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Martedì, 21 Maggio 2019

Grande successo per la VII edizione del Cipressino d’Oro; la vincitrice della rassegna culturale,   promossa dal Club Kiwanis di Follonica, è stata Assunta Spedicato di Corato (Bari) con la poesia “… E la luce farà strada”.
Il concorso kiwaniano, organizzato dal responsabile del Premio Loriano Lotti, ha raggiunto traguardi  inaspettati: le poesie pervenute sul tema dell’integrazione, vista con gli occhi dei ragazzi, sono state centinaia, con partecipanti da tutta Italia e anche dall’estero.
Anche quest'anno Madrina d’Onore della serata è stata la giornalista, scrittrice ed operatrice culturale Daniela Cecchini di Roma, che fa parte della Giuria di qualità insieme all'editore e poeta Gordiano Lupi e allo scrittore Patrice Avella.
Terminato da parte dei giurati l'accurato lavoro di valutazione delle singole opere, sabato 11 maggio 2019 presso la Sala Tirreno il Kiwanis Club ha premiato tutti i vincitori con opere realizzate dall’artista Gian Paolo Bonesini, che ogni anno collabora al Premio di Poesia “Cipressino d’Oro” donando sue creazioni.
Primo posto, quindi, alla poetessa pugliese, mentre il secondo posto è andato a Giovanni Bottaro di Pisa con “Rinnovati costruendo orizzonti”. Medaglia di bronzo a Rosanna Giovinazzo di Cinquefrondi (Reggio Calabria) con la poesia “Bechy Moses”. Al quarto posto Lucia Zappalà di Istrana (Treviso) con “L’incanto di pace”, quinta Tiziana Monari di Prato con “Nel cerchio delle rose”; sesto posto a Maria Gabriella Conti di Cesena con “Vorrei, come rondini a primavera”; settimo Davide Rocco Colacrai di Terranova Bracciolini
(Arezzo) con “Fragile come pan di zenzero, forte come il vento – dedicata ad Antoun (mio compagno di banco)”. Ottava classificata è Rosanna Spina di Venturina (Livorno) con “Due lingue per un’unica canzone”, nono Francesco Russo di Napoli con “Uomini e fratelli”; decima Cristina Biolcati di Ponte San Niccolò (Padova) con “Dimmi soldato”. Di seguito Simone Censi di Corridonia (Macerata), Cristina Gorelli di Follonica, Giancarlo Napoletano di Collegno (Torino), Matteo Marangoni di Macerata, Maristella Malossi di Gavorrano, Sergio Santoro di Lecce, Paolo Falcioni di Venturina, Lorenzo Spurio di Jesi (Ancona), Stefano Giuseppe Scarcella di Mellissano (Lecce), Ginevra Puccetti di Porcari (Lucca), Emanuele Cilenti di Spadafora (Messina), Diego Arrigoni di Brescia, Maria Vittoria Asti di Udine, Angela Baturan di Podgorica (Montenegro), Margherita Celestino di Frascineto (Cosenza), Giuseppe Stillo di Santa Andrea Jonio (Catanzaro), Angelo Barreca di Corciano (Perugia), Mara Righetti di Follonica, Maurizio Di Cicco di Firenze, Emilio Ferro di Follonica, Mario Dainese di Piedimonte Matese (Caserta). È stata, inoltre, premiata Laura Lupi, di 13 anni di Piombino, per la Sezione Giovani, con la poesia “Viaggio per una vita migliore”.
Durante la manifestazione è stata apprezzata la performance dedicata all'integrazione, alla legalità e all'amore dell'attore napoletano Angelo Iannelli, detto "l'ambasciatore del sorriso", che nelle vesti di Pulcinella è stato accolto con partecipazione dal numeroso pubblico presente.
Nel corso dell'evento è stato consegnato  un “Premio all’Eccellenza” al professore albanese Arjan Kallço per il costante impegno letterario profuso nell’ambito sociale e umanitario in un'ottica di integrazione e un “Diploma di merito” alla scrittrice Letizia Leonardi per l’impegno letterario rivolto al genocidio armeno.
Consegnato, inoltre, un  "Premio Speciale al miglior Vernacolo" al poeta Enrico del Gaudio di Castellammare di Stabia per la poesia “Dimane” e a a Sergio Pieri per “Il primo giorno di scuola”; per la ricerca metrica è stata premiata Lucilla Lazzerini con “Filastrocca degli amici”.
Infine, è stato conferito un  Attestato di qualità nella Sezione Giovani a Desirè Romano.
La conduzione della manifestazione è stata curata da Irene Scrivini; il servizio fotografico è stato realizzato da Foto Apple di Massimo Batisti.

Può un libro dare delle risposte che in questo momento storico tutti attendono.? Penso di si, il testo di Rod Dreher, «L'Opzione Benedetto. Una strategia per i cristiani in un mondo post-cristiano», San Paolo (2018) ne dà tante di risposte soprattutto ai credenti, a quei cristiani che intendono vivere la propria fede senza compromessi.

Il libro di Dreher ha suscitato discussioni e dibattiti, diventando ben presto un vero e proprio manifesto sia del conservatorismo che delle prospettive future del cristianesimo. L'autore è un giornalista americano, nato e cresciuto metodista, poi divenuto cattolico, quindi approdato alle chiese ortodosse.

La tesi di fondo del libro è la seguente: in un mondo come il nostro molto simile a quello che vide la fine dell'Impero Romano con l'arrivo dei barbari, è necessario fare come Benedetto da Norcia, separarsi dall'Impero per poter ritrovare le proprie origini, radici e identità. Anche se l'autore non auspica per niente una separazione dal mondo, bensì uno stare nel mondo, senza però farsi condizionare.

«Ho scritto 'L'Opzione Benedetto' per svegliare la Chiesa e per incoraggiarla ad agire per rafforzarsi, finchè c'è ancora tempo. Se vogliamo sopravvivere - scrive Dreher- dobbiamo tornare alla radice della nostra fede, tento nel pensiero quanto nell'azione. Dovremo riapprendere abitudini del cuore dimenticate dai credenti in Occidente. Dovremo cambiare la nostra vita e il nostro approccio alla vita in modo radicale e su più fronti».

Sostanzialmente dovremo essere la Chiesa, senza compromessi, costi quel che costi. Il libro di Dreher non è una agenda politica, non è un vademecum spirituale, è un libro pieno di esperienze utili, di famiglie, di studenti universitari, per vivere insieme con gioia il vero cristianesimo per andare contro la cultura dominante della nostra epoca. E' tempo di agire, non si può aspettare, attendiamo un nuovo san Benedetto anche se diverso.

Il testo cita il  papa emerito Benedetto XVI che  «preconizza un mondo in cui la Chiesa esisterà in piccole cerchie di credenti impegnati che vivono la fede, e che dovranno in un certo modo essere tagliati fuori dalla società di massa, preferendo attenersi alla verità».

Dreher nelle pagine del libro fa riferimento alle forti testimonianze dei monaci di Norcia, che certamente aiutano tutti noi singolarmente, ma anche le nostre famiglie, le chiese, le nostre comunità.

Nella prima parte il volume approfondisce le radici filosofiche e teologiche che hanno portato alla frammentazione della nostra società. Nello stesso tempo definisce le virtù cristiane presenti nella Regola di san Benedetto, risalente al VI secolo, un manuale monastico che ha preservato la cultura cristiana nel corso dei cosiddetti secoli bui e pertanto possono aiutare oggi tutti i credenti.

Nella seconda parte il testo esplora lo stile di vita cristiano che è presente nella Regola e che può essere adattato alla vita dei laici cristiani moderni di tutte le chiese e confessioni. La Regola di san Benedetto, sembrerà paradossale, ma secondo Dreher, dà soluzioni sul modo di porsi di fronte alla politica, alla fede, alla comunità, all'istruzione e al lavoro.

Infine il libro dà ottimi suggerimenti ad agire e pensare in modo radicale di fronte a due fenomeni molto potenti che stanno polverizzando i fondamenti della Chiesa nella vita contemporanea: il sesso e la tecnologia.

L'autore di L'Opzione Benedetto è convinto che stiamo vivendo un tempo di grandi decisioni. Le scelte che faremo oggi avranno delle gravi conseguenze per il nostro futuro, per i nostri discendenti, per la nostra nazione, per la nostra civiltà. «Gesù Cristo ha promesso che le porte dell'inferno non avrebbero prevalso contro la Sua Chiesa, ma non ha promesso che l'inferno non avrebbe prevalso contro la Sua Chiesa in Occidente». Per il giornalista americano, dipende da noi e dalle scelte che compiamo e chissà se il Benedetto nuovo che Dio sta chiamando per rafforzare la Chiesa sei...tu.

Dunque il nostro mondo occidentale sta assistendo a una Grande Alluvione sopraggiunta dopo 1500 anni. Nel 2012, l'allora pontefice Benedetto XVI disse che «la crisi spirituale che sta colpendo l'Occidente è la più grave dalla caduta dell'Impero Romano, occorsa verso la fine del V secolo. La luce del cristianesimo sta spegnendosi in tutto l'Occidente. Alcuni nostri contemporanei potrebbero arrivare ad assistere all'effettiva morte del cristianesimo in seno alla nostra società».

Il giornalista precisa però che questa eventualità potrebbe essere la fine di un mondo, ma non  la fine del mondo. Nessuno potrebbe negare questo fatto. Sostanzialmente sta finendo un certo tipo di Cristianità, quella europea occidentale.

«Oggi possiamo vedere che abbiamo perso su tutti i fronti, e che le rapide e inarrestabili correnti del secolarismo hanno sbaragliato le nostre deboli barriere». Il nichilismo laico ha vinto. Nel 2005 due sociologi americani esaminando la vita religiosa e spirituale degli adolescenti americani, hanno scoperto che nella maggior parte dei casi i teenager aderivano a un miscuglio pseudoreligioso che i ricercatori designavano come Deismo Moralistico Terapeutico (DMT/MTD).

Questo ideale religioso secondo i due sociologi sta «colonizzando le Chiese cristiane, distruggendo il cristianesimo biblico dall'interno, sostituendolo con uno pseudocristianesimo che è 'legato soltanto in modo tenue all'autentica tradizione cristiana storica'». Ma il DMT o l'MDT non è solo la religione dei teenager, ma anche degli adulti.

In “Dopo le virtù”, il filosofo Alasdair MacIntyre, paragonava l'attuale momento culturale alla caduta dell'Impero Romano in Occidente. Inoltre, sosteneva che l'Occidente ha abbandonato la «ragione e la tradizione delle virtù, consegnandosi al relativismo che sta dilagando nel mondo di oggi». Mi sembra di leggere Roberto Marchesini, nel suo ultimo libro pubblicato da Sugarco, “Le Virtù”.

Quindi anche per MacIntyre oggi viviamo in una società “dopo la virtù”: una società che non solo non va d'accordo con una fede, ma dubita che la virtù esista. «In una società post-virtuosa, gli individui detengono la massima libertà di pensiero e d'azione, e la società stessa diventa 'un assembramento di estranei, ciascuno che persegue i propri interessi sottoposto a vincoli minimi'».

In pratica si raggiunge questo genere di società quando si abbandonano le norme morali oggettive, quando si rifiuta qualsiasi narrazione religiosa e culturale, quando si rifiuta la memoria del passato. E' uno stato mentale molto simile a quello barbarico. I barbari non sono soltanto quelli che distruggono senza cura strutture e istituzioni, ma quelli che non «conoscono né hanno minimamente a cuore ciò che stanno annientando». Pertanto per Dreher, «In base a tale standard, nonostante la nostra ricchezza e sofisticatezza tecnologica, nell'Occidente moderno, anche se non lo riconosciamo, stiamo vivendo sotto il dominio dei barbari. I nostri barbari – precisa Dreher – hanno barattato le pelli animali e le lance del passato in cambio di vestiti firmati e telefoni cellulari».

Per MacIntyre, i cristiani in questo mondo, «assediati dalle tumultuose onde alluvionali della modernità, attendono qualcuno come Benedetto, che costruisca arche capaci di trasportare loro e la fede viva attraverso la crisi – un'età oscura che potrebbe durare secoli». Nel libro di Dreher si incontrano uomini e donne che vivono in campagna, ma anche in città, sono i Benedetti di oggi. Questi riconoscono una verità impopolare: la politica non ci salverà.

Nel 2° capitolo (Le radici della crisi), Dreher affronta il processo che ha frammentato il nostro Occidente. Come è avvenuta la perdita della religione cristiana. E qui elenca almeno cinque fatti accaduti nell'arco di sette secoli. Fatti che hanno minato la civiltà occidentale e l'hanno spogliata della sua fede ancestrale.

Il nominalismo (XIV secolo), il protestantesimo e le sue ramificazioni (XVI secolo), l’illuminismo (XVIII secolo, detto giustamente il principio della “nuova Età Oscura”), l’avvento del capitalismo (XIX secolo) e la Rivoluzione Sessuale del ’68 (XX secolo). E' uno schema che probabilmente assomiglia molto a quello che ha ben sviluppato il pensatore cattolico brasiliano Plinio Correa de Oliveira, nel suo mirabile testo, Rivoluzione e Controrivoluzione. E' importante per Dreher, «afferrare questo quadro, per quanto incompleto e ipersemplificato, per capire perché l'umile stile benedettino sia una forza potente contro le correnti dissolutrici della modernità».

Dreher delinea le caratteristiche della società medievale, che non era un'utopia cristiana. «La Chiesa – scrive Dreher – era spettacolarmente corrotta, e l'esercizio violento del potere (talvolta da parte della Chiesa stessa) sembrava dominare il mondo». Nonostante questo come scrive C.S. Lewis, il “modello” medievale, era che «tutto ciò che esisteva era connesso a ogni altra cosa attraverso il loro rapporto con Dio. Il nostro rapporto con il mondo è mediato tramite Dio, e il nostro rapporto con Dio è mediato tramite il mondo».

Praticamente per i medievali, osservare il «cosmos era come guardare un grande edificio – forse come la cattedrale di Chartres – strabiliante nella sua grandezza, ma appagante nella sua armonia». Non sto qua a descrivere i vari passaggi, come fa straordinariamente Dreher, che hanno portato alla dissoluzione di questa visione del mondo, vi lascio alla lettura del testo.

E' un lungo viaggio che percorre il nostro Occidente a partire dal XIV secolo fino al XX secolo, per arrivare alla maledetta selva di atomizzazione, frammentazione e incredulità. «Un lungo viaggio da un mondo medievale sconquassato dalla sofferenza, ma gravido di senso, ci ha consegnato a un luogo di immaginabile comodità, ma svuotato di significato e di legami. L'Occidente – scrive Dreher – ha perduto il filo d'oro che ci lega a Dio, al Creato e l'uno all'altro».

I cristiani conoscono una Luce che nessuna oscurità può inghiottire o vincere. E' quella di Gesù Cristo, «la Luce che ha illuminato i monasteri medievali e tutti coloro che vi si radunavano intorno».

Il 3° capitolo, si auspica di un ritorno a Norcia. Non solo uno sguardo sul passato, ma soprattutto sul futuro. L'autore descrive la vita nel monastero e soprattutto dopo il grave e recente terremoto del centro Italia. I monaci di Norcia sono per lo più americani e vengono guidati dal fondatore della comunità, padre Cassian Folson osb, bella figura di religioso del XXI secolo, ben incarnato nella tradizione e nello spirito benedettino autentico. I monaci non hanno detto no al mondo, ma anche un si, dice padre Cassiano. Un mondo occidentale che «vive oggi come se Dio non esistesse».

Dreher puntualizza alcuni concetti sulla Regola di san Benedetto che non è certamente il Vangelo, «è una strategia sperimentata per vivere il Vangelo in maniera intensamente cristiana [...]un manuale di pratiche attraverso le quali i credenti possono strutturare la propria vita attorno alla preghiera, la Parola di Dio[...]». E' una regola destinata ai monaci, ma i suoi insegnamenti sono abbastanza semplici e possono essere adottati dai cristiani laici per uso personale. «Essa fornisce una guida a una vita cristiana seria e costante, in una forma che ci ordina interiormente, riunendo ciò che è disperso nei nostri cuori e orientandolo alla preghiera».

Dreher suggerisce ai lettori la vita ordinata della Regola di san Benedetto per resistere al disordine mondo moderno, «se non disponiamo di un ordine interiore, saremo controllati dalle nostre passioni umane e dalle potenti forze esterne che hanno maggior forza nel dirigere le correnti profonde della modernità liquida».

Dreher ci tiene a precisare che «nell'Opzione Benedetto non stiamo cercando di annullare sette secoli di storia, come se un'operazione simile fosse possibile. Né stiamo tentando di salvare l'Occidente. Stiamo solamente provando a costruire uno stile di vita cristiano che si erga come un'isola di santità e di stabilità in mezzo all'alta marea della modernità liquida».

Uno stile di vita dove viene praticata tra le altre forme, l'ascesi, che dal greco, significa «allenamento». Il cristiano che pratica l'ascesi si allena a dire no ai propri desideri e si a Dio. Questa è una forma mentis completamente sparita dall'Occidente dei tempi moderni. «Siamo diventati un popolo che gravita attorno alla comodità. Ci attendiamo che la nostra religione sia comoda. La sofferenza non ha senso per noi».

Tuttavia per Dreher, «la riscoperta dell'ascesi cristiana è urgente per quei credenti che vogliono allenare il proprio cuore e il cuore dei propri figli a resistere all'edonismo e al consumismo, che sono al cuore della cultura contemporanea».

Il 4° capitolo ( Un nuovo genere di politica cristiana).

Qui Dreher sostiene che le democrazie occidentali stanno attraversando un terremoto politico: le vecchie categorie che strutturavano il pensiero e la dialettica politica sono ormai morte o moribonde. I cristiani ortodossi da che parte devono stare. «L'Opzione Benedetto chiama in campo un modo radicalmente nuovo di fare politica, un localismo con le mani in pasta, fondato sull'azione pionieristica di alcuni dissidenti del blocco dell'Europa Orientale che sfidarono il comunismo durante la Guerra Fredda». Si tratta di fare «politica antipolitica», è un termine coniato dal prigioniero politico Vaclav Havel, che rappresenta per i cristiani ortodossi la maniera migliore per non perdere la propria integrità. Ho trovato veramente singolare il riferimento di un americano, che tratta dell'inaspettata vittoria del Buon Vecchio Partito Repubblicano, all'esperienza di vita dei dissidenti cecoslovacchi.

La libertà religiosa ha un peso decisivo per l'Opzione Benedetto, senza questa libertà i cristiani non saranno in grado di costruire le istituzioni comunitarie che sono di vitale importanza per la preservazione della loro identità e dei loro valori. Dreher comunque sostiene che i cristiani preparino le proprie comunità per tempi duri. Senza allarmismi, e citando Lance Kinzer, ex legislatore, occorre che i cristiani «interiorizzino cosa davvero significhi porsi in posizione di minoranza. Cominciare a pensare in questi termini è davvero decisivo. Se non lo faremo, continueremo a operare in base a regole del gioco che hanno pochissimo a che fare con la partita che si sta effettivamente giocando».

Kinzer argomenta sull'impegno politico dei cristiani e offre suggerimenti su come comportarsi a livello locale e su quali obiettivi focalizzarsi. E se «la politica riguarda il modo in cui ordiniamo la nostra vita insieme nella polis, sia essa una città, una comunità o persino una famiglia». Ritornando ai dissidenti cechi, per Dreher, noi dobbiamo imparare molto dallo loro esperienza. La persecuzione che hanno subito i dissidenti sotto il comunismo sarà quella che subiranno i cristiani americani nel prossimo futuro. I dissidenti cechi per Dreher ci offrono «una visone potente per una politica cristiana autentica in un mondo in cui siamo una minoranza disprezzata senza potere».

Havel che predicava la “politica dell'antipolitica”, descritta da lui come «vivere nella verità, in un saggio del 1978, c'è racchiuso tutto il suo movimento di resistenza al comunismo totalitario: «Il potere dei senza potere». E' un documento notevole, fatto oggetto di attento studio e riflessione da parte di cristiani ortodossi in Occidente oggi.

Il tentativo di vivere nella verità costa molto ai dissidenti. Perdere il proprio posto di lavoro, la posizione sociale, i propri figli non potranno essere autorizzati ad andare all'università che desiderano. La gente li prenderà in giro o li metterà al bando. Ma quando il dissidente darà testimonianza alla verità, «egli ha realizzato qualcosa di potenzialmente poderoso. Ha dichiarato che il re è nudo». E' capitato con il verduraio, l'esempio fatto dal libro di Dreher.

Le riflessioni su Havel sono tutte da leggere e meditare. Dobbiamo tendere a una vita migliore e non a un sistema migliore. Per Havel, «La risposta è, allora, creare e sostenere 'strutture parallele' in cui la verità si possa  vivere comunitariamente». E non si tratta di fuggire dalla realtà o ritirarsi nel ghetto.

Altre riflessioni importanti riportate nel libro sono sul dissidente cattolico Vaclav Benda, il suo contributo originale di resistenza al comunismo, è stato quello di fare una «polis parallela», «che esistesse in parallelo all'ordine comunista ufficiale». Anche perchè Benda aveva capito che il comunismo ceco intendeva isolare i cattolici , frammentando i loro legami sociali naturali. Benda che correva tanti rischi, rifiutò sempre la ghettizzazione. «Non vedeva alcuna collaborazione con i comunisti, ma respingeva anche il quietismo, considerandolo una mancata dimostrazione della giusta preoccupazione cristiana per la giustizia, la carità e la testimonianza da dare a Cristo nell'arena pubblica».

Gli obiettivi della polis parallela sono di tornare alla verità e alla giustizia, a un ordine significativo di valori. Benda non prometteva azioni per gli intellettuali, ma anche per il ceto medio, promuovendo azioni pratiche, stampare romanzi con il samizdat per esempio. Il testo di Dreher fa degli esempi pratici di azione dei dissidenti validi ancora oggi nel nostro tempo storico. I dissidenti erano persone che rifiutavano l'assimilazione con il sistema totalitario, ma nello stesso tempo, costruivano le proprie strutture personali. Chi si comporta così anche oggi, sta vivendo l'Opzione Benedetto. Dreher entra nel particolare: le comunità devono essere piccole, cominciare a livello locale, devono iniziare dal cuore di ciascuna persona. «Per sapere di che cosa abbia bisogno e cosa desideri il nostro prossimo, dovremmo stargli vicini».

Ecco, «il tentativo di Benda di ripoliticizzare il popolo consisteva nell'attivare il desiderio del popolo stesso di stare semplicemente insieme per socializzare in un modo che trovasse piacevole».

Sono veramente forti i messaggi che offre il giornalista americano in questo libro. A volte vale la pena citarlo integralmente: «Indipendentemente da quanto le battaglie politiche tra le parti siano furiose e dilanianti, noi cristiani dobbiamo chiaramente tenere presente il fatto che la politica americana convenzionale non può raddrizzare le storture nella nostra società e nella nostra cultura. Essa è inadeguata, perché entrambe le forme, di sinistra, e di destra, parte dal presupposto che il fine proprio della nostra politica sia quello di favorire ed estendere la scelta umana. La sinistra e la destra discordano solamente su dove tracciare le righe. Nessuno dei due schieramenti ha un programma pienamente coerente con la verità cristiana».

Dunque la politica dell'Opzione Benedetto, «parte dal presupposto che il disordine nella vita pubblica americana derivi dal disordine dentro l'anima americana». Pertanto la politica più importante del nostro tempo consiste nel ristabilire l'ordine interiore, in armonia con la volontà di Dio. Tutto il resto deriva da questo.

Se siamo orientati verso Dio, non dovremo preoccuparci dei risultati immediati. Anche i dissidenti cechi non si aspettavano di vedere la fine del totalitarismo. Si abbandonavano all'idea che certe cose valeva la pena farle per se stesse, non perché potevano avere conseguenze precise e misurabili. «Havel, Benda e gli altri dissidenti avevano chiaro in testa che una volta che si imbocca la strada del consequenzialismo, si troverà sempre una ragione per non fare nulla. Bisogna voler fare qualcosa perché vale la pena di farla, non perché si pensa che farà cadere il Partito Comunista nel giro di quattro anni».

Probabilmente come scriveva C.S. Lewis siamo ad una politica in tempo di guerra: stiamo combattendo niente meno che un conflitto culturale che riguarda «l'abolizione dell'uomo». Pertanto Vaclav Havel poteva affermare che, «la migliore resistenza al totalitarismo è semplicemente scacciarlo dalla nostra anima, dalla nostra situazione, dalla nostra terra, scacciarlo dall'umanità contemporanea».

Attenzione a non cadere nella trappola che la politica cambia tutto. «I credenti – scrive Dreher -  devono evitare la solita trappola di pensare che la politica possa risolvere i problemi culturali e religiosi». E' una illusione pensare che le forze culturali che da secoli separano l'Occidente da Dio, vengano arrestate o rovesciate da una singola elelzione, né da alcuna elezione.

Il 5° capitolo dedicato alle singole chiese, che ormai fungono da centri di svago laico, troppe Chiese si sono arrese alla modernità, trattando il culto come un'attività consumistica. Occorre riscoprire la ricca cultura cristiana, riscoprire il passato, recuperare il culto liturgico e l'ascesi, rinsaldare la disciplina della Chiesa. I nostri figli ignorano la Storia del cristianesimo, ormai molti cristiani sono cresciuti nell'ignoranza. Reimparate le forme tradizionali cristiani di ascesi. Dare grande importanza al digiuno. Evangelizzare con il bello e il buono. L'arte e i santi sono la migliore forma di apologia per la nostra fede. Inoltre pensare al martirio fa bene, ecco perchè bisogna parlarne spesso nelle catechesi.

Una chiesa che non fa risaltare l'ascesi e il discepolato è come quell'allenatore di calcio che non si preoccupa che i giocatori si presentino all'allenamento.

Il 6° capitolo dà importanza alla comunità, al gruppo famiglie, bisogna fare rete reale, costruire relazioni, fare villaggi cristiani. Fare della propria casa un monastero domestico.

Il 7° capitolo si occupa dell'istruzione come formazione cristiana. Dobbiamo concentrarci sull'istruzione preservando la cultura classica, insegnando ai nostri figli la Sacra Scrittura. Soprattutto dobbiamo conoscere e recuperare la storia della civiltà occidentale. Se occorre dobbiamo togliere i nostri figli dalle scuole pubbliche, e se le scuole cristiane difettano, facciamo le scuole familiari l’homeschooling.

Comunque sia il futuro dei cristiani ortodossi non è roseo, preparatevi per i lavori forzati, scrive Dreher. C'è una forte pressione politica intorno a chi vuole essere veramente cristiano. Naturalmente qui si si fa riferimento alla dittatura del relativismo, all'ideologia del Gender che vuole sottoporre le persone che svolgono certi mestieri, professioni, a corsi di indottrinamento per orientarli verso i diritti civili. E di fronte all'ideologia devi prendere posizione, non si può rimanere neutrali, non è concesso astenersi. Che ne sarà degli insegnanti, dei psicologi, degli assistenti sociali, dei medici.

Gli ultimi due capitoli sono di estrema attualità, è la cronaca di tutti i giorni. L'offensiva a tutto campo della Rivoluzione sessuale, la sessualità disordinata si abbatte sul cristianesimo e sulla Chiesa. Infine l'immensa sfida all'uomo da parte della macchina, in particolare del pc, dello smarphone, attenzione a internet senza freni, soprattutto sui più giovani.

Sabato 11 maggio 20­19 presso la sala Ti­rreno – in via Bicoc­chi 53A a Follonica (GR) - si terrà la cerimonia di  premiaz­ione del Premio nazi­onale di poesia “Cip­ressino d’oro” organ­izzato dal Kiwanis Club di Follonica.
La settima edizione del concorso letter­ario ha confermato il successo oramai na­zionale e non solo dell’iniziativa; sono pervenuti  moltissi­mi elaborati da tutta Italia e alcuni an­che dall’estero e la qualità delle liric­he valutate risulta essere sempre maggio­re. Il tema non era certo fra i più semp­lici da affrontare: l’integrazione dal punto di  vista dei ragazzi.
Alla Giuria di qual­ità, come di consuet­o, è stato assegnato il delicato compito di selezionare tra le tante poesie arri­vate le più meritevo­li, per giungere inf­ine alla proclamazio­ne della migliore op­era in assoluto.
La Giuria è composta da:
Daniela Cecchini Gi­ornalista, Scrittrice ed Operatrice cult­urale di Roma;
Gordiano Lupi Scrit­tore, Poeta ed Edito­re di Piombino;
Patrice Avella Scri­ttore e Poeta di ori­gine francese, ma re­sidente in Italia. In particolare Daniela Cecchini, in Giuria da questa edizione e già Madrina d'ono­re nel 2018, ricopri­rà anche quest'anno il prestigioso incar­ico.
La classifica, come da regolamento, ver­rà svelata  nel corso della premiazione,  alla quale parteci­perà  anche il profe­ssore albanese Arjan Kallço, che riceverà un “Premio all’Ecc­ellenza” per il cost­ante impegno lettera­rio profuso nell’amb­ito sociale ed umani­tario.
Inoltre, parteciperà anche  la scrittri­ce Letizia Leonardi, alla quale verrà co­nsegnato un “Diploma di merito”  per l’i­mpegno letterario vo­lto alla conoscenza del genocidio e della diaspora armena.
Saranno presenti an­che le  principali cariche nazionali del Kiwanis Internation­al – Distretto Itali­a/San Marino e l’att­ore napoletano Angelo Jannelli, noto come “Ambasciatore del sorriso”.
I primi classificati riceveranno in pre­mio alcune opere del­l’artista Gian Paolo Bonesini. La cerimo­nia ha il patrocinio del Comune di Follo­nica. L’appuntamento è quindi sabato 11 maggio, alle ore 17 alla sala Tirreno di via Bicocchi 53A, a Follonica.
L'ingresso all'even­to è gratuito fino ad esaurimento posti.

Il poeta descrive la vita, edito a Roma da Progetto Cultura, è un testo poetico sulla poesia. Questo nuovo libro di Silvana Palazzo è infatti imperniato sull'interrogativo di cosa sia la poesia e sul ruolo del poeta "descrittore" della vita. L'autrice nell'occasione pone una serie di interrogativi per analizzare la natura vera della poesia stessa, da dove nasca, quali siano le diramazioni. 
" La poesia è la necessitá di combattere la vita con le parole quando la forza dell'anima non fa il suo dovere". 
In tanti hanno provato a descrivere le motivazioni alla base della stesura di una poesia. Dal canto suo la Palazzo si cimenta in questa difficile operazione non saggistica nè strettamente esegetica con lo stesso strumento del poeta, quello della creativitá espressa con il verso.
Il critico Giorgio Linguaglossa ne sottolinea al riguardo, in prefazione, la metodolologia fenomenologica dell'esistenza, "scrittura dell'esistenza in itinere".
Ed è con personale e succinto fluire discorsivo che la poetessa accenna, con fare mirato, alle problematiche in questione lasciando aperta la risposta ad uso del lettore che potrá interpretarla e sceglierla secondo la propria sensibilitá.
Un concetto che serpeggia nell'intero volume è quello del dubbio a cui è dedicata la seconda parte anche se in effetti permea l'intera trattazione, nel mettere in luce, con fare quasi provocatorio, gli aspetti deboli della diffusione e dell'assimiliazione della poesia stessa. "Cos'è necessario a che le parole diventino poesia? L'abilitá nel costruirla o la forza nel cuore ?". Sono alcune delle espressioni adoperate dall'Autrice per indicare un percorso possibile per capire, delineare e individuare il senso poetico, in linea con quanto scritto dal poeta inglese Alfred E. Hausman " non so cosa sia la poesia ma la riconosco quando la sento" .

Silvana Palazzo, Il poeta descrive la vita, Progetto Cultura, Roma, 2019, 144 pagine, 12 euro.

 

Può una città determinare le sorti di un Paese? Forse si, leggere il libro «Il mistero di Torino. Due ipotesi su una capitale mancata», Arnoldo Mondadori per credere.

Il libro è stato scritto a quattro mani da, Vittorio Messori e Aldo Cazzullo, due giornalisti che hanno la capacità di scrivere bene. Non conoscevo questa pubblicazione, ma quando ho visto il nome di Messori, collegato alla città dove da qualche mese abitualmente soggiorno, non potevo non essere interessato alla sua lettura.

Tuttavia mi sono fermato alla parte scritta da Messori che, d'altronde, costituisce oltre i due terzi dell'opera (quasi 500 pagine). La parte di Cazzullo mi riprometto di leggerla più avanti. Il suo contributo è a due facce: nella prima parte è una descrizione, infarcita di digressioni, della sua infanzia nella città subalpina, del come la città l'abbia accolto, delle scuole che ha frequentate, dell'inizio della sua attività lavorativa. Poi, quasi d'improvviso, il Messori si addentra nell'analisi socio religiosa e qui si vedono i suoi giudizi controcorrente, provocatori e per certi versi, certamente “politicamente scorretti” sui fatti e sui protagonisti della società torinese.

Messori si occupa dei “torinesi” a 360 gradi, non trascura quasi nulla, almeno di quello che conta. Si passa dalla storia alla politica, dalla religione alla cultura,  dal giornalismo allo spettacolo e poi soprattutto alla Fiat della famiglia Agnelli.

Dando uno sguardo ai commenti nella rete, qualcuno ha scritto che Messori è troppo di parte, mette al centro delle sue riflessioni sempre la fede cattolica. «Soprattutto lui non fa niente per nascondere quello che sembra essere la sua ragione di vita: la religione di santa romana chiesa, insomma i personaggi che man mano scorrono nel suo racconto i protagonisti in qualche modo della storia di Torino se non sono cattolici non valgono niente».

Naturalmente questo non mi scandalizza, Messori non ha mai nascosto la sua identità, la sua storia. In fondo, intervistato da Saverio Gaeta, pare che che abbia detto che in fondo, «Torino, è soltanto una scusa che mi ha consentito ancora una volta di proporre una lettura cattolica del mondo e della storia». Tuttavia con questo «ponderoso saggio Il mistero di Torino. In realtà, non ha fatto altro che continuare il lavoro di riflessione portato avanti nella fortunatissima rubrica Vivaio, pubblicata per diversi anni sul quotidiano Avvenire (e raccolta in una trilogia delle Edizioni San Paolo) e oggi proseguita sul mensile di apologetica Il Timone».

Comunque sia anche in questo libro il giornalista, nativo di Sassuolo, esprime non solo la sua vocazione di cattolico ma anche quella di ricercatore, studioso di libri anche di difficile reperibilità. Pertanto anche in questo testo ci offre una serie di episodi, di fatti, ben documentati, con accurate riflessioni sui più svariati argomenti.

Certo nel saggio su Torino, ha dovuto essere per forza sintetico nel trattare gli argomenti, quasi ad invogliare il lettore ad informarsi direttamente sui tomi che lui stesso ha consultato.

Nel libro Messori mostra le cose da una prospettiva ben precisa, a volte  imbarazzante, di tutto quello che si è raccontato nei decenni di Torino con erudita superficialità (o forse, con un forte condizionamento di parte).

Anche in questo libro, oltre al suo modo gradevole di scrivere, non può abbandonare il suo radicalismo cristiano o meglio la sua forte passione apologetica. Lo si nota quando affronta i temi religiosi, attinenti alla Chiesa, agli uomini e alle donne che hanno reso credibile l'istituzione nella città di Torino. Appassionanti sono i riferimenti ai grandi santi dell'Ottocento torinese, come don Bosco e il Cottolengo. Ma non sono meno attraenti quando affronta gli argomenti laici che riguardano l'economia della città, la cultura più o meno egemone prodotta nelle università, nelle numerose case editrici, nell'unico giornale di Torino, La Stampa, che era ben più di un giornale. Qui senza mai essere offensivo delinea il pensiero laico dei tanti uomini che hanno fatto la storia non solo torinese ma anche del Paese. Qualche nome per tutti, Norberto Bobbio, Antonio Gramsci.

In questo testo, la “strana coppia”, diversa per età, per opinioni, per formazione, racconta l'enigma di Torino, una «strana metropoli», la sua atmosfera, i suoi personaggi, sempre sorprendenti, a volte inquietanti, che partono sempre da due opposte prospettive: cattolica e laica. In uno scontro e incontro continuo. «La città sabauda diviene così metafora del mondo, luogo geografico e spirituale dove luce e ombra, peccato e grazia convergono e si sfidano a duello. Sullo sfondo, il paradosso di Umberto Eco: 'senza l'Italia, Torino sarebbe più o meno la stessa. Ma senza Torino, l'Italia sarebbe molto diversa'».

Il paradigma di questa sfida potrebbe essere il partito del compagno Antonio Gramsci e la Chiesa del beato Pier Giorgio Frassati, che appartengono a universi differenti. Ma non basta, perché nelle ultime pagine l'autore se la prende con i suoi antichi maestri (giustificandosi con "qui non si giudicano persone, ma idee"): nomi come Alessandro Galante Garrone, Norberto Bobbio, Luigi Firpo, tutti ormai da tempo deceduti e quindi non in grado di rispondergli. Certamente questi nomi insieme ad altri hanno creato quell'egemonia culturale, che per troppo tempo ha imperversato in troppe redazioni di giornali e che forse è sfociata in quell'ideologia del «politicamente corretto».

Continuando con le sfide a Torino convivono la Sindone e l'autoritratto di Leonardo da Vinci. Don Bosco, con tutte le sue opere di fede e di carità, e Nietzsche, che giunto in città, impazzì.

Del resto la Torino raccontata da Cazzullo e Messori è essenzialmente la città degli ultimi sessant’anni sempre sulla scorta della testimonianza personale con qualche ausilio proveniente dalle notizie attinte alla viva voce dei protagonisti (i nomi raccolti nel libro sono veramente tanti) e, raramente, alla saggistica o alla letteratura. Naturalmente c’è tanta Fiat: la Fiat come «madre» (accogliente o matrigna) dei torinesi del XX secolo, dispensatrice di lavoro e raccoglitrice di profitto, orizzonte, speranza, e talora anche dannazione, specie nei tempi duri, di migliaia di torinesi, soprattutto quelli venuti dal Sud.

Non credo che questo libro sia diverso da altri libri scritti su altre città, non dà la sensazione di essere scritto in difesa di una causa, o di dimostrare la superiorità di questa città. Non è tutto bello nella Torino dipinta da Messori e Cazzullo, come in tutte le città ha i suoi profondi difetti ma anche qualche pregio e gli autori cercano di restituire la verità su dei pregiudizi, oramai sclerotizzati, su questa città. Anche se Torino è stata sempre una capitale incompresa: effettivamente Torino è stata una capitale, forse la capitale e, senza alcun dubbio, è sempre stata incompresa, troppo confusa e paradossalmente offuscata dall’ombra immanente della FIAT.

Tra i quartieri o vie che Messori descrive dettagliatamente c'è quello di San Donato, che si arriva da piazza Statuto, diverso rispetto ad altri di Torino, l'ho notato anch'io. Qui le case non sono come per altre vie, «soldati impettiti sull'attenti in attesa di una parata». Il Borgo si staglia tra due perfetti rettifili: via Cibrario e corso Regina Margherita. A metà della via si alza lo straordinario campanile costruito insieme alla chiesa di N. S. del Suffragio, dal grande architetto e religioso Faa di Bruno. Messori ha studiato a fondo questa figura abbastanza singolare, gli ha dedicato una biografia, vissuto al tempo del più conosciuto don Bosco. E' qui che Messori ha vissuto nella sua permanenza a Torino, è il suo borgo, peraltro riporta nel testo, perfino alcuni locali importanti che hanno fatto la storia del quartiere.

Un altro quartiere a cui dedica qualche pagina è quel Borgo San Paolo, il borgo idealizzato, dove il sindaco Diego Novelli, sognava la I Cit Turin, una specie di Berlino Est subalpina, grigia ma rassicurante. A proposito di sindaci, interessante il lavoro svolto dal grande sindaco avvocato Amedeo Peyron, cattolico tradizionalista. Fu lui a gestire l'immigrazione di 730.000 persone accolte in quindici anni. E qui Messori fa notare che fino al 1975, la maggioranza dei torinesi votò per i democristiani, sostanzialmente anticomunista, nonostante gli stereotipi messi in atto da certo giornalismo.

Un'altra imbarazzante notizia, sono i tanti pellegrinaggi aziendali a Lourdes degli operai della Fiat, voluti dal sincero entusiasmo religioso dell'ingegner Gaudenzio Bono, vicedirettore generale e poi amministratore delegato della Fiat, il braccio destro di Valletta. Messori tiene a precisare che questo caso, «non fu affatto, come credono persino molti cattolici, una strumentalizzazione della religione decisa cinicamente dal padrone, distribuendo una buona dose di 'oppio dei popoli' ai lavoratori, così da renderli più docili». Valletta, era massone attivo ma rispettoso del cattolicesimo e lasciò fare a Bono.

«L'adesione al pellegrinaggio era ovviamente del tutto facoltativa e i partecipanti pagavano la loro quota, detraendo i giorni dalle ferie. Non era, dunque, una scampagnata gratuita a carico dell'azienda, un surplus di vacanza». Ogni anno aumentavano i partecipanti, «migliaia e migliaia di quegli operai che avrebbero dovuto, secondo gli intellettuali gauchistes, avere ben altre prospettive, pagavano per andare a pregare là dove Bernadette, per diciotto volte, aveva visto l'Immacolata». Questa è una notizia bomba, che non ho avuto notizia da nessuna parte. Infatti nessuno ne parla di questa vicenda imbarazzante, inclassificabile negli schemi di tanti storici e sociologi. Ci sono le foto che testimoniano sterminate colonne di membri della “classe operaia”, con la tua bianca in festa, con la scritta Fiat sulla schiena, sfilano in processione, reggendo statue e stendardi delle confraternite.

Tra l'altro il vescovo di Lourdes come riconoscenza per i grandiosi pellegrinaggi dei lavoratori della Fiat, donò la cancellata che stava davanti alla Grotta alla città di Torino.

Purtroppo gli appuntamenti annuali a Lourdes furono bruscamente interrotti nel 1966, «non per esaurimento dell'adesione dei lavoratori, che anzi protestarono, ma per un atto di imperio – qualcuno disse di prepotenza o, almeno, di demagogia clericale – del nuovo arcivescovo, il cardinal Michele Pellegrino. Il quale, adeguandosi al clima dell'epoca, volle cancellare quella che sembrava una imbarazzante commistione 'teologicamente scorretta' tra capitalismo e religione».

Gli anni del Sessantotto, i cosiddetti anni di piombo, vengono descritti nel libro. Messori ricorda il barbaro assassinio del vicedirettore de La Stampa, Casalegno da parte dei terroristi rossi. Sono anni vissuti da cronista di “Stampa Sera”. Messori ricorda quando fu trascinato per le vie di Torino, insieme al collega fotografo, «da quei signorini – tutti figli di borghesi e divenuti poi tutti tali – che mi scandivano dietro (l'ho ancora nelle orecchie) 'leccaculo dei padroni!'. Naturalmente hanno rubato le costosissime apparecchiature giapponesi. Gesto passato come “esproprio proletario”, anche se di proletari quei simpaticoni conoscevano solo i domestici di famiglia.

Naturalmente Messori racconta altri particolari di quei “formidabili anni”, come li chiamò il Capanna.

Il IV e il V capitolo sono dedicati all'urbanistica della città, in particolare alla via Roma, regina viarum. Interessanti le descrizioni sulla costruzione della stazione ferroviaria di Porta Susa e del vicino macello dei poveri animali, con lo struggente odore delle vaporiere e del sentore nauseabondo, grasso, che veniva dagli immensi calderoni dove cuocevano trippe e frattaglie. Nel silenzio della notte, si poteva sentire «muggire, nitrire, belare. Gli animali avvertivano di essere giunti al luogo della morte e sembravano invocare che qualcuno li liberasse».

Importante anche la discussione geografica e storica aperta da Messori, per quanto riguarda i collegamenti ferroviari con Torino e con gli altri centri vicini.

Il VI capitolo (lo zolfo e l'incenso) è tutto da leggere con attenzione. Si parte con Nostradamus, poi con il Grande Vecchio, con la storia romana, per arrivare al Maligno, il diavolo. Messori ricorda l'episodio dell'incendio del Cinema Statuto, con la morte in pochi istanti di tutte e 64 persone presenti nella sala, mentre stavano vedendo il film La capra. Molti collegarono il tragico episodio al finanziamento dell'amministrazione socialcomunista di Diego Novelli del «Carnevale diabolico», una sorta di sabba in maschera, con riesumazione di streghe, stregoni, sciamani e diavoli.

Messori nel libro lo scrive non vuole trarre conclusioni azzardate dall'episodio. Già bastava la fama attribuita a Torino come magica e diabolica. Certamente ricorda però quello che ha detto il mistico san Giovanni Paolo II in visita a Torino nel settembre del 1988, nel centenario di don Bosco. La sensibilità mistica di Karol Wojtyla era grande. Il Papa riferendosi ai tanti santi torinesi, tra le tante cose ha detto: «Quando ci sono tanti santi, è perché ce n'è bisogno». E soprattutto con voce angosciata ha gridato: «Torino, convertiti!». I grandi santi piemontesi aveva detto: «sono come i profeti, e con i profeti non si scherza, tu, Torino, hai bisogno di una conversione eccezionale, superiore». Messori scrive a questo proposito che i discorsi del papa in quella giornata erano quasi ossessivi, continui, in fondo drammatici, e i richiami erano chiaramente rivolti al «Principe di questo mondo», che è nient'altro che Satana.

Per Messori è impressionante tutto questo. Tra l'altro gli addetti stampa di allora hanno avuto il bel da fare con i giornalisti per smorzare certi toni, per sfumare certe intimazioni del Papa. «Dunque – scrive Messori – il Vescovo di Roma stesso non è per nulla estraneo al sospetto che dalla città di Torino emani un sentore di zolfo. E' il Papa medesimo che definisce questa città 'un enigma' e, con l'istinto del mistico, va all'enigma per eccellenza, quello del demoniaco». Messori non manca di citare Massimo Introvigne che è l'esperto più noto, lo studioso che ha ben documentato il mondo oscuro, di sette e di quei culti che puzzano di zolfo.

Messori nello stesso capitolo affronta l'argomento dei valdesi, della massoneria, del risorgimento piemontese, della Casa Savoia. In questo contesto il giornalista cattolico mette insieme come in un collage diversi illustri personaggi come Friedrich Nietzsche, profeta di tutte le destre e Jean-Jacques Rousseau, padre di tutte le sinistre. Un tedesco e un francese, i “cattivi maestri” per eccellenza, almeno nella prospettiva cattolica tradizionale e non è un caso che «si siano dati, a un secolo di distanza, appuntamento a Torino, proprio lì dove si conserva e si venera l'immagine di quell'Ebreo che è per entrambi il nemico comune».

Oltre a Gramsci, Torino è anche la città di Joseph De Maistre, il campione della reazione, il demolitore profetico delle ideologie che avrebbero poi insanguinato l'Otto e il Novecento. Colui che all'ottimismo di Rousseau, «oppone la tragica tara lasciata dal peccato originale».

Tra i tanti “torinesi”, Messori si ferma sull'operato di don Bosco e del Cottolengo, due campioni della carità della Chiesa. In particolare su don Bosco fa riferimento ai continui scontri con i liberali, con Cavour. Interessante la descrizione della straordinaria esperienza con i “poveri cristi” ricoverati nella Piccola Casa della Provvidenza del Cottolengo. Andare a visitarli era come fare più di dieci cicli di Esercizi Sprituali. Molte pagine sono dedicate alla “sindonologia”, allo studio del sacro Lenzuolo.

Per la verità da leggere tutto è anche il VI capitolo (né Giansenio né Calvino). Qui Messori sfata il mito della Torino protestante, almeno per quanto riguarda la storia passata. A questo proposito Messori probabilmente si ripete, visto che ribadisce l'esempio di quell'esplosione unica di santità proprio a partire dall'Ottocento. I vari don Bosco, i Faa di Bruno, i Murialdo, gli Allamano e tutti gli altri hanno fatto cose grandiose, hanno creato multinazionali religiose. Pertanto i cattolici del XIX secolo, quelli fedeli al papa, costituiscono il «Paese reale», che è maggioritario, rispetto a quello “legale”.

Il giornalista cattolico denuncia la rimozione ingiustificata da parte dell'intellighenzia laicista della Torino cattolica. Questo laicismo progressista che ignora, non si occupa dei tanti pensatori cattolici come Carlo Mazzantini, Rocco Buttiglione, lo stesso Augusto Del Noce. E continua facendo il nome dell'ingegnere Alberto Marvelli, seppure giovanissimo divenne una delle colonne dell'ufficio progettazione della Fiat, è stato lui a progettare la geniale Fiat 500 A, la prima Topolino. Marvelli sarà presto beato. «Anche le auto, sotto la Mole, - scrive Messori - possono nascere tra i rosari [...]». E poi che dire del beato Pier Giorgio Frassati anch'egli legato alla madre Fiat.

Pertanto per Messori ci fu a Torino una presenza cattolica importante, socialmente benefica, spesso culturalmente prestigiosa, che è stata sottovalutata, se non del tutto ignorata

A questo punto Messori fa una precisazione importante. La Chiesa nella sua missione oltre a fare tanto “lavoro” concreto visibile con le innumerevoli opere di carità, fa tanto “lavoro” segreto che non si vede, come quello dei tanti monasteri.

Messori insiste sulla cattolicità di Torino portando diversi esempi a favore della sua  tesi. Ricorda come Torino fino alla seconda metà dell'Ottocento, fu divisa in centosessanta isolati, ciascuno dei quali aveva il nome di un santo, neanche la Roma papale o Milano, hanno mai avuto la toponomastica urbana così interamente religiosa. Nel 1870, in piena repressione laicista, Torino che contava 200.000 abitanti aveva qualcosa come centodiciasette enti religiosi che coprivano ogni bisogno, sia materiale sia spirituale.

A questo proposito è geniale la scommessa messa in atto da Messori stesso con un capo cronista de La Stampa. Si è travestito da clochard e per tre giorni, vagando senza una lira per Torino. Praticamente ha mangiato, bevuto, dormito, ha avuto una visita medica, ricevuto medicinali, cambio di biancheria nuova. Tutto questo elargito dalle associazioni cattoliche presenti nel territorio.

Altra caratteristica della Torino cattolica è la massiccia presenza dei Gesuiti, che furono da sempre accolti dalla classe dirigente. In questo contesto Messori ricorda che Torino fu addirittura la capitale della controrivoluzione. Il nostro si riferisce a quella reazione popolare che esplose dopo la rivoluzione francese, in particolare con le occupazioni militari di Napoleone.

Messori fa due nomi significativi che hanno preparato questa reazione, che ho  conosciuto alla scuola di Alleanza Cattolica: il padre Nikolaus von Diessbach e poi Pio Brunone Lanteri, fondatore degli Oblati di Maria Vergine. Torino, ricorda Messori, non scese in campo soltanto sul piano della propaganda cattolica da opporre a quella anticlericale, agnostica, atea, dei Lumi. Non fu questione solo di libri, di cultura, spesso si arrivò ad usare anche le armi. E qui si ricorda l'epopea delle “Insorgenze” contro i francesi di Napoleone che misero a ferro e fuoco l'Italia. Anche questo un tema che ho conosciuto e studiato all'interno di Alleanza Cattolica. E provocatoriamente Messori domanda se qualcuno abbia mai sentito parlare della «Massa Cristiana» (l'equivalente piemontese della vandeana “Armata Cattolica e Reale”) che arrivò ad assediare Torino, controllò intere zone del Piemonte e costituì una minaccia costante per i francesi, che conservarono a stento le città, mentre fuori erano sempre sotto l'incubo delle imboscate.

La Massa Cristiana, ci tiene a precisare Messori, non era uno strumento degli aristocratici, i quali fuggirono o si affrettarono a sottomettersi al nuovo padrone, e non era creazione neanche dei parroci. Quella Massa era composta e guidata da artigiani e da contadini, che alla testa delle loro colonne innalzavano stendardi delle confraternite religiose, le statue dei loro patroni e andavano all'assalto con il rosario al collo.

Dunque dai numerosi esempi riferiti emerge una Torino convintamente cattolica, e completamente lontana dal giansenismo e dal calvinismo.

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