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Mercoledì, 28 Giugno 2017

In occasione di un recente incontro con Domenico Pisana, teologo morale, poeta, scrittore e saggista, ho avuto l’immediata sensazione di trovarmi dinanzi ad un autentico intellettuale, di pregiata levatura culturale e morale con il quale si può parlare di tutto, ma proprio tutto.

In un’epoca in cui il rapporto umano viene sempre meno, a vantaggio della comunicazione virtuale, la quale seppur comoda grazie alla sua immediata ed illimitata fruibilità, pone implicazioni da non sottovalutare, a volte capita di trovare notizie inesatte, in particolare nell’ambito della carta stampata e la tendenza media è quella di non andare a verificare, poiché tutto scorre troppo in fretta, ivi compresa l’informazione.

Sarebbe opportuno ridimensionare l’approccio con la tecnologia, forse siamo andati troppo avanti. Alla luce delle considerazioni di cui sopra, credo davvero di sognare quando ci si trova in situazioni  in cui il rapporto umano è diretto e finalmente si torna a dialogare, cosicché il confronto dialettico si trasforma in arricchimento umano e culturale, come in questo caso.

A proposito delle moderne tecnologie Domenico Pisana afferma: Oggi internet, a parte i suoi rischi e pericoli,  si è trasformata in una vasta area del sapere che contribuisce ad arricchire il livello culturale della nostra epoca. Il problema, a mio parere, è quella della qualità della cultura, degli approcci al fenomeno culturale in genere; la mia preoccupazione è che si stia tecnocratizzando  tutta l’esistenza  dell’uomo contemporaneo, a discapito di un umanesimo valoriale. La tecnologia è utile alla cultura se non fa perdere all’uomo la sua “humanitas” ; diversamente  rischia di farlo diventare un “robot”.

Domenico Pisana ha conseguito il Dottorato in Teologia Morale presso l’Accademia Alfonsiana della Pontificia Università Lateranense di Roma ed è stato docente formatore presso l’ADR, Associazione nazionale dei Docenti di Religione. A Ragusa ha insegnato Etica Professionale, Morale Fondamentale e Bioetica e attualmente  insegna Teologia Morale nella Scuola Teologica di base della Diocesi di Noto.

Inoltre, è giornalista e Direttore responsabile dell’emittente radiofonica Radio Trasmissioni Modica, del quotidiano on line RTM e negli anni ’80 ha svolto attività giornalistica presso la TV  Video Mediterraneo, dove ha curato diverse interessanti rubriche e successivamente è stato Direttore responsabile del quotidiano della Diocesi di Ragusa INSIEME, mentre nel 1995 ha fondato il giornale di attualità cultura ed informazione PROFESSIONE IR;  è anche membro dell’ATISM, Associazione teologica Italiana per lo Studio della Morale.

Nel suo percorso professionale, ha anche collaborato con numerose riviste di Letteratura e Teologia ed è il  Presidente del Caffè Letterario Salvatore Quasimodo di Modica; svolge cicli di lezioni in corsi di formazione pedagogico-didattica, seminari di studi e conferenze in convegni su temi di letteratura e teologia, con studi ed approfondimenti su S. Quasimodo, E. Montale e sulla poesia dialettale e religiosa.

In quasi un trentennio di fiorente attività letteraria ad aulici livelli, si sono occupati di Domenico Pisana la rivista di Letteratura greca Pancosmia Sunergasìa, l’Antologia poetica Romanta  in italiano, inglese, francese e tedesco, gli autori Irena Burchacka e Anna Sojka che hanno tradotto in polacco  l’opera teologica  di Pisana  Sulla tua parola getterò le reti, tradotta anche integralmente in versione spagnola da Augusto Aimar; ed ancora, hanno scritto di Domenico Pisana  il poeta e critico letterario rumeno Geo Vasile, che ha tradotto il suo saggio su Quasimodo e  la poetessa Floriana Ferro che ha effettuato la  traduzione del suo recente volume Odi alle dodici terre. Il vento, a corde, dagli Iblei, nonché Renato Civello, Piero Cruciani Antinori, Anna Maria Ferrero, Felice Ballero, Graziella Corsinovi, Pietrangelo Buttafuoco, Gaetano De Bernardis, Maurizio Soldini, Ninnj Di Stefano Busà, Niccolò Carosi, Dalmazio Masini, Corrado Calvo, Salvatore Borzì e tanti altri autorevoli nomi della cultura.

Le sue poesie sono state inserite in numerose antologie. Egli, eclettico studioso ed artista, ha pubblicato su vari versanti, dalla poesia alla critica letteraria, dalla teologia all’etica e alla didattica, dalla storia alla politica, portando avanti un’intensa attività che spazia fra le varie accezioni delle Arti letterarie. Diverse sue opere sono state tradotte in lingue straniere.

Nel suo percorso professionale noto che è stato docente di Etica Professionale e che attualmente insegna Teologia Morale nella scuola teologica di base della diocesi di Noto.  Vorrebbe parlarmi dell’impatto e delle reazioni medie dei discenti dinanzi a materie fondamentali  come quelle che lei  insegna?

La disciplina oggetto del mio insegnamento riguarda sicuramente una sfera importante della vita sociale, ossia la morale. L’etica professionale l’ho insegnata nell’ambito dei corsi di studi per infermieri professionali, mentre i corsi di Teologia Morale che tengo nella diocesi di Noto hanno come destinatari persone adulte, generalmente persone credenti,  che svolgono studi teologici. Direi che l’impatto con i temi etici è molto sentito, atteso che  la Teologia Morale è una disciplina che tocca, oltre a temi strettamente di carattere religioso, anche argomenti riguardanti la Dottrina sociale della Chiesa in materia di etica e politica, economia, lavoro, diritti umani, ambiente, problematiche di bioetica  e della famiglia, ove la visione dell’uomo ha una sua specificità che mira a dare un contributo critico di riflessione alla costruzione della vita sociale. Certo, è  un  insegnamento che mi consente di interagire in modo costruttivo e  dialettico  con tutte le dimensioni del pluralismo etico contemporaneo.   

Il poeta Salvatore Quasimodo, con il quale condivide le origini modicane, oltre ad essere un esponente di chiara fama dell’Ermetismo, ha tradotto testi classici greci ed opere teatrali di grandi autori stranieri. Nella sua poetica emerge prepotente una certa angoscia esistenziale, dovuta al forzato  allontanamento dalla sua amata Terra d’origine. Secondo lei, quanto ha influito questo fattore nella formazione espressiva dell’artista?

Quasimodo amava molto la sua Terra, la Sicilia, che trova ampio respiro nei suoi versi; c’è una presenza di luoghi, di voci, di odori e di sapori molto ricca in tutta la sua versificazione. Ma ci sono anche alcune lettere, a volte polemiche,  che riporto ed analizzo  nel mio libro Quel Nobel venuto dal Sud. Salvatore Quasimodo tra gloria ed oblio, che dimostrano il suo dispiacere per  il distacco e come egli fosse molto legato alla Sicilia.  Penso alla lettera  del 1951, inviata  a Don Primo Mazzolari, pubblicata come “lettera aperta” dal giornale L’Unità e che  prende spunto da due versi della lirica Lamento per il Sud. I versi in questione recitano (…)più nessuno mi porterà nel Sud, un lamento d’amore senza amore; versi interpretati da don Primo Mazzolari come disaffezione di Quasimodo per le radici di origine e come distacco da quel Sud sempre bistrattato e umiliato. Mazzolari rimprovera Quasimodo per aver abbandonato la Sicilia a favore delle terre e i fiumi della Lombardia. Quasimodo non ci sta e  risponde dicendo che i suoi versi sono stati interpretati malamente; dice a don Mazzolari  che nei suoi versi egli non canta l’abbandono del Sud e della sua terra, non rifiuta le sue origini, ma esprime un sentimento di rimpianto per la lontananza dal quel mondo nel quale ha vissuto parte della sua vita. Quando in Lamento per il Sud, il poeta afferma: Ho dimenticato il mare, la grave/conchiglia soffiata dai pastori siciliani/le cantilene dei carri lungo le strade… Ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru… Più nessuno mi porterà nel Sud…, egli non intende consumare il rito di una rottura col passato, né prendere le distanze dal suo mondo originario; piuttosto vuole portare l’attenzione del lettore verso il suo disagio interiore per il fatto di non vivere più in quella terra ove il carrubo trema nel fumo delle stoppie e nell’aria dei verdi altipiani volteggiano gli aironi.

Quasimodo giudica il discorso di Primo Mazzolari “retorico” e immerso in “un’onda oratoria”, in quanto ipotizza una sorta di assemblaggio di uomini ed intellettuali del Sud (poeti, pittori, sacerdoti) invitati ad intraprendere una specie di crociata sociale protesa alla realizzazione di opere pubbliche: strade, scuole, acquedotti. Il Nobel siciliano rintuzza la proposta con un alito di risentimento, affermando: E proprio a me scrive queste cose, che in Calabria e in Sardegna, ho costruito strade, ponti, scuole, case per il popolo, per dodici anni della mia giovinezza, vivendo in mezzo agli operai, alla povera gente…..

L’autodifesa di Quasimodo è un’attestazione di impegno proclamato e vissuto, è la testimonianza di una presenza sociale e di una condivisione dei problemi della gente, che evidenzia una coscienza critica e un sentimento di passione per il Sud. Egli rimarca la sua identità e sicilianità: emblematica è, infatti, l’affermazione con cui si definisce terrone che vive alla giornata ... dopo quindici anni di vita lombarda.

Proprio in queste parole risiede la verità del sentimento quasimodiano, che si essenzializza in quel “lamento” della lirica mal compresa da Mazzolari. È il lamento dell’uomo sradicato dalla sua Terra; è il lamento di colui che conosce le differenze tra il Nord e il Sud; è il lamento di colui al quale la vita lombarda non ha impedito di rimanere quel “terrone” del Sud, che grida dovunque la sorte d’una patria.

Lei svolge cicli di lezione e corsi di formazione pedagogico-didattica, seminari di studi e conferenza nell’ambito di convegni che vertono su temi inerenti la letteratura e la teologia, con studi su Quasimodo e  Montale. Qual è il suo pensiero in merito alla corrente filosofico-letteraria che ha accompagnato il loro percorso artistico?

La sua domanda , specie, nella seconda parte, richiederebbe ragionamenti che lo spazio non ci consente di poter fare; pertanto, dovendo fare una scelta di campo, mi limito solo a delle considerazioni in ordine a Quasimodo e ai suoi rapporti con la scuola ermetica. Certamente, l’ingresso di Quasimodo nella letteratura ufficiale ebbe il suo “placet” da parte di grandi intellettuali del tempo, quali Montale, Ungaretti, Solmi, Anceschi, Bo, Oreste Macrì, che avevano espresso giudizi positivi sulle sue opere.

Montale, ad esempio, recensì Acque e terre con parole di elogio, mentre fu proprio Oreste Macrì a coniare quella espressione di “poetica della parola” in cui la produzione quasimodiana venne inquadrata.

Quasimodo entrò, dunque, sulla scena della poesia con grande consenso critico e, soprattutto, con un successo decretato dal fatto che era riuscito, in piena guerra, a moltiplicare le edizioni del suo Ed è subito sera (tre edizioni fino al febbraio del 1944, dieci fino al febbraio del 1960), nonché a ricevere apprezzamenti a livello internazionale. È rilevante, pertanto, il fatto che Quasimodo trovi, negli anni ‘30, una grande accoglienza nel mondo letterario, che diventa più consistente negli anni ‘40 all’interno della scuola ermetica,  fino a tradursi in un incondizionato successo popolare nell’immediato dopoguerra e in stima e apprezzamento internazionali, sino alla candidatura al Premio Nobel per la Letteratura nel 1959.

La poesia di Quasimodo, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, si apre successivamente  a nuovi sviluppi ed entra nell’orizzonte della cosiddetta poesia “engagée”, cioè poesia impegnata, poesia sociale. Non avviene una svolta, che i suoi detrattori e amici  considerarono una sorta di tradimento alla poesia ermetica, ma ci fu un’intuizione di Quasimodo come figlio del suo tempo.  Egli, a differenza di altri poeti ermetici, percepì che la poesia non poteva stare chiusa nella sua torre d’avorio e nelle sue allusività ermetiche, ma occorreva aprirla alla storia; il poeta non poteva solo declamare bellezze dentro il suo lirismo, quindi, non fu una questione di opportunità o di artificio etico, come dissero i suoi nemici, ma un’esigenza che scaturiva dal fatto che una guerra aveva lasciato danni sociali ed umani.   

Io credo che esista, invece, un “continuum” tra il Quasimodo ermetico e il secondo Quasimodo, una continuità che mette in discussione anche l’idea di una “svolta. L’ispirazione sociale ed etica, di cui è imbevuta la parola poetica quasimodiana, non è assolutamente in contrasto con la parola poetica delle prime raccolte; occorre, infatti, distinguere tra la “parola poetica ad intra” e “la parola poetica ad extra”. Semmai, il problema è del linguaggio e dello stile che contengono “la parola poetica”, linguaggio e stile che, certamente, non possono non risentire dell’evoluzione del contesto storico nel quale si colloca la poesia stessa.

Ritengo che sia fuorviante parlare, riguardo a Quasimodo, di apostasia o di rinnegamento dell’esperienza poetica iniziale; piuttosto, c’è, nel poeta, il bisogno di una “estensione” della parola, di un suo pieno completamento nell’incontro con la vita e la storia reale dell’uomo, pena la stanchezza e il rischio di trovarsi ingabbiato in una forma di “nominalismo” ove il cuore stenta ad elevare il suo canto più autentico e vero: (…) Le parole ci stancano, / risalgono da un’acqua lapidata; / forse il cuore ci resta, forse il cuore… (Forse il cuore, in Giorno dopo giorno).

È come se, d’un tratto, si fosse risvegliata in Quasimodo la necessità di fare uscire dalla struttura ermetica e polivalente della sua interiorità ed intimità l’io poetante, facendolo incontrare con le vicende italiane accadute durante la seconda guerra mondiale.

Quando Quasimodo, nella lirica Alle fronde dei salici, con accenti e immagini bibliche che richiamano il salmo in cui gli Ebrei si rifiutarono di cantare in terra straniera il cantico del Signore, esprime sconforto e dolore per il dramma del proprio tempo; egli non si diletta in un artificio letterario, ma si incarna realmente nella vita degli uomini violentati dalla guerra. E il suo poetare, arricchito di socialità e impegno etico, si rimodula con nuove tecniche formali, ove l’ermetismo non scompare, ma continua a vivere in quel gusto per l’analogia ellittica, come emerge da alcuni versi stessi della lirica: (…) sull’erba dura di ghiaccio, al lamento / d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero/ della madre che andava incontro al figlio /crocifisso sul palo del telegrafo…

Quando Quasimodo descrive la Milano del 1943, (Milano, agosto 1943) devastata dai bombardamenti, prostrata e morta…., morta…, morta…, come, in modo ossessivo, ripete, non ci sembra egli voglia fare sfoggio di “eloquenza civica” o dilettarsi in una “macabra erudizione” a sfondo bellico, quanto, piuttosto, innalzare un grido di disperazione di fronte alle macerie e ai morti che avevano trasformato la città in un desolato cimitero. Egli non solo si fa interprete di coloro che hanno subito una tremenda devastazione, ma anche voce di condanna ad ogni forma di guerra e di violenza che lacera l’umanità. In situazioni storiche simili ci viene alquanto difficile pensare ad un opportunismo quasimodiano e ad un suo intervento dal “piglio oratorio”.

Sempre in linea con la domanda precedente, cosa pensa, invece, della  poesia dialettale e religiosa?

Un equivoco dal quale bisogna uscire, quando parliamo di poesia, è quello di pensare che la poesia  dialettale sia figlia di un dio minore. Non è così. Alcuni fra i maggiori poeti del Novecento sono stati poeti in dialetto, come il milanese Delio Tessa, i veneti Giacomo Noventa e Biagio Marin, come lo stesso Pasolini che fu uno dei primi a scrivere in dialetto. Io, comunque, vorrei rifermi di più alla poesia dialettale siciliana.

Perché la poesia dialettale  non è figlia di un dio minore! Perché  è  ben noto a tutti  che fin dall’ottavo secolo a.C.  la Sicilia è stata crocevia di lingue e culture, è stata luogo di invasori dagli idiomi più diversi: Greci, Fenici, Cartaginesi, Unni, Vandali germanici, Goti di Svezia, Arabi, Bizantini, Normanni. Ed ancora: Romani,  Angioini,  Aragonesi,  Spagnoli , Austriaci, Borboni,  Francesi. È facile, quindi, capire in che misura, attraverso questi influssi, la lingua siciliana possa essersi sviluppata arrivando ad essere quella che si parla e si scrive oggi. Basta solo qualche esemplificazione per rendersi conto come tali influenze siano state rilevanti e significative.

E così  l’ espressione siciliana “antura”(poco fa)  non è altro che il latino “ante horam” e che il termine “allippatu”(scivoloso) corrisponde al “lipos” greco; il termine “travagghiari” (lavorare) corrisponde al francese “travailler” e la  “pignata”(pentola) non è altro che lo spagnolo “pinada”.

Tutto questo è sintomatico di come il dialetto siciliano si sia dotato di uno statuto speciale rispetto agli altri dialetti, vista la sua lunghissima storia che l’ha arricchito e condotto al rango di lingua e non più di dialetto. Purtroppo, già agli inizi del ‘900 si registrava una sottovalutazione della lingua siciliana, considerata di basso livello rispetto alla lingua italiana; fortunatamente, grazie ai poeti siciliani, tra i quali in prima fila Ignazio Buttita, Giovanni Meli e Alessio Di Giovanni, cui si aggiungono  altri poeti dialettali siciliani della prima e della seconda metà del Novecento, si è riusciti a non far dimenticare che la parlata siciliana rimane una via di mezzo fra lingua e dialetto e che  dal punto di vista linguistico ha tutte le caratteristiche per essere considerata una lingua a pieno titolo, visto che è stata la prima lingua letteraria italiana che  ha la  propria grammatica ed il proprio vocabolario e che , altresì, è  una lingua arricchitasi attraverso gli  idiomi dei popoli che l’hanno abitata per secoli, come gli esempi precedentemente riportati hanno evidenziato.

Grazie, dunque, ai nostri poeti siciliani del primo Novecento, ma anche a quelli della nostra contemporaneità,  la poesia dialettale continua ad avere in  sé il fascino onirico e la semplicità del cuore del nostro popolo siciliano, che è un popolo con un ethos religioso  ricco di fede, anche se a volte viziato da folclore. Un patrimonio religioso che si  trova specchiato in tanta poesia siciliana.   C’è il tentativo da parte di  alcuni poeti dialettali di muoversi nella direzione di una Koiné siciliana comune, ma questa è una scelta in prospettiva  e forse difficile da praticare perché presenta il rischio, a parere di molti, di  snaturare  l’identità delle singole parlate dialettali di area geografica.

Del resto,  un  dialetto non  è il semplice uso di una lingua, ma   è l’espressione testimoniale del pathos di un’identità  territoriale con le sue peculiarità, è un “linguaggio” detto in una situazione di vita, è uno scandagliare le  radici e un rivisitare un mondo che  appartiene alle singole realtà geografiche-situazionali; il dialetto siciliano  è l’anima di un popolo,  è ciò che  dà libertà ad un popolo, proprio come cantava Ignazio Buttitta:  un populu diventa poviru e servu quanno ci arrobanu a lingua adduttata di patri:-è persu pi sempri  ( un popolo diventa povero e servo quando gli rubano la lingua dei propri padri: è perduto per sempre).

Al di la delle scuole di pensiero sulla koinè siciliana, io credo che ciò che più  conta è che la sicilianità sia conservata e valorizzata come un’identità storica, culturale, linguistica. E se ce ne fosse di bisogno per evitare di dimenticare tutto questo, basta avere sempre presente le belle parole che usa Dante nella sua opera  De Vulgari Eloquentiae, lì dove affermava che  tutto ciò che gli italiani poeticamente componevano si chiamava siciliano (…) iI volgare siciliano acquistò fama prima e innanzi agli altri per il fatto che molti poeti indigeni poetavano in siciliano e per il fatto che la corte aveva sede in Sicilia è accaduto che tutto ciò che si è prodotto di poetico prima di noi fu detto siciliano; denominazione che anche noi qui manteniamo e che nemmeno i posteri potranno mutare.

Da notare l’affermazione dantesca nemmeno i posteri potranno mutare, affermazione che evidenzia  la forza e il peso specifico di una lingua destinata ad essere, nonostante tutto, immortale.

Vorrebbe spiegare in breve ai nostri lettori i contenuti della sua opera  Quel Nobel venuto dal Sud  Salvatore Quasimodo tra gloria ed oblio?

Il mio  saggio su Quasimodo, che è stato anche tradotto in rumeno dal poeta e critico letterario Geo Vasile, ha voluto rimettere in discussione il  giudizio della critica letteraria, che si è snodato su due linee di movimento diverse, che hanno condotto a risultati contrastanti e, a mio parere, viziati da pregiudizi mentali e “pre-comprensioni ideologiche”.

La finalità del mio lavoro è stata quella di rimettere in movimento l’immagine di questo “Nobel venuto dal Sud”, attraverso l’analisi di alcuni suoi testi poetici, di alcune lettere e discorsi, scelti in libertà. È “dai testi, infatti, che ho preferito arrivare a delle conclusioni ed è “nei” testi che è possibile scorgere la fragilità e la grandezza di questo poeta, il quale, nella gloria e nella gogna, ha fatto parlare molto di sé e, pertanto, non può essere consegnato all’oblio.

Quasimodo va oggi letto perché la sua poetica contiene molti elementi universali  che si ripropongono in ogni tempo. Mi viene da pensare, solo per fare un esempio, alla poesia Uomo del mio tempo, che è straordinariamente attuale. Quasimodo scrive: O uomo, sei rimasto quella della pietra e della fionda! Ebbene, l’uomo oggi è arrivato sulla luna, ha conosciuto un grande progresso economico, ha raggiunto livelli di conoscenza straordinari a livello scientifico, tecnologico, telematico; ma la grande crisi morale, etica e culturale che sta attraversando l’Europa contemporanea, ci conferma che l’uomo, a livello morale e spirituale, sembra essere ancora quello della pietra e della fionda; si è abbrutito ancor più perché sono caduti molti valori morali e il relativismo, la liquidità profetizzata da Bauman si è avverata. L’eredità che ci lascia Quasimodo è sempre riconducibile al suo messaggio, che ci avverte quanto sia importante non perdere di vista il valore della persona, minacciata dalla solitudine e dalla incomunicabilità che non la rendono felice. E direi che la sintesi della sua eredità e proprio in quei versi-capolavoro che lo hanno reso noto a livello mondiale  Ognuno sta solo / sul cuor della terra /trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera. 

Le sue pregevoli opere sono state tradotte in varie lingue, fra le quali lo spagnolo, il polacco, il rumeno. La letteratura italiana è giustamente apprezzata nel mondo?

Il mio percorso letterario vede una  consistente  produzione.  Ho pubblicato con editori di caratura nazionale ed internazionale, come la San Paolo, la SEI,  le Edizioni del Rinnovamento, la Inumea di Bucarest, la San Pablo di Bogotà, la Casa editrice polacca 4 KP di Varsavia,  ma anche con medie e piccole case editrici. Ho pubblicato, fra l’altro, 10 volumi di poesie, di cui sette racchiusi nell’Opera antologica Poesie, parole oltre il tempo del 2013, e  l’ultima , Odi alle dodici terre. Il vento a corde dagli iblei, che porta la prefazione dello scrittore Pietrangelo Buttafuoco e che contiene all’intera 30 opere del noto pittore M° Piero Guccione del Gruppo di Scicli, è uscita nel dicembre del 2016 con una traduzione in inglese della poetessa Floriana Ferro.

Debbo dire che tra le mie opere teologiche e letterarie, le più  apprezzate sono state  Sulla tua parola getterò le reti ( in versione sia  polacca che  spagnola) e il saggio su Quasimodo Quel Nobel venuto dal Sud. Salvatore Quasimodo tra gloria ed oblio,  tradotto in rumeno, come ho già sottolineato, dal poeta e critico letterario Geo Vasile, che venne lanciato dalla casa editrice al Salone del Libro di Bucarest del  25 novembre  2011, ricevendo una bella accoglienza.

Il Direttore Editoriale della Casa Editrice spiegò, allora, il motivo della pubblicazione con queste parole: Il testo – scrisse a suo tempo  Simona Modreanu - ci ha subito sedotti. Innanzitutto per il soggetto inedito, poiché, sebbene Quasimodo sia ben conosciuto dal mondo dei poeti, un’analisi profonda della sua opera, supportata di tanti esempi e caratterizzata da tutta l’imparzialità del ricercatore Pisana, che ne illustra il percorso tra elogi e critiche, mancava. L’autore è riuscito a mettere in risalto con una probité e una sagacità notevoli i colpi di genio del poeta siciliano, ma anche i suoi lati più segreti e controversi, restituendoci tutto il sapore di un creatore di poesia unico.

Lei viene definito da Lucia Trombadore il poeta  Scaphandrier , in parallelo  ad un palombaro, che si immerge in un universo sommerso, per riportare alla luce quegli ossements fossile, ovvero quei depositi archeologici-archetipici, riconducibili a frammenti, pezzi di un mondo che è possibile ritrovare solo dopo un naufragio privo di un epicentro facilmente individuabile. Il naufragare nel fondo oscuro del suo essere, che giunge  sino all’inconscio, fa si che la parola assurga a ruolo di reminescenza di un infinito segreto? Forse la ricerca dell’inespresso?

La definizione cui fa riferimento in effetti rende bene il senso della mia raccolta Tra naufragio e speranza, ove mi vedo come un  naufrago-pellegrino che, nel fondo oscuro del proprio essere, nei territori sepolti dell’inconscio e dell’insondabile, fa in modo che la sua parola, il canto, diventi “reminiscenzadi “quell’inesauribile segreto” (Ungaretti) al quale la lingua può corrispondere solo con il divario ineliminabile di un “fragmentum legato alla struttura del tempo.  La mia poesia diventa così un tentativo di corrispondenza tra mondo e linguaggio, comunque preordinata a ri-velarsi attraverso l’eccedenza e la sottrazione, la dismisura e la discontinuità, a rivelarsi imperfezione nel segno dominante dell’inespresso. E l’inespresso, in verità, è racchiuso in tutta la mia  tensione intellettuale e, altresì,  dentro una preminenza di valori spirituali - come scrive la poetessa Ninnj Di Stefano Busà in una sua nota critica sempre al mio libro di poesie  “Tra naufragio e speranza” -  che fanno la differenza, soprattutto oggi che la profonda crisi ha ridotto la società a mero consumismo e mercato dell’effimero, della vulnerabilità, del rischio, senza più valori interiori, senza alibi, senza aperture d’ali e in questo fantasmagorico gioco degli specchi, e noi comparse di un circo di pagliacci, inesorabilmente soli, in una terra sconosciuta nella quale si produce lo scempio dell’umanità e l’azzeramento di quei significati, che ne promuovono ontologicamente la crescita e la speranza. Il tutto dentro una disperante frattura che allontana sempre di più l’individuo dalla sua storia, dalla sua vicenda spirituale, da Dio”.

Ogni autentico poeta costruisce il simbolico attraverso l’immaginario. Quindi, in che misura  la funzione simbolica della lingua ha una sua valenza all’interno della composizione sintattica, affinché il discorso poetico possa conservare l’enigma, ovvero, quella sorta di mistero che rende affascinante la poesia?

Poetare non è descrivere, non è analizzare se pur con sentimento, non è raccontare anche se con essa il poeta cerca in qualche modo di narrarsi. Poetare è interrogare la vita, provocare domande, seminare dubbi e inquietudini; poetare è aiutare a ricomprendere cosa significa , oggi, essere“ persona”, cosa significa un sentimento d’amore, un gesto di bellezza, cosa sono libertà, pace, giustizia, solidarietà, uguaglianza, integrazione, tolleranza , valore, che rappresentano, se ci facciamo caso, tutte realtà umane invocate universalmente, specie quando si verificano accadimenti che lasciano sgomenti ed atterriti e che conducono l’uomo contemporaneo verso un orizzonte di catastrofe dove tutto sembra essere perduto e senza speranza.  Certo, non può la voce del poeta indicare una strada, né è il suo compito, ma il suo poetare deve aprire varchi di riflessione, spazi d’indagine dentro i quali il poeta possa indicare all’uomo contemporaneo, con un’immagine, un simbolo, un verso, una metafora, che c’è qualcosa, che c’è – montalianamente parlando - un “oltre”, un “varco”, un “più in là” verso cui bisogna cercare.

Vorrei concludere con una domanda di taglio filosofico, materia che mi affascina da sempre. La teoria estetica di Aristotele, secondo la quale l’arte è la sostanziale oggettività della bellezza, ha costituito per secoli il patrimonio comune del pensiero antico. Il primo vero dissenso alla teoria aristotelica arrivò dal neoplatonico Plotino, il quale contestò apertamente la posizione di Aristotele per quanto concerne la teoria dell’arte e del bello, proponendo il superamento dei canoni tradizionali dell’estetica antica. Condivide il pensiero filosofico di Benedetto Croce, che in parte appoggiò il pensiero plotiniano, in merito all’ontologia estetica?

La sua domanda, che  richiederebbe sicuramente  un approfondimento circostanziato, pone al centro il  tema della bellezza e del suo rapporto con l’arte, che fu proprio oggetto di dialettica e polemiche tra Aristotele e  Plotino;  Croce  in effetti  lodò Plotino per avere tentato di “risolvere il bello delle cose esterne in bello interiore e spirituale, e congiungere il concetto della bellezza con quello dell’arte “. Io credo che ogni forma d’arte debba scaturire dalla dimensione  interiore dell’uomo. La poesia, ad esempio,  deve avere un rapporto con l’estetica e, quindi, con l’ etica, atteso che la parola estetica contiene anche la parola etica.

Si tratta di un rapporto vitale, non nel senso che debba attribuirsi alla poesia il compito di dettare norme morali o prescrizioni, ma nel senso della sua funzione comunicativa, del carattere dialogico della parola poetica  con la sua costante volontà di apertura all’altro, come direbbe anche Paul Celan, per condurlo alla riflessione, per trasmettergli il valore della bellezza come valore in sé che ogni vero sentimento poetico esprime. A volte si leggono poeti dal dettato semplice e dalla grazia formale attraente; altre volte ci si imbatte in poesie di grande virtuosismo estetico, ma, spesso, andando in profondità ti rendi conto a pelle che dietro tale virtuosismo formale c'è il vuoto.  E c’è il vuoto , perché – direbbe  Igino Giordani –  quegli autori sono orafi senza oro, virtuosisti senza virtù, scrittori senza idee.  Col pretesto dell'arte pura, essi hanno distaccato l'arte dalla vita.

Io mi permetto di dire che nutro perplessità verso una poesia isolata dalla vita e dal mondo e ritengo che occorra uscire dal solipsismo letterario e accademico per agganciarsi all’anima della società.  I poeti devono essere legati sempre più al mondo. È forse concepibile pensare il sommo Dante staccato dalla politica di Firenze, dalle tensioni tra Chiesa e Impero, dai dibatti sociali, culturali e dai fatti della sua epoca? E per non andare troppo lontano, poeti come Eliot ed Auden, sono pensabili staccati dalle vicende del loro contesto socio-politico? E’ un caso se la poetica elotiana e di Auden opera una riflessione storica e metastorica sulla sofferenza della condizione umana? E’ un caso se entrambi colgono, per superarlo, il problema del rapporto tra arte e storia? Quando Auden in un suo verso afferma che perfino il tremendo martirio deve compiere il suo corso, non fa proprio un richiamo esplicito alla situazione storico-politica del suo tempo e al problema della tirannide fascista? E ancora, come si fa a pensare i poeti francesi Claudel, Gide e Valéry slegati dalle situazioni sociali e storiche del loro tempo?  

Ecco, il verso del poeta non è la celebrazione dell’estetica, non è arte per arte, non è il sollazzo di chi imbratta carta per mero piacere estetico interiore o esteriore; il poeta non è un suonatore di cetra ai piedi del proprio sé. Qui non si tratta di ripristinare la figura del poeta civile, né le dispute dell’avanguardia sull’engagement della poesia, poiché alla poesia non si può dare nessun compito: la poesia è linguaggio, linguaggio dell’anima, dello spirito, linguaggio che traduce la condizione dell’esistenza. Il poeta, per dirla con Heidegger, è l’uomo della soglia, l’uomo della frontiera, del confine, nel senso che fiuta un pericolo, il disagio del suo tempo, intuisce ciò che altri non intuiscono, e quando intuisce “traduce”, cioè porta quel disagio, quel pericolo dentro un linguaggio che parte dalla vita e alla vita ritorna.

Direi allora con Novalis che dichten ist übersetzen, cioè poetare e tradurre vivendo al confine, che è quel luogo interiore, quello spazio dell’anima dove il poeta parla il linguaggio dell’essere, della spiritualità, dei modelli, dei principi, dei valori non per fissare canoni estetici, ma per fornire un importante contributo alla società in cui vive, caricando, così, il suo operato di responsabilità. Il linguaggio della poesia diventa insomma servizio a favore dell’altro, in qualunque parte del mondo esso si trovi, servizio per la comunità civile e il poeta un costruttore di bellezza testimoniata attraverso il nesso tra etica ed estetica della poesia.



Con la pubblicazione del romanzo L’oblato del grande scrittore francese Joris-Karl Huysmans (1848-1907) la casa editrice D’Ettoris è andata meritoriamente a colmare un vuoto nella editoria italiana introducendo un romanzo mai tradotto in Italia di uno scrittore sì famoso, ma conosciuto solo parzialmente e soprattutto selettivamente anche attraverso il canale scolastico.

Infatti Huysmans è l’autore che fa da cerniera nello sviluppo letterario che va dalle estreme manifestazioni dei gusti del Romanticismo al Decadentismo passando attraverso il Naturalismo di Émile Zola, di cui Huysmans fu, all’inizio della sua attività letteraria, un seguace e un pupillo.

Capofila dei decadenti, con gran dispiacere dello stesso Zola, Huysmans lo troviamo nelle antologie scolastiche con il suo alter ego lettererario Des Esseints, l’eccentrico, geniale, bizzarro anticonformista, misantropo e nevrotico protagonista unico del romanzo À rebour (Controcorrente, 1884), prototipo dei personaggi similari che usciranno dalla penne di Oscar Wilde e Gabriele D’Annunzio.

Dopo di che di Huysmans si perdono le tracce e si potrebbe pensare che la sua attività letteraria fosse cessata o inaridita: in realtà non fu affatto così.

Il successo di Controcorrente, se gli valse le aspre critiche di Zola, gli procurò un successo strepitoso. E letterariamente parlando fu un successo meritatissimo: Huysmans scrive divinamente e oltre a inventare un nuovo genere letterario, sostanzialmente epigono estremo di certe tendenze e morbosità del Romanticismo ma mantenendo la ricchezza descrittiva e particolareggiata che aveva acquisito grazie agli esordi naturalisti, mise in scena la sua vita nel personaggio di Des Esseints descrivendo, attraverso di lui e le sue stramberie, la malattia morale del vivere, malattia che genera noia e che conduce a forme patologicamente rilevanti di nevrosi frequenti nelle élites culturali secolarizzate. Nell’Huysmans di Controcorrente qualità letterarie, estetismo, erudizione e stravaganze si combinano in un tentativo di dare un senso alla propria esistenza costruendone una tutta artificiale in un ambiente altrettanto artificiale plasmato dal genio estetico dello scrittore che, isolato dal resto del mondo, lo arreda con gusto ricercato e sofisticatissimo attraverso piante rare, pietre preziose, profumi rari, opere d’arte e libri dal tocco esotico e dal profondo significato simbolico che solo il protagonista poteva cogliere e ordinare nel proprio mondo interiore. La vita esterna e di relazione, invece, è praticamente nulla e volta alla più completa dissolutezza che passa dalla sistematica frequentazione di bordelli e donne facili e dall’idea inebriante di potersi impadronire e farsi manipolatore dell’esistenza altrui fino a pensare di utilizzarla in modo criminale creando dipendenza attraverso l’iniziazione a piaceri illeciti. Ma non c’è solo questo nella morbosa interiorità di Des Esseints/Huysmans, c’è un altro polo, che al momento non si distacca affatto dal momento estetico e da quello patologico della morbosità: quello che riguarda la mistica e la spiritualità e in generale l’interesse, seppur del tutto estrinseco, per la religione. Des Esseints passa dai piaceri carnali a quelli procurati dall’assistere alle pompe della liturgia cattolica coi suo inni antichissimi e lo splendore del canto gregoriano ben eseguito, intendendoli non come due poli “spirituali” che si oppongono, ma come due momenti diversi di un unico piacere da assaporare. Ma tutto ciò non può durare a lungo e il contrasto comincia a manifestarsi. Non può durare a lungo neppure questo artificioso stile di vita: la nevrosi dilaga e il medico lo rispedisce dalla periferia, dove si era sistemato creando il suo mondo artificiale, a Parigi. E con la nevrosi lo scavo intellettuale e interiore di Huysmans, grandissimo peccatore, misantropo ma uomo di intelligenza acuta e mai  banale, snob ma non radical chic, prosegue e, sebbene ancora sordo ai richiami di una formazione religiosa che aveva ricevuto da ragazzo per poi rigettarla come “infantile”, l’opera della grazia, proprio attraverso la bellezza della mistica, del canto e della liturgia comincia a insinuarsi nella sua anima ferita.

Ma non subito. La malsana curiosità dello scrittore intrisa di sensualità sente il bisogno, sollecitato dagli studi che sta compiendo su Gilles de Rais (luogotenente di santa Giovanna d’Arco e caso clamoroso di mostruosa violenza pedofila associata a pratiche satanistiche, un caso dove la mistica si perde e si conclude – ecco il suo interesse -  nel satanismo e nel male) di esplorare il mondo dell’occultismo e del satanismo dove sesso e spiritualità rovesciata si incontrano e dal cui squallore malefico pure un peccatore del suo calibro si sente scosso. Un’esperienza raccontata nel romanzo La-bas (Laggiù o L’abisso), scritto nel 1891 e vero best seller dell’epoca, ma che soprattutto per Huysmans e il suo nuovo alter ego romanzesco, Durtal, divenne un provvidenziale choc. Perché tanto interesse da parte dei satanisti e di questi preti apostati per quella particola bianca? E se veramente fosse il corpo di Cristo? D’altronde neppure le esperienze più estreme in materia di erotismo, assieme a quelle artistiche, riescono a dare vero sapore alla vita di Durtal/Huysmans: la noia e la nevrosi non si separano da lui, e neppure la sensualità che sino a quel momento lo aveva accompagnato lo appaga più. Huysmans è attratto dal Cattolicesimo, ma solo per l’aspetto estetico: la dottrina, non meno che ai suoi illustri contemporanei, gli appare infantile. E tuttavia incontra e frequenta alcuni ecclesiastici dei quali apprezza l’intelligenza e la cultura. Questi non gli saltano al collo con la prospettiva della conversione, non lo assaltano né lo assillano col timore dell’inferno: semplicemente seminano sulle sue sensibilità naturali con intelligenza e lasciano lavorare la grazia sul peccatore accompagnandolo con discrezione nella sua conversione. Quando Huysmans indeciso sul compiere il grande passo sembra oscillare pericolosamente, don Arthur Mugnier (che probabilmente è rappresentato nei suoi romanzi come don Gévresin) lo invita a trascorrere un periodo nella Trappa d’Igny. Huysmans, l’uomo vecchio, è recalcitrante ma alla fine accetta e l’esperienza della vita monastica mette a nudo la sua anima. La vita a contatto con questi silenziosi monaci e con la pratica quotidiana del loro ufficio divino lo risana pur in mezzo a tormenti spirituali, scrupoli e tentazioni che lo scrittore descrive magistralmente e con finissima introspezione spirituale e psicologica al punto da rendere la lettura di questa opera consigliabile a tutti e particolarmente ai neoconvertiti. Durtal/Huysmans adesso è finalmente cristiano e cattolico ed En route (1895, Per strada) è il romanzo della conversione ed anche l’inizio di un genere particolare di narrativa spirituale e, di fatto, apologetica che può definirsi come “romanzo liturgico”.

Ovviamente qui Huysmans cessa di essere interessante per il pubblico colto ed erudito dei suoi ex compagni di strada letterati (e qui si spiega il clamoroso boicottaggio editoriale delle sue opere successive la cui lettura è fondamentale invece per ben capire L’Oblato) e per parte del suo pubblico; al tempo stesso, non sempre è accettato e creduto dagli stessi cattolici che dubitavano della sincerità della conversione di un soggetto simile. Certo il talento letterario di Huysmans, il suo stile, una certa mentalità, certi contenuti e anche certi atteggiamenti restano gli stessi, in Durtal rimane molto di Des Esseintes: medesimo è il disprezzo per il banale, per il mediocre, per lo sciatto e per il devozionismo che trova puerile, tratti ampiamente presenti anche nel mondo cattolico del suo tempo in cui sente una violenza non solo e non tanto contro sé stesso quanto contro la grandezza e la bellezza di quella religione che lo ha rapito e strappato alle tenebre. Nei suoi nuovi romanzi permane lo stile precedente, permane la sua enorme erudizione e ovviamente permangono tutti gli interessi che aveva mutato precedentemente ma, stavolta, ordinati non più a comporre solipsisticamente il suo habitat come proiezione di sé sulle cose, ma ordinando sé stesso e le cose con la fede. E questa è una grande lezione da imparare da Huysmans: diventare cattolici non significa buttare via niente neanche delle realtà terrene. Significa collocarle al loro giusto posto nell’ordine che queste devono avere in rapporto a noi e a Dio. La sua stessa centralità dedicata alla sofferenza fu sospetta perché letterariamente costituì cifra della morbosità  e della fantasia malata di autori decadenti a lui coevi e spesso ai limiti dell’ortodossia come Barbey d’Aurevilly, Villiers de l’Isle d’Adam, Leon Bloy e volendo lo stesso Baudelaire. Tuttavia è difficile pensare che in Huysmans ci sia semplice compiacimento estetico e semplice morbosità. In En route, per esempio, uno spazio particolare viene dedicato a santa Luduina di Schiedam (1380-1433), una bellissima ragazzina olandese che rimase paralizzata a soli quindici anni, paralisi che le provocò orribili e gravissime ripercussioni per almeno trent'anni sul corpo che si coprì di piaghe repellenti, scomparse prima che morisse santamente. Huysmans qui si trova davanti alla questione della sofferenza e al dolore innocente. Ma proprio qui scopre la dottrina cattolica della sostituzione che dà alla sofferenza, se offerta in unione con la sofferenza di Cristo, un valore espiativo, riparatorio al male proprio e altrui e quindi, proprio come la sofferenza di Cristo, assumente un valore santificante e redentivo per sé e per gli altri. Dato, questo, che lo conduce ad apprezzare quegli ordini contemplativi, di cui già allora non si coglieva più l’utilità, i quali nella preghiera continua e nella mortificazione anche della carne si accollano l’onere della riparazione dei peccati altrui. Altra grande lezione da apprendere.  

La Cathédrale (1897) è il suo secondo romanzo liturgico nel quale attraverso la minuziosa descrizione del simbolismo della Cattedrale di Chartres il Durtal ormai convertito fa vibrare l’anima mistica del Medioevo cristiano che vive nella pietra e nell’architettura della cattedrale. Medioevo che per Huysmans fu l’epoca genuinamente cristiana ed impregnata di quel cristianesimo mistico fondato sulla capacità di leggere simbolicamente tutta la realtà creata in una corrispondenza conoscitiva con il sacro e con Dio che informava tutta la società e le relazioni umane.

Proprio ne La Cathédrale Huysmans descrive con parole commoventi la partecipazione sentita del popolo cristiano, anche quello più minuto e meno colto, alla realtà della liturgia cattolica. A distanza di un secolo, e proprio dopo aver letto le descrizioni di Huysmans, fa veramente impressione che, in nome della “actuosa participatio”, sia stata smantellata questa meravigliosa opera di culto voluta da Dio e offerta a Dio.

Huysmans pensa anche alla vocazione monastica ma seppur tipo solitario e privo di famiglia la sua vocazione è quella laicale di artista e letterato. Come mettere a beneficio della sua vita spirituale e a vantaggio della Cristianità questi suoi talenti? Nel 1898 si licenzia dall’impiego che ricopriva presso il Ministero della Difesa e godendo di una buona pensione acquista un terreno a Ligugé a ridosso del monastero benedettino di cui diverrà oblato, come da titolo dell’ultimo romanzo della trilogia scritto nel 1903. Ligugè è nella parte centro-occidentale della Francia ma Huysmans colloca il suo Durtal dalla parte opposta, in Borgogna, nella Val des Saints, vicinissima a Digione (che darà modo a Huysmans di sciorinare la sua erudizione artistica sulla città) presso un monastero benedettino. Qui, insieme ai tre coprotagonisti coi quali Durtal vivrà in piena sintonia nella quotidiana partecipazione ai vari momenti dell’ufficio liturgico monastico che scandisce la loro giornata e costituisce lo sfondo e il senso attorno nel quale muove il romanzo, Durtal verrà ammesso come oblato nella famiglia benedettina. In questo ingresso c’è ovviamente l’idea della propria santificazione attraverso la via monastica benedettina (seppur da laico), ma c’è anche qualcosa di più che per Huysmans doveva suonare come un ambizioso progetto teso a riportare alla sua grandezza l’arte cristiana a beneficio della Chiesa e per la rinascita della Cristianità. Un progetto che doveva vedere come protagonisti piccole pattuglie di uomini di talento che, in qualità di oblati, avrebbero dovuto vivere in piccole comunità attorno a un monastero e sotto la direzione spirituale di una abate, legati attraverso essenziali pratiche della preghiera comunitaria e di momenti di vita in comune capace di produrre una comune spiritualità nella quale il talento individuale potesse dispiegarsi per riscoprire ed esaltare quella bellezza artistica che la religione del Vero deve necessariamente possedere per attirare ed elevare le anime attraverso il bello.

Un progetto importante volto ad innalzare ed educare gli spiriti e le anime, un progetto significativo ed esattamente agli antipodi della mediocritas (quando va bene) che caratterizza le strategie pastorali odierne. Il Bello, qui, è via e partecipazione del Vero e quindi al servizio della Fede e l’arte (ogni tipo di arte) torna ad avere una funzione pedagogica, come la ebbe nel Medioevo, di elevazione spirituale e intellettuale. Siamo però alla vigilia dell’espulsione delle Congregazioni dal suolo di Francia, avvenute alla fine del 1901 per mano di un governo radicale e massonico. Anche qui vi sono brevi passaggi sulla materia politica che fanno di Huysmans veramente un personaggio caratterizzato dall’unpolitically correct. Infatti la sua valutazione dei politici cattolici è caustica, descrivendoli come ipocriti, moralisti e codardi non meno di quelli di oggi, così come è interessante la sua lettura del caso Dreyfus: un errore giudiziario, vero, che il demonio attraverso le sinistre, gli ebrei e i massoni ha ritorto contro il cattolicesimo per sopraffarlo. Altrettanto interessante la sua considerazione autocritica su come noi cattolici, nel corso dei secoli, abbiamo fatto pessimo uso dell’autorità  negando agli altri la libertà al punto che adesso ci si volge contro e ci ritroviamo a pagare il conto: un tiranno come Waldeck-Rousseau, scrive, oggi sembra sempre più accettabile di un cattolico. Altro elemento della nostra storia su cui riflettere perché l’apologetica non è cieca e non nega i fatti.

Il sogno di Huysmans frana, ma non frana la sua fede che anzi lo rende capace di sopportare dolori atroci a causa del tumore che lo ucciderà nel 1907 ad appena 59 anni, a suggello di una conversione che oltre alla bellezza aveva fatto perno proprio sulla centralità del significato della sofferenza, dimostrando di essere riuscito a difenderla davanti alla prova suprema della morte.

Huysmans ha moltissimo da dire all’uomo, al cattolico e alla Chiesa di oggi. Huysmans è già un uomo postmoderno, uomo che incorpora i pregiudizi ostili al cristianesimo della modernità e al contempo vive ripiegato su se stesso, senza l’attrattiva delle grandi ideologie. Ma quest’uomo, come quello odierno, viene vinto dalla noia e scivola in malattie depressive che ne inficiano il senso e il gusto di vivere. Huysmans dimostra che la fede è il più potente ed efficace antidepressivo esistente. Ma quella che Huysmans ha trovato era ancora una fede solida e profonda. E soprattutto puntellata da una liturgia maestosa e sentita veramente come opera divina, curata nel dettaglio del canto e delle rubriche proprio perché opera sacra, fatta da nessuno e costruita misteriosamente, pur nelle sue piccole imperfezioni da sistemare, nel corso secoli. Nella bellezza, nella solennità, nella profondità dell’arte sacra inquadrata nel contesto liturgico Huysmans trova il modo di vivere misticamente il suo rapporto con Dio. Dai suoi interessi estetici, dalle sue migliori inclinazioni naturali la Grazia è partita per operare il miracolo della conversione. Conversione eclatante di una persona particolarmente intelligente e dotata che non poteva non avere un benefico riflesso a cascata e nel tempo su le tante persone che, a distanza pure di un secolo come sta accadendo, lo avrebbero letto.  Viene però anche da chiedersi, in un contesto odierno segnato da un rito espressione di una mentalità abbastanza piatta e orizzontale (anche se per merito della Provvidenza dal 2007 l’antico rito è tornato a essere celebrato fuori dalle catacombe pur in ristrette frange del cattolicesimo), da canti che è impossibile definire “liturgici” e da una totale trascuratezza per l’elemento estetico e quello dottrinale, dal trionfo voluto di una banalità che dissala il sale della terra, come la Grazia si sarebbe mossa o se piuttosto Huysmans gli avrebbe resistito continuando a preferendogli bordelli e compagnie intellettuali più appaganti, pur nella consapevolezza di un orizzonte che sarebbe rimasto vuoto di senso.  

Una nuova collana del Centro Jazz Calabria, Ut Pictura Poesis, dedicata al dialogo fra le arti poetico/letterarie e visivo/figurative. Il CJC infatti e' da tempo che ha allargato i propri orizzonti editoriali anche ad arti non strettamente musicali che peraltro si caratterizzino per creatività, immaginazione e fantasia.

Ecco allora una nuova raccolta di poesie, dal titolo Le peonie vivono ancora, a firma Silvana Palazzo, poetessa che va mantenendo negli ultimi tempi una media di un volume all'anno.

L'intensa prolificità nel comporre, e la sintetica facilita' di scrittura sono alcune sue caratteristiche. In questo caso ad esse si aggiunge l'inclinazione all'espressione pittorica.

Particolarita' della raccolta e' infatti che i testi sono inframmezzati da tavole da lei realizzate, con lo scopo di dar corpo e luce, essa stessa, ai propri pensieri.

Restano comunque i versi il centro del volume, che segue a ruota le sue due recenti pubblicazioni Poesie di un'estate (S. Cesario Lecce, Manni, 2015) e La giusta strada del ritorno (Roma, ed. Progetto Cultura, 2016).

Versi che ancora una volta affondano la lama nelle pieghe dell'esistenza, non senza soffermarsi a guardare il mondo, quello esterno e quello degli affetti, ed interiore, ed a commentarlo con amara ironia, Con la voce della poesia che si interroga senza dare risposte, raccontando "la sua personale esperienza (...) del fallimento della parola dinanzi alla disumanizzazione del mondo e dell'arte" (Giorgio Linguaglossa).

"Straniante e straniata" risulta essere, per Maurizio Soldini, la scrittura poetica della Palazzo che, dal canto suo, il poeta Francesco Leonetti ha definito redattrice di "una compilazione nuova, insieme letteraria e spesso riflessiva o intellettualistica".

 

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