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Domenica, 22 Settembre 2019

"Elogio della rabbia" di Salvatore La Porta

"Elogio della rabbia" è il titolo dell'ultima opera dello scrittore Salvatore La Porta, che anche stavolta affronta una tematica di forte impatto: la rabbia, sentimento contemperato alla naturale propensione al senso di giustizia insito nell'essere umano, ma controverso, a volte incontrollabile e, quindi, difficile da gestire.
Ne consegue un'ampia galleria di considerazioni circa l'elaborazione, sia distruttiva che positiva, della rabbia che, all'interno di un tessuto sociale caratterizzato da un sistema culturale di riferimento, costituito di valori, norme e tradizioni, ma  tendenzialmente orientatato verso un ipertrofico individualismo, pone il lettore dinanzi a precipue riflessioni, come del resto tutte le precedenti pubblicazioni editoriali dell'autore.

Viviamo un’epoca di crisi dell’universo valoriale e ciò si riflette nei rapporti sociali. Aristotele,
antesignano di quella che diversi secoli dopo è divenuta disciplina sociologica, sosteneva che
l’uomo è un “animale sociale” naturalmente incline alla comunicazione con i suoi simili, in un'ottica volta alla condivisione e alla solidarietà sociale, la cui antitesi è l'anomia, un fenomeno che ho avuto modo di approfondire negli assunti di Émile Durkheim. Vorrebbe parlarmi del livello di percezione dei valori nella società postmoderna?
Dipende di quali valori si parla: l’amore per i figli, per la propria cerchia di famigliari, per ciò che è considerato “cosa nostra” è un valore molto sentito. Se teniamo conto soltanto della sfera affettiva privata, non vedo una mancanza di valori. Anzi, quel che amiamo lo amiamo in maniera forsennata ed ossessiva, lo difendiamo da ogni possibile minaccia fino a renderlo inerte; lo proteggiamo anche quando è nel torto. A volte ci facciamo divorare, a volte divoriamo per lui. Non vedo un’anomia nella società: mi sembra piuttosto che le regole che la gestiscono riguardino sempre più i rapporti personali ed escludono spesso chi non fa parte del nostro micromondo. L’amore, inteso come unico sentimento degno di essere manifestato, ci ha portato ad una società di confini e odio: quel che amo dev’essere definito e separato dal resto, affinché io possa preservarlo. A tutti i costi.

Sentimenti quali, gelosia, rancore, invidia, in grado di assorbire gran parte delle nostre energie, sono veramente così incontrollabili?
La loro radice è incontrollabile, perché è una di quelle su cui germina l’animo umano: è il senso di giustizia che – degenerando – rende la nostra rabbia rancore, invidia e gelosia. Ma l’origine di questi sentimenti è nobile; la rabbia che li genera nasce sempre dalla percezione di un’ingiustizia, dalla reazione ad un torto. Il nostro mondo, però, ha reso la rabbia un sentimento privato e irrazionale: dovrebbe spingerci a proteggere chiunque sia maltrattato, ed invece la riserviamo soltanto per difendere chi amiamo o, addirittura, noi stessi. È il sentimento più altruista che abbiamo, ma se si ammala diventa egoismo e odio.

Nella sua recente opera editoriale “Elogio della rabbia”(2019, Il Saggiatore Editore) offre
l’opportunità al lettore di riflettere dentro se stesso ed imparare a trasformare la rabbia in uno strumento utile, liberandola da tutti quei vincoli che finiscono per relegarla ad un ruolo distruttivo. Qual è, invece, il suo pensiero nei riguardi di tale sentimento?
Come dicevo prima, la rabbia – quando è sana –  è un sentimento che unisce la gente: ci infuriamo quando un estraneo subisce un torto, corriamo in suo soccorso, o addirittura combattiamo al suo fianco. La storia è piena di esempi: moltissimi stranieri hanno combattuto durante la guerra civile spagnola, molti altri spendono la propria vita al fianco del popolo curdo – e non soltanto con le armi. Cosa ci porta a dedicare la nostra vita ad un estraneo, ad un paese straniero, se non la rabbia per quello che sono costretti a subire? È l’amore per ciò che è nostro, per i nostri confini, la nostra bandiera, il nostro campanile, che separa gli uomini.

Quali sono le cause scatenanti per cui le nostre esistenze sono divorate dalle contraddizioni?
Sinceramente non ho una risposta. Sembra che sia un destino ineludibile, un errore nella nostra programmazione. Siamo costretti a distinguere perché la nostra logica ci impedisce di amare o percepire contemporaneamente gli opposti: ma nel momento in cui scegliamo cosa avere, desideriamo quel che manca. È come se qualcosa ci spingesse a ricomporre la distinzione tra gli oggetti del mondo, senza avere gli strumenti per ricondurli all’unità. Siamo una specie strana, ma non c’è nulla di nuovo in questa idea. Ne scriveva Leopardi, e certamente non era il primo.

La rabbia, emozione di tipo primitivo, è uno stato multi-dimensionale la cui manifestazione è
fortemente influenzata dalla cultura e rappresenta la tipica reazione che consegue alla frustrazione ed alla costrizione. Quando diventa disfunzionale e, al contrario, in che misura è funzionale?
È disfunzionale quando non abbiamo le idee chiare. Credo che sia definibile anche e soprattutto come un sentimento nato dall’ingiustizia: la costrizione, ad esempio, è voler fare x e ritrovarsi a fare y. Se si pensa che x sia la cosa più giusta da fare (o più piacevole, se crediamo che il nostro piacere sia la cosa giusta), allora verrò preso dalla rabbia. Nessuno si arrabbia davanti a qualcosa che percepisce come giusto. Ma per capire quando un avvenimento è realmente un’ingiustizia, dobbiamo avere un quadro della situazione quanto più ampio è possibile. Altrimenti rischiamo di scambiare la vittima per carnefice, rivolgere la nostra rabbia contro i più deboli – ad esempio. E i più deboli non possono commettere un torto; non ne hanno il potere: è questo che li definisce come deboli.

Come è possibile trasformare la rabbia in un sentimento in grado di contrastare le ingiustizie
sociali?
Dobbiamo accettarla e educarla. Dobbiamo renderla imparziale, depurarla dall’amore e dall’egoismo: dobbiamo infuriarci anche con chi amiamo, se è nel torto. Dobbiamo riprendere a pensare in maniera critica, cercando di falsificare continuamente le nostre credenze per non rivolgere la nostra furia contro l’obiettivo sbagliato. Dobbiamo, soprattutto, utilizzarla per difendere i più deboli.

Lo psicologo James Averill ha individuato tre tipi di rabbia: la prima è la rabbia malevola, che induce al desiderio di vendetta; la seconda rappresenta uno scarico di tensione e spesso si sfoga su chi non ha colpa; infine, la terza è la cosiddetta rabbia costruttiva. Vorrebbe spiegare ai nostri lettori che cosa si intende per rabbia, quale sentimento utile all’economia della nostra esistenza?
Potremmo parlare di giustizia, piuttosto che di rabbia: è il cardine di questo sentimento. La rabbia è positiva ogni volta che ci permette di entrare in contatto con altre persone, che ci schiera al fianco di chi subisce un torto. La rabbia, quando non è deformata dall’amore e dall’egoismo, è ciò che distingue la civiltà dalla barbarie. Se, invece,  utilizziamo questo sentimento soltanto per proteggere chi amiamo e quel che sentiamo nostro, otterremo odio e divisione. Un mondo in cui la rabbia non sia coltivata, in cui questo sentimento sia degenerato, è un mondo di mafie e fascismi, di "famigghie", camerati e stranieri da tenere a distanza.

Progetti per il futuro?

Spero di scrivere dei libri che siano utili, fondamentalmente.

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