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Venerdì, 03 Luglio 2020

L’esperienza di san Camillo de Lellis quattro secoli dopo

I relatori della conferenza su San Camillo

 

“San Camillo diceva che l’infermiere ideale è quello che si prodiga per il malato come una mamma assiste il suo unico figlio infermo. Fu un rivoluzionario nella cultura sanitaria del tempo. E a distanza di quattro secoli, non c’è da modificare una virgola nei suoi modi di assistere i malati”. Parola di don Rosario Messina dell’Ordine camilliano di Sicilia che mercoledì pomeriggio, alla sala Avis, nel contesto dell’iniziativa promossa dall’Ufficio diocesano per la Pastorale della salute diretto da don Giorgio Occhipinti, ha tenuto una dotta e interessante relazione sull’umanizzazione delle cure e sulla figura di un santo misconosciuto ma che avrebbe molto da raccontare.

“Proprio in occasione del quarto centenario della morte di San Camillo – ha aggiunto don Messina – uno dei luminari della Sanità italiana, Giorgio Cosmacini, ha pubblicato per Laterza “Camillo De Lellis, santo dei malati” propri allo scopo di introdurre la conoscenza di questo santo nel mondo medico, infermieristico e laico. Quello di cui stiamo parlando è l’aspetto deontologico che possono accettare tutti. Per chi crede, poi, c’è l’aspetto religioso. San Camillo vedeva Cristo nel malato, si inginocchiava, gli baciava le mani, lo adorava. Il suo slogan diceva tutto: “Più cuore in quelle mani fratelli”. Ed è lo slogan che è stato antesignano anche rispetto alla creazione di organizzazioni sanitarie internazionali come la Croce Rossa”. L’iniziativa, promossa con la collaborazione della cooperativa sociale “Il cerchio”, del presidente Giovanni Agosta (“Abbiamo voluto fare in modo che i camilliani fossero presenti a Ragusa perché le cure nei confronti dell’ammalato devono essere considerate sotto tutti gli aspetti”), ha visto la presenza, tra gli altri, del primario del reparto di Chirugia dell’ospedale Civile, Rosario Blandino. “Umanizzazione delle cure – ha chiarito quest’ultimo – significa prendere in carico il paziente nella sua totalità. Non solo curare la malattia ma curarla legandola alla persona. Se poi non completiamo questa cura con un aiuto psicologico, mentale del paziente, è evidente che lo abbiamo curato a metà. Ai giorni nostri questa dicotomia è ancora più accentuata perché la parte tecnologica allontana di più da tale percorso di umanizzazione, dal rapporto diretto con il paziente. In pratica, lo indebolisce e lo devia verso altri interessi”.

Santi Benincasa, responsabile dell’area neuropsicologica della Simg Ragusa, ha chiarito che “l’argomento scelto da don Giorgio Occhipinti mi ha sempre stuzzicato. Effettivamente una questione molto sentita da parte della gente. Perché si avverte che, per qualcuno, manca quel certo ascolto da parte del medico nei confronti dei pazienti. Da parte nostra, da parte medica si comincia a parlare e a professare questa necessità per divulgarla, abbandonando l’ipertecnicismo che ci porta ad allontanare il rapporto con i pazienti. Quello che, invece, andrebbe coltivato è l’ascolto empatico verso i sofferenti in generale”. Infine Giuseppe Occhipinti, presidente del nucleo Cives di Ragusa, ha illustrato quali i contenuti etici e deontologici degli infermieri, toccando come punta massima l’esperienza di Tiziano Terzani, noto giornalista e scrittore, che ha raccontato il suo vissuto come paziente affetto da tumore, esplicitando alcuni aspetti legati all’umanizzazione delle cure.

 

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