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Martedì, 18 Giugno 2019

Il Centro Studi Faa di Bruno di Torino ha invitato Vittorio Messori a presentare il suo ultimo libro, «Quando il cielo ci fa segno. Piccoli misteri quotidiani», Mondadori (2018). L'incontro si è tenuto venerdì scorso nell'Auditorium“Faa di Bruno” di via Le Chiuse, presentato da Enrico Castelli del Centro Studi e da suor Chiara Busin, Madre Superiora Generale delle Suore Minime di N.S. Del Suffragio. Vittorio Messori, giornalista e scrittore tra i più conosciuti del mondo cattolico, è stato, come lui stesso ama sottolineare, anticlericale per tradizione familiare e agnostico per gli studi nelle scuole torinesi,dove si è laureato in scienze politiche. E' diventato, a sorpresa, il più noto apologeta cattolico non solo italiano,vista la diffusione internazionale dei suoi scritti, che sono veramente tanti.Tra l'altro li possiedo quasi tutti e letti naturalmente.

Pensate è stato l'unico che ha intervistato ben due papi, è stato evidenziato nella presentazione della serata: con san Giovanni Paolo II, che ha risposto a 35 domande poste da Messori. Uscito nel 1994,"Varcare la soglia della speranza" ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell'editoria e della Chiesa. Per la prima volta un pontefice ha utilizzato lo strumento del libro-intervista per diffondere il suo pensiero e la sua fede, riscuotendo un seguito straordinario: 20 milioni di copie vendute nei primi due mesi. Il colloquio con Giovanni Paolo II è stato tra i maggiori best seller della storia editoriale, uscito in una cinquantina di lingue.

Il secondo libro è stato scritto con il cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, “Rapporto sulla fede”. Anche questo ha avuto un grande successo, soprattutto a lungo studiato da chi auspicava una vera riforma della Chiesa, alla luce del Concilio Vaticano II.

Messori presentando il suo ultimo libro ha detto di aver ricevuto una speciale ispirazione dall'indimenticabile cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna. Il tema fondamentale che accompagna tutto il volumetto di 134 pagine, è la questione Soprannaturale. Per il giornalista è urgente che la Chiesa ponga fine al suo silenzio sul Soprannaturale, in particolare sui Novissimi, Inferno, Purgatorio, Paradiso, sulla morte, sul giudizio finale. Domande come cosa succede al momento della morte? Qual è il destino dell'uomo? Sono importanti.

Messori è convinto che la Chiesa deve occuparsi soprattutto della salvezza delle anime e dei bisogni spirituali dei credenti. E citando nostro Signore dice «non di solo pane vive l'uomo». Certo Papa Francesco parla di «ospedale da campo» per la Chiesa, ma questo vale non solo per i corpi, ma anche per le anime.

Facendo riferimento al testo, il giornalista cattolico sottolinea che l'Aldilà ci invia dei «segni», a volte grandi e vistosi (i miracoli, le apparizioni), a volte piccoli e privati, che spesso trascuriamo di interpretare, preferendo parlare di «coincidenze», di «casualità», magari di «eventi bizzarri». «Dunque, non è che il Cielo non ci parli - ha detto Messori nella serata torinese - siamo noi a essere sordi. E non è che Dio non si mostri: siamo noi a essere ciechi». Sarebbe interessante conoscere il parere del noto giornalista in merito all'incendio della cattedrale di Notre-Dame.

Messori nel libro fa riferimento ad alcuni episodi che lo hanno visto protagonista. Come quello che riguarda il sogno di Rosy, la sua badante che gli è apparso il beato Faa di Bruno dandogli l'incarico di dire al suo “capo” (così viene chiamato Messori da Rosy) che deve assolutamente partecipare all'importante Convegno del Politecnico di Torino. Tra l'altro Rosy, che da oltre vent'anni fa la domestica in casa Messori, era presente all'incontro di Torino, ed ha testimoniato la sua esperienza.

Nella serata Messori non si è limitato a parlare della sua ultima opera, ci ha raccontato la sua vita, soprattutto i trentanni trascorsi a Torino, nel quartiere San Donato. Ha raccontato della sua paura per quella“strana”costruzione, il campanile della Chiesa di N. S. del Suffragio costruito da Faa di Bruno che stava proprio a ridosso della sua abitazione. Descrive con emozione quella sera che si è abbattuto il tornado sulla città di Torino che ha distrutto la celebre Mole, ma non il campanile di Faa di Bruno. Il campanile realizzato su una base molto piccola, «svetta tuttora sulla città, a essa mostrando l’arcangelo Michele che, ad ali spiegate, chiama con la tromba i morti a giudizio, in simbolica antitesi alla Mole Antonelliana, sulla cui sommità fu posto originariamente un “genio alato” del Progresso umano, poi crollato».

A proposito della vita trascorsa a Torino, c'è un libro che Messori ha scritto insieme ad Aldo Cazzullo, «Il mistero di Torino. Due ipotesi su una capitale incompresa», Mondatori (2004), un libro un po' anomalo rispetto a quelli che lui ha scritto, si tratta di una descrizione affettuosa della sua infanzia nella città subalpina del come la città l'abbia accolto, delle scuole che ha frequentate, dell'inizio della sua attività lavorativa.

E' stato un periodo fondamentale della sua vita, durante il quale è stato “torinesizzato“.

In una intervista dopo l'uscita del libro lo scrittore ha detto: «Ne ho ricavato non solo gratitudine, ma anche un interesse crescente per l’enigma rappresentato da quella strana metropoli. In effetti, Torino è, in molti modi, davvero misteriosa: la città del Cristo (la Sindone) e dell’Anticristo (Nietzsche), di Cavour e di don Bosco, dei satanisti e dei grandi santi. Seguendo soprattutto un percorso autobiografico, intrecciato a letture e riflessioni di decenni, ho cercato di penetrare quel “mistero“. Naturalmente, nella mia prospettiva di credente. Da qui la riscoperta della dimensione religiosa, importantissima per una città che non è soltanto quella di Gramsci, di Gobetti, dell‘editore Einaudi, degli Agnelli e che è stata esaminata troppo spesso solo in chiave sociologica e politica».

E proprio della dimensione religiosa, soprattutto della sua scoperta di quel grande uomo scienziato Faa di Bruno, che ci ha parlato Messori nel rimanente spazio della serata del 12 aprile scorso. Dopo aver scritto «Ipotesi su Gesù» e «Scommessa sulla morte», racconta di aver ricevuto, tra le molte lettere, quella di suor AnnaMaria Bairati, che gli confidava di aver trovato nel suo libro, molte riflessioni simili a quelle del suo fondatore, allora venerabile Faa di Bruno. Pertanto la suora gli donò una biografia, meno di 100 pagine, del suo fondatore. Messori aveva un po' snobbato il libro, lo lesse dopo qualche anno, durante una sua malattia. Da quel momento si invaghì di  Faa di Bruno, che lo portò a scrivere quel straordinario testo «Un Italiano serio» che ebbe tanto successo e soprattutto ha fatto conoscere la straordinaria e poliedrica figura del marchese Faa di Bruno.

Messori racconta i guai che gli procurò quest'opera nel 1990 al Meeting di Rimini subì un attacco violento e scomposto dai vari notabili della cultura progressista del “politicamente corretto” di allora. Gente che naturalmente non aveva neanche sfogliato o letto il suo libro. Allora fu scritto che Messori aveva parlato male di Garibaldi, dei Padri della Patria e del Risorgimento. Certo la figura del beato Faa di Bruno si prestava a polemiche, lui che era stato perseguitato dalla Torino liberale e massonica del suo tempo.

Scriveva allora sulla rivista Cristianità, il compianto Enzo Peserico, recensendo il libro: «Non è difficile immaginare che il meno turbato dalla gazzarra laicista sarebbe stato proprio lui, il beato Francesco Faà di Bruno, che per tutta la vita dovette sperimentare di persona l’altra faccia della “tolleranza” liberale, quella della persecuzione culturale, condotta utilizzando mezzi e in vista di obbiettivi non dissimili da quelli odierni, cioè perseguendo la demonizzazione dell’avversario attraverso l’uso reiterato di slogan e di parole-talismano, quale appunto “integralista”». (Cristianità, n. 193-194/1991)

Tuttavia per concludere Messori racconta che era talmente innamorato della figura del beato Faa di Bruno che ad ogni lettera che rispondeva (il giornalista abitualmente risponde a tutti, io ho una sua lettera di ringraziamento del 1991), dentro metteva l'immaginetta dove Faa di Bruno in divisa di capitano, serviva la Messa a san Giovanni Bosco.

 

 

La chimica è una materia molto legata a chi la insegna. È  esperienza di  molti, ti appassiona o ti annoia. Gianni Fochi ne fu appassionato tanto da farne il lavoro della sua vita e diventare insegnante alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Tanta la passione per questa materia che è diventato giornalista scientifico e un acuto divulgatore con al suo attivo diverse pubblicazioni. Ultima fatica il suo L’avventura periodica. Il puzzle risolto degli elementi chimici (Bietti, pagg. 140, € 14,00) che prende spunto dal centocinquantesimo anniversario della redazione della Tavola periodica degli elementi da parte del chimico russo Dmitrij Ivanovic Mendeleev (1834-1907). Ma il volume nelle prime cinquanta pagine si spende a parlare della nascita della chimica e del suo diventare scienza con la descrizione di un mondo fatto di scoperte, di delusioni e di uomini normali con le loro debolezze e contraddizioni. E Mendeleev rientrava perfettamente in questa categoria con, in aggiunta, una grande intuizione che lui stesso, pare, riferì di aver avuto in sogno: «Vidi in sogno una tabella dove ogni elemento trovava il suo posto. Appena fui sveglio, fissai il sogno su un pezzo di carta». E riuscì proprio bene nel suo intento inquadrando gli elementi chimici noti fino ad allora in modo razionale, elegante riuscendo anche a prevedere elementi che sarebbero stati scoperti in seguito. Nel mondo scientifico era forte la necessità di un inquadramento degli elementi chimici e Mendeleev ci riuscì costruendo un sistema ordinato in cui ogni elemento avesse un suo posto, secondo le proprietà fisiche e chimiche che gli erano state riconosciute sperimentalmente. Grazie alla sua tabella del 1869, da allora in poi qualunque scienziato fu in grado di passarli in rassegna e quindi scegliere assai meglio come studiarli e impiegarli. Ma perché è così importante la Tavola periodica? Abbiamo fatto la domanda al prof. Fochi. “Non voglio rispondere con argomenti da scienziato, cui forse, così a bruciapelo, parte dei lettori non presterebbe grande attenzione. Nel libro ovviamente ci sono, ma qui, in breve, preferisco ricorrere all’aiuto di due testimonial molto popolari nel mondo della cultura in generale. Nel 1990 il film Risvegli fu candidato all’Oscar; vi primeggiavano Robert De Niro e Robin Williams ed era tratto dal libro omonimo del neurologo scrittore anglo-statunitense Oliver Sacks. Ebbene, quando alle soglie del 2000 un intervistatore gli chiese quale fosse secondo lui la maggiore conquista del millennio che stava finendo, Sacks — un neurologo, non un chimico o un fisico — rispose senza esitazione: “La tavola periodica degli elementi”. E poi non dimentichiamo che il nostro Primo Levi ha intitolato “Il sistema periodico” uno dei suoi libri più belli. Fino a un po’ di tempo fa sistema periodico era il nome usato comunemente in italiano per la tavola degli elementi. Si badi che quel titolo di Levi non è una pura coincidenza: l’autore — lui sì era chimico — in quelle pagine crea una metafora continua tra la vita degli uomini e il comportamento (potremmo dire il carattere) degli elementi”. Mendeleev fu uno scienziato completo che non limitò la sua ricerca ad incasellare elementi in una Tabella, lasciò un’eredità teorico-pratica molto estesa: fu tra i fondatori dell’industria petrolifera russa, introdusse il sistema metrico decimale, redasse uno studio di novecento pagine sull’industria carbonifera mineraria e siderurgica. Si occupò anche della produzione della polvere da sparo. Il volume ha anche l’intento di aiutare i giovani che studiano la chimica insegnando qualche trucco semplice per “afferrare le regolette che governano la reattività, cioè per intuire come si formano i composti chimici, per non dover imparare a memoria un sacco di formule astruse, per sbalordire al liceo i professori dimostrando che avete capito anche quello che alcuni di loro non spiegano”. E attenzione, la Tavola periodica potrebbe diventare in mano vostra uno strumento pericoloso, nel senso che potrebbe perfino farvi appassionare a una scienza che considerate noiosa e pesante. Un libro, questo scritto dal prof. Gianni Fochi, utile per lo studente e ricco di aneddoti, curiosità, divagazioni che lo rendono una piacevole lettura per tutti.

Altre pubblicazioni del prof. Gianni Fochi

-“La chimica ragionata”, manuale per le scuole medie superiori, Istituto Geografico De Agostini, 1990 (fuori commercio).

- “Chimica da capire — compendio di chimica generale con brevi cenni di chimica inorganica descrittiva”, manuale a uso delle matricole universitarie, ETS (2005) e poi Edizioni della Normale.

- “Il segreto della chimica”, Longanesi, 1999 (poi in altre edizioni Longanesi e TEA); pubblicato in traduzione spagnola dalla RobinBook di Barcellona.

- “Fischi per fiaschi nell’italiano scientifico”, Longanesi, 2010.

- “La chimica fa bene”, Giunti, 2012 ed edizioni successive.

Nella nostra epoca di scristianizzazione si fa fatica credere a quello che la Chiesa insegna, per esempio all'Angelo Custode, figurarsi poi all'Angelo Custode delle Nazioni. Don Marcello Stanzione noto angelologo ha scritto un libro, «Gli angeli custodi delle Nazioni», col sottotitolo: «Cent'anni fa a Fatima l'Angelo del Portogallo parlava ai tre pastorelli», pubblicato da SugarcoEdizioni (2016). Ma che valore può avere far conoscere agli europei di oggi che non conoscono più neanche le radici cristiane, che ogni città, ogni nazione ha un angelo protettore? Il libro cerca di rispondere anche a questo quesito.

«Anche i popoli odierni hanno il loro spirito tutelare sulla terra, - scriveva il cappuccino svizzero padre Otto Hophan - il loro intercessore in cielo. I popoli non sono lasciati a se stessi[...] Accanto al popolo e al suo governo è sempre presente 'un principe' invisibile, che suggerisce i progetti di Dio, dirige ed agisce».  Il religioso fa esplicito riferimento all'angelo tutelare che ha ogni popolo. Così ogni popolo ha un angelo diverso: gli italiani hanno il loro angelo, gli spagnoli, gli inglesi, i tedeschi che pretendono addirittura di avere a patrono il «principe delle schiere celesti», Michele. Anche la Francia ha il suo spirito tutelare, che tra l'altro, ha dovuto lottare con lo spirito della Germania.

Perfino la Svizzera, così piccola, ha il suo angelo tutelare, che ha condotto a salvezza il popolo svizzero in mezzo agli incendi di due guerre mondiali.

Per padre Hophan, «tutti hanno il loro angelo: l'America ricca; l'immensa Cina; l'antichissima India; i neri dell'Africa. Anche la Russia ha il suo principe buono e potente». E conclude citando la «Scrittura, - secondo la versione dei Settanta – ammonisce: 'Non devi aborrire gli edomiti e neppure gli egiziani. Poiché l'Altissimo quando ha diviso i popoli, quando ha separato i figli d'Adamo ha stabilito i confini dei popoli secondo il numero degli angeli (DT 32,8)».

Pertanto nella presentazione al libro di Stanzione, Carmine Alvino può scrivere che non è solo il singolo individuo ad avere l'Angelo personale protettore, ne ha uno anche il popolo di cui fa parte. E per questo cita S. Basilio il Grande (IV secolo): «Sappiamo dal tempo di Mosè e dei profeti che esistono degli angeli protettori per tutte le nazioni...questi capi e governatori posti per difendere e sorvegliare i popoli di cui hanno la responsabilità sono innumerevoli». E il profeta Daniele (cfr. Dn 10, 13-21) parla dell'Angelo della Grecia e della Persia, che si affrontano ogni volta che i loro popoli entrano in conflitto. Origene pensa che gli angeli siano all'origine delle lingue nazionali. Pertanto scrive Alvino, «siamo così portati a immaginare che alla base di ogni comunità etnica si trovi un principe spirituale, un angelo territoriale, che si esprime in maniera d'essere della suddetta comunità, nella sua storia, nella sua lingua e nella sua cultura».

E subito lo stesso Alvino però pone la questione, certo la protezione di un angelo dovrebbe ispirarci «un sentimento di tranquillità fiduciosa», in modo che la storia del mondo rassomigli «ad una festa campestre ininterrotta. Ciononostante, come noi oggi, i Padri della Chiesa si domandavano come spiegare le guerre, gli odi tra le etnie, la decadenza temporanea di una o l'altra nazione verso la disumanità». Penso alla guerra fratricida che si sta svolgendo in Ucraina, e che nessuno ha notizie, perchè è stata silenziata dai media.

Continuando dalla presentazione, alla questione si possono dare tre risposte secondo Alvino: la 1a, viene da S. Paolo, in pratica ci sono degli angeli caduti che, in un certo momento si sostituiscono come spiriti territoriali maligni ai protettori buoni dei popoli. La 2a risposta è che gli angeli hanno sì grandi potere sull'individuo e sulla collettività, «ma non quello di manipolare la volontà dell'uomo». L'uomo ha la libertà, può scegliere tra il bene e il male; la stessa cosa vale per i popoli. «Il loro angelo non ha in alcun modo il diritto di limitare il loro libero arbitrio. Questo significa che ogni popolo può disdegnare, se lo vuole, la tutela angelica buona, e lasciarsi tentare dalle pulsioni infernali e ingannare dagli spiriti territoriali malvagi».

La 3a, è quella che si può sbagliare volgendo le spalle all'angelo, ma anche al contrario, dando troppo culto, idolatrandolo, mettendolo al posto di Dio. E così si ripete il peccato degli angeli caduti, che si volevano mettere al posto di Dio.

Infatti scrive Alvino, «anche l'errore dei nazionalismi aggressivi riguarda l'importanza esagerata data all'istanza nazionale, il porre i suoi valori al di sopra di tutti gli altri. La nazione prende allora il posto dell'amore verso il prossimo, della saggezza e alla fine di Dio stesso. Quando la nazione diventa un assoluto,l'Assoluto con la A maiuscola diventa relativo. Dimentichiamo che 'la nostra patria è nei cieli', come dice l'apostolo Paolo, e facciamo della nostra residenza terrena un tempio da adorare, un limite opaco, la sola ragione d'essere della nostra vanità».

Alvino insiste nel chiarire questo concetto sulla retorica nazionalista, sempre presente, anche nel mondo cristiano. «C'è, in realtà, tra la fede autentica e la xenofobia, una contraddizione radicale ed è sbalorditivo che ci si possa dichiarare cristiani e allo stesso modo credere che Dio sia nato, a seconda dei casi, a Belgrado, a Sarajevo, a Washington DC o a Wuppertal...».

Anche se non si vuole disprezzare la questione nazionale, l'appartenere ad una nazione o a un'altra, è una questione provvidenziale, come il colore degli occhi, la statura e tutto ciò che compone la nostra identità. Peraltro l'appartenenza ha un significato e comporta una responsabilità, «non si nasce per caso in quella o in quell'altra nazione: c'è in questa circostanza un segno del destino [...]».

Alvino mette in guardia da una certa demagogia comunitaria e una cattiva comprensione della 'mondializzazione' che mira ad anticipare una umanità vaga, incolore, stereotipata.

Sulla nazione occorre trovare il giusto equilibrio e non l'idolatria del XIX secolo, o quello che ha scatenato la prima guerra mondiale.

Il 1° capitolo Stanzione lo dedica all'angelo protettore del popolo eletto, a Israele. Comincia dall'Antico Testamento. Riportando diversi episodi, dove gli angeli sono protagonisti. L'episodio dell'angelo che ferma la mano col coltello ad Abramo che sta per colpire il figlio Isacco, è conosciuto. E poi Giacobbe con la scala luminosa su cui gli angeli salivano e scendevano. E poi tante altre volte gli angeli si manifestano in molte pagine dell'Antico Testamento.

Già dal Nuovo Testamento si comincia a parlare degli angeli tutelari dei popoli. San Paolo sembra sia stato spinto da un angelo nell'attraversare la Macedonia. I Padri della Chiesa hanno elaborato la fede negli angeli dei popoli. Hanno sottolineato l'importanza degli angeli custodi delle nazioni e delle città e poi con il Medioevo si sviluppa una devozione collettiva all'angelo custode, che ha lo stesso fondamento di quella resa ai santi locali.

Stanzione sottolinea che questo culto fu soprattutto civico. Un culto molto diffuso soprattutto nella penisola Iberica, alla fine del XIV e nel XV secolo, alcune città si collocarono sotto la protezione di questo custode particolare. Una per tutte Valencia, fin dal 1392 fu dedicata una cappella all'angelo tutelare e poi Barcellona, Saragozza. Questi angeli custodi, descritti da Gabriel Llompart tengono nella mano sinistra una corona e, nella destra, una frusta o una spada. Frequentemente è munito di uno stendardo con le insegne della città. Addirittura a Saragozza, l'angelo ha una pergamena in mano, sulla quale si dice, sono scritti tutti i nomi degli abitanti.

Stanzione ci tiene a precisare:«la municipalità intera partecipa alle manifestazioni legate a questa devozione particolare e l'angelo custode locale viene trattato come un santo protettore».

Particolare attenzione viene data all'angelo del Portogallo, la cui festa solenne fu voluta dal re. Manuel I il Fortunato.

«Sul modello del culto dei santi, le feste di questi angeli custodi hanno un carattere pubblico che contrassegna l'importanza amministrativa e politica rilevata da Jean Delumeau, che la definisce come un 'culto civico', facendo notare che le prime cappelle dedicate all'angelo custode furono erette proprio nei palazzi comunali». Ora nei palazzi comunali vengono istituite le unioni civili e tanto altro.

Comunque sia «l'angelo protettore gode di una festa annuale, di una iconografia specifica e di una liturgia propria […] il termine stesso angelo custode rinvia alla nozione di difesa civile e l'angelo, dotato di attributi militari e araldici, si presenta come il baluardo dell'identità contro i nemici potenziali o contro le piaghe minaccianti la collettività». Tuttavia precisa Stanzione, «non fu la Chiesa a prendere l'iniziativa dell'instaurazione di questi legami di patronato decretati da una municipalità o da un regno».

Comunque ben presto si passò dal patronato dell'angelo a quello del santo che peraltro dava più affidamento: si possiedono le reliquie e del quale si può raccontare la vita. Anche se si è tentato di fabbricare reliquie degli angeli.

Il 3° capitolo è dedicato a san Michele il super angelo delle nazioni. Già agli inizi del V secolo sul monte Gargano appare l'angelo con la spada al papa Gregorio Magno. Poi nel 709 lo farà a Mont-Saint-Michel.

  1. Michele, “principe”, “capo supremo della milizia celeste”, gode di una doppia iconografia: «ora il combattente che attera il drago, ora l'arcangelo 'della morte', incaricato del trasporto e del vaglio delle anime».

Tuttavia nell'iconografia si è puntato sempre sull'aspetto guerriero, prima di tutto concepito come protettore della collettività, viene rappresentato con l'armatura, con la spada, o lancia, e poi con lo scudo. Praticamente, «Michele, più di tutti gli altri angeli, sembra appropriato per simboleggiare la lotta contro il male ed è giustamente trattato come un santo soldato».

E qui Stanzione ricorda le similitudini con il santo guerriero, San Giorgio. Tuttavia anche il culto a san Michele è un culto civico, iniziato nella penisola Iberica. Qui Stanzione elenca i luoghi dove si celebra questo culto. Naturalmente non poteva ricordarli tutti, ma io che sto soggiornando a Torino, non posso non accennare al bellissimo angelo in cima all'ineguagliabile campanile della Chiesa di S. Maria del Suffragio costruito dallo straordinario beato Faa di Bruno.

Il 4° e il 5° capitolo esaminano l'angelo del Portogallo precursore delle apparizioni della Madonna a Fatima. Per molti, l'avvenimento più importante del XX° secolo. Naturalmente don Marcello enuclea i passaggi più importanti del messaggio della Madonna consegnato ai tre fanciulli. Con particolare riferimento agli angeli delle nazioni.

Il 6° capitolo (la protezione angelica) si entra nel merito sulle contese degli angeli protettori delle nazioni. Effettivamente la tesi del sacerdote può apparire un po' controversa e forse bizzarra. Non è facilmente comprensibile, soprattutto nei nostri aridi tempi, l'affrontarsi in battaglie dei vari angeli. Come si possa accettare la tesi di un angelo protettore nazionale che ricerca il vantaggio spirituale e la salvezza del popolo del territorio affidatogli. Stanzione cita più volte la contesa tra l'angelo della Persia e quello di Israele. Una lotta dove gli angeli si contendono i due popoli.

Comunque sia ogni popolo, ogni chiesa, ogni istituzione ha un protettore angelico. Se le unità civili e politiche, come città e nazioni, godono del privilegio di un angelo custode, a maggior ragione anche le unità religiose, ecclesiastiche, diocesi, parrocchie e chiese devono godere della stessa protezione.

 Il 7° capitolo si occupa dell'angelo custode della Spagna e poi quello del Messico, due nazioni simili per tanti aspetti. Stanzione fa qualche accenno alla loro storia recente. I due Paesi che hanno subito una forte persecuzione dei cristiani e quindi della Chiesa, per certi aspetti, molto simile. Il riferimento è alla Cristiada in Messico e alla guerra civile in Spagna.

L'8° capitolo fa riferimento alle visioni di Faustina Kowalska e di Katharina Emmerich. Secondo queste mistiche si stagliano tremendi castighi sull'umanità, paventano interventi risolutori da parte di angeli mandati da Dio. Ci sono angeli della penitenza ma anche della punizione. I

Interessante il commento dell'esegeta Claus Westermann sugli angeli minacciosi che cacciano gli esseri umani dall'Eden, nell'Antico Testamento: «qualcuno qui potrà turbarsi, spaventarsi: un angelo armato di spada? Angeli armati di spada s'incontrano anche in altri passi della Bibbia, in contesti completamente diversi da questo. La Bibbia non ha avuto timore di porre spade nelle mani che noi preferiamo veder reggere qualche strumento musicale. Può essere necessario che l'angelo porti la spada. Qui la spada, cioè lo strumento di morte, viene nobilitata; ce n'è bisogno perché non si cada in rovina».

Concludo con le parole di don Marcello che risponde alla doma sul perché della venerazione agli angeli custodi delle nazioni: «lontano dal voler promuovere un nazionalismo esagerato, si vuole conservare la ricchezza culturale, i valori della storia di un popolo, per poter 'formare' il volto del popolo con l'aiuto dei suoi angeli». Così come si venera la Vergine Maria sotto diversi titoli e con le più diverse immagini; ogni nazione cattolica ha il suo santuario nazionale mariano, «perché non dare valore anche al patrocinio degli angeli?».

C'è anche una intervista esclusiva a Mogol nella biografia psicologica di Lucio Battisti che Amalia Mancini ha appena dato alle stampe per Arcana. Emozioni Private si differenzia da altri precedenti volumi per questa sua caratteristica di approccio che si evidenzia già scorrendo l'indice. Paragrafi come "Fine di un complesso di inferiorità" oppure "Il mito chiuso in una voce" od ancora "La personalità di Lucio" danno un certo tipo di taglio al lavoro che è sicuramente necessario se si vuol entrare addentro alla poetica creativa del musicista. Perché se è scontato che i testi siano opera di Giulio Rapetti, il suo attuale interprete più autentico, e che in genere questi venissero scritti dopo la partitura, è anche vero che "la dimensione a due, il cuore di Mogol e Battisti" rendevano l'elaborazione finale dei brani come un tutt' uno, in un idillio artistico che fu fino ad un certo punto un magmatico amalgama. L'autrice passa al setaccio, del "cantore dell'Amore" della malinconia, ecologia, natura, alienazione, paura, solitudine, documenti e testimonianze che ne appurano le fasi di gioia, attesa, sofferenza, lacerazione, esaltazione e lo fa anche interpellando esperti cone lo psichiatra Massimo Mirabella. Illuminante al riguardo la chiave di lettura del personaggio incentrata sul successo inteso inizialmente come "possibilità di superamento dei propri problemi" ma che, una volta raggiunto, fu vissuto da Lucio come un "ingombrante fardello" da cui staccarsi. 

L'assetto biografico del lavoro resta dominante nel render conto di vari passaggi della sua vita e della carriera, dei suoi mèntori, fra cui il primo Bobby Solo di Una lacrima sul viso, il contatto con Wilson Pickett a Sanremo nel 1969 che è un pó l'effigie della sua vicinanza al soul ed al r.&b. Una vita di Emozioni private (e pubbliche) dunque raccontata a partire dagli ultimi giorni del cantante, per scavare a fondo il primo Battisti e consentirci, leggendo, di tenerne a mente le melodie perchè, soleva dire, il grande Lucio "ascoltare significa qualcosa".

Il prossimo 31 marzo 2019 scadono i termini per  partecipare alla VII edizione del Premio Nazionale di Poesia “Il Cipressino d’oro”, organizzato e promosso dal "Kiwanis club
di Follonica", nella persona di Loriano Lotti, responsabile della nota iniziativa culturale ed il patrocinio del Comune di Follonica.
Per l'invio delle opere farà fede, come di consueto, la data del timbro postale.
Anche quest'anno sono pervenute molte opere alla segrereria del Club follonichese; gli appassionati di poesia hanno dato spazio alla loro
fantasia e la Giuria di qualità, composta da Daniela Cecchini, Giornalista ed Operatrice Culturale di Roma, già Madrina d’onore dell’evento lo scorso anno, incarico peraltro confermato; Gordiano Lupi, Scrittore, Poeta ed
Editore di Piombino; Patrice Avella, Scrittore e Poeta di origine
francese ma residente in Italia, è già al lavoro per selezionare le migliori opere del 2019.
Come negli anni precedenti, hanno preso parte al Concorso anche  poeti stranieri.
Alla premiazione parteciperà come Ospite d’onore il Professore albanese Arjan Kallço, al quale verrà consegnato un "Premio di Eccellenza" per il costante impegno letterario nell’ambito sociale ed umanitario.
  La sua presenza rappresenta simbolicamente lo spirito cosmopolita de “Il Cipressino
d’oro”, oramai conosciuto anche fuori dai nostri confini.
Il tema scelto dal Club follonichese per il 2019 è l’integrazione, declinato al mondo dell’infanzia, con particolare riferimento ai valori che gli adulti devono impegnarsi a trasmettere alle nuove generazioni.
Il concorso di poesia vede il supporto dell’artista Gian Paolo Bonesini, che ogni anno dona al Club alcune sue opere destinate ai
vincitori.
La Cerimonia di Premiazione si svolgerà sabato 11 maggio 2019 alle ore 17 presso la Sala
Tirreno di via Bicocchi 53A e presenzieranno le principali cariche nazionali del Kiwanis International – Distretto Italia/San Marino e
l’attore napoletano Angelo Jannelli, noto come “Ambasciatore del sorriso”, con le sue classiche ed apprezzate performance.
Partecipare è gratuito e semplice: il testo inviato dovrà essere inedito e non premiato in altri concorsi letterari.
Oltre al componimento poetico, i partecipanti dovranno inviare alla segreteria del “Cipressino d’oro” la scheda d’adesione, compilata con i
dati richiesti e sottoscritta.
  L’iscrizione potrà avvenire tramite la seguente  email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure a
mezzo posta: Premio Cipressino d’oro – Kiwanis Club Follonica, via Lamarmora 62, Loriano Lotti, 58022 Follonica, Grosseto.
Gli autori, se daranno il loro consenso, potranno vedere la propria opera pubblicata in un’antologia edita dalla casa editrice Il Foglio Letterario di Piombino.
Per tutte le informazioni è possibile scrivere all’indirizzo mail:
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure chiamare il numero:  347 6754324.

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