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Domenica, 07 Agosto 2022

Pacem in terris, l''ultimo dono di Giovanni XXIII

Copertina del saggio di Malnati e Roncalli

 

A cavallo tra il cinquantesimo anniversario dell'enciclica di Papa Giovanni XXIII e la sua imminente canonizzazione l'Osservatorio Internazionale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa pubblica per le edizioni Cantagalli il tredicesimo quaderno della collana di studi e approfondimenti tematici: lo firmano un teologo e un giornalista che rievocano brevemente l'eredità del Magistero di Papa Roncalli alla luce della sua ultima lettera enciclica, la Pacem in terris appunto (E. Malnati – M. Roncalli, Pacem in terris. L'ultimo dono di Giovanni XXXIII, Edizioni Cantagalli, Siena 2013, Pp. 192, Euro 12,00). La prefazione è del Presidente dell'Osservatorio, monsignor Giampaolo Crepaldi, che - sgombrando opportunamente il campo da approcci mondani (sia nel senso di 'mondo', sia nel senso di 'moda') oggi più che mai in voga - sottolinea l'attualità del documento pontificio alla luce dell'ermeneutica della riforma nella continuità evidenziando in particolar modo il fatto che “le 'novità' delle encicliche non derivano, come normalmente si pensa, dai fatti nuovi che emergono alla ribalta della storia in quel tempo, ma dalla eterna giovinezza del Vangelo. Altrimenti le encicliche avrebbero lo stesso valore di una indagine sociologica, oppure di una rassegna di cronaca giornalistica” (pag. 8). D'altronde, a leggerla con la dovuta attenzione, l'enciclica fin dall'inizio è saldamente ancorata al concetto di 'ordine sociale' che in ultima analisi fa riferimento al piano di Dio creatore e alla sua sapienza infinita. E' un ordine che di per sé ha a che fare con una gerarchia di valori predeterminati e con una natura universale che ci precede. Infatti quando poi affronta il tema – politicamente scorrettissimo – dell'autorità, il 'Papa buono' rimanda proprio al fatto che anch'essa viene da Dio e, dunque, “chi esercita l'autorità lo fa come partecipazione all'autorità di Dio” (pag. 12): un discorso che vale pure per le odierne democrazie sempre più tentate dalla logica efficientistica dell'astratto proceduralismo burocratico autoreferenziale e fine a se stesso. Infine, in merito al 'bene comune', categoria fondamentale della Dottrina sociale, esso – scriveva Giovanni XXIII cinquant'anni or sono - “va attuato in modo non solo da non porre ostacoli, ma da servire altresì al raggiungimento del fine ultraterreno ed eterno” (nr. 35) della collettività, come a dire che la qualità di un ordinamento si vede anche dagli ostacoli – o meno – che esso frappone alla santificazione pratica delle singole anime dei propri consociati.

Più nello specifico, poi, la cornice storica e teologica è approfondita dai contributi dei due studiosi che sottolineano anche le parti del documento giovanneo successivamente riprese dal Compendio della Dottrina sociale della Chiesa pubblicato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace nel 2004, in particolare riguardo alla libertà di educazione e al diritto naturale (soprattutto Malnati). Non a caso, d'altronde, l'enciclica stessa all'inizio spiegava che la pace fra gli uomini sarebbe stata possibile solo “nella verità, nella giustizia, nell'amore, nella libertà”, richiamate esattamente in quest'ordine, il che vuol dire che prima di tutto c'è quindi il primato della verità che rimanda al Sommo Bene incarnato da Dio e che senza questa centralità della sua Presenza ogni piano di pacificazione sarà da considerarsi destinato inevitabilmente a fallire. A seguire, Roncalli ripercorre le varie tappe dell'elaborata scrittura dell'enciclica - mentre Giovanni XXIII era già fortemente debilitato dalla grave malattia, un cancro allo stomaco, che di lì a poco l'avrebbe portato alla morte - ricordando il lavoro svolto da monsignor Pietro Pavan (1903-1994), allora docente alla Pontificia Università Lateranense, di cui sarà poi rettore (prima di essere creato cardinale), e in particolare l'uso innovativo che il Papa in quegli anni farà dei moderni strumenti di comunicazione di massa, come la televisione: sarà proprio in diretta televisiva RAI, infatti, il 9 aprile 1963, che il Pontefice firmerà l'enciclica accompagnondola con queste significative parole: “Sulla fronte dell'Enciclica batte la luce della divina rivelazione che dà la sostanza viva del pensiero. Ma le linee dottrinali scaturiscono altresì da esigenze intima della natura umana, e rientrano per lo più nella sfera del diritto naturale. Ciò spiega una innovazione propria di questo documento, indirizzato non solo all'Episcopato della Chiesa universale, al Clero e ai fedeli di tutto il mondo, ma anche 'a tutti gli uomini di biona volontà'. La pace universale è un bene che interessa tutti indistintamente; a tutti quindi abbiamo aperto l'animo Nostro” (cit. a pag. 96).

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