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La Lega: «Siri resta dov'è»

Matteo Salvini, in un colloquio sulle pagine di Repubblica : Io di pazienza ne avrei, ma la gente si avvicina per fare selfie, stringermi la mano e mi dice: Matteo, ma questi 5 Stelle vogliono continuare ancora così? Ti attaccano sempre? Perché non rompi?".

"Io non voglio fare polemica, nonostante tutto quel che mi è stato detto in queste ore - assicura il responsabile del Viminale - ma mi chiedo se la mia stessa pazienza ce l'hanno ancora gli elettori che hanno voluto questo governo". Quanto a Di Maio, "non l'ho sentito e non rispondo alle provocazioni". Salvini si sofferma dunque sul caso Siri, con il premier Giuseppe Conte chiamato a fare da 'arbitrò, "il presidente del Consiglio è libero di incontrare chi vuole - dice il leader della Lega - Io con Siri ho parlato, mi ha detto di essere tranquillo e tanto mi basta. Per me deve restare al suo posto. Spero abbia modo di spiegare ai magistrati che in un Paese normale lo avrebbero chiamato dopo un quarto d'ora, non settimane dopo".

«Siri resta dov'è». Le uniche tre parole della Lega sull'argomento, le pronuncia a metà mattina Matteo Salvini. Sul resto delle bordate grilline contro il sottosegretario, che il M5S scaglia per l'intera giornata, dal Carroccio filtra solo un lapidario «chiacchiere da bar». Secondo il Messaggero definire il vicepremier Di Maio e il Guardasigilli Bonafede come un paio di perdigiorno che si intrattengono su questioni che non conoscono o sulle quali non hanno potere di incidere, la dice lunga sulla stato dei rapporti tra i due alleati. Per Salvini il sottosegretario resta al suo posto e questo rende alquanto inutile interrogarsi sui meccanismi della sua rimozione. Dimissionare in consiglio dei ministri il sottosegretario Siri senza l'assenso del Carroccio equivale ad aprire una crisi di governo e il M5S ne è consapevole al netto della propaganda.

La vicenda approfondisce via via in più il fossato tra M5S e Lega e mostra la corda l'intesa basata su un contratto che non prevede regole per la contesa elettorale. A Salvini la vicenda pesa anche perché non giova all'immagine del Carroccio essere chiamato a rispondere, in ogni occasione pubblica, su una vicenda che si presta molto alla strumentalizzazione. Di Maio invece ci punta molto e anche ieri ha scatenato tutti i big del movimento contro l'alleato. Il coinvolgimento di Conte da parte del M5S, e il clima di rissa che si generato, non è detto però che giovi. Peraltro Conte ha dalla sua solo l'arma della moral-suasion, mentre per avviare eventuali procedure burocratiche per ottenere le dimissioni, c'è bisogno del via libera di Salvini. Ammesso che si arrivi mai ad una conclusione del genere, dato che il senatore Siri potrebbe a quel punto decidere il passo indietro in assoluta autonomia.

La questione è quindi destinata a trascinarsi ancora. Secondo il Messaggero con il M5S che sfrutta a piene mani l'inchiesta per la campagna elettorale coinvolgendo il presidente del Consiglio che la prossima settimana dovrebbe incontrare il sottosegretario. Giuseppe Conte è da oggi in Cina - dove adottano procedure alquanto diverse per ottenere le dimissioni - per partecipare al raduno dei firmatari il memorandum sulla Via della Seta. Non è comunque detto che l'incontro a palazzo Chigi avvenga lunedì - come sostengono i grillini - e prima dell'incontro di Siri con i magistrati che lo indagano. Prendere tempo significa per Salvini conoscere ancora meglio i contorni dell'inchiesta ed evitare che la faccenda arrivi rapidamente in consiglio dei ministri dove si consumerebbe uno strappo, e quindi la crisi, qualora Conte dovesse proporre le dimissioni senza il via libera leghista.

Resta il fatto che Salvini continua a difendere a spada tratta il suo sottosegretario ma il nervosismo è palpabile. Al punto che ieri il ministro dell'Interno sono scappate un paio di frasi garantiste che a molti leghisti della prima ora non possono non ricordare l'alleato di Arcore: «In un Paese civile se si indaga qualcuno bisogna ascoltarlo un'ora dopo, no una settimana dopo». come dice Salvini sempre secondo il quotidiano Romano è ancora più preciso: «Anche i giudici che sbagliano devono pagare, come tutti gli altri lavoratori». Due concetti garantisti che stridono con il giustizialismo dell'alleato che continua a chiedere le dimissioni di Siri con sempre maggiore insistenza.

Quanto possa durare il teatrino è difficile dirlo, ma anche ieri è riuscito ad oscurare le pessime news che arrivano sul fronte dei conti pubblici e dello spread volato a 270 punti. Per ora il diretto interessato continua a negare ogni addebito, ma è di fatto anche un po' ostaggio della contesa che rischia anche di ripercuotersi su chi indaga qualora dovesse preoccuparsi di non deludere i grillini. Qualora Siri dovesse riuscire ad incontrare il presidente del Consiglio dopo i magistrati potrebbe avere nuovi argomenti per sostenere la sua innocenza o per lasciare spontaneamente il ministero dei Trasporti senza essere brutalmente dimissionato

E così Luigi Di maio decide di rincarare la dose e in un'intervista al Corriere della Sera mette nel mirino proprio il premier Conte che dovrà decidere sulle dimissioni del sottosegretario. I Cinque Stelle chiedono al premier la linea dura e Di Maio su questo punto non usa giri di parole: "Questo attaccamento alla poltrona non lo capisco. Gli abbiamo chiesto un passo indietro. Continui a fare il senatore, non va mica per strada. Parliamo tanto di lotta ai delinquenti e quando un politico è indagato per corruzione stiamo zitti? Eh no, non funziona così. Dove è la coerenza? Certo che Conte dovrebbe spingerlo alle dimissioni. E lo farà, ne sono sicuro".

Insomma dal Movimento è scattato l'ordine su Conte: "Fai dimettere Siri". Il premier molto probabilmente inconterrà lo stesso Siri e solo dopo un colloquio prenderà una decisione. Una decisione che però rischia di far saltare il banco. Secondo il giornale i rapporti tra Lega e Cinque Stelle sono tesissimi e non si esclude nemmeno un ritorno alle urne. Di Maio poi torna ancora sull'indagine e chiede informazioni al Carroccio sui rapporti con Paolo Arata: "Di Salvini mi fido, meno di chi gli sta intorno. Mi riferisco a questo Paolo Arata che avrebbe scritto il programma sull’energia della Lega, che lo propose alla guida dell’Autorità Arera e che, per le inchieste, è il faccendiere di Vito Nicastri, vicino alla mafia. Credo che la Lega debba prendere le distanze da lui e chiarire il suo ruolo, visto che il figlio è stato assunto da Giorgetti". Infine manda un messaggio a Salvini: "Secondo il vicepremier sulla vicenda deve rispondere ai cittadini, non a noi. Noi abbiamo fatto quello che dovevamo, togliendo le deleghe a Siri". Insomma lo scontro adesso è aperto. Conte è sotto pressione e gli esiti di questo braccio di ferro potrebbero essere imprevedibili...

Matteo Salvini prende spunto dal titolo de La Verità per dire la sua sugli ultimi sviluppi del caso Siri. Il sottosegretario leghista alle Infrastrutture è indagato per corruzione dalla procura di Roma perché, secondo gli inquirenti, avrebbe ricevuto una tangente da 30 mila euro dall'ex parlamentare Paolo Arata in cambio di interventi legislativi nel settore dell'energia eolica.

Ci sono, però, stando a quanto pubblicato finora dai giornali, almeno due punti che non convincono nell'impianto accusatorio. Secondo il Giornale Il primo è che la norma per cui Siri si sarebbe speso non è stata approvata. Il secondo è che anche nelle stesse intercettazioni trapelate finora - intercettazioni che non coinvolgono direttamente il sottosegretario, ma riguardano un colloquio tra Paolo Arata e suo figlio - si legge la frase «questa operazione ci è costata 30mila euro», senza che Siri venga citato. Il tutto, peraltro, per una cifra certo non particolarmente allettante per chi percepisce uno stipendio da senatore.

Ora si aggiunge un altro elemento. Secondo una fonte della Procura di Roma riportata da il giornale non ci sarebbero intercettazioni in cui Siri viene nominato. Un vero e proprio giallo, insomma. Il Corriere della Sera, tirato in ballo per aver pubblicato l'intercettazione che non esisterebbe, nella sua edizione on line ha pubblicato la foto del decreto di perquisizione nei confronti dell'imprenditore Paolo Franco Arata in cui i pm scrivono che il sottosegretario Siri è indagato per corruzione in quanto «riceveva indebitamente la promessa e/o la dazione di 30.000 da parte di Paolo Franco Arata». I magistrati, ha sottolineato il Corriere.it, «hanno formulato l'accusa dopo aver ascoltato le intercettazioni delle conversazioni tra Paolo Arata e il figlio Francesco. A destare l'attenzione», scrive il giornale di via Solferino, «è in particolare un colloquio durante il quale l'imprenditore spiega che cosa è stato fatto per cercare di far passare i provvedimenti e parla di un'operazione costata 30 mila euro, riferendosi a Siri». In sostanza nulla che non fosse già emerso in precedenza.

Il problema è che la questione politica - complice la tensione all'interno del governo e la campagna elettorale - resta più che mai vivo. Ieri Luigi Di Maio ha lanciato una nuova stoccata contro Salvini, in visita a Corleone. Secondo il Giornale  «Siri si difenderà e sono sicuro che risulterà innocente. Ma intanto lavoriamo alla sanzione politica, altrimenti che senso ha dire che si festeggia a Corleone volendo eliminare la Mafia? La Mafia la elimini se dai l'esempio». In attesa dell'interrogatorio formale, Siri ha comunque deciso di rilasciare dichiarazioni spontanee. «Tutto falso, lui è pronto a dimostrarlo, ma prima dobbiamo leggere gli atti. Non c'è stata alcuna contestazione, soltanto una proroga di indagine» spiega l'avvocato Pinelli. La Lega è decisa a resistere, con Salvini convinto di poter resistere alle pressioni e ai fendenti degli «alleati». «Siri resta dov'è, ci mancherebbe altro. Ha detto che chiarirà. I magistrati lo sentano al più presto. In un Paese civile se si indaga qualcuno lo si sente un quarto d'ora dopo, non settimane dopo».

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