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Venerdì, 22 Novembre 2019

Ilva: ArcelorMittal si ritira

Oggi Am InvestCo Italy ha notificato ai commissari straordinari dell'Ilva la volontà di rescindere l'accordo per l'affitto con acquisizione delle attività di Ilva Spa e di alcune controllate acquisite secondo l'accordo chiuso il 31 ottobre. Lo si legge in un comunicato della multinazionale.

ArcelorMittal si era impegnata a realizzare investimenti ambientali per 1,1 miliardi, industriali per 1,2 miliardi e a pagare l'ex Ilva 1,8 milioni di euro, una volta terminato il periodo d'affitto, iniziato il primo novembre dello scorso anno e che avrebbe dovuto durare per 18 mesi. L'ex Ilva dà lavoro a 10.700 operai, di cui 8.200 a Taranto dove, attualmente, 1.276 sono in cassa integrazione per 13 settimane (dal 30 settembre), per crisi di mercato.

Nella lettera in cui l'azienda comunica il recesso, si chiarisce che il contratto per l'affitto e il successivo acquisto di alcuni rami di Ilva Spa e di alcune sue aziende controllate prevede che "nel caso in cui un nuovo provvedimento legislativo incida sul piano ambientale dello stabilimento di Taranto in misura tale da rendere impossibile la sua gestione o l'attuazione del piano industriale, la Società ha il diritto contrattuale di recedere dallo stesso Contratto". Secondo ArcelorMittal, "il Parlamento italiano ha eliminato la protezione legale necessaria alla Società per attuare il suo piano ambientale senza il rischio di responsabilità penale, giustificando così la comunicazione di recesso".

"Secondo i contenuti dell'accordo" del 31 ottobre 2018 ArcelorMittal "ha chiesto ai Commissari straordinari di assumersi la responsabilità delle attività di Ilva e dei dipendenti entro 30 giorni dal ricevimento della comunicazione" della volontà di ArcelorMittal di lasciare l'Ilva.

Il segretario nazionale della Fim Cisl, Marco Bentivoglio, ha chiarito i motivi del recesso: "Tra le motivazioni principali di ArcelorMittal, il pasticcio sullo scudo penale. Un capolavoro di incompetenza e pavidità politica: non disinnescare bomba ambientale e unire bomba sociale".

Inoltre, ArcelorMittal contesta anche l’operato dei giudici di Taranto, "che obbligano i Commissari straordinari di Ilva a completare talune prescrizioni entro il 13 dicembre 2019 pena lo spegnimento dell’altoforno numero 2". Lo spegnimento renderebbe però impossibile per la società attuare il suo piano industriale. "Altri gravi eventi, indipendenti dalla volontà della Società- si legge ancora nella lettera di ArcelorMittal -hanno contribuito a causare una situazione di incertezza giuridica e operativa che ne ha ulteriormente e significativamente compromesso la capacità di effettuare necessari interventi presso Ilva e di gestire lo stabilimento di Taranto".

Intanto i ministri Stefano Patuanelli (Sviluppo Economico), Giuseppe Luciano Provenzano (Sud), Sergio Costa (Ambiente) terranno un incontro al Mise sul futuro del gruppo Ilva.

Oltre al mancato scudo legale e ai provvedimenti del tribunale di Taranto, argomenta ArcelorMittal, anche "altri gravi eventi, indipendenti dalla volontà di ArcelorMittal, hanno contribuito a causare una situazione di incertezza giuridica e operativa che ne ha ulteriormente e significativamente compromesso la capacità di effettuare necessari interventi presso Ilva e di gestire lo stabilimento di Taranto". "Tutte le descritte circostanze attribuiscono alla Società anche il diritto di risolvere il Contratto in base agli applicabili articoli e principi del codice civile italiano".

"Apprendiamo la notizia della volontá di ArcelorMittal di comunicare ai commissari la volontà di recedere il contratto. Significa che partono da oggi i 25 giorni per cui lavoratori e impianti ex Ilva torneranno all'Amministrazione Straordinaria. Tra le motivazioni principali, il pasticcio del Salva-imprese sullo scudo penale. Un capolavoro di incompetenza e pavidità politica: non disinnescare bomba ambientale e unire bomba sociale", afferma il segretario nazionale della Fim Cisl Marco Bentivogli.

La decisione di ArcelorMittal è "inaccettabile. L'incontro con il governo, che chiediamo da settimane, diventa ormai urgentissimo", afferma la segretaria generale della Fiom-Cgil, Francesca Re David, in una nota. "Una decisione che assume un carattere grave per le conseguenze industriali, occupazionali e ambientali. È da tempo che noi evidenziamo forti preoccupazioni rispetto alla realizzazione dell'accordo. Il comportamento del governo è contraddittorio e inaccettabile: con il Conte 1 ha introdotto la tutela penale parallela agli investimenti e con il Conte 2 ha cancellato la stessa norma dando all'azienda l'alibi per arrivare a questa decisione", sostiene Re David. Da parte sua "l'azienda deve chiarire quali siano sue intenzioni rispetto dell'accordo e al piano di investimenti. In occasione dell'incontro fissato per stasera con la presidenza del Consiglio, la Cgil porrà la questione dell'ex Ilva come una priorità", conclude la leader della Fiom.

"Sulla vicenda Ex Ilva - afferma Pietro Bussolati della segreteria nazionale - esprimiamo tutta la nostra preoccupazione e lo sconcerto per l'annuncio da parte di Arcelor Mittal del disimpegno sull'azienda. Non si perda tempo: il presidente Conte convochi immediatamente Arcelor Mittal. Non si scherza con i lavoratori e con l'ambiente: pretendiamo serietà e e rispetto".

Immediate le reazioni politiche: "Il ritiro di Arcelor Mittal dall'Ilva rappresenta un colpo mortale all'industria dell'acciaio italiano- ha detto Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia- L'obiettivo strategico del Movimento Cinque Stelle di trasformare Taranto in un cimitero industriale è stato quindi centrato, e quanto sta accadendo è un'autentica vergogna nazionale, una tragedia per l'occupazione e per lo sviluppo". E Matteo Salvini, leader della Lega ha commentato: "Se il governo tasse, sbarchi e manette farà scappare anche i proprietari di Ilva, mettendo a rischio il lavoro di decine di migliaia di operai e il futuro industriale del Paese, sarà un disastro e le dimissioni sarebbero l'unica risposta possibile. La Lega chiede che Conte venga urgentemente a riferire in Parlamento".

Intanto la situazione di declino del Sud Italia è sempre più drammatica: entro i prossimi 50 anni ci sarà una desertificazione di 5 milioni di persone che provocherà anche un arretramento del 40% del Pil. Dal 2000 sono circa 2 milioni ad aver lasciato le aree meridionali: di questi la metà è giovane, fino a 34 anni, e quasi un quinto possiede un titolo universitario. Vi è dunque l'estrema urgenza di un "piano straordinario per il Mezzogiorno". In mancanza di politiche mirate la situazione potrebbe diventare irreversibile.

Giuseppe Provenzano ha detto che si tratta di una "frattura profonda, trascurata in decenni di investimenti pubblici per il Mezzogiorno". Il ministro per il Sud ha affermato che questi dati non devono "indurre allo scoraggiamento" ma caricare "a un impegno ancora maggiore che deve investire l'intero governo, a un'urgenza condivisa".

La Svimez attesta che il Nord Italia non è più tra le locomotive d'Europa: "Alcune regioni dei nuovi Stati membri dell'Est superano per Pil molte regioni ricche italiane, avvantaggiate dalle asimmetrie nei regini fiscali, nel costo del lavoro, e in altri fattori che determinano ampi differenziali regionali di competitività".

Il giudizio dato al reddito di cittadinanza è moderatamente positivo: nel 2017 le famiglie in povertà assoluta erano 845mila; nel 2018 sono scese a 822mila. L'incidenza è scesa dal 10,3 al 10%. Ma ad essere colpito è il mercato del lavoro: ha avuto un impatto praticamente nullo. "Invece di richiamare persone in cerca di occupazione, le sta allontanando dal mercato del lavoro", sottolinea Svimez. Per combattere la povertà non bastano solamente contributi monetari ma occorre anche "ridefinire le politiche di welfare ed estendere a tutti in egual misura i diritti di cittadinanza".

Nel 2018 Abruzzo, Puglia e Sardegna sono state le regioni che hanno registrato il più alto tasso di crescita, rispettivamente +1,7%, +1,3% e +1,2%. Nel Molise e in Basilicata il Pil è cresciuto dell'1%. In Sicilia ha segnato +0,5%. Campania a crescita zero nel 2018. La Calabria è l'unica regione meridionale che ha visto una flessione del Pil di -0,3%. Svimez ha rimarcato: "Dall'inizio del secolo a oggi la popolazione meridionale è cresciuta di soli 81mila abitanti, a fronte di circa 3,3 milioni al Centro-Nord. Nello stesso periodo la popolazione autoctona del Sud è diminuita di 642.000 unità, mentre al Nord è cresciuta di 85.000".

Il Pil del 2018 al Sud è cresciuto dello 0,6%, rispetto al +1% del 2017. Ristagnano soprattutto i consumi (+0,2%), ancora al di sotto di 9 punti percentuali nei confronti del 2018, rispetto al Centro-Nord, dove crescono dello 0,7%, recuperando e superando i livelli pre crisi. Aumentano gli investimenti in costruzioni (+5,3%), mentre si sono arrestati quelli in macchinari e attrezzature (+0,1% contro +4,8% del Centro-Nord).

 

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