatismo che comportava l'iscrizione immediata nel registro degli indagati anche quando potevano sussistere evidenti cause di giustificazione dell'operato degli agenti.

Il segretario del SAP ha precisato che la norma non rappresenta alcuno "scudo penale", ma costituisce una garanzia procedurale che tutela gli operatori durante la fase iniziale delle indagini, evitando conseguenze professionali immediate, come il blocco della carriera, senza impedire alla magistratura di procedere qualora emergano eventuali responsabilità.

Piantedosi: "Piena fiducia nella magistratura e nella Polizia"

Anche il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha affrontato il tema nel corso di un'intervista al Tg1.

Il titolare del Viminale ha definito la morte di Fakir «una grande tragedia», esprimendo il proprio cordoglio ai familiari della vittima, ma ha invitato ad attendere gli esiti delle indagini senza formulare giudizi anticipati.

Piantedosi ha ribadito la piena fiducia sia nella magistratura sia nella Polizia di Stato, ricordando che l'intervento è stato documentato dalle bodycam degli agenti e da ulteriori registrazioni video che saranno esaminate dagli investigatori.

Il ministro ha inoltre spiegato che gli operatori coinvolti sono stati iscritti nel registro previsto dall'articolo 45-bis introdotto dal Decreto Sicurezza, precisando che tale iscrizione non equivale a un'iscrizione nel registro degli indagati.

«Non è uno scudo penale – ha chiarito Piantedosi – ma una diversa collocazione procedurale prevista dalla legge per chi ha preso parte a un fatto nel quale potrebbe essere presente una causa di giustificazione».

Mentre la Procura prosegue gli accertamenti per ricostruire nei dettagli la dinamica della morte di Abderrahim Fakir, il Governo continua a ribadire una doppia linea: piena collaborazione con la magistratura per accertare ogni eventuale responsabilità e, allo stesso tempo, difesa del ruolo delle Forze dell'Ordine, sottolineando che nessun episodio di violenza o di delegittimazione può essere rivolto contro chi ogni giorno opera per garantire la sicurezza dei cittadini.

Il Vicepresidente Esecutivo della Commissione Europea, Rafael Fitto, è stato nominato dalla Commissione come nuovo rappresentante speciale per il problema Cipro, al fine di rafforzare il coinvolgimento europeo nei nuovi sforzi che, secondo quanto riportato, il Segretario Generale dell'ONU Antonio Guterres sta cercando di riprendere i colloqui.

Secondo l'annuncio pertinente della Commissione Europea, Fitto contribuirà al processo di risoluzione del problema cipriota nell'ambito dell'ONU e in stretta collaborazione con l'inviata personale del Segretario Generale ONU per Cipro, Maria Angela Olgin Cuellar.

La Commissione sottolinea che la nomina riflette il suo fermo impegno per la riunificazione di Cipro, al fine di una soluzione globale funzionante e sostenibile, sulla base delle pertinenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e in conformità con i principi, i valori e la legislazione dell'Unione Europea.

Il nuovo Rappresentante Speciale interagirà con tutte le parti coinvolte, con l'obiettivo di contribuire a spianare la strada alla ripresa dei negoziati, costruire fiducia e sostenere una soluzione completa e duratura.

Il portafoglio di Raffaele Fitto, tuttavia, fin dall'inizio includeva il rafforzamento delle condizioni sociali ed economiche della comunità turco-cipriota e il monitoraggio dell'attuazione del Regolamento sulla Linea Verde, con l'obiettivo di facilitare la riunificazione.

Tuttavia, la nomina assume un significato ulteriore in vista delle iniziative rilevanti per riavviare i colloqui di Antonio Guterres. Ieri, dopotutto, il presidente della Commissione ha avuto una conversazione telefonica con il signor Guterres, per informarlo del suo incontro con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan.

Ciò che rimane in sospeso è se Ankara accetti un ruolo più attivo dell'Unione Europea e se il signor Fito accetterà di partecipare a un possibile processo multilaterale più ampio.

Tuttavia, secondo informazioni provenienti da Bruxelles, il Segretario Generale dell'ONU – che sta già valutando la possibilità di una nuova iniziativa sul problema cipriota – attribuisce particolare importanza al ruolo dell'UE, principalmente in termini di capacità di collegare i progressi sul problema cipriota con le relazioni euro-turche. Allo stesso tempo, Maria Angela Olgin desidera visitare presto Bruxelles, dove incontrerà il signor Fittos.

Rafael Fitto succede all'ex Commissario per l'Allargamento Johannes Hahn, che si è dimesso il 23 marzo dalla carica di inviato speciale della Commissione Europea per il problema Cipro, dopo aver assunto la presidenza del Consiglio Generale della Banca Centrale d'Austria. Semanticamente e sostanzialmente, i ruoli dei due funzionari sono diversi, poiché il signor Hahn era inviato speciale per la questione cipriota, mentre il signor Fito è da un lato vicepresidente della Commissione e, dall'altro, aspetti critici relativi alla questione erano già inclusi nel suo portafoglio.

Alla conferenza stampa Arria del Consiglio di Sicurezza su "Colmare il divario di attuazione: risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e la preservazione della pace e della sicurezza internazionali", organizzata dalle Delegazioni Permanenti di Pakistan e Cina presso l'ONU presso la sede delle Nazioni Unite la Grecia ha sottolineato l'importanza centrale dell'attuazione delle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell'osservanza del diritto internazionale.

La Grecia ha osservato, tra le altre cose, che "il problema cipriota è un esempio tipico", sottolineando che "il rispetto e l'adesione alle Risoluzioni 541 e 550 del Consiglio di Sicurezza devono essere la bussola per gli Stati membri nell'affrontare la questione".

Il Rappresentante Permanente, riferendosi alle risoluzioni pertinenti del Consiglio di Sicurezza, ha ricordato che, attraverso le Risoluzioni 541 e 550, il Consiglio "ha invitato tutti gli Stati a rispettare la sovranità, l'indipendenza e l'integrità territoriale della Repubblica di Cipro e a non riconoscere l'entità secessionista e illegale né ad assisterla in alcun modo".

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