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Venerdì, 19 Aprile 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ieri ha ricollocato altri 150 rifugiati detenuti nel Centro di Abu Selim, nella zona sud di Tripoli, presso il proprio Centro di raccolta e partenza (Gathering and Departure Facility/GDF) situato nel centro della capitale libica, al riparo dalle ostilità. Il Centro di detenzione di Abu Selim è uno dei tanti a essere stati colpiti dalle ostilità in Libia, fin dallo scoppio dei combattimenti nella capitale quasi due settimane fa. I rifugiati presenti nel Centro hanno riferito all’UNHCR di essere terrorizzati e traumatizzati dagli scontri e di temere per le proprie vite. 

Lo staff dell’UNHCR che ieri si è occupato di organizzare il ricollocamento ha riferito come gli scontri fossero in corso a circa 10 km di distanza e chiaramente udibili. Nonostante l’intenzione di ricollocare un numero ulteriore di rifugiati, lo staff dell’UNHCR ha dovuto desistere a causa del rapido inasprirsi dei combattimenti nell’area. L’UNHCR intende riprovare a mettere in pratica tale soluzione salva-vita non appena le condizioni sul posto lo consentiranno. “Mettere in salvo queste persone è una corsa contro il tempo. Il conflitto e il deteriorarsi delle condizioni di sicurezza ostacolano ogni in Libia. “È necessario trovare urgentemente soluzioni per le persone bloccate in Libia, fra cui evacuazioni umanitarie volte a trasferire i più vulnerabili fuori dal Paese”.

Fra i rifugiati ricollocati ieri, i più vulnerabili e bisognosi, vi erano donne e minori. Il ricollocamento è stato effettuato col sostegno di International Medical Corps, partner dell’UNHCR, e del Ministero dell’Interno libico. Questo ricollocamento costituisce il secondo trasferimento di persone organizzato dall’UNHCR da quando si è acuito il conflitto in Libia nelle ultime settimane. 

La settimana scorsa l’UNHCR aveva ricollocato più di 150 rifugiati dal Centro di detenzione di Ain Zara, anch’esso nella zona sud di Tripoli, al GDF, portando il totale di rifugiati qui accolti attualmente a oltre 400. Dopo il ricollocamento di ieri, restano oltre 2.700 rifugiati e migranti detenuti e bloccati in aree in cui gli scontri sono ancora in corso. 

Oltre alle persone rimaste ad Abu Selim, vi sono quelle negli altri Centri di detenzione in prossimità delle ostilità, fra i quali quelli di Qasr Bin Ghasheer, Al Sabaa e Tajoura. Le condizioni attuali nel Paese continuano a evidenziare che la Libia rappresenta un luogo pericoloso per rifugiati e migranti e che quanti fra essi sono soccorsi e intercettati in mare non devono esservi ricondotti. L’UNHCR ha chiesto ripetutamente che si metta fine alla detenzione di rifugiati e migranti. 

 

 

 

 

Il 16 aprile 2019 si terrà ad Europol la prima Conferenza Operativa sulle “strategie di contrasto alle organizzazioni criminali di tipo mafioso” con lo scopo di condividere le criticità emergenti nel contrasto alla criminalità organizzata mafiosa e l’individuazione di strategie comuni.


L’incontro, aperto alla stampa, si propone di affrontare le seguenti tematiche:
-   l’esigenza di una legislazione comune per il contrasto delle organizzazioni criminali di tipo mafioso, in quanto tali, a prescindere dal tipo di attività illecita condotta;
-   il contrasto delle suddette organizzazioni criminali quale nuova priorità per la sicurezza dell’U.E.;
-   il sequestro dei beni quale strumento di contrasto al fenomeno – normative in ambito UE e best practices.

Al fine di ottenere interessanti spunti di riflessione giuridica e suggerimenti da applicare nella pratica info-investigativa, parteciperanno rappresentanti del Parlamento Europeo, della Commissione Europea, della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo italiana e di Eurojust.

Alla Conferenza saranno presenti, inoltre, i rappresentanti dei Dipartimenti di Polizia criminale delle principali polizie europee e dei Paesi aderenti a Europol, preposti al contrasto delle suddette organizzazioni: Albania, Australia, Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Slovenia, Spagna, Svizzera, Ungheria e Stati Uniti d’America.

Per l’Italia interverranno il Direttore della DIA, Gen. D. Governale, il Direttore dello SCIP Gen. B. Spina, unitamente ai rappresentanti dei servizi investigativi centrali delle 3 Forze di Polizia (SCO, ROS e SCICO).

L’evento, si inserisce nell’ambito delle attività della Rete Operativa Antimafia “@ON - Operational Network”, istituita il 4 dicembre 2014, con Risoluzione del Consiglio GAI dell’Unione Europea, su iniziativa italiana a cura della Direzione Investigativa Antimafia.

La Rete Operativa Antimafia, si propone di potenziare la cooperazione transnazionale delle Forze di Polizia degli Stati Membri della UE contro i gruppi della criminalità organizzata.

Attualmente fanno parte della Rete @ON, unitamente alla DIA quale Project Leader per l’Italia, la Francia, la Germania, la Spagna, il Belgio, i Paesi Bassi, l’Ungheria, l’Austria e la Romania in collaborazione con Europol.

Al fine di raggiungere questo ambizioso obiettivo e finanziare le attività, con particolare riguardo alle missioni operative a supporto di indagini contro la criminalità organizzata transnazionale di matrice mafiosa, la DIA ha ottenuto un finanziamento diretto dalla Commissione UE (ONNET – 817618) per la durata di 24 mesi a decorrere dallo scorso 1 novembre 2018.

L’attività della Rete @ON ha recentemente consentito di ottenere brillanti risultati con l’operazione Per-Peco, grazie alla cooperazione tra le polizie di Belgio, Olanda, Italia, Francia e Regno Unito, che ha portato all’arresto in Belgio, Olanda e Francia di 61 persone ritenute responsabili di traffico internazionale di sostanze stupefacenti e tratta di esseri umani, tra cui un latitante colpito da mandato di arresto europeo dall’AG di Bologna.

Il Progetto, in più, tende a promuovere l’istituzione di una nuova priorità operativa nell’ambito dell’UE finalizzata al contrasto della criminalità organizzata di tipo mafioso.

In tale quadro, si invitano codeste testate giornalistiche a presenziare all’evento, al termine della quale si terrà una “press conference”, comunicando i dati dei partecipanti per i necessari accrediti presso Europol 

I risultati ottenuti nel corso dei lavori, consentiranno di stimolare anche le Istituzioni UE a promuovere normative ed indirizzi univoci in modo da supportare le attuali esigenze investigative, anche in prospettiva di una successiva Conferenza Operativa, prevista per il 2020.

 

 

 

Tra qualche mese si andrà a votare per rinnovare il parlamento europeo, quindi gli elettori dovranno pur sapere quello che succede nel nostro continente. Chissà se la questione Ucraina sarà argomento delle prossime elezioni. Non so quanti sanno che nel cuore dell'Europa, da qualche anno si combatte una guerra molto strana: da una parte ci sono i filo russi, che vogliono rimanere con la Russia di Putin, dall'altra chi  vuole l'Ucraina indipendente, ma che guarda all'Unione Europea.

Da qualche mese è uscito un interessante e documentato libro, «Ucraina. La guerra geopolitica tra Stati Uniti e Russia», pubblicato da Historica Edizioni(2019), gli autori sono Fabrizio Bertot e Antonio Parisi. Il libro è stato presentato il 19 marzo scorso in un noto locale di Torino alla presenza di un folto pubblico. Per l'occasione è intervenuto uno degli autori del libro, Fabrizio Bertot, Walter Maccantelli di Alleanza Cattolica e Maurizio Marrone consigliere comunale di Torino. La serata è stata moderata da Beppe Fossati, direttore di “Cronacaqui”.

L’Ucraina, per noi italiani ma anche per molti europei, è un po’ un oggetto misterioso. Ha avuto un po' di attenzione internazionale solo per i disordini e la complessità delle sue dinamiche politiche.

Ucraina in slavo antico significa confine, un termine appropriato per questo territorio. Oggi in Ucraina ci sono popolazioni diverse, sensibilità diverse, tendenze diverse, ed è diventato il terreno di competizione tra interessi economici contrastanti, la scacchiera dove si giocano partite tra est e ovest, spesso sulla pelle non solo dell’Ucraina ma di tutta l’Europa.

Nel 1 e nel 2 capitolo del libro si racconta la storia antica e recente dell’Ucraina, sconosciuta nell’Europa occidentale. Per certi versi secondo Bertot, si può dire che la sua storia “europea” dell'Ucraina inizi solo dopo il 1990, con la sua indipendenza. Subito si è notato che l’Ucraina era profondamente divisa tra Est e Ovest, tra Occidente e Russia, cosa che è stata confermata dalle campagne elettorali in cui si presentavano candidati filo-russi contrapposti a candidati filo-europei.

«Si tratta di una situazione complessa. In Ucraina non c'è in atto solo uno contro interno determinato da rivalità politiche tra partiti avversi ma, dietro al desiderio di autonomia e indipendenza da parte di regioni orientali sino a oggi appartenute al territorio ucraino, vi è un universo di interessi che determinano posizioni contrastanti anche a livello internazionale». E proprio questo nel libro viene descritto. I maggiori protagonisti interessati in questa area territoriale sono gli Stati Uniti, la Nato, l'Unione Europea, la Federazione russa e naturalmente la stessa Ucraina, che conta ben 40 milioni di abitanti. Per Bertot, per certi versi, «sembra di assistere a una sorta di riedizione della così detta 'guerra fredda' che nel secolo passato vide opporsi gli Usa e i suoi alleati della Nato alla coalizione dell'Urss affiancata dai Paesi aderenti al Patto di Varsavia». Certamente non sarà più come allora uno scontro ideologico.

Il libro è riuscito a fare un esame spassionato e imparziale della questione ucraina, attraverso una gran mole di documenti reperibili in rete e negli archivi delle istituzioni internazionali. «Proprio lo studio fatto sulle 'carte' e l'aiuto offerto dalle fonti giornalistiche porta a delle conclusioni sorprendenti: nella questione ucraina si è assistito e si continua ad assistere a condotte quanto meno azzardate, se non addirittura dilettantistiche, da parte di Paesi ed enti coinvolti». E qui Bertot accenna alla frase carpita alla segretaria di Stato del presidente Barack Obama, Victoria Nuland che nel gennaio del 2014, discutendo con l'ambasciatore americano in Ucraina, mandava a «farsi fottere l'Unione Europea». Altra vicenda abbastanza inquietante è la faccenda dei tre ministri non ucraini, immessi all'interno del governo. Una novità mai vista prima in Europa. Hanno preso la cittadinanza ucraina, concessa un giorno prima di essere nominati, dal presidente Poroschenko. Tutti e tre provenivano da università americane. Anche qui sembra esserci lo zampino di Soros.

Praticamente emergono troppe interferenze di fondazioni private che influiscono sulle politiche e le cancellerie dei vari Stati sulla questione ucraina. E qui gli autori del libro si chiedono che ruolo abbiano avuto le organizzazioni legate al finanziere ungherese George Soros.

Pertanto per capire l'Ucraina di oggi occorre studiare la storia del Paese. Riflettere sulla rivalità che da secoli oppone Mosca a Kiev. E' «una storia d'amore e odio tra madre e figlia»,  è il titolo del 2° capitolo. Una rivalità che ha un forte peso nell'Ucraina di oggi. Infatti, parte degli abitanti si sente più vicina a Mosca che a Kiev. Ecco perchè «la degenerazione di questi contrasti e l'accelerazione degli eventi sono sfociate in una vera guerra intestina». Tutto è iniziato alla fine dell'inverno del 2013, quando migliaia di ucraini si riunirono nella piazza contro il governo di Victor Yanukovych, che aveva rinunciato alla posizione filoeuropeista, davanti al parlamento, il cosiddetto Euromaidan.

Poi dopo con il governo di Petro Poroshenko, che a differenza del precedente, si è dichiarato vicino alle politiche europeiste di Bruxelles, l'Ucraina si spacca in due. Una parte della popolazione, prima in Crimea e dopo nelle regioni orientali, si sentono poco legati alla cultura europeista di Kiev, ma molto sensibili allo spirito della Santa Madre Russia. Tutto questo produsse la secessione della Crimea con un contestato referendum, il 13 marzo 2014, scelse di annettersi alla Federazione russa. Qui in particolare, Bertot, in qualità di osservatore del parlamento europeo, era presente e racconta dei fatti interessanti, soprattutto che riguardano i giornalisti e i media italiani. Subito dopo, le regione del Dombass e del Lugansk, molto vicine alla Russia di Putin, decidono di rendersi autonome da Kiev, autoproclamandosi repubbliche popolari. E così si arriva allo scontro anche allo scontro, tra i filorussi e i e i filoeuropei.

Il libro di Bertot e Parisi, in particolare nel capitolo 8°, prendono in esame i numeri della guerra, che non può essere definita “crisi”. Una guerra che secondo gli autori del libro, sarebbe più corretto chiamarla fratricida. Dal 2014 al 2017, la guerra in Ucraina ha comportato 10.225 morti tra militari e civili. I feriti sono stati 24.500. Naturalmente all'interno di questa guerra ci sono diritti violati da ambo le parti. Basta leggere il rapporto dell'Ufficio dell'Alto Commissario dell'Onu. Si parla di violenze, torture e arresti indiscriminati. «Il sangue versato fa sempre orrore e ancora di più lo fa se avviene come nel nostro caso in un contesto di guerra nel cuore del civilissimo continente europeo. In Ucraina si sta combattendo forse un tipo di guerra peggiore delle altre, perché non c'è guerra più difficile da far cessare di quella non dichiarata, proprio come questa».

Secondo alcuni osservatori in Ucraina potrebbe scoppiare il terzo conflitto mondiale.  Secondo Bertot, «Le premesse ci sono tutte: controllo delle risorse energetiche, predominio sull’Europa e sull’Asia, l’eterno contenzioso tra Usa e Russia, insomma. Basterebbe un incidente più grave degli altri a scatenare una serie di conseguenze imprevedibili».

Gli autori, per dare l'idea del tipo di guerra che si sta combattendo, elencano alcuni suicidi o incidenti, di uomini di governo ucraini, che ricordano molto da vicino, quelli dei tempi dei “suicidi di Stato” di sovietica memoria. Il testo fa riferimento anche alla composizione degli eserciti in campo. Ci sono i cosiddetti, mercenari, chiamati, “contractor”, un termine sfumato che significa guardia, vigilantes, scorta, c'è una buona colonia di italiani, che combattono da una parte e l'altra.

«Sembra di assistere, - scrivono Bertot e Parisi – a una riedizione della guerra civile spagnola», quando gli italiani erano presenti a fianco delle truppe falangiste del generale Francisco Franco e di quelli inquadrati nelle brigate internazionali repubblicane. C'è chi sta con Kiev e chi con le due repubbliche secessioniste. «Una guerra civile tra ucraini ma anche una guerra civile tra italiani». Fanno notare gli autori che ottant'anni fa in Spagna c'era una forte e netta divisione ideologica tra gli italiani, oggi, invece, in Ucraina, paradossalmente, gli italiani che combattono nei fronti opposti sono della stessa provenienza ideologica e cioè, la galassia fascistoide e persino nazional-socialista.

Ma nella lotta fratricida ucraina, c'è un altro elemento inquietante da segnalare: la divisione, la spaccatura, all'interno della Chiesa ortodossa. Da una parte c'è la Chiesa canonica Russa Ortodossa di Mosca, presieduta dal Patriarca Kirill, rappresentata in Ucraina dal metropolita Onufry, dall'altra  una neo costituita Chiesa Ortodossa Ucraina, non riconosciuta dalle altre Chiese Ortodosse, a cui capo c'è il metropolita Filarete, auto nominatosi Patriarca di Kiev. Naturalmente i fedeli appaiono lacerati, e disorientati. Pertanto esiste oltre al conflitto militare, economico, anche quello religioso.

Ultima considerazione, molto importante che riguarda in particolare il nostro Paese, è quello delle sanzioni economiche nei confronti della Federazione russa di Putin.

Per Bertot: «La questione delle sanzioni, volute dagli Usa e applicate supinamente dalla Ue e quindi anche dall’Italia, sono la dimostrazione dell’ottusità di questa politica: con le controsanzioni comprensibili di Mosca, chi è veramente danneggiato economicamente – e si parla di miliardi di euro – sono le economie europee, e non tutte: principalmente quella italiana, soprattutto per quello che riguarda il comparto alimentare. Non si capisce cosa aspetti il governo italiano per chiedere la revoca delle dannose – per noi – sanzioni…».

Infatti l'Italia, in questa riedizione della guerra fredda, gioca un ruolo centrale. E' stato ampiamente sottolineato nella serata torinese. E qui ecco l'argomento diventa attualità, visto che tra qualche mese si va a votare per l'Europa.  Sono tre le ragioni per cui il nostro Paese è condizionato dalle sanzioni emesse nei confronti della Russia. La 1 è che le sanzioni hanno determinato un grave danno alle esportazioni italiane verso la Russia. La 2a conseguenza è che l'Italia sta perdendo definitivamente il mercato russo, soprattutto per alcuni nostri comparti, come quello lattiero-caseario e quello agro-alimentare. Il mady in Italy in Russia è stato colpito definitivamente. Infine il 3° elemento riguarda l'aspetto inquietante della presenza delle centinaia di “mercenari” italiani combattenti nel territorio ucraino.

Si intravede un futuro per la risoluzione del conflitto ucraino? Per l'ex parlamentare europeo, «non si può che andare verso una soluzione federale, con est e ovest separati ma uniti in una repubblica, con una vasta dose di autonomia per le repubbliche del Donbass. Alla Crimea è chiaro che ci devono rinunciare, sanzioni o non sanzioni. Ma è veramente un peccato, perché negli anni a venire l’Ucraina potrebbe diventare veramente la Svizzera dell’Eurasia, se si ricompattasse.

La sua posizione strategica come poche, le sue infrastrutture, le sue risorse, le sua fabbriche, potrebbero fare del Paese un fecondo centro di scambi commerciali e finanziari fruibili da tutti gli attori della regione, dalla Russia all’Europa. Una legislazione commerciale e tariffaria adeguata poi potrebbe invogliare gli investitori internazionali a puntare sull’ex granaio d’Europa per i loro affari: ne beneficerebbero tutti e non vi sarebbero più contrasti. Il problema è rappresentato dalla classe dirigente politica ucraina, ancora acerba, o forse troppo smaliziata, che per adesso non saprebbe gestire una situazione come quella da me prefigurata».

 

 

 

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime profonda preoccupazione per l’intensificarsi degli attacchi nel Niger sudorientale che colpiscono tanto le comunità locali quanto i rifugiati. Si ritiene che circa 88 civili abbiano perso la vita per la recrudescenza delle violenze nel solo mese di marzo.

L’Alto Commissariato esprime sgomento per le crescenti sofferenze patite dalla popolazione col passare dei mesi dall’inizio del 2019: sono infatti riprese le violenze perpetrate da Boko Haram nei confronti delle forze dell’ordine nonché della popolazione civile nella regione di Diffa, vicino al confine con la Nigeria.

Dal 2015 il numero di persone costrette alla fuga nella regione di Diffa è cresciuto fino a quasi 250.000 unità e quasi la metà di queste sono rifugiati provenienti dalla Nigeria, precedentemente fuggiti a causa di attacchi simili per cercare rifugio oltre confine.

Gli attacchi più recenti hanno costretto alla fuga oltre 18.000 persone, molte di queste per la seconda o la terza volta, per cercare rifugio nella città di Diffa.

L’UNHCR attualmente collabora col governo del Niger e coi partner umanitari per assicurare assistenza: l’obiettivo è quello di ricollocare immediatamente circa 10.000 rifugiati dalle aree vicine alla frontiera nel campo rifugiati di Sayam Forage, a circa 45 km dal confine. Il campo accoglie già più di 15.000 rifugiati.

Inoltre, l’UNHCR sta sostenendo il governo nella ricerca di soluzioni alternative per le altre persone in fuga e fortemente vulnerabili, che necessitano con urgenza di assistenza umanitaria e di tornare a vivere in condizioni di sicurezza.

L’UNHCR ha mobilitato lo staff specializzato in supporto psicosociale per rispondere alle esigenze più urgenti degli ultimi arrivati, profondamente traumatizzati, in particolare donne e bambini.

I più recenti episodi di violenza avrebbero costretto le persone a fuggire oltre confine per cercare rifugio in Nigeria, recandosi in città quali Damasak e Maiduguri. Fuggono dalle crescenti condizioni di insicurezza della regione di Diffa, oltre che spinti dalla necessità di ricevere assistenza umanitaria.

Nonostante le tensioni dovute all’assenza di sicurezza nella regione, l’UNHCR continua a collaborare con le autorità e i propri partner per garantire supporto ai rifugiati e alle comunità di accoglienza, nonché per implementare progetti di sviluppo e di ripresa a lungo termine nella regione di Diffa. Il governo del Niger ha lanciato da poco un progetto di assistenza da 80 milioni di dollari USA, in collaborazione con la Banca Mondiale e l’UNHCR.

Intanto la Fondazione Milan ha deciso di sostenere “Sport come terapia”, il progetto di UNHCR che permetterà ai rifugiati evacuati in Niger dalla Libia di praticare attività sportive con funzioni terapeutiche mirate al superamento dei traumi vissuti. Fondazione Milan ha, infatti, generosamente finanziato la costruzione di aree ricreative e sportive all’interno di un centro di accoglienza in fase di realizzazione a Niamey, in Niger. In particolare, grazie al finanziamento, saranno realizzati un campo da calcio dotato di tribune, un campo da basket e uno da pallavolo e pallamano.

I beneficiari del progetto sono principalmente rifugiati provenienti dal Corno d’Africa che UNHCR ha evacuato dai centri di detenzione in Libia. Si tratta di persone vulnerabili, prevalentemente giovani, che hanno subito violenze e torture. Molti fra loro presentano le conseguenze di profondi traumi, per questo l’obiettivo del programma è di aiutarli, attraverso lo sport, a socializzare e recuperare fiducia e autostima.

“Fondazione Milan da quasi 10 anni è uno dei nostri principali donatori,” commenta Laura Iucci, Direttore della Raccolta Fondi di UNHCR Italia. “L’impegno di Fondazione Milan ha generato un impatto concreto e positivo nella vita di migliaia di rifugiati, soprattutto per i bambini. Siamo inoltre molto felici e fieri di questa nuova collaborazione che ci auguriamo possa aiutare tanti rifugiati a lasciarsi alle spalle i traumi subiti e che favorisca una loro migliore integrazione sociale”.

“Lo sport esprime il più alto dei suoi valori quando porta i giovani a stare insieme e a sorridere,” ha dichiarato Paolo Scaroni, Presidente di Fondazione Milan. “Con un campo di calcio o un campo di basket possiamo aiutare chi è rimasto indietro. Questa metodologia è la base del lavoro di Fondazione Milan, per sviluppare iniziative concrete in cui lo sport genera benessere, equità e inclusione sociale. I rifugiati hanno il diritto di poter guardare con speranza al futuro. Siamo a fianco di UNHCR per questo”.

“L’attività sportiva permette ai nostri beneficiari di socializzare e di sviluppare al meglio il loro potenziale e le loro qualità umane, rafforzando al contempo la capacità di dialogo e lo spirito di collaborazione e favorendo una piena integrazione sociale,” spiega Alessandra Morelli, Rappresentante UNHCR in Niger. “Per questo siamo davvero grati a realtà come Fondazione Milan che ci sostengono nel nostro lavoro che mira a riaffermare la dignità della persona”.

Ben consapevole dell’importanza dello sport per il benessere individuale e la coesione sociale, Fondazione Milan è a fianco di UNHCR dall’estate del 2010. Nel biennio 2014 – 2015 la onlus rossonera ha finanziato un importante progetto legato allo sport dedicato ai bambini rifugiati siriani in Libano e nel 2016 ha garantito a 90 bambini siriani rifugiati in Libano l’accesso a scuola.

Il Niger ha messo la solidarietà al centro della sua azione politica. Dalla fine del 2017, collabora con UNHCR al Meccanismo di Transito di Emergenza (ETM), un programma che mira a fornire assistenza salvavita attraverso l’evacuazione temporanea dei rifugiati dai centri di detenzione libici in attesa di essere reinsediati in paesi terzi.

Ad oggi, sono state già evacuate dalla Libia oltre 3.000 persone, di cui più di 2.600 in Niger.

 

 

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, chiede di intensificare gli sforzi per rispondere ai pericoli e alle conseguenze di lungo termine delle mine presenti nell’Ucraina orientale, una delle aree in assoluto più contaminate dalla presenza di tali ordigni che continuano a essere occultati nel terreno durante il conflitto in corso. Secondo il governo ucraino tale conflitto ha già causato la fuga di circa 1,36 milioni di persone.

Vent’anni dopo l’adozione della Convenzione per la proibizione delle mine antiuomo, conosciuta anche come Trattato di Ottawa, e alla vigilia della Giornata internazionale per la sensibilizzazione e l’assistenza all’azione contro le mine che si celebrerà questa settimana, il 4 aprile, l’UNHCR oggi intende richiamare l’attenzione sulla terribile minaccia derivante da mine, residui bellici esplosivi e ordigni esplosivi improvvisati in Ucraina.

È fondamentale che il governo, le organizzazioni umanitarie e tutte le parti coinvolte nel conflitto intensifichino gli sforzi per agire contro le mine in Ucraina. Il rapporto annuale Landmine Monitor 2018 riferisce che l’Ucraina è al terzo posto nel mondo per il numero complessivo di vittime, dopo Afghanistan e Siria, e che le mine e i residui bellici esplosivi continuano a uccidere o a causare feriti.

Come nel resto del mondo, sono i civili a essere particolarmente a rischio. Come tutti i pericoli che costringono a fuggire da un conflitto, anche la contaminazione da mine costituisce un serio pericolo per i rifugiati e gli sfollati interni che intendono tornare nelle proprie case.

Nell’Ucraina orientale, la contaminazione da mine riguarda oltre due milioni di persone, limita la libertà di movimento e costituisce una seria minaccia per i civili che si spostano dalle aree controllate dal governo a quelle a cui tale controllo non è esteso.

La presenza di mine e ordigni inesplosi comporta la difficoltà, o a volte l’impossibilità, di riparare infrastrutture essenziali danneggiate dai bombardamenti, quali le stazioni per l’erogazione dell’acqua che riforniscono migliaia di persone nell’Ucraina orientale. La contaminazione da mine colpisce inoltre le coltivazioni e i mezzi di sostentamento, e ostacola l’accesso agli istituti scolastici e alle strutture sanitarie.

Le autorità nazionali ucraine stimano che circa 7.000 km quadrati di aree controllate dal governo a Donetsk e Luhansk siano contaminati, ma non è chiaro quale sia l’estensione totale. Nelle aree non controllate dal governo la situazione sarebbe particolarmente grave.


Il governo ucraino ha intrapreso misure positive adottando la Legge sull’azione contro le mine (Mine Action Law), entrata in vigore il 25 gennaio, oltre a una serie di Standard nazionali per l’azione contro le mine (National Mine Action Standards) per le organizzazioni che effettuano gli interventi di bonifica, sulla base delle buone prassi internazionali, entrate in vigore dall’1 aprile. Ora è necessario raccogliere una quantità adeguata di fondi per implementare le disposizioni della legge.

L’UNHCR ribadisce quanto sia importante ampliare la portata del programma di assistenza alle vittime delle mine per assicurare una copertura inclusiva di tutte le persone colpite, in linea con la politica delle Nazioni Unite in materia di assistenza alle vittime delle mine (Policy on Mine Victim Assistance). Attualmente, secondo la legge ucraina sull’azione contro le mine, solo le persone di età inferiore ai 18 anni hanno diritto di ricevere assistenza finanziaria. La policy delle Nazioni Unite prevede che l’assistenza alle vittime delle mine includa la raccolta dati, le cure mediche, e la riabilitazione fisica e di altro genere, incluso il supporto psicosociale.

Come misura preventiva, è essenziale che a tutti i minori e agli adulti nell’Ucraina orientale venga insegnato a individuare le mine e i residui bellici esplosivi e a evitare o ridurre i rischi derivanti.

I partner umanitari impegnati nell’azione contro le mine in Ucraina hanno cominciato ad assumere e formare donne nelle posizioni adibite allo sminamento e, alla fine del 2018, esse costituivano circa il 20 per cento del personale addetto. Molte donne provengono da villaggi contaminati da mine e stanno lavorando per migliorare le condizioni di sicurezza e il futuro dell’economia delle proprie comunità.

In molte zone colpite dai conflitti in tutto il mondo, rifugiati e sfollati interni sono particolarmente vulnerabili alla minaccia delle mine: che stiano fuggendo da, attraverso o verso aree contaminate, questi pericoli continuano a uccidere, ferire e traumatizzare individui e comunità.

Le mine costituiscono, inoltre, un ostacolo serio alla possibilità di fare ritorno nelle proprie terre in condizioni sicure e dignitose, esponendo in tutto il mondo a pericoli enormi le persone in fuga che intendono tornare nei propri Paesi e inibendo gli sforzi collettivi volti a ricostruire le comunità al termine dei conflitti.

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