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Domenica, 19 Novembre 2017

Italia in povertà

Nel 2016 si stima siano 1 milione e 619mila le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta, nelle quali vivono 4 milioni e 742 mila individui. Rispetto al 2015 si rileva una sostanziale stabilità della povertà assoluta in termini sia di famiglie sia di individui. L'incidenza della povertà assoluta sale al 26,8% dal 18,3% del 2015 tra le famiglie con 3 o più figli minori, coinvolgendo nel 2016 137mila 771 famiglie e 814mila 402 individui; aumenta anche fra i minori, da 10,9% a 12,5% (1 milione e 292mila).

 "Mi piacerebbe che questi numeri enormi muovano le coscienze e le agende politiche". Così Nunzio Galantino , segretario generale della Cei, commenta a margine della tavola rotonda "Da Mani Pulite a Cantone, il valore delle regole" gli ultimi dati dell'Istat sulla povertà. "Ci sono scarti enormi - conclude - che non possono essere lasciati ai margini".

La povertà relativa nel 2016 risulta stabile rispetto all'anno precedente: riguarda il 10,6% delle famiglie residenti (10,4% nel 2015), per un totale di 2 milioni 734mila, e 8 milioni 465mila individui, il 14,0% dei residenti (13,7% l'anno precedente). E' quanto rileva l'Istat nel report "La povertà in Italia", diffuso oggi. Analogamente a quanto registrato per la povertà assoluta, nel 2016 la povertà relativa(calcolata sulla base della spesa familiare rilevata dall'indagine annuale sui consumi), è più diffusa tra le famiglie con 4 componenti (17,1%) o 5 componenti e più (30,9%). La povertà relativa colpisce di più le famiglie giovani: raggiunge il 14,6% se la persona di riferimento è un under35 mentre scende al 7,9% nel caso di un ultra sessantaquattrenne L'incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per gli operai e assimilati (18,7%) e per le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (31,0%). E se l ISTAT in Italia ha dato l allarme di poverta Francesco De Palo spiega oggi sul Gionale come la Germania ha fatto diventare poveri 8 milioni di Greci :

L'austerità e dei parametri scrive il collega Italiano esperto di politica Ellenica ci si sarebbe aspettato ben altro comportamento, anche perché di scheletri nell'armadio greco la Germania ne ha parecchi. Non solo il guadagno per i prestiti della banca statale Kfw che ammonta a 393 milioni, mentre per l'acquisto di titoli di Stato dalla Bce i profitti dal 2015 ammontano a ben 952 milioni. Ma c'è anche la grande partita delle privatizzazioni che ha visto la tedesca Fraport acquisire per soli 1,2 miliardi ben 14 aeroporti regionali greci nel 2016 e il restante poche settimane fa. Poi c'è lo scandalo Siemens relativo alla fornitura allo Stato greco di servizi di comunicazione e security in occasione delle Olimpiadi del 2004, quelle per intenderci costate tre volte più di quelle inglesi. Senza dimenticare il grande affare delle armi vendute sull'asse Berlino-Atene che, dopo le rivelazioni scioccanti dell'ex direttore generale della Difesa greca Antonis Kantàs («Avevo ricevuto da Berlino talmente tante tangenti in borsoni sportivi da aver perso il conto» disse ai magistrati), ha portato alla scoperta di questo macro vaso di Pandora, con anche una presa di posizione ufficiale dell'azienda che ammise (solo in seguito) pagamenti in nero per circa 1,3 miliardi di euro.

Ma la madre dei guadagni tedeschi in Grecia continua De Palo su il giornale si ritrova andando a ritroso nel tempo alla voce danni di guerra che, solo dopo l'iniziativa dell'eroe novantenne greco Manolis Glenzos, il governo si appresta timidamente ad avanzare. Lo scorso anno il vice-ministro delle Finanze, Dimitris Mardas, ha annunciato quanto la Germania deve alla Grecia: 278 miliardi di euro, compresi 10 miliardi per un prestito che fu preteso dalle forze di occupazione naziste.

I danni causati alla Grecia dopo l'invasione di Hitler del '41 dovrebbero tenere conto di 300mila cittadini greci morti di fame, come risulta da un rapporto della Croce Rossa Internazionale. Berlino e Roma non solo pretesero cifre elevatissime per le spese militari, ma ottennero forzatamente anche quello che venne definito un prestito d'occupazione di 3,5 miliardi, ma fu lo stesso Führer a certificarne il valore legale disponendo poi il risarcimento. L'Italia restituì la propria parte, mentre la Germania no.

Oggi Berlino continua De Palo fa la voce grossa verso Atene che di contro, e come previsto dalla politica dei memorandum made in Schäuble che fa acqua da tutte le parti, chiede altri soldi, stavolta al Fondo monetario internazionale. Un prestito da 1,6 miliardi di euro, da ripagare con altre riforme e con parametri di crescita che, però, tutti i maggiori economisti mondiali ritengono impossibili da raggiungere

Ma in Italia dopo la scoperta e le rivelazioni di Luigi Di Maio per I recenti tentativi del governo italiano di avere un aiuto dalla Ue sulla questione degli immigrati  scrive il Primato Nazionale sono tutti andati a vuoto, tranne che su un punto: la richiesta di regole più chiare e stringenti per le ong che agiscono indisturbate nel Mediterraneo. Nulla di particolare, in realtà, anzi, sono tutte norme che avrebbero dovuto essere già in uso: divieto di spegnere il transponder, divieto di ingresso nelle acque libiche, trasparenza sui fondi e sul personale a bordo, divieto di accendere luci di segnalazioni per gli scafisti, etc. Ma gli attivisti filo-immigrazione non ci stanno. “In modo perverso, il codice di condotta proposto per le ong che salvano vite nel Mediterraneo potrebbe mettere a rischio vite umane”, ha detto il rappresentante di Amnesty International presso le istituzioni Ue, Iverna McGowan, secondo cui il codice di condotta “limiterebbe il lavoro condotto dalle Ong nelle operazioni di ricerca e soccorso”.

La bozza includerebbe anche il divieto di sbarcare in Italia per quelle imbarcazioni che decidono di non firmare il codice di condotta o che non rispettano alcune delle sue previsioni. Ma le ong non ci stanno: “Qualunque codice di condotta, se è necessario – segnalano Human Rights Watch e Amnesty International – dovrebbe avere l’obiettivo di rendere più efficaci le operazioni di salvataggio in mare nel momento di salvare le vite”. Secondo Judith Sunderland di Human Rights Watch, “date le dimensioni delle tragedie in mare e gli orribili abusi che i migranti e i richiedenti asilo fronteggiano in Libia, l’Ue dovrebbe lavorare con l’Italia per rafforzare le operazioni di ricerca e soccorso al largo della Libia, non per limitarle”. Insomma: chi per favorire l’immigrazione non può mica sottostare a delle regole come tutti noi comuni mortali…

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