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Martedì, 13 Novembre 2018

Incontro tra il premier e il cancelliere austriaco

"Se non vogliamo un altro caso Diciotti abbiamo bisogno di una risposta europea: ho rappresentato la premura del mio Paese che si facciano maggiori investimenti nel Nord Africa". Lo ha detto il premier Giuseppe Conte, nel corso di una conferenza stampa con il cancelliere austriaco Sebastian Kurz a Palazzo Chigi.

Il premier italiano ha anche ribadito al cancelliere il no del governo italiano al doppio passaporto che l'Austria intende dare ai cittadini altoatesini: "Ho avuto occasione di esprimere a Kurz che l'Italia ha una posizione chiara sui passaporti e sulla doppia cittadinanza", ha spiegato Conte. La posizione del governo italiano, come ribadito ieri dal ministro Moavero, è fortemente contraria.

Secondo Conte, inoltre, "bisogna rivedere quanto prima protocolli operativi" di alcune missioni europee, "come Sophia e Frontex, che vanno aggiornate alle luce delle conclusioni del Consiglio europeo dello scorso giugno". 

"L'Austria - ha detto Kurz - è molto contenta per come l'Italia ha ridotto l'afflusso dei migranti, ma ora bisogna trovare una soluzione europea e ridurre ancora l'afflusso. La direzione è giusta, il vertice europeo di giugno è stato positivo".  Ha auspicato, quindi, "di migliorare Frontex e rafforzarne il mandato". 

Quanto alla vicenda del doppio passaporto, il cancelliere ha assicurato che l'Italia "non ha motivo di agitarsi: molti sudtirolesi desiderano il doppio passaporto che è anche previsto dal programma di governo. Abbiamo sempre messo in chiaro che agiremo d'intesa con Roma". 

Il Governo deve "recuperare un 30% di investimenti pubblici venuti meno negli ultimi anni". Lo ha detto il ministro dell'Economia, Giovanni tria, al Forum Blooomberg di Milano spiegando che "gli investimenti pubblici debbono tornare ad essere il 3% del Pil nel breve termine".

Secondo Tria, "bisogna andare oltre la flat tax riducendo il carico fiscale sulla classe media". "Siamo ad uno studio molto avanzato - ha spiegato - che ridurrà il carico fiscale sulla classe media mantenendo il budget gestibile".

Pressing del M5s sulla manovra, a cominciare dal suo cavallo di battaglia: il reddito di cittadinanza. Dopo il vertice di lunedì sera a palazzo Chigi, c'è stata una cena tra il vicepremier Luigi Di Maio e alcuni componenti dello stato maggiore del movimento.

Tra i partecipanti all'incontro il capogruppo alla Camera Francesco d'Uva, il sottosegretario agli Affari Regionali Stefano Buffagni e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, titolare del dicastero competente per uno dei provvedimenti più "cari" al M5S, il ddl anticorruzione. Il provvedimento tra l'altro dovrebbe arrivare fra pochissimi giorni al Quirinale. 

Sulla manovra, infatti, il M5S non vuole fare passi indietro su misure di bandiera.  L'intenzione non è di sforare il 3% ma, se necessario, dal Movimento è forte spinta ad andare anche oltre 1,6% come estrema ratio. E, anche sulla Rai, nelle prossime ore i 5 Stelle si muoveranno con maggiore decisione: dell'opzione Marcello Foa o si risolve subito o non si risolve, è il mantra dei pentastellati.

Ospite ad Agorà Rai Tre,  Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera, ha confermato che l'Iva non si tocca. "Si, perché per Tria, secondo lui, sono teorie rispettabili, alzando l'Iva e abbassando altre tasse alla fine il risultato è che si stia meglio. Magari ha ragione, non lo so. Però noi nel contratto di governo abbiamo scritto chiaramente che l'IVA non aumenta". "Io penso - argomenta - che i cittadini non gradirebbero affatto vedere come prima misura alzare l'Iva, che impatta in maniera abbastanza pesante sulla vita di tutti i cittadini e anche sui consumi di base. Per cui l'Iva non si tocca".

Intanto l’intesa è arrivata, ma proseguono gli accertamenti per scoprire che fine abbiano fatto i finanziamenti e se davvero una parte consistente, si parla di 10 milioni di euro, sia stata trasferita in Lussemburgo come sembrano dimostrare le verifiche effettuate la scorsa settimana nel granducato dai finanzieri guidati dal colonnello Maurizio Cintura che hanno trovato documenti e interrogato funzionari di banche e fiduciarie.

Intanto il Carroccio prosegue nella sua strategia con un’altra mossa. «Abbiamo depositato il ricorso in Cassazione», hanno annunciato i legali della Lega, gli avvocati Giovanni Ponti e Roberto Zingari. Il ricorso è contro la decisione del tribunale del Riesame di Genova che lo scorso 6 settembre ha dato il via libera al sequestro dei 49 milioni di euro al Carroccio.

La trattativa è arrivata alla fine: la procura di Genova e la Lega hanno chiuso l’accordo, garantendo sia il sequestro dei soldi, così come ordinato dai giudici, sia la sopravvivenza del partito. In che modo? La Lega si è impegnata a versare almeno 600 mila euro l’anno su un conto messo a disposizione dei magistrati coordinati dal procuratore Francesco Cozzi e dall’aggiunto Francesco Pinto. Sul conto confluiranno tutte le «entrate», compresi i rimborsi elettorali del marzo scorso. E da lì saranno prelevate le somme fino a raggiungere i 49 milioni di euro che — secondo la sentenza di condanna dell’ex tesoriere Francesco Belsito e l’ex segretario Umberto Bossi — sarebbero stati truffati tra il 2008 al 2010 ottenendo rimborsi elettorali non dovuti.

Fino ad oggi erano già stati sbloccati 3 milioni di euro e la Lega aveva presentato ricorso contro il provvedimento, ma dieci giorni fa il tribunale del Riesame aveva confermato la legittimità dell’ordinanza. Il tribunale del Riesame ha delegato direttamente il pubblico ministero a eseguire il sequestro preventivo ai fini di confisca, prendendo «le somme presenti e anche quelle che confluiranno in futuro sui conti correnti e sui depositi bancari intestati o riferibili al Carroccio fino al raggiungimento dell’intera cifra». A nulla è servita la relazione depositata dai legali del partito per dimostrare che i 5 milioni rimasti in cassa sono «contributi di eletti, donazioni di elettori e del 2 per mille della dichiarazione dei redditi». Gli avvocati hanno evidenziato che si tratta di «somme non solo lecite ma che hanno anche un fine costituzionale: consentono al partito di perseguire le finalità democratiche del Paese. Dire che sono profitto del reato è un non senso giuridico». E proprio partendo da queste considerazioni hanno avviato il negoziato con i magistrati, nella consapevolezza che una rateizzazione è vietata e dunque l’unica alternativa per evitare che qualsiasi introito fosse subito bloccato, era quella di trovare una mediazione con i magistrati. Del resto il sottosegretario Giancarlo Giorgetti era stato chiaro: «Se perdiamo siamo finiti».

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