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Giovedì, 21 Marzo 2019

casa fini montecarlo (ansa)

 

La vicenda Montecarlo non è chiusa. Su Gianfranco Fini pende ancora il giudizio del tribunale di Roma che potrebbe rinviarlo a giudizio per truffa aggravata insieme all'ex tesoriere di An Francesco Pontone. Il gip del tribunale di Roma, Carlo Figliolia, ha scelto di non archiviare immediatamente ma sì è riservato di decidere sulla vendita della casa di Alleanza nazionale a Montecarlo.

I tempi Il procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani ha sollecitato ancora la posizione della procura. L’avvocato Mara Ebano, che assiste i due esponenti della Destra che con la loro denuncia hanno dato il via all’inchiesta, il consigliere regionale Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea, ha spiegato: "La decisione arriverà entro le prossime settimane". Nell’inchiesta sono indagati sia il presidente della Camera sia l’ex tesoriere di An. All’attenzione del giudice, nella scorsa udienza del 2 febbraio, è stata depositata una videoregistrazione dell’intervista rilasciata al Tg1 e trasmessa il 28 gennaio scorso, dall’immobiliarista residente a Montecarlo Luciano Garzelli. "Ma sono tante le testimonianze e le carte che spiegano cosa è successo e perché" ha detto Buonasorte.

Il ruolo dei Tulliani Giancarlo Tulliani e sua sorella Elisabetta, la compagna di Fini, si sono interessati direttamente della ristrutturazione dell’immobile di Boulevard Princesse Charlotte. Il penalista Giuseppe Consolo, che insieme con Francesco Compagna, difende Fini, ha spiegato: "Il rappresentante della procura ha spiegato le ragioni per cui questa vicenda va archiviata".

Il ricorso in sede civile L’avvocato Di Andrea ha invece sottolineato: "Il nostro impegno andrà avanti comunque. Lo stesso procuratore Laviani ha detto oggi, secondo noi, che c’è spazio per iniziative al tribunale civile". Buonasorte ha poi spiegato: "Tulliani andava almeno ascoltato. E invece è tutto rimasto nel dubbio a nostro parere. Il dato certo è che Fini pensava di risolvere la cosa in 24 ore e invece siamo ancora qui a discutere di questa vicenda".

Il leader della Lega Nord Umberto Bossi è d'accordo con la richiesta della maggioranza di sollevare il conflitto di attribuzione alla Camera sul caso Ruby. Fini chiede un approfondimento alla Giunta per il Regolamento. Alfano: non ho scritto ne' letto la richiesta del conflitto di attribuzione della Camera. Cicchitto: Fini investa l'aula. Casini: presidente Camera non si faccia condizionare da antipatie e simpatie. Napolitano: non posso dire ai giornali cosa scrivere. Ruby da Vienna: sono una ragazza normale, da Berlusconi ho ricevuto solo del bene.
Di fronte al conflitto di attribuzione sul caso Ruby, sollevato ieri dal centrodestra, il presidente della Camera "si deve comportare come la moglie di Cesare", non facendosi "guidare dalla sua antipatia o simpatia verso Silvio Berlusconi". Lo dice Pier Ferdinando Casini parlando nel Transatlantico di Montecitorio. Per il leader dell'Udc, Gianfranco Fini deve quindi prendere in considerazione "i regolamenti, le carte, i precedenti", senza condizionamenti

I capigruppo di maggioranza, Fabrizio Cicchitto, Marco Reguzzoni e Luciano Sardelli hanno inviato al presidente della Camera, Gianfranco Fini, una lettera nella quale chiedono di sollevare conflitto di attribuzioni fra i poteri dello Stato ''a tutela delle prerogative della Camera''.

I capigruppo della maggioranza chiedono, tra l'altro, di sollevare conflitto di attribuzioni per ''l'assoluta infondatezza ed illogicita' dei capi di imputazione''. ''All'Organismo parlamentare - si legge nella lettera trasmessa a Fini - non puo' essere sottratta una propria autonoma valutazione sulla natura ministeriale o non ministeriale dei reati oggetto di indagine giudiziaria. Ne' tantomeno ove non condivida la conclusione negativa espressa dal Tribunale dei ministri - la possibilita' di sollevare conflitto d'attribuzioni davanti alla Corte costituzionale - assumendo di essere stata menomata per effetto della decisione giudiziaria, della potesta' riconosciutale dall'Articolo 96 della Costituzione''. Nella lettera, firmata da Cicchitto, Reguzzoni e Sardelli, si parla anche di ''superficialita''' che sarebbe stata dimostrata dai magistrati di Milano. La richiesta di sollevare conflitto e' infatti nei confronti della Procura e del gip di Milano che, per il caso Ruby, hanno imputato al premier i reati di concussione e prostituzione minorile.
Dopo l'attacco di Silvio Berlusconi allo staff del Quirinale, accusato di intervenire "puntigliosamente su tutto", resta alta la tensione fra Palazzo Chigi e il Quirinale. Giorgio Napolitano, come ha fatto sapere sabato, all'atto della promulgazione del decreto milleproroghe, è solo parzialmente soddisfatto delle modifiche apportate in accoglimento delle sue osservazioni e attende che l'esecutivo adotti alcuni "opportuni correttivi". Le correzioni più attese riguardano la proroga del divieto di incroci proprietari tra tv e giornali e l'eliminazione dell'anatocismo. Correzioni dettate, la prima, da un ordine del giorno approvato dalla Camera, la seconda da un ordine del giorno accolto dal governo.

I magistrati di Milano decidendo di continuare ad occuparsi del 'caso Ruby' nonostante la Camera si fosse pronunciata per la competenza del tribunale dei Ministri, avrebbero leso le prerogative dell'assemblea di Montecitorio e avrebbero dato della disciplina vigente ''un'interpretazione scorretta''. E' quanto si legge nella lettera scritta dai capigruppo di maggioranza alla Camera Fabrizio Cicchitto, Marco Reguzzoni e Luciano Sardelli che l'Ansa e' in grado di anticipare.

Sul corpo di Yara Gambirasio non ci sarebbero segni evidenti di violenza sessuale. E' quanto avrebbe accertato l'esame autoptico - secondo quanto si apprende da fonti qualificate - eseguito nell'istituto di medicina legale di Milano sul cadavere della tredicenne scomparsa a Brembate di Sopra il 26 novembre. L'esame avrebbe dunque confermato quella che erano le prime indicazioni emerse subito dopo il ritrovamento del cadavere in un campo a Chignolo d'Isola. Per avere la certezza che non vi sia stata violenza, però, bisognerà attendere i risultati dei complessi accertamenti che sono stati eseguiti.

Sul corpo di Yara ci sarebbero "più ferite" d'arma da taglio, in particolare sulla braccia e sui polsi, segni questi ultimi di un disperato tentativo di difendersi prima di essere uccisa. L'autopsia svolta sul corpo della tredicenne di Brembate, secondo quanto si apprende, confermerebbe le prime ipotesi degli investigatori. L'esame autoptico avrebbe infatti stabilito che oltre alle ferite individuate nel corso del primo esame del cadavere - almeno 6: una sul collo, una sul polso e quattro sulla schiena - ce ne sarebbero altre, in particolare su polsi e braccia. Tutte compatibili con un'arma da taglio.

La parte piu' importante dell'esame autoptico si e' conclusa questa notte all'Istituto di medicina legale di Milano. Ma le analisi anatomopatologiche proseguiranno oggi e nei prossimi giorni per ottenere eventuali evidenze di valore investigativo tra i reperti isolati. L'obiettivo e' quello di ottenere indizi utili da comparare poi con una rosa di profili di persone sospette gia' individuate nel corso dei tre mesi di indagine.

C'é anche il soffocamento tra le ipotesi al vaglio dei medici legali che hanno eseguito l'autopsia sui resti di Yara Gambirasio. La prima e più importante parte degli esami autoptici, quella incentrata sull'ispezione cadaverica e sui prelevamenti istologici, si è conclusa. Secondo indiscrezioni, al momento però non confermate, l'esatta causa della morte (che è uno dei quesiti principali cui devono rispondere gli anatomopatologi) non è stata ancora definitivamente accertata. Le lesioni riscontrate già nell'immediatezza del ritrovamento, compatibili con delle coltellate, sono quattro sulla schiena, che non sono state la causa del decesso, e una più profonda al collo. Ma da una serie di altri segni non si potrebbe escludere nemmeno l'ipotesi del soffocamento. Per avere un quadro certo ci vorranno comunque alcuni giorni, dato che le risultanze dei prelievi effettuati sui resti non saranno disponibili e contestualizzabili in breve tempo.

'Sei un angelo volato in cielo': sono per la maggior parte di questo tenore gli accorati biglietti e le poesie lasciate da cittadini per
Yara all'esterno dell'istituto di medicina legale di Milano. 'CaraYara, l'angelo che ora vive in te sia guida per trovare chi ti ha fatto del male', recita un altro messaggio. E poi: 'Persone cosi' non devono esistere', ha scritto invece qualcuno con evidente riferimento alla brutalita' del crimine.
E' proseguita fino a tarda notte l'autopsia sul cadavere di Yara Gambirasio. E ieri sera intanto in duemila hanno preso parte alla fiaccolata in memoria di Yara, organizzata a Brembate di Sopra.

Il corteo, che si è snodato dalla parrocchia del paese alla cappella dei Mortini del Roccolo, è stato aperto da quattro volontari della protezione civile. I genitori di Yara non c'erano, ma attraverso le parole del parroco Don Corinno Scotti, hanno voluto ringraziare "tutti coloro che in questi mesi ci sono stati vicino". "Ciò che ci unisce è l'amore e la tenerezza per una bambina - ha detto Don Corinno durante la celebrazione - è giusto chiedere giustizia ma non dobbiamo avere parole di odio e di vendetta, in questi tre mesi i genitori di Yara, gli unici che avrebbero potuto esprimere questi sentimenti, non lo hanno mai fatto".

"Come si può fare tutto questo a una bambina? Spero che riescano a trovare questo o questi mostri; spero che la giustizia faccia il suo corso e spero fortemente in una pena esemplare". La campionessa del nuoto azzurro, Federica Pellegrini, si unisce così allo choc collettivo per la morte della piccola Yara. "Rimango allibita da quello che può succedere da un minuto all'altro nella nostra vita - scrive l'olimpionica della piscina sul suo blog - e molto spesso senza che nessuno si accorga di niente. Rimango impietrita e inorridita dalla violenza di alcune persone. Non dobbiamo lasciare che tutto questo possa accadere di nuovo".

Un mazzo di fiori sul banco vuoto e ancora tanti messaggi d'affetto: i compagni di Yara hanno voluto ricordare la loro amica. Ad accogliere alunni e genitori all'entrata della scuola media delle Orsoline c'era la preside, suor Carla Lavelli: "Ci troviamo a gestire un lutto - ha detto - ad imparare ad affrontare la morte, la nostra e quella di Yara. Dobbiamo convincerci che fa parte della nostra vita". E sull'aggressore o sugli aggressori di Yara, la suora ha detto: "Chi ha commesso un atto del genere dovrebbe ritrovare la propria umanità, che in questo momento vuol dire legalmente costituirsi e riconoscere il proprio errore. Parlare di perdono adesso vuol dire banalizzarlo".

"Il perdono - ha proseguito la preside - bisogna costruirselo dentro". Riprendendo poi le parole di ieri mattina del parroco di Brembate Sopra che durante la messa ha parlato della presenza di un orco nella comunità, suor Carla ha aggiunto: "Io parlerei piuttosto della banalità del male. Il male è in mezzo a noi e dentro di noi. Non basta colpevolizzare qualcuno bisogna lavorare perchéquesto male che è dentro di noi non sfoci in atti di questo genere". Suor Carla Lavelli, preside della scuola di Bergamo che frequentava Yara Gambirasio nella giornata di ieri ha sentito al telefono i genitori della ragazzina ai quali ha dato il suo conforto: "Abbiamo parlato per un po' - ha detto la religiosa - poi nel dolore atroce, umanamente impossibile da sostenere c'é adesso la certezza di sapere dov'é Yara e questo può essere per loro una consolazione". "Ora almeno sanno - ha concluso la preside - dove poterla trovare e incontrare".

Nessuna voglia di parlare, silenzio e riservatezza e soprattutto bambini tenuti per mano, lontani dai cronisti. Nessuno si è voluto fermare a parlare con i pochi giornalisti presenti, che sono stati mantenuti al di fuori del cancello. "Non ci sono parole", e ancora "E' un dolore troppo grande", sono le brevi frasi che hanno ripetuto alcuni dei genitori, entrando e uscendo dalla scuola prima dell'inizio delle lezioni.

Atene, il Partenone

Atene come il Cairo, trasformare Piazza Syntagma in PiazzaTahrir. E' seguendo questo invito di uno dei leader della sinistra che in migliaia sono scesi in piazza nella capitale greca per lo sciopero generale - il decimo dall'inizio dellacrisi - contro le misure d'austerita' del governo. La polizia ha fatto un uso massiccio di lacrimogeni, mentre manifestanti lanciavano pietre, bottiglie e petardi. La protesta chiede le dimissioni del premier Giorgio Papandreou, che e' deciso ad andare avanti con risanamento e riforme per salvare il paese dalla catastrofe.

Una vera e propria battaglia si e' svolta oggi davanti al parlamento, al centro di Atene, fra dimostranti e polizia che ha fatto uso massiccio di gas lacrimogeni. Al termine di cortei cui hanno partecipato decine di migliaia di persone nella capitale e in altre citta', nel quadro dello sciopero generale indetto da tutti i sindacati contro l'austerity, e mentre alcuni cantavano ''dopo Ben Ali e Moubarak tocca a Papandreou'', gruppi di manifestanti hanno cominciato a lanciare pietre, bottiglie e petardi contro gli agenti. La polizia, schierata in forza, hanno risposto con un pesante sbarramento di lacrimogeni. La battaglia e' andata avanti una mezzora. Striscioni gridavano la rabbia di operai, studenti e pensionati: ''stiamo morendo'', ''non ce la facciamo piu''', ''Papandreou vattene, il popolo non ti vuole''. Secondo alcuni dimostranti l'intenso uso di gas da parte della polizia avrebbe avuto come obiettivo soprattutto di non permettere alla folla di sostare nella piazza Syntagma, come chiesto dal leader storico della sinistra Alekos Alavanos che invitava a trasformare Atene nel Cairo ''fino alle dimissioni del governo Papandreou''. Scontri sporadici continuano davanti all'universita'.

Un migliaio di giovani appartenenti per lo piu' al movimento anarchico sono tornati questo pomeriggio in piazza Syntagma davanti al parlamento con slogan e striscioni contro il premier Giorgio Papandreou e l'Ue e il Fmi. I giovani sono tornati dopo che la polizia grazie ad un uso massiccio di lacrimogeni era riuscita a sgombrare la piazza, al termine della marcia per lo sciopero generale, nel timore che fosse accolto l'appello del leader storico dell'estrema sinistra, Alekos Alavanos di trasformarla ''nella piazza Tahrir del Cairo sino alla caduta del governo di Papandreou''. Dopo una vera battaglia campale con la polizia al termine delle manifestazioni in occasione del decimo sciopero generale contro la crisi, i giovani protestano pacificamente in mezzo a cassonetti dell'immondizia in fiamme, pietre e resti di molotov. Ma non sembrano avere intenzione di andarsene presto.

Un militare italiano, il tenente Massimo Ranzani, è morto e altri quattro sono rimasti feriti nell'ovest dell'Afghanistan in un attentato rivendicato dai talebani.

I militari italiani, del quinto Reggimento Alpini, erano a bordo di un veicolo blindato Lince che e' saltato su un ordigno improvvisato. L'attentato e' avvenuto nel corso di un pattugliamento nella zona di Shindand.

Il convoglio italiano saltato in aria su uno Ied a Shindad stava rientrando alla base dopo un'operazione di assistenza medica alla popolazione locale. Lo sottolinea la Difesa precisando che l'agguato ai militari italiani è avvenuto alle 12.45 ora locale, a 25 chilometri a nord di Shindad. L'operazione per l'evacuazione dei quattro militari feriti è ancora in corso.

"E' un tormento, un calvario e tutte le volte ci si chiede se questo sacrificio che impegna il parlamento con voto unanime e tutto il popolo italiano ad essere lì in un paese ancora medioevale sia uno sforzo che andrà in portò". Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi commentando l'attentato in Afghanistan dove è morto un ufficiale dell'Esercito. Berlusconi ha quindi precisato: "dobbiamo andare avanti". Quindi ha ricordato che oltre al tenente morto vi sono altri quattro feriti dei quali tre gravi.

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appresa con profonda commozione la notizia del gravissimo attentato perpetrato a Shindand, in Afghanistan, contro il contingente italiano impegnato nella missione internazionale ISAF, in cui un militare ha perso la vita e altri quattro sono rimasti feriti, esprime i suoi sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei famigliari del caduto e un affettuoso augurio ai militari feriti. Lo rende noto un comunicato del Quirinale.

"Siamo vicini alle famiglie del militare caduto in Afghanistan, dei quattro feriti e a tutti i commilitoni impegnati su quei territori. Esprimiamo profondo dolore e commozione per questa ennesima tragedia annunciata. Smettiamola e usciamo dal luogo comune di chi intende coprire la propria responsabilità in nome della patria e della bandiera. Da tempo l'Italia dei Valori, che ha dato una bocciatura sonora al decreto di rifinanziamento di questa missione, denuncia che non ha più alcun senso restare in Afghanistan perché nel Paese é in atto una vera e propria guerra civile, e quindi non portiamo avanti soltanto una lotta al terrorismo". E' quanto afferma in una nota il presidente IdV, Antonio Di Pietro. "Denunciamo - continua - in modo forte e chiaro, che la responsabilità politica di queste morti ricade sul governo e su tutti coloro che in Parlamento hanno votato per il proseguimento della missione. Ricordiamo che è stato un voto trasversale e, proprio per questo, ancora più inaccettabile".

Il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha espresso "profondo cordoglio per la morte del militare a seguito dell'attentato verificatosi stamani a 25 chilometri a nord di Shindand". Lo rende noto un comunicato della Difesa. Il ministro La Russa viene tenuto "costantemente aggiornato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa circa l'evolversi della situazione e sulle condizioni di salute degli altri quattro militari rimasti feriti nell'evento".

"L'Italia continua a pagare degli alti prezzi ma lo fa in piena coscienza e nella consapevolezza che la libertà è un bene da garantire anche al di fuori dei propri confini". Lo ha detto il presidente del Senato, Renato Schifani, in visita ad una scuola dell'infanzia a Barete (L'Aquila), distrutta dal terremoto e ricostruita grazie anche al contributo del Senato. Ai giornalisti che gli chiedevano se l'Italia rimane in Afghanistan, Schifani ha risposto: "L'Italia non può che rimanere, la nostra presenza è condivisa all'interno della comunità internazionale e sarà essa a decidere i metodi di abbandono dell'Afghanistan, sicuramente quando esso sarà portato a piena democrazia". Il presidente del Senato ha espresso "profondo dolore per un'altra vita che cade immolandosi sull'altare della democrazia" e "vicinanza ai familiari dei nostri feriti".
"Ho appreso con sgomento e dolore la notizia dell'esplosione di un ordigno che ha colpito un veicolo blindato Lince nei pressi di Shindand, nell'ovest del Paese e provocato la morte del tenente Massimo Ranzani del quinto reggimento alpini. Desidero rinnovarLe il mio apprezzamento per il coraggio, la professionalità e lo spirito di sacrificio con cui i nostri militari svolgono la loro opera in questo tormentato Paese. La prego di voler far pervenire, unitamente al sentimento di profondo cordoglio e vicinanza alla famiglia del soldato caduto, i miei più fervidi auguri di pronta guarigione ai militar feriti e l'intensa solidarietà mia personale e di tutta la Camera dei deputati", è quanto ha scritto il presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, in un messaggio inviato al Capo di Stato Maggiore della Difesa, Biagio Abrate.

"Il nostro dovere" è "rispettare gli impegni internazionali che abbiamo preso con la Nato e con le Nazioni Unite". Così il ministro degli Esteri Franco Frattini ha risposto da Ginevra ad una domanda sulla considerazione del premier Silvio Berlusconi che oggi si è chiesto se valga la pena restare in Afghanistan. "E' chiaro che la domanda" che si pone Berlusconi "ce la poniamo tutti", ha spiegato Frattini. "La risposta - ha aggiunto - ce la dà la comunità internazionale che ci chiede di rimanere uniti, di continuare a sostenere la stabilizzazione dell'Afghanistan e di rispettare gli impegni internazionali che abbiamo preso con la Nato e con le Nazioni Unite. Questo è il nostro dovere".

Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, si "unisce" al terribile dolore dei familiari del militare italiano ucciso oggi in Afghanistan e chiede una riflessione sui modi per rendere efficace la presenza italiana in Afghanistan e i tempi di esaurimento della missione. "Oltre al fatto che ci uniamo al terribile dolore della famiglia e dei colleghi - ha detto a margine di un convegno organizzato dalla Uil e dalla Fondazione Craxi - la prima riflessione ci dice che in un quadro di assoluta lealtà alla coalizione che ci vede impegnati in Afghanistan dovremmo valutare i modi con i quali rendere efficace quella presenza e stabilire i tempi di esaurimento".

E' stata accolta con 'profondo dolore'' tra gli alpini della caserma 'Salsa' di Belluno, sede del 7/mo Reggimento alpini, la notizia della morte del tenente Massimo Ranzani, ucciso nell'esplosione di un ordigno in Afghanistan e appartenente al quinto Reggimento alpini, con sede a Vipiteno (Bolzano). Ranzani aveva svolto servizio a Belluno per qualche anno, fino al 2004, come sottufficiale, prima di diventare ufficiale e essere riassegnato a Vipiteno. Appartenevano al 7/mo Reggimento di Belluno i quattro alpini caduti in Afghanistan il 9 ottobre scorso - il Primo caporal maggiore Gianmarco Manca, Primo caporal maggiore Francesco Vannozzi, Primo caporal maggiore Sebastiano Ville e il maggiore Marco Pedone - e il Caporal maggiore Matteo Miotto ucciso il 31 dicembre scorso.
Sono circa 4.000 i militari italiani che partecipano alla missione Isaf in Afghanistan. Quello attuale e' il numero massimo raggiunto per quanto riguarda l'impegno nazionale nel Paese. Solo nei prossimi mesi ci sara' un graduale disimpegno. La quasi totalita' degli italiani - una piccola quota di un centinaio di militari e' schierata a Kabul nella sede del comando della missione con incarichi di staff - si trova nella regione occidentale del Paese: ad Herat vi e' la sede sede del Comando regionale Ovest di Isaf. Sotto la responsabilita' italiana c'e' un'area grande quanto il Nord Italia, composto dalle quattro province di Herat, Badghis, Ghowr e Farah. Sotto il comando degli italiani - proprio in questi giorni e' in corso il passaggio di consegne tra gli alpini della brigata Julia e i para' della Folgore - c'e' un contingente di militari provenienti da 12 nazioni. La componente principale delle forze nazionali e' costituita dal personale proveniente dall'Esercito; e' presente inoltre un significativo contributo di uomini e mezzi dell'Aeronautica, della Marina Militare, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.

Quattro le task force costituite dai militari italiani in altrettante aree della regione ovest, mentre nella provincia di Herat e' attivo un team di ricostruzione provinciale (Prt) che ha il compito di sostenere il processo di ricostruzione e sviluppo insieme ad una componente civile del ministero degli Esteri. Il contingente italiano e' dotato anche di una rilevante componente aere costituita da velivoli C-130, caccia AMX (che non sono autorizzati a bombardare), aerei senza pilota Predator, elicotteri d'attacco Mangusta e da trasporto di vario tipo. Sul versante dell'addestramento, i militari italiani hanno costituito diversi Omlt, cioe' nuclei che seguono i soldati afgani in ogni loro attivita', anche quelle piu' pericolose sul campo, mentre i carabinieri sono impegnati nella formazione delle forze di sicurezza locali soprattutto nell'ambito della Nato Training mission Afghanistan.
Con il militare ucciso oggi a Shindand - il secondo morto del 2011 - salgono a 37 le vittime italiane dall'inizio della missione Isaf in Afghanistan, nel 2004.

Di questi, la maggioranza è rimasta vittima di attentati e scontri a fuoco, altri invece sono morti in incidenti, alcuni anche per malore ed uno si è suicidato.

Il 2010 è stato fino ad oggi l'anno più sanguinoso, con 13 vittime.

Ecco i nomi dei militari italiani morti dal 2004 ad oggi:

Caporal maggiore GIOVANNI BRUNO - 3 ottobre 2004

Capitano di fregata BRUNO VIANINI - 3 febbraio 2005

Caporal maggiore capo MICHELE SANFILIPPO - 11 ottobre 2005

Tenente MANUEL FIORITO e maresciallo LUCA POLSINELLI - 5 maggio 2006

Tenente colonnello CARLO LIGUORI - 2 luglio 2006

Caporal maggiore GIUSEPPE ORLANDO - 20 settembre 2006

Caporal maggiori GIORGIO LANGELLA e VINCENZO CARDELLA - 26 settembre 2006

Agente Sismi LORENZO D'AURIA - 24 settembre 2007

Maresciallo capo DANIELE PALADINI - 24 novembre 2007

Maresciallo GIOVANNI PEZZULO - 13 febbraio 2008

Caporal maggiore ALESSANDRO CAROPPO - 21 settembre 2008

Maresciallo ARNALDO FORCUCCI - 15 gennaio 2009

Caporal maggiore ALESSANDRO DI LISIO - 14 luglio

Tenente ANTONIO FORTUNATO, Sergente Maggiore ROBERTO VALENTE, Primo caporal maggiore MATTEO MUREDDU, Primo Caporal Maggiore GIANDOMENICO PISTONAMI, Primo Caporal Maggiore MASSIMILIANO RANDINO, Primo Caporal Maggiore DAVIDE RICCHIUTO - 17 settembre 2009

Caporal maggiore ROSARIO PONZIANO - 15 ottobre 2009

Agente Aise PIETRO ANTONIO COLAZZO - 26 febbraio 2010

Sergente MASSIMILIANO RAMADU' e caporalmaggiore LUIGI PASCAZIO - 17 maggio 2010

Caporal maggiore scelto FRANCESCO SAVERIO POSITANO - 23 giugno 2010

Capitano MARCO CALLEGARO - 25 luglio 2010

Primo maresciallo MAURO GIGLI e caporal maggiore capo PIERDAVIDE DE CILLIS - 28 luglio 2010

Tenente ALESSANDRO ROMANI - 17 settembre 2010.

Primo caporal maggiore GIANMARCO MANCA, Primo caporal maggiore FRANCESCO VANNOZZI, Primo caporal maggiore SEBASTIANO VILLE, Caporal maggiore MARCO PEDONE - 9 ottobre 2010

Caporal maggiore MATTEO MIOTTO - 31 dicembre 2010

Caporal maggiore LUCA SANNA - 18 gennaio 2011

Tenente Massimo Ranzani - 28 febbraio 2011

E' calata la notte, fredda e piovosa, sulla sventurata citta' di Christchurch nell'isola del sud della Nuova Zelanda, colpita oggi per la seconda volta in cinque mesi da un devastante terremoto, che ha infierito stavolta non di notte ma all'ora di pranzo, nel pieno di una giornata lavorativa, causando almeno 65 morti e decine di feriti. Elicotteri e gru hanno tratto in salvo sopravvissuti atterriti dai palazzi pericolanti, ma piu' di 100 sono ancora i dispersi, mentre la massiccia operazione di ricerca e salvataggio continua nella notte.

I soccorritori, affiancati dai militari, lavorano freneticamente per liberare decine di persone rimaste intrappolate negli edifici crollati. Il sisma di bassa profondita', di magnitudo 6,3 gradi Richter, ha colpito la citta' di 350 mila abitanti alle 12.51 locali (00.51 in Italia) a soli 5 km di distanza dal centro e ad una profondita' di appena 4 km, distruggendo gli edifici cittadini e interi sobborghi. Data la maggiore vicinanza alla citta' e la sua scarsa profondita' e' stato piu' distruttivo di quello di settembre che aveva una magnitudo di 7,1.

La scossa e' durata circa un minuto ed e' stata estremamente violenta, scuotendo gli edifici avanti e indietro ed e' stata seguita da costanti scosse di assestamento, alcune fino a magnitudo 5,6. Testimoni oculari hanno descritto la scena come ''orrenda'' e le immagini Tv hanno mostrato auto sepolte sotto le macerie, scene di disperazione, persone ferite confortate e aiutate ad allontanarsi per strada. Un numero imprecisato di passeggeri sono morti a bordo di due autobus rimasti schiacciati sotto le macerie.

Numerosi edifici storici sono distrutti ed e' crollata la guglia della cattedrale anglicana, precipitando nella piazza centrale della citta'. Le strade sono allagate dall'acqua che si riversa dalle condutture spaccate. Interrotte nell'80% della citta' le linee telefoniche ed elettriche. Rimane operativo l'ospedale centrale benche' danneggiato e per creare spazio molti pazienti sono stati trasferiti in altri ospedali dell'isola, che sono stati preparati ad accogliere le centinaia di feriti, mentre in alcune parti di Christchurch vengono allestiti ospedali da campo. Centinaia di persone trascorrono la notte al freddo nei parchi della citta'. L'aeroporto e' chiuso e i voli sono deviati sulla capitale Wellington.

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