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Bangkok

Bangkok

Cinquantasette giornalisti sono stati uccisi per motivi connessi al loro lavoro nel 2010, il 25% in meno rispetto al 2009, quando il totale era di 76. Il numero di giornalisti uccisi in zone di guerra è diminuito negli ultimi anni mentre sta diventando sempre più difficile individuare i responsabili dei giornalisti uccisi da bande criminali, gruppi armati, organizzazioni religiose o agenti statali.

«Meno giornalisti sono stati uccisi in zone di guerra rispetto agli anni precedenti – ha detto il segretario generale di Reporters sans frontières Jean-François Julliard –. Gli operatori dei media sono assassinati soprattutto da criminali e trafficanti di vario genere. I gruppi di criminalità organizzata e le milizie sono i principali assassini a livello mondiale. La sfida è quella di frenare questo fenomeno. Le autorità dei paesi interessati hanno il dovere di combattere l’impunità che circonda questi omicidi. Se i governi non fanno ogni sforzo per punire gli assassini dei giornalisti, diventano loro complici».

Un’altra caratteristica distintiva del 2010 è stata l’aumento dei rapimenti di giornalisti. Ci sono stati 29 casi nel 2008, 33 nel 2009 e 51 nel 2010. I giornalisti sono sempre meno percepiti come osservatori esterni. La loro neutralità e la natura del loro lavoro non sono più rispettate.

«I rapimenti di giornalisti stanno diventando sempre più frequenti e avvengono in un numero maggiore di paesi – ha dichiarato Reporters sans frontières –. Per la prima volta, nel 2010, nessun continente è sfuggito a questo male. I giornalisti si stanno trasformando in merce di scambio. I rapitori prendono ostaggi per finanziare le loro attività criminali, per fare accettare le loro richieste ai governi e per inviare messaggi alla pubblica opinione. I rapimenti forniscono loro pubblicità. Anche in questo caso, i governi devono fare di più per identificare i rapitori e assicurarli alla giustizia. Altrimenti i giornalisti – locali o stranieri – non si avventureranno più in alcune regioni e le popolazioni locali saranno abbandonate al loro triste destino».

Nel 2010 i giornalisti sono stati particolarmente esposti a questo tipo di rischio in Afghanistan e in Nigeria. È il caso de giornalisti della TV francese Hervé Ghesquière e Stéphane Taponier e i loro tre collaboratori afghani, in ostaggio in Afghanistan dal 29 dicembre 2009, è il più lungo rapimento nella storia dei media francesi dall’inizio degli anni ‘80.

Nel 2010 sono stati uccisi giornalisti in 25 paesi. Quasi il 30% degli omicidi sono avvenuti in sette paesi africani: Angola, Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Ruanda, Somalia e Uganda. Ma il continente più pericoloso è stato di gran lunga l’Asia con 20 omicidi, e questo è dovuto soprattutto al pesante tributo in Pakistan, dove nel 2010 sono stati uccisi 11 giornalisti.

Dei 67 paesi dove si sono verificati omicidi di giornalisti negli ultimi 10 anni, otto sono ricorrenti: Afghanistan, Colombia, Iraq, Messico, Pakistan, Filippine, Russia e Somalia. Questi paesi non si sono evoluti, anzi la cultura della violenza contro la stampa è diventata profondamente radicata.

Il Pakistan, l’Iraq e il Messico sono stati i tre paesi più violenti per i giornalisti durante lo scorso decennio. Il passare degli anni non ha portato alcun cambiamento per il Pakistan, in cui i giornalisti continuano ad essere bersaglio di gruppi islamici o di essere vittime collaterali di attentati suicidi. Il totale quest’anno, 11 morti, è il più alto del decennio.

L’Iraq ha visto il ritorno ai precedenti livelli di violenza con un totale di sette giornalisti uccisi nel 2010 rispetto ai quattro del 2009. La maggior parte di loro sono stati uccisi dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato nel mese di agosto il ritiro di tutte le truppe da combattimento. I giornalisti sono presi in trappola tra diversi soggetti che si rifiutano di accettare l’indipendenza dei media, inclusi gli enti locali, coloro che sono coinvolti nella corruzione e i gruppi religiosi.

In Messico, l’estrema violenza dei trafficanti di droga colpisce l’intera popolazione compresi i reporter, particolarmente esposti. La necessità di correre meno rischi possibili sta avendo un forte impatto sull’attività giornalistica: si sta, infatti, riducendo al minimo la copertura delle storie della criminalità.

Il giornalista Fabio Polenghi

Ilgiornalista Fabio Polenghi

In America centrale, tre dei nove giornalisti assassinati in Honduras nel 2010 sono stati uccisi per motivi legati al loro lavoro. La violenza a sfondo politico del colpo di Stato del giugno 2008 ha aggravato la “violenza tradizionale” della criminalità organizzata, un fenomeno di grande importanza in questa parte del mondo.

In Thailandia, dove i giornali sono in grado di avere una relativa indipendenza, nonostante le violazioni ricorrenti della libertà di stampa, il 2010 è stato un anno molto duro. Due giornalisti stranieri, l’italiano Fabio Polenghi e il giapponese Hiroyuki Muramoto, sono stati uccisi a Bangkok nel mese di aprile e maggio in scontri tra forze governative e le Camicie rosse (i sostenitori dell’ex premier Thaksin Shinawatra). I colpi che li hanno uccisi sono stati molto probabilmente sparati dai membri dell’esercito.

Due giornalisti sono stati assassinati nei paesi dell’Unione Europea, in Grecia e Lettonia, e gli omicidi non sono stati ancora risolti. In Grecia l’instabilità sociale e politica sta avendo un impatto sul lavoro dei media, Socratis Guiolias, responsabile della direzione di Radio Thema 98.9, è stato ucciso con un’arma automatica fuori della sua casa nel sud-est di Atene il 19 luglio. La polizia sospetta un gruppo di estrema sinistra che si fa chiamare Sehta Epanastaton (Setta Rivoluzionaria) che è emerso nel 2009.

In Lettonia, un paese con un ambiente più tranquillo per la stampa, Grigorijs Nemcovs, l’editore e direttore del giornale regionale Million e proprietario di una stazione televisiva locale con lo stesso nome, è stato colpito due volte alla testa nella città sudorientale di Daugavpils, durante una riunione tenutasi il 16 aprile.

Reporters sans frontières continua a indagare sulla morte, nel giugno 2010, del giovane netizen egiziano Khaled Mohammed Said, che è stato arrestato da due agenti in borghese della polizia in un Internet caffè, portato fuori e picchiato a morte in strada. La sua morte è stata ripresa in un video pubblicato online che incrimina la polizia per un affare di droga. I rapporti autoptici ufficiali attribuiscono la sua morte ad un’overdose di droga, ma questo è smentito dalle foto del suo corpo.

Il numero di arresti e le aggressioni contro cittadini della rete nel 2010 è stato simile a quello degli anni precedenti. Le vessazioni nei confronti dei blogger e la censura di Internet sono diventate pratiche comuni. Non ci sono più tabù sul filtraggio della comunicazione online. La censura sta assumendo nuove forme: propaganda online più aggressiva e uso sempre più frequente di cyber-attacchi per mettere il bavaglio agli utenti Internet fastidiosi. Significativamente, la censura online non è più necessariamente esclusiva dei regimi repressivi. Le democrazie del pianeta stanno esaminando e adottando nuove leggi che rappresentano una minaccia per la libertà di parola su Internet.

Molti giornalisti sono stati costretti all’esilio all’estero per sfuggire a violenza e oppressione. Il fenomeno ha riguardato nel 2010 un totale di 127 giornalisti appartenenti a 23 Paesi. L’esodo dall’Iran continua. Per il secondo anno consecutivo, l’Iran è stato la principale fonte di giornalisti fuggitivi, 30 casi registrati da Reporters sans frontières nel 2010. Nel Corno d’Africa, circa 15 giornalisti sono fuggiti dall’Eritrea e dalla Somalia nel 2010, anno che ha visto anche l’esilio forzato di 18 giornalisti cubani, incarcerati dal marzo 2003 e che sono stati rilasciati a condizione di lasciare immediatamente Cuba per la Spagna.

Su Avvenire del 7 dicembre, nell'inserto culturale "Agorà" (p. V), con il titolo Abbuffata di Risorgimento, è apparso un articolo che, a firma di Edoardo Castagna, da' conto dei libri sull'argomento usciti quest'anno. L'ottica dello scritto, come è accaduto più volte nella pagina culturale del "quotidiano dei cattolici" in questo 150° anno anniversario dell'Unità d'Italia, non appare equilibrata sia perché si liquidano sprezzantemente le voci "non-risorgimentaliste", sia perché, fra i 10 libri citati, ben 3 sono pubblicati da una casa editrice politicamente ed ideologicamente orientata come Il Mulino. Se si tiene tanto al "pluralismo dei cattolici" non andavano scelte e menzionate pubblicazioni "orientate" di diverso segno? Tanto più se uscite per editori che, per il fatto di essere "minori", avrebbero forse meritato più attenzione da parte di un quotidiano che, ormai (forse anche per precise sue responsabilità), rappresenta una "minoranza" culturale. Fra le tante piccole case editrici cattoliche che nel 2010 hanno pubblicato saggi "revisionisti" sul Risorgimento, si possono ad es. segnalare la D'Ettoris editori , che ha appena dato alle stampe "L’Unità d’Italia e il Risorgimento" di Francesco Pappalardo o la Piemme di Casale Monferrato (Al) che ha pubblicato "Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali" di Pino Aprile. L'articolista di Avvenire svaluta poi posizioni civili e storiografiche che, oltre ad avere una loro legittimità hanno anche una fondatezza, come dimostrano tra l'altro molti lavori non assoldati alla vulgata risorgimentalista usciti negli utlimi anni. Mi riferisco, in particolare: al discredito messo in prossimità alla citazione del volume di Gigi Di Fiore citato ("Gli ultimi giorni di Gaeta", Rizzoli 2010) in riferimento al risarcimento dei danni subiti dai Savoia da richiedersi da parte della città di Gaeta (almeno perché lo stesso Stato della Città del Vaticano nasce da un risarcimento, quello avvenuto con i Trattati del 1929); al giudizio sbrigativo dato in riferimento al libro di un accademico di lunga carriera, Francesco C. Casula ("L'Italia. Il grande inganno, Carlo Delfino 2010"), definito "variante in salsa sarda delle lamentele neoborboniche"; alla "dirittura morale" di cui si parla con riferimento a due personaggi moralmente molto discutibili come Giuseppe Mazzini e Bettino Ricasoli. Dispiace la distorta rappresentazione della cultura e storiografia italiana riflessa nell'articolo soprattutto alla luce del fatto che, dopo molti anni, la storiografia "non conformista" sul Risorgimento sta progressivamente uscendo dalla subalternità nella quale l'egemonia liberal-massonica prima, e quella marxista dopo, l'hanno confinata. Naturalmente prima di scrivere questa polemica nota ho inviato una "collaborativa" lettera al direttore di Avvenire, tramite posta elettronica ma, come mi è accaduto anche altre volte, non sono non è stata pubblicata, ma non ho ricevuto al proposito alcun riscontro. Dialogo sempre e comunque, ma sempre a senso unico?

Nel luglio scorso FAND e FISH furono le protagoniste di una riuscita mobilitazione in difesa dei diritti delle persone con disabilità.

In occasione della discussione del Decreto Legge 31 maggio 2010, n. 78 il Parlamento bocciò, anche grazie dall’azione delle due Federazioni, le proposte di restrizione dei criteri per la concessione dell’indennità di accompagnamento. Incidendo sulla definizione delle capacità deambulatorie e di svolgere gli atti quotidiani della vita, quelle modifiche avrebbero causato una grave riduzione degli aiuti a favore delle persone disabili gravi.

A distanza di tre mesi dalla conversione di quel decreto legge, l’INPS ha emanato le “Linee Guida operative per l’invalidità civile” a cui dovrebbero attenersi i medici dell’INPS nell’esame delle nuove domande di invalidità. Queste indicazioni di fatto riprendono – in via amministrativa – i tentativi, che si speravano scongiurati, di restringere i criteri di concessione dell’indennità di accompagnamento. Le Linee Guida intervengono limitando il concetto di autonomia nella deambulazione e la definizione di atti quotidiani della vita.

Contemporaneamente, con note interne, l’INPS caldeggia l’esecuzione di routine delle doppie visite di controllo, anche quando la Commissione ASL (all’interno della quale comunque c’è un medico nominato dall’INPS) si sia espressa in modo unanime. Oltre allo spreco di risorse pubbliche, questo creerà notevoli disagi a molti cittadini con disabilità.

FAND e FISH in queste settimane hanno promosso una sensibilizzazione presso i Parlamentari più attenti e questa azione ha provocato la presentazione – sia alla Camera che al Senato – di alcune interrogazioni ai Ministri competenti.

E ieri le due Federazioni hanno formalizzato la loro segnalazione, al Ministro Sacconi e al Ministro Tremonti, insistendo per un intervento a tutela dei diritti civili dei veri invalidi. Alla comunicazione è stato aggiunto quale destinatario il Ministro Brunetta, visti gli evidenti sprechi che le nuove procedure amministrative causano.

1.Vienna natalizia, GinFoto

Vienna natalizia

Durante l’Avvento, il periodo in cui si attende impazienti il Natale, Vienna si presenta dal suo lato più romantico. Nel centro città si estende sulla Kärntner Straße, il Graben e il Kohlmarkt un cielo costellato da ghirlande di luci. Le fantasiose illuminazioni natalizie composte da migliaia di lampadine trasformano le grandi vie commerciali, come la Mariahilfer Straße e la Landstrasser Hauptstraße, in un unico mare prenatalizio di luci. Gli ingressi di molti negozi sono adorni di rami di abete e fiocchi di seta di tutti i colori, nelle gallerie piene di negozi si ode una dolce musica natalizia, mentre nelle strade si diffondono scie di profumo che attirano i passanti ai numerosi chioschi dove si vende il punch.

Negli appartamenti dei viennesi si accendono le candele della corona dell’Avvento fatta di rami di abete intrecciati: ogni domenica prima di Natale se ne accende una. Si trascorrono le lunghe serate raccontandosi storie, cantando canzoni natalizie e facendo stelle di Natale, magari gustando il Kletzenbrot, il pane fatto di pere secche o un piatto di mandarini, noci e fichi secchi.

Krampus, San Nicola e il calendario dell’Avvento

Durante il periodo dell’Avvento vige anche un’usanza che in effetti non ha niente a che fare con il Natale: la festa di San Nicola, il 6 dicembre, che viene celebrata alla vigilia della festa, vale a dire il 5 dicembre. Il buon vescovo e il suo malvagio accompagnatore, Krampus, vanno di casa in casa per premiare i bambini bravi e punire quelli cattivi. Krampus, che solitamente è vestito di nero ed è munito di una verga e di una catena ciondolante, è un personaggio che incute proprio paura. San Nicola, invece, indossa un abito splendido decorato con motivi dorati, porta in capo una mitra e tiene in mano un pastorale. Con voce profonda chiede ai bambini:”Siete stati tutti bravi?“. Se rispondono di sì regala loro i dolci, le noci, le mele rosse ed i datteri che tiene nel suo grande sacco.

Per i bambini l’Avvento è una gran prova di pazienza. Il tempo che deve passare prima che arrivi la vigilia di Natale trascorre troppo lentamente, anche se i piccoli dal 1° dicembre in poi possono aprire ogni giorno una delle 24 finestrelle del loro calendario dell’Avvento, dietro le quali si celano piccole immagini o regalini. Malgrado ciò, non vedono l’ora che venga Gesù Bambino, anche se lui, prima della vigilia di Natale, passa solo brevemente, per ritirare le letterine scritte dai bambini: “Caro Gesù Bambino, ogni mattina bevo da bravo il mio cacao e non tiro la coda al gatto. Per favore portami un trenino elettrico”.

1.Presepe viennese, GinFoto

La magia dell’Avvento a Vienna ed i cori celestiali

I bambini più attenti possono in certi posti speciali sentire i battiti delle ali di Gesù Bambino che vola in giro indaffarato. Questi luoghi sono i mercatini natalizi di Vienna chiamati appunto “mercatini di Gesù Bambino”. Sono mercatini incantevoli che fanno brillare gli occhi di tutti i bambini e arrossire dalla gioia le loro guance e li portano in un mondo pieno di profumo di cannella e di palline di vetro luccicanti, di cavallini di legno e di dolci carillon.

La Magia dell’Avvento sulla piazza del Municipio di Vienna trasforma il parco davanti al Municipio illuminato a festa in un paese da favola natalizia per i bambini. Nel più grande mercatino di Natale della città si possono trovare begli oggetti da regalare e delizie da assaggiare in decine di stand. Anche allo Spittelberg, un quartiere restaurato in stile Biedermeier, viene organizzato un mercatino di Natale ricco d’atmosfera, come anche davanti al Castello di Schönbrunn, al Castello del Belvedere ed in Maria-Theresien-Platz (tra il Museo delle Belle Arti e quello di Storia Naturale).

La musica nel periodo natalizio ha un significato particolare. I canti dei cori, i numerosi concerti, la musica in casa: tutto questo, oltre che accompagnare l’attesa, lascia anche una lunga eco. Lo stesso vale per i canti internazionali dell’Avvento all’interno del Municipio, i concerti eseguiti ogni pomeriggio da cori e orchestre di strumenti a fiato alla Freyung ed i quotidiani concerti dell’Avvento davanti al castello di Schönbrunn. Quanto a Gesù Bambino, lui conosce queste perle artistiche solo per sentito dire. Più si avvicina la festa del Natale e più è in preda allo stress, e non si concede neanche un minuto di pausa. A cominciare dalla posta da sbrigare. Ci sono delle letterine, ad esempio, che stravolgono tutti i piani, come: „Caro Gesù Bambino, per favore non portarmi trenini elettrici, vorrei un orsacchiotto che parli con me!“. Senza contare, poi che si deve ancora cucinare, cuocere i biscotti e, non dimentichiamolo, non c’è ancora l’albero di Natale!

Aprire i regali sotto l’albero di Natale

Malgrado tutto, arriva il fatidico momento: è il 24 dicembre, cala la sera, il papà e i bambini fanno una passeggiata nel parco, mentre Gesù Bambino può decorare l’albero in santa pace, usando palline lucide e di tutti i colori, fili d’argento, dolci avvolti in carta velina variopinta e candeline. Dopodiché lascia sotto l’albero i regali ben impacchettati e vola via in fretta per recarsi dalla famiglia successiva.

Non appena il papà e i bambini sono di nuovo a casa si ode un fruscio misterioso ed il delicato suono di un campanellino, le porte del salotto si aprono e i bambini si trovano davanti ad un albero pieno di luci sfavillanti.  Tutta la famiglia canta insieme una canzone natalizia, di solito “Stille Nacht Heilige Nacht” (Astro del ciel, pargol divin) e poi si aprono i regali. Che emozione: un trenino elettrico E un orsacchiotto parlante! Grazie, caro Gesù Bambino!

1.Rathaus Vienna, Mercatini natalizi, ,GinFoto

Rathaus Vienna, Mercatini natalizi

 

L’oca di Natale e il Christstollen

Per quanto riguarda il cenone di Natale, Vienna è divisa in due: metà dei viennesi predilige la carpa, l’altra metà l’oca. Sul piatto con i dolcetti di Natale, invece, sono tutti d’accordo: non debbono infatti mancare i cornetti alla vaniglia, i biscotti all’anice, le meringhe, le stelle alla cannella ed il Christstollen, il panettone austriaco.

I credenti, la sera tardi, vanno in chiesa alla Messa, che si celebra abitualmente a mezzanotte per ricordare la nascita di Gesù con una luminosa cerimonia. Da questo momento molte chiese aprono al pubblico il presepe, con le statuette che raffigurano la nascita di Cristo nella stalla di Betlemme: il Bambin Gesù, Giuseppe e Maria, l’asinello, il bue e i tre Re Magi. Il presepe, in Austria, ha una lunga tradizione: l’imperatore Giuseppe II, a suo tempo, proibì la messa in mostra dei presepi nelle chiese, per cui si iniziò a fare il presepe a casa propria. Oggi, naturalmente, questo divieto imperiale non è più in vigore e molte chiese presentano i loro presepi realizzati con estrema cura. I più belli sono esposti nella cripta della Peterskirche.

Alla vigilia di Natale seguono due giorni festivi: il giorno di Natale, in cui la famiglia si riunisce e si prepara per l’occasione un pranzo speciale, ed il giorno di Santo Stefano, nel corso del quale, tradizionalmente, si fa visita ai parenti. Seguono un paio di giorni di lavoro o di riposo dopodichè, quando l’Anno Nuovo si avvicina, Vienna si fa di nuovo chiassosa: migliaia di persone festeggiano la notte di Capodanno lungo il Percorso di San Silvestro, al suono della splendida ed antica Pummerin, la campana del Duomo di Santo Stefano, essi attendono l’anno nuovo e, magari, non vedono l’ora che arrivi il prossimo Natale…

1.Evento musicale al Kursalon di Vienna

Evento musicale al Kursalon di Vienna

Per tutti quelli che vogliono rievocare a casa un po’ di atmosfera natalizia viennese, ecco qui una delle numerose ricette per fare i cornetti alla vaniglia:

prendete 180 grammi di burro, 70 grammi di mandorle sbucciate e grattugiate, 50 grammi di zucchero, 2 tuorli d’uovo e 210 grammi di farina 00. Impastate rapidamente tutti gli ingredienti, facendone una pasta morbida e lasciate riposare per un’ora. Spianate la pasta finché ha lo spessore di un centimetro circa, tagliatela a pezzetti e formate dei cornettini. Adagiateli in una teglia senza grasso e cuoceteli in forno a fuoco moderato (200 gradi) per circa dieci minuti, finché diventano dorati. Passate i cornettini ancora caldi in zucchero a velo che precedentemente avrete mescolato a zucchero vanigliato. Conservateli per alcuni giorni in una scatola di latta chiusa in un posto che nessuno conosce, per farli diventare morbidi (ma anche per proteggerli da chi non ha la pazienza di aspettare!).

Si apriranno domani i lavori dell’Assemblea Nazionale delle Province d’Italia, evento che vedrà riunite al Centro Congressi La Ciminiere di Catania centinaia di amministratori da tutto il Paese. “Federalismo, territorio, sicurezza e sviluppo” saranno i temi attorno ai quali si snoderanno le due giornate di dibattito, cui interverranno ospiti e rappresentanti del Governo, del Parlamento, dei partiti politici, delle forze economiche e sociali. “L’assemblea – sottolinea il presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione, presidente della Provincia di Catania, che domani aprirà i lavori - è per noi l’appuntamento più importante dell’anno, per fare il punto su ciò che abbiamo fatto e rilanciare le nostre proposte, le nostre idee, il nostro impegno, il contributo che diamo a costruire un futuro migliore per l’Italia. Oggi possiamo dire con orgoglio che le Province sono istituzioni riconosciute al centro dello sviluppo locale, istituzioni capaci di leggere le vocazioni dei territori e di portarle a sistema Province che investono sulla ricerca, sul mondo della conoscenza e sui giovani e si impegnano per favorirne l’occupazione. Che credono nella valorizzazione del demanio, nell’efficientamento della rete viaria, nella promozione del turismo e dei beni culturali, come una opportunità di crescita sociale ed economica. Che pongono alla base dello sviluppo la sostenibilità e investono in efficienza energetica, in nuove tecnologie, nelle nuove forme di comunicazione. Che agiscono per fare crescere le proprie comunità. Per confermare il nostro ruolo, abbiamo bisogno però che si completi il quadro di riforma istituzionale: per questo abbiamo valutato positivamente l’approvazione da parte del Governo del Disegno di legge sulle funzioni fondamentali e sulla nuova Carta delle autonomie locali. Ma riteniamo urgente che questo sia approvato rapidamente anche dal Senato della Repubblica e diventi finalmente legge della Repubblica. L’individuazione delle funzioni fondamentali è infatti un passaggio delicatissimo poiché comporta una scelta precisa: si tratta cioè di decidere a chi assegnare le funzioni amministrative che oggi sono ripartite, spesso in modo confuso e senza una giustificazione adeguata, su diversi livelli di governo e strutture amministrative. Noi crediamo, proprio nella prospettiva della semplificazione funzionale, che materie come la difesa del suolo, la gestione delle acque, la gestione dei rifiuti, le politiche della montagna, i trasporti, l’assistenza ai Comuni, debbano essere ricondotte in modo organico in capo alle Province con l’individuazione delle funzioni fondamentali di governo di area vasta. Per questo chiediamo che le funzioni degli ATO acque e degli ATO rifiuti debbano essere assegnate alle Province e che si debba procedere organicamente al trasferimento ai Comuni e alle Province di tutte le funzioni di natura territoriale che oggi sono svolte da enti o strutture (BIM, Consorzi di bonifica, Enti Parco, Comunità montane …) che non hanno una diretta legittimazione democratica, che non rispondono ai cittadini. Saremo sempre, invece, i primi a sederci ad un tavolo in cui le parole d’ordine siano la razionalizzazione degli enti, a partire dall’istituzione delle città metropolitane e al superamento delle Province che insistono nelle aree metropolitane.
Questo processo dovrà muoversi parallelamente con l’attuazione della legge delega n. 42 del 2009, che sta procedendo spedita, lungo un percorso che ha visto prevalere un clima di concreta ed effettiva collaborazione tra Governo e Associazioni degli enti locali. I primi schemi di decreti attuativi sono stati approvati dal Consiglio dei Ministri: quello sull’individuazione dei fabbisogni di Comuni e Province, che segnerà un passaggio decisivo, perché è da qui che si partirà per abbandonare il principio della spesa storica e degli sprechi che questo ha portato; quello approvato in Consiglio dei Ministri, nelle scorse settimane, sull’autonomia di entrata delle regioni delle Province. Un testo attraverso cui viene operata quella semplificazione del sistema tributario che noi avevamo sempre posto come priorità, e ricondotti in capo alle Province i tributi dal trasporto su gomma, proprio come indicato nella legge delega. Si trasforma l’imposta RcAuto in tributo provinciale e si assegna la compartecipazione all’accisa sulla benzina, unitamente alla compartecipazione alla tassa regionale di circolazione dei veicoli. Il quadro è dunque sostanzialmente coerente con il “cespite” individuato per la fiscalità provinciale. Ci sono però alcune perplessità: innanzitutto, l’UPI aveva individuato la necessità di garantire alle Province la compartecipazione ad un grande tributo erariale (IVA o IRPEF) direttamente correlato alla ricchezza dei territori. Questo tributo ad oggi non è previsto. In secondo luogo l’attribuzione alle Province della compartecipazione alla tassa di possesso automobilistica lascia aperta la questione relativa alla effettiva incapienza di questo gettito per la copertura dei trasferimenti regionali correnti che andranno soppressi contestualmente all’attribuzione della compartecipazione. Alle criticità e alle perplessità fin qui sottolineate in materia di federalismo fiscale, si aggiunge la difficile condizione in cui verte la finanza provinciale. Gli obiettivi del patto di stabilità hanno infatti sancito per le Province una manovra di miglioramento del saldo finanziario di 310 milioni per il 2009, 555 per il 2010 e 975 per il 2011. A questo si aggiunge il taglio dei trasferimenti erariali di 300 e 500 milioni rispettivamente per il 2011 e dal 2012. Gli enti interessati si troveranno a dover gestire risorse ridotte di circa il 23% nel 2011 e di oltre il 38% a partire dal 2012: su un complesso di trasferimenti pari a 1.300 milioni ne verranno tagliati prima 300 e poi 500. Restano dunque fondamentali tre richieste per le Province: aumentare fino al 4% la percentuale dei residui passivi spendibili per le Province, consentendo così di liberare immediatamente quasi 300 milioni di euro nel circuito economico del Paese. Rivedere l’impianto del patto di stabilità interno, modificando la base di calcolo e garantendo l’equilibrio finanziario per tutti gli enti; alleggerire la manovra a carico delle Province. I tagli ai trasferimenti regionali hanno infatti un impatto notevole per le Province, che sono le principali destinatarie di tali risorse per trasporto pubblico locale, sicurezza stradale e sicurezza dei territori: se ad essi aggiungiamo anche i tagli di 300 e 500 milioni, l’effetto sarà quello di paralizzare qualsivoglia attività degli enti. Per questo motivo l’UPI chiede con forza che vengano ridotti i tagli a carico delle Province”.

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