Si è svolta oggi in videoconferenza la Cabina di regia PNRR, convocata e presieduta dal Ministro per gli Affari europei, il PNRR e le politiche di coesione, Tommaso Foti, con la partecipazione dei Ministri e dei Sottosegretari responsabili, oltre che dell’ANCI, dell’UPI e della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, per esaminare la settima Relazione sullo stato di attuazione del PNRR e per la verifica dell’avanzamento degli obiettivi connessi alla richiesta di pagamento della nona e penultima rata del Piano.
La Cabina di regia, al termine di una puntuale verifica, ha adottato la settima Relazione sullo stato di attuazione del Piano per il successivo invio al Parlamento e ha preso atto del positivo stato di avanzamento dei 50 obiettivi della nona rata, di cui 16 milestone e 34 target, che coinvolgono sedici Amministrazioni titolari.
Con il raggiungimento degli obiettivi previsti, alla fine dell’anno in corso l’Italia avrà ricevuto complessivamente 153,2 miliardi di euro, ai quali, nei prossimi mesi del 2026, si aggiungeranno 12,8 miliardi di euro connessi al raggiungimento degli obiettivi della nona rata, la cui richiesta di pagamento sarà presentata entro la fine del 2025.
Tra gli obiettivi inseriti nella nona rata, all’attenzione della Cabina di regia PNRR di oggi, il potenziamento delle linee ferroviarie ad alta velocità lungo le tratte Napoli-Bari e Palermo-Catania, la riduzione delle perdite idriche con la distrettualizzazione di 45.000 reti, il rinnovo della flotta del Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco con 3.800 nuovi veicoli, l’attuazione del programma GOL con il rafforzamento di 326 Centri per l’impiego, il supporto educativo a 44.000 minori nel Mezzogiorno, la digitalizzazione di 7.750.000 fascicoli giudiziari, la formazione in competenze digitali di 8.300 volontari tramite le organizzazioni accreditate al Servizio Civile Universale e di 650.000 dirigenti scolastici, docenti e personale amministrativo, il riconoscimento del credito di imposta e l’erogazione dei fondi per la competitività destinati a 4.000 imprese turistiche complessive, la realizzazione di 100 parchi e giardini storici. In campo Salute è stato monitorato l’avanzamento degli obiettivi connessi all’implementazione del Fascicolo Sanitario Elettronico per l’85% dei medici di base, alla casa come primo luogo di cura attraverso la telemedicina per 300.000 persone e all’ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero per 280 strutture sanitarie.
Di particolare rilevanza, tra le riforme inserite nella nona rata, l’adozione del rapporto finale del Piano di audit per la riduzione dei ritardi di pagamento delle pubbliche amministrazioni, la creazione dello Sportello Unico Energie Rinnovabili e, in campo politiche attive del lavoro, l’attuazione del programma GOL per 3 milioni di beneficiari.
Dalla Relazione sullo stato di attuazione del PNRR emerge anche che la percentuale di spesa è in costante crescita: alla data del 30 novembre scorso ammontava a 101,3 miliardi di euro, a cui si aggiungeranno i pagamenti effettuati nel mese di dicembre e gli strumenti finanziari già trasferiti ai soggetti gestori.
Nei prossimi giorni sarà trasmessa al Parlamento, per i conseguenti adempimenti, la settima Relazione sullo stato di attuazione del PNRR e saranno espletate tutte le attività propedeutiche alla trasmissione della richiesta di pagamento della penultima rata del Piano alla Commissione europea.
A margine del Consiglio europeo, il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, insieme ai Primi Ministri danese, Mette Frederiksen, e olandese, Dick Schoof, ha ospitato una nuova riunione informale tra 15 Stati membri più interessati al tema delle soluzioni innovative in ambito migratorio.
Insieme a Italia, Danimarca, Paesi Bassi e Commissione europea, hanno preso parte all’incontro i leader di Austria, Bulgaria, Cipro, Croazia, Germania, Grecia, Polonia, Repubblica ceca, Lettonia, Malta, Ungheria e Svezia.
Secondo quanto riferito da una nota di Palazzo Chigi la Presidente von der Leyen ha illustrato i principali filoni di lavoro, soffermandosi in particolare sui sostanziali progressi registrati sui negoziati relativi al Regolamento rimpatri e alla lista Europea di Paesi di origine sicuri.
Oltre a confermare l’impegno dell’Italia sul fronte delle soluzioni innovative e ad accogliere con soddisfazione la nuova lettera sottoscritta da Ministri degli Affari Esteri e dell’Interno di 19 Stati membri in tema di soluzioni innovative, il Presidente Meloni ha aggiornato sul lavoro in corso sul tema della capacità delle Convenzioni internazionali di rispondere alle sfide della migrazione irregolare e sulle prossime iniziative previste. Dopo il significativo risultato dello scorso 10 dicembre, quando 27 Stati membri del Consiglio d’Europa hanno sottoscritto la dichiarazione politica italo-danese, ora il lavoro continua in vista della Ministeriale del Consiglio d’Europa sotto presidenza moldava del prossimo 15 maggio.
I Leader presenti hanno infine concordato di lanciare iniziative congiunte non solo in ambito UE e Consiglio d’Europa, ma anche - più in generale - nei diversi contesti internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, per promuovere più efficacemente l’approccio europeo ad una gestione ordinata dei flussi migratori.
Oltre al tema dell’utilizzo degli asset russi congelati per finanziare l’Ucraina, al centro del Consiglio Europeo di Bruxelles al via oggi 18 dicembre ci sono anche le politiche migratorie e l’accordo commerciale tra l’Ue e i Paesi sudamericani del Mercosur.
In tema commerciale, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, al suo arrivo al vertice, ha detto: “Il Mercosur svolge un ruolo centrale nei nostri accordi commerciali. È potenzialmente un mercato di 700 miliardi di consumatori, paesi con idee simili che desiderano il libero scambio insieme nel Mercosur. Quindi è di fondamentale importanza ottenere il via libera per il Mercosur e poter completare le firme per il Mercosur”. E ha aggiunto: “Oggi discuteremo anche di geoeconomia, e questo è un dibattito sulle nostre vulnerabilità, sulla nostra competitività globale. Ed è chiaro che le nostre eccessive dipendenze sono un ostacolo alla competitività. Dobbiamo liberarci delle nostre eccessive dipendenze. Questo è possibile solo attraverso una rete di accordi di libero scambio“.
Il presidente francese Emmanuel Macron però frena sull’accordo e chiede maggiori protezioni per gli agricoltori. “Per quanto riguarda il Mercosur, riteniamo che l’accordo sia carente e che non possa essere finalizzato. Riguarda la coerenza europea. Riguarda un’Europa che protegge la sua agricoltura e i suoi produttori. Siamo a favore del commercio. La Francia, inoltre, è una grande potenza agricola e agroalimentare che commercia a livello globale ed esporta. Ma non possiamo accettare di sacrificare la coerenza della nostra agricoltura, del nostro sistema alimentare e della sicurezza alimentare dei nostri cittadini, con accordi che non sono ancora stati finalizzati“, ha detto il leader dell’Eliseo al suo arrivo al Consiglio Europeo. “Siamo stati molto chiari fin dall’inizio. Chiediamo quella che viene chiamata clausola di salvaguardia. È un freno di emergenza. Se i mercati si destabilizzano, dobbiamo essere in grado di fermare la situazione. La Commissione ha presentato una proposta.
In corrispondenza con il Consiglio Europeo, nuova protesta degli agricoltori con i trattori a Bruxelles, anche contro la possibilità di un accordo con il Mercosur. Una delegazione delle grandi organizzazioni ombrello agricole europee Copa e Cogeca ha incontrato la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e il leader del Consiglio Ue, Antonio Costa. “Grazie a Copa-Cogeca per un incontro proficuo e produttivo. In tempi di incertezza, i nostri agricoltori hanno bisogno di affidabilità e supporto. E l’Europa sarà sempre al loro fianco. Con un sostegno forte e duraturo nel bilancio dell’Ue. Aiuti mirati per le piccole aziende agricole a conduzione familiare e per i giovani agricoltori. E una semplificazione per semplificare la vita quotidiana degli agricoltori. L’Europa è con voi, ora e in futuro”, hanno scritto von der Leyen e Costa in un post congiunto.
Sul fronte economico, la spaccatura tra Usa ed Europa si allarga. I Ventisette hanno attivato la procedura per usare l’articolo 122 del Trattato UE e congelare in modo permanente i fondi della Banca Centrale russa. La presidenza danese è convinta di avere i numeri, ma Belgio e Italia frenano. Come ripete l’alto rappresentante Kaja Kallas, la strategia sugli asset vuole mandare tre messaggi: all’Ucraina, che non sarà abbandonata; alla Russia, che pagherà la guerra; agli Stati Uniti, che l’Europa ha carte pesanti da giocare.
Usa e Ue, lo scontro sulla ricostruzione
Secondo il Wall Street Journal, la Casa Bianca ha consegnato agli europei una serie di documenti riservati con la sua visione per la ricostruzione ucraina e per il reinserimento della Russia nell’economia globale. Washington punta a usare 200 miliardi di dollari di asset congelati per progetti in Ucraina, compreso un maxi centro dati alimentato dalla centrale di Zaporizhzhia. Un’altra appendice propone di integrare gradualmente l’economia russa con investimenti americani in settori strategici: terre rare, petrolio artico, energia.
Per Bruxelles, che dal 2022 prova a liberarsi dalla dipendenza energetica russa, l’idea è intollerabile. I funzionari europei vogliono usare i fondi congelati per finanziare immediatamente l’Ucraina. Gli Usa, invece, immaginano un mega-fondo da 800 miliardi di dollari gestito da Wall Street.
il summit del 18 dicembre oltre a presentarsi come tra i più importanti degli ultimi anni, rischia di tramutarsi in una dura resa dei conti. “Qui ci sarà il confronto politico”, ha spiegato Antonio Tajani. Già, perché le perplessità sull’uso degli asset sono ancora tutte nella testa di Bart De Wever, sebbene il premier belga, da Londra, abbia per la prima volta definito “possibile” la decisione.
Ma De Wever non è solo. In una dichiarazione allegata al verbale della procedura scritta, il governo di Giorgia Meloni, assieme a quello di Belgio, Bulgaria e Malta, ha messo nero su bianco le sue osservazioni. Ha sottolineato che la decisione sul blocco degli asset, al pari di quella sul loro uso, avrebbe dovuto tenersi solo dopo il confronto dei leader. Ha rimarcato che il voto a maggioranza qualificata a cui si è fatto ricorso non debba costituire “un precedente per la politica estera e di sicurezza comune”.
E ha ribadito con fermezza che il via libera al blocco non anticipi in alcun modo il placet sull’uso degli asset. Anzi, i 4 Paesi hanno invitato la Commissione a continuare a cercare soluzioni ponte o vie alternative, che comportino “rischi inferiori”. Tutti punti che rischiano di finire sul tavolo già del vertice dei leader europei con Volodymyr Zelensky a Berlino, a cui Meloni parteciperà.
Ad Hammamet, dove si sono svolte le celebrazioni per il 25° anniversario della morte di Bettino Craxi, Stefania Craxi ha ricordato il padre con parole ferme e appassionate. "Craxi è stato un patriota, amava l’Italia e gli italiani. Non si può dire: 'Craxi è stato uno statista sì, ma i processi…'. O Craxi è stato uno statista o è stato un corrotto", ha dichiarato aprendo le cerimonie in omaggio all’ex leader socialista.
Una richiesta di onestà morale
Nel suo discorso, Stefania Craxi ha chiesto al Paese di guardare al passato con maggiore chiarezza e onestà intellettuale. "Dopo 25 anni, si deve avere il coraggio di parlare di Craxi senza sé e senza ma. Non si può celebrarlo come statista e contemporaneamente esaltare Mani Pulite: sarebbe una contraddizione troppo grande e un’ipocrisia che continua a pesare sulla coscienza dell’Italia repubblicana".
Un’eredità riformista moderna
La senatrice ha sottolineato l’importanza dell’eredità politica e culturale lasciata da Bettino Craxi. "Mio padre ha consegnato al Paese un riformismo moderno, adatto ai tempi. Le sue intuizioni sono state raccolte negli anni soprattutto dai governi di centrodestra". Tra queste, ha menzionato il ruolo strategico dell’Italia nel Mediterraneo, l’impegno a ridurre il divario tra Nord e Sud del mondo e l’idea di una sinistra che per la prima volta osava parlare di patria.
"Craxi fu il primo a far esporre la bandiera italiana in tutti gli uffici pubblici, segno tangibile del suo amore per il Paese. Inoltre, condusse una battaglia fondamentale per restituire alla giustizia il suo vero ruolo: essere al servizio del cittadino e non uno strumento di lotta politica. L’uso politico della giustizia ha provocato danni enormi e distorsioni profonde nel nostro Paese".
Il riconoscimento istituzionale
Nel corso della cerimonia, Stefania Craxi ha ringraziato il presidente del Senato, Ignazio La Russa, per la sua presenza, definendola "un atto di giustizia e verità". Ha ricordato anche altre personalità che negli anni hanno reso omaggio a Craxi ad Hammamet, tra cui Antonio Tajani, Marcello Pera e Pierferdinando Casini. Tuttavia, ha sottolineato una mancanza: "Nessun esponente di rilievo del centrosinistra ha mai calcato la sabbia di Hammamet".
Un leader divisivo, ma centrale nella storia italiana
La figura di Bettino Craxi continua a suscitare dibattito, ma le parole di sua figlia a Hammamet invitano a una riflessione più profonda e onesta sul ruolo di uno degli statisti più influenti e controversi della storia italiana. Un uomo che, nel bene e nel male, ha segnato un’epoca e lasciato un’eredità che continua a far discutere.
La firma apposta 'A nome di tanti italiani' sul registro dei presenti alla commemorazione nel piccolo cimitero all'ombra della Medina di Hammamet e il mazzo di fiori bianchi e rossi sulla lapide con la scritta 'La mia libertà equivale alla mia vita'. E' l'omaggio del presidente del Senato Ignazio La Russa volato in Tunisia per partecipare alle celebrazioni per il venticinquesimo anniversario della morte di Bettino Craxi. Alla cerimonia, accanto ai figli Stefania e Bobo e a simpatizzanti e amici, anche il vicepremier Antonio Tajani.
La presenza di La Russa e Tajani "rimette ordine nelle pagine della storia", commenta Nicola Carnovale, direttore generale della Fondazione Craxi.
Del resto, nelle parole del presidente del Senato e del vicepremier emerge la volontà di porre l'accento su Craxi come "grande figura della storia", per dirla con La Russa. Che osserva anche come "non sarebbe dovuto accadere che dovesse morire qui in esilio". "Craxi - sottolinea Tajani - è stato uno dei grandi protagonisti della storia politica italiana del dopoguerra".
"E' stato uno dei grandi protagonisti della politica estera italiana insieme ad Andreotti e Berlusconi - prosegue Tajani - un uomo che ha avuto sempre il coraggio di difendere le proprie idee, pagando anche con l'esilio le proprie scelte, vittima di un giustizialismo dissennato".
Nella giornata dedicata alla commemorazione di Bettino Craxi, il dibattito politico si accende con una serie di riflessioni. Stefania Craxi, senatrice di Forza Italia e presidente della commissione Esteri di Palazzo Madama, ha voluto sottolineare un aspetto che ritiene significativo: "In tutti questi anni, molte personalità istituzionali e politiche di spicco sono venute ad Hammamet per rendere omaggio a Craxi, restituendogli l'onore che merita. Tra questi, il presidente del Senato Ignazio La Russa, che era già venuto in visita privata qualche anno fa, Antonio Tajani quando era presidente del Parlamento Europeo, e ancora Marcello Pera e Pierferdinando Casini. Tuttavia, nessun esponente di rilievo del centrosinistra ha mai calpestato la sabbia di Hammamet per un gesto di memoria o riconoscimento".
Michele Simone, vicesegretario del Nuovo Psi, ha accolto positivamente la presenza di La Russa: "Bettino Craxi era, prima di tutto, un riformista autentico, sincero e convinto. Oggi anche il presidente del Senato ha voluto rendergli omaggio, e per questo lo ringraziamo".
L’omaggio al leader socialista sembra quindi assumere un significato duplice: da un lato, come riconoscimento della figura politica di Craxi, dall’altro, come terreno di confronto tra diverse visioni della memoria storica e del panorama politico contemporaneo.
La settimana scorsa ho sottolineato il discorso storico del vicepresidente americano J.D. Vance a Monaco, oggi ne sottolineo un altro, altrettanto storico, della nostra Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che peraltro possono essere ascritti entrambi al campo conservatore, che di mese in mese si sta allargando. Meloni è intervenuta sabato scorso in video collegamento alla Conservative Political Action Conference (CPAC), la kermesse annuale che riunisce i conservatori statunitensi. Apre la manifestazione JD Vance, la chiude il presidente Trump. Si tratta del “più grande e influente raduno di conservatori al mondo”. La CPAC, nata nel 1974 su iniziativa dell’ex presidente Usa Ronald Reagan, ha riunito nei pressi di Washington, da giovedì sera e per tre giorni, i più influenti rappresentanti della destra statunitense. Quest’anno la kermesse sarà dedicata a celebrare la vittoria di Donald Trump che sabato sera ha tenuto il discorso conclusivo dell’evento. Sempre nello stesso giorno, c'è stato l'intervento del Presidente argentino Javier Milei, a quello della Premier Giorgia Meloni. Non è la prima volta che la premier Meloni partecipa alla CPAC, è già successo nel 2019 e nel 2022. Alla convention partecipano sia parlamentari di FdI, che della Lega. Intanto c'è da segnalare negli stessi giorni, un altro evento annuale sempre di conservatori che si è svolto in Inghilterra, promosso da Alliance for Responsible Citizenship, ARC (Alleanza per la Cittadinanza Responsabile), dove ha partecipato Nicola Procaccini, co-presidente del Gruppo Ecr al Parlamento europeo ed esponente di Fratelli d’Italia. Procaccini dopo aver evocato Margaret Thatcher, William F. Buckley Jr.,Buckley, Ronald Reagan e molti altri furono i cosiddetti “fusionisti”, costruttori di coalizioni che cambiarono il mondo. Grazie a questi leader, l’Occidente ha conosciuto una prosperità economica senza precedenti, si è unito attorno a una causa comune ed è riuscito a vincere la Guerra Fredda. “Come leader del Gruppo conservatore al Parlamento europeo, vedo ogni giorno l’importanza di costruire nuove coalizioni e trasformarle in un movimento capace di ottenere la vittoria. Abbiamo visto esempi simili in tutto il mondo: con la vittoria di Donald Trump e Javier Milei, con la reinvenzione del Partito conservatore canadese guidato da Pierre Poilievre e con la nuova direzione del Partito Liberale australiano sotto Peter Dutton”. Procaccini nella sua relazione fa riferimento a personalità come Margaret Thatcher, William F. BuckleyJr., Ronald Reagan, furono i cosiddetti “fusionisti”, costruttori di coalizioni che cambiarono il mondo. Grazie a questi leader, l’Occidente ha conosciuto una prosperità economica senza precedenti, si è unito attorno a una causa comune ed è riuscito a vincere la Guerra Fredda. Ancora oggi beneficiamo dell’ordine mondiale che essi hanno contribuito a stabilire. Procaccini si augura di “riunire i conservatori sotto un’unica bandiera”, in un fusionismo moderno, con una convinzione fondamentale: fermare l’avanzata del socialismo, del wokismo e del progressismo in Occidente, e riportare il buon senso al centro della politica.
Tornando al discorso di Giorgia Meloni al CPAC di Washington, la nostra premier ha fatto un discorso equilibrato, secondo Marco Invernizzi “va anche apprezzato il suo equilibrio nel tenere insieme il sacro diritto alla legittima difesa del popolo ucraino, l’alleanza storica e fondamentale dell’Italia con gli USA, senza perdere il legame con l’Europa. Un equilibrio difficile, un compito che ha bisogno del nostro affetto e delle nostre preghiere. Noi infine non lasciamoci ingannare e imitiamo s. Ignazio, che nel tempo della tribolazione invitava a non cambiare le decisioni già prese. Non odiamo nessuno e vogliamo cooperare con tutti, proprio in un’ottica cattolica, cioè universale: l’Occidente è un bene, è stato un dono, e può ritornare a esserlo”. (La situazione internazionale, 24.2.25, alleanzacattolica.org) Certo viviamo tempi complicati, non facili. E' un mondo sempre più complesso, a partire da quell’evento epocale che è stato il 1989, quando il Muro della divisione e della vergogna venne abbattuto a Berlino dai cittadini finalmente liberi di attraversarlo.
Giovanni Cantoni, fondatore di Alleanza Cattolica, “lo ripeté continuamente negli anni successivi: nasceva un mondo complicato, senza più un paradigma di assoluta evidenza. Non che prima del 1989 fosse tutto semplice, ma c’erano il mondo comunista e quello che gli si opponeva, con tante differenze, certo, ma unito nel rifiuto dell’ideologia marxista”. Oggi il relativismo è penetrato profondamente dappertutto: “destre controrivoluzionarie e destre che vogliono fare saltare il sistema liberale, conservatori legati alla tradizione occidentale e conservatori aperti alle suggestioni liberal, cattolici fedeli alla dottrina sociale e altri cattolici che nemmeno sanno cosa sia, sinistre di diversi tipi, occidentali a volte, più spesso pro-pal, cioè contro Israele, ora e sempre”. Non ci sono strade semplici. Intanto ci accontentiamo di queste dichiarazione politiche, dei buoni propositi, l'ho scritto in un post su Fb, a me basta che il mio capo del Governo dica e pensa queste cose...poi sulle questioni economiche non sono esigente, so che non è facile risolvere o sciogliere i tanti nodi che durano da decenni, almeno da 50 anni, ora non si può pretendere che si risolve tutto in qualche anno. Forse non bastano neanche cinque anni. Le società occidentali e quindi l'Italia, non si cambiano per decreto o semplicemente perché si è installato un buon governo. Ci vuole tempo, pazienza e soprattutto un progetto culturale, che attualmente non si vede. Anche se questi congressi dei conservatori, fanno ben sperare. Certo, la politica serve, i provvedimenti esecutivi anche, ma se qualcuno pensasse di potere cambiare con pochi gesti, spesso “urlati” sopra le righe, temo sia destinato a una ennesima delusione”.
Rileggendo il discorso di Giorgia Meloni emergono diversi elementi di riflessione oltre i punti sottolineati giustamente dai media su Europa, Ucraina aggredita, pace giusta e duratura. Un discorso di identità e di valori. Meloni apre il discorso ribadendo l’orgoglio nazionale italiano e il legame profondo con gli Stati Uniti, enfatizzando una visione dell’Occidente come civiltà fondata su principi di libertà, uguaglianza e sovranità popolare. “L’Italia, è una Nazione straordinaria, legata agli Stati Uniti da un vincolo indissolubile forgiato dalla storia e dai valori condivisi”. “Non ci vergogneremo mai di quello che siamo,” e nella sala è esploso un applauso scrosciante.
Una dichiarazione di sfida, una risposta ferma a chi cerca di minare l’identità occidentale, contro la cancel culture e l’ideologia woke che minacciano di dividere, indebolire e si pone anche come contraltare alle narrazioni globaliste.
La coerenza dei conservatori. Una delle forze del discorso è la volontà di evidenziare la coerenza dei conservatori: “Noi conservatori facciamo quello che diciamo. Facciamo quello che è giusto, combattiamo per quello in cui crediamo”: La gente, “votano per noi”, ha detto, «perché difendiamo la libertà, amiamo le nostre nazioni, vogliamo rendere sicuri i confini, preserviamo i cittadini e i lavoratori dall’ambientalismo folle di sinistra, difendiamo la famiglia e la vita, combattiamo contro il wokismo, proteggiamo il nostro sacro diritto alla fede e la libertà di parola. Ci battiamo per il buon senso. Un discorso che ha saputo toccare le corde più profonde dell’animo conservatore, un richiamo a difendere ciò che è sacro, ciò che dà senso alla vita. “La battaglia è dura, ma la scelta è semplice: vogliamo assecondare il declino o combatterlo?». Un lessico nuovo quello della premier italiana che lega l’attuale successo delle destre a una rinascita valoriale mentre collega le battaglie della sinistra al declino. Evoluzione contro involuzione, rinascita contro decadenza, cambiamento contro status quo, speranza contro rassegnazione. Un modo sicuramente abile per oltrepassare le categorie destra-sinistra”. (Annalisa Terranova,Giorgia Meloni al Cpac, un nuovo lessico tra libertà e Occidente, 24.2.25, Libero) Meloni, auspica una rinascita dell’Occidente. Attenzione, “L’Occidente che non può darsi senza Europa e non può concepirsi senza America”.«Io credo ancora nell’Occidente», ha detto la premier, «nell’Occidente non come luogo fisico, ma come civiltà. Civiltà nata dall’incontro con la filosofia greca, il diritto romano e i valori cristiani. Civiltà costruita e difesa nei secoli con il genio, le energie e i sacrifici di moltissimi. Con la parola Occidente definiamo un modo di concepire il mondo nel quale la persona è al centro, la vita è sacra, gli uomini nascono uguali e liberi, e quindi la legge è uguale per tutti, la sovranità appartiene al popolo e la libertà viene prima di ogni altra cosa». Naturalmente, il suo appello all’unità dell’Occidente, non è quello relativista delle attuali classi dirigenti europee, ma quello fondato, sono sue parole, sulla filosofia greca, il diritto romano e i valori cristiani. Occidente che per quanto riguarda la politica estera, significa sostegno all’Ucraina: Meloni celebra il coraggio e la determinazione del popolo ucraino, presentandolo come esempio di difesa della libertà contro un’aggressione ingiusta. Ci vuole veramente faccia tosta o poca capacità di comprendonio da parte delle sinistre a definire il discorso della Meloni l’ennesima dimostrazione di “vassallaggio”. Il discorso di Giorgia Meloni al CPAC ha saputo incarnare la speranza di molti conservatori: una leader forte, coerente, che difende senza compromessi i valori in cui credono. Un faro in un mondo che sembra aver perso la bussola.
Mario Sechi ci racconta come si misura la grandezza di un leader. Dai fatti, contano soltanto i fatti, non le chiacchiere degli avversari né i complimenti interessati, ma la cronaca delle cose che accadono. (Grandi e piccoli: trovate le differenze, 25.2.25, Libero) Guardando alla cronaca di una sola giornata, 24 febbraio di Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei ministri, basta segnalare il vertice con il leader degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, per la firma di accordi economici del valore di 40 miliardi di dollari. E poi dulcis in fundo, chiusura della giornata con il botto, conferenza stampa di Donald Trump e Emmanuel Macron nello Studio Ovale a Washington, con il presidente degli Stati Uniti d’America che decide di rimarcare «la leadership molto forte» di «Giorgia». Immaginate tutti i sinistri e aspiranti leaderini dell’opposizione. “La realtà è più forte della propaganda, Meloni è una professionista come non se ne vedevano da tempo, è del mestiere, ha mangiato fin da piccola «minestra e politica» (conio di Francesco Cossiga), e questo la rende diversa, temprata, naturalmente non infallibile, ma di gran lunga una delle figure più brillanti dello scenario internazionale. Governare è difficile, in questi tempi lo è ancor di più, ma gli italiani sanno che Meloni e il centrodestra sono una garanzia di stabilità”.
Il direttore del giornale Ellenico Estia Manolis Kottakis ha pubblicato un articolo tagliente contro i leader europei per la loro posizione negli ultimi anni. Il direttore del giornale "Estia" nel suo articolo sul giornale "Democracy" e Newsbreak, definisce Macron, Scholz e persino il primo ministro greco come "divertenti" perché hanno servito la politica dei democratici in Ucraina e sono diventati nemici della Russia, cosa che l'Europa paga finanziariamente..
Sì! Tutti i governi di ramo dei Democratici nel vecchio continente, compreso il nostro, hanno ora ricordato l'Europa e la necessità della sua "maturità geopolitica". E andarono a... Budapest per confessarci il loro dolore.
Che coincidenza! Donald Trump doveva essere eletto presidente degli Stati Uniti perché Macron, Scholz, Tusk, il nostro, il fatidico di questo continente, pensassero alla dottrina di un'Europa autonoma. C'è voluto Trump per essere eletto con opinioni ben note sugli obblighi dell'UE nei confronti dell'America per affidare al clero di Bruxelles il banchiere Draghi per scrivere un rapporto sul futuro dell'Europa. Troppo tardi per le lacrime...
L'Europa ha avuto un'enorme opportunità per la sua maturità geopolitica. In un momento in cui ha dovuto resistere, erigere ostacoli e dire il grande "no" allo scoppio della guerra tra America e Russia sul suo suolo, nel suo stesso cortile. Allora, sì, sarebbe diventato ideologicamente autonomo e sarebbe diventato maggiorenne geopoliticamente e avrebbe protetto i suoi Stati, il suo territorio e i suoi popoli.
Era ovvio che gli interessi strategici dell'Unione, che aveva un bisogno vitale di energia a basso costo, non coincidevano - nel migliore dei casi, con gli interessi americani. Eppure! Invece di dire al clero democratico (che dai tempi di Clinton e Albright ha saputo come iniziare guerre senza uscita che non può vincere, senza sapere come uscirne) "no, no, no", invece di insistere sull'attuazione da parte dell'Ucraina degli accordi di Minsk, è diventato la coda politica dei democratici. Diventando così un suicidio ideale dal punto di vista economico e il rappresentante dell'Occidente per gestire e "caricare" per suo conto la sconfitta di Zelensky da un punto di vista geopolitico! Una sconfitta che non solo non gli appartiene – ha la firma larga dei democratici – ma che paga a caro prezzo.
Mentre parliamo, i destini dell'Europa stanno vacillando. La Germania sta affrontando enormi problemi economici, la deindustrializzazione e un'ondata di fallimenti incombenti nei suoi giganti aziendali, mentre il governo degli sfortunati dipendenti di Scholz-Baerbock è a brandelli. La sua caduta è solo questione di tempo. La Francia dello sfortunato leader Macron è governata dal governo di minoranza di Michel Barnier, che non durerà a lungo. La Grecia ha un governo insensato e sconsiderato, che non ha nemmeno pensato di inviare un osservatore, un dirigente del Pireo, nello staff di Trump per osservare le elezioni dall'interno (è stato così in passato), poiché Nuova Democrazia e i Repubblicani dovrebbero essere partiti fratelli.
Di quale formazione in Europa dovremmo quindi parlare? In effetti, i fatidici leader europei hanno concesso due anni a questa parte, durante la guerra, l'implacabile "shorting" di azioni di banche e società, che, con la "discesa" dell'economia europea, stremata com'è, finiranno per cadere nelle mani degli investitori americani per un pezzo di pane. E, invece degli Stati Uniti d'Europa, l'UE diventerà il 51° stato dell'economia statunitense. "Raggiungimento della maggiore età"!
Se le cose andranno così, allora il modo in cui tutti i leader della regione, compreso Orban, si sono comportati in questi due anni, sarà insegnato nelle università nel 2050, nel corso di Relazioni internazionali intitolato "Come difendere o non difendere il proprio interesse nazionale". Francia, Germania, Polonia, Grecia e altri hanno armato Zelensky con le armi.
Nel nostro caso, il nostro territorio ad Alexandroupolis è stato utilizzato anche per sostenere la fornitura di carburante e cibo all'Ucraina. Francia, Germania, Polonia, Grecia si sono unite alle sanzioni di Biden, che miravano, secondo una dichiarazione pubblica di un ex vice ministro degli Esteri greco, "all'esaurimento economico della Russia, alla provocazione di una rivolta popolare a Mosca e, infine, alla caduta di Putin"! Che sta ancora "cadendo". Ogni settimana la rozza propaganda che mette a tacere i popoli dell'Unione europea fa cadere il dittatore Putin. Una settimana è stato abbattuto dagli oligarchi "scontenti", la successiva dai generali "infastiditi", la terza dagli studenti e dalle manifestazioni per Navalny, ed è ancora lì. Niente di tutto questo si è rivelato vero.
Al fine di servire servilmente la dottrina dei democratici, la leadership dipendente dall'Europa e i media mainstream integrati hanno persino fatto concessioni all'acquis democratico: hanno vietato il funzionamento e la trasmissione di informazioni sul nostro territorio da parte di Russia Today e Ria Novosti. Hanno limitato l'informazione. Quanta fiducia avevano nella forza e nella risonanza delle loro argomentazioni... Allo stesso tempo, l'"isolato" Orbán è stato strategicamente paziente ed è ora un interlocutore privilegiato sia di Trump che di Putin. Avendo assicurato al suo paese un basso costo per il suo approvvigionamento energetico. Mentre l'Europa sconfitta e tollerata dagli Usa (che vogliono prezzi bassi sul mercato petrolifero) viene umiliata dal contrabbando di petrolio dal Paese di cui voleva mandare il leader allo sgabello della Corte Penale Internazionale: la Russia. Personalmente, aborro le caratterizzazioni personali e gli epiteti cosmetici. Ma poiché appartengo a una generazione che è cresciuta indossando le dieci stelle dell'Unione sul loro abito, ci sono momenti in cui non puoi evitarli. A coloro che oggi si atteggiano a leader dell'Europa e accusano tardivamente l'Unione di "ingenuità geopolitica": purtroppo non siete solo fatali..
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