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Giovedì, 21 Febbraio 2019

Ho letto diversi libri sul Risorgimento, sull'unità d'Italia, su Garibaldi, ma uno come quello che ha scritto Riccardo Pazzaglia, ancora no. Mi riferisco a «Garibaldi ha dormito qui. Storia tragicomica dell'unità d'Italia», Arnoldo Mondadori Editore (1995). E' un libro intriso di sarcasmo, di ironia, di irriverenza, di critica beffarda nei confronti dei tanti personaggi, protagonisti della storia risorgimentale. Pazzaglia con un humor partenopeo-britannico, nel testo non si esime dal ridicolizzare i cosiddetti padri della patria a partire da Garibaldi, Vittorio Emanuele, Mazzini, Cavour.

Consulto internet e apprendo che Pazzaglia viene indicato come uno dei più noti scrittori umoristi italiani. Leggo che  «la provocazione surreale, paradossale del suo linguaggio viene da decenni di esperienze radiofoniche e televisive - come conduttore, autore e regista  - di testi di teatro, di cinema come regista e sceneggiatore, di corsivi satirici su quotidiani e riviste. Sul grande quotidiano del Sud, Il Mattino, la sua caustica rubrica “Specchio ustorio” è stata seguita per oltre venticinque anni con immutato interesse dai lettori»

Il giornalista che è scomparso nel 2006, nel libro si presenta come un «'inviato speciale nel passato' di un giornale inesistente». Racconta la storia facendosi «aiutare» da personaggi più o meno reali, entra nei particolari, nell'intimità dei protagonisti, in particolare in quella di Garibaldi, che hanno fatto l'unificazione del Paese.

Attenzione il testo di Pazzaglia nonostante abbia queste caratteristiche, è un libro che ha, tutte le qualità per essere un testo ben documentato, e pertanto, racconta la verità storica. Anche se il testo non ha note che rimandano alle fonte e non presenta nessuna bibliografia, dalla lettura si desume che l'autore abbia letto e consultato diversi libri. Anzi vorrei aggiungere, dopo aver letto queste pagine così dissacranti nei confronti dei cosiddetti eroi risorgimentali, dei quattro padri della patria, non si comprende come di fronte a personalità così mediocri si sia potuto con tanta leggerezza dedicargli vie, piazze, statue, busti e vie di seguito.

Certo il giornalista campano sostiene alcune tesi alquanto bizzarre, per esempio che la spedizione dei Mille è la conseguenza di una burrascosa separazione coniugale. Inoltre scopre, che è fatale al Regno delle Due Sicilie, ancora un matrimonio: «quello (stavolta purtroppo riuscito) fra una principessa bigotta di casa Savoia e Ferdinando II, da cui nasce Francesco, un malconcio principe che in famiglia chiamarono lasagna». Naturalmente non condivido per niente la descrizione che offre il giornalista della regina Maria Cristina, definendola sostanzialmente una bigotta, che «non ha fatto che vivere tra litanie, tridui, novene, esercizi spirituali, penitenze, rosari [...]». Probabilmente Pazzaglia, preso dal solito humor irriverente, in questo caso si allinea alla maggioranza di tanti pseudo storici. Non discuto la devozione  di Maria Cristina, peraltro per la Chiesa è beata e speriamo presto santa, ma trovo inaccettabile il termine bigotta, per una ragazza che in soli tre anni ha “rivoluzionato” il Regno.

Per una corretta descrizione della giovane regina sabauda, rimando alla lettura delle mie recensioni (come sempre anomale) al libro di Mario Fadda e Ilaria Muggianu Scano, Maria Cristina di Savoia. Figlia del Regno di sardegna, regina delle Due Sicilie, Arkadia editore (2012) .

Comunque sia, Pazzaglia dà spazio anche a quello che succede dietro le quinte della Storia, nei letti matrimoniali. Il 10° capitolo, viene proprio intitolato, «la diplomazia delle lenzuola». E qui che si racconta del tour parigino della Contessa Castiglione. E poi le escursioni sessuali di Garibaldi, «eroe professionista, dopo le battaglie va a letto con le ' camicie rosse da notte', fra le quali a Napoli, viene arruolata perfino Madame Bovary».

Il rapporto con le donne di Garibaldi è molto intenso, curiosa e alquanto bizzarra la proposta che fa alle donne palermitane quando si accorge che all'orfanotrofio muoiono novanta lattanti su cento. Per Pazzaglia, «è un chiaro invito a tirar fuori le mammelle», che peraltro le procaci dame palermitane, esagerando un po' gliele vanno a portare direttamente al Palazzo Reale, dove lui risiede.

Pertanto Pazzaglia puntualizza, «ricomincia così anche in Sicilia il pellegrinaggio erotico delle patite per l'eroe. Dice un volontario toscano: “Appena finisce una battaglia, si riapre il troiaio”». Una situazione che assomiglia molto all'harem   'costruito' da Gabriele D'Annunzio nella sua residenza sul Garda.

Pazzaglia continua a precisare che l'eroe dei due mondi, «più che dagli austriaci e da Camillo Benso, Garibaldi sarà sempre perseguitato dalle donne. Per tutta la vita gli perverranno quintali di ciocche di capelli di tutti i colori; tonnellate di ritratti e di poesie. Le inglesi specialmente gli correranno dietro[...]». Una di queste addirittura, riuscirà a tagliargli le unghie, e a conservarle come reliquie. Sembra che anche le monache di un convento palermitano sono coinvolte nell'entusiasmo per Garibaldi.

Pazzaglia sempre con il tono ironico ci racconta gli ultimi giorni del grande regno del sud, fino alla capitolazione della piazzaforte di Gaeta. Il testo, già nel primo capitolo si presenta con un pezzo forte, si tratta di una scheda di presentazione di Garibaldi, da parte della polizia politica del Regno Sardo. «Nel bel principio di sua vita adulta, si trovò complicato in delitti politici e venne imprigionato. Uscito dalla prigione, si associò ad altri proscritti del suo genere e, noleggiato un piccolo naviglio, si diede a scorrere il mare facendo l'onorato mestiere di Pirata».

Il testo di Pazzaglia è denso di particolari, riguardo alle tante, troppe, «scappatelle»del generale e tra queste merita una menzione particolare la sgradita «sorpresa» della giovane adorabile Giuseppina Raimondi. Garibaldi si invaghisce di questa giovane ragazza ma sul punto di sposarla, la trova incinta e per lui grande conoscitore di donne, è un oltraggio insopportabile. E' il 24 gennaio 1860, per distrarsi e dimenticare Garibaldi andrà a preparare la cosiddetta Spedizione dei Mille. E così «Francesco II, a Napoli, in questo momento non sa che fra pochi mesi perderà il trono per colpa di una sposa incinta».

Interessante la dettagliata descrizione dei Mille, da parte di Pazzaglia: intanto erano mille e ottantasette. C'erano centocinquanta avvocati, cento medici, venti farmacisti, cinquanta ingegneri. Il resto, professori, musicisti e soprattutto perdigiorno. I Mille, scrive Pazzaglia, «[...]quasi tutti, partendo per la Sicilia, stanno scappando da qualcuno e da qualcosa: mogli abbandonate, amanti infuriate, figli illegittimi, debiti, conti da regolare con la Giustizia, ma non sempre per ragioni politiche».

Più avanti aggiunge: «quasi tutti sono alla ricerca ossessiva di nuove sottane da conquistare».

Probabilmente la spedizione dei Mille è l'avvenimento più farsesco di tutto il Risorgimento. Ma prima di parlarne, vediamo il trattamento di Pazzaglia nei confronti della tragica disavventura di un altro “eroe”, Carlo Pisacane. Anche qui c'è una descrizione non agiografica del personaggio. Intanto si dà conto della sua ambigua relazione con le donne, da quella avuta con una giovane già sposata, conosciuta durante la sua permanenza nella piazzaforte di Civitella del Tronto e poi l'altra tormentata relazione con Enrichetta Di Lorenzo, madre di tre figli. Poi il continuo peregrinare, la partecipazione alla rivoluzione romana con Mazzini. Infine si trova coinvolto, forse non sapendo più cosa fare, nella missione impossibile, quella di far sollevare le popolazioni calabresi contro il Borbone. «Ci vuole uno scervellato, uno sconsiderato, un imprudente e, perchè no, uno squattrinato che non sappia come uscire dalla situazione economica e sentimentale insostenibile: è il ritratto di Carlo Pisacane».

Il 9° capitolo è dedicato al re Francesco II, descritto probabilmente per quello che è stato, un debole, timido, malinconico e probabilmente un po' fatalista, sopratutto, quando ha abbandonato Napoli, senza combattere.

Ritornando alla narrazione della conquista del Sud, titolo di un brillante pamphlet dell'indimenticabile grande narratore Carlo Alianello, a partire dal 12° capitolo (I pantaloni bianchi si ritirano) si scrive sulla veloce marcia trionfale di Garibaldi alla conquista del povero regno Duo siciliano. Qui naturalmente la descrizione tragicomica di Pazzaglia dà il meglio di tutta l'opera. In primo piano c'è l'opposizione militare dell'esercito borbonico che rasenta il programma di “oggi le comiche”. Prima Lanza, poi Landi, invece di combattere, arretrano in continuazione. Praticamente, ormai come hanno scritto quasi tutti gli storici, tutti gli ufficiali borbonici fanno di tutto per nascondere il proprio tradimento al loro legittimo Re.

Infatti, «quando i garibaldini non ce la fanno più e stanno per essere sopraffatti, - scrive Pazzaglia - la tromba suona la ritirata. Ma non è Beppe Tironi che suona, la tromba è quella del trombettiere borbonico. Tutti – come si dice – non riescono a credere alle proprie orecchie, né le camicie rosse, né i pantaloni bianchi. La carrozza del generale Landi si allontana verso l'abitato di Calatafimi, [...]I soldati borbonici, increduli, cominciano a ritirarsi ordinatamente, protetti dalla cavalleria». Nota Pazzaglia, «c'è perfino la cavalleria, come mai non viene lanciata verso i garibaldini esausti, che crollano a terra per la stanchezza tra i loro trentadue morti e centinaia di feriti?».

Sempre a riguardo dei tradimenti degli ufficiali borbonici, Pazzaglia dà conto della raccapricciante e umiliante lettera di armistizio, scritta a Palermo, dal generale Lanza,  indirizzata a Sua Eccellenza, il generale Garibaldi. E qui c'è la frase volgare, irriguardosa diretta a Lanza di Pazzaglia, che sull'episodio cita il commento dell'ammiraglio inglese Mundy, l'eminenza grigia che ha seguito dalla sua nave tutta la spedizione garibaldina. Il Mundy facendo riferimento a Garibaldi, così commentava: «[...]L'uomo che fino a quel momento era stato stigmatizzato con gli epiteti più vituperosi della umana natura e denunziato nei proclami come un pirata, un ribelle, un filibustiere, eccolo elevato al titolo di Generale e di Eccellenza[...]».

Soltanto un ufficiale, si è distinto, facendo il proprio dovere di soldato, mi riferisco al maggiore Ferdinando Beneventano Del Bosco, che si è battuto come un leone in quel di Milazzo e per poco non riusciva ad avere la meglio dei garibaldini. La terza battaglia della Sicilia, quella di Milazzo,viene descritta da Pazzaglia in modo dettagliato.

Il 19 capitolo del libro è dedicato a «quella canaglia di Nino Bixio». E subito il pensiero si rivolge alla carognata di Bronte, dove gli eccidi diventano stragi.

Ma ritorniamo alla spedizione, il testo racconta degli ultimi avvenimenti, l'arrivo di Garibaldi a Napoli, mentre prima Francesco II abbandona precipitosamente la capitale. Liborio Romano, ultimo ministro napoletano, prepara l'arrivo del generale “liberatore”, si fa aiutare dai capi camorristi e anche da quelle donne, sempre prime a correre tra le braccia del vincitore. Naturalmente Pazzaglia è attento a descrivere la “sacra” scena dell'arrivo col treno e poi della festa.

Poi si passa alla battaglia del Volturno, che non mormorò. Qui l'autore descrive la battaglia, Garibaldi si posiziona sempre su un altura per trovarsi contemporaneamente fuori pericolo, è successo anche a Calatafimi. Peraltro secondo Pazzaglia, era una abitudine del generale, vedere le battaglie dall'alto, ecco perché la “fortuna”, ha sempre accompagnato il nostro eroe. Viene colpito soltanto sull'Aspromonte, dal fuoco”amico”.

E per concludere, l'ultima battaglia, quella della fortezza di Gaeta, l'unica volta che Francesco II abbia resistito insieme alla sua giovane regina Maria Sofia. Anche qui Pazzaglia da inviato di un giornale inesistente, racconta gli avvenimenti, l'eroismo dei soldati napoletani, insieme ai loro ufficiali rimasti fedeli al loro Re. I piemontesi dal mare vomitano migliaia di bombe sull'inerme fortezza che alla fine deve arrendersi. E quindi non rimangono che «gli occhi per piangere».

Oltre a pubblicare i consueti proclami finali alle popolazioni napoletane del re Francesco, Pazzaglia da giornalista presenta anche la situazione politica del momento. Si fa aiutare dal generale Del Bosco, che ha mantenuto i contatti con i centri di resistenza in Calabria, che lui stesso aveva cominciato a preparare, probabilmente per farne la Vandea d'Italia. Dalle risposte di Beneventano si evince che le azioni del cosiddetto brigantaggio erano già iniziate. E qui il discorso si fa interessante, perché l'”inviato” Pazzaglia, chiede a Del Bosco come mai nessuno ha sfruttato la Calabria, il territorio ideale per fare la guerriglia e quindi per contrastare l'avanzata garibaldina. Naturalmente l'argomento è interessante per una possibile ed eventuale ricerca storica. Per il momento mi fermo, prossimamente riprenderò l'argomento presentando l'ottimo e documentato testo di Gilberto Oneto, l'Iperitaliano (riferito a Garibaldi), pubblicato alcuni anni fa dalla casa editrice Il Cerchio.

Un'ultima annotazione, da quello che vedo in rete, il testo di Pazzaglia non è stato ripubblicato, evidentemente dà fastidio alla cosiddetta storia ufficiale.

Avete mai sentito parlare del «poligono di tiro di Butovo»? Mentre chissà quante volte abbiamo sentito i nomi di Auschwitz, Dachau, Buchenwald e via di seguito.

Butovo è un vasto terreno alla periferia sud di Mosca, dove venivano fucilati i «nemici del popolo» sovietico durante il Grande Terrore stalinista. Io l'ho scoperto leggendo il libro ben curato da Marta Dell'Asta e Lucetta Scaraffia: «La vita in uno sguardo. Le vittime del Grande Terrore staliniano», Lindau (2012).

Dopo tanti anni, tanti decenni, che importanza può avere scrivere un libro corredato di 150 fotografie di uomini e donne prima di essere fucilate dalle guardie del terrore comunista ai tempi di Stalin. 

Le due scrittrici presentano queste fotografie che provengono da fascicoli giudiziari di persone condannate alla fucilazione nel 1937-38. Sono state trovate negli archivi della Lubjanka, erano riposte in un contenitore di legno. «Sono sicuramente l'ultima loro immagine e presumibilmente fissano il loro ultimo sguardo sulla vita»

Le autrici del libro tengono a precisare che la conservazione delle foto è un fatto fortuito, non sempre era prevista la foto per il condannato. Le foto rappresentano una piccola ma preziosa testimonianza delle 20.765 persone fucilate e seppellite nel poligono di Butovo a Mosca.

«Negli anni del Grande Terrore staliniano migliaia di semplici cittadini – insegnanti, casalinghe, operai, sacerdoti – furono accusati dei più inverosimili delitti: spionaggio, terrorismo, trame controrivoluzionarie. Nel giro di pochi giorni, senza processo, fucilati». I carnefici avrebbero voluto cancellare per sempre dalla storia le tracce di queste persone. « I volti delle vittime, invece, - scrive Scaraffia - per una felice serie di circostanze arrivate fino a noi, esprimono stupore, dolore, disperazione, sfinimento, impotenza, qualche volta anche sfida, odio, con l'occhio rivolto a chi, in quel momento, per loro rappresenta il male».

Sul male del '900 esiste una ricca documentazione fotografica, e qualche volta filmica, basti pensare alle foto scattate nei lager nazisti dagli Alleati, o dagli stessi carnefici nazisti. Le immagini dei rastrellamenti degli ebrei, sono rimaste per sempre ferme nella nostra memoria. «Ma si tratta pur sempre di istantanee, o di filmati, non di ritratti. Quasi inesistenti invece le foto dei lager sovietici, dove non sono entrati liberatori, e quindi l'occhio esterno non ha registrato il dramma nel momento in cui stava per finire».

Tuttavia scrive la Scaraffia «sui lager sovietici abbiamo in realtà importantissime testimonianze letterarie, (si pensi ad 'Arcipelago Gulag' di Alexander Solgenicyn) ma il fatto che non ci siano foto, in una cultura come la nostra così centrata sull'immagine, ha contribuito a rendere la loro realtà meno presente nella memoria collettiva, e quindi a indebolirne la portata storica». Infatti quello che scrive Susan Sontag, è verissimo: «un evento diventa reale perchè viene fotografato».

A questo proposito ho presente il libro che ho letto e recensito di Everosinija Kersnovskaja, «Quanto vale un uomo», pubblicato da Bompiani nel 2009. Qui la Kersnovskaja, deportata in Siberia e internata nel gulag sovietico, ha raccontato in un accattivante testo, la sua tragedia scrivendo e disegnando tutto quello che non poteva dimenticare. Infatti possiamo leggere nella copertina: «Non esistono riprese documentarie del Gulag, tanto meno girate dalle vittime. Ma grazie a questo incomparabile 'fumetto', a distanza di settant'anni dagli eventi, dal permafrost siberiano emergono volti e voci[...]».

La professoressa Scaraffia che insegna storia Contemporanea all'Università “La Sapienza”, ha potuto verificare «come per la maggior parte degli studenti le due forme di terrore - quello nazista e quello comunista - non siano da considerare comparabili: il peggiore, naturalmente, e di gran lunga, è considerato quello nazista, e non già per l'unicità dell'Olocausto, ma per l'unicità della documentazione visiva».

Pertanto la Scaraffia insiste: «guardando i volti effigiati nelle pagine di questo libro, quindi, vuol dire anche prendere atto, concretamente, delle stragi perpetrate da Stalin, e accettare di essere coinvolti emotivamente in questo massacro, così come lo siamo per i campi nazisti».

L'argomento del libro ci riporta al tema al potere terapeutico della memoria. Si sente parlare quando si fa riferimento al male del '900, la Scaraffia ricorda l'associazione Memorial, nata a Mosca per difendere i diritti umani, che possiede un archivio di documenti storici, sui nomi delle vittime del comunismo. E invita a ringraziare Lidija Golovkova, per aver conservato queste immagini, vincendo le resistenze della società russa contemporanea, dove prevale il rifiuto di ricordare un passato pesante e imbarazzante. E' lei che a pagina 35 del libro fa la Storia delle fosse comuni a Butovo, perchè il regime ha scelto quel territorio e poi le tecniche delle fucilazioni, dei vari condannati. A Butovo sono stati scoperti almeno 21.000 corpi, mentre a Levasovo nei pressi di San Pietroburgo, 45.000 corpi.

E' interessante il lavoro dei difensori della memoria, il lavoro di ricerca dei nomi, dei volti, dei luoghi dove sono stati uccisi tutte queste persone. Si tratta di milioni di uomini e donne, forse un'opera titanica che probabilmente non si arriverà mai a stabilire i numeri esatti delle vittime del terrore comunista. «Tutte le vittime erano persone, - scrive Dell'Asta - con un volto, un nome, una vita che la violenza totalitaria aveva cancellato assieme all'esistenza fisica […] si sa per certo che i numeri reali non si potranno stabilire: troppi documenti mancanti, troppe falsificazioni, troppi casi non registrati». Tuttavia per Dell'Asta anche i numeri forniti per difetto (18 milioni di prigionieri del Gulag) che cosa cambia? Alla fine si tratta di sterili cifre, grafici, percentuali che presto si dimenticano. Invece le persone con un nome, un cognome, un volto, sono persone concrete e non si dimenticano. Era un ragionamento che facevo anni fa, presentando il Libro Nero del Comunismo, ai giovani di Alleanza Nazionale a S. Teresa.

Bisognerebbe nominare le vittime una per una, in modo che la violenza di Stato perda la sua astrattezza politica. Il recupero dei nomi inseriti nei cosiddetti «libri della memoria» o «martirologi», è un grande lavoro fondamentale. Attualmente ci sono oltre 200 volumi pubblicati in tutti gli angoli del paese. Ancora c'è molto da fare, oltre a ricostruire la personalità, il nome e i volti delle vittime, occorre individuare il luogo e il tempo. Qui la Dell'Asta ricorda che c'erano mille modi per confondere le tracce da parte del regime sovietico.

L'indirizzo dei lager era segreto, ma ancora più segreto era il luogo dove si fucilava e dove si seppellivano le vittime.«la scoperta delle fosse comuni di Butovo, di Levasovo e di altri 518 luoghi simili in tutta l'Unione Sovietica, si può considerare un grandioso successo contro l'opera di cancellazione intrapresa dal regime». Per ricostruire questo vero e proprio mosaico del terrore, ci sono voluti lunghe ricerche negli archivi, spedizioni sul territorio, interviste ai sopravvissuti e agli abitanti del luogo.

Non si vuole insegnare niente a nessuno, l'associazione Memorial vuole «recuperare i fatti, raccoglierli, dargli un senso e renderli pubblici». In questo non c'è nessun desiderio di rivincita, di vendetta, ma un desiderio di giustizia, come tante volte hanno testimoniato personalità lucide come Sacharov e Solzenicyn.

La Dell'Asta denuncia una certa indifferenza: «l'interesse per la storia sovietica è bruscamente caduto, diventando una cosa per specialisti». Ora c'è la globalizzazione, gli interessi economici, la lotta per la sopravvivenza. Tuttavia, la Dell'Asta vede due motivi di questo generale voltafaccia: «il primo è la mancanza di un'esplicita condanna ufficiale del comunismo, che ha permesso al sistema di valori sovietico di convivere con il nuovo, confondendo i propri contorni per diventare tutto e il contrario di tutto». Mentre, «il secondo motivo è la naturale tendenza dell'uomo a dimenticare il male [...]».

Pertanto amaramente la Dell'Asta ammette che «i temi delle repressioni, del totalitarismo, hanno incominciato ad annoiare, a sembrare scontati e infine quasi indecorosi; di fronte alla vita che preme sempre più intensa e complessa, molti giudicano assurdo tirar fuori dall'armadio lo spaventapasseri di Stalin e agitarlo per spaventare e irritare i nuovi borghesi russi».

Comunque sia ancora oggi dopo vent'anni di lavoro per capire le cause e misurare le proporzioni della catastrofe umana che ha colpito la Russia, ci sono milioni di persone che non sanno dove sono seppelliti i loro genitori, nonni, bisnonni. Del resto bandire l'immagine di Stalin è stata il frutto del regime non della democrazia, infatti ancora oggi esistono città russe con statue, vie, piazze, targhe dedicate a Lenin e compagni. Del resto ognuno si sceglie la memoria di suo gradimento.

 Interessante la riflessione di Dell'Asta sull'aiuola vuota a Mosca dove un tempo si ergeva il monumento a Feliks Dzerzinskij, padre della Ceka e dell'intero sistema repressivo comunista. Da quando è stata abbattuta a furor di popolo nell'agosto 1991, è rimasta vuota. Per Dell'Asta, «questa aiuola rappresenta in qualche modo chi non vuole sapere né ricordare, chi non ha un giudizio, chi vorrebbe chiudere il discorso sui massacri del XX secolo».

 

   

 

A Roma, giovedì 4 ott­obre 2018, alle ore 17.30, ne­ll'Aula dei Gruppi Parlamentari della Ca­mera dei Deputati, in via di Campo Marzio 78, si terrà il seminario: "Quale cultura per qu­ale cambiamento?"; questo il tema su cui si confronteranno il Presidente della Cam­era Roberto Fico, il Ministro dei Be­ni e delle Attività Culturali Alberto Bonisoli, la Deputata Dalila Nesci, la scrittrice e Psicoterapeuta Maria Rita Parsi e il poeta e filosofo Marco Guzzi.
Tornano, quindi, gli incontri di "PAROLE GUERRIE­RE - Seminari rivolu­zionari a Montecitor­io",  arri­vati  all'11° appunta­mento.
L'iniziativa - si le­gge in una nota - è stata avviata, già nel luglio 2017, da Dalila Nesci, deputata del M5S nella XVII e XVIII Legislatura, Diego Antonio Nesc­i, e Marco Guzzi, con il costante sosteg­no di Roberto Fico, Presidente della Cam­era dei Deputati. L'­intento fondamentale dei Seminari è raff­orzare i contenuti della Rivoluzione cul­turale e democratica in corso. Nella con­vinzione che la prat­ica politica, non al­imentata da un appro­fondimento teorico, indebolisca la prassi istituzionale e am­ministrativa. Nel corso dei di­eci precedenti incontri sono state ap­profondite tematiche cruciali quali: il rilancio del progetto democratico, il ru­olo degli intellettu­ali in questa svolta antropologica, la questione morale, la crisi dei concetti di sinistra e di dest­ra, il rapporto tra crisi ambientale, crisi psicologica ed esistenziale, il con­cetto di sovranità nazionale in rapporto agli sviluppi dell'­Unione Europea.
Attualmente "PAROLE GUERRIERE" si sta aprendo ad una fase nuova, sta cioè divenendo un polo di aggregazione fi­sico-telematica per Deputati e Senatori del M5S e di diversi gruppi politici, che avvertano l'esigen­za di una nuova visi­one. Sono già previs­ti perciò altri 5 in­contri a Montecitorio ed eventi regionali sui territori dura­nte tutto l'anno 201­8-2019.
In anteprima, i temi dei prossimi Semina­ri riguarderanno il nuovo rapporto con le tecnologie avanzat­e, l'educazione, il ruolo dei mass-media, l'ecologia profond­a.
Agli incontri presenzieranno se­mpre relatori di spi­cco, tra cui Lorenzo Fioramonti vice Mini­stro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, ma an­che intellettuali ed esponenti di imprese innovative, come Ma­rco Antonio Attisani Ambasciatore del Go­al di Sostenibilità delle Nazioni Unite N.6 - Water & Sanita­tion.

Il mio soggiorno a Torino, mi ha dato l'opportunità di visitare le tante opere create dal beato Faà di Bruno, uno dei tanti pilastri della santità sociale sbocciata nell'Ottocento torinese e piemontese. Con grande emozione ho percorso le strutture realizzate dal beato, una vera «cittadella delle donne», sita nel quartiere San Donato a Torino. Io che avevo conosciuto il Faa di Bruno, leggendo quasi trent'anni fa lo splendido volumetto di Vittorio Messori, «Un italiano serio», edito dalle Paoline nel 1990.

Il libro di Messori ha squarciato l'oblio, sul grande campione della carità e della solidarietà degli ultimi. Infatti, le cose cominciano a cambiare in meglio dopo la sua beatificazione. E soprattutto dopo la biografia approntata dal giornalista cattolico che viene diffusa in tutta Italia.

In questa circostanza ho conosciuto la Congregazione delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio, in particolare, la postulatrice per la canonizzazione del beato, suor Carla Gallinaro, che mi ha donato degli ottimi sussidi sul beato per studiarlo meglio. Inoltre ho avuto la possibilità di visitare il prezioso Museo, dove si possono ammirare tra l'altro alcune invenzioni create dal beato, e il suggestivo campanile alto ben 83 metri, che ho percorso con una certa fatica, insieme alla guida, Manuela Sasso.

Il beato Faa di Bruno è nato nel 1825 e morto nel 1888. Faa di Bruno è coetaneo di tanti altri santi, vissuti nello stesso periodo come san Giovanni Bosco, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, san Leonardo Murialdo, san Giuseppe Cafasso.

Un sacerdote torinese, in uno studio accurato, ha raccontato la straordinaria opera evangelizzatrice e sociale della Torino Sabauda, del solo Ottocento. Si tratta di una miriade di “santi”, eccezionali, alcuni canonizzati dalla Chiesa, altri no. Il sacerdote ne contati almeno 90 tra santi, beati, venerabili e servi di Dio. Ma l'elenco addirittura si può allargare a quasi 200, di uomini e donne, di rilievo per la loro pietà e per il loro apostolato sociale. Per lo più laici e laiche, appartenenti a tutti gli strati sociali.

Tra l'altro domenica prossima, 21 ottobre, presso l'Istituto Faa di Bruno a Torino, sarà inaugurata una Mostra di quadri originali di alcuni (per la precisione 39) di questi santi, beati e servi di Dio, dipinti dalla pittrice Anna Volpe Peretta.

«Il XIX secolo vede sorgere a Torino e nel Piemonte, in un contesto politico e storico avverso alla Chiesa, una moltitudine di opere caritatevoli promosse da decine di sacerdoti e consacrati in risposta ai cambiamenti in atto di una società in rapida trasformazione per gli effetti della prima industrializzazione […] Oggi il ricordo di questi uomini e il loro operato è mantenuto dalle attività di istituti e congregazioni religiose fondate grazie ai loro carismi» (Daniele Bolognini).

Il professor don Giuseppe Tuninetti, presentando la Mostra, paragona l'innumerevole schiera di santi piemontesi a una stupenda sinfonia di santità: «Quella della sinfonia mi sembra una immagine adeguata a descrivere la sorprendente fioritura di varia santità operata da Dio in terra piemontese ai tempi di Faà di Bruno e certificata dalla Chiesa attraverso i processi di canonizzazione [...]».

In pratica nella Torino liberale e massonica di quel tempo, da una parte c'erano nobili, ricchi che approfittavano della povera gente, in particolare di quelle ragazze dette «servette», dall'altra c'erano questi apostoli della carità che si prodigavano di lenire le sofferenza della povera gente. Infatti, scrive Messori: «Mentre i governi liberali, spesso ispirati dalla massoneria, non solo poco si curano dei poveri, ma tassano loro persino il pane (“il macinato“) e sequestrano i figli per anni e anni di servizio militare, mentre il nascente socialismo distribuisce parole e opuscoli, preoccupandosi più della ideologia che della miseria concreta, ecco i cattolici “papisti“, i disprezzati “clericali reazionari“ scendere in campo ad aiutare di persona affamati, malati, ignoranti, abbandonati. Non solo lavorando ma alzando la voce contro tanto bisogno che i ricchi vogliono ignorare». (V. Messori, I Santi sociali (e Papa Francesco)? Tutti 'intransigenti' nella fede, 18.5.13, Corriere della Sera)

Una enorme schiera di uomini e donne di Chiesa piemontesi che si sono piegati sulle sofferenze degli ultimi, e che potrebbero dare tante risposte alla Chiesa attuale che sta soffrendo a causa dei troppi episodi incresciosi, che vedono coinvolti religiosi colpevoli di abusi sui minori e sostenitori dell'ideologia gender e dell'omosessualità.

Per la verità questi «santi» potrebbero dare risposte anche al mondo laico, alla società, al mondo del lavoro. Basta conoscere quello che hanno fatto per impiegare i loro metodi per risolvere concretamente i vari bisogni della povera gente.

Per certi versi questi santi rappresentano una provocazione; nella storia ufficiale si è parlato troppo di Garibaldi, Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele e altri patrioti, si è parlato di guerre, di libertà, di fare l'Italia. «A Torino c'era qualcuno che, invece di fare l'Italia, pensava a fare gli italiani. C'erano i santi, appunto. Tanti. Nessuno si chiede perché fossero così numerosi, per le strade di quella stessa Torino risorgimentale. Mentre i re e i condottieri si occupavano della geografia, loro facevano la storia. Prendendosi cura degli italiani che già c'erano e che pagavano sempre il prezzo più alto. I poveri, gli straccioni, i bambini di strada, le prostitute, i carcerati. Migliaia di italiani abbandonati a se stessi dai potenti e dalla Storia. I santi volevano far risorgere gli italiani, prima che l’Italia. Giusto pensare ad una patria unica e unita. ma prima le persone. E così, mentre re e generali mandavano a morte, c’è un manipolo di santi che soccorrono e salvano, nella più pura testimonianza del Vangelo della carità e del buon samaritano.

Dicono che i cattolici non hanno fatto il Risorgimento. Di certo hanno fatto l’altro Risorgimento. Quello che i libri di storia non raccontano, quello della vitas quotidiana della gente qualunque che aveva il cruccio di non morir di fame. Se abbiamo una patria e un sentire comune lo dobbiamo certo ai condottieri. ma forse di più ai santi che, in mezzo alla tempesta della guerra, dell’odio e della discriminazione religiosa, hanno fatto il Risorgimento delle coscienze”. ( Domenico jr Agasso, Renzo Agasso e Domenico Agasso, il risorgimento della carità. Vita e opere di uomini e donne di fede, Effatà editrice)

In questo vasto panorama della santità piemontese, si inserisce la singolarità del beato Francesco Faà di Bruno, che pur avendo in comune con molti  l'essere fondatore e prete, presenta alcune specificità: fu un militare, partecipò alla prima guerra d'indipendenza; fu un uomo di cultura scientifica, fu professore all'università di Torino, ricercatore e autore di pubblicazioni scientifiche di livello europeo, realizzò diverse invenzioni come l'ellipsigrafo e uno scrittorio per ciechi.

A cent'anni dalla morte, il 25 settembre 1988, viene proclamato beato da san Giovanni Paolo II. Nell'omelia l'ha definito: «un profeta in mezzo al popolo di Dio», un «gigante della fede e della carità».

Faà di Bruno visse a Torino proprio negli anni cruciali della formazione del Regno d’Italia. «In un’epoca in cui la scelta tra scienza e fede sembrava obbligata, egli seppe mostrare con l’esempio della sua vita come si può essere allo stesso tempo ottimi scienziati, grandi innovatori e ferventi cattolici, diventando un esponente di quel cattolicesimo sociale che a Torino trovò una delle massime espressioni. Dotato di un’incredibile capacità di lavoro, fu militare e cartografo, musicista e filantropo, architetto, inventore, giornalista ed editore; si applicò particolarmente agli studi matematici, in cui eccelse raggiungendo una fama di livello internazionale. Le sue convinzioni, in un’epoca sicuramente ostile alla religione, gli procurarono la costante opposizione dei dirigenti dell’Università di Torino, che mai riconobbero il suo valore e mai vollero concedergli la cattedra da professore ordinario che sarebbe stata il naturale compimento della sua brillante carriera scientifica. Fu allievo a Parigi del matematico Augustin Cauchy, che lo introdusse nella Società di san Vincenzo de’ Paoli. Fra le molte iniziative che testimoniano l’impegno sociale di Faà di Bruno a Torino, ricordiamo: il piano per il risanamento igienico-idrico della città con la costruzione di bagni e lavatoi pubblici, l’istituzione di fornelli economici, la creazione di una biblioteca mutua circolante, la fondazione dell’Opera di Santa Zita, una casa di accoglienza per donne lavoratrici che s’ispirava all’Oeuvre des Servantes di Parigi».(Cinzia Di Gianni, Italia 150: santi sociali e sacerdoti scienziati in Piemonte, gennaio 2011, Documentazione interdisciplinare scienza & Fede [DISF.org])

Ci sarebbe molto da scrivere sul beato Faà di Bruno, in futuro, certamente farò un intervento accurato sulle sue numerose opere e in particolare sul suo apostolato rivolto alle donne, a quelle più bisognose di aiuto. Ha fatto bene l'ultimo numero di novembre 2018 del bollettino delle suore Minime di N.S. Del Suffragio, «Il Cuor di Maria», a dedicare un inserto su «la condizione femminile». «Non dovrebbe stupire - ha scritto il prof. Giacomo Brachet Contol, direttore del bollettino - se in casa di Francesco Faà di Bruno desideriamo parlare della condizione della donna: basta richiamare alla mente le varie opere di Borgo San Donato, da Santa Zita alla Congregazione delle Suore Minime di N. S. del Suffragio».

Per il momento voglio concludere con una domanda provocatoria, fatta dal dott. Mario Cecchetto, nel suo intervento del Convegno di Studi del 2003, organizzato dal Centro Studi Francesco Faà di Bruno in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi e l'Istituto per i Beni Musicali in Piemonte. Il Cecchetto si domandava come mai questo santo è stato sistematicamente dimenticato, per giunta anche da storici piemontesi. «Due potrebbero essere le ragioni di questo ostracismo. La prima, antica, dipende da Faà di Bruno stesso; la sua profonda ritrosia a mettersi avanti, a farsi conoscere, a battere la grancassa su quanto faceva, unita ad una pervicace volontà di nascondersi, è pienamente riuscita. La seconda ragione ci chiama direttamente in causa: non siamo stati capaci di farlo conoscere». A questo punto lo studioso, cita alcune opere biografiche sul beato, in particolare del Berteu o quella di monsignor Pietro Palazzini, che oltre ad essere state pubblicate molti anni fa, hanno avuto poca diffusione.

 

Nel giorno in cui la Chiesa universale festeggia gli arcangeli Michele, Raffaele e Gabriele Papa Francesco – in modo del tutto inaspettato – lancia l'iniziativa rivolta a tutto il mondo: pregare San Michele di proteggere la Chiesa dal diavolo.

In un momento come questo segnato da scontri, confusione e gravi scandali che coinvolgono esponenti autorevoli della chiesa, Francesco chiede a tutti i fedeli di recitare il rosario per tutto il mese di ottobre. «I fatti sono sotto gli occhi di tutti:- scrive Andrea Tornielli su Vatican Insider -  l’uso strumentale dello scandalo pedofilia, utilizzato per le battaglie di potere nella Chiesa, la messa in stato d’accusa del Pontefice, la critica feroce e martellante della sua persona, qualsiasi cosa faccia o dica».

Nei giorni scorsi, prima della sua partenza per i Paesi Baltici, il Santo Padre ha incontrato padre Fréderic Fornos S.I., direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera per il Papa; e gli ha chiesto di diffondere in tutto il mondo questo suo appello a tutti i fedeli, invitandoli a concludere la recita del Rosario con l’antica invocazione “Sub Tuum Praesidium”, e con la preghiera a San Michele Arcangelo che ci protegge e aiuta nella lotta contro il male (cfr. Apocalisse12, 7-12) . L’invocazione "Sub Tuum Praesidium" recita così:

Sub tuum praesidium confugimus Sancta Dei Genitrix. Nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus, sed a periculis cunctis libera nos semper, Virgo Gloriosa et Benedicta”.[Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine Gloriosa e Benedetta].

Ma – questa la novità più interessante – chiede di concludere questa preghiera con la seguente giaculatoria: “San Michele Arcangelo, difendici nella lotta: sii il nostro aiuto contro la malvagità e le insidie del demonio. Supplichevoli preghiamo che Dio lo domini e Tu, Principe della Milizia Celeste, con il potere che ti viene da Dio, incatena nell’inferno satana e gli spiriti maligni, che si aggirano per il mondo per far perdere le anime. Amen”.

Questa è un'invocazione a San Michele è stata indicata da Leone XIII, un papa ricordato soprattutto per le sue asserite visioni.

Visioni apocalittiche sul futuro della Chiesa e del mondo. In particolare, una di queste, si sarebbe verificata tra il 1884 e il 1886 e avrebbe avuto luogo durante la celebrazione della Messa. Chi era presente racconta come Papa Leone cambiò visibilmente espressione durante la visione, diventando “pallido e spaventato”.

In particolare, la visione tremenda di cui fu testimone papa Pecci, riguarda una conversazione tra Gesù e Satana.

Il diavolo prospetta a Gesù di distruggere la sua Chiesa tra 75 e 100 anni. Ecco perchè Leone XIII è stato spinto a comporre rapidamente la preghiera a San Michele e a ordinarne la recita alla fine di ogni Messa. Non solo ma ha anche formulato una preghiera di esorcismo, che poi in seguito è stata cancellata, forse  perché troppo estrema, ora papa Francesco, per il mese di ottobre la riabilita.

Non solo ma papa Francesco è il papa che più di tutti gli altri in cinque anni, negli ultimi 50 anni, ha citato il diavolo.

Il diavolo “esiste” non è un mito e bisogna combatterlo. In una omelia di qualche anno fa a Santa Marta, Papa Francesco è tornato a chiedere ai cristiani di vigilare contro il male e ha sottolineato che dunque “la vita cristiana è una lotta” ogni giorno.

Scrivendo un messaggio a 300 esorcisti dell’Aie (Associazione internazionale degli esorcisti fondata da padre Gabriele Amorth a cui Il Vaticano ufficialmente aveva dato il riconoscimento canonico) che erano riuniti in convegno a Roma.

Così si esprimeva: “Gli esorcisti “nel particolare ministero esercitato, in comunione con i propri vescovi”, manifestino “l’amore e l’accoglienza della Chiesa verso quanti soffrono a causa dell’opera del maligno”.

“A questa generazione, e a tante altre, hanno fatto credere – ha detto il Papa, – che il diavolo fosse un mito, una figura, un’idea, l’idea del male. Ma il diavolo esiste e noi dobbiamo lottare contro di lui”.

Inoltre Papa Francesco, ha aggiunto: “Ma noi non siamo tanto convinti” e spronando a vestire:l’armatura di Dio: la verità”. “La vita è una milizia. La vita cristiana – ha sottolineato ancora Papa Francesco – è una lotta, una lotta bellissima, perché quando il Signore vince in ogni passo della nostra vita, ci da’ una gioia, una felicità grande: quella gioia che il Signore ha vinto in noi, con la sua gratuità di salvezza. Ma sì, tutti siamo un po’ pigri, no, nella lotta, e ci lasciamo portare avanti dalle passione, da alcune tentazioni. E’ perché siamo peccatori, tutti. Ma non scoraggiatevi”.

Il 10 settembre scorso in occasione di un mega raduno di fedeli carismatici presso la Parrocchia Sacra Famiglia di S. Teresa di Riva (ME), organizzato da padre Francesco Broccio, della “Fraternità Carismatica Gesù confido in Te”,  ho conosciuto don Marcello Stanzione, esperto e studioso di angelologia, autore di una serie di volumi, proprio sugli angeli. Don Stanzione ha rifondato una associazione di fedeli cattolici, la Milizia di San Michele Arcangelo (M.S.M.A.).

I libri di don Marcello potranno fare tanto bene in questi momenti difficili per la Chiesa, soprattutto aiutano a uscire dalla confusione imperante nel mondo cattolico in merito al tema angelologico. Don Stanzione collabora con la casa editrice Sugarco di Milano, dove ha pubblicato oltre una ventina di libri. In questi giorni sto leggendo il «Ritorno degli Angeli», un testo che Stanzione ha scritto nel 2013, a quattro mani con Andrea Menegotto.

Nel testo si offre una rapida, ma essenziale, presentazione di quegli autori e tendenze che sono alla base dell'angelologia contemporanea, molto presente nelle librerie, nel complesso mondo del Web, nell'immaginario popolare e nel cosiddetto contesto del «fai da te del sacro», ma altrettanto lontana dalla dottrina sugli angeli della Chiesa cattolica. In particolare il volume si occupa della banalizzazione dell'angelo da parte dei nuovi movimenti religiosi, del New Age e di tutte le teorie esoteriche, cabalistiche magiche e spiritistiche.

In “Ritorno degli Angeli”, gli autori tentano di fornire qualche chiave di lettura e valutazione del fenomeno in un'ottica cattolica, proponendo al contempo qualche “rimedio” per un ritorno alla corretta angelologia.

Gli autori, a questo proposito citano un dotto francescano dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali padre Giacomo Panteghini: «Così nell'attuale revival sembra che la raffigurazione dell'angelo conservi ben poco della sua connotazione religiosa originaria, quella di annuncio e presentazione del soprannaturale. Si assiste ad una banalizzazione dell'angelo, ridotto da agente del Dio trascendente a rinforzo dell'io vacillante. Più che l'angelo del Bene, si incontra oggi un angelo del benessere, che promette protezione e felicità terrene. Quello celebrato sembra quasi un angelo che funge da talismano, da toccasana contro malanni del corpo e della psiche, più che figura che orienta alla fede e all'impegno di autorealizzazione etica».

Fino al 1960 gli angeli avevano nel mondo cattolico una collocazione pacifica, accettata da tutti, eccetto chi per motivi politici, professava un rigido materialismo.

Oggi la situazione è drasticamente mutata, il cristiano, fedele al Magistero cattolico, deve contrastare fondamentalmente due errori quello del New Age, che per certi versi in materia di angelologia, ha sovrastato quella cattolica. «Il secondo errore proviene invece dall'interno di un certo mondo cattolico piuttosto protestantizzato e dalla negligenza di molti teologi e autori cattolici, che certamente sottovalutano la mistica e la dottrina dell'angelologia cattolica, frutto di riflessioni scaturite dalla Bibbia e damenti eccelse di credenti di genio incomparabile e illuminate dalla Grazia».

In particolare a influenzare negativamente il mondo cattolico ci ha pensato l'esegeta protestante tedesco Rudolf Karl Bultmann, che ha definito gli angeli e i demoni come un «residuo della visione tipica dei tempi del Nuovo testamento, ovvero espressioni tradizionali del cristianesimo inaccettabili per il nostro pensiero moderno e scientifico». Per Bultmann, angeli e demoni sono una favola, non una realtà, ma un mito.

Indubbiamente Stanzione e Menegotto, per sostenere la verità sugli angeli, fanno esplicito riferimento al Catechismo della Chiesa Cattolica, ai grandi teologi come San Tommaso d'Aquino. Ma anche ai Papi per rimanere a quelli più vicini a noi, come Benedetto XVI o san Giovanni Paolo II. E poi c'è un lungo elenco di angeli custodi, invocati da martiri e fior di santi, che don Marcello ha catalogato in un suo ricco volume pubblicato sempre da Sugarcoedizioni: «Contatti con l'Angelo Custode» (2014).

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