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Domenica, 12 Aprile 2026

 

Donald Trump ha annunciato giovedì sera un nuovo congelamento di dieci giorni degli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, mentre – secondo quanto riportato dal The Wall Street Journal – Washington starebbe valutando l’invio di circa 10.000 soldati in Medio Oriente. Intanto, sul terreno, proseguono gli scambi di attacchi tra Israele e Iran.

Sul piano diplomatico, il ministro degli Esteri tedesco Johann Vandeful ha assicurato, a margine del vertice del G7 in Francia, che non esistono divergenze con gli Stati Uniti sulla questione iraniana. “Teheran non deve acquisire armi nucleari né rappresentare una minaccia per la regione”, ha dichiarato, sottolineando anche l’assenza di richieste americane per un coinvolgimento militare europeo prima della fine delle ostilità.

Secondo fonti dell’intelligence statunitense, gli Stati Uniti avrebbero finora distrutto circa un terzo dell’arsenale missilistico iraniano, mentre un altro terzo risulta danneggiato, sepolto o difficilmente accessibile all’interno di tunnel e strutture sotterranee. Una situazione analoga riguarda le capacità di droni di Teheran, con circa un terzo ritenuto certamente neutralizzato.

La valutazione indica tuttavia che l’Iran mantiene ancora un significativo potenziale militare e potrebbe recuperare parte delle proprie capacità al termine del conflitto. Un quadro che contrasta con le recenti dichiarazioni di Trump, secondo cui Teheran disporrebbe ormai di “pochissimi missili”.

Stando a Reuters, le forze statunitensi avrebbero colpito oltre 10.000 obiettivi in Iran, mentre il Comando Centrale USA sostiene che il 92% delle principali unità della marina iraniana sarebbe stato distrutto. Nonostante ciò, l’Iran continua le operazioni offensive: in una sola giornata avrebbe lanciato 15 missili balistici e 11 droni contro gli Emirati Arabi Uniti.

Gli analisti invitano alla cautela, evidenziando come il quadro reale delle capacità militari iraniane resti difficile da definire, soprattutto per la presenza di una vasta rete di basi sotterranee e tunnel.

Parallelamente agli scontri, emergono segnali di apertura diplomatica. Vandeful ha rivelato che tra Stati Uniti e Iran sarebbero già avvenuti contatti indiretti e che sono in corso preparativi per colloqui diretti, che potrebbero tenersi a breve in Pakistan.

Una conferma in tal senso è arrivata dal ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar, che ha parlato apertamente di negoziati indiretti in corso e del ruolo di mediazione svolto da Islamabad. Il Pakistan, forte dei suoi rapporti storici sia con l’Iran sia con gli Stati Uniti, si propone come interlocutore chiave nella regione.

Il primo ministro Shehbaz Sharif e lo stesso Dar mantengono contatti regolari con le autorità iraniane e con gli alleati del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita. Anche il capo dell’esercito pakistano, il maresciallo Asim Munir, è coinvolto negli sforzi diplomatici e, secondo fonti ufficiali, avrebbe discusso della crisi direttamente con Trump nei giorni scorsi.

Iran-Israele, fonti israeliane: Trump cerca una via d’uscita attraverso contatti con Teheran

Mentre la guerra tra Israele e Iran entra nella sua quinta settimana, si moltiplicano le ipotesi su una possibile conclusione del conflitto, almeno nella sua forma attuale. Secondo fonti diplomatiche e militari israeliane, emergono segnali di un progressivo cambio di strategia da parte degli Stati Uniti.

Un alto diplomatico israeliano riferisce di un clima di crescente imbarazzo e frustrazione per il mancato risultato degli attacchi congiunti di Washington e Tel Aviv, che non sono riusciti a indebolire in modo decisivo il regime iraniano. In questo contesto, l’intensificazione dei raid israeliani contro le infrastrutture difensive di Teheran viene interpretata come un tentativo di infliggere il massimo danno possibile prima di un eventuale stop alle operazioni deciso da Donald Trump.

Secondo un alto funzionario della sicurezza israeliana, vi sarebbero indicazioni che l’amministrazione americana stia cercando canali di contatto con alcune figure chiave del sistema iraniano: il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, il generale Ali Abdollahi e Mojtaba Khamenei. Si tratta, secondo le stesse fonti, di personalità influenti nei processi decisionali, ma prive dell’autorità politica necessaria per assumere decisioni strategiche come la fine della guerra.

Parallelamente, fonti israeliane sottolineano come il primo ministro Benjamin Netanyahu non fosse stato informato in anticipo delle intenzioni di Trump di limitare le operazioni militari. Il leader israeliano ne sarebbe venuto a conoscenza solo attraverso canali indiretti, mentre i contatti con la Casa Bianca risultano sensibilmente ridotti.

Le stesse valutazioni indicano che Trump appare meno determinato a proseguire il conflitto, anche alla luce dei costi economici e politici crescenti, pur senza aver ancora preso una decisione definitiva sulla sua conclusione.

Sul terreno, la situazione viene descritta come una fase di stallo. Gli Stati Uniti si sono impegnati a sospendere temporaneamente gli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, mentre Israele prosegue con operazioni mirate evitando obiettivi critici. Nel frattempo, Hezbollah continua a colpire dal Libano, mantenendo alta la tensione sul fronte settentrionale.

Gli analisti militari israeliani avvertono che un’eventuale escalation, come un’operazione terrestre o il tentativo di controllo di snodi strategici quali l’isola di Kharg Island o lo Stretto di Hormuz, potrebbe aggravare ulteriormente il conflitto, aumentando il rischio di perdite elevate e di un prolungato impasse.

Secondo le stesse fonti, l’obiettivo principale di Israele resta quello di costringere l’Iran a rinunciare al proprio uranio arricchito, considerato una condizione essenziale per porre fine alle ostilità.

La vittoria del No al referendum sulla Giustizia fa emergere un altro problema quello sul mito moderno della democrazia: "il popolo ha sempre ragione"? “Il popolo ha sempre ragione”. Questa frase è rimbalzata in molte interviste sull’esito del referendum sulla giustizia, soprattutto dalla parte che ha perso, come dichiarazione di democraticità. “Il popolo ha parlatoè stato anche detto, come se si trattasse di un pronunciamento oracolare. E davanti al popolo che parla, tutti devono tacere, perché quella è la verità. Sono delle riflessioni che ha fatto Stefano Fontana. (No, il popolo non ha sempre ragione, 26.3.26, lanuovabq.it) Obiettivamente in questa votazione come in altre occasioni, “il pronunciamento popolare non è stato motivato da esigenze razionali, quanto piuttosto da una anarchia dei ragionamenti o addirittura da nessun ragionamento”, scrive Fontana. E’ stata “una stretta minoranza ha votato sul merito del quesito referendario. Altri hanno votato per i più disparati motivi. Molti hanno votato No perché “la Meloni è complice del genocidio a Gaza” o perché è “amica di Trump che ora bombarda l’Iran”. Altri perché la Costituzione non si tocca”. E possiamo continuare con l’elenco delle varie motivazioni dei singoli votanti. Durante la campagna elettorale sono state dette molte bugie e molti hanno votato in un certo modo perché conquistati da delle bugie. L’elettore, l’uomo moderno, spesso, nello spazio pubblico non ragiona. “Qui sta tutta la debolezza della democrazia moderna che anche i fasti di questo ultimo referendum hanno confermato”, scrive Fontana.Ci hanno abituato a pensare che il popolo sia un unico individuo che ragiona con una sola testa, invece, parafrasando Gramsci, il popolo pensa con mille cervelli. Anzi, spesso, i cittadini agiscono per suggestione o per emozione, ossia senza cervello. Però la democrazia moderna ha bisogno di “credere” nel popolo, inteso come espressivo di una Ragione politica, di una Volontà Generale e che, quando si pronuncia, dice sempre la verità. Il popolo diventa così una Persona Civitatis, una costruzione artificiale con la dote dell’infallibilità”. In pratica osserviamo una assolutizzazione del popolo. (forse sarebbe opportuno chiamarlo massa) Papa Leone XIII nella sua Rerum Novarum ha ben distinto che cos’era il popolo e la massa. Il Popolo, un'entità organica, costituita da persone unite da valori comuni, diritti, doveri e tradizioni, che partecipa attivamente alla vita sociale e politica. La Massa, un aggregato di individui atomizzati, spesso spersonalizzati e privi di un vero legame organico. La massa è più facilmente manipolabile e tende a perdere la propria identità specifica di fronte a dinamiche omologanti. Anche Pio XII ha detto delle cose interessanti sulla democrazia e la manipolazione delle masse. “La massa... aspetta l’impulso dal di fuori, facile trastullo nelle mani di chiunque ne sfrutti gl’istinti o le impressioni, pronta a seguire, a volta a volta, oggi questa, domani quell’altra bandiera". Pio XII osservava che la massa manipolata diventa "nemica capitale della vera democrazia e del suo ideale di libertà e di uguaglianza". Il rischio della manipolazione del consenso è in effetti quantomai attuale. Oggi, più che in passato, sembra talvolta che a prevalere nelle decisioni politiche non sia la forza degli argomenti migliori e dei programmi, ma siano piuttosto i rancori, i risentimenti, l’istinto. Davanti all’assolutizzazione del popolo (massa), colpisce il triste realismo di Gilbert Keith Chesterton: «La fede democratica è questo: si devono lasciare in mano a uomini comuni le cose di massima importanza». Certo conclude Fontana, il tema del recente referendum, alla fin fine, non toccava problemi etici fondamentali. Si trattava di questioni importanti per la vita politica ma che rientrano nelle problematiche che “possono stare anche diversamente”, ossia che si possono affrontare in modi diversi. Il principio, però, del popolo che ha sempre ragione viene ormai abitualmente applicato a temi ben più dirompenti dal punto di vista morale, antropologico e religioso. Per esempio ai temi della vita e della famiglia. Nei giorni scorsi il “popolo che ha sempre ragione” ha deciso che nel Regno Unito si può uccidere il concepito fino alla nascita. In Spagna i rappresentanti di quel popolo vogliono inserire l’aborto nella Costituzione. È quindi importante non dimenticare che il popolo, nella versione moderna come massa di individui, è anarchico nelle sue decisioni e che la sua volontà è una costruzione artificiale dietro la quale non esiste nessun soggetto unitario dotato di ragione. Per concludere segnalo un testo che ho letto e recensito tempo fa, si tratta di “Come la democrazia fallisce” di Raffaele Simone, edito da Garzanti (2015) Nominando diversi pensatori, smonta pezzo dopo pezzo “il glorioso paradigma democratico, mostrando che esso funziona a patto di prendere le sue componenti non come principi veri o promesse reali ma come finzioni, cioè come obiettivi impossibili […]”. “La cosa straordinaria è che queste persone, – scrive Simone – nel momento in cui edificavano o rifinivano criticamente l’architettura di questa formidabile costruzione, ne segnalavano sin dall’inizio le difficoltà, gli scompensi, le crepe profonde, che sono in parte quelle di cui ancora soffriamo”. L’equilibrio del sistema democratico per Simone assomiglia ai bastoncini dello Shangai, all’inizio sembrano ben assestati, ma basta la minima vibrazione per disfare tutto. Rivolgendosi all’istituzione democratica, si chiede se riusciremo a salvarla, ma soprattutto se dobbiamo ancora crederci. Nel libro, la democrazia esce “sfigurata”, sostanzialmente sembra che il “ciclo democratico” sia arrivato al suo termine. E’ già tanto che è durato quasi due secoli. Chi vuole approfondire può leggere la mia recensione (Il fallimento della democrazia, 22.10.2020, mimmobonvegna1955.altervista.org)

 

Si è svolta oggi in videoconferenza la Cabina di regia PNRR, convocata e presieduta dal Ministro per gli Affari europei, il PNRR e le politiche di coesione, Tommaso Foti, con la partecipazione dei Ministri e dei Sottosegretari responsabili, oltre che dell’ANCI, dell’UPI e della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, per esaminare la settima Relazione sullo stato di attuazione del PNRR e per la verifica dell’avanzamento degli obiettivi connessi alla richiesta di pagamento della nona e penultima rata del Piano.

La Cabina di regia, al termine di una puntuale verifica, ha adottato la settima Relazione sullo stato di attuazione del Piano per il successivo invio al Parlamento e ha preso atto del positivo stato di avanzamento dei 50 obiettivi della nona rata, di cui 16 milestone e 34 target, che coinvolgono sedici Amministrazioni titolari.

Con il raggiungimento degli obiettivi previsti, alla fine dell’anno in corso l’Italia avrà ricevuto complessivamente 153,2 miliardi di euro, ai quali, nei prossimi mesi del 2026, si aggiungeranno 12,8 miliardi di euro connessi al raggiungimento degli obiettivi della nona rata, la cui richiesta di pagamento sarà presentata entro la fine del 2025.

Tra gli obiettivi inseriti nella nona rata, all’attenzione della Cabina di regia PNRR di oggi, il potenziamento delle linee ferroviarie ad alta velocità lungo le tratte Napoli-Bari e Palermo-Catania, la riduzione delle perdite idriche con la distrettualizzazione di 45.000 reti, il rinnovo della flotta del Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco con 3.800 nuovi veicoli, l’attuazione del programma GOL con il rafforzamento di 326 Centri per l’impiego, il supporto educativo a 44.000 minori nel Mezzogiorno, la digitalizzazione di 7.750.000 fascicoli giudiziari, la formazione in competenze digitali di 8.300 volontari tramite le organizzazioni accreditate al Servizio Civile Universale e di 650.000 dirigenti scolastici, docenti e personale amministrativo, il riconoscimento del credito di imposta e l’erogazione dei fondi per la competitività destinati a 4.000 imprese turistiche complessive, la realizzazione di 100 parchi e giardini storici. In campo Salute è stato monitorato l’avanzamento degli obiettivi connessi all’implementazione del Fascicolo Sanitario Elettronico per l’85% dei medici di base, alla casa come primo luogo di cura attraverso la telemedicina per 300.000 persone e all’ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero per 280 strutture sanitarie.  

Di particolare rilevanza, tra le riforme inserite nella nona rata, l’adozione del rapporto finale del Piano di audit per la riduzione dei ritardi di pagamento delle pubbliche amministrazioni, la creazione dello Sportello Unico Energie Rinnovabili e, in campo politiche attive del lavoro, l’attuazione del programma GOL per 3 milioni di beneficiari.

Dalla Relazione sullo stato di attuazione del PNRR emerge anche che la percentuale di spesa è in costante crescita: alla data del 30 novembre scorso ammontava a 101,3 miliardi di euro, a cui si aggiungeranno i pagamenti effettuati nel mese di dicembre e gli strumenti finanziari già trasferiti ai soggetti gestori.

Nei prossimi giorni sarà trasmessa al Parlamento, per i conseguenti adempimenti, la settima Relazione sullo stato di attuazione del PNRR e saranno espletate tutte le attività propedeutiche alla trasmissione della richiesta di pagamento della penultima rata del Piano alla Commissione europea.

Fonte Palazzo Chigi

Gli autori Giovanni Tonini e Cecilia Sandroni hanno recentemente presentato il volume “2050: la guerra dei ghiacci” presso il Circolo Ufficiali della Marina Militare di Roma, confermando l'interesse del pubblico dopo l’esordio a Milano. Edito dalla piattaforma ItaliensPR, il testo propone un esame articolato sulle fusioni glaciali artiche, l’emergere di vie marittime inedite e la gara per le materie prime tra grandi potenze, supportato da un vasto apparato di oltre 1.500 riferimenti bibliografici e 19 sezioni tematiche. Il mutamento del clima trascende la mera emergenza naturalistica, configurandosi come elemento cardine che plasma assetti politici, economici e strategici del nostro tempo. Le ultime pretese del presidente Donald Trump riguardo alla Groenlandia incarnano le argomentazioni principali del saggio: la regione artica si delinea come linea di faglia decisiva nell’ordine planetario, con ripercussioni sulla sicurezza collettiva.

Durante la presentazione romana,g li autori hanno delineato le evoluzioni boreali. Tonini, già ufficiale navale con titoli in Scienze della Difesa, Fisica e Criminologia, ha narrato missioni NATO; Sandroni, specialista in affari internazionali e ideatrice di ItaliensPR, ha posto l’accento sulla mediazione culturale per favorire la concordia.

Frutto di un percorso formativo internazionale promosso da ItaliensPR, il volume prefigura contesti di accresciuta presenza militare in quell’area, rincorse a idrocarburi e minerali preziosi, nonché riflessi sul bacino mediterraneo, con effetti sugli scali italiani. “Con lo scioglimento dei ghiacci prendono avvio i conflitti”: questa massima, un tempo figurata, si tramuta in concretezza, imponendo chiavi di lettura per le frizioni tra Russia, Cina, Stati Uniti e partner NATO.

Impegno italiano e orizzonti futuri

Il libro riserva approfondimenti sulla politica nazionale sull’Artico, sulle iniziative della Marina nel Grande Nord e sulle conseguenze delle vie polari sul movimento navale italiano. Esamina altresì i diritti delle popolazioni autoctone, le forme di degrado ambientale e i meccanismi di regolazione condivisa, suggerendo per l’Italia un ruolo propulsivo nei consessi globali. Gli scrittori auspicano un’arte diplomatica intrisa di cultura per attenuare pericoli, intrecciando sapere scientifico, principi morali e strategia.

Il ciclo di incontri proseguirà a Genova, Firenze, Torino, Bologna e Salsomaggiore ed altre località.

A margine del Consiglio europeo, il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, insieme ai Primi Ministri danese, Mette Frederiksen, e olandese, Dick Schoof, ha ospitato una nuova riunione informale tra 15 Stati membri più interessati al tema delle soluzioni innovative in ambito migratorio.

Insieme a Italia, Danimarca, Paesi Bassi e Commissione europea, hanno preso parte all’incontro i leader di Austria, Bulgaria, Cipro, Croazia, Germania, Grecia, Polonia, Repubblica ceca, Lettonia, Malta, Ungheria e Svezia.

Secondo quanto riferito da una nota di Palazzo Chigi la Presidente von der Leyen ha illustrato i principali filoni di lavoro, soffermandosi in particolare sui sostanziali progressi registrati sui negoziati relativi al Regolamento rimpatri e alla lista Europea di Paesi di origine sicuri.

Oltre a confermare l’impegno dell’Italia sul fronte delle soluzioni innovative e ad accogliere con soddisfazione la nuova lettera sottoscritta da Ministri degli Affari Esteri e dell’Interno di 19 Stati membri in tema di soluzioni innovative, il Presidente Meloni ha aggiornato sul lavoro in corso sul tema della capacità delle Convenzioni internazionali di rispondere alle sfide della migrazione irregolare e sulle prossime iniziative previste. Dopo il significativo risultato dello scorso 10 dicembre, quando 27 Stati membri del Consiglio d’Europa hanno sottoscritto la dichiarazione politica italo-danese, ora il lavoro continua in vista della Ministeriale del Consiglio d’Europa sotto presidenza moldava del prossimo 15 maggio.

I Leader presenti hanno infine concordato di lanciare iniziative congiunte non solo in ambito UE e Consiglio d’Europa, ma anche  - più in generale - nei diversi contesti internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, per promuovere più efficacemente l’approccio europeo ad una gestione ordinata dei flussi migratori.

Oltre al tema dell’utilizzo degli asset russi congelati per finanziare l’Ucraina, al centro del Consiglio Europeo di Bruxelles al via oggi 18 dicembre ci sono anche le politiche migratorie e l’accordo commerciale tra l’Ue e i Paesi sudamericani del Mercosur.

In tema commerciale, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, al suo arrivo al vertice, ha detto: “Il Mercosur svolge un ruolo centrale nei nostri accordi commerciali. È potenzialmente un mercato di 700 miliardi di consumatori, paesi con idee simili che desiderano il libero scambio insieme nel Mercosur. Quindi è di fondamentale importanza ottenere il via libera per il Mercosur e poter completare le firme per il Mercosur”. E ha aggiunto: “Oggi discuteremo anche di geoeconomia, e questo è un dibattito sulle nostre vulnerabilità, sulla nostra competitività globale. Ed è chiaro che le nostre eccessive dipendenze sono un ostacolo alla competitività. Dobbiamo liberarci delle nostre eccessive dipendenze. Questo è possibile solo attraverso una rete di accordi di libero scambio“.

Il presidente francese Emmanuel Macron però frena sull’accordo e chiede maggiori protezioni per gli agricoltori. “Per quanto riguarda il Mercosur, riteniamo che l’accordo sia carente e che non possa essere finalizzato. Riguarda la coerenza europea. Riguarda un’Europa che protegge la sua agricoltura e i suoi produttori. Siamo a favore del commercio. La Francia, inoltre, è una grande potenza agricola e agroalimentare che commercia a livello globale ed esporta. Ma non possiamo accettare di sacrificare la coerenza della nostra agricoltura, del nostro sistema alimentare e della sicurezza alimentare dei nostri cittadini, con accordi che non sono ancora stati finalizzati“, ha detto il leader dell’Eliseo al suo arrivo al Consiglio Europeo. “Siamo stati molto chiari fin dall’inizio. Chiediamo quella che viene chiamata clausola di salvaguardia. È un freno di emergenza. Se i mercati si destabilizzano, dobbiamo essere in grado di fermare la situazione. La Commissione ha presentato una proposta. 

In corrispondenza con il Consiglio Europeo, nuova protesta degli agricoltori con i trattori a Bruxelles, anche contro la possibilità di un accordo con il Mercosur. Una delegazione delle grandi organizzazioni ombrello agricole europee Copa e Cogeca ha incontrato la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e il leader del Consiglio Ue, Antonio Costa. “Grazie a Copa-Cogeca per un incontro proficuo e produttivo. In tempi di incertezza, i nostri agricoltori hanno bisogno di affidabilità e supporto. E l’Europa sarà sempre al loro fianco. Con un sostegno forte e duraturo nel bilancio dell’Ue. Aiuti mirati per le piccole aziende agricole a conduzione familiare e per i giovani agricoltori. E una semplificazione per semplificare la vita quotidiana degli agricoltori. L’Europa è con voi, ora e in futuro”, hanno scritto von der Leyen e Costa in un post congiunto.

Sul fronte economico, la spaccatura tra Usa ed Europa si allarga. I Ventisette hanno attivato la procedura per usare l’articolo 122 del Trattato UE e congelare in modo permanente i fondi della Banca Centrale russa. La presidenza danese è convinta di avere i numeri, ma Belgio e Italia frenano. Come ripete l’alto rappresentante Kaja Kallas, la strategia sugli asset vuole mandare tre messaggi: all’Ucraina, che non sarà abbandonata; alla Russia, che pagherà la guerra; agli Stati Uniti, che l’Europa ha carte pesanti da giocare.

Usa e Ue, lo scontro sulla ricostruzione

Secondo il Wall Street Journal, la Casa Bianca ha consegnato agli europei una serie di documenti riservati con la sua visione per la ricostruzione ucraina e per il reinserimento della Russia nell’economia globale. Washington punta a usare 200 miliardi di dollari di asset congelati per progetti in Ucraina, compreso un maxi centro dati alimentato dalla centrale di Zaporizhzhia. Un’altra appendice propone di integrare gradualmente l’economia russa con investimenti americani in settori strategici: terre rare, petrolio artico, energia.

Per Bruxelles, che dal 2022 prova a liberarsi dalla dipendenza energetica russa, l’idea è intollerabile. I funzionari europei vogliono usare i fondi congelati per finanziare immediatamente l’Ucraina. Gli Usa, invece, immaginano un mega-fondo da 800 miliardi di dollari gestito da Wall Street.

 

il summit del 18 dicembre oltre a presentarsi come tra i più importanti degli ultimi anni, rischia di tramutarsi in una dura resa dei conti. “Qui ci sarà il confronto politico”, ha spiegato Antonio Tajani. Già, perché le perplessità sull’uso degli asset sono ancora tutte nella testa di Bart De Wever, sebbene il premier belga, da Londra, abbia per la prima volta definito “possibile” la decisione. 

 

Ma De Wever non è solo. In una dichiarazione allegata al verbale della procedura scritta, il governo di Giorgia Meloni, assieme a quello di Belgio, Bulgaria e Malta, ha messo nero su bianco le sue osservazioni. Ha sottolineato che la decisione sul blocco degli asset, al pari di quella sul loro uso, avrebbe dovuto tenersi solo dopo il confronto dei leader. Ha rimarcato che il voto a maggioranza qualificata a cui si è fatto ricorso non debba costituire “un precedente per la politica estera e di sicurezza comune”. 

 

E ha ribadito con fermezza che il via libera al blocco non anticipi in alcun modo il placet sull’uso degli asset. Anzi, i 4 Paesi hanno invitato la Commissione a continuare a cercare soluzioni ponte o vie alternative, che comportino “rischi inferiori”. Tutti punti che rischiano di finire sul tavolo già del vertice dei leader europei con Volodymyr Zelensky a Berlino, a cui Meloni parteciperà.

Fonte Palazzo Chigi e varie agenzie 

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